Via del Babuino
Via del Babuino è la strada che collega piazza del Popolo a piazza di Spagna e forma il braccio orientale del Tridente, il ventaglio di tre strade che dal Cinquecento organizza l’ingresso settentrionale di Roma. Si trova nel rione Campo Marzio, misura poco meno di seicento metri ed è percorribile a piedi in dieci minuti buoni, quindici se ci si ferma davvero a guardare qualcosa. Non si paga nulla per percorrerla, non ha orari, non ha cancelli: è una strada pubblica, aperta ventiquattro ore su ventiquattro, e questa è la prima cosa da dire a chi arriva a Roma con un elenco di biglietti da prenotare. Le due stazioni della Metro A che la servono sono Flaminio, che sbuca fuori porta del Popolo, e Spagna, che sbuca all’altra estremità: significa che si può entrare da un capo e uscire dall’altro senza mai rifare la stessa strada. Il nome viene da una statua antica di Sileno, collocata su una fontana pubblica nel 1571, che i romani del rione giudicarono così brutta da ribattezzarla babbuino; il soprannome ha scavalcato i nomi ufficiali della via e li ha sostituiti tutti. Prima di chiamarsi così la strada è stata via dell’Orto di Napoli, via del Cavalletto, via Clementina e via Paolina, e ognuno di questi nomi corrisponde a un pezzo di storia urbanistica che vale la pena raccontare per intero. Chi cammina qui attraversa anche una delle sei statue parlanti di Roma, una chiesa greca del Cinquecento, una chiesa anglicana neogotica inglese e un reticolo di vicoli che porta dritto a Piazza del Popolo da un lato e a Piazza di Spagna dall’altro, con Via del Corso che corre parallela a poche decine di metri.
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✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

Dove si trova Via del Babuino e come ci si arriva davvero
Via del Babuino corre in diagonale nel rione Campo Marzio, il quarto rione di Roma, e unisce due delle piazze più frequentate della città. Da piazza del Popolo scende verso sud est fino a sbucare in piazza di Spagna, quasi ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti. Chi guarda una mappa vede subito la logica del Tridente: tre strade che partono dallo stesso punto, sotto l’obelisco flaminio, e si aprono a ventaglio. Quella di sinistra è Via del Babuino e porta verso il Pincio e la scalinata; quella centrale è Via del Corso e punta dritta su piazza Venezia; quella di destra è via di Ripetta e scende verso il Tevere, il Mausoleo di Augusto e l’Ara Pacis.
La percorrenza a piedi è la sola che abbia senso: circa seicento metri in leggerissima salita da piazza del Popolo verso piazza di Spagna, una pendenza che nessuno nota camminando. Il fondo è in sanpietrini nella parte carrabile e in lastre di travertino sui marciapiedi, in alcuni tratti così stretti da costringere a camminare in fila indiana quando la via è affollata.
In metropolitana: le stazioni Flaminio e Spagna della Linea A
La Linea A della metropolitana di Roma, quella arancione, serve Via del Babuino da entrambe le estremità e questa è la ragione per cui risulta una delle strade più comode del centro storico. La stazione Flaminio si trova appena fuori porta del Popolo, sul lato settentrionale della piazza: si esce, si attraversa la porta ed è già l’imbocco della via. La stazione Spagna si trova all’estremità opposta, con uscite su piazza di Spagna e un lungo corridoio mobile che risale verso Villa Borghese. Scendere a una e risalire dall’altra è la mossa più semplice che esista per visitare la strada senza tornare sui propri passi.
La Linea A collega Battistini a Anagnina e tocca quasi tutti i punti che un visitatore cerca: Ottaviano per San Pietro e i Musei Vaticani, Flaminio, Spagna, Barberini per la Fontana di Trevi, Repubblica, Termini, San Giovanni. La frequenza nelle ore di punta è di pochi minuti; gli orari di apertura e chiusura cambiano fra feriali e fine settimana e vanno verificati sul sito dell’azienda di trasporto prima di programmare una risalita serale.
In autobus e in tram
La parte centrale della via non è servita da linee di superficie, perché il traffico privato vi è fortemente limitato. Le linee utili si fermano ai due capi: piazzale Flaminio è un nodo importante, con il capolinea del tram 2 e diverse linee di autobus sul lungotevere e su viale del Muro Torto; dall’altro lato la zona di piazza di Spagna e via del Tritone è servita da molte linee che convergono su largo Chigi. Chi arriva da Termini ha comunque nella metropolitana la soluzione più rapida.
In auto: perché è la scelta peggiore
Via del Babuino ricade nella Zona a Traffico Limitato del centro storico, con varchi elettronici attivi negli orari stabiliti dal Comune. Entrare senza autorizzazione significa una sanzione per ogni varco attraversato, e i varchi sono molti. Anche riuscendo a entrare, il parcheggio in superficie nel Tridente è praticamente inesistente e quello in struttura è caro. Il parcheggio interrato del Villa Borghese, sotto il Pincio, è la soluzione classica per chi arriva in auto dal Muro Torto: si lascia la macchina lì, si scende a piedi attraverso i giardini e si arriva in piazza del Popolo in dieci minuti di discesa panoramica. È una soluzione che funziona anche per famiglie con bambini piccoli, perché il percorso di discesa dal Pincio è tutto pedonale.
Accesso, orari e costi
Qui vale la pena essere espliciti, perché è la domanda che ricevo più spesso: Via del Babuino non ha biglietto, non ha orario, non ha prenotazione. È una strada pubblica urbana e si percorre liberamente in qualunque momento del giorno e della notte. La fontana del Babuino è visibile dalla strada senza alcuna barriera se non l’inferriata di protezione installata nel 2007. Le chiese che si affacciano sulla via hanno invece orari propri e vanno rispettati: sono luoghi di culto attivi, non monumenti visitabili a piacimento. La strada risulta accessibile anche a chi ha difficoltà motorie, con la sola avvertenza dei marciapiedi stretti e del fondo in sanpietrini nella carreggiata, che per una sedia a rotelle è scomodo; conviene tenersi sui marciapiedi lastricati e usare gli attraversamenti segnalati.
