Museo napoleonico di Roma
Piazza di Ponte Umberto I 1, 00186 Roma: il Museo napoleonico di Roma occupa il piano nobile di Palazzo Primoli, all'imbocco del ponte Umberto I, sul lato del Tevere che guarda il Palazzo di Giustizia. Si arriva a piedi da Piazza Navona in tre minuti, o con gli autobus che percorrono corso del Rinascimento e via Zanardelli; la metropolitana non serve la zona, quindi il modo più rapido resta scendere alla fermata di superficie più vicina e fare gli ultimi cinquecento metri camminando. Apertura da martedì a domenica dalle 10.00 alle 18.00, ultimo ingresso alle 17.15; chiusura settimanale il lunedì; chiusure annuali il primo maggio e il 25 dicembre; orario ridotto 10.00-14.00 il 24 e il 31 dicembre. Il sito ufficiale indica il biglietto intero a 7,50 euro e il ridotto a 6,00 euro, con un diritto di prevendita di 1,00 euro per l'acquisto online, audioguida a 4,00 euro in italiano, inglese e francese. Ingresso gratuito per i residenti a Roma Capitale e nella Città Metropolitana esibendo un documento, e per chi possiede la MIC card. Prenotazione non obbligatoria per il singolo visitatore, obbligatoria e gratuita per i gruppi da 5 a 25 persone al numero 060608. Il sistema tariffario dei musei civici è stato rivisto nel corso del 2026: conviene verificare l'importo aggiornato sul sito ufficiale del museo prima di presentarsi in biglietteria.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Il museo fa parte del sistema dei musei di Roma gestito dall'amministrazione capitolina, ed è uno dei pochi in cui il contenitore vale quanto il contenuto: si entra in un appartamento aristocratico dell'Ottocento rimasto intatto, non in una successione di sale neutre.

Che cos'è il Museo napoleonico di Roma e perché esiste
Chiariamo subito un equivoco che sento ripetere sul portone almeno una volta a settimana: qui dentro non c'è il cappello di Napoleone, non c'è la spada di Austerlitz, non c'è la mostra didattica sulle campagne d'Italia. Il Museo napoleonico di Roma è un'altra cosa, ed è una cosa più rara. È la memoria privata di una famiglia, messa in fila dal suo ultimo erede maschio e regalata alla città. Le circa quindicimila fra opere d'arte, arredi, oggetti e cimeli che il museo conserva oggi non sono state comprate sul mercato antiquario per illustrare un capitolo di storia europea: sono arrivate qui perché appartenevano ai Bonaparte, e i Bonaparte, per una serie di matrimoni e di esili, sono diventati romani.
Il risultato è un museo che si legge come un romanzo familiare. I ritratti ufficiali dell'imperatore convivono con i quaderni delle spese di casa, i busti di marmo con le tabacchiere regalate ai dignitari, le grandi tele di corte con gli acquerelli dipinti da due ragazze che si annoiavano a Villa Paolina. Chi cerca l'epopea militare resterà deluso. Chi ha voglia di capire come vivevano davvero i parenti dell'uomo più potente d'Europa una volta finita la festa, qui trova materiale per due ore di lettura lenta.
Il conte Giuseppe Primoli, l'uomo che ha fatto il Museo napoleonico di Roma
Giuseppe Primoli, nato nel 1851 e morto nel 1927, è il personaggio decisivo. Figlio di Carlotta Bonaparte e di Pietro Primoli, conte di Foglia, era pronipote di Luciano Bonaparte per parte di madre e aristocratico romano per parte di padre. Passò l'infanzia e la giovinezza soprattutto a Parigi, negli anni in cui sul trono di Francia sedeva il cugino Napoleone III, e questa doppia cittadinanza culturale spiega tutto il resto: la lingua francese usata come lingua di famiglia, la frequentazione dei salotti letterari parigini, il gusto del collezionista che sa distinguere il documento dal cimelio.
Primoli era un bibliofilo raffinato e un intermediario instancabile fra la cultura francese e quella italiana. Fu anche, e lo vedremo più avanti, uno dei fotografi dilettanti più intelligenti dell'Ottocento europeo. La sua idea di collezione non era quella del trofeo: raccoglieva ritratti, lettere, mobili, gioielli e fotografie perché insieme componessero il racconto continuo di una parentela. È questa impostazione, più che il singolo pezzo, il vero capolavoro del museo.
Due fratelli, due musei privati, una sola donazione
La collezione che si visita oggi nasce dalla fusione di due raccolte parallele. Giuseppe e il fratello Luigi Primoli avevano messo insieme, ciascuno per conto proprio, un museo privato dedicato alla famiglia materna: Luigi nel suo villino di via Sallustiana, Giuseppe nel palazzo di famiglia al Tevere. Alla morte di Luigi, nel 1925, Giuseppe aprì la trattativa con il Governatorato di Roma per unire i due nuclei in un'unica istituzione pubblica, ospitata nel proprio palazzo. Il negoziato andò in porto e la città accettò il lascito.
Vale la pena fermarsi un momento su questo gesto. Primoli non aveva figli e avrebbe potuto disperdere tutto in un'asta, come fecero decine di casate romane fra le due guerre. Scelse invece di consegnare la sua casa e la sua memoria a Roma, con il vincolo che restassero insieme. Chiunque abbia visto cosa succede alle collezioni private quando si smembrano capisce il valore di quella decisione.
Il 28 ottobre 1927: la nascita del Museo napoleonico di Roma
Il museo fu inaugurato il 28 ottobre 1927, pochi mesi prima della morte del donatore. Negli anni immediatamente successivi la raccolta si arricchì per acquisti sostenuti dal governo di allora: nel 1932 entrò l'album di disegni della bottega di Luigi e Giuseppe Valadier, comprato dall'antiquario romano Alessandro Castagnari; nel 1934 fu inaugurata la sala dedicata al Re di Roma, resa possibile dall'acquisto della collezione di cimeli e autografi appartenuta ad Anton Prokesch-Osten; arrivarono in quel giro d'anni anche i gioielli di Carolina Bonaparte.
Un'opinione mia, netta: il fatto che il museo sia nato dentro una casa e non dentro un edificio costruito apposta è il motivo per cui funziona ancora. Le sale hanno le proporzioni di un appartamento perché lo erano, le finestre guardano il fiume perché è la casa che le ha volute lì, e il visitatore cammina su un pavimento che i proprietari calpestavano. Nessun allestimento contemporaneo riesce a fabbricare quella sensazione.
Palazzo Primoli, la casa che contiene il Museo napoleonico di Roma
L'edificio nasce nel Cinquecento e per due secoli e mezzo appartiene ai Gottifredi. Alla fine del Settecento passa ai Filonardi. Fra il 1820 e il 1828 viene acquistato dal conte Luigi Primoli, padre di Pietro e quindi nonno del fondatore del museo: da quel momento il palazzo è dei Primoli e lo resta.
Il Tevere, i muraglioni e il ponte che costrinsero a rifare tutto
Per capire l'aspetto attuale del palazzo bisogna ricordare cosa successe a Roma dopo il 1870. La costruzione degli argini del Tevere, i famosi muraglioni progettati per fermare le piene che periodicamente allagavano il centro, cambiò per sempre il rapporto fra la città e il suo fiume. Interi fronti di case che scendevano fino all'acqua furono demoliti, i porti fluviali sparirono, e dove prima c'erano vicoli e approdi si aprirono i lungotevere alberati. A questo si aggiunse l'apertura del ponte Umberto I, che collegò la zona di Piazza Navona con il nuovo quartiere dei Prati e con il Palazzo di Giustizia in costruzione.
Palazzo Primoli si trovò all'improvviso in prima fila su uno spazio urbano che prima non esisteva. La vecchia facciata, pensata per un contesto di vicoli, era diventata incongrua. Nel 1901 Giuseppe Primoli decise il rimaneggiamento radicale.
Raffaele Ojetti e il cantiere del 1901-1911
Il progetto fu affidato all'architetto Raffaele Ojetti e i lavori si protrassero fino al 1911. La facciata precedente venne demolita e sostituita da una loggia, l'edificio fu sopraelevato e si aprì un nuovo ingresso monumentale su via Zanardelli, la strada nuova che collega il ponte a corso del Rinascimento. È da lì che oggi si entra alla Fondazione Primoli; l'ingresso del museo, invece, è quello su Piazza di Ponte Umberto I.
