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Tempio di Antonino e Faustina

Il Tempio di Antonino e Faustina si trova sul lato settentrionale del Foro Romano, lungo la Via Sacra, fra la Basilica Emilia e il Tempio del Divo Romolo, ed è probabilmente il monumento che meglio di ogni altro spiega in un colpo solo che cosa significhi la parola stratificazione applicata a Roma. Da fuori si vedono sei enormi colonne di marmo grigio venato, alte diciassette metri, con i capitelli corinzi ancora al loro posto e sopra di essi un architrave che porta scolpita, a lettere grandi, la dedica del Senato romano a un’imperatrice morta nel II secolo. Sopra quell’architrave, incastrata dentro il tempio come un’ostrica dentro il suo guscio, spunta la facciata barocca di una chiesa seicentesca, San Lorenzo in Miranda, con il suo timpano, le sue finestre e una porta che si apre nel vuoto a diversi metri d’altezza dal piano di scavo, senza gradini che ci arrivino e senza alcun modo di raggiungerla dal lato del Foro. Le righe che seguono raccontano che cos’è davvero questo edificio, quando fu costruito e per chi, che cosa dice esattamente la sua iscrizione e perché è stata scritta in due momenti diversi, che cosa siano quei solchi obliqui che segnano le colonne e su cui gli studiosi non sono d’accordo, come un tempio pagano sia diventato la sede di una corporazione di farmacisti, e perché la sua porta oggi sia sospesa a mezz’aria. Chi cerca invece una guida all’intera area archeologica, con tutti gli altri monumenti, i biglietti e i percorsi, la trova nella scheda dedicata al Foro Romano, dove questo tempio compare come una delle tappe del giro: qui si parla soltanto di lui, e molto più a fondo.

Dove si trova il Tempio di Antonino e Faustina e come arrivare

Il tempio occupa il lato nord della piazza del Foro Romano, affacciato sulla Via Sacra, con la facciata rivolta verso sud e verso il centro dell’area archeologica. Alle sue spalle, a pochi metri, corre via dei Fori Imperiali: questo significa che il monumento si trova esattamente sul confine fra il recinto archeologico a pagamento e la strada pubblica, ed è uno dei pochissimi edifici del Foro che si possa osservare bene, per intero e gratuitamente, restando fuori dal perimetro del sito. L’ingresso della chiesa che lo occupa, San Lorenzo in Miranda, non dà infatti sul Foro ma sul lato opposto, in via in Miranda, una stradina laterale che si apre appunto da via dei Fori Imperiali.

Il pronao del tempio di Antonino e Faustina nel Foro Romano
Le colonne del tempio di Antonino e Faustina, inglobate nella chiesa di San Lorenzo in Miranda, sul lato nord del Foro Romano. Foto di indeciso42, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

A piedi dal centro di Roma

Da piazza Venezia, ai piedi dell’Altare della Patria, si imbocca via dei Fori Imperiali e in una decina di minuti di cammino perfettamente pianeggiante si arriva all’altezza del tempio, avendo sulla sinistra le rovine dei Fori Imperiali con il Foro di Traiano e i Mercati di Traiano, e sulla destra la balconata che affaccia sul Foro Romano. Dal Colosseo la passeggiata è ancora più breve, cinque o sei minuti risalendo via dei Fori Imperiali in direzione di piazza Venezia. Dal Campidoglio si può scendere lungo la salita che porta al Foro oppure raggiungere direttamente la terrazza panoramica dietro il palazzo Senatorio, da cui il tempio si vede di scorcio insieme a tutta la piazza antica.

Con i mezzi pubblici

La fermata della metropolitana più vicina è Colosseo, sulla linea B, da cui si cammina per cinque minuti. Chi arriva da Termini ha quindi la soluzione più semplice possibile: metro B in direzione Laurentina, due fermate, e poi il tratto finale a piedi lungo via dei Fori Imperiali. In superficie, numerose linee di autobus servono piazza Venezia e la zona del Colosseo, mentre via dei Fori Imperiali è pedonale nei giorni e negli orari stabiliti dal Comune, condizione che rende la passeggiata molto più piacevole ma che cambia periodicamente e conviene verificare prima di organizzarsi. Chi arriva in auto da fuori Roma farà bene a lasciarla in un parcheggio di scambio collegato alla metropolitana: tutta l’area dei Fori è a traffico limitato e la sosta nelle immediate vicinanze è di fatto impraticabile.

Biglietti, orari e accesso: cosa serve davvero per vederlo

Il Tempio di Antonino e Faustina si trova all’interno dell’area archeologica del Foro Romano, gestita dal Parco archeologico del Colosseo, e per avvicinarlo serve quindi il biglietto del circuito che comprende anche il Colosseo e il Palatino. È però uno dei rari monumenti del Foro che si possano osservare bene anche gratuitamente, dall’esterno del recinto, perché la sua fronte è rivolta verso una zona della piazza antica visibile dalla strada soprastante.

Il biglietto del Parco archeologico del Colosseo

Il titolo ordinario del Parco archeologico del Colosseo è unico per i tre siti, ha una validità di ventiquattro ore e consente un solo ingresso per area, cioè uno per l’anfiteatro e uno per il comprensorio Foro Romano e Palatino. Le informazioni pubblicate dall’ente indicano un prezzo intero di 18 euro, con riduzione a 2 euro per i cittadini dell’Unione europea fra i 18 e i 25 anni compiuti e gratuità per i minori di 18 anni cittadini dell’Unione, cui si somma il diritto di prevendita quando si acquista online. L’ingresso al Colosseo avviene su fascia oraria prenotata, mentre l’area del Foro e del Palatino si visita prima o dopo, in un unico accesso. Le tariffe e le condizioni cambiano nel tempo e conviene verificarle sul sito ufficiale del Parco prima di acquistare, perché sono il dato più soggetto a variazione fra tutti quelli riportati in queste righe.

