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Arco di Settimio Severo

L’Arco di Settimio Severo chiude il Foro Romano sul lato del Campidoglio, all’angolo nord occidentale della piazza forense. Fu dedicato nel 203 dopo Cristo dal Senato e dal Popolo Romano a Settimio Severo e ai figli Caracalla e Geta, per le vittorie sui Parti ottenute in due campagne concluse nel 195 e fra il 197 e il 198. È un arco a tre fornici, rivestito di marmo, con quattro colonne libere per facciata. Nel 211 Caracalla fece uccidere il fratello Geta e ne decretò la damnatio memoriae: il nome venne raschiato via dall’iscrizione dell’attico e sostituito con una formula generica. La rasura si vede ancora, e si vedono i fori in cui erano fissate le lettere di bronzo dorato. Qui trovi che cosa c’è scolpito sull’arco, che cosa dice l’iscrizione, come si legge oggi la cancellatura, che fine ha fatto il monumento nel Medioevo e come si visita adesso, con biglietti e orari verificati sul sito del Parco archeologico del Colosseo.

Dove si trova l’Arco di Settimio Severo e come arrivare

L’arco occupa l’estremità nord occidentale della piazza del Foro Romano, addossato al fianco del colle capitolino, fra la Curia e l’area dei Rostri. Chi guarda il Foro dall’alto del Campidoglio lo ha esattamente sotto di sé. Chi percorre la Via Sacra dal Colosseo lo trova in fondo, come ultima quinta prima della salita al Tabularium.

Gli ingressi all’area archeologica

Per arrivare sotto l’arco bisogna entrare nell’area archeologica del Foro Romano e del Palatino, recintata e a biglietto. Gli ingressi indicati dal Parco sono largo della Salara Vecchia su via dei Fori Imperiali, via della Salara Vecchia verso via del Tulliano, l’Arco di Tito e via di San Gregorio, che serve soprattutto il Palatino. Il varco di via della Salara Vecchia, vicino al Carcere Mamertino, porta prima di tutti nella zona dell’arco. Gli accessi attivi cambiano con la stagione e con i cantieri: controlla la pagina degli ingressi sul sito ufficiale il giorno prima.

Con la metropolitana e con i mezzi di superficie

La fermata più comoda è Colosseo, sulla linea B, da cui si risale via dei Fori Imperiali per cinque o sei minuti fino a largo della Salara Vecchia. Da Termini si prende la linea B verso Laurentina e si scende alla seconda fermata. La fermata Cavour, sempre linea B, lascia dentro il rione Monti e permette di scendere ai Fori per via Cavour e la salita dei Borgia, percorso più lungo e molto più bello.

In superficie il nodo è piazza Venezia: da lì si cammina lungo via dei Fori Imperiali passando davanti al Foro di Traiano e alla Colonna Traiana. Sull’altro lato della stessa via ci sono i Mercati di Traiano con il Museo dei Fori Imperiali. Via dei Fori Imperiali è chiusa al traffico privato e tutta l’area rientra nella zona a traffico limitato del centro storico: i taxi arrivano al massimo a piazza del Colosseo o a piazza Venezia, e parcheggi in zona non ce ne sono.

Vedere l’arco senza biglietto

C’è un modo gratuito di vederlo da vicino: la terrazza di via del Campidoglio, alle spalle di Palazzo Senatorio, affaccia sul Foro da un’altezza che mette l’arco quasi in primo piano. Si arriva salendo la Cordonata Capitolina e girando a lato del palazzo comunale, e l’accesso è libero. Da lassù si legge la posizione dell’arco rispetto alla piazza forense meglio che stando in mezzo alle rovine. Per chi ha poco tempo consigliamo di salire prima qui e scendere dopo: si capisce dove si sta andando.

Arch of Septimius Severus (Rome)
l’Arco di Settimio Severo visto dalla terrazza di via del Campidoglio, con la Curia sullo sfondo e la piazza del Foro in basso. Foto: Falk2, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Biglietti, orari e accesso all’area archeologica

L’Arco di Settimio Severo non ha un biglietto proprio: si vede entrando nell’area archeologica del Foro Romano e del Palatino, gestita dal Parco archeologico del Colosseo, e il titolo costa 18 euro nella tariffa intera. I dati che seguono vengono dalle pagine ufficiali del Parco alla data di pubblicazione, e cambiano spesso: prima di partire riaprite colosseo.it e ticketing.colosseo.it.

Quale biglietto conviene

Le formule che comprendono il Foro sono due. Il biglietto Colosseo, Foro Romano, Palatino costa 18 euro intero e 2 euro nel ridotto per i cittadini dell’Unione Europea fra 18 e 24 anni, vale 24 ore con un solo accesso per sito e comprende primo e secondo anello del Colosseo, i musei, il Foro e il Palatino; la permanenza dentro il Colosseo con questo titolo è limitata a 75 minuti. Il Forum Pass SUPER costa anch’esso 18 euro intero e 2 euro nel ridotto europeo 18-24, vale un giorno e dà un unico accesso a Foro Romano, Palatino e Fori Imperiali, mostre in corso e siti SUPER compresi, ma non comprende il Colosseo.

La differenza pratica è semplice. Chi vuole vedere anche il Colosseo prende il primo. Chi punta a passare la giornata fra Foro, Palatino e Fori Imperiali, con dentro i siti contingentati come Santa Maria Antiqua, prende il secondo: a parità di prezzo dà molto più tempo di visita. Il Forum Pass SUPER non è utilizzabile la prima domenica del mese, e l’accesso ai siti SUPER è consentito dalle 9.30 fino a un’ora prima della chiusura, nei limiti della capienza.

