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Tempio di Saturno

Il Tempio di Saturno è l’edificio con le otto colonne che chiude a occidente la piazza del Foro Romano, ai piedi del Campidoglio, accanto all’Arco di Settimio Severo. È la sagoma che compare in quasi tutte le fotografie scattate dentro l’area archeologica: un architrave spezzato, sostenuto da colonne che non sono nemmeno tutte dello stesso colore, sopra un podio di blocchi. La tradizione annalistica fissa la dedicazione al 497 a.C., ma quello che si vede in piedi oggi è molto più tardo, il risultato di una ricostruzione dopo un incendio, e l’iscrizione che corre sull’architrave lo dice con una formula che non nomina nessuno.

Temple of Saturn, Rome
Foto: Fod, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Dentro il podio, per secoli, c’è stato l’aerarium populi Romani: la cassa dello Stato romano, il denaro pubblico, gli archivi delle leggi. Non un magazzino simbolico. Il tesoro vero, sorvegliato, amministrato dai questori, e all’occorrenza saccheggiato da chi in quel momento aveva l’esercito in mano. Fuori, il 17 dicembre, partivano i Saturnalia, la festa in cui i ruoli sociali si capovolgevano per qualche giorno. Le righe che seguono raccontano che cosa si vede, che cosa è ricostruito, che cosa è discusso e come si fotografa.

Dove si trova il Tempio di Saturno e come arrivare

Il Tempio di Saturno si trova all’estremità nord occidentale del Foro Romano, nel punto in cui la piazza forense finisce e comincia la salita del Clivo Capitolino verso il Campidoglio. L’indirizzo di riferimento per l’area archeologica è via della Salara Vecchia 5/6, sul lato di via dei Fori Imperiali, e il monumento si raggiunge camminando dentro l’area lungo la via Sacra fino al fondo occidentale della valle. Non si entra nel tempio e non si sale sul podio: lo si gira attorno, dal piano della piazza e dalla rampa che sale al Clivo.

A piedi dal Colosseo e da piazza Venezia

Dal Colosseo si cammina dentro l’area archeologica per circa quindici minuti, attraversando tutta la valle forense: si entra dal varco sulla via Sacra vicino all’Arco di Tito, si supera la Basilica di Massenzio sulla destra e il Tempio di Antonino e Faustina, e si arriva al fondo della piazza dove le otto colonne si aprono sulla sinistra rispetto all’Arco di Settimio Severo. Da piazza Venezia la distanza è minore, cinque o sei minuti fino all’ingresso di via della Salara Vecchia. Chi viene dal Circo Massimo può valutare l’ingresso del Palatino su via di San Gregorio, più lungo e in salita, che però consente di vedere il tempio dall’alto del colle prima di scendere.

Con metropolitana e autobus

La fermata di metropolitana più vicina è Colosseo, sulla linea B, da cui si cammina cinque minuti fino all’ingresso della via Sacra e poi un quarto d’ora dentro l’area fino al tempio. Chi arriva da Termini prende la linea B in direzione Laurentina e scende alla seconda fermata. In superficie, le linee di autobus che servono piazza Venezia sono numerose e lasciano a pochi minuti dal varco di via della Salara Vecchia; il tram 8 arriva a piazza Venezia da Trastevere e dal Gianicolense. Per orientarsi fra linee, biglietti e orari conviene leggere la nostra pagina su come muoversi a Roma, che raccoglie le informazioni pratiche sui trasporti urbani.

Che cosa resta in piedi: otto colonne, un architrave, un podio

Del Tempio di Saturno restano otto colonne con un tratto di trabeazione, un frontone parziale e il grande podio in blocchi che sosteneva l’edificio. Sei colonne formano la fronte, due appartengono ai lati: è quanto basta per leggere l’impianto, un tempio prostilo esastilo, cioè con sei colonne sulla facciata e il colonnato limitato alla parte anteriore. Il resto della cella non esiste più, e il visitatore che arriva si trova davanti una quinta scenografica alta e stretta, senza profondità, che sopra il piano di calpestio moderno sembra staccata dal terreno.

Le otto colonne e il loro ordine

Le colonne sono ioniche, con capitelli che chi guarda da vicino riconosce subito per le volute laterali. È un dato utile quando si confronta il tempio con i suoi vicini: le tre colonne del Tempio di Vespasiano e Tito, a pochi metri, sono corinzie, con capitelli a foglie d’acanto, e la differenza si vede anche a occhio nudo da venti metri. Il fatto che il Tempio di Saturno sia rimasto ionico in una ricostruzione tardoantica, quando il corinzio dominava largamente l’architettura pubblica romana, è uno degli elementi che gli studiosi discutono: c’è chi vi legge un richiamo voluto all’aspetto antico dell’edificio, chi lo spiega con il reimpiego di materiale più antico già disponibile in cantiere.

L’architrave e il frontone

Sopra le colonne corre un tratto di trabeazione con l’iscrizione monumentale, e all’angolo sinistro resta un frammento del timpano, il triangolo del frontone. Quello che manca è la maggior parte del coronamento e tutta la copertura. Il pezzo superstite basta però a stabilire le proporzioni del prospetto e a restituire l’altezza dell’edificio, che nel suo stato originario dominava il fondo della piazza forense. Chi fotografa dal basso vede l’architrave scorciato e l’iscrizione quasi illeggibile: è il motivo per cui conviene un teleobiettivo o una posizione più alta, e ne parliamo più avanti.