Dico una cosa impopolare fra gli amanti del pittoresco: quel cantiere non fu uno scempio. Ojetti si trovò a dover cucire un palazzo cinquecentesco su una quinta urbana completamente nuova, e la soluzione della loggia è una risposta intelligente, non un travestimento. Chi si mette sul ponte e guarda verso il centro vede un edificio che regge il confronto con la scala enorme del Palazzo di Giustizia sull'altra sponda, e non è poco.
I soffitti settecenteschi, i fregi, il leone e l'aquila
Dentro, il palazzo conserva stratificazioni che il visitatore attento riconosce senza bisogno di didascalie. Alcune sale hanno ancora i soffitti settecenteschi a travetti dipinti. I fregi che corrono lungo le pareti delle sale VIII, IX e X risalgono ai primi decenni dell'Ottocento, cioè agli anni in cui il palazzo era già dei Primoli.
Il dettaglio che racconto sempre ai gruppi riguarda invece i fregi della terza e della quinta sala. Lì compaiono affiancati due emblemi: il leone rampante dei Primoli e l'aquila dei Bonaparte. Sono araldicamente successivi al matrimonio fra Pietro Primoli e Carlotta Bonaparte, celebrato nel 1848, e servono a datare la decorazione con una precisione che nessun documento d'archivio darebbe altrettanto in fretta. Guardare in alto, in quelle due sale, significa leggere un contratto matrimoniale scritto sul muro.
Nella sala IX, poi, il restauro ha riportato alla luce una decorazione ad affresco di gusto neogotico databile agli anni 1830-40. È un gusto che a Roma ha lasciato poche tracce visibili, e vederlo in un ambiente domestico, non in un salone di rappresentanza, è un'occasione che capita di rado.

I Bonaparte a Roma: perché una famiglia còrsa e francese ha lasciato qui i suoi ricordi
La domanda che mi fanno più spesso davanti alla biglietteria è sempre la stessa: cosa c'entra Roma con Napoleone. La risposta sta in una serie di esili, matrimoni e acquisti di terre che nell'arco di due generazioni hanno trasformato un ramo della famiglia imperiale in una casata dell'aristocrazia romana.
Luciano Bonaparte, il fratello scomodo
Luciano fu il primo ad arrivare. Durante il Direttorio e il Consolato ricoprì incarichi di primo piano: presidente del Consiglio dei Cinquecento, poi ministro dell'Interno, poi ambasciatore di Francia a Madrid. Il 18 brumaio, cioè l'8 novembre 1799, il suo intervento fu determinante per la riuscita del colpo di stato che portò il fratello al potere.
Poi i rapporti con Napoleone si guastarono, per divergenze politiche e per il matrimonio di Luciano con Alexandrine de Bleschamp, che l'imperatore non approvava. Nel 1804 Luciano e la moglie si stabilirono a Roma. Acquistarono proprietà nel Lazio, fra cui il castello di Musignano a Canino, e lì si dedicarono agli scavi archeologici: Luciano Bonaparte è uno dei nomi che ricorrono nella storia della scoperta della necropoli etrusca di Vulci. Un principe francese caduto in disgrazia che diventa scavatore di tombe etrusche nella Maremma laziale è già di per sé una storia che vale il biglietto.
Carlo Luciano, Zenaide e la nascita del ramo romano
Il figlio di Luciano, Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, vissuto fra il 1803 e il 1857, sposò la cugina Zenaide, figlia di Giuseppe Bonaparte, nata nel 1801 e morta nel 1854. I loro padri erano fratelli di Napoleone I: il matrimonio ricompattò due rami della famiglia e li piantò definitivamente a Roma. Carlo Luciano, per inciso, fu anche un naturalista di valore internazionale, autore di studi ornitologici che gli ornitologi citano ancora.
Dalle nozze delle figlie di Carlo Luciano e Zenaide con esponenti dell'aristocrazia romana nasce quello che al museo si chiama il ramo romano dei Bonaparte. È il passaggio che spiega perché i cimeli imperiali siano finiti in un palazzo sul Tevere anziché in Francia.
Carlotta Bonaparte e il matrimonio Primoli del 1848
Carlotta Bonaparte, nata nel 1832 e morta nel 1901, era figlia di Carlo Luciano e Zenaide. Nel 1848 sposò Pietro Primoli, conte di Foglia, nato nel 1820 e morto nel 1883. Da questo matrimonio nascono Giuseppe e Luigi Primoli, e con loro l'idea stessa del museo. L'aquila e il leone dei fregi celebrano proprio quell'unione.
La visita al Museo napoleonico di Roma, sala per sala
Il percorso ufficiale conta dodici ambienti numerati con cifre romane. Non è un ordine cronologico rigoroso e questo, la prima volta, spiazza: si passa dal Primo Impero al Secondo e poi si torna indietro. La logica è quella della casa, non quella del manuale. Ecco cosa si trova, ambiente per ambiente.
Sale I e II: il Primo Impero
Le prime due sale sono separate da una balaustra in marmo ma formano un ambiente unico, dedicato al decennio 1804-1814. Qui domina la ritrattistica ufficiale: grandi tele che raffigurano gli esponenti della famiglia imperiale in pose auliche e convenzionali, esattamente come la corte voleva essere vista.
Il pezzo che cattura subito lo sguardo è Napoleone sul campo di battaglia di Wagram di Joseph Chabord, datato 1810: la battaglia del luglio 1809 contro gli austriaci, dipinta a ridosso dei fatti. Accanto, due tele di Robert Lefèvre, il ritrattista di fiducia della corte imperiale: Letizia Ramolino Bonaparte in abito di corte del 1813, che ritrae la madre di Napoleone, e L'Imperatrice Joséphine, databile intorno al 1805. C'è poi Elisa Bonaparte Baciocchi con la figlia Napoleona Elisa di François Gérard, del 1810-1811.
La parte che consiglio di guardare con più calma è però quella minuta: cere, miniature su smalto, cammei, tabacchiere. Sono i ritratti privati, quelli che circolavano fra le mani della famiglia. Le tabacchiere e le bonbonnières esposte non erano oggetti da collezione ma regali di corte, i cadeaux che Napoleone distribuiva a parenti e dignitari. Si segnalano la tabacchiera in oro con le miniature di Zenaide e Carlotta, di Daniele Saint con attribuzione a Pierre Baraton per le miniature, del 1809-1810, e la tabacchiera detta dei tre consoli di Pierre-André Montauban, del 1803. Completano l'ambiente una coppia di candelabri a cinque braccia con baccante e tirso di Pierre-Philippe Thomire, del 1805-1810, e un piatto con natura morta e ornati geometrici della fabbrica Marc Schölcher, del 1808 circa.
Sala III: il Secondo Impero e la Roma di Napoleone III
Si passa di colpo agli anni 1852-1870. La sala è dedicata al Secondo Impero, il regime di Napoleone III, che governò la Francia con il motto L'Empire c'est la Paix e con una politica estera che ebbe conseguenze dirette sulla vita di Roma: fu la Francia imperiale a mantenere per due decenni un presidio militare a difesa dello Stato pontificio, e il ritiro di quel presidio nel 1870 aprì la strada all'ingresso dell'esercito italiano da Porta Pia. Chi visita Roma e si chiede perché il potere temporale dei papi sia durato fino a quella data, qui trova metà della risposta appesa alle pareti.
I due ritratti ufficiali sono di Franz Xaver Winterhalter, il pittore che ha definito l'immagine delle corti europee di metà Ottocento: L'imperatore Napoleone III, databile intorno al 1852, e L'imperatrice Eugenia, del 1853. Molto materiale riguarda il Principe Imperiale Napoleone Eugenio, figlio unico della coppia, e la sua fine prematura: la scultura di Jean-Baptiste Carpeaux Il principe imperiale Napoleone Eugenio con il suo cane Nero, del 1865, altri busti dello stesso Carpeaux, una statuetta in cera di Emmanuel Frémiet che lo raffigura in uniforme, una fotografia che lo mostra come ufficiale dell'esercito inglese e un acquerello di Orlando Norio che documenta il funerale a Chislehurst, in Inghilterra, dove la famiglia imperiale visse in esilio dopo il 1870.