Gli ingressi e quanto tempo serve

I varchi di accesso al comprensorio Foro e Palatino sono più di uno e non sono tutti attivi contemporaneamente in ogni periodo dell’anno: il più usato è quello di Largo della Salara Vecchia, su via dei Fori Imperiali, che immette direttamente sulla piazza del Foro proprio all’altezza della Basilica Emilia e quindi a poche decine di metri dal tempio. Chi entra da lì può raggiungere il monumento in due minuti di cammino. Per il solo tempio bastano dieci o quindici minuti di sosta attenta, compresi il giro intorno al podio, la lettura dell’iscrizione e l’osservazione dei solchi sulle colonne; per l’intera area del Foro serve invece almeno un’ora e mezza, e chi aggiunge il Palatino farà bene a calcolare mezza giornata.

La chiesa di San Lorenzo in Miranda si può visitare?

La chiesa di San Lorenzo in Miranda, che occupa la cella del tempio, non è una chiesa parrocchiale aperta al pubblico con orario continuato: è la chiesa del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico, l’antico Collegio degli Speziali, e si affaccia su via in Miranda 10, dal lato opposto rispetto al Foro. Il Collegio organizza visite guidate alla chiesa, alla propria sede storica e alle collezioni, su prenotazione, e pubblica sul proprio sito i recapiti a cui rivolgersi, compreso un indirizzo di posta elettronica dedicato alle prenotazioni e un numero di telefono della sede. Un calendario di apertura fisso, con giorni e orari pubblicati validi tutto l’anno come accade per un museo, non risulta invece pubblicato: chi vuole entrare deve contattare il Collegio e concordare la visita, e qualunque orario preciso indicato altrove va preso con cautela, perché un orario ufficiale pubblicato non risulta. Dall’interno dell’area archeologica, in ogni caso, la chiesa non si visita: la porta che si vede dal Foro è murata al mondo esterno da diversi metri di vuoto.

Che cos’è il Tempio di Antonino e Faustina

Il Tempio di Antonino e Faustina è un tempio romano del II secolo dopo Cristo, eretto nel Foro Romano per volontà del Senato in onore di Faustina Maggiore, moglie dell’imperatore Antonino Pio, e successivamente dedicato anche all’imperatore stesso dopo la sua morte e la sua divinizzazione. È il tempio meglio conservato di tutto il Foro Romano, e la ragione della sua conservazione è precisa e verificabile: nella sua cella si insediò una chiesa cristiana, e gli edifici antichi che diventavano chiese smettevano di essere cave di materiale da costruzione.

Il podio, la scalinata e l’altare

Il tempio sorge su un alto podio costruito in blocchi di tufo, originariamente rivestito all’esterno da lastre di marmo che oggi sono scomparse quasi interamente, lasciando a vista la muratura interna. Alla fronte si accedeva per mezzo di un’alta scalinata, e quella che si vede oggi è una ricostruzione moderna in mattoni, non la gradinata marmorea antica: è un dettaglio che vale la pena conoscere prima di fotografarla, perché a occhio nudo si confonde facilmente con la struttura originale. Al centro della scalinata restano alcuni resti in laterizio dell’altare, l’elemento su cui si svolgeva il sacrificio pubblico e che nel tempio romano stava sempre fuori, davanti all’edificio, non dentro la cella: un punto che sorprende quasi sempre chi immagina il tempio antico come un luogo di raccolta dei fedeli sul modello della chiesa cristiana, quando invece la cella era la casa della divinità e il rito si celebrava all’aperto.

Le sei colonne di cipollino

Le colonne del pronao del Tempio di Antonino e Faustina sono monolitiche, lisce e non scanalate, alte diciassette metri, con capitelli corinzi, e sono realizzate in marmo cipollino proveniente dall’Eubea, l’isola greca dove si trovavano le cave di Caristo. Il cipollino deve il suo nome popolare all’aspetto della venatura, a strati verdastri sovrapposti che ricordano la sezione di una cipolla, ed era uno dei marmi colorati più usati nell’edilizia pubblica imperiale. Sulla fronte se ne contano sei, disposte in un pronao esastilo, e altre due si trovano su ciascun fianco secondo la descrizione archeologica corrente; alcune fonti in lingua inglese parlano complessivamente di otto colonne monolitiche, e chi confronta più guide troverà quindi conteggi leggermente diversi a seconda di quali colonne vengano incluse. Il dato su cui tutte le fonti concordano, e che è anche quello che colpisce sul posto, è l’altezza: diciassette metri corrispondono a un palazzo di cinque o sei piani, e sono il motivo per cui questo colonnato resta il più alto conservato in piedi in tutto il Foro Romano.

Il fregio con i grifi

Sopra le colonne corre la trabeazione, decorata da un fregio continuo scolpito con ghirlande, grifi affrontati e strumenti del sacrificio; alcune descrizioni aggiungono al repertorio i girali d’acanto e i candelabri. È una fascia decorativa di qualità altissima, e la sua fortuna successiva è un capitolo a sé: fra il Cinquecento e l’Ottocento questo fregio fu copiato, disegnato e reinterpretato da generazioni di artisti e decoratori europei, diventando uno dei modelli di riferimento per l’ornato classico. Chi si aggira per le ville e i palazzi romani riconosce, una volta imparato il motivo, grifi e candelabri chiaramente derivati da qui in stucchi e cornici di epoca molto più tarda. Per vederlo bene serve un teleobiettivo o, in mancanza, la pazienza di guardarlo in controluce nelle ore in cui il sole lo colpisce di taglio.

