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Pasquino

Pasquino è il torso di marmo appoggiato all’angolo nord occidentale di Palazzo Braschi, nella piazza che dal Cinquecento ha finito per prendere il suo nome, a una cinquantina di metri da piazza Navona. È la più celebre delle sei statue parlanti di Roma, e dal suo soprannome deriva la parola pasquinata, entrata nella lingua italiana e poi in mezza Europa. Quello che quasi nessuno guarda, davanti a lui, è la statua: ci si ferma a leggere i fogli affissi nella bacheca accanto e si riparte verso piazza Navona. Eppure il marmo è la parte più antica e più discussa della storia, perché è il frammento di un gruppo scultoreo greco di cui si conoscono almeno quindici repliche romane, e sul soggetto che rappresenta gli archeologi non hanno chiuso la partita. Questa pagina è dedicata alla statua: che cosa è davvero, quando è stata trovata, perché si chiama così (e perché nessuna delle spiegazioni correnti ha un documento alle spalle) e che cosa si vede oggi in piazza. Il fenomeno delle statue parlanti nel suo insieme, con l’itinerario a piedi fra tutte e sei, è raccontato nella scheda dedicata alle statue parlanti: qui si parla di un oggetto solo.

Dove si trova Pasquino e come arrivare

Pasquino si trova in piazza di Pasquino, rione Parione, addossato allo spigolo di Palazzo Braschi che guarda verso via del Governo Vecchio, a poco più di cinquanta metri dall’imbocco sud occidentale di piazza Navona. La statua è su suolo pubblico, all’aperto, visibile ventiquattro ore su ventiquattro e senza biglietto. Non ha orari, non ha cancelli e non ha custodi: l’unica protezione è una recinzione bassa di colonnette di travertino installata con il restauro del 2010.

A piedi, dal centro storico

Da piazza Navona bastano cinquanta metri: si esce dal lato di Palazzo Braschi, all’altezza della fontana del Moro, e si gira nel vicolo che sbuca nella piazzetta. Da Campo de’ Fiori sono cinque o sei minuti lungo via dei Baullari e via del Pellegrino; da largo di Torre Argentina un quarto d’ora abbondante lungo corso Vittorio Emanuele II; dal Pantheon circa dieci minuti attraversando piazza Navona in diagonale; da Castel Sant’Angelo, per ponte Sant’Angelo e via dei Banchi Nuovi, dodici o tredici minuti.

Con i mezzi pubblici

La piazza non ha una fermata di metropolitana vicina, ed è bene saperlo prima di partire: le stazioni più prossime della linea A, Spagna e Barberini, sono a venti o venticinque minuti di cammino. Il collegamento comodo è di superficie, lungo corso Vittorio Emanuele II, dove passano fra le altre le linee 40, 46, 62 e 64. Da largo di Torre Argentina, dove arriva anche il tram 8 da Trastevere, si completa il tratto a piedi in un quarto d’ora. I percorsi Atac cambiano con i cantieri del centro: conviene controllare la linea sul sito dell’azienda.

In auto e in taxi

La piazza è dentro la zona a traffico limitato del centro storico, non ha parcheggi nelle vicinanze ed è circondata da vicoli strettissimi e in gran parte pedonali: chi arriva da fuori Roma fa prima a lasciare il veicolo in un parcheggio di scambio collegato alla metropolitana. Il taxi arriva a corso Vittorio Emanuele II o a corso del Rinascimento.

Pasquino
il torso di Pasquino all’angolo di Palazzo Braschi, con la bacheca dei cartelli sulla destra e le colonnette di travertino del 2010. Foto: Architas, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Che cos’è davvero la statua di Pasquino

Pasquino è il frammento superstite di un gruppo scultoreo antico, non una statua singola: nello stesso blocco di marmo sono scolpite due figure, un guerriero in piedi che sorregge un secondo corpo abbandonato, oggi ridotto a una massa erosa che quasi nessun passante riconosce come tale. Il guerriero ha perso testa, braccia e gran parte del volto; restano leggibili l’attacco di quella che era con ogni probabilità una corazza, la torsione del busto verso l’alto e la mano che stringe il corpo del compagno.

Che cosa si vede davvero girando intorno al blocco

Il consiglio operativo è di non guardare Pasquino solo di fronte. Dal lato verso piazza Navona si vede quasi soltanto il torso mutilo; spostandosi di novanta gradi, verso via di Santa Maria dell’Anima, si coglie la composizione intera: il corpo inerte che pende, la mano del portatore sul fianco, il piano inclinato su cui il gruppo si sviluppava. Bastano tre passi laterali e una ventina di secondi.

Il gruppo del Pasquino: una composizione nota in almeno quindici copie

Gli archeologi chiamano oggi gruppo del Pasquino, dal nome della statua romana, un’intera composizione di cui si conoscono almeno quindici copie romane in marmo, derivate da un originale greco perduto con ogni probabilità in bronzo. Mostra un guerriero che solleva e porta via dal campo di battaglia il cadavere di un compagno: un soggetto raro, copiato per secoli anche perché risolve un problema tecnico difficile, far reggere in piedi un corpo morto senza che la scultura perda equilibrio.

Che il pezzo in piazza sia una copia, e non l’originale, è condiviso da tutti gli studiosi. Sulla data, invece, le fonti non concordano. Diversi studi recenti collocano il prototipo ellenistico fra il 200 e il 150 avanti Cristo; la voce enciclopedica italiana più diffusa parla di un’opera in stile ellenistico forse del III secolo avanti Cristo; il portale turistico del Comune di Roma data il marmo che si vede in piazza alla fine del I secolo dopo Cristo, riferendosi però alla copia e non al modello. Le tre indicazioni parlano in parte di due oggetti diversi, ma chi cerca una data unica e sicura non la troverà.

