Museo Barracco – Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco
Il Museo Barracco - Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco occupa la Piccola Farnesina ai Baullari, in Corso Vittorio Emanuele II 166/A, all'angolo con via dei Baullari, nel rione Parione, a 00186 Roma. Si entra dalla breve gradinata su corso Vittorio. Apertura da martedì a domenica dalle 10.00 alle 18.00, con ultimo ingresso quarantacinque minuti prima della chiusura; chiuso tutti i lunedì, il 1 maggio e il 25 dicembre; il 24 e il 31 dicembre l'orario è ridotto, dalle 9.00 alle 14.00, e il 1 gennaio si apre dalle 11.00 alle 16.00 con ultimo ingresso un'ora prima. Il biglietto di solo museo costa 7,50 euro l'intero e 6,00 euro il ridotto; l'audioguida, in italiano, inglese e francese, costa 4,00 euro; il preacquisto online o al call center comporta 1,00 euro di diritto di prevendita. L'ingresso è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana esibendo in cassa la carta d'identità e per i possessori della MIC card, la tessera del Sistema Musei di Roma Capitale che costa 5 euro e vale dodici mesi; durante alcune mostre, però, chi ha diritto alla gratuità deve munirsi di un biglietto ridottissimo da 2,00 euro. Le informazioni e le prenotazioni passano dal call center 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Non serve prenotare per la visita ordinaria. Le fermate utili sono su corso Vittorio Emanuele II, davanti al portone, e a Largo di Torre Argentina, cinque minuti a piedi verso est: da lì passa la 64 fra Termini e la Stazione San Pietro, insieme alle altre linee che percorrono l'asse di corso Vittorio. La metropolitana non arriva in zona: dalla linea A conviene scendere a Barberini o a Spagna e prendere un autobus, oppure mettere in conto venti minuti di camminata. Chi arriva da Trastevere con il tram scende sul Lungotevere e attraversa Ponte Sisto: sono otto minuti.
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Questa pagina fa parte della guida ai musei di Roma, dove trovate le altre collezioni della città ordinate per quartiere e per tema.

Che cosa è davvero il Museo Barracco
È il museo più piccolo e più concentrato di Roma. Novecento metri quadrati scarsi su tre livelli, poco più di duecento pezzi esposti, e dentro ci si trova un pezzo di Egitto faraonico, l'Assiria dei rilievi di palazzo, Cipro, la Fenicia, l'Etruria, la Grecia arcaica e classica, l'ellenismo, Roma e perfino un frammento di mosaico medievale dalla vecchia San Pietro. Nessun altro luogo della città racconta cinquemila anni di scultura in un'ora di cammino, e nessun altro lo fa con questa densità di qualità per metro quadro.
La differenza rispetto ai grandi musei archeologici romani è tutta nel criterio. Al Palazzo Massimo o alle Terme di Diocleziano si vede quello che il suolo di Roma ha restituito: le collezioni si sono formate per scavo, per esproprio, per acquisizione di raccolte nobiliari intere. Qui invece si vede quello che un uomo solo ha scelto, pezzo per pezzo, in quarant'anni di mercato antiquario europeo, e ha scelto secondo una tesi precisa. Giovanni Barracco voleva dimostrare che la scultura greca non nasce dal nulla, che ha dei padri orientali ed egizi, e che questa filiazione si può vedere con gli occhi mettendo le opere una accanto all'altra. Il museo è il suo argomento, montato in forma di sale.
Chi entra aspettandosi il colpo d'occhio di una galleria borghese resterà spiazzato. Qui non ci sono capolavori monumentali, non ci sono sale d'apparato, non c'è il pezzo che si vede sulle cartoline. Ci sono teste, frammenti, rilievi, un carro di calcare alto mezzo metro. Se si accetta il patto, però, si esce con una lezione di storia dell'arte antica che quasi nessun museo grande riesce a impartire, semplicemente perché nei musei grandi il filo si perde.
La Piccola Farnesina ai Baullari, la casa del Museo Barracco
Il palazzetto che ospita il Museo Barracco ha una storia più lunga e più contorta del museo stesso, e vale la pena conoscerla prima di salire le scale, perché spiega perfino il suo nome sbagliato.

Thomas Le Roy, il bretone che si costruì un palazzo a Roma
Il committente fu un prelato bretone, Thomas Le Roy, che alla curia romana latinizzò il proprio nome in Thomas Regis. Era uno di quei chierici di cancelleria che nel primo Cinquecento facevano fortuna a Roma servendo come diplomatici e come giuristi. Le Roy lavorò alla stipula del concordato fra Leone X e Francesco I di Francia, l'accordo che seguì la battaglia di Marignano del 1515 e che regolò per tre secoli i rapporti fra la corona francese e la Chiesa. Come ricompensa, il re gli concesse il privilegio di inserire il giglio di Francia nel proprio stemma. Un onore enorme per un prelato di provincia, e Le Roy lo prese sul serio.
Il cantiere del suo palazzetto fu avviato negli anni Venti del Cinquecento; le date che circolano nella letteratura oscillano fra il 1516 e il 1523, e la questione non è chiusa. Quello che è certo è che il giglio venne seminato ovunque: nei fregi, nei capitelli, nelle cornici, nel cortile. Chi guarda con attenzione il cortile interno, oggi, li conta a decine.
I gigli, l'equivoco e il nome Piccola Farnesina
Qui succede la cosa che rende questo edificio memorabile. Anche i Farnese avevano i gigli nello stemma. E Palazzo Farnese, il colosso di Sangallo e Michelangelo, sorge a trecento metri da qui. Nei secoli successivi i romani, vedendo un palazzetto pieno di gigli a pochi passi dalla dimora della famiglia più potente della città, tirarono la conclusione ovvia e sbagliata: doveva essere una dépendance dei Farnese. Da lì il soprannome di Piccola Farnesina, che il palazzo porta ancora oggi su tutte le mappe e su tutte le guide, e che non ha alcun fondamento. I gigli sono francesi, non farnesiani. Il nome è un errore di lettura araldica fossilizzato dall'uso, e nessuno ha più avuto il coraggio di correggerlo.
Il secondo equivoco riguarda l'aggiunta "ai Baullari". Via dei Baullari, che fiancheggia l'edificio e scende verso Campo de' Fiori, prende il nome dai fabbricanti di bauli che vi lavoravano. Il palazzo non c'entra nulla con i bauli: è solo l'indirizzo. Ma la formula completa, Piccola Farnesina ai Baullari, ha attecchito così bene che oggi molti romani conoscono l'edificio con quel nome e ignorano del tutto che dentro ci sia un museo.
La facciata attribuita ad Antonio da Sangallo il Giovane
L'attribuzione della facciata ad Antonio da Sangallo il Giovane è tradizionale e ampiamente accolta, ma resta un'attribuzione: non esiste un contratto firmato che la documenti. Il ragionamento degli studiosi si appoggia sul linguaggio architettonico, che è quello del Sangallo maturo, e sulla cronologia, perché in quegli stessi anni Sangallo lavorava a Palazzo Farnese a poche centinaia di metri. La misura delle proporzioni, il trattamento delle finestre, il rapporto fra pieni e vuoti parlano la stessa lingua. Chi cerca la firma, però, non la trova.