Che cosa è davvero Via del Babuino: un asse del Tridente, non una semplice strada
Per capire Via del Babuino bisogna capire il Tridente, perché la via non è nata da sola e non ha senso da sola. Nel Cinquecento chi arrivava a Roma da nord, e cioè quasi tutti i pellegrini che scendevano dall’Europa continentale lungo la via Flaminia, entrava in città da porta del Popolo. Si trovava davanti uno spazio informe e, oltre quello spazio, un tessuto urbano medievale fatto di vicoli. Il progetto che i papi del Rinascimento portarono avanti per oltre un secolo consistette nel trasformare quell’ingresso in una macchina scenografica: una piazza regolare, un obelisco al centro come punto di fuga, e tre strade rettilinee che da quella piazza si aprivano a ventaglio verso tre direzioni diverse della città.
Via del Babuino è il braccio orientale di quel ventaglio. Il braccio occidentale è via di Ripetta, che scende verso il porto fluviale omonimo, verso il Mausoleo di Augusto e verso l’Ara Pacis. Il braccio centrale è Via del Corso, l’antica via Lata, che attraversa tutto il Campo Marzio fino a piazza Venezia. Le tre strade hanno funzioni diverse e caratteri diversi, e questa differenza è ancora percepibile oggi camminandole di seguito nella stessa mattinata: il Corso è commerciale e rumoroso, Ripetta è più quieta e domestica, il Babuino è la più elegante e la meno affollata delle tre.
I nomi che la via ha avuto prima
La strada esisteva già nel XIV secolo, prima che il Tridente venisse concepito, e portava due denominazioni: via dell’Orto di Napoli e via del Cavalletto. Erano nomi da tessuto urbano minore, legati a proprietà e a luoghi locali, del tipo che Roma produceva a decine in ogni rione. Nel 1525 papa Clemente VII fece eseguire lavori che rettificarono e riqualificarono il percorso, e la via prese il nome di via Clementina in onore del pontefice che l’aveva voluta. Fu il primo salto di scala: da vicolo di servizio a strada di progetto.
Il secondo salto arrivò nel 1540, quando papa Paolo III vi mise mano a sua volta e la via divenne via Paolina. In questa fase la strada è documentata anche come Trifaria, un nome che allude proprio alla sua appartenenza al sistema delle tre vie del Tridente. Il fatto che due papi in quindici anni abbiano voluto lasciare il proprio nome su questa strada dice quanto contasse nel disegno urbano della Roma rinascimentale: non era una strada qualsiasi, era una delle porte di accesso cerimoniali alla città.
Come il soprannome ha vinto sui nomi ufficiali
Poi arrivò il 1571 e con esso la fontana, la statua di Sileno e il soprannome popolare. Il meccanismo è tipicamente romano: il nome deciso dall’autorità viene sostituito da quello che la gente usa davvero, e dopo qualche decennio finisce sulle mappe. Il caso del Babuino è particolarmente netto perché il soprannome è apertamente irriverente e ha cancellato due nomi papali: chi oggi cerca via Paolina su una mappa di Roma non la trova.
Il carattere della via oggi
Il carattere attuale discende da questa storia. È una strada di palazzi signorili sette e ottocenteschi, con androni profondi, cortili interni e piani nobili alti, e una sequenza di facciate più regolare e severa di quella del Corso. Il piano terra ospita da due secoli attività legate al mercato dell’arte e dell’antiquariato, con vetrine profonde, insegne discrete e molte gallerie private. Il rumore è più basso che sul Corso e la gente si ferma di meno: è una strada da percorrere guardando in alto, non in basso.
Una cosa che spesso sfugge: Via del Babuino non è pedonale in senso stretto. La carreggiata esiste, i mezzi autorizzati e i taxi passano, i marciapiedi sono stretti. Chi arriva convinto di trovare un’isola pedonale rimane spiazzato: conviene guardare prima di attraversare, soprattutto i motorini.
La fontana del Babuino: che cosa si vede e dove si trova oggi
La fontana dà il nome alla via e ha una storia molto più movimentata di quanto la sua apparenza modesta lasci immaginare. Nel 1571 papa Pio V concesse ad Alessandro Grandi, nobile romano, alcune once d’acqua del nuovo acquedotto Vergine, a condizione che ne derivasse una fontana a uso pubblico in onore del pontefice. Grandi la fece costruire e il complesso risulta completato entro il 1576: munificenza privata con finalità pubblica, il modello che a Roma ha prodotto decine di fontane rionali.
Come elemento decorativo della fontana venne collocata una scultura antica raffigurante un sileno giacente su una base rocciosa. I sileni, nella mitologia greca, sono divinità legate ai boschi, alle sorgenti e al corteo di Dioniso; rappresentarli distesi accanto a un getto d’acqua era una scelta iconografica coerente, colta e del tutto ordinaria per il gusto del tardo Cinquecento romano. L’autore della scultura rimane sconosciuto. Il pubblico del rione, però, non lesse la scultura come lo aveva pensata chi la collocò.
Perché Sileno diventò un babbuino
La statua era e resta consunta, corrosa, dai tratti irregolari. Il volto barbuto e schiacciato, il corpo tozzo appoggiato alla roccia, la posizione contorta: agli occhi dei romani del rione la figura non evocava una divinità silvestre ma una scimmia. Il giudizio fu implacabile e immediato. La statua venne chiamata er babbuino, e da lì il nome passò alla fontana, e dalla fontana alla strada intera, cancellando via Paolina. È uno dei casi più chiari in cui il giudizio estetico popolare ha riscritto la toponomastica di una capitale.
Chi arriva aspettandosi un capolavoro rimane deluso, e la delusione fa parte dell’esperienza. La fontana non compete con la Fontana della Barcaccia, a poche centinaia di metri in piazza di Spagna, né con nulla di quanto il barocco romano produrrà nel secolo successivo. Va guardata per quello che è: un frammento antico riusato, una concessione d’acqua cinquecentesca e il testimone di un modo di prendere in giro il potere.
