Colonna Traiana
La Colonna Traiana si alza per quasi quaranta metri all’estremità settentrionale del Foro di Traiano, a pochi passi da piazza Venezia, incastrata fra il fianco dei Mercati di Traiano e le due chiese gemelle di Santa Maria di Loreto e del Santissimo Nome di Maria. È l’unico elemento del Foro di Traiano arrivato fino a noi praticamente integro, ed è al tempo stesso il documento figurato più straordinario che l’antichità ci abbia lasciato su una guerra antica: duecento metri di fregio scolpito a spirale, avvolti intorno al fusto, che raccontano per immagini le due campagne condotte da Traiano contro i Daci fra il 101 e il 106 dopo Cristo. Non esiste al mondo nulla di paragonabile, né per estensione né per dettaglio: nessun altro monumento antico ci mostra così, scena dopo scena, come un esercito romano marciava, costruiva accampamenti, attraversava fiumi, assediava fortezze e trattava con il nemico. La colonna fu inaugurata il 12 maggio del 113 dopo Cristo, secondo quanto ricordano i Fasti ostienses, e alla morte dell’imperatore la sua base divenne il sepolcro di Traiano stesso, in deroga a una delle regole più rigide della città antica. Le righe che seguono raccontano com’è fatta la colonna, che cosa c’è scolpito sopra, perché al suo interno esiste una scala che quasi nessuno ha percorso, come si visita oggi e perché va tenuta ben distinta dall’altra grande colonna istoriata di Roma, quella di Marco Aurelio in Piazza Colonna.
Dove si trova la Colonna Traiana e come raggiungerla
La Colonna Traiana si trova in largo Foro Traiano, nel rione Monti, a meno di duecento metri da piazza Venezia e a ridosso di via dei Fori Imperiali: si vede dalla strada, dall’alto della balaustra che corre intorno all’area archeologica, senza biglietto e senza orari. Questa è la prima cosa da sapere, perché molte guide la presentano come se fosse una tappa a pagamento dentro un percorso museale, mentre in realtà chiunque passi da piazza Venezia può fermarsi ad ammirarla a costo zero, di giorno come di notte.

A piedi dal centro di Roma
Da piazza Venezia bastano due minuti a piedi: si costeggia il fianco del Vittoriano risalendo verso via dei Fori Imperiali e dopo poche decine di metri la colonna appare sulla sinistra, in fondo alla depressione dell’area archeologica, con la statua bronzea che la corona stagliata contro il cielo. Dal Pantheon il percorso richiede una decina di minuti passando per via del Corso e piazza Venezia, dal Colosseo una quindicina camminando lungo tutta via dei Fori Imperiali, dal Campidoglio poco più di cinque. È una di quelle mete romane che non si raggiungono apposta: ci si arriva perché il centro storico, da qualunque parte lo si attraversi, prima o poi porta lì.
Con i mezzi pubblici
La fermata di metropolitana più vicina alla Colonna Traiana è Colosseo, sulla linea B, da cui servono circa dodici minuti a piedi risalendo via dei Fori Imperiali; in alternativa la fermata Cavour, sempre sulla linea B, lascia a una distanza simile passando per la salita dei Monti. Piazza Venezia è uno dei nodi di superficie più serviti della città, attraversato da numerose linee di autobus urbane, e il capolinea di piazza dei Cinquecento alla stazione Termini si raggiunge in pochi minuti con diverse corse dirette. Chi arriva in treno a Termini può anche valutare la passeggiata, poco più di venti minuti, che attraversa via Nazionale e scende verso i Fori Imperiali.
Punti di riferimento per non sbagliare
Il riferimento visivo più sicuro sono le due chiese con la cupola che affiancano la colonna sul lato di piazza Venezia: Santa Maria di Loreto e il Santissimo Nome di Maria al Foro Traiano, quasi identiche di primo acchito e costruite a distanza di quasi due secoli l’una dall’altra. La colonna si trova esattamente fra loro e il fronte dei Mercati di Traiano, in una piazzetta ribassata rispetto al piano stradale moderno di circa cinque metri, che corrisponde grosso modo al livello di calpestio antico. Chi cerca il monumento guardando solo verso via dei Fori Imperiali rischia di passarle accanto senza vederla, perché la vista migliore si ha affacciandosi dalla balaustra di via Alessandrina o dal lato di via Magnanapoli.
Che cos’è la Colonna Traiana: una colonna coclide, cioè una spirale scolpita
La Colonna Traiana è una colonna coclide, cioè un fusto cilindrico percorso all’interno da una scala a chiocciola e all’esterno da un fregio continuo che si avvolge a spirale: fu il primo monumento di questo tipo mai realizzato, e tutti quelli costruiti dopo, a Roma come a Costantinopoli, discendono da questa invenzione. Il termine coclide viene dal greco kochlias, la conchiglia a spirale, e indica proprio il doppio movimento elicoidale, quello della scala scavata nel marmo e quello del racconto scolpito che le gira attorno in senso contrario alla lettura.
Le misure: circa trenta metri di fusto, quaranta con base e statua
Il fusto della Colonna Traiana misura poco meno di trenta metri, una cifra che le fonti indicano fra 29,50 e 29,78 metri a seconda dei rilievi, e che corrisponde a cento piedi romani: per questo gli antichi la classificavano come colonna centenaria. Sommando il basamento, il capitello e la statua che la corona, l’altezza complessiva del monumento arriva a circa trentanove metri e ottanta, poco meno di quaranta, cioè l’altezza di un palazzo moderno di tredici piani. Il diametro del fusto si aggira intorno ai 3,80 metri alla base e si riduce leggermente verso l’alto, secondo la rastremazione consueta nell’architettura classica.