Il mio parere da chi ci porta gruppi: la facciata su via dei Baullari, quella originale, è più bella di quella su corso Vittorio. Vale la pena girare l'angolo e guardarla prima di entrare, con la luce del mattino che la prende di taglio.
Gli Silvestri, lo scorpione e l'esproprio del 1885
Dopo la morte di Le Roy il palazzo attraversò una selva di passaggi ereditari e di cause. Nel 1671 finì ai Silvestri, che lasciarono il proprio segno al primo piano: uno scorpione araldico, che è la cosa più bizzarra da cercare durante la visita. Uno stemma con lo scorpione, in un palazzo pieno di gigli francesi, chiamato con il nome di una terza famiglia. Il palazzetto è un manuale di come funzionava la proprietà a Roma.
Poi arrivò l'Ottocento e con l'Ottocento la piccozza. Nel 1885 il Comune di Roma espropriò l'edificio: si stava tracciando corso Vittorio Emanuele II, il nuovo asse che doveva collegare piazza Venezia a San Pietro tagliando in diagonale il tessuto medievale e rinascimentale del Campo Marzio. Decine di palazzi vennero giù. Questo si salvò, e il motivo non è sentimentale: era considerato architettura di qualità, e la commissione decise di conservarlo. Lo liberarono dalle sopraelevazioni accumulate nei secoli, lo restaurarono e gli costruirono una facciata nuova sul corso, imitando lo stile della vecchia, insieme alla gradinata d'ingresso che si sale ancora oggi. I lavori furono realizzati aere publico, a spese pubbliche, e conclusi nel 1901: lo dice l'iscrizione sul cornicione marcapiano lungo corso Vittorio, che quasi nessuno alza gli occhi a leggere.
Giovanni Barracco, il collezionista e la donazione del 1904
Giovanni Barracco era un barone calabrese, di una famiglia di grandi proprietari terrieri, e fu senatore del Regno. Collezionò per tutta la vita adulta, comprando sulle grandi piazze antiquarie europee, soprattutto a Parigi, e finanziando scavi in Egitto. Non si sposò e non ebbe figli. Verso la fine dell'Ottocento si trovò con una delle raccolte private di scultura antica più coerenti d'Europa e senza nessuno a cui lasciarla.
La donazione al Comune di Roma e la cittadinanza onoraria
Nel 1904 donò tutto al Comune di Roma. Non a un museo statale, non alla corona: al Comune. La città lo ripagò con la cittadinanza onoraria e, cosa che contava di più, con un terreno su cui costruire una sede dedicata, in Corso Vittorio Emanuele II, di fronte alla chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini. Ci sono donazioni che le città accettano e poi dimenticano nei depositi; questa no, perché Barracco pretese di seguirla di persona.
Il museo perduto di Gaetano Koch
La sede fu progettata da Gaetano Koch, l'architetto dei grandi palazzi umbertini di Roma, con cui Barracco aveva già collaborato: da Questore del Senato del Regno aveva presieduto ai lavori di ristrutturazione e adeguamento di Palazzo Madama. Il Museo di Scultura Antica, questo il nome ufficiale, si presentava come un tempio classico, e Barracco ne seguì personalmente la progettazione e il cantiere.
Le sue richieste al progettista dicono più di mille pagine di biografia su che tipo di uomo fosse. Volle un impianto di riscaldamento, il primo installato in un museo italiano. Volle ampie vetrate, perché le sculture andavano lette con luce naturale corretta e non con lampade. E volle basi girevoli sotto alcune statue, perché la scultura è un'arte a tre dimensioni e chi la guarda da un lato solo non l'ha vista. Nel 1905 erano idee da museografo di avanguardia; oggi sono manuale, e allora non le aveva quasi nessuno. Al museo fu legata anche la sua biblioteca personale.
Negli ultimi anni Barracco trasferì la propria abitazione in Corso Vittorio, accanto al museo, e continuò ad arricchire la collezione fino alla fine. Nel testamento lasciò istruzioni agli eredi perché acquistassero determinate pubblicazioni per la biblioteca: un collezionista che pensa alla bibliografia del proprio museo dopo la propria morte è una figura rara.
Ludwig Pollak, conservatore fino al 1943
Il conservatore del museo fu per decenni Ludwig Pollak, archeologo e antiquario boemo di famiglia ebraica, uno dei conoscitori più acuti del mercato antiquario romano del Novecento: fu lui, nel 1906, a riconoscere e recuperare il braccio destro originale del Laocoonte. Rimase conservatore della collezione Barracco fino alla sua deportazione da parte della Gestapo nel 1943, durante la razzia del ghetto di Roma. Fu ucciso ad Auschwitz. Non c'è nessuna sala del museo che lo racconti come meriterebbe, ed è una delle cose che gli devo dire quando accompagno un gruppo qui dentro.
La demolizione del 1938 e il trasloco del 1948
Nel 1938 il museo di Koch fu demolito: i lavori di sistemazione di corso Vittorio successivi alla costruzione del Ponte Vittorio Emanuele II lo travolsero, e l'edificio-tempio voluto da Barracco scomparve dopo poco più di trent'anni di vita. La collezione finì all'Osteria dell'Orso e poi nei magazzini dei Musei Capitolini. Restò imballata per un decennio, attraversando la guerra.
Nel 1948 il Comune la riallestì nella Piccola Farnesina ai Baullari, che aveva messo appositamente a disposizione. Da allora è lì. Il paradosso finale: una collezione pensata per un tempio neoclassico costruito su misura vive oggi in un palazzetto rinascimentale che con quella collezione non c'entra nulla, e ci sta benissimo.

Il percorso del Museo Barracco, sala per sala
Il percorso è ordinato per civiltà e sale in salita: si comincia dall'Egitto e si finisce nel medioevo, con l'ellenismo e Roma sulla via del ritorno. Le sale sono numerate con i numeri romani e alcune sezioni si distendono anche sui pianerottoli, cosa che a Roma capita solo qui.
Sale I e II del Museo Barracco: l'arte egizia
Le prime due sale sono egizie, ed è giusto che aprano il percorso: l'Egitto fu la prima passione di Barracco e il primo nucleo che mise insieme. I pezzi arrivano in parte dalle aste parigine, in parte da scavi finanziati direttamente in Egitto. La copertura cronologica è impressionante per una raccolta privata: si va dall'Antico Regno all'età tolemaica e romana.
La stele di Nofer
Il primo pezzo importante è un frammento in calcare attribuito allo scriba Nofer, IV dinastia, quindi l'epoca delle grandi piramidi di Giza. Nofer è ritratto seduto davanti a un altare carico di offerte, secondo lo schema della stele funeraria che gli Egizi ripeteranno per tremila anni senza cambiarlo quasi mai. Viene dalla necropoli di Giza; passò per le mani di Ismail Enver, che lo donò a Girolamo Bonaparte, e Barracco lo acquistò a Parigi. Un frammento che attraversa il Mediterraneo tre volte prima di fermarsi a due passi da Campo de' Fiori.
Vicino si trova una piccola statua lignea, probabilmente della XII dinastia, con geroglifici incisi sulle mani. Il legno che sopravvive quattromila anni è una rarità che si spiega solo con il clima secco delle tombe egiziane.