Riduzioni, gratuità e prenotazione

L’ingresso è gratuito per i minori di 18 anni di qualunque nazionalità, previo ritiro del titolo gratuito. Sul biglietto Colosseo, Foro Romano, Palatino il Parco indica 11,50 euro per i possessori di Roma Pass e 14 euro per i titolari della card R.A.P. e di tessere di musei partner. L’ingresso è gratuito per tutti la prima domenica di ogni mese, il 25 aprile, il 2 giugno e il 4 novembre. Il biglietto è nominativo per tutte le tipologie e all’ingresso viene chiesto un documento. La vendita apre 30 giorni prima. Per il titolo che comprende il Colosseo la prenotazione della fascia oraria al Colosseo è obbligatoria, mentre Foro e Palatino si visitano nelle 24 ore precedenti o successive; per il Forum Pass SUPER non serve prenotare un orario.

Orari di apertura

Nel calendario pubblicato dal Parco per il 2026, dal 29 marzo al 30 settembre l’area del Foro Romano e del Palatino apre alle 9.00, con ultimo ingresso alle 18.15 e chiusura alle 19.15. Dal 1 al 24 ottobre ultimo ingresso alle 17.30 e chiusura alle 18.30. Dal 25 ottobre al 28 febbraio ultimo ingresso alle 15.30 e chiusura alle 16.30. Il Colosseo apre mezz’ora prima, alle 8.30, nella stagione lunga. Chiusura totale il 25 dicembre e il 1 gennaio. Le fasce intermedie di inizio primavera possono variare: è il dato più soggetto ad aggiornamento fra tutti quelli di questa pagina.

Che cos’è l’Arco di Settimio Severo: struttura e misure

L’Arco di Settimio Severo è un arco onorario a tre fornici eretto fra il 202 e il 203 dopo Cristo e dedicato nel 203, con un fornice centrale maggiore e due laterali minori collegati a quello centrale da due piccoli passaggi arcuati interni. Poggia su uno zoccolo di travertino, ha il nucleo in laterizio e cementizio ed è interamente rivestito di marmo bianco. Le fonti divergono sulle provenienze dei marmi: si citano il proconnesio per le colonne, il pentelico per i paramenti e il lunense per alcuni elementi.

Le colonne libere, una novità a Roma

Quattro colonne scanalate di ordine composito incorniciano i fornici su ciascuna facciata, su alti plinti scolpiti. Non sono semiaddossate ai piloni come negli archi precedenti: sono staccate, a tutto tondo, e reggono una trabeazione che aggetta sopra ciascuna. È la soluzione che riprenderà un secolo dopo l’Arco di Costantino, e che qui compare per la prima volta in un arco romano conservato. Il risultato è un gioco di ombre verticali profonde che spezza la facciata.

Le misure: le fonti non concordano

Sulle dimensioni i repertori danno numeri diversi, e li riportiamo tutti invece di sceglierne uno. La serie più diffusa nella letteratura italiana indica 20,88 metri di altezza, 23,27 di larghezza e 11,20 di profondità. Platner e Ashby danno invece 23 metri di altezza, 25 di larghezza e 11,85 di profondità, con il fornice centrale di 12 metri per 7 di luce e i laterali di 7,80 per 3. Una terza cifra, 26,42 metri di altezza, circola su alcune schede in rete. Le differenze dipendono da dove si prende il punto zero, perché lo zoccolo di travertino complica il conto. La sostanza, per chi guarda, è che l’arco è alto quanto un palazzo di sette piani e largo più che alto. A differenza dell’Arco di Costantino, che è un collage di pezzi di reimpiego, questo nasce da un cantiere unitario con un programma figurativo progettato per l’occasione.

Le campagne partiche che l’arco celebra

Le due guerre partiche celebrate dall’arco si chiusero nel 195 e fra il 197 e il 198, e portarono a Settimio Severo i titoli di Parthicus Arabicus e Parthicus Adiabenicus, entrambi nell’iscrizione dell’attico. La prima campagna colpì i regni vassalli della Mesopotamia settentrionale che avevano appoggiato il rivale Pescennio Nigro; la seconda spinse l’esercito fino a Ctesifonte, la capitale dei Parti, presa e saccheggiata.

Un arco per un trionfo mai celebrato

Un particolare rende l’arco un caso curioso fra i monumenti trionfali romani: il trionfo che avrebbe dovuto accompagnarlo non ebbe mai luogo. Erodiano, storico greco contemporaneo, racconta che Settimio Severo vi rinunciò, e la tradizione collega la rinuncia alle sue condizioni di salute, che gli impedivano di reggersi in piedi sul carro per tutto il corteo. L’arco celebra dunque una vittoria il cui rito pubblico saltò, e i rilievi presero il posto del corteo.

I dipinti mandati dal fronte

Sempre Erodiano riferisce che dalla Mesopotamia vennero inviati a Roma dei dipinti che narravano le fasi della guerra, da mostrare al Senato in preparazione del trionfo. Gli studiosi ritengono che quei quadri, perduti come tutta la pittura trionfale romana, siano serviti da modello per i quattro pannelli scolpiti. È un’ipotesi ricostruttiva, non un dato epigrafico: spiega però l’impostazione a fasce e certe soluzioni compositive che sulla pietra appaiono anomale e nella pittura sarebbero normali.

I quattro grandi pannelli a rilievo, registro per registro

I quattro pannelli occupano lo spazio sopra i fornici laterali, due per facciata, e misurano ciascuno intorno ai cinque metri per quattro. Raccontano le campagne partiche in fasce orizzontali sovrapposte, da leggere dal basso verso l’alto, come nella pittura trionfale e come già sulla Colonna Traiana e sulla Colonna di Marco Aurelio. In origine erano quasi certamente dipinti, con pigmenti oggi scomparsi: per questo certe scelte di intaglio, sulla pietra grigia, risultano difficili da leggere.