Gli spostamenti: una statua che ha cambiato posto più volte
La collocazione attuale non è quella originaria, e questa è la parte della storia che quasi nessuno racconta davanti alla fontana. Nel 1738 il complesso venne riorganizzato: la statua fu inserita in una nicchia architettonica, dotata di lesene e di delfini decorativi, secondo il gusto settecentesco che tendeva a incorniciare gli elementi antichi dentro strutture nuove. Quella nicchia esiste ancora e si trova al civico 49a di Via del Babuino: è una cosa che si può cercare camminando, e trovarla dà una soddisfazione sproporzionata rispetto alla fatica.
Nel 1877 arrivò il momento peggiore. I lavori per la rete fognaria della Roma capitale, cantieri che in quegli anni sventrarono e riorganizzarono mezzo centro storico, portarono allo smembramento dell’intero complesso. La statua finì nel cortile di palazzo Boncompagni Cerasi, dove rimase per ottant’anni, fuori dalla vista del pubblico e di fatto dimenticata da chi percorreva la strada che da lei prendeva il nome. Un intero ricambio generazionale di romani è cresciuto su una via chiamata del Babuino senza mai avere visto il babuino.
Il recupero avvenne nel 1957: la statua fu riportata in Via del Babuino e ricollocata presso la chiesa di Sant’Atanasio dei Greci, circondata dalla vasca recuperata. È la sistemazione che si vede oggi. Nel 2007 un ulteriore intervento di restauro ha aggiunto una inferriata di protezione, resa necessaria dagli atti vandalici e dalle scritte che nei decenni precedenti avevano coperto ripetutamente il muro e la vasca. L’inferriata cambia il modo di fotografare la fontana e va messa in conto: non è possibile avvicinarsi quanto si vorrebbe.
Come trovarla senza girare a vuoto
Chi percorre Via del Babuino da piazza del Popolo verso piazza di Spagna trova la fontana sul lato sinistro, accanto alla facciata a due campanili della chiesa di Sant’Atanasio, a poco più di metà strada. Il punto è riconoscibile perché la chiesa greca rompe la sequenza delle facciate civili con due campaniletti coperti da cupolette che non assomigliano a nulla altro sulla via. Chi arriva invece da piazza di Spagna la trova sulla destra, poco dopo avere superato la mole neogotica della chiesa anglicana. In entrambi i casi il consiglio è alzare gli occhi ai campanili: la fontana è lì sotto, bassa, addossata al muro, e da lontano non si vede affatto.

Una curiosità su Via del Babuino
La curiosità riguarda il fatto che il Babuino non è soltanto una statua: è una delle sei statue parlanti di Roma. Le statue parlanti sono sculture antiche o antichizzanti su cui, a partire dal XVI secolo, i romani presero l’abitudine di affiggere di notte messaggi anonimi contenenti critiche, epigrammi e componimenti satirici contro i governanti, i cardinali, i papi e i personaggi pubblici in generale. Era l’unico modo sicuro di dire pubblicamente ciò che si pensava in una città dove il potere temporale e quello spirituale coincidevano e dove la censura era un fatto quotidiano.
Le sei statue parlanti sono Pasquino, che si trova nella piazza omonima vicino a Piazza Navona ed è la più celebre; Madama Lucrezia, un busto colossale in piazza San Marco, l’unica figura femminile del gruppo; Marforio, oggi conservato ai Musei Capitolini; la Fontana del Facchino in via Lata; l’Abate Luigi in piazza Vidoni; e appunto la Fontana del Babuino. Dal nome di Pasquino deriva il termine pasquinata, che è entrato nella lingua italiana e indica ancora oggi uno scritto satirico anonimo.
Le babuinate
I testi affissi sul Babuino presero il nome di babuinate, per analogia con le pasquinate. La differenza fra le due statue era di tono e di pubblico: Pasquino, che si trova in un punto di passaggio commerciale e vicino ai palazzi del potere, raccoglieva la satira più politica e più tagliente; il Babuino, in una strada di case signorili e di botteghe, raccoglieva una satira più rionale, più legata alle vicende locali e ai personaggi del quartiere. Spesso le due statue si rispondevano: un testo affisso su Pasquino riceveva una replica affissa sul Babuino, e la città leggeva il dialogo passando dall’una all’altra.
Qui devo essere preciso su una cosa, perché è il punto in cui le guide e i siti turistici tendono a inventare. Circolano in rete moltissime pasquinate e babuinate attribuite con data e autore, e la maggior parte di queste attribuzioni non regge a una verifica seria: erano testi anonimi, scritti per non essere ricondotti a nessuno, affissi di notte e rimossi la mattina. La tradizione ne ha tramandati alcuni, spesso in versioni divergenti fra loro, e la filologia su questo materiale è complicata. Preferisco raccontare il meccanismo, che è documentato, piuttosto che citare versi con una precisione che non possiedono.
Il muro che continua a parlare
La cosa notevole è che la funzione non si è mai davvero interrotta. Per gran parte del Novecento e fino ai primi anni Duemila il muro accanto alla fontana del Babuino è rimasto una superficie su cui i romani scrivevano, con la vernice invece che con la carta: slogan politici, dichiarazioni, insulti, firme. Il fenomeno era talmente radicato che il muro era conosciuto come uno dei punti di scrittura murale più densi del centro storico. Il restauro del 2007 e l’inferriata hanno chiuso quella stagione, e oggi il muro si presenta pulito; ma la statua conserva il ruolo simbolico e in occasioni particolari qualcuno vi torna ad affiggere testi.
Il percorso completo delle sei statue parlanti si costruisce in mezza giornata a piedi: dal Babuino si scende al Facchino in via Lata, si prosegue a piazza Vidoni per l’Abate Luigi, si arriva a Pasquino dietro piazza Navona, si torna a piazza San Marco per Madama Lucrezia e si chiude al Campidoglio con Marforio. È un itinerario che dà un filo conduttore a una passeggiata che altrimenti sarebbe un elenco di tappe scollegate.