L’attribuzione ad Antigonos, e perché va presa con le molle

Una parte della letteratura divulgativa attribuisce l’originale allo scultore Antigonos, artista della cerchia pergamena noto per essere citato dalle fonti antiche. L’attribuzione compare anche in voci enciclopediche, ma non poggia su un’iscrizione né su una testimonianza diretta: è una proposta di studio, non un dato.

Chi sono i due personaggi: una questione ancora aperta

L’identificazione del soggetto è la parte più discussa della vicenda, e conviene ripercorrerla in ordine perché le guide tendono a comprimerla in una frase sola.

Nel Cinquecento gli eruditi proposero letture molto diverse: Ercole, il gigante Gerione, Alessandro Magno, Ercole in lotta con i centauri. Flaminio Vacca, nel 1594, parla di un gladiatore a proposito di un’altra replica dello stesso gruppo.

Alla fine del Settecento l’antiquario Ennio Quirino Visconti propose l’identificazione poi diventata la più nota: Menelao che sorregge il corpo di Patroclo morente, episodio del diciassettesimo libro dell’Iliade. Nel 1936 il filologo tedesco Bernhard Schweitzer le dedicò uno studio monografico che catalogò tutti i frammenti allora noti e consolidò quella lettura.

Da lì in poi la questione si è riaperta. Diversi studiosi contemporanei ritengono che per la maggior parte delle repliche romane il soggetto più probabile sia un altro: Aiace che porta via il corpo di Achille, scena non omerica ma attestata nella tradizione successiva. Per la replica di Sperlonga la lettura oggi prevalente è un’altra ancora, Ulisse che solleva il cadavere di Achille, coerente con il resto del programma scultoreo della grotta; qualcuno ha proposto Enea che porta Lauso. Un indizio arriva dalla replica di Villa Adriana, dove la figura morta ha una ferita sulla schiena: nell’Iliade Patroclo è ucciso proprio con un colpo alle spalle.

Riassumendo: Menelao e Patroclo è la lettura tradizionale e ancora la più citata, Aiace e Achille quella che ha guadagnato terreno per buona parte delle copie, e per alcune repliche valgono identificazioni diverse. Chi in piazza vi dica con tono definitivo che la statua rappresenta con certezza Menelao e Patroclo sta chiudendo una discussione aperta.

Le misure, e un dato che non siamo riusciti a verificare

Sulle dimensioni esatte del torso non esiste un dato pubblicato in modo uniforme dalle fonti istituzionali consultate, a differenza di Marforio o di Madama Lucrezia, di cui si trovano misure precise. Il gruppo supera il vero, come quasi tutte le repliche note, ma preferiamo non dare un numero che non abbiamo potuto riscontrare su una scheda di catalogo: chi ha bisogno del dato tecnico si rivolga alla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, che ha in carico il monumento.

Le altre repliche del gruppo: Firenze, il Vaticano, Sperlonga

Il modo più rapido per capire che cosa rappresenti il torso di piazza di Pasquino è guardare una replica meglio conservata, e in Italia ne esistono diverse. La più completa è a Firenze, sotto la Loggia dei Lanzi in piazza della Signoria, con il titolo di Menelao che sorregge il corpo di Patroclo.

Il gruppo della Loggia dei Lanzi

La storia di quel marmo dice molto su Pasquino, per contrasto. Il frammento fu comprato da Cosimo I de’ Medici poco dopo il ritrovamento nella vigna di Antonio Velli, mezzo miglio fuori Porta Portese, e portato a Firenze con il consenso di papa Pio V. Secondo le memorie dello scultore e antiquario Flaminio Vacca, pubblicate nel 1594, la figura del portatore mancava dalla cintola in su, mentre il corpo morto era integro. Il completamento fu commissionato da Ferdinando II: il modello lo elaborò Pietro Tacca, l’esecuzione è attribuita al suo assistente Lodovico Salvetti, e il gruppo finì in una nicchia all’estremità meridionale di Ponte Vecchio. Nel 1771 Anton Raphael Mengs prese i calchi delle parti che riteneva antiche di questa versione e di un’altra conservata a Palazzo Pitti, arrivata a Firenze nel 1570 come dono di Paolo Antonio Soderini e detta trovata nell’area del Mausoleo di Augusto. Dopo altri interventi, il gruppo fu eretto nella Loggia dei Lanzi nel 1838.

Il dettaglio che ancora oggi attira più sguardi a Firenze, il braccio sinistro della figura morta che pende come slogato, non è antico: fa parte del restauro seicentesco di Tacca e Salvetti. Sono moderni anche la gamba sinistra sollevata del portatore, il ginocchio destro alzato della figura morta e il terreno rialzato che fa da base. Chi guarda quel gruppo credendo di vedere un originale greco vede, in buona parte, un’invenzione barocca toscana.

I frammenti di Villa Adriana e i Musei Vaticani

Cinque frammenti di un gruppo del Pasquino furono scavati a Villa Adriana, a Tivoli, da Gavin Hamilton nel 1769: facevano parte della collezione di copie di capolavori greci raccolta dall’imperatore Adriano. Sono oggi ai Musei Vaticani, e la testa attribuita a Menelao è esposta nella Sala dei Busti. È la replica con la ferita sulla schiena, l’argomento più concreto a favore di Patroclo almeno per quella copia.