Che cosa c’era sopra e che cosa manca

La parte superiore del tempio, cioè il frontone e il coronamento, è perduta, ma le monete coniate nel periodo ci dicono com’era: sull’apice del tempio si trovava una quadriga, ai lati due Vittorie alate, e altre due statue erano collocate su basi ai lati della scalinata d’accesso. Dentro la cella, al centro, sedeva in trono la statua di culto di Faustina. Nulla di tutto questo è sopravvissuto, e la fonte numismatica resta l’unico appiglio per immaginare l’aspetto completo dell’edificio: è un caso esemplare di quanto le monete antiche, spesso trattate come materiale da collezionismo, siano invece documenti architettonici di prima mano per gli archeologi.

L’iscrizione: due dediche a vent’anni di distanza

L’architrave del Tempio di Antonino e Faustina porta una delle iscrizioni più celebri e più leggibili di tutto il Foro Romano, e la sua particolarità è che fu scritta in due momenti diversi, a circa vent’anni di distanza l’uno dall’altro, lasciando sulla pietra la traccia visibile dell’aggiunta. È uno dei pochi casi in cui un visitatore senza alcuna preparazione epigrafica può vedere con i propri occhi, dal basso, il segno fisico di un cambiamento storico.

La prima riga scritta: DIVAE FAVSTINAE EX S C

Il testo originario, inciso quando il tempio fu eretto, era dedicato soltanto all’imperatrice e recitava DIVAE FAVSTINAE EX S C, cioè alla divina Faustina, per decreto del Senato. La formula ex senatus consulto, abbreviata nelle due lettere finali, indica che la costruzione e la dedica furono deliberate dal Senato romano, non decise privatamente dall’imperatore: è una precisazione istituzionale che a un romano del II secolo diceva molto, perché segnalava che la divinizzazione della defunta era un atto pubblico dello Stato e non un omaggio familiare. La parola divae, femminile di divus, indica appunto che Faustina era stata consacrata fra gli dei, cioè divinizzata dopo la morte secondo una procedura ormai codificata nella prassi imperiale.

La riga aggiunta sopra: DIVO ANTONINO ET

Alla morte di Antonino Pio, avvenuta nel 161, l’imperatore fu a sua volta divinizzato e il tempio venne dedicato anche a lui. Per farlo non si riscrisse l’iscrizione: si aggiunse una riga sopra quella esistente, con le parole DIVO ANTONINO ET, cioè al divino Antonino e, in modo che il testo complessivo si leggesse come una dedica congiunta, DIVO ANTONINO ET DIVAE FAVSTINAE EX S C. È una soluzione di economia lapidaria del tutto pratica, e proprio per questo rivelatrice: invece di rifare l’architrave si sfruttò lo spazio disponibile nella fascia superiore, che era rimasta libera.

Perché l’aggiunta si riconosce a occhio nudo

Chi guarda l’architrave dal basso, dalla Via Sacra, vede due righe di lettere che non stanno esattamente nello stesso rapporto con la cornice: la riga superiore, quella con il nome di Antonino, occupa una fascia che nell’impaginazione originaria non era destinata a ospitare testo, e questo produce uno scarto percepibile nella composizione complessiva. È il dettaglio da cercare quando si arriva davanti al tempio, meglio con un binocolo o con lo zoom del telefono: non serve conoscere il latino, basta osservare come le due righe convivono. Chi ha la pazienza di fermarcisi sopra un minuto sta guardando, letteralmente, il momento in cui un monumento dedicato a una donna divenne un monumento dedicato a una coppia imperiale.

141, 142 o 144: perché le date non coincidono sempre

Sulla data di fondazione del tempio le fonti divulgative non riportano tutte lo stesso anno, e vale la pena spiegare perché. La descrizione archeologica corrente colloca la morte dell’imperatrice e la conseguente delibera del Senato nel 141; alcuni studi collocano invece la morte di Faustina Maggiore alla fine di ottobre del 140, con la costruzione avviata subito dopo e la dedicazione completata attorno al 144; il Nobile Collegio Chimico Farmaceutico, che della chiesa è proprietario da quasi sei secoli, indica sul proprio sito il 142. Le differenze si spiegano con il fatto che il cantiere di un tempio durava anni e che una fonte può riferirsi alla morte dell’imperatrice, un’altra alla delibera senatoria, un’altra ancora alla dedicazione dell’edificio finito. Chi cerca una data singola e definitiva non la troverà: il decennio è saldamente quello, l’anno esatto dipende da quale evento si sta datando, e qui si riporta la forbice invece di sceglierne arbitrariamente uno.

Una curiosità sul Tempio di Antonino e Faustina

Sulle colonne del tempio, a un’altezza di alcuni metri dal suolo, sono visibili profondi solchi obliqui che tagliano la superficie liscia del cipollino. Sono il dettaglio che più incuriosisce chi si ferma a guardare il monumento da vicino, e sono anche il punto su cui esistono due letture diverse, che vale la pena riportare entrambe perché la più diffusa non è necessariamente quella che gli archeologi considerano corretta.

La lettura tradizionale: le funi del tentativo di abbattimento

La spiegazione che si sente raccontare più spesso, e che circola nelle guide e nei racconti orali da generazioni, è che quei solchi siano le tracce lasciate dalle funi con cui in epoca medievale si tentò di far crollare il colonnato per recuperarne i materiali, e che il tentativo fallì perché le colonne monolitiche resistettero. Alcune versioni della stessa storia aggiungono una motivazione religiosa, cioè la volontà di distruggere un tempio pagano, e presentano l’episodio come un fallimento clamoroso dei demolitori. È una lettura affascinante e ha il merito di essere memorabile, ma va etichettata per quello che è: una tradizione, riportata anche da fonti autorevoli come ipotesi, non un fatto documentato da un resoconto d’epoca. Va aggiunto, a suo favore, che tentativi di questo genere sui monumenti antichi di Roma sono storicamente attestati, e che l’idea non è quindi peregrina in sé.

