Ara Pacis

Il Museo dell'Ara Pacis è in Lungotevere in Augusta, all'angolo con via Tomacelli, 00186 Roma. L'ingresso principale del padiglione è quello sul lungotevere; lo spazio delle mostre temporanee ha una porta autonoma in via di Ripetta 180 e l'auditorium al civico 190. Ci si arriva con la metropolitana linea A, fermate Spagna o Flaminio, e da lì sono dieci minuti scarsi a piedi: da Spagna lungo via dei Condotti e via Tomacelli, da Flaminio scendendo da piazza del Popolo per via di Ripetta. Le linee di superficie che servono la zona sono la 70, la 81, l'87, la 119, la 280, la 492, la 628, la 990 e la C3. Il museo apre tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30, ultimo ingresso un'ora prima della chiusura; è chiuso il 1 maggio e il 25 dicembre, mentre il 24 e il 31 dicembre chiude alle 14.00. Il biglietto per il solo museo costa 14,00 euro intero e 8,50 euro ridotto; i residenti a Roma e nella Città Metropolitana entrano gratuitamente esibendo in cassa la carta d'identità, e la stessa gratuità vale per chi possiede la MIC card. La videoguida costa 6,00 euro, l'audioguida 4,00 euro, l'applicazione del museo è gratuita per iOS e Android. Il preacquisto online o al call center 060608 comporta un diritto di prevendita di 1 euro e i biglietti così acquistati non sono rimborsabili né modificabili; per i gruppi dalle cinque persone in su la prenotazione al medesimo numero è gratuita. Quando è in corso una mostra le tariffe cambiano e conviene guardare il biglietto cumulativo sul sito ufficiale arapacis.it prima di mettersi in coda.

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Questa guida fa parte della raccolta dedicata ai musei di Roma, e conviene leggerla insieme a quella del Mausoleo di Augusto, che sorge a settanta passi di distanza e appartiene alla stessa idea di città.

L'Ara Pacis Augustae dentro il padiglione di Richard Meier
Ara Pacis

Che cosa è l'Ara Pacis Augustae

L'Ara Pacis Augustae è un altare monumentale in marmo di Luni, chiuso dentro un recinto quadrangolare interamente scolpito, che il Senato romano decretò nel 13 avanti Cristo e che fu consacrato nel 9 avanti Cristo. Non è un tempio, non è un mausoleo, non è un arco: è un altare all'aperto, cioè un luogo di sacrificio, protetto da un muro di pietra che ha la forma stilizzata di un recinto ligneo. Questa distinzione, che sembra un pedantismo da manuale, è la chiave per capire tutto il resto. Chi entrava dentro il recinto saliva una rampa di nove gradini, si trovava davanti la mensa dell'altare vero e proprio e vi sgozzava una vittima. Chi restava fuori vedeva soltanto le pareti esterne, ed è su quelle pareti che Augusto giocò la partita più abile della sua lunga carriera di comunicatore.

Le misure sono contenute e vale la pena averle in testa prima di entrare, perché quasi tutti se lo immaginano più grande: il recinto misura 11,65 metri per 10,62, l'altezza è di 3,68 metri, le due porte sui lati brevi sono larghe 3,60 metri. È un oggetto che si abbraccia con lo sguardo in un colpo solo. La superficie decorata, però, è sterminata: rilievi all'esterno e all'interno, un fregio figurato in alto, un tappeto di girali d'acanto in basso, una fascia a meandro che li separa, quattro pilastri corinzi agli angoli e altri quattro ai fianchi delle porte. Nelle scene la profondità è ottenuta variando lo spessore del rilievo, non con la prospettiva: le figure in primo piano sporgono, quelle di fondo affiorano appena dal marmo. È un mestiere greco applicato a un contenuto romano.

Il monumento è una delle testimonianze più importanti che ci siano rimaste dell'arte augustea e serviva a dire una cosa sola, ripetuta in quattro modi diversi: che la pace era tornata, che l'aveva portata un uomo, e che quell'uomo discendeva dagli dèi. La Pax di cui si parla non è un sentimento, è una divinità. I Romani divinizzavano le astrazioni con una naturalezza che a noi risulta straniante: la Concordia, la Salus, la Fortuna, la Vittoria avevano templi, sacerdoti e calendari. La Pace ottenne un altare, e lo ottenne nel momento esatto in cui Roma finiva di combattere una guerra civile lunga vent'anni.

Il decreto del Senato del 13 a.C. e la consacrazione del 9 a.C.

Le due date da ricordare sono il 4 luglio del 13 avanti Cristo e il 30 gennaio del 9. La prima è quella del decreto: il Senato deliberò di erigere un altare alla Pace Augusta nel Campo Marzio, e stabilì che magistrati, sacerdoti e Vergini Vestali vi compissero ogni anno un sacrificio. Non è una ricostruzione moderna: lo racconta Augusto stesso nelle Res Gestae, il resoconto autobiografico che fece incidere in bronzo davanti al proprio Mausoleo, al capitolo dodicesimo. Fra tutte le fonti sull'Ara Pacis questa è la più solida, perché è coeva e perché viene dal committente.

Il ritorno di Augusto da Spagna e Gallia

L'occasione del decreto fu il rientro del principe da una campagna di tre anni in Spagna e nella Gallia meridionale, una spedizione di pacificazione e di riordino amministrativo più che di conquista. Augusto era stato in Occidente dal 16 al 13, aveva sistemato le province, fondato colonie, chiuso le ultime resistenze cantabriche. Quando un comandante rientrava a Roma dopo una missione del genere aveva diritto a un onore pubblico, e il Senato gliene offrì due: un altare alla Pace e un altare alla Fortuna Redux, la Fortuna che riconduce a casa. Augusto accettò il primo e, secondo il suo stile, evitò gli onori che lo mettevano troppo in vista come persona.

C'è una scelta politica precisa in questo. Un trionfo si celebra in un giorno e poi si dimentica; un altare resta lì, e ogni anno, alla data stabilita, qualcuno ci torna a sacrificare. Augusto preferiva sempre gli onori che si ripetevano nel tempo a quelli che bruciavano in una mattina. L'Ara Pacis è la macchina di propaganda meglio progettata dell'antichità proprio perché non celebra una vittoria: celebra la fine delle vittorie.

Perché la dedica avvenne il 30 gennaio

Fra il decreto e la consacrazione passarono tre anni e mezzo, il tempo materiale di scolpire una simile quantità di marmo. La dedicatio solenne cadde il 30 gennaio del 9 avanti Cristo, e la data non fu scelta a caso in senso stretto: il 30 gennaio era il compleanno di Livia Drusilla, moglie di Augusto. Su questo punto la tradizione erudita è concorde, e il calendario dei Fasti Praenestini registra la ricorrenza. Ovidio dedica all'altare un passo dei Fasti, nel primo libro, invocando la Pace e chiedendole di restare fra i Romani; è la testimonianza letteraria più bella che abbiamo sul monumento e ha il pregio di essere quasi contemporanea.

La mia opinione, dopo aver portato qui centinaia di persone, è che la data di Livia sia il dettaglio che rende l'Ara Pacis un monumento moderno. Non si consacra un altare di Stato nel compleanno della moglie per affetto coniugale. Lo si fa perché si sta costruendo l'idea che la pace dell'impero coincida con la stabilità di una famiglia, e che quella famiglia sia la propria. Tutto il fregio della processione, come vedremo, non fa che ribadirlo.

Dove sorgeva davvero l'Ara Pacis

Il monumento che si vede oggi sul Tevere non è nel posto dove era stato costruito. L'Ara Pacis originaria sorgeva nel Campo Marzio settentrionale, lungo il tratto urbano della via Flaminia, quella che dentro le mura si chiamava via Lata e che oggi è via del Corso. Il punto preciso è sotto Palazzo Fiano Peretti Almagià, all'altezza di via in Lucina, qualche centinaio di metri a sud est della collocazione attuale. Chi passeggia lungo il Corso e si ferma davanti a quel palazzo sta camminando sopra le fondazioni dell'altare, e non lo sa quasi nessuno.

Il miglio dal pomerium e il significato del luogo

La scelta del sito ha una logica giuridica che vale la pena spiegare per esteso, perché è il genere di cosa che trasforma una visita in una lezione. Il Campo Marzio settentrionale era la zona consacrata alla celebrazione delle vittorie e si trovava a un miglio romano, poco meno di un chilometro e mezzo, dal pomerium, il confine sacro della città. Il pomerium non era un muro ma una linea rituale, e attraversarla aveva conseguenze legali immediate: il comandante che rientrava da una spedizione perdeva l'imperium militiae, il potere militare, e rientrava in possesso dell'imperium domi, il potere civile. Un generale che aspettava il trionfo doveva restare fuori dal pomerium fino al giorno della cerimonia, perché varcandolo avrebbe perso il comando.

Mettere l'altare della Pace esattamente lì significava collocarlo sulla soglia fra la guerra e la città. Il monumento era orientato in modo da avere una porta verso la via Flaminia e una verso il Campo Marzio: chi arrivava dal nord, cioè dalla frontiera, lo incontrava come primo edificio significativo prima di entrare in Roma. Un manifesto piantato all'ingresso di casa. L'orientamento che si vede oggi nel padiglione non riproduce quello antico, ed è una delle ragioni per cui, entrando, conviene ragionare per lato d'ingresso e lato di fondo invece che per punti cardinali.

L'Ara Pacis, l'Horologium Augusti e il Mausoleo di Augusto

L'altare non stava da solo. Nel Campo Marzio settentrionale Augusto aveva costruito, o stava costruendo, tre cose enormi e collegate fra loro: il proprio Mausoleo, iniziato nel 28 avanti Cristo, l'Ara Pacis, e un gigantesco strumento astronomico che le fonti chiamano Horologium Augusti o Solarium Augusti. Il gnomone di quello strumento era un obelisco egizio di granito rosso, portato da Eliopoli nel 10 avanti Cristo e attribuito al faraone Psammetico secondo; oggi è l'obelisco che si vede in piazza di Montecitorio. Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, descrive l'impianto e racconta che l'ombra dell'obelisco cadeva su una pavimentazione con indicazioni bronzee, e che con il tempo lo strumento smise di essere preciso.