La versione di Sperlonga

Un’altra venne alla luce nel 1957 a Sperlonga, nella grotta della villa di Tiberio, insieme a un apparato scultoreo di altissimo livello dedicato alle avventure di Ulisse. È molto frammentaria, ma il contesto ha portato gli studiosi a leggerla diversamente dalle altre: qui la maggioranza propende per Ulisse che porta via il corpo di Achille. Il museo archeologico nazionale accanto alla grotta espone i gruppi ricomposti, e per chi si interessa a questa scultura è la gita che chiarisce più di qualunque fotografia.

Il ritrovamento del 1501 e il cardinale Oliviero Carafa

La data su cui tutte le fonti concordano è il 1501: in quell’anno il torso fu rialzato all’angolo del palazzo dove ancora si trova, per volontà del cardinale napoletano Oliviero Carafa. La piazza si chiamava allora piazza di Parione, e il palazzo alle spalle della statua era la dimora degli Orsini, sostituita alla fine del Settecento da Palazzo Braschi.

Un cantiere, non uno scavo archeologico

La parola ritrovamento è fuorviante. Il contesto fu un normale cantiere edilizio rinascimentale: si lastricava la strada di Parione e si ristrutturava il palazzo per conto di Carafa, che vi si sarebbe insediato, e ai lavori partecipò anche Bramante. Nessuna campagna di scavo, nessun archeologo: l’archeologia come disciplina non esisteva ancora.

Il racconto più circostanziato è indiretto e arriva da Lodovico Castelvetro, che lo aveva sentito dal poeta ferrarese Antonio Tebaldeo, vissuto a Roma per gran parte della vita. Secondo quella testimonianza la statua non emerse dal sottosuolo profondo: era già mezza interrata nella via pubblica, e il dorso emergente serviva ai passanti come pietra di passaggio per non sporcarsi i piedi nelle stagioni fangose. Quando si lastricò la strada, quel blocco irregolare rendeva la pavimentazione meno uniforme, e lo si raddrizzò in piedi davanti alla bottega che era stata di un certo maestro Pasquino. Se la testimonianza regge, il 1501 non è la data della scoperta ma quella della messa in piedi.

Che cosa fece Carafa, e perché fu decisivo

Molti, sul cantiere, consideravano il torso materiale di scarto: mutilo, corroso, illeggibile. Carafa insistette per salvarlo. Lo fece rialzare su un basamento all’angolo del palazzo, vi applicò lo stemma di famiglia e un cartiglio celebrativo, e così lo trasformò in un oggetto pubblico con una superficie scrivibile all’altezza degli occhi di chi passava.

Senza quel gesto non esisterebbe la parola pasquinata, e la satira murale romana si sarebbe attaccata a un’altra scultura con un altro nome. Il cardinale non progettava niente del genere: voleva un ornamento erudito all’angolo della propria residenza.

La festa del 25 aprile e gli epigrammi latini

Carafa istituì attorno alla statua una celebrazione annuale, fissata al 25 aprile, giorno di San Marco: il torso veniva riempito di cartapesta, drappeggiato con stoffe e colori e travestito ogni anno da un personaggio diverso, un dio, un eroe, una figura allegorica, e intorno si affiggevano componimenti in latino che alludevano al travestimento.

Chi li scriveva non era il popolo: umanisti, letterati di curia, studenti, con esercizi di bravura scolastica e cortigiana più che satira politica. La prova è a stampa, perché il tipografo romano Giacomo Mazzocchi pubblicava quelle raccolte già dal 1509 con il titolo Carmina apposita Pasquino. Il fenomeno nacque dentro l’ambiente colto e latinizzante della curia, e solo dopo scese in strada cambiando lingua.

Lo Stadio di Domiziano, un’ipotesi antica sulla provenienza

Le prime interpretazioni cinquecentesche ritennero che la statua fosse servita da ornamento allo Stadio di Domiziano, l’edificio antico sepolto sotto piazza Navona, di cui oggi si visitano i sotterranei. L’ipotesi è geograficamente plausibile, perché lo stadio è lì accanto, ma resta un’ipotesi: nessun documento e nessun dato di scavo la confermano, e il fatto che il torso fosse già semi interrato nella strada non permette di ricostruire da dove fosse arrivato.

Una curiosità su Pasquino

La curiosità che spiazza di più è che Pasquino non è mai stato restaurato. In una Roma che fra Cinquecento e Seicento ricostruiva con disinvoltura teste, braccia e gambe mancanti alle statue antiche, spesso inventandole di sana pianta, il torso di piazza di Parione è rimasto come lo si trovò: senza testa, senza braccia, con il volto corroso.

Perché nessuno ci ha mai messo le mani

Il confronto con le altre repliche è impietoso. Il marmo della Loggia dei Lanzi fu completato nel Seicento con un busto nuovo, un braccio nuovo e un terreno di appoggio inventato; più tardi gli si aggiunse anche un elmo neoclassico che sostituì quello più semplice visibile nell’incisione di Paolo Alessandro Maffei del 1704. Pasquino, no. Il frammento romano è arrivato fino a noi senza integrazioni, ed è oggi la replica più onesta sul piano filologico proprio perché è la più rovinata.

La ragione è che Pasquino ha smesso presto di essere una scultura agli occhi dei romani ed è diventato un supporto, un personaggio, una bacheca. Nessuno restaura una bacheca. Il guasto estetico che avrebbe fatto storcere il naso a un collezionista di antichità è esattamente ciò che ha salvato il pezzo.

La statua che ha dato un nome comune a una lingua

La seconda curiosità è linguistica. Pochissimi oggetti fisici di Roma hanno generato un sostantivo comune ancora in uso: pasquinata significa satira pungente e anonima contro un personaggio pubblico, ed è passata in inglese e in francese come pasquinade, in spagnolo come pasquín. Il fenomeno si è esaurito da oltre un secolo e la parola è ancora qui. Esistevano anche babuinate e facchinate, dalle altre statue: scomparsi entrambi.