I palazzi e le chiese di Via del Babuino
La via si legge bene in sequenza, scendendo da piazza del Popolo verso piazza di Spagna. Il fronte edilizio è composto in prevalenza da palazzi dei secoli XVII, XVIII e XIX, alcuni dei quali costruiti o rimaneggiati nell’Ottocento quando la zona divenne il quartiere preferito dalla comunità straniera residente a Roma. Non tutti hanno un interesse monumentale, ma la sequenza nel suo insieme restituisce un’idea precisa di come si costruiva in una strada di rappresentanza a Roma fra Sei e Ottocento.
La sequenza degli edifici
Percorrendo la via da nord verso sud si incontrano Palazzo Nainer, del XIX secolo; il palazzo che ospita uno storico albergo di lusso all’imbocco della via, anch’esso del XIX secolo; Palazzo Emiliani, del 1879; Palazzo Boncompagni Sterbini, del XVIII secolo; la chiesa anglicana di All Saints; Palazzo Boncompagni Cerasi, del XVII secolo, quello nel cui cortile la statua del Babuino rimase esiliata dal 1877 al 1957; la chiesa di Sant’Atanasio con la fontana del Babuino accanto; il Pontificio Collegio Greco, del XVIII secolo; Palazzo Valadier, del XVIII secolo; il Palazzetto Raffaelli, del XVIII secolo; Palazzo Saulini, del XVIII secolo; e Palazzo Righetti, del XIX secolo.
Questo elenco va preso come una traccia di lettura, non come una scheda catastale: le datazioni tradizionali di alcuni di questi palazzi sono approssimative e in più di un caso indicano la fase di rifacimento delle facciate piuttosto che la costruzione originaria. La cosa utile per chi cammina è un’altra: guardare i portoni. I portoni di Via del Babuino sono spesso aperti durante il giorno e lasciano intravedere cortili interni, scale, a volte giardini pensili. È il modo migliore di capire la profondità di questi isolati, che dalla strada sembrano sottili e invece arrivano fino a via Margutta.
La chiesa di Sant’Atanasio dei Greci
La chiesa accanto alla fontana è il monumento più importante della via e quasi nessuno la guarda. La sua storia comincia nel 1573, quando papa Gregorio XIII istituì la Congregazione dei Greci; il collegio destinato alla formazione del clero di rito greco venne approvato nel 1577. La prima pietra della chiesa fu posata nel 1580 dal cardinale Giulio Antonio Santoro, e l’edificio risulta già terminato nel 1583, quando il pontefice stesso vi celebrò la prima messa di rito greco. La direzione dei lavori fu di Giacomo Della Porta, mentre la facciata venne completata da Martino Longhi il Vecchio.
La facciata si presenta divisa in due ordini da un cornicione in marmo, con il portale e le nicchie nella parte inferiore, opera di Della Porta, e con un grande finestrone e iscrizioni in greco e in latino nella parte superiore, dovuti a Longhi. I due campanili coperti da cupolette sono l’elemento che rende la chiesa immediatamente riconoscibile in una strada altrimenti fatta di facciate civili piatte. C’è poi un dettaglio che vale la pena cercare: l’orologio donato da papa Clemente XIV nel 1771, collocato sopra il campanile di sinistra e orientato in modo inconsueto verso il palazzo del Collegio invece che verso la strada. Serviva ai collegiali, non ai passanti, e questa scelta dice tutto sul rapporto fra l’istituzione e la via.
La chiesa serve tuttora una comunità cattolica di rito bizantino. Chi entra deve tenere presente che la liturgia celebrata è greco cattolica, con iconostasi e canto proprio, e che gli orari di apertura sono limitati e legati alle funzioni. Non è un museo e non ha personale di accoglienza turistica. Chi capita davanti alla porta aperta durante una celebrazione può entrare in silenzio e restare in fondo, che è quanto si fa in qualunque luogo di culto attivo.
La chiesa anglicana di All Saints
Poco più avanti, all’incrocio con via Gesù e Maria, si alza qualcosa che a Roma non assomiglia a nient’altro: una chiesa neogotica inglese, con un campanile a cuspide che supera i quaranta metri. È la chiesa anglicana di All Saints, cioè di Ognissanti, costruita per la nutrita comunità britannica che dall’Ottocento risiedeva stabilmente nel quartiere fra piazza di Spagna e piazza del Popolo. Il progetto è di George Edmund Street, uno dei maggiori architetti del Gothic Revival inglese, affiancato dal figlio Arthur Edmund Street e con la collaborazione dell’italiano Pio Barucci.
La costruzione si svolse fra il 1880 e il 1887: la prima pietra venne posata il 9 aprile 1882 e la chiesa aprì al culto il 10 aprile 1887. Il campanile, ottagonale all’esterno e circolare all’interno, venne completato molto più tardi, nel 1937, e raggiunge un’altezza di 42,7 metri con una cuspide in travertino a base ottagonale. Lo stile è un neogotico severo, di ispirazione marcatamente inglese, in aperto contrasto con l’architettura romana circostante; questo contrasto è esattamente il punto, perché la comunità che la volle intendeva affermare la propria identità in una città cattolica.
Vale la pena osservare la chiesa da una certa distanza, perché la via è troppo stretta per contenerla nello sguardo. Il punto migliore si trova qualche decina di metri più in su, dal lato opposto, dove la prospettiva permette di vedere insieme la cuspide e la facciata. La chiesa è tuttora officiata e ospita anche concerti; gli orari sono pubblicati sul portone e vanno verificati sul posto.
Una cosa che non ti dice nessuno su Via del Babuino
La cosa che non viene quasi mai detta è che Via del Babuino ha un doppio fondo, e questo doppio fondo si chiama via Margutta. Via Margutta corre parallela a Via del Babuino, sul lato verso il Pincio, e non è nata come una strada autonoma: nacque come strada di servizio, cioè come retro dei palazzi di Via del Babuino. Le stalle, i magazzini, gli alloggi della servitù, i depositi, le botteghe artigiane di supporto: tutto questo affacciava su Margutta mentre le facciate di rappresentanza guardavano sul Babuino.