Primo pannello, lato sud est: la guerra del 195

Registro inferiore, partenza delle truppe dall’accampamento. Registro centrale, scontro fra Romani e Parti. In alto a destra la liberazione di Nisibi con la fuga del re dei Parti Vologese; in alto a sinistra l’adlocutio, il discorso dell’imperatore all’esercito dal suggesto, insieme ai figli e agli alti ufficiali.

Secondo pannello, lato nord est: la resa di Edessa

In basso l’esercito parte con le macchine d’assedio, fra cui un grande ariete protetto da una testuggine, verso Edessa, che apre le porte e manda fuori dignitari e vessilli per sottomettersi. Al centro la sottomissione del re dell’Osroene, Abgar, il cui esercito si mescola a quello romano e viene poi arringato dall’imperatore. In alto a destra un consiglio imperiale dentro un accampamento; in alto a sinistra la profectio, la partenza verso il territorio nemico.

Terzo pannello, lato nord ovest: Seleucia

In basso l’avvicinamento dei Romani a Seleucia sul Tigri, con i Parti che fuggono a cavallo. Al centro i Parti si arrendono in ginocchio davanti a Severo. In alto l’imperatore entra nella città conquistata. Qui compaiono gli accenni di paesaggio fluviale, ottenuti bucherellando la superficie del marmo con il trapano.

Quarto pannello, lato sud ovest: l’assedio di Ctesifonte

Il più noto dei quattro. Al centro l’assedio della capitale dei Parti con le macchine da guerra, e in basso a destra la fuga a piedi del re Vologese. In alto a destra una scena non identificata con certezza, che alcuni studiosi leggono come l’elevazione di Caracalla al titolo di Augusto, avvenuta proprio in quell’occasione; al centro in alto un’altra adlocutio; nell’angolo in alto a sinistra un cavaliere che allude al ritorno dalla spedizione. Su questo pannello l’uso del trapano crea ombre profonde alternate a superfici in luce, un effetto quasi pittorico che è la firma della scultura severiana.

Il resto della superficie scolpita

Ai lati del fornice centrale volano le Vittorie con i trofei, sopra piccoli geni che personificano le quattro stagioni. Sui fornici minori figure analoghe, ma le personificazioni sono quelle dei fiumi. Nelle chiavi degli archi divinità: Marte, Ercole, Libero, forse Virtus e Fortuna. Sopra i fornici laterali corre un fregio ad altissimo rilievo con la processione trionfale. Sui plinti delle colonne, soldati romani che scortano prigionieri parti. La volta centrale è a cassettoni marmorei con rose.

Il modo nuovo di raccontare, quello che annuncia la tarda antichità

Questo arco compare in tutti i manuali di storia dell’arte romana non per le dimensioni ma per il modo in cui i rilievi organizzano il racconto. Sulle colonne coclidi di Traiano e di Marco Aurelio la narrazione corre lungo una spirale continua; qui viene compressa dentro un riquadro e spezzata in fasce sovrapposte, come pagine da leggere salendo.

Figure appiattite, scene di massa

Dentro quelle fasce la figura umana cambia statuto. Le masse di soldati diventano superfici di teste e scudi, le persone perdono il rilievo plastico che l’arte di tradizione greca dava al corpo isolato, e il contorno si stacca dallo sfondo con sottosquadri netti scavati a trapano. Gli storici dell’arte leggono la svolta come il punto in cui le forme dell’arte provinciale e popolare entrano nell’arte ufficiale dello Stato. Settimio Severo era nato a Leptis Magna, in Africa; sua moglie Giulia Domna veniva da Emesa, in Siria. La corte era la più provinciale che Roma avesse avuto fino ad allora.

L’imperatore che emerge sopra la folla

Nelle scene di adlocutio l’imperatore appare già su un piano rialzato rispetto alla massa dei soldati. Manca ancora l’ingigantimento gerarchico che nel quarto secolo renderà la figura imperiale più grande delle altre per pura convenzione, come sui rilievi costantiniani dell’Arco di Costantino. La direzione però è quella. Vedere in sequenza l’arco severiano nel Foro e quello costantiniano accanto al Colosseo mostra lo stesso processo a centodieci anni di distanza, in due stadi diversi: è uno degli esercizi di lettura più utili che si possano fare a Roma in una mattina.

L’iscrizione dell’attico: testo, traduzione e lettere di bronzo

L’iscrizione dell’Arco di Settimio Severo, catalogata come CIL VI 1033, corre identica sulle due facce dell’attico su sei righe di lettere molto grandi, e le lettere non erano scolpite in pieno ma applicate: elementi di bronzo, quasi certamente dorato, fissati dentro incavi scavati nel marmo. Il bronzo è sparito da secoli, fuso o asportato. Quello che resta sono le lettere incise in negativo e i fori dei perni che le tenevano ferme.

Il testo latino come si legge oggi

Nella redazione superstite, sciogliendo le interpunzioni: IMP CAES LVCIO SEPTIMIO M FIL SEVERO PIO PERTINACI AVG PATRI PATRIAE PARTHICO ARABICO ET PARTHICO ADIABENICO PONTIFIC MAXIMO TRIBVNIC POTEST XI IMP XI COS III PROCOS ET IMP CAES M AVRELIO L FIL ANTONINO AVG PIO FELICI TRIBVNIC POTEST VI COS PROCOS P P OPTIMIS FORTISSIMISQVE PRINCIPIBVS OB REM PVBLICAM RESTITVTAM IMPERIVMQVE POPVLI ROMANI PROPAGATVM INSIGNIBVS VIRTVTIBVS EORVM DOMI FORISQVE S P Q R.