Il marmo lunense e i rocchi sovrapposti
La colonna è costruita con blocchi cilindrici sovrapposti, i rocchi, ricavati dal marmo lunense, cioè il marmo bianco estratto dalle cave delle Alpi Apuane e imbarcato nel porto di Luni, in Lunigiana, lo stesso materiale che oggi chiamiamo comunemente marmo di Carrara. Sul numero esatto dei rocchi le fonti non concordano: alcune indicano diciassette blocchi monolitici per il solo fusto, altre diciotto, altre ancora contano ventinove elementi comprendendo basamento, base, capitello e i blocchi sommitali. La discrepanza non nasce da sciatteria, ma dal fatto che si contano insiemi diversi: il fusto vero e proprio da un lato, l’intero monumento dall’altro. Ogni blocco del fusto pesa nell’ordine delle quaranta tonnellate, e il peso complessivo della struttura supera abbondantemente le mille tonnellate.
Un problema di ingegneria prima che di scultura
Sollevare e collocare blocchi da quaranta tonnellate a trenta metri di altezza, allineandoli con una precisione tale che la scala interna scavata in ciascuno di essi risultasse continua da un rocchio all’altro, è un problema tecnico che ancora oggi impressiona. Ogni blocco arrivava in cantiere già sbozzato e già forato al centro, con il tratto di gradini di sua competenza, e doveva essere ruotato al momento della posa fino a far coincidere l’ultimo gradino di un rocchio con il primo del successivo. La progettazione è tradizionalmente attribuita ad Apollodoro di Damasco, l’architetto siriano che per Traiano realizzò l’intero foro, il ponte sul Danubio e numerose altre opere, e che secondo la tradizione fu poi messo a morte sotto Adriano.
Il piedistallo e la corona di alloro
Il basamento è un parallelepipedo decorato su tutti i lati da rilievi con cataste di armi daciche accumulate come trofei: scudi ovali, elmi, corazze, insegne, spade ricurve, tutte riconoscibili e tutte scolpite con una precisione che ha reso la base una fonte di prima mano per gli studi sull’armamento dei popoli danubiani. Ai quattro angoli superiori del piedistallo si trovano altrettante aquile che reggono festoni di alloro. Sopra il basamento, alla giunzione con il fusto, corre una corona di alloro scolpita che segna il punto da cui parte la spirale del fregio, come una sorta di soglia fra la dedica ufficiale e il racconto.
La scala interna: centottantacinque gradini scavati nel marmo
Dentro la Colonna Traiana esiste una scala a chiocciola di centottantacinque gradini, scavata direttamente nel corpo dei rocchi di marmo e illuminata da una serie di feritoie ritagliate nello spessore del marmo e aperte direttamente sul fregio esterno, che rendevano praticabile la salita senza torce: è una delle poche parti del monumento che il pubblico non vede e non può vedere, perché l’accesso è riservato al personale tecnico. Il numero dei gradini è uno dei pochi dati su cui le fonti concordano in modo compatto, mentre sul numero delle finestrelle di illuminazione le indicazioni oscillano fra una quarantina e quarantatré.
Una scala ricavata nella massa, non costruita
La differenza rispetto a qualunque scala moderna è sostanziale: qui i gradini non sono stati appoggiati né incastrati, ma ricavati per sottrazione dalla massa di ciascun blocco prima che venisse issato in opera. Ogni rocchio contiene quindi una porzione di scala, e la continuità dell’insieme dipendeva interamente dalla precisione del taglio in cava e dalla rotazione corretta al momento del montaggio. Il Parco archeologico del Colosseo ha paragonato l’effetto a quello di una vite di Archimede, una spirale che sale dentro un cilindro pieno, e la similitudine rende bene l’idea di che cosa significasse pensare un monumento del genere all’inizio del secondo secolo.
Il fregio: duecento metri di racconto avvolti a spirale
Il fregio della Colonna Traiana si sviluppa per circa duecento metri di lunghezza avvolgendosi intorno al fusto e racconta, in sequenza continua e senza cornici di separazione, le due guerre daciche del 101 e 102 e del 105 e 106 dopo Cristo. È il documento figurato più esteso che l’antichità ci abbia lasciato su una campagna militare, e il fatto che sia sopravvissuto quasi per intero lo rende una fonte insostituibile per l’archeologia militare romana.
Quante spire, quante scene, quante figure
Sul conteggio esatto delle spire le fonti divergono, e la divergenza è reale, non apparente: alcune contano ventitré giri completi, altre ventiquattro, a seconda di come si considerano il primo e l’ultimo tratto, che sono parziali. Anche il numero delle scene cambia a seconda di chi le divide: si trovano indicazioni che vanno da un centinaio a centocinquantacinque, perché il fregio è un racconto continuo e stabilire dove finisca un episodio e cominci il successivo è una scelta interpretativa dello studioso. Sul numero delle figure c’è invece più accordo: intorno alle duemilacinquecento, con stime che arrivano a duemilacinquecentosettanta. La figura di Traiano compare da sola una sessantina di volte, secondo i conteggi più diffusi cinquantanove.
Il fregio si allarga salendo
Uno degli accorgimenti più raffinati del monumento riguarda l’altezza della fascia scolpita, che non è costante: alla base misura circa ottantanove centimetri e in cima arriva a circa un metro e venticinque. L’aumento progressivo serve a compensare la deformazione prospettica, cioè il rimpicciolimento apparente delle figure più lontane dall’osservatore, ed è la prova che gli scultori lavorarono pensando a un punto di vista da terra. Nello stesso senso vanno la scala delle figure, sproporzionata rispetto al paesaggio, e il rilievo più profondo nelle spire alte.
