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Via dei Condotti

In breve. Via dei Condotti è la strada che collega Piazza di Spagna a via del Corso e taglia in senso trasversale il Tridente, il ventaglio di tre strade che dal Cinquecento organizza l’ingresso settentrionale di Roma.

Via dei Condotti è la strada che collega Piazza di Spagna a via del Corso e taglia in senso trasversale il Tridente, il ventaglio di tre strade che dal Cinquecento organizza l’ingresso settentrionale di Roma. Si trova nel rione Campo Marzio, misura poco più di duecento metri ed è percorribile a piedi in quattro o cinque minuti, molti di più se ci si ferma davvero a guardare qualcosa. Non si paga nulla per percorrerla, non ha orari, non ha cancelli: è una strada pubblica, aperta ventiquattro ore su ventiquattro, e questa è la prima cosa da dire a chi arriva a Roma convinto che ogni luogo celebre della città richieda un biglietto prenotato con tre settimane di anticipo. Il nome non ha nulla a che vedere con il commercio e con le vetrine che oggi la rendono famosa: viene dalle condutture dell’acqua, dai condotti dell’Acqua Vergine che nel Cinquecento furono fatti passare di qui per portare l’acqua alla parte bassa del Campo Marzio. È una strada che si chiama come un pezzo di impianto idraulico, e per chi la percorre oggi fra le insegne dei marchi internazionali questa è già di per sé una piccola vendetta della storia. Alle sue due estremità ci sono due cose molto diverse: da una parte la scalinata di Piazza di Spagna con la fontana della Barcaccia ai piedi, dall’altra il traffico pedonale continuo di Via del Corso. In mezzo, poco più di duecento metri che contengono un palazzo extraterritoriale, un caffè del 1760 riconosciuto come bene culturale, una chiesa barocca con la facciata concava e almeno cinque palazzi storici che quasi nessuno guarda perché tutti guardano le vetrine al piano terra.

Via dei Condotti
Via dei Condotti vista lungo il suo asse rettilineo: la strada corre dritta da Piazza di Spagna a via del Corso e la prospettiva chiusa in fondo è uno degli effetti voluti dal tracciato cinquecentesco

Dove si trova Via dei Condotti e come ci si arriva davvero

Via dei Condotti si trova nel rione Campo Marzio, nell’area nord del centro storico di Roma, quella che i romani chiamano il Tridente. Corre in direzione est-ovest e unisce due assi che hanno storie completamente diverse: a est termina in Piazza di Spagna, esattamente davanti alla scalinata di Trinità dei Monti, a ovest sbocca su via del Corso all’altezza di largo Carlo Goldoni. Chi guarda una mappa nota subito una cosa: il tracciato non finisce lì. Oltre il Corso la strada prosegue perfettamente rettilinea cambiando nome in via della Fontanella di Borghese, e da lì il rettifilo continua fino a piazza Nicosia e verso il Tevere. Via dei Condotti, in altre parole, è il segmento più celebre di un asse urbano molto più lungo, progettato nel Cinquecento per collegare la zona del ponte Sant’Angelo alla salita della Trinità dei Monti. Questo spiega perché la strada è così ostinatamente diritta in una città che diritta non lo è quasi mai.

Il modo più semplice per arrivarci è la metropolitana. La Linea A ha la stazione Spagna che sbuca dentro Piazza di Spagna, a una trentina di metri dall’imbocco di Via dei Condotti: si sale le scale, si gira l’angolo e si è già in strada. Chi preferisce arrivare dall’altro capo può scendere a Flaminio, entrare in Piazza del Popolo e scendere lungo il Corso per circa seicento metri, oppure percorrere Via del Babuino fino a Piazza di Spagna e imboccare Condotti da lì. Questa seconda soluzione è la migliore, perché permette di attraversare tutto il Tridente senza mai rifare la stessa strada e di arrivare a Condotti avendo già capito che cosa sono le tre strade che partono da Piazza del Popolo.

Gli autobus non entrano in Via dei Condotti e non potrebbero: la carreggiata è strettissima e i marciapiedi sono ridotti a fasce di pochi decimetri. Le linee di superficie che servono la zona passano su via del Tritone, su via del Corso nei tratti in cui è consentito e lungo il lungotevere. Chi arriva in auto deve mettersi in testa una cosa sola: l’intera area ricade nella Zona a Traffico Limitato del centro storico, i varchi elettronici sanzionano gli accessi non autorizzati e non esiste parcheggio di superficie. La soluzione pratica è il parcheggio interrato sotto il Pincio, con risalita a piedi verso Piazza del Popolo o verso la terrazza del Pincio, oppure uno dei parcheggi vicini alla stazione Termini con metropolitana fino a Spagna. In taxi si arriva fino all’imbocco, ma nelle ore di punta il tratto finale è più lento a piedi che in macchina.

Che cosa è davvero Via dei Condotti: una traversa del Tridente, non uno dei suoi bracci

Qui va chiarito un equivoco che sento ripetere continuamente. Il Tridente di Roma è formato da tre strade che si aprono a ventaglio da Piazza del Popolo: via del Corso al centro, Via del Babuino a est, via di Ripetta a ovest. Via dei Condotti non è uno di questi tre bracci. È la traversa che li attraversa, l’elemento orizzontale che tiene insieme il ventaglio e lo collega a Piazza di Spagna. Confondere le due cose non è un dettaglio da pedanti: significa non capire come funziona questo pezzo di città.

Il rettifilo fu aperto da papa Paolo III nel 1547 e allora si chiamava via della Trinità, perché congiungeva con un lungo tracciato diritto la zona di piazza di Ponte Sant’Angelo alla piazza sottostante la chiesa della Trinità dei Monti. La logica era quella dei grandi assi rettilinei della Roma rinascimentale: dare ai pellegrini e ai cortei una direttrice riconoscibile, sostituire il groviglio medievale con linee che si possono percorrere senza perdersi e, non ultimo, offrire alla vista una prospettiva chiusa da un monumento. Chi percorre oggi Via dei Condotti da ovest verso est vede in fondo esattamente questo: la scalinata e le due torri campanarie della Trinità dei Monti che chiudono il cannocchiale. È un effetto scenografico progettato, non un caso.

Il nome cambiò dopo, e cambiò per ragioni tecniche. Quando furono posate le condutture che portavano l’acqua vergine verso il basso Campo Marzio e verso le fontane del rione, la strada cominciò a essere chiamata via Condotta, e da via Condotta si arrivò per uso comune a via dei Condotti. Il toponimo ufficiale seguì l’uso popolare, come accade quasi sempre a Roma: la stessa cosa era successa a Via del Babuino, che aveva avuto quattro nomi ufficiali diversi prima che il soprannome dato dai romani a una statua li spazzasse via tutti.