La lettura archeologica: alloggiamenti di strutture addossate

La descrizione archeologica corrente propone una spiegazione diversa e assai meno spettacolare: i solchi sarebbero le tracce di superfetazioni, cioè di costruzioni aggiunte in epoca successiva, verosimilmente lignee, che occuparono quella parte del tempio dopo il suo abbandono. In altre parole, non funi che tiravano le colonne, ma travi e strutture di legno incassate nel marmo per addossare all’edificio antico coperture, tettoie o vani abitativi, esattamente come accadde a decine di monumenti romani riutilizzati come abitazioni, botteghe e magazzini fra il Medioevo e l’età moderna. Una variante di questa stessa lettura, riportata dalle descrizioni in lingua inglese, ipotizza che i solchi servissero ad ancorare una copertura di fortuna sopra il portico.

Come guardarli sul posto

I solchi si vedono meglio dal basso e di lato, quando la luce radente li riempie di ombra e li stacca dal fondo chiaro del marmo: a mezzogiorno, con il sole a picco, quasi scompaiono. Chi vuole capirci qualcosa da solo può porsi la domanda giusta, che non è quanto siano profondi ma come siano orientati: un solco lasciato da una fune in tensione e un incasso ricavato per alloggiare una trave hanno geometrie diverse, e osservare l’andamento è più istruttivo di qualunque didascalia. Resta il fatto che la questione non è chiusa e che le due letture continuano a convivere nella divulgazione, con la prima molto più popolare della seconda: sapere che esistono entrambe è già più di quanto sappia la maggior parte dei visitatori.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Tempio di Antonino e Faustina

La porta della chiesa che si vede dal Foro Romano, incastonata nella facciata barocca sopra le colonne antiche, non si può aprire e non porta da nessuna parte: sotto di essa non c’è più nulla su cui posare il piede, e fra la soglia e il terreno sottostante ci sono diversi metri di vuoto. È il dettaglio che più colpisce chi lo nota, e quasi nessuno lo nota se non gli viene indicato.

Sei metri di vuoto sotto la soglia

La spiegazione è tutta negli scavi. Quando la chiesa fu costruita e poi rifatta, il livello del terreno nel Foro Romano era molto più alto di quello odierno, perché secoli di detriti, crolli e riporti avevano progressivamente sepolto la piazza antica sotto una coltre profonda: era l’epoca in cui l’area si chiamava Campo Vaccino e si usava come pascolo. Una scala fu costruita per consentire l’accesso al portico dal lato del Foro, e per secoli funzionò. Gli scavi archeologici, che hanno riportato alla luce il livello originario di età imperiale, hanno abbassato il piano di calpestio di parecchi metri e hanno reso quell’accesso semplicemente impraticabile. Le descrizioni disponibili indicano una distanza di circa sei metri fra la porta bronzea e il piede della gradinata antica, e il risultato è una porta che si affaccia sul vuoto come il boccaporto di una nave.

Il graffito di Ercole col leone

C’è un secondo dettaglio che sfugge praticamente a tutti. Su una delle colonne, quella centrale di sinistra, sono presenti graffiti che raffigurano statue, forse quelle un tempo presenti nel tempio o nelle sue immediate vicinanze, e fra questi si riconosce Ercole con il leone Nemeo, cioè l’eroe alle prese con la prima delle sue dodici fatiche. Sono segni minuti, difficili da individuare senza sapere dove guardare e ancor più difficili da fotografare, ma la loro esistenza dice qualcosa di importante: un monumento pubblico romano era anche una superficie su cui la gente incideva, disegnava e lasciava tracce, esattamente come accade oggi, con la differenza che quelle tracce sono diventate documenti archeologici.

Il consiglio che ti do per visitare il Tempio di Antonino e Faustina

Il consiglio più utile è controintuitivo: guardare il tempio due volte, da due punti diversi, prima da sopra e poi da sotto. Sono due monumenti diversi a seconda di dove ci si mette, e chi lo vede solo da un lato si perde metà di quello che il tempio ha da dire.

Prima da sopra, gratis, poi da sotto, col biglietto

Dal marciapiede di via dei Fori Imperiali, che corre più in alto rispetto al piano dello scavo, il tempio si vede quasi frontalmente e il rapporto fra colonnato antico e facciata barocca è perfettamente leggibile: si capisce subito che cosa sia romano e che cosa sia seicentesco, e si coglie l’anomalia della porta sospesa. Dalla Via Sacra, dentro il recinto archeologico, si perde questa lettura d’insieme ma si guadagna la scala: le colonne alte diciassette metri viste dal basso, dal piede del podio, producono un effetto che dall’alto è completamente attenuato. Il giro ideale è quindi fermarsi qualche minuto sulla strada prima di entrare, e poi tornare sotto il tempio una volta dentro.

Come inserirlo nel percorso del Foro

Chi entra da Largo della Salara Vecchia incontra il tempio quasi subito, sulla sinistra, appena superata la Basilica Emilia. È una buona cosa, perché il tempio funziona benissimo come primo monumento del giro: è integro, è alto, ha un’iscrizione leggibile e racconta in un solo sguardo il tema che poi accompagnerà tutta la visita, cioè la sovrapposizione degli strati. Da lì si prosegue lungo la Via Sacra verso il Tempio del Divo Romolo, la Basilica di Massenzio e l’Arco di Tito, oppure si scende verso la Regia e la Casa delle Vestali. Chi ha poco tempo e deve scegliere, questo è uno dei tre o quattro monumenti del Foro che non conviene saltare.