La traduzione

In italiano: all’imperatore Cesare Lucio Settimio Severo, figlio di Marco, Pio, Pertinace, Augusto, padre della patria, Partico Arabico e Partico Adiabenico, pontefice massimo, rivestito della potestà tribunizia per l’undicesima volta, acclamato imperatore per l’undicesima volta, console per la terza volta, proconsole; e all’imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino, figlio di Lucio, Augusto, Pio, Felice, rivestito della potestà tribunizia per la sesta volta, console, proconsole, padre della patria, ottimi e fortissimi principi, per avere restituito lo Stato e ampliato il dominio del popolo romano e per le loro insigni virtù in patria e all’estero, il Senato e il Popolo Romano.

Marco Aurelio Antonino è Caracalla: quello era il nome ufficiale, e Caracalla resta un soprannome venuto dal mantello gallico che amava indossare. L’undicesima potestà tribunizia di Severo data il monumento al 202 o 203, perché quelle cariche si contavano anno per anno. E manca Geta: al suo posto, sulla riga quattro, c’è la formula optimis fortissimisque principibus.

Una curiosità sull'Arco di Settimio Severo

Sopra l’attico, dove oggi non c’è nulla, stava un gruppo bronzeo che conosciamo soltanto attraverso le monete severiane coniate per l’occasione. Le monete mostrano un carro trainato da cavalli con figure imperiali, e qui le fonti moderne divergono: la tradizione italiana parla di una quadriga, un carro a quattro cavalli, con gruppi statuari di Severo e dei figli; parte della letteratura di lingua inglese legge invece un carro a sei cavalli, un seiugis, con due figure sul carro e altre ai lati con trofei. La ragione della divergenza è banale: le monete sono piccole, i coni si consumano, e contare i cavalli su un rovescio usurato dà risultati diversi a occhi diversi. Nessuna fonte antica descrive il gruppo e nessun frammento è sopravvissuto: il bronzo era il primo materiale a sparire da un monumento abbandonato. Chi entrava nel Foro dal Clivo Capitolino vedeva prima di tutto quel carro dorato contro il cielo, e solo dopo i rilievi.

La damnatio memoriae di Geta nel 211 e come si legge oggi la rasura

Settimio Severo morì a Eburacum, l’odierna York, nel febbraio del 211, lasciando l’impero ai due figli in coreggenza. La convivenza durò pochi mesi. Alla fine del 211, secondo la datazione che raccoglie il consenso più largo, Caracalla fece uccidere Geta da alcuni centurioni durante un incontro organizzato dalla madre Giulia Domna con il pretesto di una riconciliazione. Subito dopo fece decretare contro il fratello la damnatio memoriae, la cancellazione ufficiale del nome e dell’immagine dai monumenti e dagli atti pubblici.

Che cosa fu inciso al posto del nome di Geta

Sull’arco la riga dedicata a Geta venne rasa, cioè la superficie marmorea fu ripulita degli incavi e dei perni che reggevano le lettere di bronzo, e sopra fu predisposto un nuovo testo. Al posto della dedica al fratello comparvero le parole optimis fortissimisque principibus, ottimi e fortissimi principi, con la sigla P P per patri patriae riferita a Caracalla: titoli generici che riempivano lo spazio vuoto. Il numero di lettere serviva a coprire l’ingombro della riga originaria, ed è il dettaglio che ha permesso agli epigrafisti di lavorare a ritroso.

Come si ricostruisce il testo cancellato

I perni delle lettere bronzee lasciavano nel marmo fori di posizione e profondità determinate. Quei fori sopravvivono anche quando il testo viene raschiato, perché sono scavati nella massa della pietra e non in superficie. Studiando la distribuzione dei fori residui sulla riga rasa, gli studiosi hanno ricostruito il testo originario come ET P SEPTIMIO L FIL GETAE NOBILISS CAESARI, cioè "e a Publio Settimio Geta, figlio di Lucio, nobilissimo Cesare". La ricostruzione è riportata come acquisita dalla scheda del Parco archeologico del Colosseo e dalla letteratura corrente, e resta comunque una lettura fondata su tracce materiali, non un testo leggibile a occhio nudo.

Che cosa si vede davvero dal basso

Siamo onesti sul punto operativo. Dalla piazza del Foro, a una quindicina di metri e con l’iscrizione a parecchi metri di altezza, la rasura non appare come una cancellatura evidente: si percepisce come una differenza di tessitura sulla riga interessata, più regolare e meno punteggiata di fori rispetto alle altre. Con un binocolo il confronto diventa chiaro. A occhio nudo il metodo è guardare le righe integre, contare i fori scuri dentro le lettere incise, poi spostare lo sguardo sulla riga quattro.

Cancellare per farlo vedere

Un equivoco frequente riguarda la natura dell’operazione. La damnatio memoriae romana non puntava a far dimenticare. Puntava a rendere visibile la condanna: il buco nel testo era parte del messaggio, e chi passava davanti all’arco vedeva che qualcosa era stato tolto. Cassio Dione, senatore contemporaneo di Caracalla, racconta che alla cancellazione seguì un’epurazione dei sostenitori di Geta, con un numero di vittime che indica intorno alle ventimila persone fra uccisi e proscritti: la cifra va presa con la cautela che si applica a tutti i numeri degli storici antichi.

Le altre cancellature di Geta in città

L’arco del Foro non è l’unico posto di Roma dove si vede la mano degli scalpellini di Caracalla. Sull’Arco degli Argentari, eretto nel 204 dai banchieri e dai commercianti di bestiame del Foro Boario accanto all’Arco di Giano, furono scalpellate via sia la figura di Geta sia quella di Fulvia Plautilla, moglie ripudiata di Caracalla, lasciando sulla pietra superfici lisce al posto dei corpi. Nelle collezioni archeologiche romane, dai Musei Capitolini in avanti, i ritratti marmorei di Geta sopravvissuti si contano sulle dita, mentre le monete con la sua effigie restano relativamente comuni: ritirare dalla circolazione il denaro già coniato era un’operazione che nessuna amministrazione antica poteva portare a termine.