Quello che oggi rende la strada celebre nel mondo è una vocazione commerciale che si è consolidata nel Novecento e che ha trasformato i piani terra dei palazzi in una sequenza continua di vetrine. Su questo va detta una cosa chiara: chi viene a Roma per la storia urbana non ha bisogno di entrare in nessuno di questi negozi, e chi ci viene per comprare non ha bisogno che qualcuno gli spieghi dove andare. La parte interessante di Via dei Condotti si trova dal primo piano in su, nei cortili, nelle targhe, nelle facciate. Al piano terra c’è un centro commerciale all’aperto che potrebbe trovarsi in qualsiasi altra capitale europea. Sopra c’è Roma.

Il nome, l’Acqua Vergine e il bottino del Pincio

L’acquedotto che ha dato il nome alla strada è l’Acqua Vergine, e la sua storia merita di essere raccontata per intero perché è il vero filo che tiene insieme tutto il quartiere. L’acquedotto fu inaugurato il 9 giugno del 19 avanti Cristo da Marco Vipsanio Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, per alimentare le sue terme nel Campo Marzio. Le sorgenti si trovavano nell’agro Lucullano, nella zona dell’ottavo miglio della via Collatina, dove oggi si trova la località Salone, e da lì l’acqua percorreva oltre venti chilometri prevalentemente in galleria sotterranea prima di arrivare in città. Il nome, secondo la spiegazione più sobria, deriva dalla purezza delle acque; la leggenda antica lo attribuisce invece a una fanciulla che avrebbe indicato ai soldati assetati il punto delle sorgenti.

L’imperatore Claudio ne fece una ricostruzione consistente nel 46 dopo Cristo, riparando i danni subiti sotto Caligola, e un’iscrizione documenta ancora questo intervento sulle arcate superstiti. Di quelle arcate qualcosa si vede ancora oggi, a pochi minuti di cammino da Via dei Condotti: un tratto in blocchi di travertino con tre arcate si trova nella zona di via del Nazareno, e un altro segmento è stato conservato e reso visibile all’interno dell’edificio commerciale di via del Tritone. Dell’acquedotto sopravvivono inoltre lunghi tratti in elevato, fra cui una porzione di oltre trecento metri in opera reticolata di tufo nel punto in cui superava il fosso della Marranella.

Il dato che colpisce di più è un altro: l’Acqua Vergine è l’unico degli undici principali acquedotti antichi di Roma che non ha mai smesso di funzionare in modo continuativo. Ha attraversato il crollo dell’impero, i secoli in cui la città si ridusse a poche decine di migliaia di abitanti raccolti nell’ansa del Tevere, le distruzioni e i restauri, e continua ad alimentare le fontane barocche del centro, a cominciare dalla Fontana di Trevi. Chi guarda la Barcaccia ai piedi della scalinata di Piazza di Spagna sta guardando acqua che arriva dalla stessa condotta di duemila anni fa.

Nel Cinquecento l’acquedotto fu oggetto di interventi papali che ne ridisegnarono la distribuzione dentro la città. Papa Gregorio XIII fece derivare una diramazione dal bottino del Pincio per servire la parte bassa del Campo Marzio. La parola bottino, che in romanesco indica il serbatoio di raccolta dell’acqua, è rimasta nella toponomastica: ancora oggi esiste un vicolo che porta quel nome nella zona sotto il Pincio, a poche decine di metri dal punto in cui la conduttura scendeva verso il quartiere. Chi conosce questo dettaglio cammina per Via dei Condotti con un’idea diversa in testa: sotto i sampietrini corre ancora l’infrastruttura che ha dato il nome alla strada.

Il nesso fra la strada e la Fontana di Trevi è quindi diretto e non metaforico. La denominazione via Condotta, poi Condotti, si consolidò proprio dopo la posa delle condutture che portavano l’acqua vergine verso la mostra terminale dell’acquedotto. Che quella mostra sia poi diventata, nel Settecento, la fontana più fotografata del mondo è una conseguenza tarda di un lavoro idraulico di duemila anni prima.

Una curiosità su Via dei Condotti

La curiosità è tutta nel nome, e quasi nessuno dei milioni di persone che percorrono la strada ogni anno la conosce. Via dei Condotti prende il nome da un tubo. Non da un santo, non da un papa, non da una famiglia nobile, non da un evento militare: da un’opera di canalizzazione idrica. In una città dove le strade si chiamano come le basiliche, come i cardinali che le aprirono o come le statue che le decorano, la via più celebre del lusso romano porta il nome di un pezzo di impianto tecnico, e lo porta perché i romani del Cinquecento erano gente concreta che chiamava le cose per quello che ci passava dentro.

C’è un secondo strato di curiosità dentro il primo. La strada, prima di chiamarsi Condotti, si chiamava via della Trinità. Era un nome nobile, religioso, allineato al monumento che chiudeva la prospettiva. Il nome tecnico ha vinto sul nome sacro, e ha vinto perché era quello che la gente usava davvero. La toponomastica romana è piena di questi casi di uso popolare che si impone sull’atto ufficiale, ma pochi sono così netti: qui l’idraulica ha battuto la teologia sul campo.

Il terzo strato riguarda l’uso presente. Oggi Via dei Condotti è associata nell’immaginario globale a un’idea di lusso e di eleganza. Il nome che quell’immaginario porta in giro per il mondo significa letteralmente tubature. Chi lo sa cammina qui con un sorriso in più, ed è una delle poche battute autentiche che si possono fare in una strada dove tutto il resto è studiato per essere serio.

L’Antico Caffè Greco, il locale storico tutelato

In Via dei Condotti 86 si trova l’Antico Caffè Greco, aperto nel 1760, e va detto subito che il Caffè Greco non è un esercizio commerciale come gli altri. È riconosciuto come bene culturale di interesse particolarmente importante, con vincolo che protegge l’attività e non soltanto le mura, e figura fra i Locali storici d’Italia. Parlarne è parlare di storia urbana, non di shopping.

Le sale interne conservano un apparato decorativo e una collezione di opere che ne fanno un caso unico: oltre trecento opere sono esposte negli ambienti, tanto che il locale viene descritto come la più grande galleria d’arte privata aperta al pubblico esistente al mondo. Gli ambienti hanno nomi propri consolidati nell’uso: la Sala Rossa e la Sala Omnibus, quest’ultima la più lunga e stretta, quella che dà l’idea di un vagone ferroviario e da cui deriva il nome.