Da tempio pagano a chiesa di San Lorenzo in Miranda

La trasformazione del tempio in chiesa è la ragione per cui l’edificio esiste ancora, e la sua cronologia merita di essere raccontata per esteso, perché è più incerta di quanto le targhe lascino intendere. La chiesa di San Lorenzo in Miranda è dedicata al diacono romano Lorenzo, martire del III secolo, ed è attestata dalle fonti scritte soltanto a partire dall’XI secolo, anche se l’occupazione del tempio potrebbe risalire molto più indietro.

Il VII secolo, l’VIII o l’XI: una datazione aperta

Le descrizioni disponibili indicano che il tempio potrebbe essere stato riutilizzato come chiesa già a partire dal VII secolo, e alcune collocano l’insediamento fra il VII e l’VIII; altre insistono sul fatto che l’attestazione documentaria è soltanto dell’XI secolo. La differenza non è da poco, perché sono quattro secoli, ma riflette una situazione normale nella storia delle chiese romane: l’uso cultuale di un edificio precede spesso di molto la prima menzione scritta che ne abbiamo. Chi legge una data secca deve sapere che sta leggendo una scelta fra ipotesi.

Perché proprio San Lorenzo

La dedicazione a Lorenzo si spiega con una tradizione che voleva che proprio in questo punto il diacono fosse stato condannato a morte. Lorenzo, secondo il racconto tradizionale, fu il diacono incaricato dell’amministrazione dei beni della Chiesa di Roma che, richiesto di consegnare i tesori dell’ecclesia, presentò i poveri della città dicendo che quelli erano i tesori, e fu per questo giustiziato nel 258 durante la persecuzione di Valeriano. Roma gli ha dedicato numerose chiese, fra cui la basilica patriarcale di San Lorenzo fuori le mura e San Lorenzo in Lucina: la piccola chiesa incastonata nel tempio del Foro appartiene a questa famiglia di dedicazioni, e la sua collocazione dipende da una localizzazione tradizionale del processo, non da un dato archeologico.

Il nome in Miranda

Il curioso appellativo in Miranda, che ha finito per dare il nome anche alla stradina laterale da cui si entra, deriva secondo la spiegazione corrente dalla bella vista che si godeva da qui sul Foro, dal verbo latino mirari nel senso di ammirare, guardare con meraviglia. È una spiegazione che ha senso se si pensa alla quota a cui si trovava la chiesa prima degli scavi: sopraelevata rispetto al Campo Vaccino, con il colonnato antico a incorniciare la veduta, la posizione doveva essere davvero fra le più notevoli della Roma medievale e moderna. Come per molte etimologie di toponimi romani, va presa come spiegazione tradizionale accreditata e non come certezza documentata.

Il 1536 e la visita di Carlo V

Nel 1536 Roma si preparò all’ingresso solenne dell’imperatore Carlo V, e per l’occasione la città mise mano ai monumenti antichi lungo il percorso del corteo, sgomberando e ripulendo l’area dei Fori. In quel contesto si decise di ripristinare per quanto possibile le forme originarie del tempio: tre delle cappelle della chiesa che occupavano il pronao erano già state demolite, e furono rimosse anche altre aggiunte. Dieci anni più tardi, nel 1546, fu demolito anche un arco in blocchi che in epoca medievale collegava l’edificio alle strutture vicine. È un episodio significativo perché mostra come già nel pieno Cinquecento esistesse un’idea, sia pure scenografica e legata a un evento politico, di restituire ai monumenti antichi il loro aspetto romano.

Il 1602 e il cantiere di Orazio Torriani

La sistemazione cinquecentesca non durò. A causa del progressivo interramento dell’area, che alzava di continuo il livello del suolo intorno all’edificio, nel 1602 la chiesa fu ricostruita in forme barocche su progetto di Orazio Torriani, innalzandola di sei metri e occupando la cella e le prime colonne del pronao. Torriani le diede una navata unica con cappelle laterali, e il risultato è la facciata che oggi si vede spuntare sopra l’architrave antico. Un dettaglio che gli studiosi sottolineano volentieri è che l’intervento, pur consistente, fu relativamente rispettoso dell’impianto romano: l’abside non venne mai costruita, e la struttura della cella antica si è quindi conservata nella sua forma originaria.

Il Collegio degli Speziali e il Nobile Collegio Chimico Farmaceutico

La chiesa di San Lorenzo in Miranda appartiene da quasi sei secoli alla corporazione dei farmacisti romani, ed è questo il fatto che rende il Tempio di Antonino e Faustina un edificio unico anche dal punto di vista istituzionale: un tempio imperiale romano che è, oggi, la sede storica di un collegio professionale.

La concessione di Martino V

Nel 1429, secondo il Collegio stesso l’8 marzo di quell’anno, papa Martino V concesse la chiesa alla Universitas Aromatariorum, cioè alla corporazione degli speziali, i venditori di spezie, semplici e medicamenti che erano gli antenati diretti dei farmacisti moderni. Alcune fonti indicano l’anno successivo, il 1430, verosimilmente per il modo in cui si computava l’anno nei documenti dell’epoca: la forbice 1429 e 1430 compare regolarmente nelle descrizioni. In seguito a questa concessione furono costruite le cappelle laterali che poi, un secolo dopo, sarebbero state demolite in occasione della visita di Carlo V.

Il museo, l’archivio e la ricetta firmata da Raffaello

Il Collegio utilizza ancora oggi i locali adiacenti alla chiesa per ospitare un museo e un archivio storico. Nel museo si conservano collezioni di albarelli, cioè i vasi da farmacia in maiolica, mortai di bronzo, strumenti di laboratorio, vetreria antica, medaglie, stampe e quadri; l’archivio conserva documentazione corporativa di secoli, e il pezzo che viene citato più spesso è una ricetta firmata da Raffaello Sanzio. Il fatto che il documento di una prescrizione compilata per il più celebre pittore del Rinascimento romano si conservi dentro un tempio del II secolo dà bene la misura di quanti strati di storia questo edificio contenga contemporaneamente.