Non una successione di battaglie
Chi si aspetta un racconto di combattimenti resta sorpreso: le scene di battaglia vera e propria sono una minoranza. Il fregio mostra soprattutto l’esercito che lavora, cioè soldati che abbattono alberi, costruiscono strade, innalzano fortificazioni, gettano ponti, scaricano navi, e mostra l’imperatore che sacrifica agli dei, che ascolta ambasciatori, che parla ai soldati nelle scene di adlocutio. È un’immagine deliberata: la guerra come impresa civilizzatrice e organizzata, non come massacro. Ranuccio Bianchi Bandinelli individuò dietro questa coerenza narrativa la mano di un progettista unico, che chiamò il Maestro delle imprese di Traiano, e ipotizzò che potesse coincidere con lo stesso Apollodoro di Damasco.
Le scene più celebri
Fra gli episodi più noti ci sono l’attraversamento del Danubio su un ponte di barche all’inizio della prima campagna, con la personificazione fluviale che emerge dalle acque a guardare i soldati; il grande ponte stabile sul Danubio progettato da Apollodoro, raffigurato con le arcate su piloni; le scene di assedio delle fortezze daciche; e soprattutto la morte di Decebalo, il re dei Daci, che si toglie la vita per non cadere prigioniero mentre la cavalleria romana lo raggiunge. Quest’ultima scena è una delle più riprodotte dell’arte antica e ha avuto una fortuna iconografica lunghissima, fino a diventare nel Novecento un’immagine di riferimento per la storiografia romena sull’origine della nazione.
Una fonte per l’archeologia militare
Il valore documentario del fregio va oltre la storia dell’arte: da queste immagini si ricavano informazioni sull’equipaggiamento del legionario e degli ausiliari, sulla forma degli accampamenti, sulle macchine da assedio, sulle insegne, sulle imbarcazioni fluviali, sull’abbigliamento e sulle armi daciche. Gli studiosi usano il fregio con cautela, perché si tratta pur sempre di un’opera di propaganda scolpita a Roma da artisti che con ogni probabilità non avevano visto la Dacia, ma resta il fatto che nessun’altra fonte antica, letteraria o figurata, offre una simile quantità di dettagli concreti. Una parte della critica ipotizza che gli scultori abbiano lavorato su un documento ufficiale perduto, forse i commentari di Traiano sulla guerra dacica, di cui restano solo poche parole citate da fonti tarde.
Una curiosità sulla Colonna Traiana
L’iscrizione sul basamento della Colonna Traiana non celebra una vittoria militare: dichiara quanto era alta la collina che è stata tolta di mezzo per costruire il foro. Il testo, in lettere capitali che sono diventate il modello per eccellenza della scrittura monumentale occidentale, si chiude con le parole ad declarandum quantae altitudinis mons et locus tantis operibus sit egestus, cioè per dichiarare quanto alta fosse la collina e quanto terreno sia stato asportato per opere così grandi.
La colonna come metro di un lavoro scomparso
Secondo la lettura tradizionale, dunque, i cento piedi romani del fusto corrispondono all’altezza della sella collinare fra Quirinale e Campidoglio che fu sbancata per ricavare lo spazio del foro. La colonna diventa così una misura verticale di qualcosa che non esiste più: un monumento eretto per rendere visibile un vuoto. È un’idea che non ha paralleli nell’antichità e che ha alimentato un dibattito lungo: alcuni studiosi la prendono alla lettera, altri la leggono come un’esagerazione retorica, altri ancora ci vedono un significato quasi sacrale, la sostituzione simbolica di un rilievo naturale con un manufatto.
Le lettere che hanno fatto scuola
L’epigrafe è famosa quanto il fregio, e per motivi che con la Dacia non hanno nulla a che fare: la capitale quadrata incisa su questo basamento è considerata il vertice assoluto dell’epigrafia romana, e dal Rinascimento in poi è stata copiata, misurata, ricalcata e studiata da calligrafi e tipografi di mezza Europa. Molti caratteri tipografici moderni derivano, direttamente o alla lontana, dallo studio di queste lettere. Chi passa davanti alla colonna e si ferma a guardare il basamento sta osservando, senza saperlo, l’antenato della forma delle lettere che legge ogni giorno.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Colonna Traiana
Il fregio della Colonna Traiana, nell’antichità, non era leggibile per intero da nessun punto: chiunque si trovasse nel cortile ai piedi del monumento poteva seguire con lo sguardo soltanto le prime spire, e la parte alta restava illeggibile allora esattamente come lo è oggi. Questa è la cosa che quasi nessuna guida dice, e che cambia il modo di guardare il monumento.
La tesi delle biblioteche e i suoi limiti
La spiegazione più diffusa è che il fregio si leggesse affacciandosi dalle terrazze o dai ballatoi delle due biblioteche, quella greca e quella latina, che affiancavano il cortile in cui la colonna sorgeva. L’ipotesi è ragionevole, perché i due edifici erano effettivamente a pochi metri e a più livelli, ed è diventata quasi un luogo comune della divulgazione. Ha però un problema serio: anche dalle finestre di una biblioteca si vede bene solo il settore di fregio che si ha davanti, mentre il racconto gira intorno al fusto e per seguirlo bisognerebbe cambiare edificio a ogni mezzo giro. Nessuna ricostruzione riesce a restituire un percorso di lettura continuo.
Paul Veyne e la cattiva leggibilità voluta
Lo storico Paul Veyne ha proposto di rovesciare il problema: la cattiva leggibilità non sarebbe un difetto del progetto, ma il progetto stesso. Il monumento non era fatto per informare il passante sulle fasi della guerra dacica, bensì per esprimere la maestà imperiale attraverso l’idea stessa di un racconto smisurato e inesauribile. Quello che conta non è che il fregio venga letto, ma che si sappia che esiste, che è lunghissimo, che contiene tutto. Detto in altri termini, la colonna comunica la sua grandezza prima ancora del suo contenuto, e la sua illeggibilità fa parte del messaggio.