Negli anni Settanta l'archeologo tedesco Edmund Buchner propose una lettura affascinante: la punta dell'ombra, nel giorno del compleanno di Augusto, il 23 settembre, sarebbe andata a puntare esattamente il centro dell'Ara Pacis, saldando in un unico congegno simbolico il tempo, il sole e il principe. L'ipotesi ebbe una fortuna enorme, finì su tutti i manuali e viene ancora ripetuta dalle guide come se fosse un dato acquisito. Non lo è. Dagli anni Novanta in poi diversi studiosi hanno rifatto i calcoli e riesaminato gli scavi, e la ricostruzione di Buchner è oggi seriamente contestata: la quota del piano antico, la lunghezza reale della meridiana e la posizione dell'altare non tornano come dovrebbero. La versione prudente, e quella che consiglio di adottare, è che l'obelisco fosse una meridiana monumentale e che il complesso Mausoleo-Horologium-Ara Pacis fosse concepito come un insieme unitario di propaganda; l'allineamento astronomico puntuale, invece, resta una ipotesi moderna discussa.

Che i tre monumenti dialogassero, in ogni caso, è fuori discussione. Il Mausoleo dice da dove viene il principe e dove finirà; l'Horologium dice che il tempo di Roma è il suo tempo; l'Ara Pacis dice che cosa ha portato. Chi visita oggi il museo e poi si affaccia dalla terrazza sul Mausoleo ha davanti due terzi di quel progetto, ricomposti per caso da un piano regolatore degli anni Trenta.

Il fregio dell'Ara Pacis illuminato dai lucernari del museo
Ara Pacis

Il recinto marmoreo dell'Ara Pacis visto dal lato lungo
Ara Pacis

Come si legge l'Ara Pacis lastra per lastra

Il recinto va letto come un libro a due registri sovrapposti. In basso, per circa metà dell'altezza, corre una fascia di girali d'acanto: la natura. In alto, sopra una fascia a greca, corre la fascia figurata: la storia e il mito. Le due bande si interrompono quando incontrano i pilastri e riprendono sul lato successivo, così che l'occhio giri intorno al monumento senza mai trovare un vero punto d'arresto. I quattro pilastri angolari corinzi e i quattro ai fianchi delle porte sono decorati all'esterno con motivi a candelabra e lasciati lisci all'interno. Sostenevano un architrave che oggi vediamo interamente rifatto: dell'originale non è sopravvissuto nulla, e la ricostruzione si è appoggiata a due monete romane, una di età neroniana e una domizianea, che raffigurano l'ara vista da due lati opposti.

Il recinto esterno e il recinto interno dell'Ara Pacis

La cosa che sfugge alla maggior parte dei visitatori è che anche l'interno del recinto è scolpito, e che la sua decorazione è concettualmente la più raffinata di tutto il monumento. All'interno, nella fascia bassa, il marmo imita un vero steccato di legno, con le assi verticali e i montanti; sopra, appesi a teschi di bue, i bucrani, pendono festoni di frutta, foglie e spighe, con paterae, le coppe per le libagioni, negli spazi liberi. È la riproduzione in marmo eterno di una struttura provvisoria: il recinto di tavole e le ghirlande che si montavano davvero intorno a un'area sacra il giorno del sacrificio. Il messaggio è che l'evento è stato reso permanente.

Guardate i festoni con calma, perché sono uno dei più bei repertori botanici dell'arte antica: melagrane, pigne, grappoli, spighe, fichi, mele, foglie di alloro e di quercia. Frutti di stagioni diverse compaiono insieme sulla stessa ghirlanda, e non è una svista dello scultore. È l'immagine di una terra che produce tutto tutto l'anno, cioè dell'età dell'oro tornata. Lo stesso concetto che il fregio esterno affida ai girali d'acanto, qui è affidato alla frutta.

La rampa, l'altare vero e proprio e il fregio del sacrificio

All'ingresso una rampa di nove gradini porta dentro il recinto. Salendola si arriva a una seconda gradinata e finalmente all'altare, che ha la forma di una mensa con due alette laterali arrotolate a voluta. Anche l'altare ha il suo fregio, molto più piccolo e molto meno noto, ed è il pezzo più genuinamente romano di tutto il complesso: vi è rappresentato il sacrificio annuale prescritto dal decreto del Senato, con le Vestali, i sacerdoti, i vittimari e gli animali condotti al macello. Lo stile è diverso da quello dei grandi fregi: più asciutto, più cronachistico, meno greco. È la prova che sul cantiere lavoravano mani e tradizioni differenti.

Il consiglio pratico è di non fermarsi al giro esterno. Moltissimi visitatori fanno il perimetro, fotografano la Tellus e se ne vanno senza essere saliti dentro il recinto. È lì che il monumento smette di essere un manifesto e torna a essere quello che era: un posto dove si ammazzavano animali per ringraziare una divinità.

I pannelli mitologici dell'Ara Pacis

Sui due lati brevi, ai fianchi delle porte, ci sono quattro grandi pannelli figurati: due per lato. Sono le lastre più celebri e quelle su cui la letteratura scientifica ha versato più inchiostro. Il lato d'ingresso, quello a cui si accede dalla rampa, porta il Lupercale e il sacrificio di Enea ai Penati; il lato opposto porta la personificazione di Roma seduta sulle armi e il grande pannello della Tellus. Presi insieme raccontano una storia sola: le origini di Roma a sinistra, il compimento dell'impero a destra. Mito e allegoria, passato e futuro, uno di fronte all'altro.

Il Lupercale

Del pannello del Lupercale restano pochissimi frammenti, ma sufficienti a ricostruire la scena della fondazione di Roma. Si riconoscono il dio Marte armato, padre dei gemelli e divinità protettrice dell'Urbe, e il pastore Faustolo. I due assistono, presso il Ficus ruminalis, all'allattamento di Romolo e Remo da parte della lupa, in uno sfondo di piante palustri che alludono alla riva del Tevere dove la cesta si era arenata. La testa di Marte fu recuperata già nell'Ottocento ed è uno dei pochi pezzi antichi di questa lastra.

Vale la pena spiegare perché il Lupercale sta proprio qui. Augusto era ossessionato dal parallelo con Romolo: nel 27 avanti Cristo si era discusso se dargli il nome di Romolo invece di Augusto, e l'idea fu scartata perché troppo carica di sospetti monarchici. Mettere la lupa sul fianco dell'altare significava dire che la seconda fondazione di Roma, quella augustea, era legittima quanto la prima. Del resto lo stesso principe fece restaurare il Lupercale sul Palatino.

Il sacrificio di Enea ai Penati

A destra della porta d'ingresso si trova il pannello del sacrificio di Enea ai Penati, e qui il marmo antico è molto più abbondante. Un uomo maturo, con il capo velato secondo il rito romano e un mantello che lascia scoperto parte del busto atletico, sacrifica presso un altare rustico. Regge lo sceptrum. È tradizionalmente identificato con Enea, figlio di Venere e capostipite della gens Iulia, anche se una minoranza di studiosi ha proposto Numa Pompilio, il re sacerdote. Dietro di lui una figura più giovane, di cui restano la mano destra appoggiata a una lancia e parte delle vesti di foggia orientale, è letta come Ascanio o, da altri, come Acate.

Due giovani camilli, i ministri del culto, assistono al rito. L'altare è avvolto da festoni e vi si sacrificano le primizie e la scrofa bianca di Laurento, l'animale che secondo il mito indicò a Enea il luogo dove fondare la città. In alto a sinistra, affacciati da un tempietto costruito sulla roccia, compaiono i Penati di Lavinio, gli dèi protettori che Enea aveva portato da Troia. La lettura complessiva è limpida: il fondatore della stirpe compie il gesto che il principe compirà su questo stesso altare. C'è anche chi ha proposto di riconoscere in quel volto i tratti di Augusto stesso, ritenuto discendente di Venere; è una suggestione ricorrente in letteratura, ma resta una proposta interpretativa, non un dato.

La Roma seduta sulle armi

Sull'altro lato breve, a sinistra della porta di fondo, doveva esserci la personificazione di Roma. È il pannello messo peggio di tutti: ne restano frammenti scarsissimi, che permettono di riconoscere sulla destra una figura femminile in abito amazzonico, con una spalla scoperta, seduta su una catasta di armi. La ricostruzione corrente la immagina affiancata da altre figure, forse l'Onore e la Virtù, ma è una proposta di studio.

Il motivo della dea seduta sul mucchio di armi nemiche è tutt'altro che decorativo: significa che le armi sono state deposte e che su di esse ci si può ora sedere. È l'immagine della guerra archiviata. Il fatto che sia proprio questo il pannello quasi del tutto perduto è una di quelle ironie che la storia dei monumenti riserva spesso, e che vale la pena raccontare davanti al vuoto.

La Tellus, o la Pax, o l'Italia

È il pannello più bello e il meglio conservato, arrivato a noi praticamente integro, ed è anche quello di cui non sappiamo con certezza il soggetto. Una grande figura matronale siede al centro con due putti in grembo e alcune primizie; ai lati due ninfe seminude, una seduta su un cigno in volo, simbolo dell'aria, l'altra su un mostro marino, simbolo del mare. I due animali evocano la formula terra marique, la pace in terra e in mare, che ricorre nei documenti ufficiali augustei. Il paesaggio è tripartito: a sinistra fluviale, con canne e un'oinochoe rovesciata da cui esce l'acqua; al centro roccioso, con fiori e animali, una giovenca accasciata e una pecora al pascolo; a destra marino.

Su chi sia la figura centrale la discussione è aperta da un secolo e mezzo. Si è proposta la Tellus, la Terra madre; Venere Genitrice, capostipite della gens Iulia; la personificazione dell'Italia; la Pax stessa. La spiegazione più convincente, e quella che si è imposta negli studi recenti, è che l'ambiguità fosse voluta: l'ideologia augustea lavorava per sovrapposizioni, e una figura che è insieme Terra, Italia e Pace dice più cose contemporaneamente di quante ne direbbe una figura sola. Se poi vi è Venere, il pannello fa coppia perfetta con la Roma dell'altro lato: Venere e Roma, i due culti che nel secondo secolo Adriano riunirà in un tempio solo.

Davanti a questa lastra dico sempre la stessa cosa ai gruppi: guardate la giovenca. È accasciata, non morta, e sta ruminando. In un monumento che parla di imperi e di dinastie, il dettaglio che vale il biglietto è una vacca che riposa.

Il fregio della processione dell'Ara Pacis

Sui due lati lunghi corre il fregio della processione, il pezzo forte del monumento e la ragione per cui l'Ara Pacis viene messa a confronto con il Partenone. Il corteo è quello per il voto dell'altare e si divide in due parti: una ufficiale, con i sacerdoti e i magistrati, e una semiufficiale, con la famiglia di Augusto. Il fregio va letto unitariamente, in quattro sezioni: metà del corteo ufficiale e metà di quello familiare per ciascun lato. Le due scene ufficiali sono una il seguito dell'altra; le due scene familiari, invece, vanno pensate come affiancate, non consecutive.