Una cosa che non ti dice nessuno sull'Arco di Settimio Severo

Sotto l’Arco di Settimio Severo non passavano i carri, e non ci passò mai il corteo trionfale. L’arco poggia su uno zoccolo di travertino ed era accessibile solo per mezzo di gradini collocati sotto i fornici, che rendevano impossibile il transito di qualunque veicolo a ruote. Il dato è verificabile sulla struttura ed è riportato dalla letteratura topografica: ribalta l’idea che quasi tutti hanno in testa quando sentono la parola "arco trionfale".

Che cos’era, allora

Era un accesso monumentale pedonale alla piazza forense. Il Foro vero e proprio, fra i Rostri e il Tempio di Cesare, in età imperiale aveva quattro ingressi di questo tipo: l’arco di Augusto, l’arco di Tiberio, il portico di Gaio e Lucio Cesare e, dal 203, questo. Erano soglie. L’arco severiano fu collocato come contrappunto a quello di Augusto, che celebrava anch’esso una vittoria partica, quella diplomatica del 20 avanti Cristo: la scelta del tema e della posizione era un messaggio politico, e nella Roma senatoria del 203 sapevano leggerlo tutti.

Quando finalmente ci passò una strada

Il passaggio carrabile sotto il fornice centrale arrivò solo nella tarda antichità. Con l’innalzamento del livello del Foro, intorno al quarto secolo i gradini finirono sepolti e per la prima volta una strada attraversò l’arco. L’edificio nato per impedire il transito delle ruote diventa un passaggio stradale, e lo diventa non per decisione di qualcuno ma perché il suolo si era alzato.

Arch of Septimius Severus (Rome)
Foto: Maksym Kozlenko, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Il consiglio che ti do per visitare l'Arco di Settimio Severo

Il consiglio operativo più utile riguarda l’orario di ingresso e la direzione di marcia. L’area del Foro apre alle 9.00 nella stagione lunga, e i gruppi organizzati che arrivano dal Colosseo raggiungono la zona dell’arco fra le 10.30 e le 12.30. Entrare all’apertura da largo della Salara Vecchia, l’ingresso più vicino al Campidoglio, significa trovarsi davanti all’arco mentre dall’altra parte della valle smistano ancora i biglietti. La prima mezz’ora è l’unico momento in cui questa parte del Foro somiglia a un luogo e non a una fila.

La direzione giusta del percorso

Quasi tutte le visite guidate partono dal Colosseo e finiscono al Campidoglio. A chi va da solo consigliamo il contrario: entrare dal lato Campidoglio, vedere subito l’arco e la Curia, poi risalire la Via Sacra verso il Tempio di Antonino e Faustina e la Basilica di Massenzio, e uscire verso il Colosseo. Si va controcorrente rispetto al flusso principale, si arriva alle cose importanti prima della calca e si finisce dove ci sono metro e autobus.

Quanto tempo serve e cosa portare

Per l’arco in sé bastano dieci o quindici minuti. Per il Foro e il Palatino insieme servono da due ore e mezza a tre ore e mezza: sotto le due ore si vede soltanto la Via Sacra. Un binocolo leggero cambia la visita, perché tutto quello che conta su questo monumento è a diversi metri di altezza. Nel Foro l’ombra è scarsa e d’estate il piano antico riflette il calore: acqua, cappello e scarpe con la suola che tiene sul basolato sconnesso.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

L’Arco di Settimio Severo è arrivato fino a noi quasi integro per una ragione poco nobile: nel Medioevo ci costruirono sopra e dentro, e questo lo rese un edificio in uso invece che una cava di marmo. Nel 1199 papa Innocenzo III lo concesse alla vicina chiesa dei Santi Sergio e Bacco, che vi era addossata a tal punto da avere il campanile costruito sull’arco.

Mezzo arco alla chiesa, mezzo a una famiglia

La proprietà venne divisa: metà rimase alla chiesa, l’altra metà passò alla famiglia dei Cimini, che vi costruì una torre e un recinto fortificato noto come claustrum Cimini. Altre fonti collegano una torre addossata all’arco alla famiglia dei Bracci. Siamo nella Roma delle torri baronali: tutta la zona fra il Foro e il Palatino faceva parte del sistema difensivo dei Frangipane, e quel settore era chiamato Campo Torrecchiano per il numero di torri. Le fortificazioni sono state smantellate secoli fa e la chiesa venne demolita all’inizio del sedicesimo secolo, ma il risultato resta: mentre altri monumenti del Foro venivano spogliati del marmo e delle grappe metalliche, questo era casa di qualcuno.

La bottega del barbiere

Il particolare che colpisce di più riguarda il fornice centrale. Con l’arco ormai interrato per buona parte della sua altezza, l’arcata di mezzo, ridotta a un vano basso e in rovina, venne occupata da una bottega di barbiere. La notizia viene dalla letteratura topografica sulla zona e descrive una condizione normale per la Roma medievale e moderna, in cui le strutture antiche diventavano fondaci, stalle e botteghe. Sotto l’iscrizione che celebrava la conquista di Ctesifonte, per qualche secolo, si facevano barba e capelli.

Perché questo conta

La lezione è che lo stato di conservazione dei monumenti romani dipende molto meno dalla loro importanza che dal loro riuso. Il Pantheon si è salvato perché divenne una chiesa. Il Teatro di Marcello perché divenne un palazzo nobiliare. L’Arco di Settimio Severo perché divenne mezzo chiesa e mezza fortezza, con un barbiere al pianterreno.