Uno spazio molto più stretto di quanto sembri
Va aggiunto che il cortile in cui la colonna si trovava era angusto, incastrato fra la Basilica Ulpia e le biblioteche: niente a che vedere con lo spazio aperto che si percepisce oggi, quando la si guarda dalla balaustra di via dei Fori Imperiali in mezzo a un’area archeologica sgombra. Chi entrava nel cortile antico si trovava a pochi metri dal fusto, costretto a piegare la testa all’indietro, con l’architettura che chiudeva la vista su tutti i lati. La percezione attuale del monumento, isolato e visibile da lontano, è un effetto degli sventramenti novecenteschi e non ha nulla a che vedere con l’esperienza antica.
Il sepolcro di Traiano alla base della colonna
Alla base della Colonna Traiana, dietro una porta ricavata sotto l’iscrizione, si apre una piccola cella in cui furono deposte le ceneri di Traiano e, secondo le fonti, anche quelle della moglie Plotina: il monumento è quindi anche un sepolcro, e per di più un sepolcro collocato dentro il perimetro sacro della città, dove la legge romana vietava le sepolture.
Una deroga eccezionale al divieto di sepoltura
Il divieto di seppellire all’interno del pomerio, il confine religioso di Roma, era una delle norme più antiche e più rigide della città: perfino gli imperatori venivano cremati e deposti fuori dalle mura, come nel caso del Mausoleo di Augusto in Campo Marzio o, più tardi, del mausoleo di Adriano diventato Castel Sant’Angelo. Che le ceneri di Traiano finissero nel cuore del suo foro fu una decisione straordinaria, presa dal Senato dopo la morte dell’imperatore, e segnala quanto la figura di Traiano fosse percepita come eccezionale già dai contemporanei.
Traiano morto lontano da Roma
Traiano morì nell’agosto del 117 dopo Cristo a Selinunte di Cilicia, in Asia Minore, mentre tornava dalla campagna partica: il corpo fu cremato e le ceneri furono riportate a Roma, dove ricevettero gli onori del trionfo postumo e furono deposte nella cella alla base della colonna. Le fonti parlano di un’urna d’oro; l’urna non esiste più e con ogni probabilità fu trafugata nel corso del Medioevo, quando il foro era ormai in rovina e la zona era diventata cava di materiali e quartiere abitato.
La cella oggi
La camera alla base non è visitabile e non è visibile dall’esterno se non nella forma della porta murata nel basamento, riconoscibile sotto la grande iscrizione sul lato rivolto verso la Basilica Ulpia. Chi voglia farsi un’idea di come si presentassero gli ambienti sotterranei e le strutture di servizio dei grandi complessi imperiali può guardare, poco distante, il percorso archeologico delle Domus Romane di Palazzo Valentini, che si sviluppa proprio sotto il palazzo affacciato sulla piazza della colonna e che comprende anche una sezione dedicata al fregio della Colonna Traiana.
La statua sulla sommità: da Traiano a San Pietro
La statua che oggi corona la Colonna Traiana non raffigura Traiano ma San Pietro, e si trova lassù dal 1587, quando papa Sisto V fece collocare un bronzo cristiano al posto della statua imperiale scomparsa nel Medioevo. È una sostituzione che dice molto sul modo in cui Roma ha continuato a usare i propri monumenti antichi invece di limitarsi a conservarli.
La statua originale e la sua scomparsa
Sulla sommità si trovava in origine una statua bronzea di Traiano, verosimilmente di dimensioni colossali, di cui non resta nulla. Non sappiamo quando sia sparita: le fonti medievali non la menzionano più e l’ipotesi più accreditata è che sia stata rimossa e fusa in un momento imprecisato dell’alto Medioevo, quando il bronzo antico era una materia prima preziosa e i monumenti abbandonati venivano sistematicamente spogliati. Per secoli, quindi, la colonna è rimasta senza coronamento.
Sisto V e il programma di cristianizzazione dei monumenti
Felice Peretti, papa Sisto V fra il 1585 e il 1590, condusse a Roma un programma urbanistico tanto rapido quanto sistematico: aprì strade rettilinee, rialzò obelischi, e su diversi monumenti antichi impose segni cristiani. Nel 1587 fece collocare sulla Colonna Traiana la statua bronzea di San Pietro, e due anni dopo, nel 1589, fece porre quella di San Paolo sulla Colonna di Marco Aurelio in Piazza Colonna: i due apostoli fondatori della Chiesa romana a coronare i due grandi monumenti celebrativi dell’impero pagano. L’operazione fu diretta dall’architetto Domenico Fontana, l’uomo che per Sisto V spostò anche l’obelisco vaticano.
Chi ha fatto il bronzo
Sull’attribuzione del San Pietro le fonti non sono concordi e i nomi che ricorrono sono quelli di Tommaso della Porta e Leonardo Sormani per il modello, con la fusione affidata all’ambito di Bastiano Torrigiani, attivo in quegli anni sui bronzi sistini. Anche la data oscilla fra il 1587 e il 1588 a seconda che si consideri la commissione, la fusione o la collocazione definitiva. Chi cerca una risposta unica resterà deluso: si tratta di un cantiere papale rapido e con più mani coinvolte, documentato in modo non omogeneo.
Il consiglio che ti do per visitare la Colonna Traiana
La Colonna Traiana si guarda gratis dall’esterno e non si sale: il consiglio più utile è quindi organizzare la sosta in funzione della luce e del punto di osservazione, perché la differenza fra una visita deludente e una memorabile dipende quasi solo da dove ci si mette e a che ora. Non esiste biglietto per la colonna in sé, non esiste ingresso, non esiste percorso interno aperto al pubblico.