Il lato con Augusto e i sacerdoti

Il fregio meglio conservato si apre con i littori, i funzionari che precedono il magistrato, e prosegue con la figura del principe, purtroppo mutila, riconoscibile per la posizione di testa del corteo e per il capo velato. Seguono i quattro flamini maggiori, identificabili con assoluta certezza per l'apex, il copricapo di cuoio con la punta di legno fissata in cima, un oggetto talmente caratteristico che rende quel gruppo il punto di riferimento per orientarsi in tutto il fregio. Dietro di loro un inserviente porta la scure del sacrificio.

Chi vuole capire come funzionava una processione religiosa romana deve guardare qui e non altrove. I sacerdoti non marciano: chiacchierano, si voltano, uno posa la mano sulla spalla di un altro, un bambino tira il mantello di un adulto. Lo scultore ha reso il brusio di un corteo vero, cosa che nel fregio delle Panatenee del Partenone, il modello dichiarato, non accade quasi mai. È la differenza fra un ideale greco e una cronaca romana travestita da ideale greco.

Agrippa, Livia, Tiberio

Subito dopo il gruppo sacerdotale comincia la parte dinastica, ed è quella che si guarda con il naso a due centimetri dal vetro. La figura maschile dal capo velato, di profilo, con il volto segnato e l'aria di chi comanda, è concordemente identificata con Marco Vipsanio Agrippa, il generale che vinse ad Azio, genero di Augusto e per anni il secondo uomo dell'impero. Ai suoi piedi un bambino gli si aggrappa al mantello. Dietro Agrippa, la donna con il velo e l'espressione contenuta è Livia; accanto a lei l'uomo che si volta è Tiberio, figlio di primo letto di Livia e futuro imperatore.

Le identificazioni non sono tutte al medesimo grado di certezza, e chi ve le racconta come se fossero incise nella pietra vi sta semplificando. Il gruppo Agrippa, Livia, Tiberio è però ormai generalmente accettato dagli studiosi, e i confronti con la ritrattistica ufficiale reggono. Osservate Agrippa: è l'unico nel fregio che abbia davvero l'aria di un uomo di guerra in mezzo a una folla di civili.

Antonia, Druso e i bambini del fregio

Poco oltre si trova il gruppo che, quando lo indico, fa sempre girare le teste: una donna giovane, Antonia minore, figlia di Marco Antonio e di Ottavia, si volta verso il marito, Druso maggiore, fratello di Tiberio, che indossa il mantello militare, il paludamentum. Fra di loro, tenuto per mano, un bambino piccolo alza gli occhi verso gli adulti; è tradizionalmente identificato con Germanico, il figlio della coppia, destinato a diventare l'uomo più amato di Roma e a morire in Oriente a trentaquattro anni.

La presenza dei bambini è la vera novità storica di questo fregio. Prima dell'Ara Pacis, l'arte pubblica romana non metteva i figli nei cortei ufficiali. Qui ce ne sono almeno cinque o sei, di età diverse, alcuni annoiati, uno che si aggrappa, uno che si mette il dito in bocca. È politica pura: nel 18 avanti Cristo Augusto aveva fatto approvare la legislazione sul matrimonio e sulla natalità, e mostrare la propria famiglia piena di eredi significava dare l'esempio richiesto per legge ai cittadini. Uno dei bambini indossa vesti di foggia non romana e ha una torque al collo: c'è chi lo legge come un principe straniero ospite a Roma e chi come Gaio o Lucio Cesare abbigliati alla maniera troiana, in richiamo alle origini eneadiche della famiglia. Anche qui: proposte, non certezze.

Perché la processione dell'Ara Pacis non è un corteo reale

Questo è il punto che separa la visita da turista dalla visita da persona informata. La scena non può ritrarre una cerimonia realmente avvenuta, e la dimostrazione è cronologica. Se fosse il corteo del 13 avanti Cristo, Augusto non potrebbe avere il capo velato da pontefice massimo, perché lo diventò solo nel 12. Se fosse quello del 9, Agrippa non potrebbe esserci, perché era morto nel 12; e Tiberio e Druso erano impegnati nelle campagne in Illirico e in Germania.

Il fregio è quindi una fotografia politica ideale, un ritratto di gruppo che mostra la dinastia come Augusto voleva che fosse vista, non come era in un giorno preciso. Va letto insieme alle incertezze feroci di quegli anni sulla successione, che sarebbero esplose nel 6 avanti Cristo con il ritiro volontario di Tiberio a Rodi. Il marmo dice che tutto è in ordine proprio mentre nulla lo è. È il meccanismo di ogni ritratto di famiglia sopra il caminetto, applicato a un impero.

Dettaglio del fregio della processione dell'Ara Pacis
Ara Pacis

Il fregio vegetale dell'Ara Pacis e la propaganda dell'età dell'oro

Se dovessi indicare una sola cosa da guardare con la lente, sarebbe la fascia bassa. I girali d'acanto occupano metà dell'altezza del recinto e sono, tecnicamente, la parte più difficile da scolpire e la più facile da ignorare. Da un unico cespo posto al centro di ogni pannello partono due tralci simmetrici che si avvolgono in spirali sempre più piccole, fino a riempire l'intera superficie senza lasciare un centimetro di fondo. Le volute non si ripetono mai identiche: cambiano i fiori terminali, cambia la direzione delle foglie, cambiano gli innesti.

Gli animali nascosti nei girali dell'Ara Pacis

Dentro quel groviglio vegetale vive un piccolo bestiario, e trovarlo è il gioco che propongo sempre ai visitatori più giovani. Ci sono lucertole, serpenti, rane, scorpioni, insetti, uccelli su nidi con le uova, farfalle. In alto, sulle volute maggiori, compaiono cigni con le ali aperte: il cigno è l'animale di Apollo, la divinità che Augusto aveva eletto a protettrice personale dopo Azio e alla quale aveva dedicato il tempio sul Palatino. Non è un ornamento neutro: è una firma.

La finezza d'esecuzione rimanda all'arte alessandrina e conferma che sul cantiere lavorarono botteghe greche, probabilmente chiamate apposta. Ma il senso è tutto romano. La natura, in quegli anni, era il grande tema della poesia augustea: Virgilio nelle Georgiche e nella quarta Bucolica, Orazio nel Carmen saeculare, cantano una terra che torna a dare frutto perché la guerra è finita. Il fregio vegetale è quella poesia tradotta in marmo. Una vegetazione che cresce ordinata, rigogliosa, immortale, popolata di bestiole innocue: l'età dell'oro non come ricordo perduto ma come programma di governo.

La fascia a meandro e la logica dei due registri

Fra il registro vegetale e quello figurato corre una fascia a meandro, la greca continua. Sembra un elemento di raccordo e invece è la chiave della composizione: separa il mondo della natura da quello degli uomini e, con il suo ritmo geometrico, impedisce che i due si confondano. Sotto c'è ciò che cresce, sopra c'è ciò che decide. Il messaggio implicito è che il primo dipende dal secondo.

I colori originali dell'Ara Pacis e le ricostruzioni virtuali

Il marmo bianco che vediamo è una convenzione moderna, non uno stato antico. Come tutta la scultura greca e romana, l'Ara Pacis era dipinta: azzurri, rossi, verdi, ocra, dorature sui dettagli. Le analisi non invasive condotte sulle superfici hanno individuato tracce e residui di pigmenti, e da lì sono partite le ricostruzioni cromatiche. Nel 2009 furono fatte le prime prove con proiettori digitali per restituire la policromia sull'originale senza toccarlo, e da quell'esperimento è nata la linea di lavoro che il museo porta avanti ancora oggi.

Bisogna essere onesti su un punto: la policromia proposta è una ricostruzione ragionata, non una fotografia. Dove i pigmenti si sono conservati la scelta è documentata; dove non si sono conservati si procede per analogia con altri monumenti e per verosimiglianza. Chi assiste alla proiezione deve saperlo, perché il colore ha un effetto emotivo fortissimo e rischia di far passare per certo ciò che è una proposta. Detto questo, l'esperienza è istruttiva: con i colori il fregio si legge, i piani si separano, le figure si distinguono a distanza. Il bianco, che a noi sembra nobile, agli antichi sarebbe parso un lavoro non finito.

L'Ara si rivela: il videomapping sull'Ara Pacis

Il progetto multimediale attualmente in cartellone si chiama L'Ara si rivela ed è in programma dal 27 marzo al 31 dicembre 2026. È un videomapping: le immagini vengono proiettate direttamente sul monumento, che diventa lo schermo di sé stesso, e restituiscono la policromia originale insieme alla ricostruzione del contesto antico. Dura circa quaranta minuti, si segue in cuffia ed è disponibile in italiano, inglese, francese e spagnolo.

Gli spettacoli si tengono il venerdì, il sabato e la domenica in orario serale, con fasce che cambiano nel corso della stagione: dal 27 marzo al 5 aprile alle 20, 21 e 22; dal 10 aprile al 31 maggio e poi dal 5 giugno al 13 settembre alle 21, 22 e 23; dal 18 al 27 settembre alle 20, 21, 22 e 23. Il biglietto costa 15,00 euro intero e 13,00 ridotto; c'è una tariffa famiglia di 22,00 euro per due adulti con figli minori di diciotto anni e di 11,00 euro per un adulto con figli, mentre le scolaresche pagano 4,00 euro ad alunno. Il calendario può cambiare in corso di stagione: la verifica si fa su arapacis.it prima di prendere impegni. La scheda dedicata è quella di L'Ara si rivela.

Opinione netta, da chi ha visto parecchie proiezioni su monumenti antichi: questa è fra le poche che valgono la spesa aggiuntiva, e il motivo è che il monumento è dentro una teca di vetro, quindi il buio è controllato e la proiezione non deve combattere con l'illuminazione pubblica. Se dovete scegliere fra la visita diurna e la serale, e avete già una minima idea di che cosa raffigurino i pannelli, andate di sera. Se invece è la prima volta e non sapete distinguere Enea dalla Tellus, fate prima la visita normale: la proiezione spiega poco e mostra molto.

La storia dei ritrovamenti dell'Ara Pacis, dal Cinquecento a oggi

La vicenda del recupero dell'Ara Pacis è lunga quattro secoli ed è, per un archeologo, più istruttiva del monumento stesso. Riassume tutto quello che è successo alle antichità romane in età moderna: la spoliazione, il collezionismo, la dispersione internazionale, il nazionalismo, la tecnica.