L’arco interrato e gli scavi ottocenteschi

Fino al Settecento l’arco era sepolto per circa un terzo della sua altezza, come documentano le incisioni di Giovanni Battista Piranesi e le vedute settecentesche. Il dipinto che Canaletto realizzò nel 1742, oggi nella Royal Collection britannica, mostra il monumento con la sola metà superiore emergente dal terreno, in mezzo a un paesaggio di pascoli: era il Campo Vaccino, il nome con cui i romani chiamavano il Foro quando ci portavano le bestie a pascolare fra le colonne.

Lo scavo di Pio VII

La liberazione del monumento cominciò nel 1803 per iniziativa di papa Pio VII, e il cantiere è collegato all’attività di Carlo Fea, commissario delle antichità pontificio. L’arco venne riportato alla luce per intero, secondo le cronache dell’epoca, nel 1804. Sulle date le fonti oscillano fra avvio e completamento, e alcune riportano che la liberazione dell’area circostante si protrasse fino alla fine dell’Ottocento: le due informazioni non si contraddicono, perché una cosa è scoprire il monumento e un’altra abbassare al livello antico tutta la valle. Lo scavo restituì anche i plinti scolpiti delle colonne, con i soldati e i prigionieri parti.

I restauri del Novecento e quelli recenti

Il monumento ha avuto campagne di restauro importanti fra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, e il Parco archeologico del Colosseo ha condotto una manutenzione straordinaria fra il 2020 e il 2021, con pulitura delle superfici e controllo dello stato dei rilievi. Il marmo del Foro soffre l’inquinamento e le croste nere: i cantieri su questo arco tornano con regolarità, e la presenza di ponteggi è possibile in qualunque momento dell’anno. Chi va con uno scopo fotografico preciso controlli sul sito del Parco se ci sono lavori aperti.

Il contesto: Rostri, Umbilicus Urbis e il cuore politico di Roma

L’arco fa parte di un gruppo compatto di monumenti che occupano l’estremità occidentale del Foro e che insieme formavano il centro simbolico e amministrativo dell’impero. A pochi passi, verso la piazza, corre la piattaforma dei Rostri, la tribuna da cui gli oratori parlavano al popolo, chiamata così dai rostri delle navi catturate ad Anzio nel quarto secolo avanti Cristo.

L’Umbilicus Urbis Romae

Accanto ai Rostri, sul lato dell’arco, resta il nucleo in laterizio di una struttura circolare identificata con l’Umbilicus Urbis Romae, l’ombelico della città: il punto convenzionale che segnava il centro ideale di Roma. Oggi è un cilindro di mattoni privo del rivestimento marmoreo, alto un paio di metri, che passa inosservato a chiunque non sappia cos’è. Vicino, o secondo alcuni studiosi coincidente nella funzione, stava il Miliario d’oro, la colonna dorata eretta da Augusto nel 20 avanti Cristo da cui si calcolavano convenzionalmente le distanze delle strade consolari.

La Curia Iulia e il Comizio

Dall’altra parte dell’arco, verso nord, il volume in laterizio della Curia Iulia chiude la piazza: la sede del Senato nella forma voluta da Cesare e completata da Augusto, ricostruita da Diocleziano dopo l’incendio del 283 e sopravvissuta perché trasformata in chiesa nel settimo secolo. Fra la Curia e l’arco si estendeva il Comizio, lo spazio delle assemblee repubblicane, dove si trova il Lapis Niger, il recinto di pietra nera che copre uno dei più antichi testi in lingua latina conosciuti. Su estateromana.com non esiste per ora una scheda autonoma sulla Curia Iulia: la trattiamo dentro la pagina del Foro Romano.

Il Tempio di Saturno e il Clivo Capitolino

Alle spalle dell’arco, sul fianco del colle, le otto colonne superstiti del Tempio di Saturno segnano il punto in cui si conservava l’erario dello Stato romano. Da lì partiva il Clivo Capitolino, che saliva al tempio di Giove Ottimo Massimo sulla cima del Campidoglio: unico percorso carrabile fra il Foro e la sommità, e via della parte finale dei cortei trionfali. Sopra, il fronte del Tabularium, l’archivio di Stato repubblicano, oggi inglobato nei Musei Capitolini e visitabile dal loro percorso interno, con affaccio diretto sull’arco.

La foto giusta da fare all'Arco di Settimio Severo

La fotografia che rende meglio l’Arco di Settimio Severo non si fa da dentro l’area archeologica ma dalla terrazza di via del Campidoglio, alle spalle di Palazzo Senatorio, dove l’accesso è libero. Da lì l’arco appare in primo piano leggermente dall’alto, con dietro la mole della Curia, la Basilica di Massenzio sulla sinistra e il Colosseo in fondo alla valle. È l’inquadratura che mette insieme l’arco e il suo contesto in un solo scatto, senza biglietto.

L’ora e la luce

Da quella terrazza il sole del mattino arriva da sinistra e illumina di taglio la facciata che guarda il Campidoglio. Nel tardo pomeriggio la stessa facciata si appiattisce, ma la valle dietro prende una luce calda che aiuta la profondità. La mezz’ora dopo il tramonto, nei mesi in cui il Foro chiude presto e la terrazza resta accessibile, dà una luce blu su cui l’illuminazione artificiale si stacca bene: è lo scatto che funziona meglio in inverno. Da dentro l’area archeologica la posizione migliore è sul lato della piazza forense, arretrando verso i Rostri con un grandangolo moderato; l’errore da evitare è l’inquadratura dal basso a ridosso del monumento, che fa convergere le verticali. La fotografia per uso personale è consentita; per treppiedi, riprese professionali, uso commerciale delle immagini e droni servono autorizzazioni, e le condizioni sono pubblicate dal Parco.

