Le statue parlanti di Roma
Le statue parlanti di Roma sono sei sculture sparse nel centro storico sulle quali, dal Cinquecento in poi, i romani hanno affisso di nascosto cartelli satirici contro papi, cardinali, governatori e famiglie potenti: Pasquino in piazza di Pasquino, Marforio oggi nel cortile di Palazzo Nuovo ai Musei Capitolini, Madama Lucrezia in piazza San Marco all’angolo di Palazzo Venezia, l’Abate Luigi in piazza Vidoni, il Babuino in via del Babuino e il Facchino in via Lata, a pochi metri dal Corso. Cinque di queste sei sono sculture antiche e frammentarie, riusate: torsi mutili, busti erosi, figure senza braccia o senza testa, tirate fuori dal terreno durante i cantieri del Rinascimento e sistemate agli angoli delle strade come arredo urbano. Soltanto una, il Facchino, è una scultura del Cinquecento nata già come fontana. Il nome popolare non ha quasi mai a che vedere con il personaggio raffigurato: chiamare Babuino un sileno o Madama Lucrezia una probabile Iside è già di per sé una piccola pasquinata. Da quelle statue è nata una parola entrata nella lingua italiana e in mezza Europa, pasquinata, e un meccanismo di satira anonima che i papi provarono a spegnere con la galera, la confisca e perfino la forca, senza mai riuscirci. Le righe che seguono le raccontano una per una e poi le mette in fila come un itinerario a piedi: circa tre chilometri e mezzo di centro storico, sei soste, un’unica storia.
Che cosa sono davvero le statue parlanti di Roma
Le statue parlanti di Roma sono sei, e cinque di esse sono sculture di epoca romana riemerse dal sottosuolo fra il Quattrocento e il Cinquecento: non furono mai concepite per parlare, e nessuna di loro nacque come monumento alla satira. Il nome collettivo è un’etichetta che il popolo ha appiccicato a posteriori a un gruppo di oggetti eterogenei, accomunati soltanto da una cosa: stavano in punti di passaggio molto frequentati, dove un foglio appeso di notte veniva letto da centinaia di persone prima che le guardie arrivassero a staccarlo.

Frammenti antichi riusati: Pasquino, Marforio, Madama Lucrezia
Pasquino è il frammento di un gruppo scultoreo ellenistico, con ogni probabilità una copia romana del gruppo di Menelao che sorregge il corpo di Patroclo, attribuito nella versione originale allo scultore Antigonos e databile alla prima età ellenistica, intorno al III secolo avanti Cristo. Di quel gruppo restano oggi repliche più complete altrove, a cominciare da quella della Loggia dei Lanzi a Firenze; a Roma ne resta un torso mutilo, senza braccia, con il volto corroso e un secondo personaggio appena leggibile nello stesso blocco di marmo. Marforio è una statua colossale del I secolo dopo Cristo, un personaggio maschile semisdraiato che l’iconografia riconduce a una divinità delle acque: misura 610 centimetri per 242 e la conchiglia che stringe nella mano destra, che ne ha fissato l’identificazione come Oceano, non è antica ma un’aggiunta del restauro del 1594. Madama Lucrezia è un busto colossale che supera i tre metri con il basamento, con i tratti del viso quasi completamente erosi e un’acconciatura a onde ancora leggibile; l’ipotesi più accreditata la identifica con la dea Iside nella sua forma sothis, per via del nodo della veste sul petto, attributo tipico di quella manifestazione, e la fa provenire dall’Iseo Campense, il grande santuario isiaco del Campo Marzio.
Le sei statue parlanti una per una: dove sono e che cosa sono
Le sei statue parlanti si trovano tutte nel centro storico di Roma, in un quadrilatero compreso fra via del Babuino a nord e il Campidoglio a sud, e sono raggiungibili una dopo l’altra a piedi in un percorso di circa tre chilometri e mezzo. Cinque sono visibili liberamente per strada, a qualunque ora del giorno e della notte; una sola, Marforio, si trova all’interno di un museo e richiede un biglietto.
Pasquino, piazza di Pasquino
Pasquino si trova appoggiato all’angolo di Palazzo Braschi, nella piccola piazza che dal 1501 in poi ha finito per prendere il suo nome, a una cinquantina di metri da piazza Navona. La statua fu ritrovata proprio lì, durante gli scavi per la pavimentazione stradale e per la ristrutturazione del palazzo che allora apparteneva agli Orsini, e le prime interpretazioni la vollero parte dell’ornamento dello Stadio di Domiziano, l’edificio antico sepolto sotto la piazza accanto. Il cardinale Oliviero Carafa, che si sarebbe insediato nel palazzo, insistette per salvarla nonostante molti la giudicassero un rudere senza valore, la fece sistemare nell’angolo dove ancora si trova e vi applicò lo stemma di famiglia e un cartiglio celebrativo. Il palazzo alle sue spalle non è più quello di allora: al posto della dimora degli Orsini sorge oggi Palazzo Braschi, costruito alla fine del Settecento, che ospita il Museo di Roma.
Marforio, cortile di Palazzo Nuovo ai Musei Capitolini
Marforio è l’unica delle sei statue parlanti che oggi si trova al chiuso e a pagamento: occupa il centro di una fontana nel cortile coperto di Palazzo Nuovo, dentro il percorso di visita dei Musei Capitolini, dove è visibile appena superato l’ingresso. Fino al 2008 al cortile si poteva accedere liberamente; da allora è compreso nel biglietto. Fu rinvenuta intorno al 1510 nell’area del Foro di Augusto, presso il tempio di Marte Ultore, e collocata ai piedi del clivus argentarius, tanto che quella salita assunse il nome popolare di Salita di Marforio. Papa Sisto V la fece spostare prima in piazza San Marco, accanto a Madama Lucrezia, poi sulla piazza del Campidoglio, come ornamento di una fontana progettata da Giacomo Della Porta; a metà del Seicento Innocenzo X la spostò di nuovo, per far posto al cantiere di Palazzo Nuovo, e il gruppo finì nel cortile dove si trova oggi. La grande vasca circolare di cui la statua era ornamento fece un viaggio diverso: rimasta a lungo abbandonata e usata come abbeveratoio, nel 1816 fu trasferita ai piedi dell’obelisco di piazza del Quirinale, dove si trova tuttora.