Il Medioevo e la cava di marmo

Nel Medioevo l'altare fece la fine di quasi tutti i monumenti antichi di Roma: divenne una cava. Un marmorario ne estraeva i blocchi per riutilizzarli o per ridurli a calce, che è il destino peggiore, perché il marmo bruciato non torna indietro. Nel frattempo il piano di campagna del Campo Marzio si era alzato in modo impressionante per l'apporto di limo e sabbia delle piene del Tevere: già nel secondo secolo dopo Cristo il monumento soffriva l'umidità, molte parti si erano staccate dal corpo principale, e si era dovuto costruire attorno un muro di mattoni per contenere l'interro. A quel punto dal terreno sporgevano soltanto i fregi figurati. Quando arrivò il Medioevo, dell'Ara Pacis si vedeva la fascia alta e nulla più: fu quella la parte che finì sotto lo scalpello dei recuperatori.

Il 1568 e i frammenti di Palazzo Peretti

La prima riscoperta documentata avvenne nel 1568, secondo altre fonti già nel 1536, durante lavori sotto Palazzo Peretti in via in Lucina. Vennero alla luce alcuni frammenti di rilievi appartenenti all'altare, e nessuno capì che cosa fossero: erano semplicemente bei marmi antichi, merce pregiata sul mercato romano del Cinquecento. Presero strade diverse e lontane. Il pannello della Tellus entrò nelle collezioni medicee e finì agli Uffizi; una parte fu venduta al Granduca di Toscana; un frammento arrivò al Museo del Louvre; un altro ai Musei Vaticani; altri pezzi rimasero a Villa Medici. Nel giro di due secoli l'Ara Pacis era sparsa fra Roma, Firenze e Parigi senza che nessuno sapesse di che monumento si trattasse.

Il 1859, il rilievo di Enea e l'intuizione di von Duhn

Nuovi scavi nel 1859 restituirono il rilievo di Enea e la testa di Marte del pannello del Lupercale. Ancora una volta i pezzi furono catalogati senza contesto. Il riconoscimento arrivò solo nel 1879, e non da un italiano: fu l'archeologo tedesco Friedrich von Duhn a capire che quei frammenti sparsi appartenevano tutti allo stesso monumento, e che quel monumento era l'Ara Pacis Augustae di cui parlavano le fonti antiche. È uno dei grandi colpi di intuizione della filologia archeologica dell'Ottocento, e va detto che si basò sul confronto fra i rilievi e la descrizione delle Res Gestae e delle monete.

Gli scavi del 1903 e i limiti della tecnica

Riconosciuto il monumento, restava il problema di tirarlo fuori da sotto un palazzo abitato. Nel 1903 furono avviati scavi regolari, diretti dall'ingegner Mariano Cannizzaro e dall'archeologo Angelo Pasqui. Si lavorò ufficialmente fino all'aprile del 1904 e poi in forma ufficiosa fino al febbraio del 1905, quando tutto si fermò per mancanza di fondi: i lavori erano già costati circa 62.000 lire dell'epoca, una cifra enorme per un cantiere archeologico. Il problema tecnico era duplice: bisognava scavare sotto le fondazioni di Palazzo Fiano senza farlo crollare, e bisognava farlo in un terreno saturo d'acqua, a pochi metri dal Tevere. Con i mezzi del 1905 non si poteva.

Il piano regolatore del 1909 e le demolizioni degli anni Trenta

Nel 1909 il nuovo piano regolatore di Roma previde, fra l'altro, l'abbattimento dei fabbricati addossati al Mausoleo di Augusto, che nel frattempo era diventato un auditorium chiamato Augusteo. Fra il 1918 e il 1921 il professor Oreste Mattirolo, presidente della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, propose di riunire i frammenti dell'Ara sparsi per l'Italia e per il mondo. L'idea eccitò l'opinione pubblica del primo dopoguerra, e si arrivò a discutere quali iscrizioni celebrative incidere sul monumento ricomposto, con formule del tipo ARA PACIS OLIM AUGUSTAE NUNC TOTIUS ITALIAE oppure lunghi elenchi di vittorie belliche. Nulla se ne fece per quasi vent'anni.

Nel 1932 partirono le demolizioni intorno al Mausoleo, dentro quella stagione di sventramenti che ridisegnò il centro di Roma fra gli anni Venti e Trenta. Molte di quelle demolizioni furono inaugurate personalmente da Mussolini, e i cinegiornali dell'Istituto Luce lo mostrano con il piccone in mano sui tetti delle case da abbattere, circondato dagli operai. La risistemazione dell'Ara Pacis nacque dentro quel quadro e assunse subito un significato politico esplicito: il regime intendeva legare il recupero del monumento alla celebrazione del bimillenario della nascita di Augusto, che cadeva il 23 settembre 1938.

Il 1937 e il congelamento del terreno sotto Palazzo Fiano

Nel marzo del 1937 gli scavi ripresero sotto Palazzo Fiano e proseguirono fino a dicembre. Qui va raccontata per esteso la soluzione tecnica, perché è l'episodio più notevole di tutta la storia del monumento e quasi nessuno lo conosce: per estrarre i frammenti dalle fondazioni senza compromettere la stabilità dell'edificio si ricorse al congelamento del terreno. Si iniettò nel sottosuolo una soluzione refrigerante attraverso una serie di sonde, trasformando il terreno acquitrinoso in un blocco solido e permettendo di scavare gallerie sotto un palazzo abitato di cinque piani. Era una tecnica d'avanguardia, mutuata dall'ingegneria mineraria e dai lavori per le metropolitane, e la sua applicazione a un cantiere archeologico fu, per l'epoca, straordinaria. Chi visita il museo pensando a una storia di scalpelli e pennelli farebbe bene a ricordarsi che l'Ara Pacis è stata tirata fuori dal ghiaccio.

Contemporaneamente cominciò il lavoro di assemblaggio, difficilissimo per la scarsità dei frammenti e per la penuria di informazioni sulla forma originaria: le uniche testimonianze figurate erano due monete romane, una di età neroniana e una domizianea, che mostravano l'ara da due lati opposti. Il 23 settembre 1937, all'apertura ufficiale del Bimillenario Augusteo, Mussolini annunciò la decisione di collocare l'altare nello spazio liberato dalle demolizioni fra il Mausoleo e il fiume: una scelta di regia urbana, non di archeologia.

Il restauro del 1938, il decreto reale e i calchi

Nel 1938 gli scavi si conclusero e si passò alla ricomposizione, che avvenne al Museo delle Terme. Il tempo era pochissimo: l'inaugurazione doveva cadere entro il 23 settembre, ultimo giorno del Bimillenario, e restavano otto o nove mesi. Si decise di affidare il restauro all'artista Odoardo Ferretti, professore di disegno e ornato, già impegnato accanto agli archeologi fra il 1929 e il 1932 nei lavori di via dell'Impero, perché supplisse con l'esperienza e con l'invenzione alle lacune documentarie. È una scelta che oggi nessuna soprintendenza autorizzerebbe e che spiega perché, davanti al monumento, occorra sempre distinguere il marmo antico dall'integrazione.

Per recuperare i frammenti dispersi, nel febbraio del 1938 il re Vittorio Emanuele terzo promulgò un decreto che attribuiva al Ministro per l'Educazione Nazionale la facoltà di concentrare a Roma i pezzi dell'Ara esistenti in altre città del Regno e di trattarne il rientro dagli Stati stranieri, anche mediante scambi di beni artistici demaniali. Tornarono così i frammenti fiorentini e quelli dei Musei Vaticani. Per i pezzi del Louvre e di Villa Medici, che non fu possibile riavere, si ricorse ai calchi in gesso. Il resto fu integrato. L'altare che vediamo, in altre parole, è un originale antico dentro una ricostruzione moderna, e la trabeazione è interamente rifatta perché durante gli scavi non ne fu trovato un solo frammento.

La teca di Vittorio Ballio Morpurgo e la guerra

Il progetto per la sistemazione dell'area fu affidato all'architetto Vittorio Ballio Morpurgo, già noto per il Museo delle navi romane di Nemi. Il progetto iniziale, del 1935, non fu mai realizzato per intero: mancavano i fondi del Governatorato e sopraggiunse la guerra. Al posto di marmo, travertino e porfido si usarono cemento e surrogati. Il risultato finale fu così lontano dal disegno che, alla fine, tutti ne presero le distanze, autore compreso. La teca fu inaugurata il 23 settembre 1938, con tetto e struttura portante in similporfido rosso e basamento in travertino bianco.

I sacchi di sabbia, il bombardamento di San Lorenzo, i muri paraschegge

Il 10 giugno 1940 l'Italia entrò in guerra e pochi giorni dopo le vetrate della teca furono smontate e messe al sicuro in un edificio del quartiere San Lorenzo. L'ara fu circondata di sacchi di sabbia e l'accesso interdetto al pubblico con transenne di legno alte due metri. Fra il 1941 e il 1944 le transenne furono rimosse e sostituite da muri paraschegge alti quattro metri e mezzo a mezza altezza, e il monumento fu riaperto. Il 19 luglio 1943 il bombardamento di San Lorenzo distrusse le vetrate messe in salvo proprio lì: una delle beffe più crudeli della storia della tutela romana.

Nel 1949 il Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti e il Ministero della Pubblica Istruzione bandirono un concorso di idee per decidere se spostare l'Ara Pacis altrove o come ristrutturare la teca. Nello stesso anno il Comune riaprì il monumento al pubblico, rimuovendo la protezione bellica e sostituendola con muri di cinta alti quattro metri e mezzo in finto travertino; l'anno dopo li si verniciò di bianco. E si scoprì il danno peggiore: i sacchetti di sabbia avevano distrutto completamente la trabeazione, quella ricostruita in gesso nel 1937 e 1938. La protezione aveva rovinato ciò che doveva salvare.

I progetti mai realizzati fra il 1950 e il 1970

Nel 1950 furono esposti alla Casa dei Crescenzi i dieci progetti presentati al concorso. Nel 1954 si formularono tre ipotesi alternative, tutte serie: portare l'altare dentro il Mausoleo di Augusto; sistemarlo dove oggi sorge il padiglione; trasferirlo nell'aula a doppia abside delle Terme di Diocleziano. Il motivo era pratico: attorno al monumento restavano appena tre metri e mezzo, troppo pochi per abbracciare con lo sguardo i fregi. Una commissione fu incaricata di studiare la questione insieme al Piano Regolatore, e l'architetto Marcello Piacentini ne riferì le conclusioni: spostare il monumento verso l'Accademia di Belle Arti per guadagnare sei metri di respiro, costruire verso la chiesa di San Rocco un edificio destinato a museo con un giardino affacciato sul Lungotevere, aggiungere un portico. Lo studio del nuovo progetto fu affidato ancora a Morpurgo. Non se ne fece nulla.