Il dettaglio che vale più dell’insieme

La foto che racconta qualcosa, però, è un’altra: un teleobiettivo puntato sull’iscrizione dell’attico, inquadrando insieme due righe integre e la riga quattro, quella rasa. Nella stessa immagine si vedono i fori dei perni delle lettere di bronzo là dove il testo è originale e la superficie ritoccata là dove il nome di Geta è stato tolto. Serve una focale intorno ai 200 millimetri e una luce laterale, quindi la prima mattina o il tardo pomeriggio secondo il lato. È una fotografia che nessuno fa e che spiega il monumento meglio di dieci inquadrature d’insieme.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Sull’angolo di Foro occupato dall’arco si sono concentrati, in un millennio e mezzo, alcuni fra gli episodi più densi della storia romana. Nel 203 il Senato e il Popolo Romano dedicano il monumento a Settimio Severo e ai figli, decimo anniversario della sua ascesa al potere. Di seguito il resto.

211: l’assassinio di Geta e la cancellazione

Dopo la morte di Settimio Severo a York nel febbraio 211, i fratelli regnano insieme per pochi mesi. Alla fine dello stesso anno Caracalla fa uccidere Geta. La data precisa è discussa fra gli storici moderni: Timothy Barnes ha sostenuto il 26 dicembre 211, altri hanno proposto il 19 o il 25 dicembre, e alcuni spostano l’episodio al febbraio 212. Segue la damnatio memoriae e la rasura dell’iscrizione.

Chi è passato dall'Arco di Settimio Severo

Da questo angolo del Foro sono passate, nell’ordine, la corte severiana, i baroni romani del Medioevo, i vedutisti del Grand Tour, che fra Sei e Ottocento facevano del Campo Vaccino una tappa fissa del viaggio in Italia, e gli archeologi che hanno inventato il metodo stratigrafico.

Settimio Severo, Caracalla, Geta e Giulia Domna

La famiglia imperiale per cui il monumento fu costruito. Settimio Severo, nato a Leptis Magna nel 145 e morto a York nel 211, fu il primo imperatore di origine africana. Giulia Domna veniva da Emesa, in Siria, e fu una delle figure politiche più influenti del suo tempo. Caracalla regnò da solo dal 211 al 217, e il suo atto più noto resta la Constitutio Antoniniana del 212, che estese la cittadinanza romana a quasi tutti gli abitanti liberi dell’impero. Geta ha lasciato più tracce nei buchi dell’epigrafia che nei libri. Alla stessa dinastia si devono le Terme di Caracalla, avviate sotto Severo e inaugurate nel 216.

Carlo Fea e Giacomo Boni

Fea, avvocato ed erudito, commissario delle antichità dello Stato pontificio, presiede alla stagione degli scavi romani di inizio Ottocento, quella che libera l’arco dall’interro sotto Pio VII: il suo lavoro segna il passaggio dal collezionismo antiquario alla tutela pubblica. Boni, veneziano, architetto di formazione, dal 1898 dirige gli scavi del Foro introducendo lo scavo per strati successivi documentato con precisione. A lui si devono la scoperta del Lapis Niger, a pochi metri dall’arco, e la sistemazione a giardino di alcune parti dell’area; è sepolto sul Palatino, negli Orti Farnesiani, per sua volontà.

Che cosa vedere nella stessa mezza giornata

L’Arco di Settimio Severo è un monumento da dieci minuti dentro una zona che ne chiede almeno cinque ore. Ecco come le organizziamo con un gruppo.

Dentro l’area archeologica

Con lo stesso biglietto si vedono la Via Sacra, il Tempio di Antonino e Faustina con la chiesa barocca incastrata dentro il pronao antico, la Basilica di Massenzio con le sue tre volte superstiti, Santa Maria Antiqua con gli affreschi altomedievali, la chiesa di Santa Francesca Romana e la salita al Palatino con il Museo Palatino. Il complesso dei Santi Cosma e Damiano, con i mosaici absidali del sesto secolo, apre sul lato dei Fori Imperiali e ha un ingresso proprio.

Intorno, con biglietti separati o senza

A pochi metri dall’ingresso di via della Salara Vecchia c’è il Carcere Mamertino, con un suo titolo di ingresso. Sopra, la chiesa dei Santi Luca e Martina di Pietro da Cortona, costruita sopra il Secretarium Senatus. Salendo al Campidoglio si arriva ai Musei Capitolini, al Palazzo dei Conservatori e alla Basilica di Santa Maria in Aracoeli, cui si accede anche dalla scalinata ripida su piazza d’Aracoeli. Poco oltre, piazza Venezia con l’Altare della Patria.

Se resta tempo

Scendendo verso il Tevere si arriva in venti minuti a piedi al Foro Boario, con l’Arco di Giano, l’Arco degli Argentari e le sue cancellature di Geta e Plautilla, la Basilica di Santa Maria in Cosmedin con la Bocca della Verità, e più avanti il Circo Massimo e il Teatro di Marcello. Verso il Colosseo, invece, il Ludus Magnus e la Domus Aurea sul Colle Oppio, quest’ultima visitabile solo su prenotazione e in giorni limitati, con la Basilica di San Clemente e i suoi tre livelli sovrapposti poco più in là. Chi preferisce restare in quota scelga il rione Monti, dove si mangia molto meglio che nelle trattorie affacciate sull’area archeologica.