Questa origine servile ha prodotto nei secoli un effetto paradossale. Gli spazi di Margutta erano bassi, ampi, poco costosi e spesso dotati di grandi aperture verso nord, cioè con la luce che i pittori cercano perché non cambia nel corso della giornata. Dalla fine del Settecento in avanti quegli spazi cominciarono a essere affittati come studi d’artista, prima agli stranieri che scendevano a Roma per il Grand Tour e poi agli artisti italiani. Via Margutta diventò, nell’arco di un paio di secoli, una delle strade di artisti più note d’Europa, e nel Novecento ha ospitato studi, gallerie e case di pittori, scultori, registi e scenografi.
Perché questo cambia il modo di visitare
La conseguenza pratica è che chi percorre soltanto Via del Babuino vede metà del sistema. I due assi sono collegati da una serie di passaggi, vicoli e androni: via Alibert, vicolo dell’Orto di Napoli, che conserva nel nome uno dei due toponimi trecenteschi della via principale, e diversi altri raccordi. Il modo corretto di camminare questa zona è a zig zag: si scende un tratto sul Babuino, si taglia su Margutta, si risale un pezzo, si torna indietro. Il tempo raddoppia e la comprensione del quartiere si moltiplica.
C’è poi una differenza di atmosfera che nessuna descrizione rende. Via del Babuino è una strada di passaggio, con flusso continuo e rumore costante; via Margutta, che pure si trova a cinquanta metri, è quieta, con edera sulle facciate, cortili visibili dalla strada e fontane minori. Il salto di temperatura acustica fra le due è immediato e sorprende chiunque lo provi per la prima volta. Chi ha poco tempo e deve scegliere una sola delle due per una passeggiata lenta faccia Margutta; chi vuole capire il Tridente faccia il Babuino.
I cortili e i passaggi fra Via del Babuino e via Margutta
Esiste un ulteriore livello, ancora meno frequentato, e sono i cortili interni. Molti palazzi della via conservano cortili con logge, pozzi, frammenti antichi murati nelle pareti e scale monumentali. Non sono aperti al pubblico e non esiste un percorso organizzato per visitarli, ma i portoni restano spesso socchiusi durante le ore di ufficio, e da lì si vede abbastanza. Il palazzo Boncompagni Cerasi, quello che ospitò la statua del Babuino per ottant’anni, è il caso più suggestivo: immaginare un sileno antico abbandonato in un cortile privato mentre fuori la strada continuava a portarne il nome è il genere di cortocircuito che rende Roma una città difficile da riassumere.
Il consiglio che ti do per visitare Via del Babuino
Il consiglio è uno e preciso: percorrerla in discesa, da piazza di Spagna verso piazza del Popolo, e farlo la mattina presto. Le ragioni sono tre e vale la pena spiegarle tutte.
La prima è la luce. Via del Babuino ha un orientamento tale che nelle prime ore del mattino il sole entra radente da sud est e illumina le facciate del lato occidentale, lasciando l’altro lato in ombra profonda. È la condizione migliore per vedere i rilievi, le cornici, i balconi e i portali, che nelle ore centrali si appiattiscono in una luce uniforme e senza carattere. Chi arriva a mezzogiorno vede una strada grigia; chi arriva alle otto vede una strada scolpita.
La seconda è la folla. Piazza di Spagna dalle dieci in poi è uno dei punti più affollati d’Europa e il flusso si scarica sulle strade adiacenti. Alle otto la scalinata è quasi vuota e il Babuino è percorribile senza scansare nessuno; alle sei del pomeriggio la stessa strada richiede il triplo del tempo.
La terza è la discesa. Da piazza di Spagna a piazza del Popolo si cammina in leggerissima discesa, e per quanto la pendenza sia minima, su seicento metri di sanpietrini alla fine di una giornata di visite si sente. E soprattutto il finale è migliore: si sbuca in piazza del Popolo, che è uno degli spazi urbani più riusciti di Roma, e da lì si può salire al Pincio per il tramonto oppure entrare in Santa Maria del Popolo, che ospita due Caravaggio nella cappella Cerasi e la cappella Chigi progettata da Raffaello. Chiudere una passeggiata così è meglio che cominciarla.
Quanto tempo mettere in conto
Per la sola strada, camminandola senza fermarsi, bastano dieci minuti. Per farla bene, con le due chiese, la fontana, la ricerca della nicchia settecentesca al civico 49a e una deviazione su via Margutta, servono da un’ora e mezza a due ore. Inserita in una giornata più ampia, Via del Babuino funziona come collegamento fra il blocco di piazza di Spagna, cioè Barcaccia, scalinata, Trinità dei Monti, e il blocco di piazza del Popolo, cioè le tre chiese, l’obelisco e la salita al Pincio. È un collegamento che invece di far perdere tempo ne fa guadagnare, perché sostituisce una tratta di metropolitana con una passeggiata che è essa stessa una visita.
Che cosa evitare
Evitate di percorrerla di corsa fra due appuntamenti, perché è il genere di strada che non restituisce nulla a chi la attraversa distratto. Evitate il sabato pomeriggio, quando fermarsi davanti alla fontana significa intralciare qualcuno. Evitate di ridurla a una tappa di shopping: significherebbe perdere seicento metri di storia urbana per guardare insegne. E evitate di aspettarvi che la fontana sia spettacolare, perché non lo è, e questo è il suo interesse.