Nel 1968 e 1969 il Rotary Club istituì il premio Ara Pacis. Nel 1969 il Comune propose di rimettere le vetrate al posto dei muri costruiti fra il 1949 e il 1950, e nel 1970, con il contributo del Rotary Club di Roma, l'intervento fu effettivamente eseguito secondo il progetto Morpurgo: giù i muri paraschegge, su le vetrate. Il padiglione tornò a essere quello del 1938, e in quella forma arrivò fino alla fine del secolo, sempre più inadeguato dal punto di vista climatico e conservativo. Nel 1995 il sovrintendente comunale Eugenio La Rocca stabilì un punto fermo destinato a chiudere ogni discussione: spostare l'Ara Pacis senza causarle danni gravi era impossibile. Da quel momento la questione non fu più dove metterla, ma che cosa costruirci intorno.

Il padiglione vetrato del Museo dell'Ara Pacis sul Lungotevere in Augusta
Ara Pacis

Il Museo dell'Ara Pacis di Richard Meier

Nel 1997, sotto la giunta Rutelli, fu presentato il progetto di riqualificazione dell'area firmato dall'architetto americano Richard Meier. L'incarico fu conferito nel 1998 in via diretta, senza gara né concorso, e questo dettaglio procedurale pesò sulla polemica quanto e più delle scelte formali. Il progetto divenne esecutivo nel 2000, i lavori di demolizione e costruzione andarono avanti per sei anni, e il museo fu inaugurato il 21 aprile 2006, giorno del Natale di Roma, con Walter Veltroni sindaco. Il progetto architettonico è di Richard Meier and Partners Architects; la cantierizzazione fu affidata a Maire Engineering.

Com'è fatto il Museo dell'Ara Pacis

L'edificio si sviluppa in senso longitudinale, da nord a sud, in cemento armato, ed è diviso in tre settori con caratteri diversi. Il settore nord, verso ponte Cavour, è opaco, intonacato di bianco, e contiene l'atrio con biglietteria e bookshop; vi si trova un poderoso muro in blocchi di travertino a spacco di cava, materiale prelevato dalle stesse cave che avevano fornito la pietra a piazza Augusto Imperatore negli anni Trenta. Il settore centrale è il padiglione trasparente che custodisce l'altare, con grandi superfici metalliche e lastre di vetro temperato: oltre 1.500 metri quadrati di vetro, in lastre che arrivano a tre metri per cinque, doppio strato da 12 millimetri con intercapedine ad argon. Il settore sud, di nuovo opaco, ospita uffici, servizi e una sala conferenze su due livelli, con area di ristoro e una terrazza pubblica affacciata sul Mausoleo.

Il piano semi interrato accoglie la biblioteca, gli uffici della direzione e due sale a illuminazione artificiale per l'esposizione dei frammenti, con ingressi indipendenti. La climatizzazione è affidata a pannelli radianti e a una cortina d'aria che impedisce la condensa sui vetri: è la ragione tecnica per cui il monumento, oggi, non si sfarina più. E resta l'elemento superstite della sistemazione precedente: la parete est del basamento, con la trascrizione delle Res Gestae Divi Augusti realizzata sulla base dell'edizione critica di Enrica Malcovati. Chi la legge dall'esterno, sul muro, sta leggendo il testamento politico di Augusto nel punto in cui l'aveva voluto suo figlio adottivo Tiberio.

La controversia sul Museo dell'Ara Pacis

Va raccontata per intero e senza tifoseria, perché è un caso di studio sull'architettura contemporanea nei centri storici. Le critiche al progetto Meier furono di quattro tipi. Formale: un volume bianco, orizzontale, di linguaggio internazionale, calato fra edifici degli anni Trenta e chiese barocche. Urbanistica: il muro che separava il museo dal Lungotevere fu accusato di chiudere la piazza e di nascondere il fiume. Procedurale: l'affidamento diretto senza concorso, in un Paese in cui i concorsi di architettura sono l'eccezione. Politica: l'operazione era della giunta di centrosinistra e divenne un bersaglio della campagna avversaria.

All'inaugurazione del 2006 un gruppo di simpatizzanti della Fiamma Tricolore protestò lamentando che si fossero spesi sedici milioni di euro, con altri ventiquattro stanziati, per costruire, nelle loro parole, uno scempio e per fare contento l'ennesimo architetto straniero. Nel gennaio del 2008 il sindaco Gianni Alemanno, appoggiato dal critico Vittorio Sgarbi, dichiarò di voler abbattere il museo, definendolo uno sfregio per la città, e di volerlo trasferire in periferia previo referendum cittadino. In giugno ridimensionò la proposta: il trasferimento non era sostenibile per le casse comunali né compatibile con il contesto, e si sarebbe proceduto a un adeguamento, in particolare alla riduzione del muro verso la strada, stimata allora in cinquecentomila euro. Nel 2012 fu annunciato il progetto di demolire parte di quel muro, con una stima di un milione e quattrocentomila euro.

Le difese furono altrettanto serie. Il padiglione risolve un problema conservativo reale: la teca del 1938 era diventata una serra che condannava il marmo. Consente la lettura ravvicinata dei fregi, che nella sistemazione precedente era impossibile per mancanza di spazio. Porta luce naturale filtrata sul monumento, che è la condizione per cui i rilievi si leggono. E offre alla città un auditorium e uno spazio espositivo di cui il centro storico era sprovvisto. La mia posizione, dopo vent'anni di visite, è questa: l'interno funziona, l'esterno no. Dentro, il rapporto fra la luce e il marmo è calibrato benissimo e l'architettura sparisce, che è il complimento massimo per un contenitore museale. Fuori, il fronte sul lungotevere resta un muro che dà le spalle al fiume, e in una città dove il Tevere è già abbastanza dimenticato questo non era il gesto giusto.

Il sottopasso mai realizzato

Un capitolo a parte merita il sottopasso, perché racconta Roma meglio di qualunque analisi. Nel 2004 fu proposto per la prima volta di interrare il tratto di lungotevere che separa l'Ara Pacis dal fiume, sostituendolo con un parco; i lavori sarebbero dovuti partire nel 2007. Nel maggio del 2005 il Gruppo Calosi e Del Mastio consegnò un progetto di sottopasso da ponte Cavour a ponte Matteotti, con due uscite e con l'abbattimento del muro di travertino verso il Tevere. Nel 2010 la giunta Alemanno approvò il progetto, con avvio previsto nella primavera del 2011. Il 14 febbraio 2011 uscì in Gazzetta Ufficiale il bando di gara, con inizio lavori nel 2013 e durata di ventiquattro mesi; il progetto prevedeva anche la salvaguardia dei platani secolari del lungotevere con una tecnica di conservazione delle radici già usata sugli alberi degli Champs Elysees. Nel maggio del 2012 diciotto associazioni del centro storico diffidarono il sindaco per non aver annullato il progetto; il 24 maggio dello stesso anno l'Amministrazione Capitolina annunciò la mancata assegnazione del bando per inadeguatezza delle offerte, e poco dopo Alemanno dichiarò di aver accantonato del tutto l'idea. Otto anni di progetti, bandi, diffide e comunicati. Il lungotevere è ancora lì.

Le mostre al Museo dell'Ara Pacis

Lo spazio espositivo di via di Ripetta 180 è una delle sedi più attive del circuito comunale, e negli anni ha ospitato grandi mostre fotografiche e archeologiche. Nel 2026 il cartellone principale è dedicato a Robert Mapplethorpe con la mostra Le forme della bellezza, aperta dal 29 maggio al 4 ottobre 2026. Il biglietto della sola mostra costa 15,00 euro intero e 13,00 ridotto; il cumulativo con il museo costa 23,00 euro intero e 17,00 ridotto. Chi vuole vedere entrambe le cose faccia due conti: il cumulativo conviene, ma solo se si hanno almeno due ore e mezza davanti.

Il museo porta avanti anche un programma di visite tattili, Esplorazioni tattili all'Ara Pacis, inserito nel progetto Musei da toccare e attivo lungo tutto il 2026. È pensato per i visitatori con disabilità visiva ma funziona benissimo anche con i bambini, e ha il pregio raro di far capire per contatto la differenza fra un piano di rilievo e l'altro. Le modalità di prenotazione si chiedono al numero 060608.

Come si visita il Museo dell'Ara Pacis

Il percorso è breve e denso, e questa è la sua qualità principale in una città dove quasi tutti i musei chiedono mezza giornata. Si entra dal settore nord, si prende il biglietto, si scende la scalinata che supera il dislivello fra via di Ripetta e il lungotevere e si sbuca nel padiglione, con l'altare davanti e la luce che cade dai lucernari. Il monumento si gira tutto intorno, si sale sulla rampa, si scende, si torna sul lato dei pannelli.

Quanto dura la visita all'Ara Pacis

Con una lettura attenta dei pannelli e del fregio si sta dentro dai quaranta ai sessanta minuti. Con una visita rapida bastano venti minuti. Se si aggiunge la mostra temporanea si arriva tranquillamente a due ore e mezza. Il mio consiglio operativo: prevedete quarantacinque minuti e portateveli tutti, perché la tentazione di fare il giro in dieci è forte e il monumento non perdona la fretta. Un binocolo da teatro, o anche solo lo zoom del telefono, cambia la visita: i dettagli del fregio vegetale e i volti del corteo si trovano a due o tre metri di altezza e a occhio nudo si perdono.

Il percorso consigliato dentro il Museo dell'Ara Pacis

Io lo faccio sempre in quest'ordine. Primo giro largo, senza fermarsi, per prendere le misure del recinto. Secondo passaggio sui quattro pannelli mitologici, partendo dalla Tellus, che è il più conservato e insegna a leggere gli altri. Terzo passaggio sul fregio lungo, cercando prima i quattro flamini con l'apex, che sono il punto di orientamento, e da lì risalendo verso il gruppo dinastico. Quarto: dentro il recinto, per i festoni e per il fregio dell'altare. Quinto: il fregio vegetale, con calma, a caccia di lucertole e cigni. Sesto: le sale dei frammenti al piano inferiore, che quasi nessuno guarda e che spiegano meglio di ogni pannello didattico che cosa significhi ricomporre un monumento.