Madama Lucrezia, piazza San Marco
Madama Lucrezia è l’unica figura femminile del gruppo e si trova all’angolo fra Palazzo Venezia e la basilica di San Marco, in piazza San Marco, a un passo da piazza Venezia. Le circostanze del ritrovamento non sono note. Il nome popolare viene per tradizione da Lucrezia d’Alagno, amante di Alfonso V d’Aragona, che dopo la morte del re di Napoli si era trasferita a Roma e abitava da quelle parti; a sostegno di questa spiegazione si è osservato che nel Quattrocento il titolo di madama era in uso a Napoli e non a Roma. Resta un’ipotesi di tradizione, non un dato documentato. Una teoria suggestiva vuole che il celebre Pie’ di marmo, il piede colossale che dà il nome alla via vicino a Santo Stefano del Cacco, appartenesse in origine alla stessa statua: il sandalo ancora visibile sul piede sarebbe parte del corredo delle sacerdotesse isiache, e dimensioni e qualità del marmo sarebbero compatibili. Anche questa, per ora, resta una proposta degli studiosi e non una certezza. Accanto alla statua c’è l’ingresso del Museo Nazionale del Palazzo Venezia, che è una visita a sé e non va confuso con la sosta davanti al busto.
L’Abate Luigi, piazza Vidoni
L’Abate Luigi si trova in piazza Vidoni, addossato al fianco della basilica di Sant’Andrea della Valle, a pochi passi da corso Vittorio Emanuele II. È lì dal 1924, e la collocazione attuale è molto vicina al punto in cui la statua fu trovata nel Cinquecento, sotto Palazzo Vidoni Caffarelli. Prima di arrivare in piazza, aveva vissuto dentro il palazzo, poi per un breve periodo dell’Ottocento nel cortile di Palazzo Chigi, poi ancora in una nicchia dello scalone monumentale di Palazzo Caffarelli Vidoni. Il soprannome, secondo la spiegazione tramandata, gli venne dalla somiglianza con il sagrestano della vicina chiesa del Sudario, che si chiamava appunto Luigi. Sulla base c’è un’iscrizione in versi in cui la statua si presenta come cittadino dell’antica Roma e rivendica di avere conquistato, insieme a Marforio e a Pasquino, una fama eterna nelle satire urbane, chiudendo con l’augurio di una vita nuova e finalmente sicura. L’augurio non si è avverato: l’Abate Luigi è stato decapitato più volte, e oggi si presenta senza testa.
Il Babuino, via del Babuino
Il Babuino si trova a sinistra della chiesa di Sant’Atanasio dei Greci, lungo via del Babuino, la strada che collega piazza del Popolo a piazza di Spagna e che dalla statua ha preso il nome. Il rapporto fra statua e strada, in questo caso, si è invertito: la via si chiamava prima via Clementina e poi via Paolina, e fu la popolarità della figura sdraiata a farne cambiare il toponimo. La fontana nacque nel 1571, quando papa Pio V concesse alcune once d’acqua del rinnovato acquedotto Vergine al palazzo di Alessandro Grandi, che in onore del pontefice fece realizzare una fontana a uso pubblico, ponendo la statua a ornamento della vasca; nel 1576 doveva essere terminata. Nel 1738 il complesso fu inserito in una nicchia con due lesene e due delfini, addossata al palazzo passato ai Boncompagni; quella nicchia esiste ancora, al civico 49a. Nel 1877, per i lavori della rete fognaria, il complesso fu smembrato: la vasca finì come abbeveratoio in via Flaminia e la statua nel cortile del palazzo. Solo nel 1957, dopo una campagna di alcuni cittadini romani, il Babuino tornò nella strada che porta il suo nome. L’ultimo restauro risale al 2015.
Il Facchino, via Lata
Il Facchino è incassato in un davanzale sul fianco di Palazzo De Carolis Simonetti, sul lato che si affaccia su via Lata, la stradina laterale che si apre su via del Corso accanto alla basilica di Santa Maria in Via Lata e quasi di fronte alla chiesa di San Marcello al Corso. In origine, per volere di Gregorio XIII, era una fontana pubblica lungo il Corso stesso, con funzione di abbeveratoio; nel Settecento fu trasferita sulla facciata principale del palazzo, e nel 1874 spostata di lato, in posizione più defilata, per sottrarla ai danneggiamenti. Il viso è rovinato e il naso è perduto, e la spiegazione tradizionale di quell’accanimento è che i passanti lo scambiassero per un ritratto di Martin Lutero. Con l’ultimo spostamento andarono perduti anche la vasca a conchiglia originale, la cornice marmorea e un’epigrafe scherzosa che attribuiva la figura a un certo Abbondio Rizio, valentissimo nel legare fardelli, morto controvoglia mentre portava un barile di vino sulla spalla e uno dentro il corpo. Proprio il tono comico dell’epigrafe induce a dubitare che quella identificazione fosse seria. Nel 1751 Luigi Vanvitelli attribuì la scultura a Michelangelo: un’attribuzione oggi respinta.
L’itinerario a piedi fra le sei statue parlanti di Roma
L’itinerario completo fra le sei statue parlanti di Roma misura circa tre chilometri e mezzo a piedi e si copre in cinquanta minuti scarsi di sola camminata, ai quali vanno aggiunte le soste e la visita ai Musei Capitolini, unica tappa a pagamento del percorso. I tempi indicati qui sotto sono stime di percorrenza a passo normale, calcolate sul tracciato stradale reale e non in linea d’aria: chi cammina piano, chi si ferma a fotografare o chi incappa nella folla del Corso metta in conto qualcosa in più.
Il percorso in breve
La direzione che consiglio è da nord a sud e poi verso ovest: si parte dal Babuino, la statua più isolata dalle altre, e si chiude con Pasquino, che è il cuore della storia e l’unica delle sei ancora oggi in funzione. In questo modo la tappa più lunga si fa all’inizio, con le gambe fresche, e il finale è nella parte più bella e meno trafficata del percorso. La sequenza è questa: il Babuino in via del Babuino, il Facchino in via Lata, Madama Lucrezia in piazza San Marco, Marforio ai Musei Capitolini, l’Abate Luigi in piazza Vidoni, Pasquino in piazza di Pasquino.