La sfinge di Hatshepsut, il pezzo che vale il biglietto
Se dovessi indicare un solo oggetto per cui varrebbe la pena entrare, indicherei questo. È una sfinge femminile in granito nero, attribuita alla regina Hatshepsut, XVIII dinastia. L'iscrizione nomina il fratello Thutmose II, di cui Hatshepsut fu prima sposa reale e poi reggente prima di farsi incoronare faraone a tutti gli effetti, con la barba posticcia e i titoli maschili.

La parte che quasi nessuno racconta è come sia arrivata qui. La sfinge fu ritrovata nell'area dell'Iseo Campense, il grande santuario di Iside e Serapide che i Romani costruirono nel Campo Marzio, poche centinaia di metri da questo palazzo. Vuol dire che questo pezzo egizio non è arrivato a Roma con un collezionista dell'Ottocento: è arrivato quasi duemila anni fa, portato dai Romani stessi, che saccheggiavano l'Egitto di obelischi e statue per arredare i templi isiaci di moda in età imperiale. La sfinge di Hatshepsut è tornata dove i Flavi l'avevano messa, a quattro isolati di distanza. Poche opere in questa città hanno un percorso così circolare.
Il ritratto giovanile di Ramses II
Poco oltre, un ritratto giovanile di Ramses II, il faraone del Nuovo Regno che regnò per sessantasette anni e riempì l'Egitto di sé. Anche questo in granito nero, con la doppia corona e l'elmo, accompagnati dall'ureo sacro, il cobra eretto sulla fronte che è il segno della regalità. Vale la pena guardare la superficie: il granito nero è una pietra durissima e lavorarla a quel livello di finitura, con strumenti di rame e abrasivi di quarzo, richiedeva mesi di lavoro di squadra.
Il sacerdote di diorite che Barracco credeva fosse Cesare
Questa è la storia che racconto sempre, perché dice qualcosa sulla storia degli studi. C'è una figura di sacerdote barbato scolpita in diorite, e Barracco era convinto che raffigurasse Giulio Cesare. Ci credeva a tal punto da esporla come tale. Gli studi successivi hanno smontato l'ipotesi: l'acconciatura rimanda a un normale sacerdote di età romana, e la fascia sulla testa con la stella a otto punte è un attributo di ambito sacerdotale, non imperiale. L'opera si data al III secolo.
Un collezionista dell'Ottocento che sbaglia un'identificazione non è un dilettante: è un uomo che lavora con gli strumenti del suo tempo, in un'epoca in cui la ritrattistica antica veniva letta con criteri fisiognomici oggi abbandonati. Il museo ha avuto il buon gusto di non nascondere l'errore. Mi piace che sia rimasto lì, a ricordare che la scienza è un processo.
La clessidra ad acqua di Tolomeo Filadelfo
D'età tolemaica sono una maschera funebre e una grande clepsidra, la clessidra ad acqua di Tolomeo II Filadelfo, in pietra basaltica, ritrovata in frammenti presso il Serapeo Campense di Roma, di nuovo a poche centinaia di metri da qui. All'esterno porta iscrizioni dedicate al re; all'interno ha le tacche che servivano a misurare il deflusso dell'acqua e quindi il tempo. Nei secoli successivi lo strumento cambiò mestiere e divenne un vaso per le offerte. Un orologio che diventa un calice: la trasformazione degli oggetti antichi funziona quasi sempre così, per riuso e non per conservazione.
Vaso canopo e protome leonina
Chiudono la sezione egizia un vaso canopo in calcite con coperchio cinocefalo, XXVI dinastia, dei quattro vasi che accoglievano i visceri del defunto durante l'imbalsamazione, e una rara protome leonina in legno della XX dinastia. Il legno, di nuovo. Nelle vetrine si passa oltre in fretta e si sbaglia: quel frammento ligneo è più raro della maggior parte delle statue di pietra della sala.
Sumeri e Assiri al Museo Barracco
La sezione mesopotamica è la meno visitata e una delle più notevoli. Nelle teche si trovano chiodi di fondazione della terza dinastia di Ur, in bronzo, con funzione apotropaica: si conficcavano nelle fondamenta degli edifici per proteggerli, e provengono in prevalenza dalla Mesopotamia meridionale. Sono oggetti minuscoli con una funzione enorme.
Poi arrivano i rilievi assiri, ed è qui che il museo mostra i muscoli. Un genio alato inginocchiato verso destra, rilievo in calcare alabastrino di età di Assurnasirpal II, proveniente dal palazzo di Nimrud. Nello stesso settore sono esposti altri rilievi coevi. Il pezzo di maggiore fattura raffigura donne in un palmeto e viene da Ninive. Ci sono poi arcieri assiri, guerrieri elamiti, palafrenieri con cavalli in alta bardatura, altri arcieri elamiti in alta uniforme, tutti di età di Assurbanipal e tutti dal palazzo di Ninive.
Va detto con chiarezza: i palazzi di Nimrud e di Ninive sono stati devastati fra il 2014 e il 2016. Rilievi come questi, sparsi nei musei europei dall'Ottocento, sono oggi in molti casi l'unica documentazione superstite di quei cicli. Guardarli qui, in una sala di venti metri quadrati sopra corso Vittorio, con dieci persone in tutto il museo, ha un peso che al British Museum, fra la folla, si perde.
Sala III del Museo Barracco: l'arte etrusca
Sezione breve ma con due pezzi che meritano tempo. Una testa femminile in pietra, originariamente decorazione di una tomba nei pressi di Bolsena, datata al II secolo avanti Cristo: siamo nell'Etruria ormai romanizzata, e si vede nel modo in cui il volto perde la stilizzazione arcaica.
Il secondo è un cippo funerario in pietra fetida, con una narrazione iconografica distesa sui lati. Viene da Chianciano, fu con ogni probabilità realizzato su commissione, e gli studiosi lo collocano fra il 500 e il 460 avanti Cristo. La pietra fetida è un'arenaria locale che puzza di zolfo quando la si lavora, da cui il nome, ed era il materiale dei lapicidi chiusini. Il fregio va letto girandogli intorno, come un fumetto.
Sala IV del Museo Barracco: l'arte cipriota
Cipro è l'isola dove tutto il Mediterraneo antico si incontra, e la sezione cipriota è uno dei motivi per cui questa collezione conta a livello europeo. C'è un Heracles-Melquart di inizio V secolo avanti Cristo, vestito della pelle leonina, che stringe un piccolo leone nella mano sinistra: la figura fonde l'eroe greco con il dio fenicio Melqart, e il sincretismo è tutto nella statua. Fu donata a Barracco nel 1909, quindi dopo la donazione al Comune: il barone continuava ad acquisire per un museo che ormai non era più suo.
Il secondo pezzo è un carro da parata in calcare policromo con due personaggi, probabilmente una madre con il figlio durante una celebrazione cultuale. Viene da Amatunte, sulla costa meridionale di Cipro, e la datazione corrente lo pone nel secondo quarto del V secolo avanti Cristo. È piccolo, modesto nelle ambizioni, e conserva tracce di colore. Vale la pena avvicinarsi: la policromia originale della scultura antica è una cosa che quasi tutti sanno in teoria e quasi nessuno ha mai visto dal vero.