Un giudizio, perché serve

La nostra opinione, argomentata: dei quattro archi antichi ancora in piedi a Roma, questo è quello che ripaga di più uno sguardo lento ed è quello che i visitatori guardano per meno tempo. L’Arco di Costantino intercetta tutti perché è sul percorso obbligato del Colosseo, ma i suoi rilievi migliori sono pezzi riusati di monumenti precedenti. Qui i rilievi sono originali, raccontano una storia che si segue scena per scena, e sull’attico c’è una cancellatura politica ancora leggibile sulla pietra. Dieci minuti in più davanti a questo arco valgono più di mezz’ora di coda altrove.

Domande frequenti sull'Arco di Settimio Severo

Quanto costa vedere l’Arco di Settimio Severo?

L’Arco di Settimio Severo si trova dentro l’area archeologica del Foro Romano, che richiede un biglietto da 18 euro nella tariffa intera. Le due formule che comprendono il Foro sono il biglietto Colosseo, Foro Romano, Palatino, valido 24 ore, e il Forum Pass SUPER, valido un giorno e comprensivo anche dei Fori Imperiali ma non del Colosseo. Entrambi costano 18 euro intero e 2 euro nel ridotto per i cittadini europei fra 18 e 24 anni. I minori di 18 anni entrano gratis.

Si può vedere l’Arco di Settimio Severo gratis?

L’Arco di Settimio Severo si vede gratuitamente dall’alto, dalla terrazza panoramica di via del Campidoglio alle spalle di Palazzo Senatorio, dove l’accesso è libero. Da lì il monumento appare in primo piano, con la Curia dietro e la valle del Foro sullo sfondo. Per vederlo da vicino, al livello antico, serve il biglietto. L’ingresso all’area archeologica è gratuito per tutti la prima domenica di ogni mese e il 25 aprile, il 2 giugno e il 4 novembre.

Quali sono gli orari del Foro Romano per vedere l’arco?

Il Foro Romano e il Palatino aprono alle 9.00 e, dal 29 marzo al 30 settembre, chiudono alle 19.15 con ultimo ingresso alle 18.15. Dal 1 al 24 ottobre l’ultimo ingresso è alle 17.30 e la chiusura alle 18.30; dal 25 ottobre al 28 febbraio l’ultimo ingresso scende alle 15.30 e la chiusura alle 16.30. Le chiusure annuali sono il 25 dicembre e il 1 gennaio. Gli orari intermedi di primavera possono variare: il riferimento è la pagina orari del sito colosseo.it.

Perché il nome di Geta fu cancellato dall’Arco di Settimio Severo?

Il nome di Geta fu cancellato dall’Arco di Settimio Severo dopo che il fratello Caracalla lo fece assassinare, alla fine del 211, e ne decretò la damnatio memoriae. Sull’iscrizione dell’attico la riga dedicata a Geta venne rasa e sostituita con la formula optimis fortissimisque principibus, ottimi e fortissimi principi, insieme alla sigla P P riferita a Caracalla. Gli epigrafisti hanno ricostruito il testo originario dai fori dei perni delle lettere di bronzo: ET P SEPTIMIO L FIL GETAE NOBILISS CAESARI.

Si vede davvero la cancellatura sull’iscrizione?

La rasura sull’Arco di Settimio Severo è percepibile, ma non come una cancellatura netta: dalla piazza del Foro, con l’iscrizione a diversi metri di altezza, si nota una differenza di tessitura della superficie sulla riga interessata rispetto alle altre, meno punteggiata dai fori dei perni bronzei. Con un binocolo o un teleobiettivo da almeno 200 millimetri il confronto fra le righe diventa evidente. La luce radente del primo mattino o del tardo pomeriggio aiuta molto più della luce di mezzogiorno.

Quanto tempo serve per visitare l’Arco di Settimio Severo e il Foro Romano?

Per l’Arco di Settimio Severo bastano dieci o quindici minuti, il tempo di girargli intorno e leggere i quattro pannelli a rilievo. Per il Foro Romano e il Palatino insieme servono da due ore e mezza a tre ore e mezza camminando con calma; sotto le due ore si percorre soltanto la Via Sacra. Chi ha il biglietto che comprende anche il Colosseo consideri che la permanenza al Colosseo con quel titolo è limitata a 75 minuti.

Si può passare sotto l’Arco di Settimio Severo?

Il percorso ordinario di visita del Foro Romano passa accanto all’Arco di Settimio Severo e non sotto i suoi fornici, che sono delimitati per ragioni di conservazione. La situazione può cambiare in occasione di cantieri o aperture straordinarie, quindi la cosa da fare è chiedere al personale di sorveglianza una volta dentro. In età romana, del resto, sotto l’arco non passavano nemmeno i carri: dei gradini sotto le arcate impedivano il transito delle ruote.

L’area dell’Arco di Settimio Severo è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

L’area archeologica del Foro Romano dove si trova l’Arco di Settimio Severo presenta percorsi in parte accessibili, con tratti attrezzati e altri su basolato antico sconnesso e in pendenza. Il Parco archeologico del Colosseo pubblica sul proprio sito le mappe e le indicazioni aggiornate sui percorsi accessibili e sui servizi dedicati, con un contatto per l’assistenza. Chi ha esigenze specifiche scriva al Parco prima della visita, perché la percorribilità cambia secondo i cantieri in corso.

L’Arco di Settimio Severo è adatto a una visita con bambini?

L’Arco di Settimio Severo funziona con i bambini se si racconta la storia della cancellazione del nome di Geta, una vicenda comprensibile a qualunque età che trasforma un’iscrizione latina in un giallo da risolvere guardando i buchi nel marmo. Il Foro nel suo insieme chiede però due o tre ore di cammino su terreno sconnesso e con poca ombra: d’estate conviene entrare all’apertura delle 9.00 e portare acqua. I minori di 18 anni entrano gratuitamente.

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