La lista dei frequentatori storici del Greco è lunghissima e comprende nomi che appartengono alla storia della letteratura e della musica europea. Fra quelli documentati ci sono Johann Wolfgang von Goethe, George Byron, Arthur Schopenhauer, Giacomo Leopardi e, molto più avanti nel tempo, Pier Paolo Pasolini. La prima testimonianza sicura della frequentazione del locale da parte di un artista è attribuita al pittore Pierre-Paul Prud’hon, in una lettera del 1800. Su questo punto vale la pena essere precisi: molte guide attribuiscono al Greco aneddoti e frasi celebri che non hanno riscontro documentario, ed è meglio limitarsi a quello che le fonti sostengono davvero. Il fatto che qui si siano seduti Goethe e Leopardi è già abbastanza senza bisogno di aggiungere dialoghi inventati.

La vicenda recente del locale è una storia romana nel senso più letterale. L’immobile appartiene all’Ospedale Israelitico, che ha promosso una causa di sfratto per finita locazione nei confronti della gestione del caffè. La questione ha attraversato anni di procedimenti e di mobilitazioni, e riguarda un nodo che a Roma si ripete: il rapporto fra il valore commerciale di un metro quadro in Via dei Condotti e la sopravvivenza di un’attività storica che quel metro quadro non potrebbe mai pagare ai prezzi di mercato. Chi entra oggi al Greco entra in un locale la cui continuità è stata oggetto di contenzioso, ed è bene saperlo.

Il consiglio pratico, se si vuole vederlo, è di non entrarci a metà mattina o nel primo pomeriggio, quando le sale sono sature. Il momento buono è l’apertura o la fascia che precede la chiusura. E si può anche semplicemente entrare, attraversare le sale guardando le pareti e uscire: nessuno lo vieta, e il valore di quella visita è nelle opere appese, non in quello che si consuma.

Una cosa che non ti dice nessuno su Via dei Condotti

Via dei Condotti è cortissima. Poco più di duecento metri, quattro o cinque minuti di cammino senza fermarsi. Chi arriva con in testa l’immagine costruita dalle riviste e dai film si aspetta un viale, un boulevard, qualcosa che duri. Invece si imbocca la strada, si alza lo sguardo, si vedono due file di vetrine e nel giro di poche centinaia di passi si è già dall’altra parte, su via del Corso, con la sensazione un po’ spiazzante di aver finito prima di cominciare. Questa sproporzione fra la fama e la lunghezza è la prima cosa che nessuno dice.

La seconda è che la strada, vista dall’altezza degli occhi, è oggettivamente povera di cose da guardare. Al piano terra c’è una sequenza di facciate commerciali che si assomigliano tutte, vetrine grandi, insegne sobrie, illuminazione uniforme. Chi cammina guardando dritto davanti a sé non vede praticamente nulla di storico. La strada si riapre solo se si alza lo sguardo sopra il primo piano: lì ricompaiono le cornici, le mensole, i balconi, gli stemmi, le finestre incorniciate in travertino dei palazzi sei e settecenteschi che sono ancora tutti al loro posto. La regola è semplice: in Via dei Condotti si cammina con il mento alzato di venti gradi.

La terza cosa che nessuno dice riguarda i portoni. Dietro le vetrine, a intervalli regolari, si aprono portoni monumentali che danno su cortili interni. Alcuni sono chiusi, altri restano socchiusi durante il giorno. Guardare dentro un portone socchiuso non è vietato e non è maleducato: è il modo in cui si legge un palazzo romano. Dai cortili si capisce la profondità reale degli edifici, si vedono scale, colonne di reimpiego, pozzi, targhe. È il livello di lettura che separa chi attraversa la strada da chi la visita.

La quarta riguarda il rumore, o meglio la sua assenza. Via dei Condotti è chiusa al traffico privato ordinario e i veicoli che vi si vedono sono pochissimi. Il risultato è che, nonostante la densità di persone, il livello sonoro è molto più basso di quello di via del Corso o di via del Tritone. Chi arriva qui dopo aver attraversato il traffico del Tritone se ne accorge fisicamente: cambia proprio la pressione sulle orecchie. È uno dei pochi tratti del centro dove si può parlare a voce normale camminando.

La quinta, infine, è che la strada ha un capo bello e un capo qualunque. L’estremità su Piazza di Spagna è uno dei punti più scenografici della città; l’estremità su via del Corso, a largo Goldoni, è un incrocio funzionale senza particolari qualità. Percorrere Condotti da est a ovest significa andare dal meglio al peggio; percorrerla da ovest a est significa il contrario, e cioè arrivare alla scalinata dopo una preparazione. È una differenza minima che cambia completamente la percezione della passeggiata.

I palazzi di Via dei Condotti, uno per uno

Percorrendo la strada da Piazza di Spagna verso largo Goldoni si incontra una sequenza di edifici storici che vale la pena elencare, perché sono la ragione per cui vale la pena percorrerla a piedi invece che attraversarla.

Il primo per importanza è il Palazzo Magistrale, conosciuto a Roma come Palazzo di Malta, in Via dei Condotti 68. L’edificio appartiene all’Ordine di Malta dal 1630 e dal 1834 è residenza del Gran Maestro. È la sede principale e la sede di governo del Sovrano Militare Ordine di Malta, e gode di status extraterritoriale concesso dallo Stato italiano: significa che il portone davanti al quale si passa distrattamente cercando un negozio è, dal punto di vista giuridico, l’ingresso di un soggetto sovrano che intrattiene relazioni diplomatiche bilaterali con gli Stati e rilascia passaporti propri. Ospita gli uffici amministrativi, gli archivi storici e la biblioteca magistrale dell’Ordine. Dall’esterno non c’è quasi nulla che lo segnali: una facciata sobria, un portone, la bandiera. È probabilmente il portone più sottovalutato di Roma.

Va chiarito subito un punto che genera confusione continua. L’Ordine di Malta ha a Roma due sedi. Il Palazzo Magistrale di Via dei Condotti 68 è quella di governo. L’altra è la Villa Magistrale sull’Aventino, cioè la Villa del Priorato di Malta, quella del celebre buco della serratura da cui si inquadra la cupola di San Pietro. Sono due luoghi distinti, distanti fra loro una quarantina di minuti a piedi, e chi cerca il buco della serratura in Via dei Condotti non lo trova. È un equivoco talmente comune che lo metto in evidenza apposta.