Il podio di blocchi e la sua funzione

Il podio è la parte meno guardata e la più interessante. Si tratta di una massiccia struttura in blocchi, rivestita in travertino, che non serviva soltanto a sollevare il tempio sopra il piano della piazza. Dentro c’erano ambienti, e in quegli ambienti c’era il tesoro dello Stato romano. Il lato verso la piazza presenta ancora la scansione della muratura e i segni dei successivi rifacimenti; sul fianco meridionale la struttura si addossa alla pendice capitolina e al percorso del Clivo Capitolino. Chi cammina intorno al monumento dovrebbe dedicare almeno cinque minuti al podio, perché è lì che il tempio smette di essere una cartolina e diventa un edificio che funzionava.

Le tre colonne vicine non appartengono a questo tempio

È l’errore più comune fra chi visita il Foro per la prima volta. Le tre colonne corinzie altissime, con la trabeazione scolpita a strumenti sacrificali, sono il Tempio di Vespasiano e Tito, un edificio flavio addossato alla sostruzione del Tabularium. Il Tempio di Saturno è l’altro, quello con otto colonne più basse e tozze, di colore disomogeneo. Sul posto, la differenza più rapida da usare è il colore: il Tempio di Saturno ha fusti grigi e rosati mescolati, il Tempio di Vespasiano e Tito ha fusti bianchi omogenei.

Colonne di spoglio: granito grigio, granito rosa e capitelli non uniformi

Le colonne del Tempio di Saturno sono di spoglio e disomogenee fra loro: i fusti non sono tutti dello stesso marmo, non tutti dello stesso diametro, non tutti della stessa provenienza. Si riconoscono a occhio nudo almeno due graniti diversi, uno grigio e uno di tono rosato, e la variazione si legge meglio in una giornata di cielo coperto che in pieno sole, quando il bianco della luce appiattisce i toni. Per un visitatore abituato all’idea di un colonnato regolare è una sorpresa, e di solito viene interpretata come segno di trascuratezza. È invece la prova materiale di come funzionava un cantiere pubblico romano nella tarda antichità.

Che cosa significa “di spoglio”

Un elemento di spoglio è un pezzo architettonico prelevato da un edificio precedente e rimontato in una costruzione nuova. Nella Roma tardoantica il reimpiego era la regola, e riguardava colonne, capitelli, basi, cornici, lastre di rivestimento. Le cave imperiali del deserto orientale, che per due secoli avevano fornito i graniti a Roma, non lavoravano più con la stessa continuità, e trasportare un fusto monolitico dall’Egitto costava enormemente. Un magazzino di materiale già sbarcato al porto fluviale e già lavorato valeva più di una cava lontana. La stessa logica si vede nel portico della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, nelle colonne di San Nicola in Carcere e in decine di edifici romani medievali.

Il fusto rimontato al contrario

Una lettura ricorrente nella letteratura di divulgazione, e ripresa da molte guide, sostiene che uno dei fusti sia stato rimontato capovolto, cioè con la parte che doveva stare in basso rivolta in alto. Lo diciamo come si deve: è un’osservazione che circola largamente e che si fonda sull’andamento della rastremazione, il leggero assottigliamento che un fusto classico presenta verso l’alto, apparentemente invertito in uno degli elementi. Non ci risulta però una documentazione tecnica pubblicata che la confermi in modo definitivo e non ambiguo, e il dettaglio è difficile da verificare a occhio da terra. Chi la racconta come fatto acquisito dice più di quanto le fonti consentano; chi la liquida come falsa fa lo stesso errore in direzione opposta. È una lettura plausibile e non dimostrata, ed è così che va riferita.

Perché la disomogeneità è la cosa più onesta di questo edificio

Il Tempio di Saturno è l’edificio simbolo di Roma antica nelle fotografie, ed è costruito con pezzi presi altrove e montati come si poteva. Questa contraddizione dice molto della città in cui è stato rialzato: una capitale che nel quarto secolo aveva ancora i mezzi per restaurare il tempio più antico della sua piazza pubblica, ma li spendeva rimettendo in piedi un prospetto con quello che aveva sotto mano. Il giudizio che diamo è semplice: la parte più interessante del monumento non è la sua eleganza, che è modesta, ma la sua eloquenza. Racconta un momento preciso della storia urbana meglio di qualunque edificio intatto.

L’iscrizione sull’architrave: chi lo restaurò non lo dice nessuno

Sull’architrave del Tempio di Saturno corre l’iscrizione SENATVS POPVLVSQVE ROMANVS INCENDIO CONSVMPTVM RESTITVIT, cioè “il Senato e il Popolo Romano restaurarono quanto era stato consumato da un incendio”. È una delle iscrizioni più fotografate di Roma e una delle più fraintese, perché sembra dire molto e in realtà tace sui due dati che a uno storico servirebbero: chi pagò il restauro e quando.

