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Ludus Magnus

Il Ludus Magnus è la più grande delle caserme-scuola per gladiatori dell’antica Roma, e l’unica di cui resti qualcosa di visibile: si trova a duecento metri dal Colosseo, nell’isolato compreso fra via Labicana e via di San Giovanni in Laterano, dentro una grande fossa archeologica scoperta per caso nel 1937 durante lo scavo delle fondazioni di un edificio moderno. Chi cammina da piazza del Colosseo verso San Clemente ci passa accanto quasi sempre senza accorgersene: il monumento è sotto il livello stradale, circondato da una ringhiera, e si legge solo se ci si ferma al parapetto e si guarda in basso. Quello che si vede è la metà settentrionale di un quadrilatero porticato con al centro un’arena ellittica in miniatura, dove i gladiatori si allenavano davanti a un pubblico ridotto, e una fila di piccoli ambienti affacciati sul portico che gli archeologi interpretano come gli alloggi dei combattenti. L’altra metà, la parte meridionale, non è mai stata scavata: sta ancora sotto l’asfalto di via di San Giovanni in Laterano e sotto i palazzi che la fiancheggiano. Il Ludus Magnus fu costruito da Domiziano, imperatore fra l’81 e il 96 dopo Cristo, come parte del sistema di strutture di servizio che ruotava attorno all’Anfiteatro Flavio, e fu poi rimaneggiato in profondità da Traiano e ritoccato ancora nei secoli successivi: quello che oggi affiora appartiene in larghissima parte alla fase traianea, non a quella originaria. Le righe che seguono raccontano come era fatto questo edificio, che cosa sappiamo davvero della vita di chi lo abitava, quanto del racconto corrente sui gladiatori regge alla prova delle fonti e quanto invece è invenzione moderna, e in che modo si può vederlo oggi.

Dove si trova il Ludus Magnus e come raggiungerlo

Il Ludus Magnus occupa l’isolato fra via Labicana, via di San Giovanni in Laterano e piazza del Colosseo, nel rione Monti, a circa duecento metri in linea d’aria dall’anfiteatro. L’area archeologica è un rettangolo infossato di alcuni metri rispetto al piano stradale attuale, delimitato su tre lati da una ringhiera metallica e sul quarto dagli edifici moderni: chi arriva dal Colosseo lo trova sulla sinistra imboccando via Labicana, subito dopo la fermata degli autobus.

I resti del Ludus Magnus accanto al Colosseo
I resti della palestra dei gladiatori del Ludus Magnus, tra via Labicana e il Colosseo. Foto di Jastrow, licenza Public domain, via Wikimedia Commons.

Con i mezzi pubblici

La fermata di metropolitana più vicina al Ludus Magnus è Colosseo, sulla linea B, da cui servono meno di cinque minuti a piedi. Su via Labicana passano diverse linee di superficie e la fermata dell’autobus si trova letteralmente davanti all’ingresso dell’area archeologica, tanto che la scheda ufficiale della Sovrintendenza Capitolina indica l’indirizzo come via Labicana senza numero civico, ingresso davanti alla fermata dei mezzi pubblici. Il tram 3 e il tram 8 non arrivano fin qui, ma la linea 3 tocca il Celio e il Colosseo poco più in là: conviene comunque verificare i percorsi aggiornati prima di partire, perché le linee di superficie del centro di Roma vengono deviate con una certa frequenza per cantieri ed eventi.

Che cos’è il Ludus Magnus: una caserma, non uno stadio

Il Ludus Magnus era una caserma-scuola, cioè insieme un alloggio permanente e una palestra per i gladiatori di proprietà imperiale, costruita da Domiziano fra l’81 e il 96 dopo Cristo nella valle fra l’Esquilino e il Celio, a ridosso dell’anfiteatro che la sua famiglia aveva appena completato. Non era un edificio da spettacolo aperto alla città, e non era neppure una prigione nel senso moderno: era una struttura di servizio del Colosseo, con una funzione tecnica precisa, tenere in efficienza e a disposizione un gruppo numeroso di combattenti professionisti.