Da dove viene il nome Pasquino: quattro tradizioni, nessun documento

L’origine del nome Pasquino non è documentata da nessuna fonte coeva: tutte le spiegazioni che circolano sono tradizioni raccolte decenni dopo i fatti, e nessuna poggia su un atto, un registro o una testimonianza diretta. È il punto che quasi tutte le guide saltano, ed è il punto più interessante di tutta la storia, perché ci sono almeno quattro versioni in circolazione e si contraddicono a vicenda.

Prima versione: il sarto di Parione

La versione più antica e più articolata è quella raccolta da Lodovico Castelvetro in un suo scritto pubblicato a Venezia nel 1560, e sentita da Antonio Tebaldeo. Secondo quel racconto in Parione aveva bottega un sarto molto abile chiamato maestro Pasquino, dove lui e i suoi numerosi garzoni, che vestivano buona parte dei cortigiani, parlavano liberamente in biasimo dei fatti del papa, dei cardinali e dei signori di corte. Dopo la sua morte, quando il blocco di marmo venne raddrizzato davanti a quella bottega, il popolo gli affibbiò il nome di chi lì vicino aveva abitato.

La versione ha una coerenza interna forte, perché spiega insieme il nome e la funzione, ma resta una testimonianza di seconda mano raccolta oltre cinquant’anni dopo i fatti.

Seconda versione: l’oste, il barbiere, il calzolaio, il fabbro

Un secondo filone, il più diffuso nella divulgazione, fa di Pasquino un popolano del rione noto per la lingua tagliente, senza accordarsi sul mestiere: chi dice barbiere, chi fabbro, chi calzolaio, chi sarto. Teofilo Folengo, l’autore del Baldus, ne fa un ristoratore con esercizio nella piazzetta. La molteplicità delle varianti è il dato significativo: quando quattro fonti danno quattro mestieri diversi allo stesso personaggio, la probabilità che sia una costruzione retrospettiva cresce parecchio.

Terza versione: il maestro di grammatica latina

Un’ipotesi più recente, che ha il vantaggio di spiegare l’ambiente in cui nacquero i primi fogli, identifica Pasquino con un docente di grammatica latina di una scuola vicina alla piazza, e attribuisce ai suoi studenti la paternità delle prime affissioni, per goliardia, avendo notato nel marmo una somiglianza fisica con il maestro. Questa lettura ha un pregio: si accorda con il fatto documentato che i primi componimenti affissi erano epigrammi latini di ambiente scolastico e curiale, non versi popolari in romanesco.

Quarta versione: il Boccaccio

C’è infine chi collega il nome al protagonista di una novella del Decameron, la settima della quarta giornata, dove un Pasquino muore avvelenato strofinandosi i denti con una foglia di salvia, erba ritenuta salutare: il nome indicherebbe chi viene danneggiato da ciò che si spaccia per buono. È l’ipotesi più letteraria e la meno verificabile.

Che cosa si può dire con certezza

Si può dire questo: il nome era già in uso e già famoso nel primo decennio del Cinquecento, perché nel 1509 esistono raccolte a stampa intitolate al personaggio. Tutto il resto è tradizione orale messa per iscritto molto dopo, e nella letteratura specialistica l’origine viene descritta come oscura. Lo segnaliamo perché in piazza, e su molte pagine web, una delle quattro versioni viene raccontata come accertata: non lo è nessuna.

Una cosa che non ti dice nessuno su Pasquino

La cosa che quasi nessuno dice è che da alcuni anni sulla statua non si affigge più niente: i cartelli sono attaccati a una bacheca ai piedi del monumento, e metterli sul marmo o sul basamento è vietato.

Perché la bacheca

La ragione è di conservazione ed è concreta: colla, nastro adesivo e strappi ripetuti su marmo antico già corroso producono danni cumulativi che non si riparano. Il torso era arrivato alla fine degli anni Duemila in condizioni brutte, aggredito da smog e incuria, ed è stato restaurato alla fine del 2009 per essere riconsegnato alla città il 10 marzo 2010 insieme alla recinzione di colonnette di travertino.

Il risultato ha un lato paradossale: un gesto nato per essere abusivo, notturno e clandestino oggi ha un supporto ufficiale e autorizzato. Chi si aspetta la statua coperta di fogli, come nelle stampe ottocentesche, resta deluso. La nostra opinione è che la scelta sia corretta sul piano della tutela e che il visitatore vada avvertito prima, altrimenti arriva, vede un torso pulito dietro le colonnette e pensa che la tradizione sia finita. Si è spostata di un metro.

L’unica delle sei ancora in servizio

La seconda cosa che si dice poco è che Pasquino è oggi l’unica delle sei statue parlanti ancora in servizio. Marforio è dentro il percorso a pagamento dei Musei Capitolini, nel cortile di Palazzo Nuovo, e dal 2008 non è più raggiungibile gratuitamente; Madama Lucrezia, all’angolo di Palazzo Venezia, e il Babuino, in via del Babuino, restano in strada ma non ricevono cartelli da generazioni; il Facchino è incassato in un muro di via Lata; l’Abate Luigi, sul fianco della basilica di Sant’Andrea della Valle, è senza testa dal 2013 e non la riavrà. Restare in servizio da cinque secoli, per un oggetto di pietra, è una statistica che nessun’altra scultura di Roma può esibire.