Il secondo edificio da conoscere è la chiesa della Santissima Trinità degli Spagnoli, che si affaccia sulla strada con una facciata concava impossibile da non notare una volta che si sa che esiste. Fu costruita fra il 1741 e il 1746 su progetto dell’architetto portoghese Emanuele Rodriguez dos Santos, coadiuvato da Giuseppe Sardi, per i Trinitari spagnoli. La facciata, curva e movimentata secondo il gusto del pieno barocco romano, è decorata con le statue dei fondatori dell’ordine, Giovanni de Matha e Felice di Valois, e reca le insegne reali di Filippo V di Spagna, sotto il cui regno la chiesa fu edificata. L’interno è coerente con l’esterno perché progetto ed esecuzione appartengono allo stesso momento e non ci sono state alterazioni successive di rilievo: è un caso raro di omogeneità stilistica in una città dove quasi ogni chiesa è una stratificazione di interventi. Intorno al 1880 il convento annesso fu trasformato in collegio per le missioni dell’Estremo Oriente dei Domenicani, che ne divennero proprietari.

Gli altri palazzi storici della strada sono meno noti ma completano il quadro. Il Palazzo Núñez-Torlonia, il Palazzo degli Ansellini, di impianto ottocentesco, il Palazzo Della Porta Negroni Caffarelli, anch’esso ottocentesco, il Palazzo Avogadri Neri del Seicento, il Palazzo Megalotti del Settecento e il Palazzo Maruscelli Lepri, seicentesco. Sono nomi che non dicono nulla al visitatore di passaggio e che invece raccontano la composizione sociale della strada prima della sua vocazione commerciale: famiglie della nobiltà papalina e della borghesia alta, che qui avevano il palazzo di rappresentanza perché la strada portava dritto alla salita della Trinità dei Monti e alla piazza dove risiedevano gli ambasciatori.

La lettura corretta di questa sequenza è cronologica. Il Seicento porta i palazzi Avogadri Neri e Maruscelli Lepri e l’arrivo dell’Ordine di Malta nel 1630. Il Settecento porta la chiesa degli Spagnoli, il Palazzo Megalotti e, nel 1760, il Caffè Greco. L’Ottocento porta gli Ansellini, il Della Porta Negroni Caffarelli e nel 1834 il trasferimento della residenza del Gran Maestro. Il Novecento porta il commercio. In duecento metri si legge l’intera parabola di un pezzo di città: residenza nobiliare, poi luogo di ritrovo internazionale, poi vetrina globale.

Il consiglio che ti do per visitare Via dei Condotti

Il consiglio è uno solo e va contro tutto quello che fanno le persone che vedo passare di qui ogni giorno: percorrete la strada al contrario e all’ora sbagliata.

Al contrario significa entrare da via del Corso, a largo Goldoni, e camminare verso Piazza di Spagna. La ragione è puramente visiva. Andando in questa direzione si ha davanti, per tutti i duecento metri, la scalinata di Trinità dei Monti con la chiesa e le sue due torri campanarie che chiudono la prospettiva. È il cannocchiale progettato nel Cinquecento e funziona ancora perfettamente. Nella direzione opposta si cammina verso un incrocio banale e si perde completamente l’effetto. Chi esce dalla stazione Spagna e imbocca subito Condotti sta facendo la strada nel verso che rende meno.

All’ora sbagliata significa presto, molto presto. Prima delle nove del mattino le saracinesche sono ancora abbassate e la strada torna a essere quello che è: una sequenza di facciate storiche con i portoni visibili, le targhe leggibili, le cornici in ombra netta. Non c’è folla, la luce arriva radente da est, e si può stare fermi in mezzo alla carreggiata a guardare un palazzo senza essere travolti. Alla stessa ora la scalinata in fondo è quasi vuota. È la finestra di un’ora e mezza in cui Via dei Condotti si può davvero vedere.

Il secondo consiglio è di non fermarsi alla strada principale. Il quartiere intorno è un reticolo di vie parallele e perpendicolari che hanno la stessa origine urbanistica e molto meno traffico pedonale: via Borgognona, via Frattina, via della Croce, via delle Carrozze, via Bocca di Leone, via Mario de’ Fiori. Sono strade in cui si trovano ancora osterie e botteghe di quartiere, portoni aperti, cortili. Una passeggiata sensata in questa zona dedica venti minuti a Condotti e quaranta al reticolo intorno, non il contrario.

Il terzo consiglio riguarda la durata. Chi vuole vedere Via dei Condotti e il suo contesto deve calcolare un’ora e mezza: cinque minuti per percorrerla, venti per il Caffè Greco e la chiesa degli Spagnoli, dieci per il portone del Palazzo di Malta e per i cortili che si trovano aperti, il resto per le traverse e per la scalinata. Chi ha solo dieci minuti faccia solo il tratto centrale, ma sappia che avrà visto un corridoio commerciale e non una strada storica.

Il quarto è un avvertimento pratico. In questa zona operano regolarmente gruppi che avvicinano i turisti con offerte di vario genere e borseggiatori che lavorano sulla densità della folla, soprattutto nel tratto finale verso Piazza di Spagna e nei pressi dell’uscita della metropolitana. Zaino davanti, telefono non in mano mentre si cammina, portafoglio non nella tasca posteriore. Non è allarmismo: è la stessa regola che vale in qualsiasi punto ad altissima concentrazione turistica in Europa.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: Via dei Condotti non finisce su via del Corso. Prosegue. Al di là del Corso il tracciato continua perfettamente rettilineo cambiando semplicemente nome e diventando via della Fontanella di Borghese, e da lì l’asse arriva fino a piazza Nicosia e all’area del Tevere. Chi si ferma a largo Goldoni e guarda dritto vede la strada continuare dall’altra parte del Corso: è la stessa retta, tagliata in due dal passaggio pedonale e dal cambio di toponimo.

Questo fatto è risaputo nel senso che chiunque abbia una mappa può verificarlo in tre secondi, e poco citato nel senso che praticamente nessuna guida lo mette in evidenza. Eppure cambia completamente il significato della strada. Via dei Condotti non è un segmento autonomo nato per il commercio: è il tratto orientale di un asse cinquecentesco progettato per collegare la zona del ponte Sant’Angelo, cioè l’approdo dei pellegrini che venivano dal Vaticano, alla salita della Trinità dei Monti. L’intero rettifilo serviva a portare la gente da un capo all’altro del Campo Marzio senza perdersi nel dedalo medievale.