Il punto di osservazione migliore
Il posto da cui la colonna si legge meglio non è via dei Fori Imperiali, dove ci si trova troppo lontani e con il fusto di scorcio, ma il tratto di balaustra su via Alessandrina, che corre lungo il lato dei Mercati di Traiano: da lì il monumento è più vicino, il basamento con l’iscrizione risulta frontale e le prime spire del fregio si distinguono a occhio nudo. Chi ha un binocolo o un teleobiettivo lo usi proprio da questo punto, perché è l’unico in cui la distanza consente di isolare le singole figure delle spire basse.
L’ora giusta
La luce migliore è quella del tardo pomeriggio nei mesi freddi e della prima mattina in estate: il sole radente accentua i volumi del rilievo e rende leggibile un fregio che a mezzogiorno, con la luce piatta dall’alto, si appiattisce fino a diventare una texture indistinta. Di sera l’area archeologica dei Fori Imperiali è illuminata, e la colonna con la statua di San Pietro stagliata contro il buio è una delle immagini più riconoscibili del centro di Roma, anche se in quelle condizioni il fregio non si legge affatto.
Abbinare la sosta a una visita che spieghi il contesto
Poiché la colonna da sola richiede pochi minuti, conviene inserirla in un percorso che aiuti a capire dove ci si trova: il Museo dei Fori Imperiali ospitato nei Mercati di Traiano è la scelta naturale, perché si trova a cinquanta metri e perché restituisce la scala dell’intero complesso traianeo con frammenti, calchi e ricostruzioni. In alternativa o in aggiunta, le Domus Romane di Palazzo Valentini offrono una lettura multimediale che comprende anche il racconto del fregio.
Accessibilità e servizi
L’osservazione dall’alto della balaustra è possibile anche a chi si muove in sedia a rotelle, perché i marciapiedi intorno al largo Foro Traiano sono pianeggianti e dotati di scivoli, mentre il piano ribassato dell’area archeologica non è accessibile e comunque non è aperto alla libera circolazione. Non ci sono servizi igienici né biglietteria sul posto: i servizi più vicini si trovano nei musei dell’area, e conviene verificarne orari e condizioni direttamente con le strutture prima di contare su di essi.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
I calchi in gesso della Colonna Traiana realizzati fra il 1861 e il 1862 sono oggi una fonte più leggibile dell’originale, perché documentano il rilievo prima di oltre un secolo e mezzo di ulteriore erosione: chi studia il fregio lavora sui calchi, non sul marmo. È un fatto noto agli specialisti e citato di rado nella divulgazione, ed è forse la cosa più importante da sapere su questo monumento.
Napoleone III, Pio IX e i formatori vaticani
L’operazione nacque da una richiesta di Napoleone III, che nel 1861 chiese a papa Pio IX il permesso di trarre le matrici dal fregio: i lavori furono eseguiti da formatori vaticani e conclusi l’anno successivo. Dalle matrici in argilla furono ricavate due serie complete di calchi originali, una destinata alla Francia e una rimasta al papa, quest’ultima composta di centoventicinque pezzi. Era il primo getto tratto dalle matrici, e questo ne fa la testimonianza qualitativamente più alta.
Dove si trovano oggi
La serie pontificia, dopo vari spostamenti, entrò nel 1953 nelle collezioni del Museo della Civiltà Romana all’EUR, dove fu esposta in una lunga galleria su quattro file parallele: una disposizione che permette di leggere le scene orizzontalmente, da sinistra a destra, ad altezza d’occhio, cioè esattamente come non si possono leggere sull’originale. Altre serie e altri calchi, tratti in epoche diverse, si trovano in musei europei, dal Victoria and Albert Museum di Londra al museo di Saint-Germain-en-Laye in Francia, fino alle raccolte romene. Il Museo della Civiltà Romana è però chiuso al pubblico dal 2014 per lavori, con una riapertura più volte annunciata e rinviata: chi volesse vedere quei calchi deve verificare la situazione aggiornata prima di mettersi in viaggio, perché al momento non è un museo su cui contare. Il complesso museale dell’EUR di cui fa parte è oggi inserito nel sistema del Museo delle Civiltà, che riunisce diverse collezioni del quartiere.
Perché i calchi valgono più dell’originale, dal punto di vista documentario
Il punto non è che i calchi siano opere d’arte: non lo sono. Il punto è che registrano uno stato di conservazione ottocentesco, cioè precedente al peggioramento più recente, e che essendo consultabili da vicino consentono di studiare dettagli che sull’originale, a trenta metri d’altezza e con la superficie corrosa, sono semplicemente perduti. Ogni pubblicazione scientifica sul fregio, ogni atlante fotografico, ogni ricostruzione digitale parte in qualche misura da quel materiale. È il caso raro in cui una copia ha assunto una funzione che l’originale non può più svolgere.
Dal gesso al digitale
Negli ultimi anni il Parco archeologico del Colosseo e gli istituti di catalogazione hanno prodotto campagne fotografiche sistematiche e modelli tridimensionali del fregio, con l’obiettivo dichiarato di rendere il racconto accessibile scena per scena senza salire sul monumento. Ne sono nati atlanti fotografici a stampa e strumenti online consultabili, che seguono la stessa logica dei calchi ottocenteschi con mezzi diversi: portare il fregio ad altezza d’occhio. La mostra dedicata alla colonna allestita al Colosseo fra il dicembre 2023 e l’aprile 2024 ha messo insieme proprio questi due filoni, i gessi europei e le riproduzioni digitali, insieme a una ricostruzione in scala reale del capitello e degli ultimi rocchi.