Che cosa dice esattamente il testo

La formula è impersonale e collettiva. Il soggetto è il Senato e il Popolo Romano, la formula istituzionale per eccellenza, e il complemento oggetto è sottinteso nel participio consumptum, riferito al tempio. Nessun imperatore, nessun console, nessun prefetto urbano compare nel testo superstite. In un’epoca in cui i restauri pubblici erano di norma occasione per mettere un nome in facciata, questa assenza è vistosa. Gli studiosi ne hanno discusso a lungo, e le spiegazioni proposte vanno dalla rivendicazione senatoria del monumento più antico della piazza fino a ragioni più prosaiche: un restauro finanziato con fondi pubblici ordinari e non con il patrimonio di un singolo.

Di quale incendio si parla

Le fonti antiche registrano più incendi che colpirono il settore occidentale del Foro fra il terzo e il quarto secolo. Quello che viene più spesso chiamato in causa per il Tempio di Saturno è il grande incendio che nelle fonti si colloca sotto Carino, negli anni Ottanta del terzo secolo, e che devastò un’ampia fascia fra la piazza forense e le pendici capitoline. Un’altra parte della letteratura preferisce collegare il restauro a un episodio successivo o a un intervento di manutenzione più tardo, senza un evento puntuale. L’iscrizione non nomina l’incendio, quindi la scelta dipende da come si datano la tecnica muraria e gli elementi architettonici.

La datazione è discussa

La datazione corrente colloca la ricostruzione visibile nella tarda antichità, e la maggior parte degli studi la pone nel quarto secolo dopo Cristo. Non esiste però un consenso su un anno o su un decennio, e le proposte oscillano lungo un arco di decenni fra la fine del terzo e la seconda metà del quarto secolo. Chi visita il monumento trova pannelli e guide che indicano date diverse, e non si tratta di errori: sono letture differenti di uno stesso insieme di indizi. La formulazione onesta è che l’edificio in piedi oggi è un rifacimento tardoantico, databile con buona probabilità al quarto secolo, con un margine che gli specialisti non hanno chiuso.

Il 497 a.C., le fonti che non concordano e i rifacimenti

La tradizione annalistica romana data la dedicazione del Tempio di Saturno al 497 a.C., uno dei primissimi anni della Repubblica. È una data tradizionale, trasmessa dagli storici antichi che scrivevano quattro secoli dopo i fatti, e va usata con la prudenza che si usa per tutte le date della Roma arcaica. Ha però un valore che resta: colloca questo edificio fra i più antichi templi della piazza forense, e spiega perché per i romani di età classica il Tempio di Saturno fosse un monumento delle origini.

Livio, Dionigi e i disaccordi degli antichi

Gli autori antichi non raccontano la stessa storia. Livio, nel secondo libro della sua opera, collega la dedicazione del tempio e l’istituzione dei Saturnalia ai primi anni della Repubblica, e già nel suo testo compare la consapevolezza che le fonti a sua disposizione divergevano. Dionigi di Alicarnasso, che scrive in greco in età augustea, attribuisce l’iniziativa a personaggi diversi e mostra di conoscere versioni alternative sulla paternità della dedicazione. Nelle varie tradizioni compaiono il re Tarquinio il Superbo come promotore del voto, il dittatore o il console incaricato della dedicazione, e nomi che cambiano da autore ad autore. Chi cerca in questa pagina un colpevole unico non lo troverà: le fonti antiche stesse non lo avevano.

Il rifacimento di Lucio Munazio Planco nel 42 a.C.

Un passaggio molto meglio documentato è la ricostruzione realizzata da Lucio Munazio Planco, il politico e generale che fu console nel 42 a.C. e che è ricordato anche come fondatore di colonie in Gallia. Planco rifece il Tempio di Saturno con il bottino delle sue campagne militari, secondo la formula latina ex manubiis che indicava proprio i proventi di guerra spettanti al comandante vittorioso. È l’intervento che precede di secoli il rifacimento visibile oggi,.

L’aerarium: il tesoro dello Stato romano stava dentro questo podio

Il dato più importante del Tempio di Saturno non riguarda le colonne: dentro il podio dell’edificio era conservato l’aerarium populi Romani, la cassa dello Stato romano. Non un deposito simbolico di offerte votive. Il denaro pubblico, le riserve auree e argentee, i documenti che regolavano la vita amministrativa e giuridica della Repubblica. Per secoli, nella pratica costituzionale romana, dire aerarium e dire aerarium Saturni era la stessa cosa, e questo edificio è stato il ministero del Tesoro della più grande potenza del Mediterraneo antico.

Che cosa conteneva davvero

Le fonti antiche permettono di ricostruire un contenuto composito. C’era il metallo prezioso, in lingotti e in moneta, che costituiva la disponibilità corrente dello Stato. C’erano i documenti finanziari, i rendiconti dei magistrati, gli elenchi dei debitori e dei crediti pubblici. C’erano le tavole di bronzo con i testi di leggi, plebisciti e senatoconsulti, depositate perché facessero fede. C’erano gli atti relativi agli eserciti, alle assegnazioni di provincia, ai contratti di appalto pubblico. E c’erano le insegne militari delle legioni quando non erano in campagna, secondo una notizia che ricorre nelle fonti e che restituisce bene la natura mista, fiscale e sacrale, del luogo.

Cesare e la cassa, nel 49 a.C.