Ci sono anche ritratti in miniatura della regina Vittoria e di Napoleone III, uno spadino in bronzo dorato e madreperla del 1830 offerto a Napoleone Luigi, porta-bouquets e, dettaglio da non trascurare, mobili provenienti da una residenza parigina di Matilde Bonaparte. Quei mobili sono il ponte con l'ultima sala del museo.
Sala IV: il Re di Roma
Questa è la sala che, secondo me, chiude la gola a chi la guarda con attenzione. È dedicata al figlio di Napoleone e di Maria Luisa d'Austria, nato nel 1811 con il titolo di Re di Roma e destinato a non regnare mai su nulla, tantomeno su Roma. Fu inaugurata nel 1934, dopo l'acquisto della collezione di cimeli e autografi appartenuti ad Anton Prokesch-Osten, il diplomatico austriaco che del giovane Bonaparte fu amico e confidente negli anni viennesi.
Il carattere della raccolta è quello della storia intima, non della storia politica. Dopo il 1815 il bambino crebbe alla corte di Vienna sotto una successione di istitutori, mentre la madre governava il Ducato di Parma e Guastalla e viveva la propria vita. Morì a ventuno anni, il 22 luglio 1832, con il titolo di duca di Reichstadt.
Fra i pezzi esposti c'è un dipinto intitolato Il re di Roma, del 1811-1812, attribuito a Pierre-Paul Prud'hon. Ci sono disegni allegorici di Bartolomeo Pinelli e dello stesso Prud'hon che celebrano la nascita dell'erede: la propaganda imperiale al lavoro, in tempo reale. C'è l'acquerello che raffigura il centrotavola progettato per le nozze di Napoleone e Maria Luisa. E c'è un oggetto che vale da solo la visita: il Jeu de l'Hombre, un gioco di carte con tessere in madreperla di fattura cinese, donato a Napoleone a Sant'Elena da Mountstuart Elphinstone. Un passatempo per ingannare le sere dell'ultimo esilio, finito in una vetrina di Roma.
Sala V: la Repubblica Romana del 1798-99
Qui la storia napoleonica e la storia di Roma si toccano per la prima volta. La sala documenta la Repubblica Romana, e il racconto comincia dal 1796, quando l'esercito francese invase le Legazioni pontificie e costrinse Pio VI a firmare l'armistizio di Bologna e poi, nel 1797, la pace di Tolentino: un trattato che prevedeva la consegna alla Francia di opere d'arte e di codici della Biblioteca Vaticana. Una delle stampe esposte, Partenza del terzo convoglio delle statue e monumenti d'arte italiani per la Francia, del 1797, di Joseph-Charles Marin e Jean Jérôme Baugean, documenta proprio quelle spedizioni. È il primo grande saccheggio artistico moderno, celebrato dagli stessi che lo compivano.
Il precipitare degli eventi ha una data e un morto: nel dicembre 1797 il generale Duphot fu ucciso durante una sommossa popolare antifrancese, e il Direttorio ebbe il pretesto per occupare militarmente la città. Il 9 febbraio 1798 l'esercito francese entrò da piazza del Popolo; il 15 febbraio fu proclamata la Repubblica Romana. Seguì un'intensa attività propagandistica, la cui manifestazione più vistosa furono le feste repubblicane, cerimonie pubbliche calcate sui modelli rivoluzionari francesi e celebrate nei fori e nelle piazze.
Il mio consiglio: leggete le didascalie di questa sala con calma, perché è l'unico punto del museo in cui i Bonaparte non sono una famiglia ma un esercito, e la città che li subisce è la stessa in cui state camminando.
Sala VI: Paolina Bonaparte, la sala più famosa del Museo napoleonico di Roma
Se il museo ha una sala che la gente cerca, è questa. Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone e per matrimonio principessa Borghese, visse a Roma dal 1816 al 1825 in una villa che aveva acquistato nel 1816 e arredato con gusto francese: Villa Paolina, compresa fra le Mura Aureliane, via Piave e via XX Settembre, dal 1950 sede dell'Ambasciata di Francia presso la Santa Sede. La sala ricostruisce quel soggiorno romano attraverso gli oggetti che le appartennero.
Il pezzo più discusso è il calco in gesso del seno della principessa, esposto insieme a una replica della testa tratta dal capolavoro di Antonio Canova, la Paolina Borghese come Venere vincitrice che si trova alla Galleria Borghese. Attenzione a come si racconta questo oggetto: che il calco esista e sia esposto è un fatto; che sia stato eseguito personalmente da Canova come studio preparatorio appartiene invece alla tradizione aneddotica che circonda la statua, non a una documentazione certa. Racconto sempre l'aneddoto e sempre dico che è un aneddoto.
Accanto c'è la toilette in oro realizzata da Martin-Guillaume Biennais, l'orefice che lavorò per la corte imperiale, e uno specchio portatile su cui i monogrammi furono sostituiti: un dettaglio minuscolo che racconta un cambio di stato civile meglio di dieci pagine di biografia. C'è il taccuino delle spese domestiche, che è il documento più umano dell'intero museo. E c'è una dormeuse in mogano molto simile al sofà su cui Canova ha adagiato la sua Venere.
Completano la sala due acquerelli e un dipinto: Un salotto di Villa Paolina a Roma con la Principessa Zenaide, i figli e la sorella Charlotte di Jodocus Sebastiaen van den Abeele, artista di Gand vissuto fra il 1797 e il 1855; Villa Paolina dal lato di Porta Pia di Giovanni Riveruzzi, attivo nel secondo e terzo decennio dell'Ottocento, databile intorno al 1828; e Paolina Bonaparte Borghese di François Joseph Kinson, del 1808.

Sala VII: il Regno di Napoli
La sala racconta la vicenda napoletana di due fratelli di Napoleone. Giuseppe Bonaparte regnò su Napoli dal 1806 al 1808; quando fu nominato re di Spagna, il trono passò alla sorella Carolina e al marito Gioacchino Murat. È il capitolo italiano più drammatico della saga, e finì con la fucilazione di Murat a Pizzo Calabro nel 1815.
Fra i pezzi esposti c'è Carolina Bonaparte Murat regina di Napoli in abiti borghesi di Giuseppe Cammarano, vissuto fra il 1766 e il 1850, dipinto nel 1813: il titolo dice tutto, una regina che si fa ritrarre come una signora della buona società proprio negli anni in cui il trono comincia a traballare. C'è un vaso con il ritratto di Gioacchino Murat di Francesco De Caro, del 1808-1815. E c'è un pezzo che gli appassionati di arti applicate vengono a vedere apposta: la demi-parure di Antonio Aguatti, morto intorno al 1846, composta da collana, orecchini e spilla, datata 1805-1815, in mosaico minuto e oro, con scene di vita popolare. Il mosaico minuto romano è una delle produzioni artigianali più straordinarie della città e questa parure è un esemplare di prima qualità.
Sala VIII: Napoleone
Qui l'impianto cambia registro e diventa dichiaratamente didattico: la sala ricostruisce per immagini la storia e la leggenda di Napoleone, dalla giovinezza all'apogeo fino alla caduta, seguendo l'evoluzione dell'iconografia. È il punto giusto per capire quanto l'immagine dell'imperatore sia stata costruita, e quanto in fretta si sia rovesciata.
Tre opere fissano i tre tempi. Napoleone Bonaparte Primo Console varca le Alpi, stampa del 1809 di Antonio Giberti e Giuseppe Longhi tratta dal celebre dipinto di Jacques-Louis David, è l'eroe in ascesa. Napoleone consegna il Codice delle leggi alla Dea Roma, dipinto di Luigi Agricola, artista vissuto fra il 1750 circa e il 1851, databile intorno al 1811, è il legislatore all'apice: l'allegoria è pensata proprio per un pubblico romano. Scena allegorica con la caduta di Napoleone, stampa anonima di ambito italiano del 1814, è la reazione immediata, feroce, del giorno dopo. Tre immagini, cinque anni di distanza, un capovolgimento totale.