L'arte fenicia sul pianerottolo
La sezione fenicia è distribuita in modo anomalo. Una protome di leone in alabastro è collocata fuori dalla sala, sul pianerottolo: proviene da Sant'Antioco, in Sardegna, l'antica Sulci punica, e si data fra il IV e il III secolo avanti Cristo. Chi sale distratto ci passa accanto senza vederla, ed è un peccato, perché la Sardegna fenicia è un capitolo che i musei romani raccontano pochissimo.
Poco più avanti si trova il coperchio di un sarcofago antropoide, fine del V secolo avanti Cristo, da Sidone. I sarcofagi antropoidi fenici nascono dall'imitazione di quelli egizi e finiscono per assorbire il volto greco: sono l'oggetto che dimostra la tesi di Barracco meglio di qualunque didascalia.
Sale V e VI del Museo Barracco: l'arte greca
Il cuore della collezione. Nella prima delle due sale si trovano due teste di Atena in stile severo, V secolo avanti Cristo, e un Hermes Kriophoros, l'Ermes che porta l'ariete sulle spalle, della prima metà dello stesso secolo. Sul Kriophoros vale un chiarimento: l'opera è ricondotta all'ambito dello stile severo e ha ricevuto nel tempo attribuzioni diverse, nessuna delle quali documentata; il tipo iconografico è quello del dio pastore, e da qui, per una linea lunghissima, deriverà l'immagine paleocristiana del Buon Pastore. La forma ovale del viso, l'ispessimento delle palpebre e le labbra piene sono esattamente i marcatori con cui la scultura greca abbandona il sorriso arcaico.
Il Marsia di Mirone
A lato è esposto il busto del sileno Marsia di Mirone. L'originale faceva parte di un gruppo statuario dedicato sull'Acropoli di Atene verso il 450 avanti Cristo: Atena aveva appena inventato il flauto e lo aveva gettato via infastidita dalla smorfia che le deformava il viso; Marsia si stava chinando a raccoglierlo, con il gesto che gli costerà la pelle. Il pezzo del Museo Barracco è una copia romana in marmo pario del II secolo. Come per quasi tutta la scultura greca del V secolo, l'originale in bronzo non esiste più: quello che sappiamo di Mirone lo sappiamo dalle copie romane e da Plinio.
La testa di Apollo tipo Kassel
La testa apollinea nota come tipo Kassel raffigura Apollo Parnopios, cioè "delle cavallette". La tradizione vuole che gli Ateniesi lo avessero dedicato per ringraziare il dio di averli scampati da un'invasione di locuste. Le proporzioni maggiori del vero fanno pensare a un originale intorno al 460 avanti Cristo, mentre l'esemplare esposto è una copia di età flavia, quindi del I secolo dopo Cristo. Il nome viene dall'esemplare più noto della serie, conservato a Kassel.
Guardatela di tre quarti e poi frontalmente. Nella scultura del severo il volto funziona diversamente a seconda dell'angolo, e questa è una delle poche teste a Roma dove il fenomeno si legge bene senza folla intorno.
L'Apollo attribuito a Prassitele
Un'altra protome dello stesso dio è ricondotta a Prassitele. Il tipo, databile intorno al 350 avanti Cristo, rappresenta Apollo nudo in riposo, con il braccio destro ripiegato sopra il capo, secondo lo schema che i Greci usavano per gli dèi in ozio e che Prassitele portò alla perfezione. L'attribuzione al maestro attico appartiene alla tradizione degli studi e va presa per quello che è: un'ipotesi forte, non un documento. È il momento giusto per far notare a chi visita che nella scultura antica quasi tutti i nomi che leggiamo sui cartellini sono ricostruzioni moderne fondate su confronti stilistici e su citazioni di autori antichi.
I rilievi votivi e le ceramiche greche
La collezione conserva anche materiali fittili e rilievi. Un rilievo funerario con due figure maschili è con ogni probabilità un originale attico del V secolo avanti Cristo, e la parola originale, in un museo pieno di copie romane, va sottolineata. C'è poi un rilievo votivo per Apollo, con la dedica incisa lungo il bordo superiore e inferiore, della metà del IV secolo avanti Cristo: vi compaiono quattro fanciulli e un anziano e, di lato, la triade delfica, Leto, Apollo e Artemide.
Le ceramiche comprendono una lekythos funeraria attica e anfore ateniesi a figure nere della prima metà del V secolo avanti Cristo. La lekythos era il vaso dell'olio profumato che si deponeva sulle tombe: chi vuole capire il rapporto degli Ateniesi con la morte guardi quella, non i rilievi.

Sala VII del Museo Barracco: l'età ellenistica
Fra le opere ellenistiche c'è una testa maschile, riproduzione romana del II secolo dopo Cristo, forse di Alessandro Magno: il forse è d'obbligo, perché la fisionomia alessandrina è stata usata come modello per ritratti di sovrani e di privati per sei secoli.
Il pezzo di maggiore rilievo è la cagna ferita, replica in marmo pentelico di un originale bronzeo. Sulla base compaiono tre lettere che si leggono come il nome del copista, Sopatro. Plinio riferisce che l'originale si trovava ancora, ai suoi tempi, presso il tempio di Giove Capitolino a Roma. È una scultura di animale trattata con la stessa serietà con cui si trattava un dio, e la resa del dolore fisico nella bestia è di una precisione che spiazza. Se dovessi indicare il pezzo più commovente del museo, indicherei questo e non la sfinge.
Sala IX del Museo Barracco: arte italica e romana
La sezione romana è volutamente contenuta, per una ragione ovvia: Barracco collezionava a Roma, dove l'arte romana era ovunque, e cercava altrove quello che a Roma mancava. Si segnala la statua di un giovane della famiglia Giulio-Claudia, forse Nerone ragazzo, rinvenuta nella Villa di Livia detta ad gallinas albas a Prima Porta, del I secolo dopo Cristo. La stessa villa da cui provengono l'Augusto di Prima Porta e gli affreschi del giardino oggi a Palazzo Massimo.
Accanto, tre stele funerarie da Palmira, in Siria, in calcare, con due donne e un uomo, del III secolo dopo Cristo. I ritratti palmireni sono facce frontali, occhi enormi, gioielli descritti pezzo per pezzo. Anche qui, come per i rilievi assiri, il contesto d'origine ha subito danni gravissimi nel decennio scorso: quello che si vede in questa sala ha acquistato un valore documentario che nel 1904 nessuno immaginava.
L'arte medievale e il mosaico dell'antica San Pietro
Il percorso si chiude con un salto di mille anni: il frammento di un mosaico policromo a tessere grandi del XII secolo, commissionato secondo la tradizione degli studi da papa Innocenzo III per l'antica basilica di San Pietro in Vaticano, e asportato durante la costruzione della basilica nuova. Un pezzo della San Pietro costantiniana, quella che nessuno di noi vedrà mai, in una vetrina a corso Vittorio. Vale i cinque minuti che quasi nessuno gli dedica prima di scendere le scale.
La casa romana nei sotterranei del Museo Barracco
Sotto il palazzetto, a circa quattro metri dal piano stradale attuale, si conservano strutture antiche rinvenute nel 1899 durante i restauri dell'edificio, quando si consolidarono le fondazioni per i lavori di corso Vittorio. Altri ritrovamenti analoghi emersi in quegli anni nella zona vennero distrutti dalle demolizioni; questi furono salvati.