I dipinti: Pietro da Cortona e Domenichino

Dentro la chiesa si conservano dipinti di autori di primo piano del Seicento romano. Sull’altare maggiore si trova il Martirio di San Lorenzo di Pietro da Cortona, datato al 1646, uno dei protagonisti assoluti del barocco romano, l’artista della volta di palazzo Barberini e della chiesa dei Santi Luca e Martina. In una delle cappelle si conserva una Madonna col Bambino e santi del Domenichino, datata al 1626, e il repertorio comprende altre tele di soggetto mariano e cristologico. Sono opere che non si possono vedere dal Foro e che richiedono l’accesso dal lato di via in Miranda, cioè il contatto preventivo con il Collegio.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Davanti al Tempio di Antonino e Faustina, in una delle poche zone del Foro rimaste libere da edifici, si trova una necropoli protostorica di quarantuno sepolture, scoperta nel 1902 da Giacomo Boni, ed è probabilmente il ritrovamento archeologico più importante mai effettuato nel Foro Romano dal punto di vista della storia delle origini della città. Chi passa lì davanti attraversa un cimitero dell’età del ferro senza accorgersene.

Quarantuno tombe e mille anni di distanza dal tempio

Il sepolcreto si trova sull’angolo sud est del tempio ed è composto da quarantuno sepolture riferibili ad almeno tre epoche diverse. Le più antiche, venticinque, sono tombe a pozzo con urne cinerarie e tombe a fossa a inumazione, e si datano fra il 1020 e il 980 avanti Cristo, cioè al periodo laziale IIA1; altre dodici, utilizzate per la sepoltura di bambini, si datano fra la fine dell’VIII e il VII secolo avanti Cristo; le ultime quattro, anch’esse con resti di bambini, si collocano fra il VI e il V secolo avanti Cristo. Significa che nel punto dove sorse un tempio imperiale del II secolo dopo Cristo si seppellivano i morti più di mille anni prima, quando Roma come città non esisteva ancora e sui colli circostanti c’erano villaggi di capanne.

Le aiuole che disegnano le tombe

Il dettaglio da cercare sul posto è molto semplice e sfugge a quasi tutti: l’area della necropoli è coperta da aiuole d’erba che riproducono grosso modo le sagome delle tombe sottostanti. Chi lo sa può fermarsi e leggere, nell’andamento del prato, la pianta di un cimitero dell’età del ferro; chi non lo sa vede soltanto un pezzo di verde in mezzo alle rovine. È forse il più economico dei trucchi museografici e uno dei più efficaci, e non ha bisogno di alcun pannello per funzionare, a patto che qualcuno lo spieghi.

La foto giusta da fare al Tempio di Antonino e Faustina

La foto giusta è quella che tiene dentro i due strati contemporaneamente, cioè il colonnato romano e la facciata barocca sopra di esso, e si fa da via dei Fori Imperiali, non da dentro il sito archeologico. È l’unica inquadratura che spiega il monumento senza bisogno di didascalia.

L’inquadratura della stratificazione

Dal marciapiede che corre sopra il Foro, all’altezza della Basilica Emilia, si riesce a comporre uno scatto che comprende, dal basso verso l’alto, il podio antico, le sei colonne di cipollino, l’architrave con l’iscrizione e il fronte seicentesco con la porta sospesa nel vuoto. Conviene tenere il formato verticale, perché il soggetto è molto più alto che largo, e conviene evitare il grandangolo spinto, che fa convergere le verticali e sbilancia il rapporto fra le parti. Se si ha la possibilità di scegliere l’ora, la prima mattina offre luce frontale morbida e la maggiore probabilità di trovare il marciapiede libero.

I solchi obliqui sulle colonne

Il terzo scatto è quello che quasi nessuno fa: un dettaglio sui solchi che tagliano il fusto delle colonne, inquadrati di taglio in modo che l’ombra li scavi. È una foto che va cercata, perché a seconda dell’ora i solchi si vedono benissimo o quasi per nulla, e conviene provarla sia dal basso, dalla Via Sacra, sia dal lato, dove il rapporto fra il solco e la curvatura della colonna diventa più leggibile.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia di questo luogo si misura in millenni e non in secoli, e i suoi episodi chiave stanno tutti dentro una manciata di date verificabili: una necropoli dell’età del ferro, una dedica senatoria del II secolo, una seconda dedica vent’anni dopo, l’insediamento di una chiesa, una concessione papale del Quattrocento, due cantieri fra Cinquecento e Seicento e tre campagne di scavo fra Ottocento e Novecento.

Il 141: il Senato delibera il tempio per Faustina

Alla morte di Faustina Maggiore il Senato ne deliberò la divinizzazione e l’erezione di un tempio nel Foro Romano, con l’iscrizione DIVAE FAVSTINAE EX S C a documentarne l’origine pubblica. Faustina divenne così, secondo la lettura corrente, la prima imperatrice romana ad avere una presenza permanente nel Foro Romano, in un luogo cioè che fino ad allora era stato quasi esclusivamente dominio della politica e della religione pubblica maschile. Antonino Pio istituì inoltre in sua memoria le Puellae Faustinianae, un’istituzione assistenziale destinata alle bambine orfane, sul modello degli alimenta imperiali.

Il 176 e il III secolo: le statue onorarie nel pronao

Le fonti antiche ricordano che nel pronao del tempio furono erette statue onorarie a personaggi della classe dirigente imperiale: a Tito Pomponio Proculo Vitrasio Pollione nel 176, a Marco Basseo Rufo poco dopo, e a Gallieno Salonino poco dopo la metà del III secolo. Alcune di queste basi sono oggi disposte sul podio del tempio, ed è un dettaglio che spiega come funzionasse lo spazio pubblico romano: il portico di un tempio non era soltanto un ingresso, era una galleria di memoria civica dove la città esponeva i propri uomini illustri.