Sopra la testa, un grande lampadario probabilmente di fattura russa, databile agli anni del Primo Impero. Alzate lo sguardo: è uno dei pezzi d'arredo più belli del museo e quasi nessuno lo nota.
Sala IX: Zenaide e Carlotta
La sala con la decorazione ad affresco neogotica del 1830-40 è dedicata a Zenaide e Carlotta, figlie di Giuseppe Bonaparte e di Giulia Clary. Entrambe dipingevano, e Carlotta raggiungeva risultati notevoli nell'acquerello. È la sala dove il museo smette di essere un archivio del potere e diventa il ritratto di una generazione romantica.
Il pezzo maggiore è Zenaide e Charlotte Bonaparte di Jacques-Louis David, del 1821: il pittore ufficiale della Rivoluzione e dell'Impero, allora esule a Bruxelles, ritrae le due sorelle sedute vicine, una lettera in mano. Chi ha in mente solo il David delle grandi macchine celebrative dovrebbe vedere questo quadro, che è un'opera privata, sommessa, e forse la cosa più bella del museo. Accanto, Charlotte Bonaparte di Léopold Robert, del 1830-1832, e un Autoritratto ad acquerello della stessa Carlotta Bonaparte, del 1834.
Sia Napoleone Luigi che Carlotta morirono giovani, e le loro vicende si inseriscono pienamente nel clima inquieto del Romanticismo europeo. La sala lo lascia intuire senza spiegarlo, ed è la sua qualità migliore.
Sala X: Luciano Bonaparte
Ambiente compatto, dominato da due tele di François Xavier Fabre, pittore vissuto fra il 1776 e il 1837, entrambe del 1808: Luciano Bonaparte e Alexandrine de Bleschamp. Sono i ritratti della coppia che nel 1804 scelse Roma e che, con quella scelta, ha reso possibile tutto il resto. Fabre era un allievo di David stabilitosi in Italia, e la sua ritrattistica ha una durezza asciutta che si sposa bene con la storia di un uomo caduto in disgrazia per non aver ceduto sul matrimonio.
Sala XI: Carlo Luciano e Zenaide Bonaparte
È la sala del ramo romano vero e proprio, quello nato dai matrimoni delle figlie di Carlo Luciano e Zenaide con esponenti dell'aristocrazia della città. Domina lo spazio un grande ritratto di Carlotta Bonaparte, figlia maggiore di Luciano, dipinto da Jean Baptiste Wicar, artista vissuto fra il 1762 e il 1834: Carlotta Bonaparte in abito di contadina di Canino, databile 1810-1815. Il travestimento da contadina è un topos della ritrattistica aristocratica del tempo, ma qui ha un sapore particolare, perché Canino era davvero il feudo di famiglia.
C'è anche un disegno di Charles de Chatillon, attivo fra il 1795 e il 1823 circa, che raffigura Zenaide e Carlo Luciano Bonaparte, datato 1823. Ma i due oggetti che raccomando di cercare sono altri. Il primo è una piccola libreria con stemmi cardinalizi appartenuta al cardinale Luigi Luciano, figlio della coppia: dentro ci sono volumi provenienti dalla biblioteca che Napoleone ebbe a Sant'Elena. Il secondo è il tavolo da lavoro di Zenaide, posto al centro della sala, un mobile multifunzionale i cui scomparti contengono strumenti per la pittura, il disegno, il ricamo e alcuni giochi di società. È l'oggetto che meglio racconta come passasse le giornate una principessa nella Roma della Restaurazione.
Sala XII: Giuseppe Primoli e Matilde Bonaparte
L'ultima sala chiude il cerchio e riporta al fondatore. Giuseppe Primoli è ritratto in un disegno di Jean Alexandre Coraboeuf, artista vissuto fra il 1870 e il 1947, databile intorno al 1902. Accanto a lui, la figura di Matilde Bonaparte Demidoff, che a Parigi teneva in rue de Courcelles un salotto-atelier aperto ai maggiori artisti e scrittori del tempo: Flaubert, Dumas, i fratelli Goncourt, Maupassant. La chiamavano Notre Dame des Arts, e il soprannome non era ironico.
Una parete della sala è consacrata agli amici della coppia e ne raccoglie i ritratti. Gli arredi, poltroncine e divano, provengono dal boudoir verde di Augusta Bonaparte a palazzo Gabrielli, oggi palazzo Taverna. Uscendo di qui si capisce che il museo non è un omaggio a Napoleone: è l'autoritratto collettivo di una famiglia che ha attraversato l'Ottocento europeo e ha scelto Roma come ultimo indirizzo.
Le tre sezioni della collezione del Museo napoleonico di Roma
Al di là della numerazione delle sale, la collezione si legge in tre blocchi, e conoscerli in anticipo aiuta a orientarsi.
Il periodo napoleonico propriamente detto
È il nucleo del Primo Impero: grandi tele e busti che ritraggono gli esponenti della famiglia imperiale, più la ritrattistica minuta di cere, miniature, cammei e tabacchiere. Sale I, II, IV, VII, VIII.
Il periodo romano
Va dalla caduta di Napoleone I all'ascesa di Napoleone III, ed è la sezione che a Roma interessa di più: i Bonaparte in esilio, i matrimoni con l'aristocrazia locale, la vita quotidiana fra Canino, Villa Paolina e i palazzi del centro. Sale V, VI, IX, X, XI.
Il Secondo Impero
Dipinti, sculture, incisioni, mobili e oggetti degli anni 1852-1870, con il baricentro nella sala III e una coda nella sala XII, dove Matilde Bonaparte fa da cerniera fra la corte parigina e il salotto romano dei Primoli.
Gli acquerelli, le fotografie e la Roma umbertina di Giuseppe Primoli
Arriviamo alla parte che, per un romano, vale quanto tutti i Bonaparte messi insieme. Giuseppe Primoli fu un fotografo. Non un fotografo professionista, non un ritrattista di mestiere: un dilettante coltissimo che, negli anni in cui la fotografia stava diventando portatile, uscì di casa con la macchina e cominciò a riprendere la sua città mentre cambiava pelle.
Un archivio di oltre dodicimila lastre
L'archivio fotografico conservato alla Fondazione Primoli, in questo stesso palazzo, è una delle raccolte private più importanti dell'Ottocento italiano. Comprende oltre dodicimila negativi su vetro con gelatina al bromuro d'argento, 318 cartoni tematici con circa 5.200 immagini montate, 866 negativi su pellicola, 263 album con ferrotipi, sei album fotografici d'epoca con 746 immagini e oltre undicimila schede di inventario. Nel 1983 la Soprintendenza archivistica per il Lazio lo dichiarò di notevole interesse storico. La Fondazione ha completato il restauro e la digitalizzazione e il fondo è consultabile attraverso l'archivio digitale online.
Il periodo di massima attività è compreso fra il 1888 e il 1894; le ultime lastre sono databili intorno al 1905. Primoli descrisse la propria eccitazione fotografica, nel maggio 1891, dicendo che la macchina gli tremava in mano come la coda di un cane che fiuta il passaggio delle quaglie: una frase che spiega meglio di qualsiasi trattato cosa fosse la fotografia istantanea per chi la scopriva allora.
Che cosa fotografava, e perché conta per Roma
Fotografava tutto: le trasformazioni urbane della capitale appena diventata tale, le scene di strada colte al volo in varie città italiane, le manifestazioni pubbliche, i salotti aristocratici, i viaggi, i ritratti di amici e parenti. Due date su tutte: nel 1890 riprese il circo di Buffalo Bill accampato a Roma, e nel 1891 il primo maggio con i suoi cortei. Nell'archivio ci sono ritratti di Sarah Bernhardt e di Alexandre Dumas figlio, oltre a vedute di Roma, di Venezia e di altre località.