L’episodio più noto legato all’aerarium Saturni riguarda Giulio Cesare. Nel 49 a.C., dopo il passaggio del Rubicone e la fuga di Pompeo e di gran parte del Senato dall’Italia, Cesare entrò a Roma e pretese l’accesso alla riserva dello Stato. Il tribuno della plebe Lucio Cecilio Metello si oppose e si mise fisicamente davanti alla porta del tesoro, invocando il proprio potere di veto. Le fonti antiche, fra cui Plutarco nella biografia di Cesare, raccontano che Cesare rispose con una minaccia diretta, che il tribuno cedette e che le porte furono forzate. L’episodio segna un passaggio preciso nella crisi della Repubblica: la riserva sacra, protetta da secoli di vincoli religiosi e istituzionali, venne aperta perché chi la voleva aveva le legioni. Il luogo esatto in cui questo avvenne è il podio che si gira attorno oggi in pochi passi.

Saturno, la statua e i lacci di lana

Saturno era per i romani il dio della semina e dell’agricoltura, e il suo nome veniva collegato già dagli antichi alla radice di satus, il seminato. Era una divinità arcaica, sentita come anteriore all’ordinamento religioso della città storica, e la sua figura si sovrappose presto a quella del greco Crono, con tutto il corredo mitico che ne derivava. Questa sovrapposizione spiega perché nelle fonti latine Saturno sia insieme un dio contadino italico e il padre deposto degli dèi olimpici.

La statua e la notizia di Macrobio

Del simulacro di culto non resta nulla, e quanto sappiamo viene dalle fonti letterarie. Macrobio, che scrive nei Saturnalia fra quarto e quinto secolo raccogliendo materiale erudito molto più antico, riferisce che la statua di Saturno era riempita di olio e che i piedi della divinità erano legati con bende di lana per tutto l’anno. Sono notizie di seconda mano, raccolte da un autore tardo con un interesse antiquario, e vanno riportate come tali: Macrobio dice, non Macrobio dimostra. Restano comunque la fonte principale su questo punto e sono coerenti con quanto altri autori latini lasciano intendere.

I compedes, cioè i ceppi

Il dettaglio dei lacci è quello che colpisce di più chi lo sente per la prima volta. Il dio del Tempio di Saturno stava legato. I vincoli di lana, i compedes, venivano sciolti nei giorni della festa di dicembre e poi rimessi. L’interpretazione più diffusa fra gli studiosi vede nel gesto un modo di trattenere presso la città la presenza e la benevolenza del dio, secondo una logica rituale attestata anche altrove nel mondo antico per statue di divinità legate o incatenate. Un’altra lettura collega lo scioglimento dei lacci al capovolgimento dei ruoli che caratterizzava i Saturnalia. Le due letture non si escludono, e nessuna delle due è dimostrabile: sono ricostruzioni moderne su un rito di cui conosciamo l’esistenza e non il significato che gli attribuivano i suoi praticanti.

I Saturnalia di dicembre: che cosa succedeva davvero

I Saturnalia erano la festa romana che si apriva il 17 dicembre con un sacrificio pubblico al Tempio di Saturno e un banchetto, e che nella percezione comune romana era il momento più atteso dell’anno. Il 17 dicembre è la data fissa attestata; la durata complessiva della festa è invece variata nel tempo, e su questo le fonti antiche registrano cambiamenti e polemiche. Alcuni autori parlano di tre giorni, altri di cinque, altri ancora di sette, e Macrobio stesso discute le diverse durate come questione dibattuta già ai suoi tempi. La formulazione onesta è che i Saturnalia cominciavano il 17 dicembre e si prolungavano per un numero di giorni che nel corso dei secoli è cambiato.

Il rovesciamento dei ruoli

Il tratto che tutti ricordano è l’inversione temporanea delle gerarchie domestiche: durante i Saturnalia gli schiavi ricevevano un trattamento diverso da quello ordinario, mangiavano prima o insieme ai padroni, potevano parlare liberamente, in alcune descrizioni erano serviti a tavola da chi li possedeva. È un fatto documentato da più autori latini, fra cui Orazio, Marziale e Seneca, e non una ricostruzione moderna. Ciò che va detto con altrettanta chiarezza è che si trattava di una sospensione rituale e limitata, non di una liberazione: il 18 o il 24 dicembre l’ordine sociale riprendeva esattamente come prima. Gli antropologi lo chiamano rituale di inversione, e lo leggono come valvola di sfogo che rafforza la struttura anziché metterla in discussione.

Il pilleus e la libertas Decembris

Durante la festa i romani indossavano il pilleus, il berretto di feltro che era il segno distintivo dello schiavo affrancato, e sostituivano la toga con la synthesis, un abito comodo da banchetto normalmente inadatto agli spazi pubblici. Orazio, nelle Satire, parla di libertas Decembris, la libertà di dicembre, per indicare la licenza di parola concessa in quei giorni. Chi vuole un’immagine concreta della cosa pensi a un intero centro cittadino in cui l’abito formale sparisce per una settimana e tutti girano con il copricapo dei liberti: il segnale visivo del capovolgimento era immediato e collettivo.