Percorrere l’asse intero è un esercizio che consiglio a chi ha già visto le cose ovvie del centro. Si parte da Piazza di Spagna, si fa Condotti, si attraversa il Corso, si continua su via della Fontanella di Borghese fiancheggiando la mole del palazzo Borghese, si sbuca su via di Ripetta e si arriva verso piazza Nicosia. Sono venti minuti scarsi di cammino e il risultato è che si capisce, fisicamente, come è stata disegnata questa parte di Roma. Nel tratto oltre il Corso la folla crolla a un decimo e le botteghe tornano a essere botteghe: lo stesso asse, due mondi.

C’è un secondo fatto poco citato della stessa famiglia, e riguarda largo Carlo Goldoni, lo slargo in cui Condotti incontra il Corso. Il largo è intitolato al commediografo veneziano Carlo Goldoni, e la tradizione locale collega l’intitolazione al soggiorno romano dello scrittore nel Settecento. Il dato che regge senza incertezze è l’intitolazione, e basta quella per rendere interessante uno slargo che altrimenti sembra solo un incrocio: il commediografo che riformò il teatro italiano dà il nome al punto in cui la strada più commerciale di Roma incontra la sua strada più percorsa.

La foto giusta da fare a Via dei Condotti

La foto giusta non è la vetrina. La foto giusta è l’asse.

Il punto di ripresa migliore si trova all’imbocco occidentale, cioè a largo Goldoni, oppure qualche decina di metri più avanti dentro la strada, in posizione centrale rispetto alla carreggiata. Da lì si inquadra il cannocchiale completo: le due quinte di palazzi che convergono, la strada che corre dritta e, in fondo, la scalinata di Piazza di Spagna con la facciata della Trinità dei Monti e le due torri campanarie che chiudono la composizione. È una fotografia che funziona perché ha una struttura prospettica fortissima, e funziona esattamente come era stata progettata nel Cinquecento.

La lunghezza focale conta. Con un grandangolo spinto la scalinata in fondo diventa minuscola e l’effetto svanisce; la strada sembra lunghissima e vuota di contenuto. Con un teleobiettivo moderato, o con lo zoom medio di un telefono, le quinte si comprimono, la Trinità dei Monti si ingrandisce e sembra appoggiata sul fondo della strada, e la foto diventa quella che tutti riconoscono. La differenza fra una foto banale e una buona, qui, è interamente nella focale.

L’orario giusto è la prima mattina. Presto la strada è quasi vuota, il che significa che la prospettiva si legge senza essere spezzata dalle teste, e la luce arriva da est, cioè esattamente dal fondo dell’inquadratura: la facciata della Trinità dei Monti si illumina mentre le quinte laterali restano in ombra, e si ottiene un contrasto che nessun altro momento della giornata regala. Il tardo pomeriggio funziona in modo opposto, con la luce che entra dalle spalle e illumina i cornicioni dei palazzi lasciando il fondo in ombra: è meno spettacolare ma più leggibile sui dettagli architettonici.

C’è poi una seconda inquadratura, meno ovvia, che vale la pena cercare: quella dall’alto. Dalla terrazza in cima alla scalinata, davanti alla chiesa della Trinità dei Monti, guardando verso il basso e verso ovest si vede Via dei Condotti infilarsi fra i tetti come un taglio netto. È la vista che mostra in un colpo solo la piazza, la Barcaccia, l’imbocco della strada e la sua fuga verso il Corso, e permette di capire la geometria del quartiere meglio di qualsiasi mappa. La seconda fotografia della scheda è presa proprio da quel punto di vista.

Un avvertimento: non fermatevi in mezzo alla carreggiata per il selfie nelle ore di punta. Non per una questione di stile, ma perché la strada è stretta, il flusso è continuo e chi si pianta al centro crea un tappo immediato. Se serve la foto frontale, fatela presto la mattina; se si è lì a mezzogiorno, ci si sposta sul bordo, si appoggia la schiena a un pilastro e si scatta da lì.

Via dei Condotti
Via dei Condotti vista dall’alto della scalinata di Trinità dei Monti, sopra Piazza di Spagna: da questo punto si legge in un colpo solo la geometria del quartiere, con la strada che si infila fra i tetti e corre dritta fino a via del Corso

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di Via dei Condotti si può ricostruire con una precisione che poche strade romane consentono, perché ogni fase ha lasciato un edificio o un nome.

Il 9 giugno del 19 avanti Cristo Agrippa inaugura l’acquedotto che duemila anni dopo darà il nome alla strada. In quel momento la zona è la periferia settentrionale del Campo Marzio, una piana fuori dal centro urbano che Agrippa e Augusto stanno monumentalizzando con terme, portici e giardini. L’acqua che arriva serve quelle terme.

Nel 46 dopo Cristo l’imperatore Claudio ricostruisce consistenti tratti dell’acquedotto, danneggiato sotto Caligola, e lo documenta con un’iscrizione che si conserva ancora sulle arcate superstiti. L’infrastruttura entra nella lunga fase in cui, sola fra gli undici acquedotti principali della città, non smetterà mai di funzionare.

Nel 1547 papa Paolo III apre il rettifilo che diventerà Via dei Condotti. Si chiama via della Trinità e ha uno scopo preciso: unire con una linea retta la zona di piazza di Ponte Sant’Angelo alla piazza sottostante la chiesa della Trinità dei Monti, dando ai pellegrini e ai cortei un percorso leggibile attraverso un tessuto urbano che fino a quel momento è un labirinto. È l’atto di nascita della strada come oggetto urbanistico.

Nel corso del Cinquecento papa Gregorio XIII fa derivare dal bottino del Pincio le condutture dell’acqua vergine per servire la parte bassa del Campo Marzio. Da questa operazione idraulica nasce il nome via Condotta, poi Condotti, che sostituirà definitivamente quello religioso.

Nel 1630 il palazzo che oggi si conosce come Palazzo Magistrale entra nella proprietà dell’Ordine di Malta. È il momento in cui la strada acquisisce la sua anomalia giuridica: un pezzo di sovranità estranea allo Stato italiano, incastonato fra i palazzi nobiliari.

Fra il 1741 e il 1746 viene costruita la chiesa della Santissima Trinità degli Spagnoli su progetto di Emanuele Rodriguez dos Santos con Giuseppe Sardi, per i Trinitari spagnoli e sotto il patrocinio regio di Filippo V di Spagna. La strada riceve il suo unico monumento sacro, e lo riceve nel momento di massima energia del barocco romano.