Che cosa si legge oggi in bacheca

Il contenuto cambia di settimana in settimana e non è filtrato da nessuno: versi in romanesco, volantini politici, sfoghi personali, annunci di associazioni di quartiere, ogni tanto un intervento artistico. Il 4 gennaio 2023 l’artista abruzzese Pep Marchegiani espose davanti a Pasquino una sua opera dedicata a un immaginario primo papa africano. Chi arriva sperando in una battuta memorabile può restare a mani vuote; chi si ferma cinque minuti si porta via un pezzo di umore cittadino che nessuna guida può anticipargli.

Come funzionavano davvero le pasquinate

Il meccanismo funzionava di notte e contava su un vantaggio semplice: le guardie staccavano i fogli ogni mattina, ma sempre dopo che qualcuno li aveva letti. Il fenomeno nel suo complesso, con il dialogo fra le sei statue e la cronologia della repressione, è ricostruito nella scheda sulle statue parlanti di Roma: qui interessa la parte che riguarda questo marmo e questa piazza.

La posizione, che è tutto

Piazza di Parione, nel Cinquecento, era un passaggio obbligato fra il Campo Marzio, Campo de’ Fiori e la direttrice che portava al Vaticano attraverso ponte Sant’Angelo. Chi affiggeva un foglio su quell’angolo sapeva che sarebbe stato letto da centinaia di persone in poche ore. La scelta della statua è logistica, non poetica. La stessa battuta appesa in un vicolo cieco sarebbe morta lì.

Il dialogo con Marforio

Il formato più riuscito fu il botta e risposta con Marforio, il colosso fluviale oggi nel cortile di Palazzo Nuovo ai Musei Capitolini, dentro il percorso che si raggiunge dal Palazzo dei Conservatori in Campidoglio. Fra le due statue c’è un quarto d’ora di cammino, e quella distanza era parte del congegno: nessuno poteva leggere insieme domanda e risposta, e in una mattinata la battuta circolava a voce per tutto il centro.

Le pasquinate storiche, e perché qui non ne trovate un elenco

Molte pasquinate celebri circolano in versioni diverse, con attribuzioni incerte e testi rimaneggiati da secoli di trascrizioni: riportarle come documenti è uno degli errori più comuni nelle guide, e abbiamo scelto di non farlo. I bersagli ricorrenti, quelli sì ricostruibili dalle raccolte, erano il nepotismo, la voracità edilizia delle famiglie pontificie, le tasse nuove e la vita privata dei cardinali.

Un solo esempio, perché è quello che tutti citano: il motto latino Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini, rivolto a papa Urbano VIII per l’asportazione del bronzo dalle travature del pronao del Pantheon nel 1625. Il testo è autentico e circolava all’epoca, ma la sua origine popolare è contestata: l’autore è stato identificato in monsignor Carlo Castelli, agente del duca di Mantova, e la battuta risulta già in circolazione alla corte papale attribuita al medico personale del papa. La pasquinata più famosa di Roma è insieme autentica come testo e problematica come documento.

La censura e le pene

Il primo provvedimento ufficiale contro le affissioni risale al 1523 e porta la firma di Adriano VI. La tradizione vuole che volesse far gettare la statua nel Tevere e che ne sia stato dissuaso dai cardinali di curia: è un aneddoto tramandato, non un atto documentato. Anche Sisto V e Clemente VIII tentarono di liberarsi del problema, senza risultato. Il provvedimento più duro arrivò nel Settecento, con l’editto di Benedetto XIII che prevedeva pena di morte, confisca dei beni e infamia per gli autori di pasquinate.

Il caso più grave resta quello del letterato Niccolò Franco, e qui va segnalata una correzione, perché le fonti si contraddicono: diverse voci enciclopediche datano la condanna al 1566, mentre la ricostruzione più accurata colloca l’arresto al primo settembre 1568 e l’impiccagione sul ponte di Castel Sant’Angelo l’11 marzo 1570, sotto Pio V. Franco non finì sulla forca per un foglio appeso a una statua, ma per un libello violentissimo contro Paolo IV e la sua famiglia: le pasquinate rientrarono fra le accuse, il fascicolo era più ampio.

Come finì

Non fu la repressione a chiudere la partita. Le pasquinate si diradarono dopo il 1870, con la fine del potere temporale: il bersaglio storico aveva smesso di esistere. Il testimone, per giunta, era già passato ai sonetti in romanesco di Giuseppe Gioachino Belli, che facevano lo stesso lavoro con mezzi letterari più raffinati. A Belli è intitolato il Teatro Belli, a Trastevere.

Pasquino
Foto: Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Il consiglio che ti do per visitare Pasquino

Il consiglio più utile per visitare Pasquino riguarda l’ora del giorno: la piazzetta è stretta, il sole diretto la raggiunge per poche ore e il momento migliore per leggere il marmo è il primo pomeriggio, con luce riflessa. Il torso è scuro, la piazza resta in ombra per gran parte della giornata e in pieno sole il contrasto diventa ingestibile per l’occhio come per la macchina fotografica.

Combinare la sosta con il Museo di Roma

Il palazzo alle spalle della statua ospita il Museo di Roma, e combinare le due cose ha senso perché il museo conserva vedute, stampe e materiali che raccontano la città in cui Pasquino lavorava. L’ingresso è in piazza San Pantaleo 10, con accesso anche da piazza Navona 2. La collezione permanente, al secondo e terzo piano, apre dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19, ultimo ingresso un’ora prima; chiude il lunedì, il primo maggio e il 25 dicembre, mentre il 24 e il 31 dicembre l’orario termina alle 14. Il biglietto per la sola collezione permanente risulta di 13 euro intero e 7,50 ridotto, con un euro di prevendita se acquistato in anticipo; dal febbraio 2026 è gratuito per i residenti a Roma e nella Città metropolitana con documento, e con la MIC card. Quando è in corso una mostra le tariffe cumulative cambiano: conviene controllare la pagina degli avvisi del museo.