La foto giusta da fare alla Colonna Traiana
La fotografia più riuscita della Colonna Traiana non è quella frontale dal basso, che schiaccia il fusto e taglia la statua, ma quella scattata dalla balaustra di via Alessandrina con le due chiese cupolate sullo sfondo: in quell’inquadratura il monumento ha una scala di riferimento e il racconto visivo funziona.
L’inquadratura con le due chiese
Mettendosi sul lato dei Mercati di Traiano e orientando l’obiettivo verso piazza Venezia, la colonna si staglia fra le cupole di Santa Maria di Loreto e del Santissimo Nome di Maria, che le fanno da quinte simmetriche. È l’immagine che ricorre nelle stampe antiche e nelle fotografie ottocentesche, e funziona ancora oggi: dà profondità, restituisce l’altezza reale e racconta in un solo scatto la stratificazione della piazza, dal secondo secolo al Seicento.
Il dettaglio del basamento e dell’iscrizione
Il secondo scatto da non perdere è ravvicinato: le cataste di armi daciche scolpite sul piedistallo e le lettere capitali dell’iscrizione. Sono i soli elementi del monumento che si possono fotografare con un obiettivo normale ottenendo un dettaglio nitido, e sono anche i più interessanti per chi voglia mostrare qualcosa di diverso dalla solita silhouette. La luce laterale di fine giornata, anche qui, fa la differenza.
Il fregio con il teleobiettivo
Con una focale lunga, dai duecento millimetri in su, si isolano le figure delle prime spire e si ottiene un’immagine che restituisce l’idea del racconto continuo. Sopra la quarta o quinta spira la resa cala rapidamente, sia per la distanza sia per l’erosione della superficie. Chi fotografa con lo smartphone eviti lo zoom digitale, che produce solo un ingrandimento sfocato, e punti piuttosto sull’insieme.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La Colonna Traiana fu inaugurata il 12 maggio del 113 dopo Cristo, e da quel giorno ha attraversato senza interruzioni diciannove secoli di storia romana restando sempre in piedi, unica fra tutti gli edifici del Foro di Traiano. Gli episodi che seguono sono i passaggi che ne hanno determinato la sopravvivenza e l’aspetto attuale.
113: l’inaugurazione
La data è documentata dai Fasti ostienses, il calendario ufficiale inciso a Ostia, ed è uno dei pochi appuntamenti dell’archeologia romana che possiamo collocare al giorno esatto. La colonna fu inaugurata quando il foro era già in funzione: il complesso, progettato da Apollodoro di Damasco e finanziato con il bottino della Dacia, era stato dedicato l’anno precedente. Traiano aveva allora circa sessant’anni ed era all’apice del prestigio, poco prima di partire per la campagna partica da cui non sarebbe tornato.
117: le ceneri dell’imperatore nella base
Alla morte di Traiano in Cilicia, il Senato deliberò che le sue ceneri fossero deposte nella cella ricavata nel basamento: una deroga clamorosa al divieto di sepoltura entro il pomerio, che trasformò un monumento celebrativo in un mausoleo. Le fonti riferiscono che anche le ceneri della moglie Plotina, morta qualche anno dopo, ebbero la stessa collocazione. Fu la consacrazione definitiva del rapporto fra l’imperatore e il suo foro.
Il Medioevo: la colonna sopravvive al foro
Mentre la Basilica Ulpia, le biblioteche e il tempio del Divo Traiano crollavano o venivano smontati per ricavarne materiale da costruzione, la colonna restò in piedi. Nel pieno Medioevo la zona era diventata un quartiere abitato, con case addossate alle rovine, chiese, orti e depositi, e il livello del suolo si era alzato di metri. Alla colonna fu addossata una piccola chiesa, San Nicola de Columna, e il monumento passò sotto il controllo dell’abbazia che ne rivendicava la proprietà. La tradizione vuole che il Senato romano ne avesse decretato la tutela già nel dodicesimo secolo, vietandone il danneggiamento: è una notizia riportata da molte fonti divulgative e va presa come tradizione storiografica più che come documento verificabile in modo diretto dal lettore.
La leggenda di Gregorio Magno e dell’anima di Traiano
Nel Medioevo circolò ampiamente il racconto secondo cui papa Gregorio Magno, colpito da un episodio di giustizia attribuito a Traiano, avrebbe pregato fino a ottenere la salvezza dell’anima dell’imperatore pagano. La vicenda, che è tradizione popolare e non fatto storico, ebbe una fortuna enorme e arrivò fino a Dante, che la riprende nel Purgatorio e nel Paradiso. È anche la ragione culturale per cui il monumento non fu mai visto come un idolo da abbattere: Traiano era, nell’immaginario cristiano medievale, il buon imperatore per eccellenza.
Gli anni Trenta: gli sventramenti e via dell’Impero
Fra il 1924 e il 1932 la demolizione del quartiere Alessandrino e l’apertura di via dell’Impero, oggi via dei Fori Imperiali, cambiarono radicalmente il contesto della colonna: sparirono isolati interi di edilizia rinascimentale e moderna, l’area archeologica fu portata in luce e il monumento si trovò isolato al centro di uno spazio aperto. Fu un’operazione che restituì la visibilità dei Fori e al tempo stesso cancellò secoli di stratificazione urbana, e che ancora oggi divide gli studiosi.
1984 e 1989: il grande restauro
Fra la metà e la fine degli anni Ottanta la colonna fu oggetto di un restauro integrale, condotto sotto la direzione tecnica di Bruno Zanardi, che rimase per decenni l’ultimo intervento sistematico sull’intera superficie. Da quel cantiere uscirono la documentazione grafica e fotografica e le analisi che hanno fatto da base a tutte le valutazioni successive sullo stato di conservazione.