Si conserva parte di un portico colonnato realizzato con materiale di reimpiego, e il dettaglio da cercare sono tre capitelli tuscanici rovesciati e usati come basi: il riuso disinvolto dei materiali è la firma dell'edilizia tardoantica. I pavimenti mostrano lastre marmoree rettangolari, e resta la base di una fontana circolare. Le pareti erano decorate con affreschi a soggetto acquatico e terrestre, staccati negli anni Settanta.
La destinazione dell'edificio è discussa e probabilmente cambiò nel tempo. L'ipotesi oggi più accreditata riconduce le strutture a un edificio pubblico del Campo Marzio, gli stabula quattuor factionum, cioè le scuderie delle quattro fazioni che correvano al circo, le squadre di cui i Romani erano tifosi accaniti; in una fase successiva l'area sarebbe passata a mano privata e trasformata in una domus signorile. I resti principali si datano al IV secolo dopo Cristo.
Gli ambienti sotterranei sono rimasti chiusi per oltre vent'anni e sono stati riaperti al pubblico nell'ambito di un progetto di valorizzazione basato sulla tecnologia Li-Fi, che trasmette informazioni e immagini ai telefoni dei visitatori modulando la luce di appositi faretti LED: quattordici punti di interesse in tutto, nove nelle sale espositive e cinque nella casa romana. Le aperture della casa romana seguono un calendario proprio, con ingressi contingentati a piccoli gruppi e a intervalli fissi, e vanno confermate al call center 060608 prima di presentarsi: chi ci tiene faccia una telefonata, perché la parte sotterranea non è sempre inclusa nella visita ordinaria.
Mostre temporanee e allestimento permanente al Museo Barracco
La collezione permanente è il museo. Le mostre temporanee, in un edificio di queste dimensioni, occupano spazi ridotti e spesso dialogano con i pezzi in esposizione invece di sostituirli. Il museo porta avanti inoltre un programma di visite guidate tattili e sensoriali con operatori specializzati, attive su richiesta lungo tutto il 2026: in un museo di scultura, dove la forma si capisce con le mani meglio che con gli occhi, è una scelta coerente e non un gesto di facciata.
Una cosa da sapere prima di andare: durante alcune mostre chi ha diritto all'ingresso gratuito deve comunque acquistare un biglietto ridottissimo da 2,00 euro. Il programma aggiornato si trova sul sito ufficiale del museo e al 060608.
Come si visita il Museo Barracco: durata e percorso
Un'ora è la misura giusta per una visita attenta. Chi corre esce in trentacinque minuti e non avrà sbagliato, ma avrà visto un museo diverso. Chi si ferma sui pezzi che meritano, sfinge, cagna ferita, rilievi assiri, carro cipriota, ci mette un'ora e un quarto ed è il tempo che consiglio.
Il percorso è verticale e si sviluppa su più livelli collegati da scale. Non è un museo dove si può girare a caso: l'ordine delle sale è l'argomento del museo, e saltarlo significa perdere il senso della raccolta. L'audioguida a 4,00 euro è una spesa che difendo, perché le didascalie in sala sono asciutte e molti pezzi hanno storie che senza commento restano mute.
Il Museo Barracco con i bambini
Funziona meglio di quanto ci si aspetti, a due condizioni. La prima è la durata: quaranta minuti sono il massimo che un bambino sotto i dieci anni regge in una raccolta di sculture, e va bene così. La seconda è dargli una caccia al tesoro. La sfinge, il cobra sulla fronte di Ramses, il leone stretto in mano da Heracles, il carro con la madre e il figlio, la cagna, i cavalli bardati dei rilievi assiri, lo scorpione dei Silvestri al primo piano: sono sette oggetti riconoscibili e sono più che sufficienti. La casa romana sotterranea, quando è accessibile, è la parte che li conquista senza sforzo.
Il museo è piccolo, non c'è folla, il rumore non disturba nessuno e il personale è abituato. Rispetto a certe visite in massa nei grandi musei, qui un bambino ha la possibilità di guardare davvero.
Accessibilità del Museo Barracco
Il palazzo è un edificio rinascimentale con più livelli e scale interne, e l'ingresso da corso Vittorio ha una gradinata. Chi si muove in sedia a rotelle o ha difficoltà motorie faccia una telefonata al 060608 prima di partire e chieda conferma sui percorsi accessibili e sull'accesso agli ambienti sotterranei: la conformazione dell'edificio impone dei limiti che vanno verificati caso per caso. Il programma di visite tattili e sensoriali con operatori specializzati, invece, è attivo su richiesta e va prenotato con anticipo.
Quando andare al Museo Barracco
Il momento ideale è l'apertura, martedì o mercoledì alle 10.00. Il museo apre da martedì a domenica e chiude il lunedì. Nel fine settimana l'affluenza sale, ma va detto con onestà che qui non esiste il problema della folla: è uno dei musei meno frequentati del centro storico, e questa è insieme la sua fortuna e la sua condanna.
D'estate ha un vantaggio che nessuno considera: è un ambiente chiuso, con ambienti raccolti, a cinque minuti da Campo de' Fiori. Nei pomeriggi di luglio, quando il centro è impraticabile, un'ora fra i rilievi assiri è la migliore decisione della giornata. D'inverno, verso le 16.00, la luce che entra dalle finestre sul corso è quella giusta per le teste greche.
Cosa vedere intorno al Museo Barracco
La posizione è fra le migliori di Roma: si è dentro il triangolo Campo de' Fiori, piazza Navona, corso Vittorio, e ogni cosa è a meno di dieci minuti a piedi.
Campo de' Fiori e la Galleria Spada
Campo de' Fiori è a tre minuti scendendo via dei Baullari: la piazza del mercato mattutino e del rogo di Giordano Bruno, la cui statua guarda in direzione del Vaticano da 1889. Poco oltre, verso il Tevere, la Galleria Spada, con la celebre prospettiva del Borromini, il colonnato che sembra lungo trentacinque metri e ne misura otto. Se avete una mezza giornata, il Barracco e la Spada insieme sono l'accoppiata migliore del rione: due collezioni private, due tesi diverse, due epoche.
Palazzo Braschi e Sant'Andrea della Valle
Dall'altro lato di corso Vittorio, a due minuti, il Museo di Roma a Palazzo Braschi racconta la città dal medioevo a oggi, ed è il complemento naturale di una collezione che racconta il mondo antico. Risalendo il corso verso piazza Venezia si incontra la Basilica di Sant'Andrea della Valle, la cupola più alta di Roma dopo San Pietro, con gli affreschi del Domenichino e del Lanfranco e il primo atto della Tosca.
Piazza Navona, lo stadio di Domiziano e Palazzo Altemps
Piazza Navona è a sei minuti verso nord, e sotto la piazza si visitano i sotterranei dello Stadio di Domiziano, che spiegano la forma della piazza meglio di qualunque cartina. Ancora più su, Palazzo Altemps espone la collezione Ludovisi: è il confronto più istruttivo che si possa fare con il Barracco, perché mostra come collezionava un cardinale del Seicento rispetto a un senatore dell'Ottocento.