Il giudizio, senza giri di parole

Pasquino, da solo, non regge una visita dedicata. Chi arriva a Roma per tre giorni e mette la statua in cima alla lista sbaglia il calcolo: è un frammento eroso in una piazza piccola, e senza sapere che cosa si guarda si liquida in novanta secondi. Vale parecchio come tappa dentro un percorso, e vale soprattutto se ci si arriva sapendo tre cose: che cosa rappresenta il gruppo scultoreo, che il nome non ha documenti alle spalle e che i fogli oggi finiscono in bacheca. Con quelle tre informazioni dieci minuti in piazza valgono più di una visita guidata generica. Senza, è un sasso.

Accessibilità e servizi

La piazza è pianeggiante e pavimentata in sampietrini: sconnessi, e il passaggio intorno alla recinzione è stretto, ma non ci sono gradini né dislivelli, e la statua si vede per intero senza doversi avvicinare. Non esistono biglietterie né punti informativi in piazza; i servizi igienici più vicini sono quelli dei locali della zona e del Museo di Roma.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto che tutti sanno ma quasi nessuno colloca al posto giusto è che il palazzo alle spalle di Pasquino non è quello per cui la statua fu messa lì. Carafa la collocò all’angolo del palazzo degli Orsini, demolito alla fine del Settecento e sostituito da Palazzo Braschi, costruito per la famiglia di papa Pio VI.

Una statua sopravvissuta al proprio palazzo

Pasquino ha quindi cambiato sfondo senza cambiare posizione: ha visto smontare l’edificio su cui era appoggiata e rialzarne un altro dietro di sé, in stile completamente diverso, e ha continuato a lavorare per tutto il cantiere. Di solito accade il contrario, cioè è la scultura a essere spostata per far posto all’architettura. Marforio, per restare nella stessa vicenda, fu spostato tre volte in un secolo.

Braschi, l’ultimo palazzo papale di famiglia

Palazzo Braschi merita un rigo a sé perché è l’ultimo grande palazzo costruito a Roma da una famiglia papale per il proprio nipote: progetto di Cosimo Morelli, cantiere a cavallo fra Settecento e Ottocento, interrotto dalle vicende della Repubblica Romana. Ospita oggi il Museo di Roma, e il suo scalone monumentale sorprende chi entra aspettandosi solo quadri. Il dettaglio che completa il quadro è l’ironia della coincidenza: la satira anonima che per tre secoli aveva bersagliato il nepotismo pontificio finì per avere alle spalle, come fondale permanente, il monumento più tardo e più costoso di quello stesso nepotismo.

Il nome della piazza è arrivato dopo

Un secondo fatto poco citato riguarda la toponomastica. La piazza si chiamava piazza di Parione, dal rione, e prese il nome della statua solo quando il soprannome del marmo era ormai più noto del toponimo ufficiale. È lo stesso meccanismo che ha ribattezzato via del Babuino, prima via Clementina e poi via Paolina: la scultura ha vinto sulla strada.

La foto giusta da fare a Pasquino

La foto giusta da fare a Pasquino è l’inquadratura che tiene dentro la statua e la bacheca, l’oggetto antico e la carta di oggi nello stesso fotogramma. Il ritratto frontale del torso, con un marmo così eroso, restituisce quasi sempre un’immagine povera e incomprensibile.

Come impostare l’inquadratura

Ci si mette di taglio rispetto allo spigolo del palazzo, torso a sinistra e bacheca a destra, e si scatta in verticale includendo un pezzo di sampietrini in basso e la muratura in alto: la piazza è stretta e l’orizzontale costringe a inquadrare macchine parcheggiate e insegne. La luce del primo pomeriggio è quella giusta, perché il marmo scuro e la carta bianca hanno un contrasto difficile in pieno sole.

La seconda foto, quella che quasi nessuno fa

La seconda immagine da portarsi via è il dettaglio della mano. Dal lato che guarda verso via di Santa Maria dell’Anima si vede la mano del guerriero posata sul corpo del compagno: è la parte meglio conservata del gruppo e l’unico punto in cui la scultura torna leggibile come scultura. Basta lo zoom del telefono. Nessuno la fa, perché tutti scattano di fronte, ed è quella che serve per spiegare a qualcuno che cosa rappresenta questo marmo.

Due avvertenze pratiche

I fogli sono di terzi, cambiano continuamente e a volte contengono attacchi a persone identificabili: se pubblicate la foto, conviene evitare i primi piani leggibili. E la piazza è piccola, con passaggio continuo: il momento in cui il campo è libero dura pochi secondi.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di Pasquino comincia nel 1501 e arriva al restauro del 2010: cinque secoli in cui l’oggetto è rimasto fermo nello stesso angolo mentre intorno cambiavano il palazzo, il regime politico e la lingua dei fogli appesi.

Il Cinquecento

Nel 1501 la statua viene rialzata all’angolo del palazzo per volere di Oliviero Carafa, che vi applica lo stemma di famiglia e istituisce la festa annuale del 25 aprile. Dal 1509 Giacomo Mazzocchi stampa le raccolte degli epigrammi latini. Nel 1523 Adriano VI emana il primo provvedimento contro le affissioni. Nel 1550 l’incisore lorenese Nicolas Béatrizet realizza una veduta della statua, fra le testimonianze visive più antiche del suo aspetto. Nel 1560 Castelvetro pubblica a Venezia il racconto sentito da Tebaldeo. Nel 1570 Niccolò Franco viene impiccato sul ponte di Castel Sant’Angelo.