Tappa 1: il Babuino, in via del Babuino
Si comincia dal Babuino perché è la statua più lontana dalle altre cinque e perché è quella che si rischia di saltare se la si lascia per ultima. Il punto di partenza più comodo è la fermata Spagna della metro A: da lì si esce su piazza di Spagna, si imbocca via del Babuino e in due minuti si arriva all’altezza della chiesa di Sant’Atanasio dei Greci, riconoscibile per i due campanili gemelli. La fontana è sulla sinistra della chiesa, a livello del marciapiede, protetta da una piccola inferriata. Vale la pena attraversare la strada per guardare anche la nicchia settecentesca vuota, al civico 49a, con le due lesene e i delfini: è il posto in cui la statua è stata per oltre un secolo, e il confronto fra la nicchia elaborata e la sistemazione attuale racconta da solo che cosa è successo a questo pezzo di città. Chi arriva da piazza del Popolo percorre la stessa strada in senso inverso, con circa dieci minuti di cammino.
Da via del Babuino a via Lata: il tratto più lungo
Questa è la tratta impegnativa del percorso: circa un chilometro e mezzo, fra i diciotto e i venti minuti di cammino. Il modo più semplice è risalire a piazza di Spagna, passare accanto alla Fontana della Barcaccia, imboccare via dei Condotti e raggiungere via del Corso, poi scendere lungo il Corso in direzione di piazza Venezia. È un tratto commerciale e affollato, ma passa accanto a due punti che meritano una deviazione minima: piazza Colonna con la Colonna di Marco Aurelio, e poco più avanti l’imbocco delle stradine che portano al Pantheon. Chi preferisce evitare la calca del Corso può scendere per via di Ripetta e poi tagliare verso il centro, allungando di qualche minuto.
Tappa 2: il Facchino, in via Lata
Arrivando dal Corso in direzione di piazza Venezia, il punto di riferimento è la basilica di Santa Maria in Via Lata, sulla destra: subito accanto si apre via Lata, una stradina breve. Il Facchino è lì, sul fianco del palazzo, incassato in un davanzale a poca altezza da terra. È la statua più facile da mancare di tutto l’itinerario, perché non affaccia su una piazza e perché la strada è stretta e in ombra: chi passa sul Corso guardando le vetrine non lo vede. Conviene guardarla da vicino, perché il mestiere raffigurato, quello dell’acquarolo che porta il barile a domicilio, è un pezzo di storia sociale della Roma prima degli acquedotti moderni. Dall’altro lato del Corso, a una trentina di metri, c’è l’ingresso della chiesa di San Marcello al Corso.
Tappa 3: Madama Lucrezia, in piazza San Marco
Dal Facchino a Madama Lucrezia ci sono poco più di trecento metri, quattro o cinque minuti: si prosegue lungo il Corso fino a piazza Venezia e si gira a destra costeggiando Palazzo Venezia. Il busto poggia su un basamento all’angolo fra il palazzo e la basilica di San Marco, all’imbocco della piazzetta. È una sosta breve perché non c’è molto da vedere in termini di dettaglio: il viso è illeggibile, il marmo è eroso. Quello che si vede bene è la scala: tre metri con il basamento, una presenza fisica notevole in uno spazio stretto. Chi ha tempo può entrare al Museo Nazionale del Palazzo Venezia, che però è una visita a sé e sposta l’intera giornata.
Tappa 4: Marforio, dentro i Musei Capitolini
Da piazza San Marco al Campidoglio sono poco più di trecento metri, quattro o cinque minuti a piedi, ma con una salita: si costeggia il fianco del Vittoriano e si imbocca la cordonata che porta alla piazza disegnata da Michelangelo. L’ingresso dei Musei Capitolini è nel Palazzo dei Conservatori, a destra guardando la piazza dall’alto della cordonata; Marforio si trova nel cortile di Palazzo Nuovo, dall’altra parte, raggiungibile attraverso la galleria sotterranea che collega i due edifici. È la statua meglio conservata e più impressionante delle sei, e il contrasto con il Facchino incassato nel muro o con l’Abate Luigi senza testa è brutale: Marforio ha smesso di essere una statua parlante nel momento stesso in cui è diventata un pezzo di museo. Questa è l’unica tappa dell’itinerario che costa un biglietto e che ha orari: chi non vuole entrare può saltarla e limitarsi alle cinque statue di strada, sapendo però di lasciare fuori il coprotagonista del dialogo con Pasquino.
Tappa 5: l’Abate Luigi, in piazza Vidoni
Piazza Vidoni è una piazzetta laterale, sul fianco sinistro di Sant’Andrea della Valle venendo da piazza Venezia: si gira dietro la basilica e la statua è lì, addossata al muro, su un alto basamento. È la sosta in cui vale la pena leggere davvero l’iscrizione, perché è l’unica delle sei statue che si presenta in prima persona come membro della compagnia satirica, nominando esplicitamente Marforio e Pasquino. Il fatto che si presenti senza testa aggiunge alla scena un’ironia che nessuno ha progettato. Da qui a Pasquino mancano meno di cinquecento metri.
Tappa 6: Pasquino, in piazza di Pasquino
Dall’Abate Luigi a Pasquino si cammina cinque o sei minuti: si attraversa corso Vittorio e si prosegue verso nord per i vicoli, oppure si segue il corso fino all’altezza di Palazzo Braschi e si gira a destra. Piazza di Pasquino è un piccolo slargo a cinquanta metri da piazza Navona, di cui è in pratica l’anticamera sul lato ovest. La statua è all’angolo del palazzo, recintata da colonnette di travertino. Accanto c’è la bacheca su cui, da alcuni anni, si affiggono i cartelli: è lì che si legge la parte viva di tutta questa storia, e cambia di settimana in settimana. Chiudere l’itinerario qui ha un senso preciso: è l’unica delle sei statue davanti alla quale l’abitudine di cui si è parlato per tre chilometri sia ancora, letteralmente, in corso.