Questo è il punto: le fotografie di Primoli sono uno dei documenti visivi più attendibili della Roma umbertina, quella dei muraglioni appena finiti, dei quartieri nuovi che salivano sui prati, delle sartine e dei carrettieri. E le fotografie non sono in mostra nelle sale del museo: sono in archivio, al piano superiore, e per vederle occorre passare dalla Fondazione. Molti visitatori escono dal museo senza sapere che sopra la loro testa c'è quel patrimonio.
Quanto agli acquerelli, il museo ne conserva parecchi, e conviene guardarli come si guarda un taccuino di viaggio: le vedute di Villa Paolina, gli interni con le principesse e i bambini, l'autoritratto di Carlotta. Nell'Ottocento l'acquerello era il mezzo con cui le donne di rango tenevano il diario visivo delle proprie giornate. Qui quel diario è intatto.

La Fondazione Primoli e la biblioteca al piano superiore
Sopra il museo, con ingresso da via Giuseppe Zanardelli 1, ha sede la Fondazione Primoli, creata per volontà testamentaria dello stesso Giuseppe Primoli. Conserva la biblioteca del conte, il suo archivio di carte e lettere e il fondo fotografico di cui abbiamo detto. È un istituto di ricerca, non un museo: si accede per studio, non per visita turistica.
Gli orari pubblicati dalla Fondazione per la consultazione di biblioteca e archivi sono lunedì, mercoledì e venerdì dalle 9.30 alle 13.30, martedì e giovedì dalle 9.30 alle 13.30 e dalle 14.00 alle 17.00. Nel periodo estivo, fra il 27 luglio e il 31 agosto, l'accesso avviene su appuntamento scrivendo all'indirizzo istituzionale, e la sede resta chiusa al pubblico dal 10 al 21 agosto. I recapiti telefonici sono 06 68801136 e 06 68801827. Il catalogo della biblioteca è interrogabile in rete attraverso il Servizio Bibliotecario Nazionale.
Consiglio da professionista: se lavorate su Roma fra Otto e Novecento, sulla letteratura francese dello stesso periodo o sulla storia della fotografia, la Fondazione è uno di quei posti che vale la pena mettere in agenda. Se invece siete in visita turistica, sapere che esiste basta e avanza, ma vale la pena alzare gli occhi quando si passa sotto il portone di via Zanardelli.
Il Museo Mario Praz, l'altro museo dentro Palazzo Primoli
Nello stesso edificio si trova il Museo Mario Praz, sezione distaccata della Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea. È l'appartamento in cui il grande anglista, collezionista e scrittore visse dal 1969 fino alla morte, nel 1982, con tutti i suoi mobili, i suoi quadri, i suoi oggetti al proprio posto.
Chi ha letto La casa della vita capisce subito di cosa parliamo: Praz aveva costruito il proprio appartamento come un'autobiografia fatta di cose, e visitarlo significa entrare in quel libro. La visita avviene in gruppi contingentati e ad orari fissi, quindi va verificata in anticipo sul sito dell'istituto che lo gestisce. L'accostamento è formidabile: due case-museo nello stesso palazzo, una ottocentesca e dinastica, l'altra novecentesca e individuale. Se avete la mattinata libera, fatele di seguito. È l'abbinamento più intelligente che si possa costruire in questo angolo di Roma.
Quanto costa il Museo napoleonico di Roma e come si entra gratis
Biglietti e prevendita
Il sito ufficiale indica un biglietto intero di 7,50 euro e un ridotto di 6,00 euro. L'acquisto online avviene tramite la piattaforma di biglietteria del Sistema Musei di Roma Capitale, con un diritto di prevendita di 1,00 euro; si può comprare anche in biglietteria o telefonando al 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. I biglietti pre-acquistati online, tramite call center o in biglietteria non sono rimborsabili né modificabili: si compra quando si è certi della data. Durante alcune mostre le categorie con diritto di gratuità possono dover pagare un biglietto ridottissimo di 2,00 euro. L'audioguida costa 4,00 euro ed è disponibile in italiano, inglese e francese, consegnata sigillata con auricolari monouso.
La gratuità per i residenti e la MIC card
Il punto che ogni romano deve sapere: l'ingresso è gratuito per i cittadini residenti a Roma e nella Città Metropolitana di Roma, esibendo un documento d'identità. Per chi non è residente ma è domiciliato in città, e per gli studenti delle università pubbliche e private, esiste la MIC card: costa 5,00 euro, vale dodici mesi e apre l'intero sistema dei musei civici, comprese le mostre ospitate nelle loro sedi. Con due sole visite si è già rientrati della spesa.
Le altre gratuità e le riduzioni
L'ingresso è gratuito per tutti la prima domenica di ogni mese. Entrano gratis anche i bambini sotto i sei anni, le persone con disabilità con un familiare o accompagnatore, le guide turistiche abilitate dell'Unione Europea con licenza valida e gli interpreti turistici che le accompagnano, i membri ICOM e ICOMOS, i gruppi scolastici con i loro insegnanti, docenti e studenti delle facoltà di architettura, conservazione dei beni culturali, lettere con indirizzo archeologico o storico-artistico, delle accademie di belle arti e di alcune facoltà scientifiche dell'Unione Europea, i possessori di RomaPass 48 e 72 ore, i giornalisti con documentazione professionale, i cittadini di Parigi in virtù del gemellaggio fra le due città, e i donatori di sangue durante la campagna estiva fra il primo luglio e il 15 ottobre.
La tariffa ridotta spetta ai non residenti fra i 6 e i 25 anni, ai docenti di ruolo delle scuole statali e comunali, agli iscritti alle Biblioteche di Roma con Bibliocard, ai possessori di abbonamento annuale ATAC e Metrebus, ai gruppi di almeno 20 persone. Esiste inoltre una riduzione del 50 per cento per i non residenti tutti i mercoledì nelle ultime due ore di apertura: chi passa da queste parti nel tardo pomeriggio di mercoledì ha il momento migliore per entrare, perché il museo è anche più vuoto.
Come si visita il Museo napoleonico di Roma: durata, percorso, accessibilità
Quanto dura la visita al Museo napoleonico di Roma
Quaranta minuti per un giro veloce, un'ora e un quarto per una visita onesta, due ore piene se leggete le didascalie e vi fermate sulle miniature. Dodici ambienti su un unico piano, nessuna scala interna da affrontare durante il percorso, nessuna coda strutturale. È il formato ideale per riempire la mezza giornata che avanza dopo una visita più impegnativa altrove.
Quando andare e quando evitarlo
Il museo è raramente affollato, e questo è il suo vantaggio competitivo più grande nel centro di Roma. Le fasce migliori restano l'apertura del martedì mattina e il tardo pomeriggio infrasettimanale. Da evitare, se cercate calma: la prima domenica del mese, quando l'ingresso gratuito porta un flusso ben superiore alla media, e i giorni di pioggia battente in alta stagione, quando tutto il centro cerca un riparo al coperto. Il ponte di ferragosto, al contrario, qui è quasi deserto.
Accessibilità e servizi
Il museo indica la presenza di un montascale destinato alle persone con difficoltà di deambulazione, collocato in via Giuseppe Zanardelli 1, a pochi metri dalla biglietteria. Chi ha necessità specifiche fa bene a telefonare al 060608 prima di presentarsi, per concordare l'accesso. Il percorso, una volta raggiunto il piano nobile, si svolge tutto sullo stesso livello.
Il Museo napoleonico di Roma con i bambini
Funziona meglio di quanto ci si aspetti, a patto di impostarlo come una caccia al tesoro invece che come una lezione. Gli oggetti da cercare ci sono: il gioco di carte cinese in madreperla arrivato da Sant'Elena, il tavolo da lavoro di Zenaide con gli scomparti, il cane Nero scolpito da Carpeaux accanto al piccolo principe, il lampadario russo della sala VIII, i gioielli in mosaico minuto della sala VII. Sotto i sei anni si entra gratis. Un'ora è il tetto realistico prima che l'attenzione ceda.
Cosa c'è intorno al Museo napoleonico di Roma
Il ponte Umberto I e il lungotevere
Uscendo dal museo, il primo consiglio è di non allontanarsi subito. Salite sul ponte Umberto I e fermatevi a metà campata: da lì si vede il Palazzo di Giustizia, l'enorme edificio di Guglielmo Calderini costruito fra il 1889 e il 1911 che i romani chiamano il Palazzaccio, e girandosi si vede la curva del fiume verso Castel Sant'Angelo. È la stessa veduta che Primoli fotografava mentre nasceva.