Il Seicento e il Settecento

Nel 1625 l’asportazione del bronzo dal pronao del Pantheon genera la pasquinata più celebre di tutte, quella contro i Barberini. Fra il 1724 e il 1730 Benedetto XIII emana l’editto con pena di morte, confisca e infamia per gli autori di pasquinate. Alla fine del Settecento Visconti propone l’identificazione del gruppo con Menelao e Patroclo, dando per la prima volta un soggetto archeologico a un oggetto che i romani trattavano da tre secoli come un personaggio; negli stessi anni il palazzo degli Orsini viene demolito e comincia il cantiere di Palazzo Braschi.

L’Ottocento e il Novecento

Nel 1838, a Firenze, la replica medicea dello stesso gruppo viene eretta nella Loggia dei Lanzi. Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, finisce il potere temporale dei papi e le pasquinate si diradano. Nel 1936 Schweitzer pubblica lo studio che cataloga i frammenti noti del gruppo. Nel 1938, per i preparativi della visita di Hitler a Roma, sulla statua ricompaiono versi in romanesco che deridono la pomposità degli allestimenti: il testo circola in più varianti ed è riportato da fonti letterarie del Novecento, quindi lo segnaliamo come episodio e non come citazione documentata. Nel 1957 emergono a Sperlonga i frammenti della replica della villa di Tiberio.

Il ventunesimo secolo

Alla fine del 2009 la statua viene restaurata, e il 10 marzo 2010 è riconsegnata alla città insieme alla recinzione di colonnette di travertino: da quel momento le affissioni si spostano sulla bacheca ai piedi del torso. Il 4 gennaio 2023 la piazza ospita un intervento artistico di Pep Marchegiani. I cartelli continuano a comparire, settimana dopo settimana, senza alcuna regia.

Chi è passato da Pasquino

Da questo angolo di marmo è passata la storia politica di Roma papale, e l’elenco dei nomi documentati è più corto di quanto la leggenda lasci pensare: comincia con il cardinale che salvò il torso e arriva agli studiosi che ne hanno ricostruito l’identità archeologica.

Chi lo mise lì

Oliviero Carafa, cardinale napoletano e figura di primo piano della curia fra Quattrocento e Cinquecento, è all’origine di tutto: salvò il frammento, lo fece rialzare, gli mise accanto lo stemma e inventò la festa annuale. Bramante era fra le persone coinvolte nel cantiere del palazzo, benché nulla lo colleghi direttamente alla collocazione della statua. Una nota: Paolo IV, il papa contro cui Niccolò Franco scrisse il libello che gli costò la vita, apparteneva alla stessa famiglia Carafa del cardinale che aveva messo Pasquino sul piedistallo.

I papi

Adriano VI è quello del primo provvedimento del 1523 e dell’aneddoto sul Tevere. Sisto V e Clemente VIII tentarono a loro volta di liberarsi della statua. Urbano VIII fu il bersaglio della pasquinata più celebre. Benedetto XIII firmò l’editto più duro. Pio V, sotto il cui pontificato Niccolò Franco finì sulla forca, è anche il papa che autorizzò il trasferimento a Firenze della replica medicea dello stesso gruppo scultoreo: un dettaglio che lega in modo curioso le due storie, quella satirica e quella archeologica.

I letterati

Pietro Aretino e Giambattista Marino compaiono nelle fonti come autori di componimenti satirici di questo ambiente, scritti su commissione; Niccolò Franco è il caso estremo. Teofilo Folengo e Lodovico Castelvetro sono i due autori cinquecenteschi a cui dobbiamo le versioni più antiche sull’origine del nome. Giuseppe Gioachino Belli non scrisse pasquinate, ma i suoi sonetti in romanesco ne raccolsero l’eredità.

Gli studiosi

Ennio Quirino Visconti, alla fine del Settecento, fu il primo a proporre che il torso rappresentasse Menelao con il corpo di Patroclo; Bernhard Schweitzer, nel 1936, catalogò tutte le repliche note e consolidò quella lettura. Gavin Hamilton portò alla luce i frammenti di Villa Adriana nel 1769, Flaminio Vacca lasciò nel 1594 la testimonianza sulla replica poi finita a Firenze, Anton Raphael Mengs nel 1771 prese i calchi delle parti antiche per una ricostruzione filologica. Sono loro, più dei papi, ad aver deciso che cosa sappiamo di questo marmo.

La piazza intorno a Pasquino e che cosa vedere a due passi

Piazza di Pasquino è uno slargo di pochi metri quadrati a cinquanta passi da piazza Navona, e funziona come anticamera occidentale della piazza grande: ci si passa per forza arrivando da via del Governo Vecchio o da Campo de’ Fiori. Fuori dalle ore di punta è una delle poche piazzette del centro in cui si riesce ancora a sostare.

Il primo anello, entro tre minuti a piedi

A nord si apre piazza Navona con la Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini, costruita sul perimetro dello Stadio di Domiziano, i cui sotterranei si visitano con ingresso da via di Tor Sanguigna. Verso via dell’Anima c’è Santa Maria della Pace con il chiostro del Bramante; verso il Pantheon, San Luigi dei Francesi con i tre Caravaggio della cappella Contarelli, a ingresso libero; oltre corso Vittorio Emanuele II, la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza di Borromini, con orari limitatissimi da verificare di volta in volta.

Il secondo anello, entro dieci minuti

Verso sud si arriva a Campo de’ Fiori con il mercato del mattino, e da lì al rione Regola e alla chiesa di San Paolo alla Regola. Verso il fiume ci sono l’Oratorio del Gonfalone, con il ciclo cinquecentesco di affreschi, ponte Sant’Angelo e Castel Sant’Angelo. A est, lungo corso del Rinascimento, Palazzo Altemps espone sculture antiche con un allestimento che aiuta a capire che cosa fossero le repliche romane di originali greci: è la visita che consigliamo a chi è rimasto incuriosito dal gruppo del Pasquino. Vicinissimo, il Museo Napoleonico.