Accessibilità e famiglie
La strada risulta percorribile con passeggini e sedie a rotelle, con l’avvertenza già detta dei marciapiedi stretti e del fondo irregolare. Le stazioni della metropolitana ai due capi hanno situazioni diverse quanto ad ascensori e vanno verificate in anticipo da chi ne ha bisogno. Per i bambini il gancio narrativo funziona benissimo: raccontare che la strada porta il nome di una statua considerata brutta come una scimmia, e che quella statua per ottant’anni è stata chiusa in un cortile, trasforma una passeggiata fra palazzi in una caccia al tesoro. La ricerca della nicchia con i delfini al civico 49a è il compito che di solito li tiene concentrati fino in fondo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è il gemellaggio. Il 16 ottobre 2002 venne sancito un gemellaggio ufficiale fra Via del Babuino e Madison Avenue a New York, e una targa lo ricorda sulla via. È un fatto che compare in ogni scheda sulla strada e che praticamente nessuno si ferma a spiegare, il che è un peccato, perché dice parecchio su come Roma ha scelto di rappresentarsi negli ultimi decenni.
Un gemellaggio fra strade, e non fra città, è un istituto insolito. Serve a mettere in relazione due assi urbani che si riconoscono un’affinità di funzione: in questo caso il commercio di alta gamma, le gallerie d’arte e il mercato dell’antiquariato. Madison Avenue, nel tratto dell’Upper East Side, ha una storia analoga di trasformazione da strada residenziale a corridoio di gallerie e di negozi di lusso, e la scelta di legarla al Babuino invece che a via dei Condotti dice che nel 2002 l’identità che Via del Babuino rivendicava era quella artistica e antiquaria, non quella della moda.
Perché la cosa merita più attenzione
La targa si legge in pochi secondi e viene fotografata da pochissimi, però misura una trasformazione. Fino agli anni Cinquanta e Sessanta la via era conosciuta soprattutto per gli antiquari e per i laboratori di restauro, con un ecosistema di artigiani che serviva il mercato dell’arte e aveva la propria base logistica su via Margutta. Nei decenni successivi quel tessuto si è assottigliato, sostituito da insegne internazionali: il gemellaggio del 2002 arriva quando la sostituzione era già avanzata e sembra un tentativo di fissare per iscritto un’identità che il mercato stava cambiando.
C’è un secondo fatto altrettanto noto e altrettanto poco approfondito, e riguarda il Café Notegen. Nel corso del XX secolo questo locale storico di Via del Babuino attirò un gran numero di intellettuali, molti dei quali ne divennero clienti abituali: fra i nomi ricordati dalla tradizione ci sono Vincenzo Cardarelli, Gabriele D’Annunzio e Federico Fellini. Il Notegen apparteneva a una geografia precisa della Roma letteraria e cinematografica, quella dei caffè che funzionavano da redazione informale, da ufficio e da luogo di incontro fra chi scriveva, chi disegnava e chi produceva. Era un sistema che teneva insieme via Veneto, piazza del Popolo e il Babuino, e di cui oggi resta pochissimo.
Su questo punto voglio essere onesto riguardo ai limiti della documentazione: la frequentazione di questi personaggi è tramandata dalla memoria locale e dalla pubblicistica, e le date precise delle loro presenze non sono ricostruibili con la certezza che sarebbe necessaria per elencarle una per una. Il quadro generale regge, i singoli episodi vanno presi come tradizione e non come cronaca verificata.
La foto giusta da fare a Via del Babuino
La foto giusta non è la fontana. La fontana del Babuino è bassa, addossata al muro, protetta da un’inferriata e in ombra per gran parte della giornata: fotografarla bene richiede pazienza e non produce comunque un’immagine memorabile. La foto giusta è un’altra e si costruisce in tre varianti, a seconda di quanto tempo si ha.
La prima variante: il Tridente dall’alto
La foto che spiega Via del Babuino meglio di qualunque altra si scatta dalla terrazza del Pincio, affacciandosi su piazza del Popolo. Da lì si vedono contemporaneamente l’obelisco al centro della piazza, le due chiese gemelle che fanno da quinte e le tre strade del Tridente che si aprono a ventaglio: Via del Babuino a sinistra, Via del Corso al centro, via di Ripetta a destra. È una fotografia che nessuna descrizione a parole sostituisce, perché rende evidente in un colpo solo l’intero progetto urbanistico. Si sale al Pincio dalle rampe del Valadier sul lato orientale della piazza, in cinque minuti di salita pedonale. L’ora migliore è il tardo pomeriggio, quando il sole è alle spalle e illumina le facciate; il tramonto è il momento più bello e anche il più affollato.
La seconda variante: la prospettiva della via
Dentro la strada, la fotografia che funziona è quella della prospettiva lunga. Ci si mette al centro della carreggiata in un momento in cui non passano mezzi, di solito la mattina molto presto, e si inquadra la fuga delle facciate verso l’altro capo. Il risultato mostra la regolarità del fronte edilizio, la ripetizione dei balconi e, sullo sfondo, l’apertura luminosa della piazza. Se si guarda verso piazza di Spagna si intravede in fondo la massa della scalinata; se si guarda verso piazza del Popolo si intravede l’obelisco. Questa seconda direzione è la più efficace.
La terza variante: il contrasto delle due chiese
La fotografia più interessante dal punto di vista del contenuto è quella che mette insieme, nella stessa inquadratura o in due scatti consecutivi, i due campanili con le cupolette di Sant’Atanasio e la cuspide neogotica di All Saints. Sono due modi opposti di stare in una strada romana: uno cinquecentesco, italiano, orizzontale, mimetizzato nel fronte; l’altro ottocentesco, inglese, verticale, in aperta rottura. Averli a duecento metri di distanza nella stessa via è una singolarità che merita di essere documentata. Per la cuspide serve arretrare sul marciapiede opposto e alzare molto l’obiettivo; per Sant’Atanasio conviene invece allontanarsi verso piazza del Popolo e sfruttare la leggera curvatura della via.
Un dettaglio da non mancare
Il dettaglio è la nicchia settecentesca al civico 49a, con le lesene e i delfini decorativi, che dal 1738 al 1877 incorniciò la statua e che oggi resta vuota. Fotografare una nicchia vuota sembra assurdo finché non si sa che cosa conteneva; sapendolo, diventa l’immagine più eloquente della via. Consiglio di scattarla e di tenerla accanto alla foto della statua nella sua sistemazione attuale: le due immagini insieme raccontano centoquarant’anni di spostamenti meglio di qualunque didascalia.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di Via del Babuino è la cronologia di come Roma ha costruito il proprio ingresso settentrionale, e conviene metterla in fila.