Piazza Navona a tre minuti
Attraversando via Zanardelli e infilando uno dei vicoli si è in Piazza Navona in meno di quattro minuti. La piazza conserva la forma dello stadio di Domiziano perché è costruita dentro di esso: i sotterranei dello stadio, visitabili da via di Tor Sanguigna, all'angolo settentrionale, mostrano fisicamente il motivo di quella forma. Sul lato sud della piazza c'è il Museo di Roma a Palazzo Braschi, e verso nord, a due passi, Palazzo Altemps con la scultura antica del Museo Nazionale Romano.
Chiese e musei nel raggio di dieci minuti
A cinque minuti c'è San Luigi dei Francesi con i tre Caravaggio della cappella Contarelli, e la chiesa nazionale dei francesi a Roma è, per chi arriva da una mattinata napoleonica, la chiusura tematica perfetta. Poco oltre si arriva al Pantheon. In direzione opposta, verso via della Lungara e il Gianicolo, si esce dal quartiere; restando invece nel rione Ponte e nel rione Parione si trovano il Chiostro del Bramante, che ospita mostre e ha una delle caffetterie più intelligenti del centro, e il Museo Barracco nella Piccola Farnesina, altro museo civico piccolo e quasi sempre vuoto.
Ara Pacis, Mausoleo di Augusto e il quadrante di piazza Augusto Imperatore
Camminando lungo il fiume verso nord si raggiunge in un quarto d'ora l'Ara Pacis nella teca di Richard Meier e, dietro, il Mausoleo di Augusto, riaperto dopo il lungo restauro. Il salto cronologico è violento, ma il tema è lo stesso: due imperatori, due macchine di propaganda, duemila anni di distanza. Se poi volete completare il discorso napoleonico, a venti minuti a piedi verso via del Corso c'è Palazzo Bonaparte a piazza Venezia, dove Letizia Ramolino, la madre di Napoleone, visse gli ultimi anni della sua vita e da dove guardava la strada dalla loggia chiusa che si vede ancora oggi dall'angolo.
Un itinerario di mezza giornata intorno al Museo napoleonico di Roma
Quello che propongo sempre a chi ha quattro ore e vuole un percorso coerente invece di una collezione di selfie: apertura alle 10.00 al Museo napoleonico, un'ora e mezza; Museo Mario Praz nello stesso palazzo se avete prenotato il turno; uscita su Piazza Navona e discesa nei sotterranei dello stadio di Domiziano; San Luigi dei Francesi per i Caravaggio, che sono gratis; pranzo veloce dalle parti di via del Governo Vecchio; chiusura al Museo di Roma a Palazzo Braschi. Cinque luoghi diversissimi, nessuno spostamento superiore ai sei minuti a piedi, e alla fine della giornata avrete capito come funziona questo pezzo di città.

Una curiosità su Museo napoleonico di Roma
La curiosità che tengo per il momento giusto della visita riguarda il gioco di carte esposto nella sala del Re di Roma. Si chiama Jeu de l'Hombre ed è un gioco di carte con tessere in madreperla di fattura cinese. Non è un oggetto di corte, non viene da una manifattura imperiale, non ha nulla di celebrativo. È stato donato a Napoleone a Sant'Elena da Mountstuart Elphinstone.
Fermiamoci un secondo su questo nome, perché è qui che la curiosità diventa vertiginosa. Gli Elphinstone erano una famiglia scozzese profondamente legata all'impero britannico e all'India. Un gioco cinese, comprato dentro le rotte commerciali britanniche, regalato all'uomo che quell'impero aveva combattuto per vent'anni, mentre passava le sue ultime sere su uno scoglio dell'Atlantico meridionale sotto sorveglianza inglese. La geografia della sconfitta di Napoleone è tutta contenuta in una scatola di madreperla.
C'è un motivo per cui insisto su questo pezzo. Il museo è pieno di oggetti che raccontano il potere: ritratti in uniforme, allegorie con la Dea Roma, tabacchiere d'oro distribuite ai dignitari. Il gioco di carte racconta invece il tempo vuoto, che è la cosa che l'iconografia napoleonica non ha mai voluto rappresentare. Un uomo che aveva riscritto i codici civili di mezza Europa, ridotto a distribuire mani a un tavolino per far passare la sera. La leggenda napoleonica si è costruita su Wagram e su Austerlitz; la verità della fine è dentro quella scatola.
Aggiungo una nota per chi ama le date: il gioco si trova nella sala inaugurata nel 1934 grazie all'acquisto della raccolta Prokesch-Osten. Anton Prokesch-Osten era il diplomatico austriaco che frequentò il duca di Reichstadt negli anni viennesi. Il museo, quindi, ha comprato in blocco la memoria di un'amicizia. Non capita spesso di poter dire una cosa del genere di una vetrina.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo napoleonico di Roma
Che sopra il museo, nello stesso palazzo, c'è un archivio fotografico con oltre dodicimila lastre di vetro che documentano Roma fra il 1888 e il 1905, e che quasi nessuno dei visitatori del museo lo sa.
Le guide raccontano i Bonaparte, i ritratti, Paolina. Poi si esce, si torna sul lungotevere e si va altrove. Intanto, un piano più su, la Fondazione Primoli conserva il fondo che Giuseppe Primoli ha costruito con le sue mani: negativi su vetro alla gelatina al bromuro d'argento, 318 cartoni tematici con circa 5.200 immagini montate, 866 negativi su pellicola, 263 album con ferrotipi, sei album d'epoca con 746 immagini. Nel 1983 la Soprintendenza archivistica per il Lazio ha dichiarato quel fondo di notevole interesse storico. È stato restaurato, digitalizzato e reso interrogabile online.
Il valore, per chi si occupa di Roma, è enorme. Primoli fotografava senza retorica: la strada, i mercati, le carrozze, i cortei, i cantieri dei quartieri nuovi. Nel 1890 riprese il circo di Buffalo Bill accampato in città, e nel 1891 il primo maggio. Sono immagini che non hanno l'ambizione della fotografia d'arte e proprio per questo funzionano come documento: registrano la Roma umbertina mentre accadeva, senza correggerla.
La conseguenza pratica è semplice. Se la Roma di fine Ottocento vi interessa davvero, il museo è solo metà del motivo per venire in questo palazzo. L'altra metà è al piano superiore, si consulta per studio negli orari della Fondazione ed è accessibile in rete attraverso l'archivio digitale. Non ci sono biglietti da comprare né code da fare: c'è solo da sapere che esiste. Ed è esattamente quello che nessuno vi dice all'ingresso.
Il consiglio che ti do per visitare Museo napoleonico di Roma
Il consiglio principale è di visitarlo al contrario. Il percorso ufficiale parte dal Primo Impero e chiude con Giuseppe Primoli; provate a entrare e a cercare subito la sala XII, quella del fondatore, poi tornate indietro. Cambia tutto. Se avete già visto in faccia l'uomo che ha messo insieme queste stanze, ogni ritratto e ogni tabacchiera smettono di essere reperti storici e diventano il patrimonio di famiglia di qualcuno che conoscete. Il museo funziona come racconto solo se sapete chi lo racconta.
Il secondo consiglio riguarda il momento. Mercoledì pomeriggio, nelle ultime due ore di apertura, i non residenti pagano la metà e le sale sono praticamente vuote. Chi è residente a Roma o nella Città Metropolitana entra gratis con il documento in qualunque giorno, e questo cambia radicalmente il modo di usare il posto: non è più una visita da programmare, è una sosta di quaranta minuti che si può infilare in un pomeriggio qualunque. Fatelo. Un museo piccolo visto tre volte rende più di un museo enorme visto una volta sola.
Terzo: prendete l'audioguida solo se siete soli e in silenzio. Costa 4,00 euro ed è ben fatta, ma in questo museo il vero apparato didascalico sono le pareti, i soffitti a travetti dipinti e i fregi. Guardare in alto vale quanto guardare le vetrine.