Largo Argentina, la Crypta Balbi e il Museo Ebraico
Verso est, a cinque minuti, l'area sacra di Largo Argentina con i quattro templi repubblicani e il santuario dei gatti. Da lì, in via delle Botteghe Oscure, la Crypta Balbi, il museo che spiega come Roma antica sia diventata Roma medievale. Scendendo verso il Tevere si arriva al Portico d'Ottavia e al Museo Ebraico di Roma, che completa il quadro con la storia della comunità più antica della diaspora occidentale. Chi vuole capire come si è formato il sistema dei Musei Capitolini, l'ente nei cui depositi la collezione Barracco passò dieci anni, ha il Campidoglio a un quarto d'ora di cammino.

Una curiosità su Museo Barracco - Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco
Il museo che si visita oggi non è il museo che Giovanni Barracco fece costruire, e questa è la curiosità che regge tutte le altre. Il Museo di Scultura Antica progettato da Gaetano Koch era un edificio a sé, un piccolo tempio classico eretto su corso Vittorio Emanuele II di fronte a San Giovanni Battista dei Fiorentini, inaugurato pochi anni dopo la donazione del 1904. Barracco lo aveva voluto tecnicamente all'avanguardia: riscaldamento centralizzato, il primo in un museo italiano, grandi vetrate calcolate per la luce naturale, e basi girevoli sotto alcune sculture perché il visitatore potesse leggerle a trecentosessanta gradi senza spostarsi.
Nel 1938 quel museo fu abbattuto. Non per incuria: per urbanistica. La costruzione del Ponte Vittorio Emanuele II impose una nuova sistemazione del corso, e l'edificio-tempio si trovò sulla linea sbagliata. Fu demolito dopo poco più di trent'anni di vita, e la collezione finì prima all'Osteria dell'Orso e poi, imballata, nei magazzini dei Musei Capitolini, dove attraversò la guerra.
Solo nel 1948 la raccolta trovò casa nella Piccola Farnesina ai Baullari. Chi visita oggi vede quindi una collezione ottocentesca, concepita per un contenitore neoclassico costruito su misura, ospitata in un palazzetto cinquecentesco che nulla aveva a che fare con essa e che nel frattempo aveva a sua volta rischiato la demolizione. Due edifici a poche centinaia di metri l'uno dall'altro: uno pensato per durare e sparito, l'altro sopravvissuto per caso e diventato museo. A Roma il caso ha un ruolo che nessun piano regolatore riesce a contenere.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Barracco - Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco
Che il museo si chiama Piccola Farnesina per un errore, e che l'errore riguarda i fiori scolpiti sui muri. Il palazzo è coperto di gigli. I visitatori li vedono, i romani li vedono da secoli, e tutti danno per scontato che siano i gigli dei Farnese, la famiglia del palazzo colossale che sorge a trecento metri da qui. Da questa deduzione nasce il soprannome, che è entrato nelle mappe, nelle guide e nella toponomastica affettiva della città.
I gigli sono francesi. Thomas Le Roy, il prelato bretone che si fece costruire il palazzetto, ottenne da Francesco I il privilegio di inserire il giglio di Francia nel proprio stemma come ricompensa per il lavoro svolto alla stipula del concordato con Leone X, negoziato dopo la battaglia di Marignano. Il giglio è un premio regale a un funzionario della curia, non un segno di proprietà farnesiana. Il palazzo non appartenne mai ai Farnese, e nel 1671 passò invece ai Silvestri, che al primo piano lasciarono uno scorpione araldico.
C'è un secondo dettaglio che quasi nessuno racconta. Il nome ufficiale del museo, ancora oggi, è Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco: è il nome che Barracco stesso volle per l'edificio di Koch, e che ha viaggiato con la collezione attraverso una demolizione, un decennio di magazzino e un trasloco. La targa sopravvive all'edificio che la portava. Se vi chiedete perché sulla facciata e sui biglietti compaiano due nomi diversi, ora lo sapete: uno è il nome del museo, l'altro è il soprannome sbagliato del palazzo che lo ospita.
Il consiglio che ti do per visitare Museo Barracco - Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco
Andateci di mattina presto, martedì o mercoledì, appena aperto alle 10.00, e non andateci come tappa di riempimento fra Campo de' Fiori e piazza Navona. Questo museo si difende male dalla distrazione: se ci si entra con la testa altrove si vedono duecento frammenti di pietra e si esce dicendo che era piccolo.
Il metodo che uso con i gruppi è semplice e lo consiglio a chiunque. Fate un primo giro veloce, dieci minuti, senza leggere niente, solo per capire la pianta e l'ordine delle civiltà. Poi tornate indietro e fermatevi su cinque pezzi soltanto: la sfinge di Hatshepsut, un rilievo assiro qualsiasi, il carro cipriota, la testa di Apollo tipo Kassel e la cagna ferita. Cinque pezzi, cinque minuti l'uno. Venticinque minuti di attenzione vera valgono più di un'ora di scorrimento davanti alle vetrine.
Prendete l'audioguida a 4,00 euro. In un museo dove i cartellini sono asciutti e la metà degli oggetti ha una storia di provenienza rocambolesca, quei quattro euro sono il miglior rapporto fra spesa e resa di tutto il centro storico. E se siete residenti a Roma o nella Città Metropolitana, portate la carta d'identità: l'ingresso è gratuito, e questo cambia il modo di usare il museo. Un posto dove si entra gratis si può visitare in venti minuti, uscire, tornare la settimana dopo per un'altra sezione. È così che si conosce davvero una collezione.
Ultima cosa, telefonate al 060608 il giorno prima e chiedete della casa romana nei sotterranei. Gli ingressi sono contingentati e non sempre compresi nella visita ordinaria: chi arriva senza saperlo rischia di perdersi la parte più insolita dell'intero edificio.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che parecchi pezzi di questa collezione erano già a Roma in antico, e che il barone Barracco, comprandoli sul mercato europeo, in alcuni casi li ha semplicemente riportati a casa.
Il caso lampante è la sfinge femminile attribuita ad Hatshepsut. Fu rinvenuta nell'area dell'Iseo Campense, il grande santuario di Iside e Serapide che i Romani eressero nel Campo Marzio, a poche centinaia di metri dal palazzo che oggi la conserva. La clepsidra di Tolomeo II Filadelfo, in pietra basaltica, venne recuperata in frammenti presso il Serapeo Campense, cioè nella stessa area sacra. Due oggetti egizi che i Romani avevano portato qui in età imperiale, per arredare templi di culti orientali diventati di moda, e che dopo secoli di dispersione sono tornati nel medesimo quartiere.
Questo è il fatto che tutti sanno in astratto e quasi nessuno mette a fuoco: Roma imperiale fu il più grande importatore di antichità egizie della storia, molto prima dei musei ottocenteschi. Gli obelischi che oggi contiamo per la città sono la parte visibile di un fenomeno enorme. Il Campo Marzio, in particolare, era la zona dei culti isiaci, e il sottosuolo di questo rione ha restituito materiale faraonico per quattro secoli di scavi.