Che cosa significa ludus

La parola latina ludus copre un campo molto più ampio del nostro “gioco”: indicava anche la scuola, il luogo dell’esercizio e dell’addestramento, e in questo senso si applicava tanto alla scuola elementare quanto alla scuola gladiatoria. Ludus Magnus significa quindi, alla lettera, “la grande scuola”, e il nome non è un soprannome moderno ma la denominazione ufficiale attestata dalle fonti antiche, in particolare dai Cataloghi regionari, gli elenchi tardoantichi degli edifici notevoli di Roma quartiere per quartiere, dove il Ludus Magnus compare nella terza regione. L’aggettivo magnus distingueva questa struttura dalle altre tre scuole gladiatorie della città, tutte più piccole o comunque specializzate.

Chi lo costruì e quando

La costruzione si deve a Domiziano, l’ultimo imperatore della dinastia flavia, nel quadro del completamento funzionale dell’Anfiteatro Flavio inaugurato dal fratello Tito nell’80. Il terreno non era vergine: gli scavi hanno individuato al di sotto i resti di una domus tardorepubblicana e di un’insula, cioè un caseggiato d’affitto, distrutti nel grande incendio del 64 dopo Cristo, lo stesso che aveva liberato il fondovalle dove poi sarebbe sorto il Colosseo. L’area, in altre parole, fu ricavata da un pezzo di città bruciata e mai ricostruita nella forma precedente, secondo una logica di riuso dello spazio urbano che i Flavi applicarono sistematicamente in tutto questo settore di Roma, a cominciare dalla demolizione delle strutture della Domus Aurea di Nerone.

Che cosa si vede oggi e che cosa no

Del complesso antico è visibile soltanto la metà settentrionale, e anche quella non per intero. Si riconoscono: un tratto curvo dell’arena ellittica con le gradinate della piccola cavea, il braccio settentrionale del portico con alcune colonne di travertino, una serie di ambienti quadrangolari allineati sul portico, una fontana a pianta triangolare all’angolo nord-occidentale e i muri di spina che dividevano le stanze. Non è visibile la metà meridionale, che resta sotto via di San Giovanni in Laterano; non sono visibili i piani superiori, crollati o demoliti; non è più percorribile il passaggio sotterraneo verso il Colosseo, di cui si dirà più avanti. Chi arriva aspettandosi un edificio in piedi resta deluso: il Ludus Magnus è un sito da leggere, non da ammirare, e il suo interesse sta tutto nel capire come funzionava.

La struttura del Ludus Magnus: arena, cavea, quadriportico e celle

Il Ludus Magnus era organizzato come un quadriportico di circa cento metri di lato, con un’arena ellittica al centro del cortile, gradinate attorno all’arena e una corona di ambienti affacciati sui quattro bracci del portico. È lo schema classico della caserma romana, quello dei castra, applicato a una funzione particolare: alloggio dei corpi attorno a uno spazio di manovra.

L’arena: le misure e un rapporto che non torna

L’arena ellittica del Ludus Magnus misurava circa 62-63 metri sull’asse maggiore e 42-45 metri sull’asse minore, secondo le misure che circolano nella letteratura divulgativa e nelle schede dei siti specializzati. È una superficie dell’ordine dei duemila metri quadrati. Qui va segnalata una imprecisione molto diffusa: diverse schede, anche autorevoli, ripetono che l’arena era “una copia in scala ridotta di quella del Colosseo in rapporto 1 a 2,5”, e alcune riportano una superficie di duecento metri quadrati. I due dati non stanno insieme e non stanno insieme neppure con le misure degli assi: l’arena del Colosseo misura all’incirca 76 per 44 metri, quindi il rapporto lineare con un’ellisse di 62 per 44 è vicino a 4 a 5, non a 1 a 2,5, e la superficie di un’ellisse di quelle dimensioni è intorno ai duemila metri quadrati, non duecento. La cifra dei duecento metri quadrati è con ogni evidenza un refuso propagatosi da una scheda all’altra. Il dato solido, e concorde fra le fonti, è un altro: l’arena del Ludus Magnus era sensibilmente più piccola di quella del Colosseo ma non enormemente più piccola, e serviva proprio a far allenare i gladiatori su uno spazio di proporzioni simili a quello in cui avrebbero poi combattuto.