Il rapporto con il calendario

La collocazione dei Saturnalia a metà dicembre segue la logica del calendario agricolo: la semina autunnale era conclusa, il lavoro nei campi era fermo, e la sequenza di feste di quel mese comprendeva anche gli Opalia del 19 dicembre, dedicati a Ops, divinità dell’abbondanza associata a Saturno. Dicembre era quindi un blocco festivo compatto, in cui il ciclo produttivo si chiudeva e la città si fermava. Chi è curioso di come funzionasse il calendario festivo romano nel suo insieme trova un quadro più ampio nella nostra pagina sulle feste dell’antica Roma.

I Saturnalia e il Natale: una lettura discussa, non un fatto

Circola ovunque l’affermazione che il Natale cristiano derivi dai Saturnalia. La presentiamo per quello che è: un’ipotesi storiografica discussa, non un dato acquisito. Gli elementi di fatto sono che i Saturnalia si concludevano prima del 25 dicembre, che il 25 dicembre nel calendario romano tardo era il dies natalis Solis Invicti, e che il rapporto fra questa ricorrenza solare, la datazione della natività cristiana e le feste di dicembre è oggetto di un dibattito scientifico aperto da oltre un secolo, con posizioni molto diverse fra loro. Alcuni studiosi sostengono una derivazione, altri argomentano che la data cristiana nasce da un calcolo interno alla cronologia della passione, indipendente dalle feste pagane. Chi racconta la derivazione come certezza semplifica una questione che gli specialisti non hanno chiuso.

Una curiosità sul Tempio di Saturno

La curiosità che raccontiamo riguarda il colore. Le otto colonne del Tempio di Saturno non sono dello stesso marmo, e questo è l’unico caso, fra i monumenti più fotografati del Foro Romano, in cui la disomogeneità è tanto evidente da essere visibile in una fotografia amatoriale scattata dal piano della piazza. In una giornata di sole pieno la differenza si perde, perché il contrasto appiattisce i toni; con il cielo coperto, o nell’ora che precede il tramonto, il fusto rosato si distingue nettamente da quelli grigi.

Le basi non sono tutte uguali

Osservando il colonnato dal basso si nota che anche le basi presentano modanature non del tutto coerenti fra loro, come ci si aspetta da un montaggio che ha messo insieme pezzi di provenienza diversa. È un dettaglio che si legge meglio con un teleobiettivo o ingrandendo una fotografia a casa, perché da terra la distanza e l’angolo di ripresa lo nascondono. Chi ha la possibilità di guardare il monumento dall’alto, dal Campidoglio, ha un angolo migliore anche per questo.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Tempio di Saturno

La cosa che quasi nessuna guida dice è che il Tempio di Saturno ha funzionato per secoli come edificio amministrativo e come deposito, e che questa era la sua identità quotidiana per i romani. Nella percezione contemporanea è una rovina monumentale; nella vita reale della città antica era il posto in cui i questori tenevano i conti dello Stato, dove si andava a consultare il testo di una legge inciso su bronzo e dove si depositavano gli atti di appalto. Un edificio con un traffico costante di funzionari, scribi, portatori e carri.

Perché la funzione amministrativa è sparita dal racconto

Perché non lascia tracce fotogeniche. Un tesoro non si vede, un archivio di tavole bronzee è stato fuso da secoli, gli ambienti interni del podio non sono accessibili al pubblico. Il racconto divulgativo si aggrappa a ciò che si vede, e ciò che si vede sono otto colonne. Il risultato è che il dato storicamente più rilevante del monumento, il suo ruolo di cassaforte dello Stato romano, compare quasi sempre in una riga di didascalia, quando compare. È il motivo per cui in questa pagina gli abbiamo dedicato un capitolo intero.

Il consiglio che ti do per visitare il Tempio di Saturno

Il consiglio operativo che diamo è di vedere il Tempio di Saturno due volte nella stessa giornata, e da due quote diverse: prima dal basso, dentro l’area archeologica, poi dall’alto, dalla balconata del Campidoglio su via del Foro Romano, che è libera e non richiede biglietto. Sono due edifici diversi. Dal basso si legge la massa del podio e l’altezza delle colonne; dall’alto si capisce la posizione nel disegno della piazza e il rapporto con l’Arco di Settimio Severo e con la Curia.

L’ordine di visita che funziona meglio

Consigliamo di entrare nell’area archeologica dal varco di via della Salara Vecchia in mattinata, quando la luce arriva da est e illumina il prospetto del tempio, e di dedicare al settore occidentale del Foro la prima ora di visita, prima che la fascia oraria più affollata riempia il percorso. Poi si prosegue verso il Palatino e si esce dal lato del Colosseo. Nel tardo pomeriggio si risale a piazza del Campidoglio dalla Cordonata Capitolina e si raggiunge la balconata sul Foro, dove il sole arriva alle spalle di chi guarda e le colonne risultano illuminate frontalmente.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: il Tempio di Saturno è sopravvissuto perché era utile, e non perché fosse venerato. Gli edifici antichi che oggi vediamo in piedi a Roma sono quasi sempre quelli che hanno continuato a servire a qualcosa dopo la fine del mondo antico, per esempio diventando chiese, fortezze, magazzini o abitazioni. Il Pantheon è integro perché è diventato una chiesa. Il Teatro di Marcello è in piedi perché è diventato un palazzo nobiliare. Il Tempio di Portuno e il Tempio di Ercole Vincitore nel Foro Boario devono la loro conservazione alla conversione in luoghi di culto cristiano.