Quarto e ultimo, quello che ripeto sempre: abbinatelo. Da solo il Museo napoleonico rischia di sembrare un episodio; accostato al Museo Mario Praz che occupa un appartamento dello stesso edificio, oppure a Palazzo Altemps a duecento metri, diventa un discorso compiuto sul collezionismo privato romano. Due case-museo nello stesso palazzo, una ottocentesca e dinastica, l'altra novecentesca e solitaria, sono un'occasione che a Roma non si ripete.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il palazzo che state visitando ha la faccia che ha per colpa di un'alluvione. O meglio: per colpa di secoli di alluvioni e della decisione, presa dopo il 1870, di chiuderle fuori una volta per tutte.
Lo sanno in molti che i muraglioni del Tevere sono ottocenteschi. Molti meno collegano quel cantiere alle case che ci sono sopra. Prima dei muraglioni, il fiume era dentro la città: le case scendevano fino all'acqua, c'erano approdi, mulini galleggianti, orti, scale che portavano alla riva. La costruzione degli argini ha tagliato via quel fronte urbano, ha alzato il livello stradale, ha creato i lungotevere e ha lasciato decine di edifici storici con la schiena scoperta, esposti su uno spazio che non era stato pensato per loro.
Palazzo Primoli è uno di questi casi, e per giunta si trovò anche all'imbocco di un ponte nuovo, il ponte Umberto I, aperto per collegare il centro storico con il quartiere Prati e con il Palazzo di Giustizia in costruzione. Nel 1901 Giuseppe Primoli prese la decisione radicale: rifare. Affidò il progetto all'architetto Raffaele Ojetti, i lavori andarono avanti fino al 1911, la facciata precedente venne demolita e rimpiazzata da una loggia, l'edificio fu sopraelevato e fu aperto un nuovo ingresso monumentale su via Zanardelli.
Ecco il fatto poco citato, e ha una conseguenza concreta per il visitatore: la parte del palazzo che si affaccia sul fiume ha poco più di un secolo, mentre il nucleo interno è cinquecentesco e i decori sono sette e ottocenteschi. Si entra in un edificio del Cinquecento attraverso una facciata del Novecento. Chi visita il museo credendo di stare dentro un palazzo rinascimentale intatto sbaglia bersaglio; chi capisce la stratificazione, invece, si porta a casa una lezione di storia urbana che vale quanto i Bonaparte.
La foto giusta da fare a Museo napoleonico di Roma
Dentro le sale, la fotografia più efficace non è quella dei quadri. Le grandi tele si fotografano male, con i riflessi delle vetrate sul fiume che rovinano tutto, e comunque esistono riproduzioni migliori della vostra. La foto giusta è quella che tiene insieme un oggetto e la stanza che lo contiene: il tavolo da lavoro di Zenaide al centro della sala XI con il grande ritratto di Carlotta alle spalle, oppure la dormeuse di Paolina inquadrata di tre quarti con la finestra dietro. Quel tipo di immagine racconta il museo per quello che è, un appartamento, e non per quello che non è, una galleria.
La seconda foto da fare è verso l'alto: i soffitti settecenteschi a travetti dipinti, i fregi delle sale VIII, IX e X, e soprattutto il dettaglio dei fregi della terza e della quinta sala, dove il leone rampante dei Primoli e l'aquila dei Bonaparte compaiono affiancati. È un'immagine che si spiega da sola e che nessuna guida stampata vi darà.
La terza, e per me la migliore, si scatta fuori. Uscite, salite sul ponte Umberto I e fermatevi a metà campata guardando verso il palazzo: avrete la loggia di Ojetti, il lungotevere, la curva del fiume e, ruotando di poco, la mole del Palazzo di Giustizia. Al tramonto, con il sole basso da ovest, la facciata prende una luce calda che regge benissimo anche uno scatto da telefono.
Un avvertimento pratico e una regola di buona educazione: prima di fotografare all'interno verificate le condizioni indicate in biglietteria, perché le regole sull'uso di flash, cavalletti e riprese cambiano nel tempo e in occasione delle mostre temporanee. Il flash, in ogni caso, davanti a miniature su smalto, acquerelli e tessuti non va usato mai. Sono materiali che la luce consuma, e in una sala così piccola il danno lo fate anche agli altri visitatori.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è l'acquisto stesso del palazzo: fra il 1820 e il 1828 il conte Luigi Primoli lo compra dai Filonardi, che a loro volta l'avevano avuto dai Gottifredi, proprietari dal Cinquecento fino alla fine del Settecento. È il momento in cui una famiglia romana mette radici in un edificio che due generazioni dopo diventerà un museo pubblico.
Il secondo è il matrimonio del 1848 fra Pietro Primoli, conte di Foglia, e Carlotta Bonaparte. Non è un evento di cronaca clamorosa, è un evento di conseguenze: da quel giorno il sangue dei Bonaparte entra in casa Primoli e con esso, negli anni, gli oggetti, i ritratti, le carte. I fregi con il leone e l'aquila che si vedono nella terza e nella quinta sala sono la registrazione murale di quel patto.
Il terzo è il cantiere del 1901-1911, con la demolizione della vecchia facciata, la costruzione della loggia, la sopraelevazione e l'apertura del nuovo ingresso su via Zanardelli su progetto di Raffaele Ojetti.
Il quarto è il 1925, l'anno della morte di Luigi Primoli. È il fatto che innesca tutto: Giuseppe apre la trattativa con il Governatorato di Roma per unire in una sola istituzione le due collezioni napoleoniche che i fratelli avevano costruito separatamente, la sua nel palazzo e quella di Luigi nel villino di via Sallustiana.
Il quinto è il 28 ottobre 1927: l'inaugurazione del museo. Giuseppe Primoli muore nello stesso anno, avendo fatto in tempo a vedere aperta al pubblico la casa della sua famiglia.
Il sesto e il settimo sono i due grandi ampliamenti degli anni Trenta: nel 1932 l'acquisto dall'antiquario romano Alessandro Castagnari dell'album di disegni della bottega di Luigi e Giuseppe Valadier, e nel 1934 l'apertura della sala dedicata al Re di Roma, resa possibile dall'acquisizione della collezione di cimeli e autografi di Anton Prokesch-Osten. In quel giro d'anni entrano anche i gioielli di Carolina Bonaparte.
L'ottavo è del 1983, e riguarda il piano superiore: la Soprintendenza archivistica per il Lazio dichiara di notevole interesse storico l'archivio fotografico di Giuseppe Primoli. Da lì parte la lunga stagione di restauro e digitalizzazione che ha portato il fondo online.
Chi è passato da Museo napoleonico di Roma
Comincio dai proprietari, perché sono i primi ad aver abitato queste stanze. Luigi Primoli, che comprò il palazzo. Pietro Primoli, conte di Foglia, e Carlotta Bonaparte, che vi portò il nome imperiale. I loro figli Giuseppe e Luigi, i due collezionisti. E il cardinale Luigi Luciano Bonaparte, figlio di Carlo Luciano e Zenaide, la cui piccola libreria con gli stemmi cardinalizi è esposta nella sala XI con dentro volumi provenienti dalla biblioteca che Napoleone ebbe a Sant'Elena.
Poi c'è la Parigi di Matilde Bonaparte, che il museo documenta nell'ultima sala. Il suo salotto-atelier di rue de Courcelles ospitava Gustave Flaubert, Alexandre Dumas, i fratelli Goncourt, Guy de Maupassant: era chiamata Notre Dame des Arts e la definizione era meritata. Una parete della sala XII è dedicata proprio agli amici della coppia e ne conserva i ritratti, per cui il visitatore ha davanti, in una manciata di metri quadrati, l'elenco di una delle reti culturali più fitte del secondo Ottocento franco-italiano.
La stessa rete si ritrova nell'archivio fotografico conservato al piano superiore, che comprende fra l'altro ritratti di Sarah Bernhardt e di Alexandre Dumas figlio: Giuseppe Primoli fotografava i suoi amici, e i suoi amici erano quelli.