Quando si guarda la sfinge dietro il vetro conviene tenerlo a mente. La sua storia è: Egitto, XVIII dinastia; Roma, età imperiale, per volere di un imperatore; dispersione fra Cinquecento e Ottocento; mercato antiquario; collezione Barracco; donazione al Comune 1904; demolizione del museo 1938; magazzini capitolini; Piccola Farnesina 1948. Otto spostamenti in tremilacinquecento anni, di cui gli ultimi cinque dentro un raggio di due chilometri.
La foto giusta da fare a Museo Barracco - Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco
La foto che consiglio non è dentro il museo: è il cortile interno della Piccola Farnesina, con i gigli di Francia scolpiti nelle cornici. Si scatta dal basso, tenendo un pezzo di cielo nell'inquadratura, verso la tarda mattinata quando la luce entra dall'alto e stacca i rilievi senza schiacciarli. Quel cortile è uno dei pochi luoghi di Roma dove un errore di identificazione durato quattro secoli si può fotografare.
Dentro, il soggetto migliore è la sfinge di Hatshepsut. Va presa di tre quarti anteriore, non frontale: la frontale appiattisce il volto e perde il profilo del corpo leonino, mentre il tre quarti fa lavorare insieme la testa umana e il dorso animale, che è esattamente il punto della sfinge. Il granito nero ha una superficie che riflette molto, quindi conviene abbassarsi e cercare l'angolo in cui il vetro non rimanda la finestra.
Il terzo soggetto è quello che nessuno considera: la cagna ferita della sala ellenistica. Fotografatela dal muso, all'altezza dell'animale. Il dolore in quella scultura si legge nella tensione delle zampe e nella torsione del collo, e da sopra sparisce.
Fuori dal museo, girate l'angolo su via dei Baullari e riprendete la facciata cinquecentesca di scorcio, con il vicolo che scende verso Campo de' Fiori. È la stessa quinta urbana che vedeva chi abitava qui nel Cinquecento, e vale molto più della facciata su corso Vittorio, che è una ricostruzione del 1901.
Sulle regole pratiche: la fotografia amatoriale senza flash e senza treppiede è normalmente ammessa nei musei civici romani, ma le condizioni possono variare per singole mostre o sezioni. Un controllo alla biglietteria all'ingresso risolve la questione in dieci secondi.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è il ritrovamento del 1899. Mentre si consolidavano le fondazioni del palazzetto per i lavori di corso Vittorio, gli operai incontrarono strutture antiche a circa quattro metri sotto il piano stradale. In quegli anni, in quel quartiere, ritrovamenti del genere venivano documentati in fretta e distrutti: il nuovo asse viario aveva una priorità politica che nessuna soprintendenza poteva contrastare. Questi resti si salvarono. La differenza fra quello che oggi si visita nei sotterranei e quello che è andato perduto sotto corso Vittorio è tutta in una decisione presa in cantiere.
Il secondo è la conclusione del restauro nel 1901, con l'iscrizione aere publico sul cornicione marcapiano. Non è un dettaglio burocratico: significa che la nuova Italia decise di spendere denaro pubblico per salvare un palazzo rinascimentale in un momento in cui si stavano abbattendo interi isolati storici. È uno dei primi atti di tutela urbana della Roma capitale.
Il terzo è la donazione del 1904 e la cittadinanza onoraria a Giovanni Barracco, seguita dalla costruzione del museo di Gaetano Koch, con il primo riscaldamento museale d'Italia e le basi girevoli per le sculture.
Il quarto è la demolizione del 1938, l'evento più violento della storia di questa collezione: un museo pubblico abbattuto per far posto alla nuova sistemazione stradale dopo il Ponte Vittorio Emanuele II, con la raccolta smontata e trasferita all'Osteria dell'Orso, poi nei magazzini capitolini.
Il quinto è la deportazione di Ludwig Pollak nel 1943. Il conservatore della collezione, lo studioso che nel 1906 aveva riconosciuto il braccio destro originale del Laocoonte, fu preso dalla Gestapo nella razzia del ghetto di Roma e ucciso ad Auschwitz. La storia di questo museo passa anche di lì, e va detta ad alta voce.
Il sesto è il riallestimento del 1948 nella Piccola Farnesina, che chiude il ciclo. Il settimo, molto più recente, è la riapertura degli ambienti sotterranei dopo oltre vent'anni di chiusura, nell'ambito di un progetto di valorizzazione con tecnologia Li-Fi che trasmette contenuti ai telefoni dei visitatori modulando la luce di faretti LED, con quattordici punti di interesse fra le sale e la casa romana.
Chi è passato da Museo Barracco - Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco
Il primo nome è quello del committente del palazzo, Thomas Le Roy, prelato bretone di curia, negoziatore del concordato fra Leone X e Francesco I dopo Marignano, insignito dal re di Francia del privilegio del giglio. Visse qui e riempì la casa del proprio orgoglio araldico.
Poi la famiglia Silvestri, proprietaria dal 1671, che lasciò lo scorpione al primo piano. Fra i due passaggi si stende un intrico di eredità e di cause che riempirebbe un volume di storia notarile romana.
Antonio da Sangallo il Giovane è il nome più illustre legato all'edificio, per la facciata: l'attribuzione appartiene alla tradizione degli studi ed è ampiamente accolta, ma resta priva di documento contrattuale. Sangallo in quegli anni lavorava a Palazzo Farnese, a trecento metri.
Gaetano Koch, l'architetto che disegnò mezza Roma umbertina, dai palazzi di piazza dell'Esedra alla Banca d'Italia, firmò il primo museo Barracco e collaborò con il barone già ai lavori di Palazzo Madama.
Giovanni Barracco, senatore del Regno, barone calabrese, seguì la costruzione del suo museo pezzo per pezzo, ci trasferì l'abitazione accanto e continuò ad acquistare fino alla morte, lasciando nel testamento istruzioni sugli acquisti librari per la biblioteca.
Ludwig Pollak, boemo, archeologo e antiquario, conservatore della collezione, deportato nel 1943 e ucciso ad Auschwitz. Il suo occhio di conoscitore ha lasciato traccia in metà dei musei di Roma.
E poi, per interposta pietra, i personaggi che questa collezione ha attraversato: la regina Hatshepsut, che governò l'Egitto della XVIII dinastia facendosi rappresentare come faraone; Thutmose II, suo fratello, nominato nell'iscrizione della sfinge; Ramses II; Tolomeo II Filadelfo, il cui nome è inciso sulla clepsidra; Assurnasirpal II e Assurbanipal, i re assiri dei cui palazzi restano qui i rilievi; Mirone e Prassitele, presenti attraverso copie e attribuzioni; forse Nerone ragazzo, nella statua dalla Villa di Livia; papa Innocenzo III, committente del mosaico dell'antica San Pietro.

Domande veloci su Museo Barracco - Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco
Dove si trova il Museo Barracco
In Corso Vittorio Emanuele II 166/A, all'angolo con via dei Baullari, 00186 Roma, nel rione Parione, a tre minuti a piedi da Campo de' Fiori.
Quanto costa il biglietto del Museo Barracco
Il biglietto di solo museo costa 7,50 euro l'intero e 6,00 euro il ridotto. Il preacquisto online o al call center comporta 1,00 euro di diritto di prevendita.
Si entra gratis al Museo Barracco
Sì per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana, esibendo in cassa la carta d'identità, e per i possessori della MIC card. Durante alcune mostre, però, chi ha diritto alla gratuità deve acquistare un biglietto ridottissimo da 2,00 euro.