Il terzo anello, entro un quarto d’ora

Scendendo corso Vittorio Emanuele II verso il Campidoglio si incontrano la basilica di Sant’Andrea della Valle, la fontana nota come Zuppiera di corso Vittorio e largo di Torre Argentina con l’area sacra repubblicana e il santuario dei gatti. Proseguendo si arriva al Ghetto, e attraversando il fiume a Trastevere. Verso nord est, oltre il Pantheon, si raggiunge piazza Colonna e da lì via del Corso, con la chiesa di San Marcello al Corso e, in una traversa, il Facchino.

Dove sostare davvero

La piazza è piccola e senza panchine, e i tavolini dei locali intorno sono a pagamento. Lo slargo di via del Governo Vecchio, a trenta metri, ha qualche gradino e molta meno pressione: chi viaggia con bambini trova lì la sosta più comoda del giro.

Domande frequenti su Pasquino

Dove si trova esattamente la statua di Pasquino?

La statua di Pasquino si trova in piazza di Pasquino, rione Parione, all’angolo nord occidentale di Palazzo Braschi, a una cinquantina di metri da piazza Navona. È su suolo pubblico, all’aperto e visibile a qualsiasi ora del giorno e della notte, senza biglietto e senza orari. La fermata di metropolitana più vicina, Spagna sulla linea A, è a una ventina di minuti di cammino: il collegamento comodo è con gli autobus di corso Vittorio Emanuele II.

Quanto costa vedere Pasquino?

Vedere Pasquino non costa nulla, perché la statua è collocata su una piazza pubblica del centro storico e non è compresa in alcun percorso museale. L’unica spesa possibile riguarda il Museo di Roma a Palazzo Braschi, l’edificio alle spalle della statua, che per la sola collezione permanente applica una tariffa di 13 euro intero e 7,50 ridotto, gratuita dal febbraio 2026 per i residenti a Roma e nella Città metropolitana con documento.

Che cosa rappresenta la statua di Pasquino?

La statua di Pasquino è il frammento di un gruppo scultoreo antico che mostra un guerriero nell’atto di sorreggere il corpo di un compagno morto. L’identificazione tradizionale, proposta nel Settecento da Ennio Quirino Visconti, è Menelao che regge Patroclo; parte degli studiosi contemporanei ritiene più probabile, per molte delle repliche note, Aiace che porta il corpo di Achille. La questione resta aperta e nessuna delle due letture è accertata.

Perché la statua si chiama Pasquino?

Il nome Pasquino non ha alcuna origine documentata: esistono almeno quattro tradizioni in circolazione e nessuna poggia su un atto d’archivio. La più antica, raccolta da Lodovico Castelvetro nel 1560, parla di un sarto del rione Parione dalla lingua tagliente; altre versioni lo dicono oste, barbiere, calzolaio o maestro di grammatica latina, e una lo collega a un personaggio del Decameron. Il nome era già in uso nel 1509.

Si possono ancora attaccare le pasquinate sulla statua?

Sulla statua di Pasquino non si possono più attaccare fogli: dal restauro concluso nel 2010 le affissioni vanno collocate su una bacheca predisposta ai piedi del monumento, e il marmo e il basamento sono off limits per ragioni di conservazione. La pratica continua, ed è l’unica delle sei statue parlanti di Roma su cui i cartelli compaiano ancora con regolarità, ma la superficie è cambiata.

Quanto tempo serve per visitare Pasquino?

Per visitare Pasquino bastano dieci minuti, compresa la lettura dei cartelli affissi in bacheca, e un quarto d’ora se si gira intorno al blocco per individuare il secondo corpo scolpito nello stesso marmo. Inserita in una passeggiata che tocca piazza Navona, Santa Maria della Pace e San Luigi dei Francesi, la sosta rientra senza problemi in una mezza giornata di centro storico.

Pasquino è adatto ai bambini?

Pasquino è una sosta breve e gratuita all’aperto, quindi non pone problemi con i bambini, ma da sola una statua mutila dietro una recinzione interessa poco sotto i dieci anni. Funziona meglio se raccontata come la storia di un oggetto che parla: il gioco di leggere insieme i fogli in bacheca e cercare di capire contro chi sono scritti trasforma la sosta in qualcosa di attivo. La piazza è pianeggiante ma pavimentata in sampietrini sconnessi.

Si può fotografare Pasquino?

Fotografare Pasquino è consentito senza limiti, trattandosi di un monumento antico all’aperto su suolo pubblico e non di un’opera soggetta a diritti d’autore. L’unica accortezza riguarda i cartelli affissi in bacheca: sono testi di terzi, spesso riferiti a persone identificabili, e se si pubblica l’immagine conviene evitare i primi piani leggibili. L’ora migliore per lo scatto è il primo pomeriggio, con luce diffusa.

Che differenza c’è fra Pasquino e le statue parlanti di Roma?

Pasquino è una delle sei statue parlanti di Roma, la prima e la più famosa, e dal suo nome deriva la parola pasquinata. Le altre cinque sono Marforio ai Musei Capitolini, Madama Lucrezia in piazza San Marco, l’Abate Luigi in piazza Vidoni, il Babuino in via del Babuino e il Facchino in via Lata. L’itinerario completo fra tutte e sei misura circa tre chilometri e mezzo ed è raccontato nella scheda dedicata.

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