Infine, il novecentesco. Nello stesso palazzo, dal 1969 fino alla morte nel 1982, ha vissuto Mario Praz, anglista, critico e collezionista fra i più originali del secolo, autore di La casa della vita. Il suo appartamento è oggi il Museo Mario Praz, sezione della Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea, e si visita a turni contingentati. Che due collezionisti di quel calibro, a settant'anni di distanza l'uno dall'altro, abbiano scelto lo stesso edificio per costruire la propria autobiografia fatta di oggetti è la coincidenza più bella di Palazzo Primoli.
Domande veloci su Museo napoleonico di Roma
Dove si trova esattamente il Museo napoleonico di Roma?
In Piazza di Ponte Umberto I 1, 00186 Roma, al piano nobile di Palazzo Primoli, all'imbocco del ponte Umberto I e a pochi minuti a piedi da Piazza Navona.
Quali sono gli orari del Museo napoleonico di Roma?
Da martedì a domenica dalle 10.00 alle 18.00, con ultimo ingresso alle 17.15. Il 24 e il 31 dicembre l'orario è ridotto, dalle 10.00 alle 14.00.
Quando è chiuso il Museo napoleonico di Roma?
Tutti i lunedì, il primo maggio e il 25 dicembre.
Quanto costa il biglietto del Museo napoleonico di Roma?
Il sito ufficiale indica 7,50 euro l'intero e 6,00 euro il ridotto, con un diritto di prevendita di 1,00 euro per l'acquisto online. Il sistema tariffario dei musei civici è stato rivisto nel 2026: conviene controllare l'importo aggiornato sul sito ufficiale prima della visita.
I residenti a Roma entrano gratis al Museo napoleonico di Roma?
Sì. L'ingresso è gratuito per i cittadini residenti a Roma e nella Città Metropolitana di Roma esibendo un documento d'identità.
Che cos'è la MIC card e conviene?
È la tessera dei musei civici di Roma Capitale: costa 5,00 euro, dura dodici mesi e dà accesso illimitato al sistema museale civico. È pensata per i domiciliati in città e per gli studenti universitari. Bastano due visite perché si ripaghi.
Si entra gratis la prima domenica del mese?
Sì, la prima domenica di ogni mese l'ingresso è gratuito per tutti. È anche il giorno in cui il museo è più affollato.
Serve prenotare per visitare il Museo napoleonico di Roma?
Per il singolo visitatore no. Per i gruppi da 5 a 25 persone, guida esclusa, la prenotazione è obbligatoria e gratuita e si effettua al numero 060608.
Quanto dura la visita al Museo napoleonico di Roma?
Fra i quaranta minuti e le due ore. Un'ora e un quarto è la durata media di una visita fatta con attenzione ai dodici ambienti.
Quante sale ha il Museo napoleonico di Roma?
Dodici ambienti numerati in cifre romane, tutti allo stesso piano, dal Primo Impero fino alla sala dedicata a Giuseppe Primoli e Matilde Bonaparte.
C'è davvero il calco del seno di Paolina Borghese?
Nella sala VI è esposto un calco in gesso del seno della principessa, insieme a una replica della testa tratta dalla statua di Canova. L'attribuzione del calco alla mano di Canova appartiene alla tradizione aneddotica, non a una documentazione certa.
Il Museo napoleonico di Roma è accessibile in sedia a rotelle?
Il museo segnala un montascale per le persone con difficoltà di deambulazione in via Giuseppe Zanardelli 1, a pochi metri dalla biglietteria, e il percorso interno si svolge su un unico piano. Per esigenze specifiche conviene telefonare al 060608 prima della visita.
Si possono fare foto dentro il Museo napoleonico di Roma?
Le condizioni sull'uso di apparecchi fotografici, flash e cavalletti vanno verificate in biglietteria, perché cambiano anche in occasione delle mostre. Il flash davanti a miniature, acquerelli e tessuti va evitato in ogni caso.
C'è l'audioguida?
Sì, costa 4,00 euro, è disponibile in italiano, inglese e francese e viene consegnata sigillata con auricolari monouso. Si acquista in biglietteria.
Il Museo napoleonico di Roma è adatto ai bambini?
Sì, se impostato come una ricerca di oggetti: il gioco di carte cinese di Sant'Elena, il tavolo da lavoro di Zenaide, il cane scolpito da Carpeaux, il lampadario russo, i gioielli in mosaico minuto. Sotto i sei anni l'ingresso è gratuito.
Qual è il momento migliore per visitare il Museo napoleonico di Roma?
Il martedì all'apertura e il tardo pomeriggio infrasettimanale. Il mercoledì, nelle ultime due ore, i non residenti pagano la metà e le sale sono quasi vuote.
Che differenza c'è fra il Museo napoleonico di Roma e il Museo Mario Praz?
Sono due musei distinti nello stesso palazzo. Il primo è la casa-museo dinastica dei Bonaparte-Primoli, gestita dal sistema civico. Il secondo è l'appartamento in cui Mario Praz visse dal 1969 al 1982, ed è una sezione della Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea, visitabile a turni contingentati.
Si può visitare la biblioteca della Fondazione Primoli?
La Fondazione, con ingresso da via Giuseppe Zanardelli 1, è un istituto di ricerca e si accede per studio. Gli orari pubblicati sono lunedì, mercoledì e venerdì 9.30-13.30, martedì e giovedì 9.30-13.30 e 14.00-17.00, con appuntamento obbligatorio fra il 27 luglio e il 31 agosto e chiusura al pubblico dal 10 al 21 agosto.
Le fotografie di Giuseppe Primoli sono esposte nel museo?
Il fondo fotografico è conservato in archivio alla Fondazione Primoli, non nelle sale del museo, ed è consultabile per studio e attraverso l'archivio digitale online.
Come si arriva al Museo napoleonico di Roma con i mezzi pubblici?
La metropolitana non serve la zona. Si usano le linee di superficie che percorrono corso del Rinascimento, via Zanardelli e i lungotevere, oppure si arriva a piedi da Piazza Navona in tre o quattro minuti. Per le linee aggiornate conviene consultare il servizio di trasporto pubblico cittadino.
C'è un guardaroba o un deposito bagagli?
Il museo è piccolo e i servizi al pubblico sono ridotti. Chi viaggia con bagagli ingombranti farebbe bene a telefonare al 060608 prima di presentarsi.
Il Museo napoleonico di Roma vale il biglietto per chi non si interessa di Napoleone?
Sì, per due motivi: è uno dei pochissimi appartamenti aristocratici romani dell'Ottocento visitabili con arredi e decorazioni al loro posto, e conserva ritratti di David, Gérard, Winterhalter, Lefèvre e Carpeaux. La storia napoleonica è il pretesto, non il limite.
Con quali altri musei si può abbinare il Museo napoleonico di Roma?
Con il Museo Mario Praz nello stesso palazzo, con Palazzo Altemps a duecento metri, con il Museo di Roma a Palazzo Braschi sul lato opposto di Piazza Navona e con il Museo Barracco nella Piccola Farnesina.
Quante opere conserva il Museo napoleonico di Roma?
Circa quindicimila fra opere d'arte, arredi, oggetti e cimeli della famiglia Bonaparte, oltre a un archivio di lettere e documenti e a una biblioteca consultabile su richiesta.
Quando è stato aperto il Museo napoleonico di Roma?
Il 28 ottobre 1927, con la donazione alla città delle collezioni riunite dei fratelli Giuseppe e Luigi Primoli.
Chiudo con la cosa che penso davvero dopo averci portato dentro centinaia di persone. Il Museo napoleonico è il posto che consiglio a chi mi dice di aver già visto Roma. Non ha code, non ha file di pullman davanti al portone, non compare nelle classifiche delle dieci cose imperdibili, e proprio per questo restituisce qualcosa che altrove si è perso: il silenzio di un appartamento, il rumore del proprio passo sul pavimento, la sensazione di essere entrati in casa di qualcuno. Se avete un'ora libera in centro e vi trovate dalle parti del ponte Umberto I, salite. Poi affacciatevi dalla finestra sul Tevere e provate a immaginare Giuseppe Primoli che scendeva in strada con la macchina fotografica per riprendere la città che gli stava cambiando sotto gli occhi. Quella finestra è ancora lì, e il fiume pure.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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