Nel 1760 apre l’Antico Caffè Greco. È l’anno che trasforma la strada da asse di passaggio in luogo di ritrovo. Nei decenni successivi il caffè diventa il punto di incontro della colonia internazionale di artisti, scrittori e musicisti che vive fra Piazza di Spagna e via Margutta, cioè il cuore sociale del Grand Tour a Roma.

Nel 1800 una lettera del pittore Pierre-Paul Prud’hon fornisce la prima testimonianza sicura della frequentazione del Caffè Greco da parte di un artista. È il primo documento certo di una storia che fino a quel momento vive di tradizione orale.

Nel 1834 il Gran Maestro dell’Ordine di Malta stabilisce la propria residenza nel palazzo di Via dei Condotti 68. Da quel momento la strada ospita il vertice di un ordine sovrano, e continua a ospitarlo oggi.

Intorno al 1880 il convento annesso alla chiesa degli Spagnoli viene trasformato in collegio per le missioni dell’Estremo Oriente dei Domenicani, che ne diventano proprietari. È un passaggio minore nella storia della strada e importante in quella della Chiesa: da qui passano generazioni di missionari diretti in Asia.

Nel corso del Novecento la strada assume la fisionomia commerciale che la rende celebre nel mondo. I piani terra dei palazzi nobiliari vengono trasformati uno dopo l’altro in spazi espositivi, le botteghe artigiane e i negozi di quartiere lasciano il posto a insegne internazionali, e il toponimo entra nel lessico globale come sinonimo di lusso. È la fase più recente e anche la più fragile: è quella che ha messo sotto pressione le attività storiche, Caffè Greco compreso, esponendole a valori di locazione che nessuna attività tradizionale può reggere.

La vicenda dello sfratto del Caffè Greco, promosso dalla proprietà dell’immobile per finita locazione, appartiene agli anni più recenti ed è l’ultimo capitolo, ancora aperto, di questa storia. Riguarda una questione che vale per tutto il centro di Roma: che cosa succede quando il valore commerciale di un luogo supera di molte volte il valore economico dell’attività che quel luogo ha reso celebre.

Chi è passato da Via dei Condotti

Chi è passato da qui si conta a milioni, ma i nomi che le fonti documentano sono legati quasi tutti allo stesso indirizzo, il numero 86, cioè il Caffè Greco. Fra i frequentatori storici del locale sono documentati Johann Wolfgang von Goethe, George Byron, Arthur Schopenhauer, Giacomo Leopardi e Pier Paolo Pasolini. La prima testimonianza sicura della presenza di un artista nel locale è quella del pittore Pierre-Paul Prud’hon in una lettera del 1800. La lista complessiva dei frequentatori tramandati supera il centinaio e comprende scrittori, pittori, musicisti e incisori della colonia internazionale che fra Sette e Ottocento risiedeva nel quartiere.

Su questo punto voglio essere esplicito, perché è il terreno su cui le guide turistiche prendono più libertà. Il fatto che un personaggio sia elencato fra i frequentatori di un caffè non autorizza a raccontare che cosa disse, a quale tavolino sedeva, con chi litigò e che cosa ordinava. Queste sono le cose che si leggono ovunque e che quasi mai hanno un riscontro. Quello che si può dire con tranquillità è che nella seconda metà del Settecento e per tutto l’Ottocento il Caffè Greco è stato il punto di riferimento fisico della comunità straniera di artisti a Roma, e che questa comunità includeva i nomi più grandi della cultura europea del tempo. Il resto è letteratura.

La strada è passaggio obbligato anche per un’altra categoria di persone, molto meno celebre e molto più continua: i diplomatici e i funzionari dell’Ordine di Malta, che dal 1630 entrano ed escono dal portone del numero 68, e i Gran Maestri che vi risiedono dal 1834. È un flusso silenzioso che dura da quasi quattro secoli e che non lascia tracce visibili, se non le targhe, la bandiera e le auto con targa diplomatica dell’Ordine che ogni tanto si vedono ferme davanti al portone.

C’è poi il passaggio dei religiosi. La chiesa degli Spagnoli ha portato qui per un secolo e mezzo i Trinitari spagnoli, e dal 1880 circa i Domenicani del collegio per le missioni dell’Estremo Oriente. Generazioni di missionari diretti in Cina, in Giappone e nelle Filippine hanno avuto il loro ultimo indirizzo romano a pochi metri dai palazzi nobiliari di questa strada.

Infine il commediografo: largo Carlo Goldoni, all’estremità occidentale, porta il nome di Carlo Goldoni, che a Roma soggiornò nel Settecento. La strada che oggi il mondo associa alle vetrine sbocca su uno slargo dedicato all’uomo che riformò la commedia italiana togliendole le maschere e dandole i caratteri.

Quando andare a Via dei Condotti e quando evitarla

Il momento migliore in assoluto è la prima mattina di un giorno feriale, fra le sette e le nove. La strada è praticamente deserta, le serrande sono abbassate, la luce arriva radente dal fondo, la scalinata di Piazza di Spagna in fondo alla prospettiva è libera e si può fotografare tutto senza aspettare. Chi riesce a essere qui alle sette e mezza di un martedì di novembre vede una Roma che quasi nessun visitatore vede.

Il secondo momento buono è la sera tardi, dopo le venti e trenta, quando i negozi hanno chiuso e il flusso pedonale si è spostato verso i ristoranti. La strada si svuota, le vetrine restano illuminate e l’effetto notturno è notevole, soprattutto guardando verso la scalinata illuminata. È anche il momento in cui i palazzi sopra il primo piano si leggono meglio, perché l’illuminazione stradale li taglia di lato.

Il momento da evitare in modo categorico è il sabato pomeriggio, in qualsiasi stagione. Fra le quindici e le diciannove la strada raggiunge densità da concerto e camminarci diventa un esercizio di pazienza. A questo si aggiungono i weekend di dicembre, quando alla folla ordinaria si somma quella degli acquisti natalizi e delle luminarie: nelle settimane fra l’otto dicembre e l’Epifania il tratto fra Piazza di Spagna e il Corso è fra i punti più congestionati del centro storico.

Da evitare anche le ore centrali di qualsiasi giorno fra aprile e ottobre, per la ragione opposta e complementare: il flusso dei gruppi organizzati che scendono dalla scalinata e attraversano il Tridente è continuo fra le dieci e le diciassette, e in quelle ore la strada è un corridoio in movimento dove fermarsi a guardare qualcosa è materialmente difficile.