Biglietti dell'Ara Pacis e come si risparmia

Chi risiede a Roma o nella Città Metropolitana entra gratis con la carta d'identità: è la novità più importante per il pubblico romano e vale la pena ripeterla, perché molti continuano a pagare per abitudine. La MIC card dà anch'essa diritto all'ingresso gratuito nei musei civici; condizioni di rilascio e costo sono sul sito ufficiale. Il ridotto a 8,50 euro spetta ai cittadini dell'Unione Europea fra i 6 e i 25 anni e agli over 65, agli insegnanti in servizio, ai giornalisti con tesserino, ai possessori di Roma Pass e Metrebus Card e ad alcune categorie di dipendenti convenzionati. L'ingresso è gratuito sotto i sei anni, per le persone con disabilità con il loro accompagnatore, per le guide e gli interpreti turistici dell'Unione Europea e per i membri di ICOM e ICOMOS. Le scolaresche entrano gratuitamente con la documentazione scolastica e prenotazione al 060608.

L'Ara Pacis con i bambini

È uno dei musei romani che funziona meglio con i bambini, e il motivo è banale: è piccolo, è tutto in un colpo d'occhio, e ha un fregio popolato di animali. Nessun corridoio infinito, nessuna sala di vasi, nessuna fila. Un bambino di sette anni resiste benissimo quaranta minuti qui dentro, e ci sono due giochi che funzionano sempre. Il primo è la caccia agli animali nel fregio vegetale: si contano lucertole, serpenti, rane, nidi con le uova, cigni. Il secondo è la caccia ai bambini nel fregio della processione: ce ne sono diversi, di età differenti, e riconoscerli obbliga a guardare i volti degli adulti per capire chi tiene per mano chi.

La storia da raccontare loro, se hanno passato i dieci anni, non è quella dell'imperatore ma quella del ghiaccio: che nel 1937, per tirare fuori i pezzi da sotto un palazzo di cinque piani, si congelò il terreno. Funziona sempre. Il passeggino entra senza problemi, ci sono i servizi igienici al piano inferiore vicino all'ascensore, e la terrazza sul Mausoleo è un buon posto per una pausa. Se avete più di un'ora, il combinato con il videomapping serale può essere pesante per i piccolissimi: quaranta minuti al buio con le cuffie non sono per tutti.

Accessibilità del Museo dell'Ara Pacis

Su questo fronte il museo è fra i migliori del centro storico, e lo dico avendo accompagnato più di un gruppo con persone in carrozzina. Gli ingressi sono tre: lo spazio museale sul Lungotevere in Augusta, lo spazio espositivo in via di Ripetta 180 e l'auditorium al 190. Sono tutti larghi circa due metri e permettono l'accesso in carrozzina; l'ingresso principale e quello dell'auditorium sono a livello strada, mentre lo spazio espositivo ha una rampa dedicata. Un ascensore di circa un metro e mezzo di larghezza collega il piano superiore a quello inferiore, e i servizi igienici sono al piano inferiore vicino all'ascensore. Dentro lo spazio museale la presenza di rampe consente di girare intorno al monumento a trecentosessanta gradi, il che significa che nessuna parte del percorso è preclusa. L'auditorium è completamente accessibile.

In biglietteria si può chiedere una carrozzina in prestito. Gli assistenti di sala danno supporto ai visitatori che ne hanno bisogno. Per chi arriva in automobile ci sono tre aree di parcheggio riservato nelle vicinanze: Lungotevere Prati a circa 210 metri, Lungotevere dei Mellini a circa 270 metri e via Marianna Dionigi a circa 300 metri. L'ingresso è gratuito per le persone con disabilità e per il loro accompagnatore. Per i visitatori con disabilità visiva c'è il programma di esplorazioni tattili di cui si è detto, con prenotazione al 060608.

Quando andare all'Ara Pacis

La domanda che mi fanno più spesso è a che ora conviene. Rispondo così: l'ultima ora e mezza prima della chiusura, quindi dalle 18 in poi, è la fascia migliore dell'intera giornata, perché i gruppi organizzati hanno finito, la luce che entra dai lucernari è radente e il marmo, che a mezzogiorno appare piatto, all'improvviso mostra i rilievi. La seconda scelta è l'apertura, alle 9.30, che ha il vantaggio del silenzio ma una luce meno interessante.

Quanto alle stagioni: il museo non ha mai code paragonabili a quelle dei grandi attrattori, e questo lo rende una risorsa preziosa nei giorni impossibili. Nei ponti di primavera, quando Fontana di Trevi e piazza di Spagna sono impraticabili, qui si entra in cinque minuti. Da evitare, se possibile, le giornate di pioggia battente nel primo pomeriggio, quando mezzo centro storico cerca riparo al chiuso. Nei mesi caldi il padiglione è climatizzato per esigenze di conservazione ed è uno dei posti più freschi della zona: tenetelo a mente in luglio. Se venite per il videomapping, controllate il calendario perché le proiezioni sono solo nei fine settimana e gli orari cambiano di mese in mese.

Cosa vedere intorno all'Ara Pacis

Il museo si trova in uno dei punti più densi di Roma e nel raggio di dieci minuti a piedi si mette insieme una mattinata intera senza prendere un mezzo.

Il Mausoleo di Augusto

È a settanta metri, dall'altra parte della piazza. Il Mausoleo di Augusto è la tomba dinastica che il principe fece costruire dal 28 avanti Cristo, un tumulo circolare enorme che nei secoli è stato fortezza dei Colonna, giardino, arena per le corride, teatro e sala da concerto con il nome di Augusteo, prima di essere isolato dalle demolizioni degli anni Trenta. Dopo un lunghissimo restauro è tornato visitabile e la piazza intorno è stata riqualificata. Le modalità di accesso e la prenotazione vanno verificate sui canali ufficiali, perché la formula di visita è cambiata più volte. Vederlo dopo l'Ara Pacis, e non prima, ha un senso preciso: si esce dal manifesto e si entra nel sepolcro dello stesso uomo.

Le chiese di San Rocco e di San Girolamo

Sul lato di via di Ripetta, a ridosso del museo, ci sono due chiese che quasi tutti oltrepassano senza guardarle. San Rocco all'Augusteo ha una facciata neoclassica dell'Ottocento che chiude la prospettiva della piazza; l'edificio nacque legato all'ospedale omonimo, che ebbe un ruolo particolare nella storia sociale di Roma perché accoglieva le partorienti in condizioni di riservatezza. Accanto, San Girolamo dei Croati, la chiesa nazionale della comunità croata, conserva una decorazione ottocentesca e un impianto cinquecentesco. Sono due soste di cinque minuti che completano il quadro di questo angolo di Campo Marzio.

Piazza del Popolo e Santa Maria del Popolo

Risalendo via di Ripetta si arriva in dieci minuti a piazza del Popolo, con l'obelisco Flaminio che Augusto stesso fece portare da Eliopoli nel 10 avanti Cristo, lo stesso anno dell'obelisco dell'Horologium. Il collegamento merita di essere fatto ad alta voce durante una visita: due obelischi arrivati insieme, uno diventato meridiana, l'altro piantato al centro del Circo Massimo e poi trasferito qui da Sisto quinto. Sulla piazza si apre Santa Maria del Popolo, che con la cappella Cerasi di Caravaggio e la cappella Chigi di Raffaello è, in rapporto ai metri quadrati, la chiesa più densa di capolavori della città. E si entra gratis.

Via del Corso, via dei Condotti, piazza di Spagna

Dall'altra parte, verso l'interno, si imbocca via Tomacelli e in cinque minuti si è su via del Corso, cioè sopra l'antica via Lata, cioè sopra il luogo dove l'Ara Pacis stava davvero. Proseguendo per via dei Condotti si arriva a piazza di Spagna e alla scalinata di Trinità dei Monti. Chi invece vuole restare sul tema romano può prendere la direzione opposta e in un quarto d'ora raggiungere il Pantheon, che è l'altro grande edificio del Campo Marzio ancora in piedi, e poi il Museo di Roma a Palazzo Braschi, dove si capisce come il quartiere sia cambiato fra Sette e Novecento.

Una curiosità su Ara Pacis

La curiosità che tengo per ultima, quando accompagno un gruppo, riguarda il modo in cui l'Ara Pacis è stata rimessa insieme: non con i disegni antichi, che non esistono, ma con due monete. Delle sembianze originarie del monumento, quando si trattò di ricostruirlo, si sapeva pochissimo. Le fonti letterarie dicono che c'era, non com'era fatto. I frammenti erano sparsi in mezza Europa e senza rapporti reciproci accertati. Le uniche immagini disponibili erano due conii romani, uno di età neroniana e uno domizianea, che raffigurano l'altare visto da due lati opposti: pochi millimetri di metallo con un edificio schematico sopra.

Da quelle due monete si dedussero la presenza e la forma dell'architrave, la disposizione delle porte, l'esistenza degli acroteri laterali che dovevano coronare il monumento e che oggi non ci sono più. Sono deduzioni ragionevoli, e nella maggior parte dei casi confermate dalla logica costruttiva, ma restano deduzioni. Ecco perché, davanti all'altare, insisto sempre su un punto: state guardando un originale antico dentro un guscio moderno, e la trabeazione che avete sopra la testa è integralmente una ricostruzione, dato che durante gli scavi non ne saltò fuori nemmeno un frammento.

C'è un secondo aspetto poco noto della stessa vicenda. Quando nel 1938 si trattò di riportare a Roma i pezzi finiti all'estero, alcuni non tornarono affatto: quelli del Louvre e quelli di Villa Medici restarono dov'erano, e al loro posto furono montati calchi in gesso. Significa che, girando intorno al recinto, in certi punti si sta guardando la copia di un frammento che si trova a Parigi. Chi lo sa, cerca le differenze di superficie fra marmo e gesso invecchiato: si vedono, se si guarda in luce radente. È il genere di dettaglio che trasforma un monumento in un documento.

Una cosa che non ti dice nessuno su Ara Pacis

Che l'interno del recinto è più interessante dell'esterno, e che quasi nessuno ci sale. Il novantacinque per cento dei visitatori fa il giro esterno, fotografa la Tellus, guarda il corteo, e se ne va. La rampa di nove gradini viene salita da pochissimi, e chi la sale spesso ci resta dieci secondi. Eppure lì dentro c'è la parte concettualmente più raffinata del monumento: il marmo che imita un recinto di assi di legno, i bucrani da cui pendono i festoni di frutta, le paterae per le libagioni, e soprattutto il piccolo fregio dell'altare vero e proprio, quello con le Vestali e i vittimari, che è l'unico pezzo genuinamente romano di stile in tutto il complesso.

La seconda cosa che non vi dirà nessuno è più prosaica e riguarda la logistica. Il museo ha tre ingressi distinti e in giornate di grande afflusso conviene sapere quale usare: lo spazio museale sul Lungotevere in Augusta per il monumento, via di Ripetta 180 per le mostre temporanee, via di Ripetta 190 per l'auditorium. Chi arriva per la mostra e si mette in coda sul lungotevere perde tempo, e viceversa. Nei periodi di grande mostra la fila si forma su via di Ripetta e chi vuole vedere solo l'altare passa davanti a tutti dall'ingresso sul fiume.