2020: il restauro del basamento e la prima ricognizione dopo trent’anni
Nell’estate del 2020 il Parco archeologico del Colosseo ha concluso un intervento sul fronte del basamento, con trattamenti biocidi per rimuovere le patine biologiche, pulitura ad acqua rispettosa delle patine storiche e consolidamento delle parti decoese. Nella stessa occasione è stata effettuata, con piattaforma aerea, la prima ricognizione ravvicinata dell’intero fusto dalla fine degli anni Ottanta, con mappatura fotografica e restituzione tridimensionale per confrontare lo stato attuale con la documentazione precedente.
Chi è passato dalla Colonna Traiana
Dalla Colonna Traiana sono passati, in senso letterale o culturale, alcuni dei nomi che hanno formato l’idea europea di antichità: dagli artisti del Rinascimento che ne calarono i disegni, agli incisori del Settecento, agli storici dell’arte del Novecento che su questo fregio hanno costruito intere teorie sulla narrazione figurata.
Apollodoro di Damasco
L’architetto siriano al servizio di Traiano è il primo nome legato al monumento: a lui si devono il progetto del foro, il ponte sul Danubio raffigurato nel fregio e, secondo la ricostruzione più diffusa, l’idea stessa della colonna coclide. La tradizione antica lo vuole caduto in disgrazia sotto Adriano e messo a morte dopo un contrasto sui progetti architettonici dell’imperatore: un racconto che gli studiosi trattano con prudenza, ma che ha contribuito a fissarne la figura come quella del grande architetto autonomo di fronte al potere.
Gli artisti del Rinascimento
Dal Quattrocento in poi la colonna divenne una scuola a cielo aperto: pittori e scultori salivano su impalcature o si servivano di disegni altrui per studiare le figure del fregio, considerate un repertorio di modelli per il corpo in movimento, per il panneggio militare, per la composizione affollata. Le scene della colonna circolarono in taccuini e raccolte di disegni che passavano di bottega in bottega, e influenzarono il modo di rappresentare la battaglia in tutta l’arte europea moderna. Chi voglia farsi un’idea di quel gusto per l’antico ricostruito in ambiente moderno può guardare le collezioni dei Musei Capitolini, dove il rapporto fra scultura antica e allestimento rinascimentale è ancora leggibile.
Ranuccio Bianchi Bandinelli e la storiografia del Novecento
Il grande archeologo italiano ha usato la Colonna Traiana come caso esemplare per distinguere due tendenze dell’arte romana, quella aulica e quella plebea, e per proporre la figura del Maestro delle imprese di Traiano. Dopo di lui la colonna è diventata il terreno di discussione privilegiato su che cosa sia la narrazione nell’arte antica: come si racconta il tempo in un’immagine, come si segnala il passaggio da un episodio all’altro, quanto pesa la propaganda. Paul Veyne, da versante diverso, ha spostato la questione dalla leggibilità alla funzione simbolica.
Bruno Zanardi e i restauratori
Il restauratore che diresse il cantiere degli anni Ottanta è anche l’autore della tesi più discussa sul degrado del monumento: secondo Zanardi la causa principale dell’erosione dei rilievi non è l’inquinamento atmosferico moderno, come si ripete spesso, ma l’esposizione al vento umido di ponente, un fattore già individuato nel Seicento da Vincenzo Giustiniani. A sostegno cita proprio i calchi del 1862, che mostrano uno stato di conservazione per molti versi simile all’attuale, cioè anteriore all’era industriale. La conclusione che ne trae riguarda il metodo: meglio una conservazione preventiva e programmata che restauri straordinari costosi e ciclici.
Colonna Traiana e Colonna di Marco Aurelio: due monumenti diversi
La Colonna Traiana e la colonna che si alza in mezzo a Piazza Colonna sono due monumenti distinti, distanti circa ottocento metri l’uno dall’altro e separati da quasi ottant’anni: la seconda è la Colonna di Marco Aurelio, detta anche Antonina, ed è un errore molto comune confonderle. Chi cerca la Colonna Traiana in Piazza Colonna non la troverà, e viceversa. Sul sito la piazza ha una pagina propria, dedicata al contesto urbano di quel monumento, mentre queste righe riguardano la colonna del Foro di Traiano.
Che cosa hanno in comune
Le somiglianze non sono casuali: la Colonna di Marco Aurelio fu costruita fra il 180 e il 193 dopo Cristo su esplicito modello di quella traianea, con lo stesso impianto coclide, un fusto anch’esso di cento piedi romani, una scala interna a chiocciola e un fregio continuo a spirale che celebra campagne militari. Entrambe hanno perso la statua imperiale originale ed entrambe sono state coronate da Sisto V con un apostolo di bronzo, San Pietro nel 1587 sulla traianea e San Paolo nel 1589 sull’aureliana, per mano di Domenico Fontana.
In che cosa differiscono
Le differenze sono però nette. La Colonna di Marco Aurelio racconta le guerre contro Marcomanni, Quadi e Sarmati combattute lungo il Danubio negli anni Settanta del secondo secolo, non la conquista della Dacia. Il suo fregio si avvolge in circa ventuno spire, contro le ventitré o ventiquattro della traianea, con un numero di scene intorno a centosedici. Il fusto è composto da un numero maggiore di rocchi, intorno a ventisette, e la scala interna conta poco più di duecento gradini. Ma soprattutto cambia lo stile: il rilievo è più alto e più scavato, le teste sono più grandi rispetto ai corpi, le figure guardano frontalmente lo spettatore, la narrazione è più schematica e meno attenta alla continuità. È un linguaggio più drammatico e più immediato, che gli storici dell’arte leggono come uno dei primi segnali della trasformazione che porterà all’arte tardoantica.