Dal 1801 in poi: gli scavi e l’abbassamento del piano

Le campagne di scavo nell’area si succedono dall’inizio dell’Ottocento in avanti, con date che le diverse descrizioni collocano al 1801 o al 1810 per la prima fase, e a partire dal 1876 per le campagne sistematiche che hanno riportato alla luce il livello imperiale. È il processo che ha reso impraticabile l’accesso alla chiesa dal lato del Foro e che ha prodotto il dislivello di circa sei metri fra la porta bronzea e il piede della gradinata antica.

Il 1902: Giacomo Boni scopre la necropoli

Giacomo Boni, che dirigeva gli scavi del Foro Romano dal 1898, individuò nel 1902 il sepolcreto protostorico davanti al tempio, uno dei ritrovamenti decisivi per la ricostruzione delle fasi più antiche dell’insediamento romano. Boni introdusse nel Foro il metodo dello scavo stratigrafico e l’uso sistematico della documentazione grafica e fotografica, e la sua campagna sulla necropoli è uno degli esempi più citati di questo approccio applicato a un contesto urbano complesso.

Chi è passato dal Tempio di Antonino e Faustina

Elencare chi sia passato di qui significa attraversare quasi tremila anni di persone diverse, dalle comunità dell’età del ferro che seppellivano i propri morti in questo punto fino ai farmacisti romani che ancora oggi vi tengono le proprie riunioni istituzionali. È forse il modo migliore per capire quanto un singolo edificio possa contenere.

Faustina Maggiore

Annia Galeria Faustina, moglie di Antonino Pio, è la persona per cui il tempio esiste. Il suo matrimonio con Antonino fu presentato dalla propaganda imperiale come modello di armonia coniugale, al punto che ai nuovi sposi si indicava un altare presso cui pregare; una lettera attribuita all’imperatore afferma che avrebbe preferito vivere in esilio sull’isola di Giaro con lei piuttosto che sul Palatino senza. Dopo la sua morte il Senato la divinizzò, le dedicò questo tempio, e l’imperatore istituì in suo nome l’opera assistenziale per le orfane. Nel culto la figura di Faustina fu associata a Cerere, e la statua di culto la raffigurava seduta in trono al centro della cella.

Antonino Pio

Nato a Lanuvio il 19 settembre dell’86 e morto a Lorium il 7 marzo del 161, Antonino Pio regnò dal 138 al 161 e la sua è considerata l’epoca di massima stabilità dell’impero romano. Amministrò con parsimonia, evitò grandi sperperi e non avviò nuove imponenti riforme urbanistiche a Roma, e proprio per questo il tempio della moglie resta una delle sue opere pubbliche più visibili nella capitale. Fu deferente verso il Senato per tutto il regno, e l’iscrizione ex senatus consulto che si legge sull’architrave è coerente con questo stile di governo.

Marco Aurelio

Fu Marco Aurelio, succeduto ad Antonino Pio nel 161, a far aggiungere la dedica al padre adottivo sull’architrave del tempio. Marco era anche nipote di Faustina Maggiore, in quanto figlio del fratello di lei, e la sua vicenda familiare lega in modo diretto le due persone a cui il tempio è dedicato. Chi vuole seguire la sua traccia a Roma trova poco lontano la Colonna di Marco Aurelio in piazza Colonna, il monumento che ne celebra le campagne danubiane, e la statua equestre originale conservata ai Musei Capitolini.

Cosa vedere intorno al Tempio di Antonino e Faustina

Il tempio non si visita da solo: si trova nel mezzo di uno dei chilometri quadrati più densi di storia del pianeta, e i monumenti che lo circondano si raggiungono tutti in pochi minuti a piedi. La scheda dedicata al Foro Romano li racconta uno per uno e spiega come organizzare il percorso completo; qui basta segnalare i vicini immediati, quelli che stanno letteralmente a fianco.

Il Tempio del Divo Romolo e i Santi Cosma e Damiano

Poco più avanti lungo la Via Sacra si incontra il Tempio del Divo Romolo, un edificio circolare in laterizio che conserva ancora oggi la sua porta di bronzo originale, funzionante, perché divenne il vestibolo della basilica dei Santi Cosma e Damiano, che si affaccia dall’altra parte su via dei Fori Imperiali e custodisce un mosaico absidale del VI secolo fra i più importanti di Roma. È lo stesso meccanismo del Tempio di Antonino e Faustina, applicato a un edificio diverso, e visitare i due in sequenza è il modo più chiaro per capirlo.

La Basilica di Massenzio e l’Arco di Tito

Proseguendo lungo la Via Sacra verso il Colosseo si incontrano le tre volte colossali della Basilica di Massenzio, l’edificio che con le sue campate di trenta metri di luce ha influenzato l’architettura rinascimentale e che oggi ospita spettacoli e installazioni, e più avanti l’Arco di Tito, con i celebri rilievi del trionfo su Gerusalemme. Da lì si esce verso il Colosseo e l’Arco di Costantino.

I Fori Imperiali dall’altra parte della strada

Sul lato opposto di via dei Fori Imperiali si aprono i Fori Imperiali veri e propri, cioè le piazze monumentali costruite dagli imperatori accanto al Foro repubblicano: il Foro di Traiano con la Colonna Traiana, i Mercati di Traiano che ospitano il Museo dei Fori Imperiali, e poco distante le Domus Romane di Palazzo Valentini. Chi vuole allargare ancora il giro trova a sud il Circo Massimo e, oltre di esso, il Foro Boario con l’Arco di Giano e la basilica di Santa Maria in Cosmedin con la Bocca della Verità.