Da quando e perché nacque l’uso dei cartelli satirici
L’uso di affiggere cartelli satirici sulle statue parlanti di Roma nasce all’inizio del Cinquecento e prende avvio da Pasquino, la statua che il cardinale Oliviero Carafa fece collocare nel 1501 all’angolo del suo palazzo. Il primo provvedimento ufficiale contro quei fogli risale al 1523 ed è di papa Adriano VI: in poco più di vent’anni, dunque, una scultura salvata dalla rottamazione era diventata un problema di ordine pubblico.
Il 1501, il cardinale e un rudere salvato per caso
Va sottolineato quanto tutta la vicenda sia figlia di un caso. Il cantiere che restituì Pasquino al mondo era un normale cantiere edilizio rinascimentale, con Bramante fra le persone coinvolte; il torso, mutilo e illeggibile, fu giudicato da molti materiale da scartare. Se Carafa avesse dato ragione a chi voleva buttarlo, oggi non esisterebbe la parola pasquinata, e probabilmente il fenomeno si sarebbe attaccato a un’altra statua con un altro nome. Il cardinale, invece, lo fece rialzare su un piedistallo, gli mise accanto lo stemma di famiglia e un cartiglio: cioè lo trasformò in un oggetto pubblico, guardato, dotato di una superficie scrivibile a pochi centimetri dagli occhi dei passanti. Fu quella decisione, più della statua in sé, a creare le condizioni.
La festa di San Marco e i primi epigrammi
Carafa istituì attorno alla statua una celebrazione annuale, il 25 aprile, giorno di San Marco. In quell’occasione il torso veniva camuffato di anno in anno con ripieni di cartapesta, drappi e colori, travestito da un personaggio diverso, e attorno a lui si affiggevano epigrammi latini che alludevano al travestimento. Erano componimenti scolastici e cortigiani, scritti da umanisti, letterati di curia e studenti: esercizi di bravura, non satira politica. Esistono raccolte a stampa di questi opuscoli, con una serie documentata che va dal 1509 al 1525, e sono la prova che la pratica nacque dentro l’ambiente colto e latinizzante della curia, non nella strada. Anche Madama Lucrezia aveva la sua ricorrenza del 25 aprile, giorno del santo titolare della basilica alle sue spalle, e in quell’occasione veniva vestita da nobildonna con stoffe e drappeggi posticci.
Il dialogo fra Pasquino e Marforio: come funzionava
Il dialogo fra Pasquino e Marforio è il meccanismo più originale di tutta la vicenda delle statue parlanti di Roma: una statua poneva la domanda, l’altra, dall’altra parte della città, rispondeva. Chi passava davanti a Marforio leggeva un quesito apparentemente innocuo; chi andava a Pasquino trovava la risposta che trasformava quel quesito in un’accusa. Non era una conversazione istantanea e non era orchestrata da un’unica regia: era un formato, e come tutti i formati riusciti fu adottato da chiunque avesse qualcosa da dire.
Domanda qui, risposta dall’altra parte della città
La distanza fra le due statue è la chiave. Dal Campidoglio a piazza di Pasquino si cammina un quarto d’ora abbondante: abbastanza perché nessuno potesse leggere insieme domanda e risposta, abbastanza poco perché nel giro di una mattinata la voce circolasse per tutto il centro. La battuta si costruiva a pezzi, si diffondeva a passaparola e diventava patrimonio comune prima di sera. Chi affiggeva il foglio su Marforio, per giunta, poteva anche non essere la stessa persona che affiggeva quello su Pasquino: il dialogo era un’infrastruttura aperta.
Perché serviva un secondo interlocutore
Dal punto di vista retorico, la domanda finta serve a costruire l’attesa e a rendere la risposta più affilata. Dal punto di vista pratico, serviva a diluire la responsabilità: metà del messaggio, presa da sola, era spesso innocua, e i due fogli comparivano in due luoghi diversi nella stessa notte. Dal punto di vista narrativo, infine, il dialogo dava alle statue un carattere. Marforio, colosso semisdraiato e apparentemente ingenuo, faceva la parte di chi non capisce e chiede spiegazioni; Pasquino, torso mutilo e sarcastico, faceva quella di chi sa e risponde con la battuta che fa male. È una coppia comica prima ancora che politica.
Che cosa si diceva, senza inventare citazioni
Molte pasquinate celebri circolano oggi in versioni diverse, con attribuzioni incerte e testi rimaneggiati da secoli di trascrizioni, e riportarle alla lettera come se fossero documenti è uno degli errori più diffusi nelle guide. Il senso, però, è ricostruibile con sicurezza dalle raccolte e dagli studi: i bersagli ricorrenti erano il nepotismo, cioè la distribuzione di cariche e ricchezze ai parenti del papa in carica, la voracità edilizia delle famiglie pontificie, le tasse nuove, la corruzione dei tribunali, la doppia morale del clero e la vita privata dei cardinali. Un filone intero riguarda i papi appena eletti, un altro i papi appena morti, con il passaggio brusco dall’adulazione allo sfottò nel giro di una notte.
Chi scriveva davvero le pasquinate
L’immagine del popolano che di notte attacca il foglio è in parte un’idealizzazione ottocentesca. Le pasquinate non furono soltanto sfogo dal basso: in molti casi furono strumenti di lotta politica interna alla curia, commissionati e pagati. Si ha notizia di componimenti commissionati a letterati di professione come Pietro Aretino e Giambattista Marino, e il momento in cui la macchina girava a pieno regime era il conclave, quando spargere maldicenze sui concorrenti serviva a costruire o a distruggere una candidatura. In quei casi non si trattava di opposizione al potere, ma di una faida fra pezzi di potere che usava il muro della statua come campo di battaglia.