Il caso del Tempio di Saturno è diverso

Questo tempio non è stato trasformato in chiesa e non è stato inglobato in un palazzo. Di lui resta una facciata perché la struttura tardoantica era solida e perché il settore occidentale del Foro, progressivamente interrato, ha protetto il podio sotto metri di terra fino agli scavi di età moderna. Per secoli la zona fu nota come Campo Vaccino, cioè pascolo per il bestiame, e le colonne emergevano dal terreno rialzato per una porzione della loro altezza. Le vedute e le incisioni dei secoli passati mostrano regolarmente questa situazione, con il piano di campagna molto più alto di quello attuale.

La foto giusta da fare al Tempio di Saturno

La fotografia che consigliamo non si scatta dentro il Foro Romano: si scatta dall’alto, dal Campidoglio, dalla balconata su via del Foro Romano che si raggiunge passando a destra del Palazzo Senatorio quando si arriva in piazza dalla Cordonata Capitolina. Da lì il Tempio di Saturno si vede per intero, con il podio, il colonnato e l’architrave allineati, e sullo sfondo la valle forense che scende verso il Colosseo. È un punto di ripresa libero, senza biglietto e senza orario di chiusura dell’area archeologica.

L’ora e la direzione della luce

Dal basso, dentro l’area, il prospetto del tempio riceve la luce del mattino: chi entra presto trova le colonne illuminate frontalmente e l’iscrizione leggibile. Nel tardo pomeriggio la situazione si rovescia e chi fotografa dalla piazza si trova il sole dietro il monumento, con le colonne in controluce: è l’inquadratura che produce le sagome scure contro il cielo arancione, molto usata e molto ripetuta. Dalla balconata del Campidoglio, invece, nel tardo pomeriggio il sole arriva alle spalle di chi guarda e il colonnato risulta illuminato di taglio, con le ombre che staccano i fusti l’uno dall’altro.

L’inquadratura da evitare

Quella frontale ravvicinata dal piano della piazza, con il telefono puntato verso l’alto. Produce una prospettiva convergente violenta, in cui le colonne cadono all’indietro e l’architrave si riduce a una linea sottile. È la fotografia che quasi tutti portano a casa e che quasi nessuno riguarda. Se si vuole comunque scattare dal basso, conviene arretrare di una ventina di metri verso il centro della piazza e tenere il dispositivo orizzontale, includendo una porzione di terreno in primo piano per dare la scala.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Gli avvenimenti legati al Tempio di Saturno riguardano quasi tutti il denaro pubblico e il potere di accedervi. È la conseguenza diretta della funzione dell’edificio: chi controllava questo podio controllava la liquidità dello Stato romano.

Cesare forza l’aerarium, 49 a.C.

All’inizio della guerra civile Cesare pretese l’accesso alla riserva dello Stato. Il tribuno Lucio Cecilio Metello si oppose fisicamente e fu costretto a cedere. È l’episodio in cui il vincolo religioso e istituzionale che proteggeva il tesoro si rivela più debole della forza militare.

L’interramento e il Campo Vaccino

Fra il Medioevo e l’età moderna il Foro si interrò progressivamente e divenne area di pascolo, nota come Campo Vaccino. Le colonne del tempio restarono visibili solo in parte, emergendo da un piano di campagna molto più alto di quello odierno.

Gli scavi ottocenteschi e novecenteschi

Le campagne di scavo condotte a partire dall’Ottocento e proseguite nel Novecento riportarono il settore occidentale del Foro alla quota antica, restituendo al Tempio di Saturno l’altezza reale e rendendo di nuovo leggibile il podio. È l’operazione che ha creato il paesaggio archeologico che vediamo.

Chi è passato dal Tempio di Saturno

L’elenco di chi è passato davanti a questo podio coincide in buona parte con la storia politica romana, perché qui si trattavano i conti dello Stato. Ci limitiamo ai nomi documentati e a quelli di cui si conosce il rapporto concreto con l’edificio.

Lucio Munazio Planco

Il committente della ricostruzione del 42 a.C. è una figura che attraversa tutta la crisi finale della Repubblica, passando da Cesare ad Antonio e infine a Ottaviano. Il suo nome resta legato a questo tempio e alla fondazione di colonie in Gallia.

I viaggiatori del Grand Tour

Fra Sei e Ottocento il Campo Vaccino era una tappa fissa del viaggio in Italia, e le colonne del Tempio di Saturno compaiono in centinaia di vedute, incisioni e taccuini. Goethe, che soggiorna a Roma fra il 1786 e il 1788, descrive la zona nel suo resoconto di viaggio. Le vedute romane di quell’epoca sono la principale documentazione visiva dello stato del monumento prima degli scavi, e si trovano nelle raccolte di grafica dei musei civici romani, fra cui quelle dei Musei Capitolini.