Domande frequenti sul Tempio di Antonino e Faustina

Che cos’è il Tempio di Antonino e Faustina?

Il Tempio di Antonino e Faustina è un tempio romano del II secolo dopo Cristo situato nel Foro Romano, sul lato nord della piazza antica, dedicato dal Senato all’imperatrice Faustina Maggiore dopo la sua morte e successivamente anche all’imperatore Antonino Pio. È il tempio meglio conservato del Foro perché nella sua cella si insediò la chiesa di San Lorenzo in Miranda, e conserva sei colonne alte diciassette metri con l’iscrizione dedicatoria originale.

Quanto costa il biglietto per vedere il Tempio di Antonino e Faustina?

Il Tempio di Antonino e Faustina si trova dentro l’area del Foro Romano e si raggiunge con il biglietto del Parco archeologico del Colosseo, che comprende anche Colosseo e Palatino, indicato al prezzo intero di 18 euro con validità di ventiquattro ore e un solo ingresso per area. Sono previste la riduzione a 2 euro per i cittadini dell’Unione europea fra 18 e 25 anni e la gratuità per i minori di 18 anni cittadini dell’Unione. Le tariffe cambiano nel tempo e vanno verificate sul sito ufficiale del Parco.

Si può vedere il Tempio di Antonino e Faustina gratis?

Sì, il Tempio di Antonino e Faustina si vede gratuitamente dal marciapiede di via dei Fori Imperiali, che corre sopra il Foro Romano proprio all’altezza del monumento. Da lì si osservano bene le colonne, l’iscrizione sull’architrave e la facciata barocca della chiesa con la porta sospesa nel vuoto. Per avvicinarsi al podio e vederlo dal basso, lungo la Via Sacra, serve invece il biglietto dell’area archeologica.

Perché la porta della chiesa nel Tempio di Antonino e Faustina è sospesa in aria?

La porta della chiesa di San Lorenzo in Miranda, dentro il Tempio di Antonino e Faustina, resta sospesa nel vuoto perché gli scavi archeologici hanno abbassato di parecchi metri il piano di calpestio del Foro, riportandolo al livello di età imperiale. La scala costruita in epoca medievale e moderna per accedere al portico dal lato del Foro è così diventata impraticabile, e fra la porta bronzea e il piede della gradinata antica si misurano oggi circa sei metri di dislivello.

Che cosa sono i solchi obliqui sulle colonne del Tempio di Antonino e Faustina?

I solchi obliqui che tagliano le colonne del Tempio di Antonino e Faustina hanno due letture diverse. La tradizione più diffusa li attribuisce alle funi con cui in epoca medievale si sarebbe tentato di far crollare il colonnato per recuperarne i materiali, senza riuscirci. La descrizione archeologica corrente li considera invece tracce di strutture aggiunte, verosimilmente lignee, addossate al tempio dopo il suo abbandono, e una variante ipotizza che servissero ad ancorare una copertura di fortuna.

Si può entrare nella chiesa di San Lorenzo in Miranda?

La chiesa di San Lorenzo in Miranda, che occupa la cella del Tempio di Antonino e Faustina, appartiene al Nobile Collegio Chimico Farmaceutico e si entra da via in Miranda 10, non dal Foro Romano. Il Collegio organizza visite guidate su prenotazione alla chiesa, alla sede e alle collezioni, indicando sul proprio sito i contatti a cui rivolgersi. Un calendario di apertura fisso e pubblicato non risulta disponibile: conviene contattare direttamente il Collegio.

Quanto sono alte le colonne del Tempio di Antonino e Faustina?

Le colonne del Tempio di Antonino e Faustina sono alte diciassette metri, monolitiche e lisce, in marmo cipollino proveniente dalle cave dell’Eubea, con capitelli corinzi. Sono il colonnato più alto rimasto in piedi in tutto il Foro Romano e corrispondono grosso modo all’altezza di un palazzo di cinque o sei piani. Sulla fronte se ne contano sei, in un pronao esastilo, con altre due su ciascun fianco.

Che cosa dice l’iscrizione del Tempio di Antonino e Faustina?

L’iscrizione sull’architrave del Tempio di Antonino e Faustina si legge DIVO ANTONINO ET DIVAE FAVSTINAE EX S C, cioè al divino Antonino e alla divina Faustina, per decreto del Senato. Le due righe non furono però scritte insieme: la dedica a Faustina è quella originaria, mentre la riga superiore con il nome di Antonino fu aggiunta dopo la morte dell’imperatore nel 161, e lo scarto fra le due si riconosce ancora osservando l’architrave dal basso.

Il Tempio di Antonino e Faustina è adatto ai bambini?

Il Tempio di Antonino e Faustina funziona bene con i bambini perché offre elementi concreti e facili da indicare: una porta che si apre nel vuoto, i solchi sulle colonne con due spiegazioni diverse fra cui scegliere, una riga di scrittura aggiunta sopra un’altra. L’area del Foro è però priva di ombra, con fondo sconnesso e lunghi tratti a piedi, quindi conviene evitare le ore centrali nei mesi caldi e portare acqua.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

Il Tempio di Antonino e Faustina non è una meta a sé, è il monumento che conviene usare come chiave di lettura all’inizio di una visita al Foro Romano: cinque minuti spesi qui, a capire come un tempio del II secolo sia diventato una chiesa del Seicento senza smettere di essere un tempio, rendono molto più comprensibile tutto quello che si vedrà nell’ora successiva. Chi ha poco tempo a Roma e deve scegliere farà bene a inserirlo in un percorso continuo che colleghi il Colosseo, il Foro e il Campidoglio, piuttosto che cercarlo come tappa separata.

Chi organizza un itinerario più ampio nel centro di Roma, incrociando questa tappa con le altre soste dell’area archeologica centrale, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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