Una curiosità su Le statue parlanti di Roma
La curiosità più sorprendente sulle statue parlanti di Roma è che quasi nessuna di loro si chiama come il personaggio che raffigura, e che i nomi popolari sono quasi sempre sbagliati in modo istruttivo. Madama Lucrezia è con ogni probabilità la dea Iside o una sua sacerdotessa, ma porta il nome di una nobildonna napoletana del Quattrocento. Il Babuino è un sileno o un satiro, e il soprannome nasce dalla sua bruttezza, dalla somiglianza con una scimmia; esiste però un’ipotesi alternativa, suggestiva ma non dimostrata, secondo cui babbuino sarebbe una variante del termine popolare babbione, a sua volta derivato dal latino bambalio, che significava vecchio rimbambito e cialtrone. L’Abate Luigi è un alto magistrato romano che prende il nome da un sagrestano ottocentesco. Marforio ha un nome di cui si discute ancora: potrebbe venire da Martis forum, il Foro di Marte in cui fu trovato, oppure da un’iscrizione MARE IN FORO riportata da un documento del 1588 di cui però non è certa l’esistenza, oppure ancora dal nome di una famiglia Marioli o Marfuoli che possedeva immobili presso il Carcere Mamertino. C’è perfino chi lo fa derivare da Nar Fluvius, il nome latino del fiume Nera. Persino il nome di Pasquino è incerto: c’è chi lo fa risalire a un sarto, chi a un maestro di scuola che abitava nei pressi, attestato dal 1509, chi a un barbiere, chi a un oste. Fa eccezione solo il Facchino, che raffigura davvero un facchino, anche se per secoli i romani lo hanno creduto un ritratto di Martin Lutero e lo hanno preso a sassate di conseguenza.
Una cosa che non ti dice nessuno su Le statue parlanti di Roma
La cosa che quasi nessuna guida dice è che oggi cinque statue parlanti su sei non parlano più affatto, e che l’unica ancora in servizio non riceve più i cartelli sul corpo. Pasquino è l’unica delle sei su cui si continui ad affiggere pasquinate, e da alcuni anni non è più possibile attaccarle direttamente sulla statua o sul basamento: per lo scopo è stata predisposta una bacheca ai piedi del monumento. La ragione è di conservazione, e chiunque abbia visto che cosa fanno colla, nastro adesivo e strappi ripetuti al marmo antico capisce perché sia stata presa quella decisione, ma il risultato è paradossale: un gesto nato per essere abusivo, notturno e clandestino oggi ha una superficie dedicata, ufficiale e autorizzata.
Cinque statue in pensione
Marforio è dentro un museo, dietro un biglietto e un orario, e dal 2008 nemmeno il cortile che lo ospita è più ad accesso libero. Madama Lucrezia e il Babuino stanno per strada ma non ricevono più cartelli da generazioni. Il Facchino è incassato in un muro, in una posizione pensata proprio per proteggerlo dal contatto. L’Abate Luigi è l’unico caso di statua parlante che abbia pronunciato una battuta documentata in epoca recente: nel 1966, dopo l’ennesima decapitazione, comparve una pasquinata in romanesco rivolta al ladro, con l’invito a riportare indietro la testa immediatamente per evitare che la statua, senza più capo, finisse a lavorare al governo.
La parola pasquinata e la repressione dei papi
Il termine pasquinata deriva dal nome della statua di Pasquino ed è entrato stabilmente nella lingua italiana con il significato di satira pungente e anonima contro un personaggio pubblico, passando poi in altre lingue europee. È uno dei rari casi in cui un oggetto fisico di Roma ha generato un sostantivo comune di uso corrente, e il fatto che la parola sia sopravvissuta molto più a lungo dell’abitudine che la generò dice quanto profondamente quel meccanismo avesse segnato l’immaginario.
Adriano VI e il Tevere: il primo tentativo
Il primo provvedimento contro l’affissione dei fogli su Pasquino risale al 1523 e porta la firma di papa Adriano VI, olandese, l’ultimo pontefice non italiano prima di Giovanni Paolo II, il cui pontificato durò meno di due anni, dal 1522 al 1523. La tradizione vuole che volesse addirittura sbarazzarsi fisicamente della statua facendola gettare nel Tevere, e che ne sia stato dissuaso in extremis dai cardinali di curia, i quali intuirono che un attacco frontale al gusto romano per la satira avrebbe prodotto più danni che vantaggi. La scena del papa che medita di affogare un torso di marmo è riportata da molte fonti, ma appartiene al registro dell’aneddoto tramandato più che a quello del documento: va presa per quello che è.
Niccolò Franco, l’unico che ci lasciò la vita
Il caso più grave è quello del letterato Niccolò Franco, arrestato il primo settembre 1568 e impiccato la mattina dell’11 marzo 1570 sul ponte di Castel Sant’Angelo, sotto il pontificato di Pio V. Va precisata una cosa, perché molte guide e diverse fonti online la raccontano in modo impreciso: Franco non fu giustiziato per una pasquinata affissa su una statua, ma per un libello violentissimo contro Paolo IV e la sua famiglia, il Commento sopra la vita et costumi di Giovan Pietro Carafa, scritto su commissione del procuratore fiscale Alessandro Pallantieri. La produzione di pasquinate rientrò fra i capi d’accusa, e il suo nome è rimasto legato a quella pratica, ma il fascicolo che lo portò alla forca era più ampio. Un dettaglio rende la vicenda ancora più amara: fu condannato in base a una legge che lo stesso Pallantieri, quando era governatore di Roma, aveva contribuito a promulgare. Va segnalato anche che alcune fonti divulgative datano l’esecuzione al 1566: la data corretta è il 1570, con arresto nel 1568.
Benedetto XIII e la pena di morte per iscritto
Il provvedimento più duro in assoluto arrivò nel Settecento. Benedetto XIII, papa dal 1724 al 1730, emanò un editto che prevedeva la pena di morte, la confisca dei beni e l’infamia per chi si fosse reso colpevole di pasquinate. Scrivere due versi su un foglio e attaccarlo a una statua diventava, sulla carta, un reato capitale. La sproporzione fra la minaccia e il gesto è l’indizio migliore di quanto il potere temere quel meccanismo: non le singole battute, ma il fatto che esistesse un canale in cui la voce circolava senza passare per nessuna autorizzazione.