Accesso, biglietti e accessibilità: quello che possiamo dire con certezza

Il Tempio di Saturno si trova dentro l’area archeologica gestita dal Parco archeologico del Colosseo, che comprende Foro Romano, Palatino e Colosseo e che si visita con un titolo di ingresso unico o con formule differenziate. Non riportiamo qui prezzi e orari: cambiano con la stagione, con le aperture straordinarie e con le politiche tariffarie dell’ente, e un dato sbagliato in una pagina come questa fa più danno del dato mancante. Conviene consultare il sito ufficiale del Parco archeologico del Colosseo prima della visita, e verificare in quella sede anche le condizioni di prenotazione, che per alcune tipologie di ingresso sono obbligatorie.

Il tempio non si visita dall’interno

Va detto chiaramente: gli ambienti del podio non sono aperti al pubblico e non esiste un percorso di visita interno al Tempio di Saturno. Il monumento si osserva dall’esterno, dal piano della piazza forense e dal tratto del Clivo Capitolino che gli passa accanto. Chi cerca informazioni su una visita agli ambienti dell’aerarium non la troverà, perché non è prevista.

Accessibilità per chi ha difficoltà motorie

L’area archeologica presenta percorsi accessibili in alcune sue parti e tratti problematici in altre, con basolato antico, ghiaia, pendenze e dislivelli. Il settore occidentale del Foro, dove si trova il tempio, è fra i più praticabili perché pianeggiante, ma il percorso per arrivarci dipende dall’ingresso scelto. Il Parco archeologico del Colosseo pubblica indicazioni specifiche sui percorsi accessibili e mette a disposizione servizi dedicati: conviene contattare l’ente in anticipo per concordare l’itinerario migliore. Per chi non può affrontare il fondo irregolare dell’area, la balconata del Campidoglio su via del Foro Romano resta un’alternativa su superficie regolare, che consente di vedere il monumento senza entrare nell’area.

Che cosa c’è intorno, in mezz’ora di cammino

Il Tempio di Saturno occupa il punto più denso di monumenti di tutta Roma antica, e a meno di trecento metri in linea d’aria si contano una decina di edifici che altrove sarebbero attrazioni principali.

Dentro l’area archeologica

A pochi passi ci sono l’Arco di Settimio Severo, la Curia, i Rostra, la Basilica Giulia e il Tempio di Vespasiano e Tito. Proseguendo lungo la via Sacra verso est si incontrano il Tempio di Antonino e Faustina, la Basilica di Massenzio e l’Arco di Tito, e da lì si sale al Palatino o si esce verso il Colosseo e l’Arco di Costantino.

Sul Campidoglio

Salendo la Cordonata Capitolina si arriva a piazza del Campidoglio e ai Musei Capitolini, con il Palazzo dei Conservatori. Sul fianco del colle si aprono la chiesa di Santa Maria in Aracoeli, il Carcere Mamertino con la sovrastante chiesa di San Pietro in Carcere, e la chiesa dei Santi Luca e Martina all’angolo con il Foro.

Verso i Fori Imperiali e piazza Venezia

Sul lato opposto di via dei Fori Imperiali si aprono il Foro di Traiano con la Colonna Traiana, i Mercati di Traiano sede del Museo dei Fori Imperiali e, poco oltre, le Domus Romane di Palazzo Valentini. A piazza Venezia si arriva in cinque minuti, con l’Altare della Patria e l’Ala Brasini del Vittoriano.

Più lontano, ma a piedi

Verso sud, scendendo dal lato del Circo Massimo, si raggiunge in un quarto d’ora il Foro Boario con l’Arco di Giano, il Tempio di Portuno, il Tempio di Ercole Vincitore e la Bocca della Verità. Verso nord est, oltre via Cavour, comincia il rione Monti, e dal lato del Colosseo si arriva alla Domus Aurea, visitabile solo su prenotazione con visita guidata.

Temple of Saturn, Rome
Foto: Tournasol7, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Mangiare intorno al Foro Romano, senza finire in trappola

Intorno al Foro Romano il rapporto fra prezzo e qualità della ristorazione è fra i peggiori di Roma, e la ragione è economica prima che gastronomica: un locale che ha davanti un monumento visitato da milioni di persone non ha alcun bisogno di clienti che tornino una seconda volta. Non nominiamo locali, per scelta redazionale: un elenco di insegne invecchia in pochi mesi, cambia gestione e finisce per fare pubblicità a qualcun altro. Diamo invece i criteri, che restano validi anche fra cinque anni.

I cinque segnali che indicano una trappola

Il primo segnale è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o su un tavolino in strada: è un richiamo pensato per chi passa, non il segno di una cucina che lavora. Il secondo è il menu con le fotografie dei piatti, che serve a chi non legge la lingua e non a chi sa che cosa vuole mangiare. Il terzo è l’acchiappino sulla porta che invita a sedersi: nessun posto che lavora bene ferma la gente per strada. Il quarto è l’orario continuato dalla mattina alla notte senza pausa di cucina, che significa piatti tenuti in caldo e nessun turno vero di servizio. Il quinto riguarda i locali piazzati davanti ai monumenti famosi, dove capita di trovare voci senza prezzo sul menu e listini diversi fra la sala interna e i tavolini fuori: davanti a un’area archeologica il prezzo si adatta al turista che si ha davanti.

Le catene del centro

Negli ultimi anni nel centro storico si sono moltiplicati i locali a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città e la coda col numerino sul marciapiede. Non li nominiamo e non li consigliamo. L’osservazione che conta è che i romani non ci vanno: quelle file sono composte quasi interamente da visitatori arrivati da fuori, indirizzati da un video o da una classifica. Un locale in cui non entra nessuno del quartiere non racconta niente del quartiere.