Stato di conservazione: che cosa resta leggibile davvero
Lo stato di conservazione del fregio della Colonna Traiana peggiora salendo: le spire basse conservano ancora un rilievo netto, mentre nella parte alta l’erosione ha attenuato i contorni al punto che molte figure si distinguono solo nei calchi e nelle fotografie storiche. È la ragione pratica per cui la documentazione ottocentesca resta insostituibile.
I fattori di degrado
I fenomeni documentati sono quelli tipici del marmo esposto in ambiente urbano: formazione di croste nere nelle zone riparate dal dilavamento, colonizzazione biologica nelle parti umide, decoesione superficiale che rende il marmo friabile, microfratture. Sulle cause principali il dibattito resta aperto, fra chi attribuisce un peso determinante all’inquinamento atmosferico del Novecento e chi, come Bruno Zanardi, sostiene che il ruolo decisivo lo abbiano avuto l’esposizione ai venti umidi e i cicli naturali di alterazione, già in atto molto prima dell’industrializzazione.
Domande frequenti sulla Colonna Traiana
Quanto costa visitare la Colonna Traiana?
La Colonna Traiana si osserva gratuitamente dall’esterno, dalle balaustre che circondano l’area archeologica del Foro di Traiano, senza biglietto e senza prenotazione. Non esiste un ingresso a pagamento per il monumento in sé. I biglietti riguardano semmai i musei vicini, in primo luogo il Museo dei Fori Imperiali ai Mercati di Traiano, i cui costi e orari conviene verificare direttamente presso la struttura prima della visita.
Si può salire sulla Colonna Traiana?
No, sulla Colonna Traiana non si può salire: la scala a chiocciola interna di centottantacinque gradini esiste ed è percorribile, ma l’accesso è riservato al personale tecnico e non è previsto in alcuna forma per il pubblico, nemmeno su prenotazione o con visita guidata. Alcune pagine online lasciano intendere il contrario, ma si tratta di informazioni sbagliate.
Quanto è alta la Colonna Traiana?
La Colonna Traiana misura circa trentanove metri e ottanta di altezza complessiva, comprendendo basamento, fusto, capitello e statua. Il solo fusto raggiunge poco meno di trenta metri, cifra che le fonti collocano fra 29,50 e 29,78 metri e che corrisponde a cento piedi romani, la misura per cui gli antichi la classificavano come colonna centenaria.
Che cosa racconta il fregio della Colonna Traiana?
Il fregio della Colonna Traiana racconta le due campagne militari condotte da Traiano contro i Daci negli anni 101 e 102 e 105 e 106 dopo Cristo, che portarono alla conquista dell’attuale Romania. Si sviluppa per circa duecento metri avvolgendosi a spirale intorno al fusto, con circa duemilacinquecento figure e un numero di scene che le diverse letture collocano fra un centinaio e centocinquantacinque.
Chi è la statua in cima alla Colonna Traiana?
La statua sulla sommità della Colonna Traiana raffigura San Pietro e fu collocata nel 1587 per volontà di papa Sisto V, sotto la direzione di Domenico Fontana. Ha sostituito la statua bronzea di Traiano che coronava il monumento nell’antichità e che era scomparsa, con ogni probabilità fusa, in un momento imprecisato del Medioevo.
Come si arriva alla Colonna Traiana con i mezzi pubblici?
La Colonna Traiana si raggiunge scendendo alla fermata metro Colosseo della linea B e camminando circa dodici minuti lungo via dei Fori Imperiali, oppure alla fermata Cavour della stessa linea. Piazza Venezia, a due minuti a piedi dal monumento, è servita da numerose linee di autobus urbane provenienti da Termini e da gran parte del centro.
La Colonna Traiana è adatta ai bambini?
La Colonna Traiana si presta bene a una sosta con i bambini proprio perché è breve, all’aperto e gratuita: il racconto della guerra dacica scolpito a spirale funziona come una storia illustrata, a patto di spiegare che le figure si distinguono solo nelle spire più basse. Un binocolo rende la sosta molto più interessante per i più piccoli.
Che differenza c’è fra la Colonna Traiana e la Colonna di Marco Aurelio?
La Colonna Traiana e la Colonna di Marco Aurelio sono due monumenti diversi: la prima si trova nel Foro di Traiano e racconta le guerre daciche del 101 e 106, la seconda si alza in Piazza Colonna e celebra le campagne di Marco Aurelio contro Marcomanni, Quadi e Sarmati fra il 180 e il 193. Entrambe sono coclidi, ma la seconda ha un rilievo più alto e uno stile più schematico.
Dove si possono vedere da vicino le scene del fregio?
Le scene del fregio della Colonna Traiana si vedono da vicino attraverso i calchi in gesso tratti dalle matrici nel 1862, la serie più completa dei quali si trova al Museo della Civiltà Romana all’EUR, chiuso al pubblico dal 2014 e la cui riapertura è stata più volte rinviata. In alternativa esistono atlanti fotografici a stampa e riproduzioni digitali realizzate dagli enti di tutela.
Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario
La Colonna Traiana funziona meglio come primo o ultimo tassello di una passeggiata lungo i Fori che come meta a sé: chi ha poche ore a Roma la inserisca in un percorso che parta da piazza Venezia, tocchi i Mercati di Traiano, prosegua lungo via dei Fori Imperiali verso il Colosseo e il Palatino, e magari si chiuda con una deviazione verso il Foro Boario. È un monumento che si capisce guardando ciò che ha intorno, non isolandolo.
Chi mette insieme un itinerario romano più ampio, incrociando le tappe dell’area archeologica centrale con il resto del centro storico, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più generale sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
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