Dal XIV secolo al 1540: la strada prende forma
Nel Trecento la via esiste già con due denominazioni, via dell’Orto di Napoli e via del Cavalletto, ed è un percorso minore in un Campo Marzio settentrionale ancora fatto di orti e vigne. Nel 1525 i lavori voluti da Clemente VII la rettificano e le danno il nome di via Clementina: da percorso ereditato diventa strada di progetto. Nel 1540 interviene Paolo III e la strada assume il nome di via Paolina, con la denominazione alternativa di Trifaria legata al suo ruolo di uno dei tre assi del Tridente.
1571 e 1576: la concessione dell’acqua e la fontana
Nel 1571 papa Pio V concede ad Alessandro Grandi alcune once d’acqua del nuovo acquedotto Vergine, alla condizione che ne derivi una fontana a uso pubblico in onore del pontefice. La fontana risulta completata entro il 1576 e viene ornata con una scultura antica di sileno giacente. Da qui, per via del giudizio popolare sulla bruttezza della statua, nasce il nome che sostituirà tutti gli altri.
1573, 1577, 1580, 1583: la chiesa greca e il collegio
Nel 1573 Gregorio XIII istituisce la Congregazione dei Greci; nel 1577 viene approvato il Pontificio Collegio Greco; nel 1580 il cardinale Giulio Antonio Santoro pone la prima pietra della chiesa di Sant’Atanasio, che risulta già terminata nel 1583, quando il papa vi celebra la prima messa di rito greco. La via acquisisce così una presenza istituzionale di respiro internazionale che ne segnerà il carattere per secoli.
XVI secolo: le statue parlanti e le babuinate
A partire dal Cinquecento si consolida a Roma l’abitudine di affiggere sulle statue parlanti messaggi anonimi di critica e di satira contro i governanti. Il Babuino entra a far parte del gruppo delle sei statue e i testi che vi vengono affissi prendono il nome di babuinate.
1738: la nicchia settecentesca
La statua viene inserita in una nicchia architettonica dotata di lesene e di delfini decorativi, secondo il gusto del tempo. È la sistemazione che durerà quasi un secolo e mezzo e di cui resta traccia al civico 49a.
1771: l’orologio di Clemente XIV
Papa Clemente XIV dona un orologio alla chiesa di Sant’Atanasio; viene collocato sopra il campanile di sinistra e orientato verso il palazzo del Collegio invece che verso la strada, perché serviva ai collegiali.
1877: lo smembramento
I lavori per la rete fognaria della nuova capitale portano allo smembramento del complesso della fontana. La statua viene rimossa e finisce nel cortile di palazzo Boncompagni Cerasi, dove resterà per ottant’anni. È il punto più basso della vicenda del monumento e coincide con la stagione di trasformazione urbana più aggressiva che Roma abbia conosciuto.
1880 e 1887: la chiesa anglicana
Fra il 1880 e il 1887 viene costruita la chiesa anglicana di All Saints su progetto di George Edmund Street con il figlio Arthur Edmund Street e la collaborazione di Pio Barucci. La prima pietra viene posata il 9 aprile 1882 e la chiesa apre al culto il 10 aprile 1887. L’edificio testimonia il peso della comunità britannica residente nel quartiere.
1937 e 1957: il campanile e il ritorno del Babuino
Il campanile della chiesa anglicana, ottagonale all’esterno e circolare all’interno, viene completato soltanto nel 1937 e raggiunge i 42,7 metri con la cuspide in travertino. Nel 1957 la statua del Babuino viene recuperata e riportata sulla via, ricollocata presso Sant’Atanasio dei Greci e circondata dalla vasca recuperata: è la sistemazione che si vede oggi.
16 ottobre 2002: il gemellaggio con Madison Avenue
Viene sancito il gemellaggio fra Via del Babuino e Madison Avenue a New York, ricordato da una targa sulla via.
2007: l’ultimo restauro
Un intervento di restauro interessa la fontana e viene installata l’inferriata di protezione che la separa oggi dalla strada, chiudendo di fatto la lunga stagione delle scritte murali sul muro adiacente.
Chi è passato da Via del Babuino
La via ha attraversato la Roma del Grand Tour, quella dei caffè letterari e quella del cinema, e ognuna di queste stagioni vi ha lasciato dei nomi.
Il primo gruppo è quello dei pontefici, che qui non sono un dettaglio erudito ma i committenti materiali della strada: Clemente VII, che nel 1525 la rettifica e le dà il proprio nome; Paolo III, che nel 1540 la riprende e la ribattezza; Pio V, che nel 1571 concede l’acqua da cui nasce la fontana; Gregorio XIII, che nel 1573 istituisce la Congregazione dei Greci; Clemente XIV, che nel 1771 dona l’orologio a Sant’Atanasio.
Il secondo gruppo è quello degli architetti: Giacomo Della Porta e Martino Longhi il Vecchio per la chiesa greca, George Edmund Street e Arthur Edmund Street con Pio Barucci per la chiesa anglicana. Ai due capi della via operò inoltre Giuseppe Valadier, che riprogettò piazza del Popolo e le rampe del Pincio e il cui nome resta legato a uno dei palazzi della strada.
Il terzo gruppo è quello degli intellettuali del Novecento legati al Café Notegen: Vincenzo Cardarelli, fondatore della Ronda e figura centrale della Roma letteraria fra le due guerre; Gabriele D’Annunzio, che a Roma visse gli anni della formazione giornalistica e mondana; Federico Fellini, che abitò e lavorò a lungo nel quartiere e che del Tridente fece uno degli sfondi ricorrenti del proprio immaginario.