Agosto merita un discorso a parte. Nella prima metà del mese molte attività storiche del quartiere chiudono per ferie, mentre le insegne internazionali restano aperte: il risultato è una strada che funziona al cinquanta per cento, con caldo intenso e senza ombra, perché la larghezza della carreggiata e l’altezza dei palazzi lasciano scoperta gran parte del percorso nelle ore centrali. Chi capita a Roma in agosto faccia questa passeggiata prima delle dieci del mattino.

La pioggia, contrariamente a quanto si pensa, non rovina Via dei Condotti: la migliora. I sampietrini bagnati riflettono le vetrine e i lampioni, la folla si dimezza, e la prospettiva verso la Trinità dei Monti con l’asfalto lucido è una delle immagini più belle che il Tridente offra. Serve un ombrello e scarpe con la suola buona, perché il sampietrino bagnato è scivoloso sul serio.

Cosa c’è intorno a Via dei Condotti

Il vantaggio più grande di questa strada è la sua posizione: in un raggio di dieci minuti a piedi si trova una delle concentrazioni di monumenti più dense d’Europa, e quasi tutto è raggiungibile senza mezzi.

All’estremità orientale, a zero metri, c’è Piazza di Spagna con la scalinata di Trinità dei Monti e la Fontana della Barcaccia ai suoi piedi, alimentata dalla stessa acqua vergine che ha dato il nome a Via dei Condotti. Salendo i centotrentacinque gradini si arriva alla chiesa della Trinità dei Monti e alla terrazza da cui si domina tutto il quartiere.

Dalla terrazza della Trinità dei Monti, proseguendo verso nord lungo viale della Trinità dei Monti, si arriva in dieci minuti al Pincio e alla sua terrazza panoramica su Piazza del Popolo, e da lì si entra direttamente in Villa Borghese, il grande parco storico della città, dove si trova anche la Galleria Borghese con la sua collezione di Bernini e Caravaggio. Il percorso è tutto in quota, senza salite ulteriori, ed è uno dei più belli del centro.

Verso nord, lungo il braccio orientale del Tridente, si percorre Via del Babuino fino a Piazza del Popolo, dove si affaccia la basilica di Santa Maria del Popolo con le due tele di Caravaggio nella cappella Cerasi. Sono seicento metri e dieci minuti di cammino dall’imbocco di Condotti.

Verso ovest, oltre Via del Corso e proseguendo sull’asse rettilineo, si scende verso il Tevere e si incontrano il Mausoleo di Augusto e l’Ara Pacis, cioè il cuore monumentale dell’operazione augustea nel Campo Marzio: gli stessi anni in cui Agrippa inaugurava l’acquedotto da cui la strada prende il nome. Il collegamento non è casuale, è la stessa stagione urbanistica.

Verso sud-est, a circa dieci minuti di cammino attraverso via Propaganda e via del Nazareno, si arriva alla Fontana di Trevi, cioè alla mostra terminale dell’acquedotto Vergine. È il completamento logico della passeggiata: si parte dalla strada che porta il nome delle condutture e si arriva al punto in cui quelle condutture sfociano. Lungo il percorso, nella zona di via del Nazareno, si trovano anche i tratti antichi dell’acquedotto ancora visibili in elevato.

Proseguendo lungo il Corso verso sud si raggiunge in pochi minuti Piazza Colonna con la colonna di Marco Aurelio, e da lì si entra nel tessuto del Campo Marzio antico fino al Pantheon e a Piazza Navona. La distanza a piedi da Condotti al Pantheon è di circa quindici minuti.

Verso est, risalendo per via Sistina oppure per via Francesco Crispi, si arriva in quindici minuti a Via Veneto, la strada che nel secondo dopoguerra ha avuto il ruolo mondano che oggi il turismo attribuisce a Condotti. Il confronto fra le due è istruttivo: Via Veneto è larga, alberata, novecentesca; Condotti è stretta, rettilinea, cinquecentesca. Due idee opposte di via di rappresentanza a un quarto d’ora l’una dall’altra.

Infine, per chi vuole chiudere il cerchio sull’Ordine di Malta: dalla sede di governo di Via dei Condotti 68 si può raggiungere l’altra sede romana, la Villa del Priorato di Malta sull’Aventino, con la metropolitana Linea B fino a Circo Massimo e una salita a piedi. È lì, e non in Via dei Condotti, che si trova il celebre buco della serratura da cui si inquadra la cupola di San Pietro.

Domande veloci su Via dei Condotti

Perché si chiama Via dei Condotti?

Per le condutture dell’acquedotto Vergine che vi furono fatte passare nel Cinquecento. Papa Gregorio XIII fece derivare dal bottino, cioè dal serbatoio, del Pincio le condotte che servivano la parte bassa del Campo Marzio; la strada cominciò a essere chiamata via Condotta e poi Condotti. Il nome precedente, dato quando papa Paolo III aprì il rettifilo nel 1547, era via della Trinità.

Quanto è lunga e quanto tempo serve per percorrerla?

Poco più di duecento metri, quattro o cinque minuti di cammino senza fermarsi. Per vederla davvero, con il Caffè Greco, la chiesa degli Spagnoli, il portone del Palazzo di Malta e le traverse intorno, serve un’ora e mezza.

Si paga qualcosa per visitarla?

No. È una strada pubblica, aperta ventiquattro ore su ventiquattro, senza biglietto, senza orari e senza prenotazione.

Come ci si arriva con la metropolitana?

Con la Linea A, stazione Spagna, che sbuca in Piazza di Spagna a pochi metri dall’imbocco della strada. In alternativa, stazione Flaminio e discesa lungo il Corso o lungo Via del Babuino.

Si può arrivare in auto?

Sconsigliato. L’area ricade nella Zona a Traffico Limitato del centro storico, i varchi elettronici sanzionano gli accessi non autorizzati e non esiste parcheggio di superficie. La soluzione pratica è il parcheggio interrato sotto il Pincio, con discesa a piedi.

Che cos’è il Palazzo di Malta di Via dei Condotti?

È il Palazzo Magistrale, al numero 68, sede principale e di governo del Sovrano Militare Ordine di Malta. Appartiene all’Ordine dal 1630 ed è residenza del Gran Maestro dal 1834. Gode di status extraterritoriale concesso dallo Stato italiano. Non è visitabile come monumento.

Il buco della serratura di Malta si trova qui?