Perché la repressione non funzionò mai
Nessuno dei provvedimenti riuscì a chiudere la partita, per una ragione strutturale: l’anonimato era garantito dal buio e dalla folla, e la rimozione dei fogli avveniva sempre dopo che qualcuno li aveva letti. Le guardie arrivavano ogni mattina, staccavano i cartelli, e ogni mattina qualcuno aveva già portato via la battuta nella testa. La fine del fenomeno non arrivò per repressione ma per cambio di regime: la produzione di pasquinate si attenuò drasticamente dopo la breccia di Porta Pia del 1870 e la fine del potere temporale dei papi, quando il bersaglio storico smise di esistere. Si è anche osservato che il testimone era già passato ad altri: i sonetti di Giuseppe Gioachino Belli, scritti nella prima metà dell’Ottocento, facevano nella lingua e nello spirito lo stesso lavoro, con una qualità letteraria che Pasquino non poteva competere.
Il consiglio che ti do per visitare Le statue parlanti di Roma
Il consiglio più concreto per visitare le statue parlanti di Roma è fare l’itinerario al mattino presto, partendo dal Babuino entro le nove e mezza, per arrivare ai Musei Capitolini con largo margine sull’ultimo ingresso e chiudere a Pasquino nel primo pomeriggio, quando piazza di Pasquino è in ombra e piazza Navona non è ancora al massimo dell’affollamento. Le cinque statue di strada sono visibili a qualsiasi ora, ma la luce cambia tutto: il Facchino in via Lata è quasi sempre in ombra e va guardato da vicino, il Babuino prende il sole solo in certe ore, Madama Lucrezia è addossata a un muro ed è leggibile meglio con luce diffusa che con il sole diretto.
La sosta ai Capitolini va programmata
I Musei Capitolini sono aperti tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura, e restano chiusi il primo maggio e il 25 dicembre; il 24 e il 31 dicembre l’orario è ridotto e termina alle 14. L’indirizzo è piazza del Campidoglio 1. Il museo raccomanda la prenotazione online e invita a controllare la sezione degli avvisi prima di partire, perché possono esserci chiusure straordinarie o variazioni. Chi vuole vedere soltanto Marforio deve sapere che il cortile che lo ospita è dentro il percorso di visita e non è più liberamente accessibile dal 2008: non esiste un biglietto ridotto per la sola statua.
Quanto costa e chi entra gratis
Sul sito ufficiale dei Musei Capitolini il biglietto corrente risulta di 16,50 euro intero e 11 euro ridotto nella formula che comprende anche le mostre in corso, con tariffe diverse per le singole esposizioni temporanee; l’ingresso è gratuito per i bambini sotto i sei anni e ridotto per i cittadini dell’Unione Europea fra i sei e i venticinque anni e sopra i sessantacinque. Dal febbraio 2026 l’ingresso risulta gratuito per i residenti di Roma e della Città metropolitana, previa esibizione di un documento valido. Queste tariffe cambiano al variare delle mostre in cartellone e conviene verificarle sul sito del museo prima di partire, perché una scheda come questa non può garantirne l’aggiornamento in tempo reale.
Con i mezzi pubblici
Il capo del percorso è servito dalla fermata Spagna della metro A, a due passi da via del Babuino; l’altro capo, piazza di Pasquino, non ha una fermata di metropolitana vicina e si raggiunge con gli autobus che percorrono corso Vittorio Emanuele II, oppure a piedi da largo Argentina. Piazza Venezia, a metà del percorso, è uno dei nodi di superficie più serviti della città ed è un buon punto per entrare o uscire dall’itinerario a metà strada. Il tratto fra il Babuino e il Facchino, che è il più lungo, si può accorciare prendendo un autobus lungo il Corso nelle ore in cui il traffico lo consente, ma a piedi si fa in meno di venti minuti ed è più semplice.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo che quasi nessuno colloca al posto giusto è che le pasquinate non furono soltanto la voce del popolo contro il potere: furono spessissimo uno strumento del potere contro se stesso. La lettura romantica, quella del popolano anonimo che di notte sfida il papa, è vera solo in parte e nasce in larga misura nell’Ottocento, quando la satira romana venne riletta in chiave risorgimentale e anticlericale. La realtà documentata è più complicata e, a suo modo, più interessante.
La satira su commissione
Gli stessi rappresentanti del potere che come categoria erano bersaglio abituale di frecciate usarono le pasquinate a fini propagandistici contro avversari scomodi, appoggiandosi a letterati di professione che si prestavano al gioco, presumibilmente dietro compenso: fra i nomi che ricorrono ci sono quelli di Pietro Aretino e di Giambattista Marino. L’occasione più ghiotta era il conclave, quando spargere maldicenze sui concorrenti serviva a costruire o a demolire una candidatura.
La pasquinata più famosa, e la sua attribuzione
La frase latina che tutti citano quando si parla di questo argomento, quella secondo cui ciò che non fecero i barbari lo fecero i Barberini, è probabilmente la pasquinata più celebre di sempre: colpiva papa Urbano VIII e la sua famiglia per gli interventi edilizi condotti a spese dei monumenti antichi, a cominciare dall’asportazione nel 1625 delle travature bronzee del pronao del Pantheon, fuse per il baldacchino di San Pietro e per i cannoni di Castel Sant’Angelo. Va però detto che la sua storia è meno lineare di come viene raccontata: l’autore è stato identificato in monsignor Carlo Castelli, agente del duca di Mantova, e la battuta circolava alla corte papale già prima, attribuita al medico personale di Urbano VIII, Giulio Cesare Mancini, secondo un avviso di Roma datato 20 settembre 1625. Diverse ricerche storiche hanno discusso la fondatezza dell’accusa contenuta nel motto. Insomma: la pasquinata più famosa di Roma è insieme autentica come testo e problematica come documento, ed è un buon promemoria di quanto vada maneggiato con prudenza tutto questo materiale.
La foto giusta da fare a Le statue parlanti di Roma
La foto giusta da fare alle statue parlanti di Roma non è il ritratto frontale di una scultura, che con frammenti erosi come questi restituisce quasi sempre un’immagine povera: è l’inquadratura che tiene dentro la statua e il suo pubblico, cioè il muro, i fogli, la strada. La fotografia che racconta davvero questa storia è quella della bacheca di Pasquino con i cartelli affissi, ripresa di taglio in modo che si veda insieme il torso antico e la carta di oggi.