Il criterio più semplice che esista

Guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Se all’una i tavoli sono occupati da gente che lavora nella zona e ordina in italiano senza aprire il menu, il posto è buono. Se sono occupati solo da visitatori con lo zaino e la mappa, si cammina ancora cinque minuti. E cinque minuti bastano: verso il rione Monti, verso il Ghetto o verso le traverse dietro piazza Venezia la qualità media e il conto cambiano entrambi in meglio.

La lista che usiamo noi

Chi preferisce partire da una selezione già fatta può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps: è una raccolta curata, costruita nel tempo per uso proprio e non sponsorizzata da nessuno dei locali che contiene. Nessun ristoratore paga per starci e nessuno paga per esserne escluso. Per un quadro più ampio sulla ristorazione romana abbiamo una pagina dedicata a dove mangiare a Roma, con gli stessi criteri applicati agli altri quartieri.

Domande frequenti sul Tempio di Saturno

Che cos’è il Tempio di Saturno?

Il Tempio di Saturno è un tempio romano del Foro Romano di cui restano otto colonne ioniche, un tratto di architrave e il podio, all’estremità occidentale della piazza forense ai piedi del Campidoglio. Ospitava nel podio l’aerarium populi Romani, cioè il tesoro e gli archivi dello Stato romano, amministrato dai questori.

Quante colonne ha il Tempio di Saturno?

Il Tempio di Saturno conserva otto colonne: sei formano la fronte e due appartengono ai lati, secondo l’impianto di un tempio prostilo esastilo. I fusti sono di spoglio e disomogenei, in graniti di colore e provenienza diversi, con capitelli ionici riconoscibili dalle volute. Le tre colonne corinzie vicine appartengono invece al Tempio di Vespasiano e Tito.

Di quando è il Tempio di Saturno?

Il Tempio di Saturno ha una dedicazione tradizionalmente datata al 497 a.C. dagli annalisti romani, ma quello che si vede in piedi è la ricostruzione tardoantica successiva a un incendio, collocata dalla maggior parte degli studi nel quarto secolo dopo Cristo. Fra le due fasi si colloca il rifacimento di Lucio Munazio Planco nel 42 a.C. La datazione precisa del rifacimento tardoantico resta discussa.

Che cosa dice l’iscrizione sul Tempio di Saturno?

L’iscrizione sull’architrave del Tempio di Saturno dice SENATVS POPVLVSQVE ROMANVS INCENDIO CONSVMPTVM RESTITVIT, cioè che il Senato e il Popolo Romano restaurarono quanto era stato distrutto da un incendio. Il testo non nomina l’imperatore o il magistrato che finanziò i lavori, non indica l’anno e non cita la divinità titolare: è uno dei motivi per cui la datazione è ancora dibattuta.

Si può entrare nel Tempio di Saturno?

No, il Tempio di Saturno non si visita dall’interno: gli ambienti del podio che ospitavano il tesoro non sono aperti al pubblico e non esiste un percorso di visita interno. Il monumento si osserva dall’esterno camminando dentro l’area archeologica del Foro Romano, oppure dall’alto dalla balconata del Campidoglio su via del Foro Romano, che è libera.

Quanto costa vedere il Tempio di Saturno e quali sono gli orari?

Il Tempio di Saturno si trova dentro l’area archeologica del Parco archeologico del Colosseo, che comprende Foro Romano, Palatino e Colosseo, e si vede con il titolo di ingresso dell’area. Tariffe, orari e condizioni di prenotazione cambiano con la stagione e con le politiche dell’ente: conviene verificarli sul sito ufficiale del Parco prima della visita. Dalla balconata del Campidoglio il monumento si vede gratuitamente.

Qual è il punto migliore per fotografare il Tempio di Saturno?

Il punto migliore per fotografare il Tempio di Saturno è la balconata del Campidoglio su via del Foro Romano, che si raggiunge a destra del Palazzo Senatorio arrivando da piazza del Campidoglio ed è accessibile senza biglietto. Da lì il colonnato si vede per intero con la valle forense sullo sfondo, e nel tardo pomeriggio il sole arriva alle spalle di chi fotografa.

Che cosa erano i Saturnalia?

I Saturnalia erano la festa romana che si apriva il 17 dicembre con un sacrificio pubblico al Tempio di Saturno e proseguiva per alcuni giorni, con una durata che nel corso dei secoli è cambiata. Prevedevano un capovolgimento temporaneo dei ruoli fra padroni e schiavi, l’uso del pilleus, lo scambio di doni e libertà di parola. La derivazione del Natale dai Saturnalia è una lettura discussa fra gli studiosi, non un dato acquisito.

Quanto tempo serve per visitare il Tempio di Saturno?

Per il solo Tempio di Saturno bastano quindici minuti, compreso il giro attorno al podio e le fotografie. Per tutto il settore occidentale del Foro Romano, con Arco di Settimio Severo, Curia, Rostra e Tempio di Vespasiano e Tito, serve un’ora e mezza senza fretta. Per l’intera area archeologica, Palatino compreso, si superano facilmente le tre ore.

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