No. Il celebre foro da cui si inquadra la cupola di San Pietro si trova sull’Aventino, al portone della Villa del Priorato di Malta in piazza dei Cavalieri di Malta. Sono due sedi diverse dello stesso Ordine, distanti fra loro una quarantina di minuti a piedi.

Che cos’è l’Antico Caffè Greco?

Un locale aperto nel 1760 al numero 86, riconosciuto come bene culturale di interesse particolarmente importante e iscritto ai Locali storici d’Italia. Nelle sue sale sono esposte oltre trecento opere d’arte. Fra i frequentatori documentati figurano Goethe, Byron, Schopenhauer, Leopardi e Pasolini.

C’è una chiesa in Via dei Condotti?

Sì, la chiesa della Santissima Trinità degli Spagnoli, costruita fra il 1741 e il 1746 su progetto di Emanuele Rodriguez dos Santos con Giuseppe Sardi, con facciata concava decorata dalle statue dei fondatori dell’ordine trinitario e dalle insegne di Filippo V di Spagna.

Qual è la differenza fra Via dei Condotti e Via del Babuino?

Via del Babuino è uno dei tre bracci del Tridente e collega Piazza del Popolo a Piazza di Spagna correndo in direzione nord-sud per quasi seicento metri. Via dei Condotti è la traversa che corre in direzione est-ovest e collega Piazza di Spagna a via del Corso per poco più di duecento metri. Le due strade si incontrano a Piazza di Spagna e hanno storie diverse: il Babuino prende il nome da una statua antica, Condotti da un impianto idraulico.

Via dei Condotti finisce su via del Corso?

Il toponimo sì, il tracciato no. Oltre il Corso l’asse prosegue perfettamente rettilineo con il nome di via della Fontanella di Borghese e arriva fino a piazza Nicosia. Chi percorre l’intero rettifilo impiega venti minuti e capisce il progetto urbanistico cinquecentesco molto meglio che restando nel tratto celebre.

È adatta a bambini e passeggini?

La strada è pianeggiante e priva di gradini, quindi accessibile, ma i marciapiedi sono strettissimi e nelle ore di punta la densità pedonale rende scomodo qualsiasi mezzo a ruote. La fascia della prima mattina risolve il problema.

Quando conviene andarci per trovarla vuota?

Fra le sette e le nove del mattino di un giorno feriale, oppure dopo le venti e trenta. Da evitare il sabato pomeriggio e le settimane fra l’otto dicembre e l’Epifania.

A nostro giudizio Via dei Condotti è la strada di Roma con la più grande sproporzione fra fama e sostanza visibile, e questa sproporzione si può correggere in cinque minuti. Chi la attraversa guardando le vetrine ha visto duecento metri di centro commerciale internazionale e se ne va convinto che non ci fosse altro. Chi alza lo sguardo sopra il primo piano, si ferma davanti al portone del numero 68 sapendo che dietro c’è la sede di governo di un soggetto sovrano, entra per due minuti in una chiesa barocca del 1746 con la facciata concava e attraversa le sale di un caffè del 1760 in cui sono appese trecento opere d’arte, ha visto un pezzo di storia europea concentrato in uno spazio ridicolmente piccolo. La differenza fra le due esperienze non sono i soldi e non è il tempo: è sapere dove guardare. E il fatto che la strada più identificata con il lusso in Italia porti il nome di un tubo dell’acqua resta, per me, la migliore introduzione possibile a come funziona davvero questa città.

Domande frequenti su Via dei Condotti

Dove si trova Via dei Condotti?

Via dei Condotti si trova nel rione Campo Marzio, nell’area nord del centro storico di Roma, nella zona che i romani chiamano il Tridente. Corre in direzione est ovest e unisce Piazza di Spagna, davanti alla scalinata di Trinità dei Monti, a via del Corso, all’altezza di largo Carlo Goldoni.

Via dei Condotti è uno dei bracci del Tridente?

No, Via dei Condotti non è uno dei tre bracci del Tridente. Il Tridente è formato da via del Corso, via del Babuino e via di Ripetta, che si aprono a ventaglio da Piazza del Popolo. Via dei Condotti è la traversa che attraversa questi tre assi e li collega a Piazza di Spagna.

Perché si chiama Via dei Condotti?

Via dei Condotti prende il nome dalle condutture dell’acquedotto Vergine che vi furono fatte passare nel Cinquecento. Papa Gregorio XIII fece derivare dal bottino del Pincio le condotte che servivano la parte bassa del Campo Marzio, e la strada cominciò a essere chiamata via Condotta e poi via dei Condotti. In precedenza, quando Paolo III aprì il rettifilo nel 1547, si chiamava via della Trinità.

Quanto è lunga Via dei Condotti?

Via dei Condotti è molto corta: poco più di duecento metri, percorribili in quattro o cinque minuti di cammino senza fermarsi. Chi si aspetta un viale lungo come quelli visti nelle riviste o nei film resta spesso sorpreso da quanto sia breve il tratto fra Piazza di Spagna e via del Corso.

Che cos’è l’Antico Caffè Greco di Via dei Condotti?

L’Antico Caffè Greco è uno storico locale al civico 86 di Via dei Condotti, aperto nel 1760 e riconosciuto come bene culturale di interesse particolarmente importante, con vincolo che protegge l’attività stessa e non soltanto le mura. Fra i suoi frequentatori storici sono documentati Johann Wolfgang von Goethe, George Byron, Arthur Schopenhauer, Giacomo Leopardi e Pier Paolo Pasolini.

Qual è il momento migliore per visitare Via dei Condotti?

Il momento migliore per vedere Via dei Condotti è la prima mattina di un giorno feriale, fra le sette e le nove, quando la strada è praticamente deserta e la luce arriva radente verso la scalinata di Piazza di Spagna. Conviene percorrerla partendo da largo Goldoni verso Piazza di Spagna, per avere davanti per tutto il tragitto la scalinata di Trinità dei Monti.

Che cosa c’è vicino a Via dei Condotti?

Vicino a Via dei Condotti, a zero metri dall’estremità orientale, si trova Piazza di Spagna con la scalinata di Trinità dei Monti e la Fontana della Barcaccia, alimentata dalla stessa Acqua Vergine che ha dato il nome alla strada. Lungo il percorso si incontra anche il Palazzo Magistrale, o Palazzo di Malta, al civico 68, residenza dell’Ordine di Malta dal 1834.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una passeggiata guidata nel Tridente e nel Campo Marzio con accompagnatore turistico abilitato si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari sul centro storico di Roma trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.

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