Che cos'è la MIC card e quanto costa
È la tessera del Sistema Musei di Roma Capitale: costa 5 euro e consente l'ingresso gratuito per dodici mesi nei musei civici della città, Museo Barracco compreso.
Quali sono gli orari del Museo Barracco
Da martedì a domenica dalle 10.00 alle 18.00, con ultimo ingresso quarantacinque minuti prima della chiusura.
Quando è chiuso il Museo Barracco
Tutti i lunedì, il 1 maggio e il 25 dicembre. Il 24 e il 31 dicembre l'apertura è ridotta, dalle 9.00 alle 14.00, e il 1 gennaio dalle 11.00 alle 16.00.
Serve prenotare per visitare il Museo Barracco
No per la visita ordinaria: si acquista il biglietto in cassa. La prenotazione serve invece per i gruppi e per gli ingressi contingentati alla casa romana sotterranea, tramite il call center 060608.
Quanto dura la visita al Museo Barracco
Un'ora è la misura giusta. Chi va di fretta esce in trentacinque minuti; chi vuole leggere ogni cartellino arriva a un'ora e mezza.
Che cosa si vede al Museo Barracco
Scultura antica egizia, mesopotamica e assira, cipriota, fenicia, etrusca, greca, ellenistica, romana e un frammento di mosaico medievale dall'antica San Pietro. Poco più di duecento pezzi esposti su più livelli.
Qual è il pezzo più importante del Museo Barracco
La sfinge femminile in granito nero attribuita alla regina Hatshepsut, XVIII dinastia, rinvenuta nell'area dell'Iseo Campense a poche centinaia di metri dal museo.
Perché il palazzo si chiama Piccola Farnesina
Per un errore di lettura araldica: i gigli scolpiti sull'edificio sono i gigli di Francia concessi a Thomas Le Roy da Francesco I, non i gigli dei Farnese. Il palazzo non appartenne mai a quella famiglia.
Chi ha progettato la Piccola Farnesina ai Baullari
La facciata è tradizionalmente attribuita ad Antonio da Sangallo il Giovane. L'attribuzione è accolta dagli studi ma non risulta documentata da un contratto.
Chi era Giovanni Barracco
Un barone calabrese e senatore del Regno che raccolse per decenni scultura antica sul mercato europeo e finanziò scavi in Egitto, donando l'intera collezione al Comune di Roma nel 1904.
Si può visitare l'area archeologica sotterranea del Museo Barracco
Gli ambienti sotterranei con i resti della casa romana sono stati riaperti dopo oltre vent'anni di chiusura e si visitano a gruppi contingentati secondo un calendario proprio. Conviene chiamare il 060608 prima di andare, perché la parte sotterranea non è sempre compresa nella visita ordinaria.
Che cosa sono i resti sotto il Museo Barracco
Strutture rinvenute nel 1899 a circa quattro metri sotto il piano stradale, databili in prevalenza al IV secolo dopo Cristo: portico colonnato con materiali di reimpiego, pavimenti in lastre marmoree, base di una fontana circolare. L'ipotesi più accreditata li riconduce a un edificio pubblico del Campo Marzio poi trasformato in domus privata.
Il Museo Barracco è adatto ai bambini
Sì, a patto di contenere la visita in quaranta minuti e di trasformarla in una caccia agli oggetti riconoscibili: la sfinge, il cobra di Ramses, il leone di Heracles, il carro cipriota, la cagna, i cavalli assiri, lo scorpione dei Silvestri.
Il Museo Barracco è accessibile in sedia a rotelle
L'edificio è rinascimentale, si sviluppa su più livelli e l'ingresso da corso Vittorio ha una gradinata. Conviene chiamare il 060608 e chiedere conferma sui percorsi accessibili, in particolare per gli ambienti sotterranei.
Si possono fare fotografie al Museo Barracco
La fotografia amatoriale senza flash e senza treppiede è normalmente ammessa nei musei civici romani; per singole mostre le condizioni possono cambiare. Basta chiedere in biglietteria.
C'è l'audioguida al Museo Barracco
Sì, costa 4,00 euro ed è disponibile in italiano, inglese e francese. In un museo con didascalie asciutte è una spesa che rende.
Come si arriva al Museo Barracco con i mezzi
Le fermate sono su corso Vittorio Emanuele II, davanti all'ingresso, e a Largo di Torre Argentina, cinque minuti a piedi. La 64 collega Termini alla Stazione San Pietro passando lungo il corso. La metropolitana non serve la zona: dalla linea A si scende a Barberini o a Spagna e si prosegue in autobus o a piedi.
Si può parcheggiare vicino al Museo Barracco
Il museo si trova dentro la ZTL del centro storico e non ha parcheggio. Chi arriva in auto lasci la macchina in un parcheggio di scambio e prosegua con i mezzi: è l'unica soluzione ragionevole.
Che differenza c'è fra il Museo Barracco e Palazzo Altemps
Entrambi espongono collezioni private di scultura antica, ma Palazzo Altemps conserva la raccolta Ludovisi, formata da un cardinale del Seicento con criteri di magnificenza e con restauri barocchi sui pezzi; il Museo Barracco conserva la raccolta di un senatore dell'Ottocento, costruita per dimostrare la filiazione della scultura greca dall'arte egizia e orientale. Visitarli nello stesso giorno è la lezione migliore di storia del collezionismo che Roma sappia offrire.
Che differenza c'è fra il Museo Barracco e i grandi musei archeologici di Roma
I musei del sistema nazionale espongono in prevalenza quello che il territorio ha restituito con gli scavi. Il Museo Barracco espone quello che un privato ha scelto sul mercato secondo una tesi. È un museo di scelte, non di ritrovamenti.
C'è un guardaroba al Museo Barracco
Il museo è di dimensioni ridotte e i servizi al pubblico sono essenziali. Chi arriva con zaini o bagagli ingombranti faccia una verifica al 060608 prima di presentarsi.
Quanto si aspetta in coda al Museo Barracco
Praticamente nulla. È uno dei musei meno affollati del centro storico, e chi arriva all'apertura entra senza attesa anche nei fine settimana.
Vale la pena visitare il Museo Barracco
Sì, per chi ha già visto le grandi collezioni romane e vuole capire come nasce la scultura greca, e per chi ha un'ora libera in centro e cerca qualcosa di serio. Chi cerca il capolavoro monumentale rimarrà deluso: qui il valore è nel ragionamento, non nella scala.
Il mio consiglio finale
Porto gruppi in questo museo da anni e ho imparato una cosa: qui si vede meglio chi si ferma. È un luogo che non fa nulla per farsi amare, con duecento pezzi in poche stanze e didascalie che non spiegano quasi niente. Ma se si accetta la sua logica, cioè quella di un uomo che comprava frammenti per dimostrare una tesi sulla nascita dell'arte greca, allora la Piccola Farnesina diventa una delle mezze giornate più intelligenti che Roma sappia dare. Andateci da soli, di mattina, con l'audioguida nelle orecchie e nessuna fretta. E fermatevi davanti alla cagna ferita almeno cinque minuti: è la scultura più onesta di tutto il centro storico.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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