Terza cosa, e vale come consiglio di metodo: il piano inferiore, con le sale a illuminazione artificiale dedicate ai frammenti, è una parte del museo che moltissimi non vedono nemmeno. Ci si arriva con l'ascensore o con le scale, e serve a capire che cosa significhi ricostruire: pezzi non ricollocati, confronti, materiali di studio. Se avete venti minuti in più, spendeteli lì e non davanti al bookshop.

Il consiglio che ti do per visitare Ara Pacis

Il consiglio è uno solo e vale più di tutti gli altri messi insieme: prima di entrare, decidete che cosa volete guardare. L'Ara Pacis è un monumento che si esaurisce in venti minuti se lo si affronta come una fotografia, e che tiene occupati due ore se lo si affronta come un testo. Non è grande, non è impegnativo fisicamente, non ha percorsi obbligati: tutto il peso della visita sta su di voi.

Il metodo che consiglio è quello dei quattro passaggi. Primo passaggio: giro largo, in silenzio, senza fermarsi, per prendere le proporzioni del recinto. Secondo passaggio: i quattro pannelli mitologici, cominciando dalla Tellus perché è il più leggibile e insegna la grammatica degli altri tre. Terzo passaggio: il fregio lungo, cercando prima i quattro flamini con l'apex sul capo, che sono la boa attorno a cui orientarsi, e da lì risalendo al gruppo dinastico con Agrippa, Livia, Tiberio. Quarto passaggio: dentro il recinto, sulla rampa, per i festoni e per il fregio dell'altare.

Aggiungo tre indicazioni pratiche che nascono dall'esperienza. Portate uno zoom, anche solo quello del telefono: i dettagli migliori sono a tre metri di altezza e a occhio nudo si perdono. Venite nell'ultima ora e mezza di apertura, perché la luce radente dei lucernari fa emergere i rilievi che a mezzogiorno spariscono. E se dovete scegliere fra la visita diurna e il videomapping serale, la risposta dipende da voi: la prima volta si viene di giorno e si impara a leggere le lastre, la seconda volta si torna di sera e si guarda il colore. Fare il contrario significa vedere una bella proiezione senza capire su che cosa venga proiettata.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il monumento non è dove era, e che la sua collocazione attuale è il risultato di una decisione politica presa nel 1937 con criteri di regia urbanistica, non di archeologia. Lo sanno in molti, ma pochissimi ne traggono le conseguenze. L'Ara Pacis originaria sorgeva a qualche centinaio di metri da qui, sotto Palazzo Fiano Peretti Almagià, all'altezza di via in Lucina, sul margine della via Flaminia urbana, cioè dell'attuale via del Corso. Stava lì per una ragione precisa: era il punto in cui, a un miglio dal confine sacro della città, il comandante che tornava dalla guerra smetteva di essere un generale e ridiventava un cittadino.

Spostandolo sul Tevere si è perso quel significato e se ne è guadagnato un altro, costruito a tavolino: l'accostamento diretto al Mausoleo. Nel Campo Marzio antico i due monumenti erano vicini ma non affacciati; oggi si guardano attraverso una piazza. È una relazione inventata nel Novecento e non nel primo secolo avanti Cristo, e chi visita farebbe bene a saperlo, perché la lettura del complesso ne dipende. Va anche detto che l'orientamento attuale non riproduce quello antico, ragione per cui davanti ai pannelli è più onesto ragionare per lato d'ingresso e lato di fondo che per punti cardinali.

La conseguenza pratica è questa: la visita all'Ara Pacis è, inevitabilmente, una visita doppia. Da una parte c'è un monumento augusteo del 9 avanti Cristo; dall'altra c'è un'operazione culturale del 1938 e un edificio del 2006, con tutte le polemiche che si sono portati dietro. Fingere che ci sia solo la prima è quello che fanno quasi tutte le audioguide del mondo. Il museo, va detto a suo merito, non lo fa: la parete con le Res Gestae, unico elemento superstite della sistemazione di Morpurgo, è lì a ricordare che questo posto ha due storie.

La foto giusta da fare a Ara Pacis

La foto che tutti fanno è quella frontale al pannello della Tellus, ed è la meno interessante, perché il pannello è riprodotto in tutti i manuali di storia dell'arte del mondo e la vostra copia non aggiungerà nulla. La foto giusta è un'altra e richiede due mosse.

Mettetevi all'angolo del recinto, non davanti a un lato, e inquadrate in diagonale. In questo modo entrano nella stessa immagine il fregio della processione che fugge in profondità, il pilastro corinzio d'angolo con i motivi a candelabra e, sullo sfondo, le vetrate del padiglione. Si ottiene quello che una foto frontale non dà mai: la profondità del rilievo, cioè la ragione tecnica per cui questo fregio è considerato un capolavoro. Fatela nell'ultima ora e mezza di apertura, con la luce radente che scende dai lucernari, e i piani si separeranno da soli.

La seconda foto, quella che nessuno fa e che secondo me è la migliore di tutte, è un dettaglio del fregio vegetale: una singola voluta d'acanto con dentro una lucertola o un nido. Ci vuole lo zoom e un po' di pazienza, ma il risultato è una fotografia che nessun altro ha, e che spiega meglio di qualunque didascalia che cosa fosse capace di fare uno scalpellino greco a Roma duemila anni fa. Terza opzione, per chi vuole il contesto e non il dettaglio: uscite sulla terrazza del settore nord e fotografate il Mausoleo di Augusto con il bianco di Meier in primo piano. È l'immagine che riassume ottant'anni di discussioni sull'architettura in centro storico. Le foto senza flash e senza treppiede sono consentite; per l'uso professionale e per il treppiede si chiede al personale.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è la consacrazione del 30 gennaio del 9 avanti Cristo, con la processione dei magistrati, dei sacerdoti e delle Vestali che il decreto senatorio del 4 luglio del 13 aveva stabilito dovesse ripetersi ogni anno. Per decenni, in quel giorno, gli uomini più importanti di Roma salirono quei nove gradini e sacrificarono. È l'unico avvenimento antico che si può datare con precisione, ed è quello per cui il monumento esiste.

Il secondo, se così si può chiamare, è un lento disastro: nel secondo secolo dopo Cristo l'altare era già assediato dal limo del Tevere e circondato da un muro di mattoni per contenere l'interro; nel Medioevo era ridotto a cava di marmo per un marmorario. Il terzo è il 1568, quando sotto Palazzo Peretti riaffiorarono i primi frammenti che nessuno riconobbe. Il quarto è il 1879, l'anno in cui Friedrich von Duhn capì che quei pezzi sparsi fra Roma, Firenze e Parigi appartenevano allo stesso monumento.

Il quinto è il 1937, con il congelamento del terreno sotto Palazzo Fiano per estrarre i frammenti senza far crollare l'edificio: una delle operazioni di ingegneria archeologica più audaci del secolo. Il sesto è il 23 settembre 1938, inaugurazione dell'altare ricomposto e della teca di Morpurgo nel giorno di chiusura del Bimillenario Augusteo, dentro una cornice politica che di archeologico aveva ben poco. Il settimo è il 10 giugno 1940, quando allo scoppio della guerra le vetrate furono smontate e portate a San Lorenzo, dove il bombardamento del 19 luglio 1943 le distrusse; l'altare, protetto da sacchi di sabbia, sopravvisse, ma quei sacchi si rivelarono responsabili della distruzione della trabeazione, come si scoprì soltanto nel 1949.

L'ottavo è il concorso di idee del 1949 e la lunga stagione di progetti mai realizzati, fino al restauro del 1970 finanziato dal Rotary Club, che rimise le vetrate al posto dei muri paraschegge. Il nono è il 21 aprile 2006, giorno del Natale di Roma, quando fu inaugurato il museo di Richard Meier fra applausi e contestazioni. Il decimo è il gennaio del 2008, con l'annuncio dell'abbattimento del museo poi rientrato: un monumento che, in settant'anni, ha rischiato due volte di essere smontato e portato altrove.

Chi è passato da Ara Pacis

Cominciamo dalle persone che sono raffigurate sul monumento, perché sono passate di qui in senso letterale. Augusto, pontefice massimo dal 12 avanti Cristo, con il capo velato in testa al corteo. Livia Drusilla, sua moglie, nel cui compleanno l'altare fu consacrato. Marco Vipsanio Agrippa, il generale di Azio, morto nel 12 e quindi ritratto in un corteo che non poteva avvenire. Tiberio, futuro imperatore. Druso maggiore con il paludamentum e Antonia minore, figlia di Marco Antonio, che si volta a guardarlo. Il bambino identificato con Germanico, che sarebbe morto a trentaquattro anni in Siria fra sospetti di veleno. E i Cesari Gaio e Lucio, i nipoti che Augusto aveva adottato e che gli sarebbero morti entrambi prima del tempo.

Poi ci sono quelli che sono passati di qui da vivi, nei secoli successivi. Il marmorario medievale che smontava i blocchi. I cavatori del 1568 sotto Palazzo Peretti, e i mercanti che vendettero i frammenti al Granduca di Toscana. Friedrich von Duhn, l'archeologo tedesco che nel 1879 diede un nome a quei pezzi. Mariano Cannizzaro e Angelo Pasqui, che nel 1903 provarono a scavare sotto un palazzo e furono fermati dai conti. Oreste Mattirolo, che dal Piemonte propose di riunire i frammenti sparsi.

Nel Novecento il passaggio più ingombrante è quello di Benito Mussolini, che annunciò personalmente il 23 settembre 1937 la ricollocazione dell'altare accanto al Mausoleo e ne fece un pezzo del Bimillenario Augusteo; e quello di Vittorio Emanuele terzo, che nel febbraio del 1938 firmò il decreto per il rientro dei frammenti dispersi. Vittorio Ballio Morpurgo progettò la teca, Odoardo Ferretti la ricompose con lo scalpello e con l'immaginazione, Marcello Piacentini presiedette la commissione del dopoguerra. Poi Eugenio La Rocca, che nel 1995 stabilì che spostarla era impossibile; Francesco Rutelli, che affidò il progetto; Richard Meier, che lo firmò; Walter Veltroni, che inaugurò nel 2006; Gianni Alemanno e Vittorio Sgarbi, che nel 2008 proposero di abbatterlo.

Infine, gli artisti passati per lo spazio espositivo: il museo ha ospitato negli anni grandi mostre fotografiche e archeologiche, da Helmut Newton con la retrospettiva Legacy fra il 2023 e il 2024 fino a Robert Mapplethorpe con Le forme della bellezza nel 2026. È un elenco che dice qualcosa sul museo: un contenitore contemporaneo che ha imparato a convivere con un altare di duemila anni.