C’è infine una categoria di passanti che non ha nomi propri e che conta più di tutte le altre: i pellegrini e i viaggiatori che per secoli sono entrati a Roma da porta del Popolo e hanno imboccato questa strada per raggiungere il cuore della città. Il Tridente venne costruito per loro, e Via del Babuino, che portava verso il colle e verso i quartieri degli stranieri, era il braccio che conduceva alla Roma dei forestieri residenti: inglesi, tedeschi, russi, americani, che fra Otto e Novecento hanno riempito le case fra questa via e Villa Medici.
Quando andare a Via del Babuino e quando evitarla
La stagione migliore è quella intermedia: aprile, maggio, fine settembre e ottobre, quando la luce è buona, la temperatura consente di camminare senza soffrire e la pressione turistica, pur alta, non è quella di luglio. Novembre e febbraio hanno il vantaggio della strada quasi libera e lo svantaggio delle giornate corte, che riducono la finestra di luce utile per fotografare.
L’ora migliore è la prima mattina, fra le sette e le nove, per le ragioni di luce e di folla già dette. La seconda finestra buona è la sera tardi, dopo le ventuno, quando l’illuminazione pubblica disegna le facciate e la strada si svuota; la fontana in quelle ore è illuminata e si fotografa meglio che di giorno.
Da evitare: il sabato pomeriggio in qualunque stagione, le settimane dei ponti primaverili, i giorni dei saldi e le ore centrali di luglio e agosto, quando il caldo riflesso dalle facciate rende i seicento metri molto più lunghi di quanto siano. Da evitare anche i giorni di manifestazione che interessano il centro storico, perché la zona può essere interdetta ai mezzi e il flusso pedonale diventa ingestibile: conviene controllare prima di programmare la giornata.
Cosa c’è intorno a Via del Babuino
La via è il cardine di una delle zone più dense di Roma e da entrambi i capi si apre su un sistema di visite che si incastrano senza bisogno di mezzi pubblici.
Al capo settentrionale si trova Piazza del Popolo, con l’obelisco flaminio, le chiese gemelle e la basilica di Santa Maria del Popolo, che custodisce due tele di Caravaggio e la cappella Chigi. Dalla piazza si sale al Pincio e da lì si entra in Villa Borghese, dove si trova la Galleria Borghese, con prenotazione obbligatoria e fasce orarie contingentate. Scendendo invece verso il Tevere si raggiungono in pochi minuti il Mausoleo di Augusto e l’Ara Pacis.
Al capo meridionale si trova Piazza di Spagna con la Fontana della Barcaccia e la scalinata che sale a Trinità dei Monti; poco oltre si apre Via dei Condotti, e salendo per viale Trinità dei Monti si arriva a Villa Medici. Parallela al Babuino corre Via del Corso, e proseguendo verso est si raggiunge in un quarto d’ora la Fontana di Trevi; verso ovest, attraversando il Corso e il tessuto del Campo Marzio, si arriva a Piazza Navona.
Domande veloci su Via del Babuino
Si paga per visitare Via del Babuino?
No. È una strada pubblica, sempre aperta, senza biglietto né prenotazione. Le chiese che vi si affacciano hanno orari propri legati alle funzioni.
Perché si chiama Via del Babuino?
Dal soprannome dato dai romani alla statua antica di sileno collocata sulla fontana realizzata dopo la concessione d’acqua del 1571: la scultura venne giudicata così brutta da essere paragonata a una scimmia.
Quali nomi ha avuto prima?
Via dell’Orto di Napoli e via del Cavalletto nel XIV secolo, via Clementina dal 1525 con Clemente VII, via Paolina dal 1540 con Paolo III, con la denominazione alternativa di Trifaria.
Dove si trova esattamente la fontana del Babuino?
Accanto alla chiesa di Sant’Atanasio dei Greci, a poco più di metà strada, sul lato sinistro per chi scende da piazza del Popolo. La nicchia settecentesca originale, con le lesene e i delfini, resta al civico 49a.
Il Babuino è davvero una statua parlante?
Sì, è una delle sei statue parlanti di Roma insieme a Pasquino, Madama Lucrezia, Marforio, il Facchino e l’Abate Luigi. I testi satirici anonimi affissi su di essa si chiamavano babuinate.
Quanto tempo serve per percorrerla?
Dieci minuti camminando senza fermarsi, da un’ora e mezza a due ore per vedere le due chiese, la fontana, la nicchia e una deviazione su via Margutta.
Come ci si arriva con la metropolitana?
Con la Linea A: stazione Flaminio all’estremità di piazza del Popolo, stazione Spagna all’estremità opposta. Entrare da una e uscire dall’altra evita di rifare la stessa strada.
Si può arrivare in auto?
Sconsigliato: la via ricade nella Zona a Traffico Limitato del centro storico e i varchi elettronici sanzionano gli accessi non autorizzati. La soluzione pratica è il parcheggio interrato sotto il Pincio e la discesa a piedi in piazza del Popolo.
Qual è la differenza fra Via del Babuino e via Margutta?
Via Margutta nacque come strada di servizio sul retro dei palazzi di Via del Babuino e divenne nei secoli la strada degli studi d’artista. Il Babuino è l’asse di rappresentanza e di passaggio, Margutta è il suo rovescio quieto: si trovano a cinquanta metri e sembrano due città diverse.
Il mio giudizio, dopo molti anni passati ad accompagnare gruppi nel Tridente, è che Via del Babuino sia la strada più sottovalutata del centro di Roma. Viene percorsa da decine di migliaia di persone al giorno come collegamento fra due piazze celebri, e quasi nessuna di quelle persone si accorge di camminare su un progetto urbano del Cinquecento, davanti a una chiesa greca del 1583, sotto una cuspide neogotica inglese e accanto a una statua antica che per ottant’anni è rimasta chiusa in un cortile mentre la strada continuava a portarne il nome. Bastano venti minuti in più e la strada cambia completamente di significato.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una passeggiata guidata nel Tridente con accompagnatore turistico abilitato si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari sul centro storico di Roma trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
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