Pasquino con i cartelli
Ci si mette lateralmente rispetto all’angolo del palazzo, con la statua a sinistra e la bacheca a destra, e si inquadra in verticale includendo anche un pezzo di selciato. Le prime ore del pomeriggio danno luce indiretta e leggibile: il marmo scuro e la carta bianca hanno un contrasto difficile in pieno sole. Ricordo che i testi affissi sono di terzi e cambiano continuamente, quindi se si pubblica la foto conviene evitare primi piani di contenuti offensivi verso persone identificabili.
L’Abate Luigi senza testa
La seconda immagine forte del giro è l’Abate Luigi ripreso dal basso, in modo che sopra il collo mozzato si veda il cielo o la mole di Sant’Andrea della Valle. È una foto che funziona proprio perché l’assenza è il soggetto, e con l’iscrizione della base inclusa nell’inquadratura acquista un doppio senso che nessuna didascalia potrebbe spiegare meglio.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia delle statue parlanti di Roma comincia con il ritrovamento di Pasquino nel 1501 e arriva fino ai restauri del ventunesimo secolo, attraversando cinque secoli di storia cittadina. Non si tratta di eventi accaduti tutti nello stesso luogo, perché le sei statue sono sparse per il centro, ma di una vicenda unica che le lega.
Cinquecento: la nascita e la prima repressione
Nel 1501 Pasquino viene ritrovato e collocato da Oliviero Carafa nell’angolo dove ancora si trova. Intorno al 1510 viene rinvenuto Marforio nell’area del Foro di Augusto. Dal 1509 al 1525 sono documentate le raccolte a stampa degli epigrammi della festa di San Marco. Nel 1523 Adriano VI emana il primo provvedimento contro l’affissione dei fogli. Nel 1571 Pio V concede l’acqua che darà vita alla fontana del Babuino, terminata entro il 1576. Nel 1580 viene scolpito il Facchino. Nel 1588 Sisto V sposta Marforio, che nel 1594 viene restaurato con la ricostruzione di parte del viso, del piede destro e della mano sinistra, e con l’aggiunta della conchiglia che ne fisserà l’identificazione come Oceano. Nel 1570, sotto Pio V, viene giustiziato Niccolò Franco.
Seicento e Settecento: gli spostamenti e l’editto
Nel 1591 papa Gregorio XIV, in fin di vita, si fa trasferire a Palazzo Venezia sperando in un miglioramento che non arriva, e la tradizione attribuisce a Madama Lucrezia il commento sulla morte entrata attraverso i cancelli. A metà Seicento Innocenzo X sposta Marforio nel cortile di Palazzo Nuovo per il cantiere del Campidoglio. Nel 1738 il Babuino viene inserito nella nicchia con i delfini. Fra il 1724 e il 1730 Benedetto XIII emana l’editto che prevede pena di morte, confisca e infamia per gli autori di pasquinate. Nel 1751 Vanvitelli attribuisce erroneamente il Facchino a Michelangelo.
Ottocento: la Repubblica Romana e i traslochi
Nel 1799, durante la Repubblica Romana, il popolo in rivolta rovescia a terra il busto di Madama Lucrezia, e sulle sue spalle compare una scritta che dichiara di non poterne più vedere. Nel 1816 la vasca originaria di Marforio viene trasferita ai piedi dell’obelisco di piazza del Quirinale. Nel 1874 il Facchino viene spostato di lato, su via Lata, per proteggerlo dai danneggiamenti. Nel 1877 il complesso del Babuino viene smembrato per i lavori della rete fognaria. Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, finisce il potere temporale dei papi e la produzione di pasquinate si riduce drasticamente.
Novecento e oggi
Fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento Madama Lucrezia è protagonista del Ballo dei Guitti, una festa popolare del primo maggio in cui al suo collo si appendevano ghirlande di aglio, cipolle e peperoncino. Nel 1924 l’Abate Luigi arriva in piazza Vidoni. Nel 1938, per i preparativi della visita di Hitler a Roma, Pasquino torna a parlare dopo un lunghissimo silenzio, con versi in romanesco che deridono la pomposità vuota degli allestimenti. Nel 1957 il Babuino torna in via del Babuino. Nel 1966 l’Abate Luigi pronuncia la sua ultima battuta documentata, dopo una decapitazione. Nel 2007 viene restaurata la fontana del Babuino, e nel 2015 la statua è oggetto di un nuovo intervento finanziato da un privato. Dal 2008 il cortile di Palazzo Nuovo con Marforio entra nel percorso a pagamento dei Musei Capitolini. Alla fine del 2009 Pasquino, danneggiato da smog e incuria, viene restaurato, e il 10 marzo 2010 è inaugurato insieme a una nuova recinzione con colonnette di travertino. Nel 2013 l’Abate Luigi perde la testa per l’ultima volta e si decide di non ripristinarla.
Chi è passato da Le statue parlanti di Roma
Da queste sei statue è passata, nel senso più letterale, la storia politica di Roma papale: papi, cardinali, letterati di curia, condannati a morte, rivoluzionari e semplici passanti che di notte attaccavano un foglio. È un elenco che comincia con il cardinale che salvò Pasquino e finisce con i romani che ancora oggi scrivono sulla bacheca ai suoi piedi.
Il cardinale e i papi
Oliviero Carafa è all’origine di tutto: fu lui, nel 1501, a salvare il torso e a istituire la festa annuale del 25 aprile. Fra i pontefici, Adriano VI è quello del primo provvedimento e dell’aneddoto del Tevere; Pio V è quello sotto il quale Niccolò Franco finì sulla forca e anche quello che nel 1571 concesse l’acqua per la fontana del Babuino; Sisto V spostò Marforio e tentò invano di liberarsi di Pasquino; Gregorio XIII fece installare il Facchino lungo il Corso; Clemente VIII fu un altro dei papi che ci provarono; Innocenzo X spostò di nuovo Marforio; Urbano VIII fu il bersaglio della pasquinata più celebre di tutte; Benedetto XIII fu quello dell’editto più duro. Una nota curiosa, e non priva di ironia: il papa colpito dal libello per cui Niccolò Franco fu impiccato, Paolo IV, apparteneva alla stessa famiglia Carafa del cardinale che aveva messo Pasquino sul suo piedistallo.