Particolare dei rilievi marmorei dell'Ara Pacis Augustae
Ara Pacis

Domande veloci su Ara Pacis

Quanto costa il biglietto per l'Ara Pacis

Il biglietto per il solo museo costa 14,00 euro intero e 8,50 euro ridotto. Quando è in corso una mostra temporanea esistono un biglietto per la sola mostra e uno cumulativo, con tariffe diverse: nel 2026, per la mostra su Robert Mapplethorpe, la sola mostra costa 15,00 euro intero e 13,00 ridotto, il cumulativo 23,00 euro intero e 17,00 ridotto.

Si entra gratis all'Ara Pacis se si abita a Roma

Sì. Dal febbraio 2026 l'ingresso al museo è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana, che devono soltanto esibire la carta d'identità in cassa. La stessa gratuità vale per i possessori della MIC card.

Quali sono gli orari del Museo dell'Ara Pacis

Il museo apre tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura. Il 24 e il 31 dicembre l'orario è ridotto, con chiusura alle 14.00.

Quando è chiuso l'Ara Pacis

Le chiusure annuali sono il 1 maggio e il 25 dicembre. Per il resto il museo è aperto tutti i giorni, lunedì compreso, il che lo rende una delle poche risorse disponibili nella giornata in cui molti musei romani riposano.

Serve prenotare per visitare l'Ara Pacis

Per il visitatore singolo la prenotazione non è necessaria: si compra il biglietto in cassa. Il preacquisto online o al call center 060608 comporta un diritto di prevendita di 1 euro e non è rimborsabile né modificabile. Per i gruppi da cinque persone in su la prenotazione al 060608 è gratuita, così come per le scolaresche.

Quanto dura la visita all'Ara Pacis

Dai quaranta ai sessanta minuti con una lettura attenta dei pannelli e del fregio; venti minuti scarsi se si fa solo il giro. Aggiungendo la mostra temporanea si arriva comodamente a due ore e mezza.

Come si arriva all'Ara Pacis con i mezzi pubblici

Metropolitana linea A, fermate Spagna o Flaminio, e da lì una decina di minuti a piedi. Le linee di superficie che servono la zona sono la 70, la 81, l'87, la 119, la 280, la 492, la 628, la 990 e la C3.

Dove si trova esattamente il Museo dell'Ara Pacis

In Lungotevere in Augusta, all'angolo con via Tomacelli, 00186 Roma. Gli accessi sono tre: lo spazio museale sul lungotevere, lo spazio espositivo in via di Ripetta 180 e l'auditorium in via di Ripetta 190.

L'Ara Pacis è accessibile in sedia a rotelle

Sì, ed è uno dei musei più accessibili del centro. Gli ingressi sono larghi circa due metri, il principale e quello dell'auditorium sono a livello strada, lo spazio espositivo ha una rampa dedicata. Un ascensore collega i due piani, i servizi igienici sono al piano inferiore vicino all'ascensore e le rampe interne permettono di girare intorno al monumento a trecentosessanta gradi. In biglietteria si può chiedere una carrozzina.

Ci sono parcheggi per disabili vicino all'Ara Pacis

Sì, tre aree riservate nelle vicinanze: Lungotevere Prati a circa 210 metri, Lungotevere dei Mellini a circa 270 metri e via Marianna Dionigi a circa 300 metri dal museo.

Si possono fare fotografie all'Ara Pacis

Le fotografie senza flash per uso personale sono consentite e il monumento, illuminato dai lucernari, si presta bene. Per il treppiede e per gli scatti a uso professionale conviene chiedere al personale di sala prima di montare qualsiasi cosa.

L'Ara Pacis è adatta ai bambini

Molto. È piccolo, si vede tutto in un colpo d'occhio, non ha percorsi interminabili e il fregio vegetale è pieno di animali da cercare: lucertole, serpenti, rane, nidi, cigni. Anche il fregio della processione contiene diversi bambini, e riconoscerli è un ottimo gioco d'osservazione.

Che cos'è il videomapping sull'Ara Pacis

È una proiezione che usa il monumento stesso come schermo per restituirne la policromia originale e il contesto antico. Il progetto in cartellone nel 2026 si chiama L'Ara si rivela, va dal 27 marzo al 31 dicembre, dura circa quaranta minuti e si segue in cuffia in italiano, inglese, francese e spagnolo.

Quanto costa L'Ara si rivela

Quindici euro l'intero e tredici il ridotto. La tariffa famiglia è di 22,00 euro per due adulti con figli minori di diciotto anni e di 11,00 euro per un adulto con figli; le scolaresche pagano 4,00 euro ad alunno.

In che orari si tiene il videomapping

Solo il venerdì, il sabato e la domenica, in orario serale, con fasce che cambiano nel corso della stagione: dalle 20 alle 22 a fine marzo e inizio aprile, dalle 21 alle 23 fra aprile e metà settembre, dalle 20 alle 23 nella seconda metà di settembre. Il calendario si verifica sul sito ufficiale prima di prendere impegni.

C'è l'audioguida all'Ara Pacis

Sì. L'audioguida costa 4,00 euro e la videoguida 6,00 euro, entrambe disponibili in cinque lingue. Esiste anche un'applicazione del museo, gratuita per iOS e Android, e per i gruppi si può noleggiare un kit di radioguide.

L'Ara Pacis è l'originale o una copia

È l'originale antico, ma integrato. Buona parte dei rilievi è marmo del primo secolo avanti Cristo; alcune porzioni sono integrazioni del restauro del 1938, la trabeazione è interamente rifatta perché non ne fu trovato alcun frammento, e i pezzi rimasti al Louvre e a Villa Medici sono sostituiti da calchi in gesso.

Perché l'Ara Pacis non è dove sorgeva in origine

Perché nel 1937 si decise di ricollocarla nello spazio liberato dalle demolizioni fra il Mausoleo di Augusto e il Tevere. La posizione antica era a qualche centinaio di metri, sotto Palazzo Fiano Peretti Almagià, all'altezza di via in Lucina, lungo l'antica via Flaminia urbana che oggi è via del Corso.

Chi ha progettato il Museo dell'Ara Pacis

Richard Meier and Partners Architects. Il progetto fu affidato nel 1998, divenne esecutivo nel 2000 e l'edificio fu inaugurato il 21 aprile 2006. Il padiglione precedente, del 1938, era di Vittorio Ballio Morpurgo, e ne sopravvive la parete est del basamento con le Res Gestae.

Perché il museo di Meier ha fatto tanto discutere

Per quattro ragioni intrecciate: il linguaggio architettonico contemporaneo in un contesto storico; il muro verso il lungotevere, accusato di chiudere la piazza sul fiume; l'affidamento diretto dell'incarico senza concorso; e la politica, perché l'opera divenne bersaglio della campagna avversaria alla giunta che l'aveva voluta. Nel 2008 si arrivò a proporne l'abbattimento, poi rientrato.

Che differenza c'è fra l'Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto

Sono due monumenti diversi dello stesso committente, oggi affacciati sulla stessa piazza. L'Ara Pacis è un altare del 9 avanti Cristo dedicato alla Pace come divinità; il Mausoleo è la tomba dinastica iniziata nel 28 avanti Cristo, un tumulo circolare enorme. Il primo si visita col biglietto del museo, il secondo ha modalità di accesso proprie, che vanno verificate sui canali ufficiali.

Che cos'è la Saturnia tellus

È il nome tradizionale del pannello meglio conservato dell'Ara Pacis: una figura matronale seduta con due putti in grembo, fra due ninfe, una su un cigno e una su un mostro marino. L'identificazione oscilla fra Tellus, Venere Genitrice, l'Italia e la Pax, e con ogni probabilità l'ambiguità era voluta dal committente.

Che rapporto c'è fra l'Ara Pacis e l'obelisco di Montecitorio

L'obelisco di Montecitorio era il gnomone dell'Horologium Augusti, il grande strumento astronomico che Augusto fece impiantare nel Campo Marzio con un obelisco portato da Eliopoli nel 10 avanti Cristo. Che i due monumenti facessero parte di un unico progetto è ampiamente condiviso; l'ipotesi novecentesca secondo cui l'ombra dell'obelisco puntasse l'altare il giorno del compleanno di Augusto è invece oggi molto discussa fra gli studiosi.

C'è il bookshop e un posto per bere qualcosa

Il bookshop è nell'atrio del settore nord, insieme alla biglietteria. Nel settore sud, oltre alla sala conferenze su due livelli, c'è un'area di ristoro con terrazza pubblica affacciata sul Mausoleo di Augusto, che è anche uno dei punti panoramici meno frequentati del centro.

Quanto si aspetta in coda all'Ara Pacis

Pochissimo, nella grande maggioranza dei giorni. Non è un museo da code bibliche e questo, in una città come Roma, è una qualità enorme: nei ponti e nei fine settimana affollati, quando il centro è impraticabile, qui si entra in cinque minuti. Fanno eccezione i periodi di grande mostra, in cui la fila si forma davanti all'ingresso di via di Ripetta 180.

Vale la pena visitare l'Ara Pacis anche se si ha poco tempo a Roma

Se avete tre giorni e non siete mai stati a Roma, il Colosseo e i Musei Vaticani vengono prima: sarebbe disonesto dire il contrario. Se invece è il secondo o il terzo viaggio, oppure se vi interessa capire come funzionava il potere di Augusto, questo è uno dei posti più efficienti della città in rapporto fra tempo speso e cose imparate. Quaranta minuti, e si esce sapendo leggere l'arte ufficiale romana.

Il mio consiglio finale è di trattare questa visita come una lezione breve e non come una spunta su un elenco. Venite tardi, quando la luce cala e i gruppi se ne sono andati, salite la rampa, restate dentro il recinto qualche minuto in silenzio a guardare i festoni di marmo. Poi uscite sulla terrazza e guardate il Mausoleo. Duemila anni fa un uomo ha organizzato quest'angolo di città per raccontarvi che aveva portato la pace, e la cosa notevole è che ci sta ancora riuscendo. Sapere come funziona il trucco non lo rende meno bello: lo rende molto più interessante.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoL'Ara Pacis Augustae (Altare della pace di Augusto) è un altare fatto costruire da Augusto nel 9 a.C. alla Pace nell'accezione di divinità.
TagsAra PacisMuseoMuseo archeologico

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IndirizzoLungotevere in Augusta, 00186 Roma RM, Italia 186
CategorieMostreMusei
Telefono+39 06 0608
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