I letterati
Pietro Aretino e Giambattista Marino compaiono nelle fonti come autori di componimenti satirici legati a questo ambiente, scritti su commissione. Niccolò Franco è il caso estremo, pagato con la vita. Giuseppe Gioachino Belli non fu un autore di pasquinate, ma i suoi sonetti in romanesco ne raccolsero l’eredità con mezzi letterari molto più raffinati, al punto che si è detto che abbiano finito per distrarre Pasquino dal suo mestiere.
Domande frequenti su Le statue parlanti di Roma
Quali sono le sei statue parlanti di Roma?
Le sei statue parlanti di Roma sono Pasquino in piazza di Pasquino, Marforio nel cortile di Palazzo Nuovo ai Musei Capitolini, Madama Lucrezia in piazza San Marco, l’Abate Luigi in piazza Vidoni, il Babuino in via del Babuino e il Facchino in via Lata. Cinque sono sculture di epoca romana riemerse fra Quattrocento e Cinquecento; soltanto il Facchino è un’opera cinquecentesca, scolpita nel 1580.
Quanto tempo serve per vedere tutte le statue parlanti di Roma?
Per vedere tutte e sei le statue parlanti di Roma a piedi servono fra un’ora e mezza e due ore, comprese le soste e l’ingresso ai Musei Capitolini per Marforio. Il percorso completo misura circa tre chilometri e mezzo con una cinquantina di minuti di sola camminata. Chi vuole visitare anche il resto dei Musei Capitolini deve aggiungere almeno due ore e valutare di spezzare l’itinerario in due mezze giornate.
Si possono vedere gratis le statue parlanti di Roma?
Cinque delle sei statue parlanti di Roma sono visibili gratuitamente per strada a qualsiasi ora: Pasquino, Madama Lucrezia, l’Abate Luigi, il Babuino e il Facchino stanno tutte su suolo pubblico e non hanno recinzioni chiuse né orari. L’unica eccezione è Marforio, che dal 2008 si trova all’interno del percorso di visita dei Musei Capitolini e richiede quindi il biglietto del museo.
Quanto costa il biglietto dei Musei Capitolini per vedere Marforio?
Per vedere Marforio serve il biglietto ordinario dei Musei Capitolini, perché non esiste una tariffa ridotta per la sola statua: sul sito ufficiale la tariffa corrente risulta di 16,50 euro intero e 11 euro ridotto nella formula comprensiva delle mostre in corso, gratuita per i bambini sotto i sei anni e, dal febbraio 2026, per i residenti di Roma e della Città metropolitana con documento. Le tariffe variano con le mostre in cartellone e vanno verificate sul sito del museo.
Perché si chiamano pasquinate?
Si chiamano pasquinate dal nome di Pasquino, la prima e più famosa delle statue parlanti di Roma, sulla quale l’abitudine di affiggere cartelli satirici anonimi cominciò all’inizio del Cinquecento. Il termine si estese poi ai fogli appesi a tutte le altre statue ed è entrato nella lingua italiana con il significato di satira pungente e anonima contro un personaggio pubblico. Esistevano anche i termini babuinate e facchinate, oggi in disuso.
Si affiggono ancora oggi le pasquinate su Pasquino?
Sì, su Pasquino si affiggono cartelli ancora oggi ed è l’unica delle sei statue parlanti di Roma su cui la pratica non si sia mai interrotta del tutto. Da alcuni anni, però, non è più consentito attaccarli direttamente sulla statua o sul suo basamento, per ragioni di conservazione del marmo: per lo scopo è stata predisposta una bacheca ai piedi del monumento, dove il contenuto cambia di continuo.
Come funzionava il dialogo fra Pasquino e Marforio?
Il dialogo fra Pasquino e Marforio funzionava come un botta e risposta a distanza: su una delle due statue compariva di notte un foglio con una domanda, sull’altra, dall’altra parte del centro, la risposta che trasformava la domanda in un’accusa. Nessuno poteva leggere le due parti insieme, ma nel giro di una mattinata la battuta completa circolava a passaparola per tutta la città, senza che nessuno l’avesse firmata.
Perché l’Abate Luigi non ha la testa?
L’Abate Luigi non ha la testa perché la statua è stata decapitata più volte da atti vandalici e, dopo l’ultimo furto del 2013, si è deciso di non ripristinarla. Già negli anni Settanta del Novecento la Soprintendenza archeologica di Roma aveva realizzato un calco della testa da usare per i ripristini, il che significa che per decenni la statua ha esibito una copia e non l’originale.
Le statue parlanti di Roma sono accessibili a chi ha difficoltà motorie?
Cinque delle sei statue parlanti di Roma si trovano su marciapiedi o piazze del centro storico e sono avvicinabili senza barriere architettoniche particolari, con il limite dei selciati in sampietrini e di alcuni marciapiedi stretti. La tappa critica è Marforio, che richiede di raggiungere la piazza del Campidoglio e di entrare nei Musei Capitolini: per le modalità di accesso agevolato conviene contattare il museo prima della visita.
Chi arriva a Roma per pochi giorni tende a costruire l’itinerario attorno ai grandi nomi, e un giro come questo sembra un lusso da secondo viaggio. È il contrario: le sei statue parlanti si trovano tutte lungo percorsi che si finisce comunque per fare, fra piazza di Spagna, il Corso, piazza Venezia, il Campidoglio e piazza Navona, e inserirle costa pochi minuti di deviazione ciascuna. Il valore dell’itinerario non è nelle sculture prese una per una, che sono frammenti modesti, ma nel filo che le unisce: una città che per tre secoli e mezzo ha avuto un sistema di parola pubblica fatto di carta, colla e buio.
Chi organizza un itinerario più ampio nel centro storico, mettendo in fila queste sei soste con le piazze e i musei che incontra lungo la strada, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
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