La cavea e il pubblico degli allenamenti

Attorno all’arena correva una piccola cavea, cioè una gradinata, la cui parete inferiore era rivestita di lastre di marmo e che secondo la Sovrintendenza Capitolina poteva accogliere fino a tremila spettatori. Altre ricostruzioni, più prudenti, parlano di circa milleduecento posti effettivi. Le due stime vanno riportate entrambe perché dipendono da come si ricostruisce lo sviluppo delle gradinate nella parte non scavata, e non esiste un conteggio archeologico diretto. La struttura della cavea, per quanto conservato, prevedeva nove ordini di gradus impostati su volte in calcestruzzo con paramento in laterizio, sollevati di circa due metri e settantacinque rispetto al piano dell’arena: quanto basta a impedire che uno spettatore finisse in campo e a tenere il pubblico a distanza di sicurezza dalle armi.

Il quadriportico e le fontane triangolari

Il cortile era circondato da un portico con colonne di travertino, e all’intersezione dei bracci del portico erano collocate quattro fontanelle a pianta triangolare, di cui una sola resta oggi riconoscibile, all’angolo nord-occidentale dell’area scavata. Sono un dettaglio minimo ma parlante: acqua corrente in quantità, distribuita nei punti di passaggio, in un edificio dove decine di uomini si allenavano ogni giorno sotto il sole di Roma. La presenza di fontane agli incroci del portico dice che il progetto teneva conto del funzionamento quotidiano della struttura, non solo della sua apparenza.

Le celle dei gladiatori

Sui quattro lati del portico si aprivano ambienti omogenei per struttura e dimensioni, non comunicanti fra loro: ne sono stati scavati quattordici sul lato settentrionale, ciascuno di circa venti metri quadrati. La descrizione della Sovrintendenza insiste su questa omogeneità e sull’assenza di comunicazione diretta fra un ambiente e l’altro, che è esattamente quello che ci si aspetta da un alloggio collettivo controllato. Le stime correnti attribuiscono a ogni cella due gladiatori e, proiettando il dato sull’intera superficie del complesso, arrivano a una capienza dell’ordine del migliaio di uomini. È una stima, non un censimento: nessuna fonte antica ci dice quanti gladiatori ospitasse il Ludus Magnus, e il numero di mille va preso come un ordine di grandezza ricavato dalla pianta, non come un dato d’archivio.

I piani superiori e il problema dei letti

L’edificio si sviluppava su almeno due piani, e secondo diverse ricostruzioni su tre: al piano terra i servizi e gli spazi di rappresentanza, ai piani superiori gli alloggi veri e propri, oggi completamente scomparsi. Un dettaglio che colpisce chi legge i rapporti di scavo è che nelle celle non è stata trovata alcuna traccia di letti: né incassi nei muri, né basamenti, né alloggiamenti per travi. Questo non significa necessariamente che i gladiatori dormissero per terra, perché un letto di legno appoggiato al pavimento non lascia tracce, ma è uno di quei silenzi archeologici che conviene riportare così come sono, senza riempirli con la fantasia.

Il cunicolo verso il Colosseo: documentato, non ipotizzato

Il passaggio sotterraneo che collegava il Ludus Magnus ai sotterranei del Colosseo è documentato archeologicamente: fu individuato nel 1939, durante le indagini seguite alla scoperta del 1937, e correva sotto lo spazio lastricato che separava i due edifici. Non si tratta quindi di una leggenda né di una semplice deduzione, come accade per molti presunti cunicoli romani: qui il corridoio è stato trovato, misurato e descritto. Quello che non è più possibile è percorrerlo.

Che cosa fu trovato nel 1939

Le indagini condotte dopo il ritrovamento casuale del 1937 misero in luce un corridoio ipogeo che dal lato occidentale del Ludus Magnus si dirigeva verso l’anfiteatro, con una larghezza dell’ordine dei due metri, e che consentiva di raggiungere il livello dei sotterranei del Colosseo senza passare per la strada. La ricostruzione delle fasi attribuisce l’impianto del sottopassaggio a Domiziano, il suo completamento a Traiano e le finiture ad Adriano: un cantiere durato decenni, che dice quanto il collegamento fosse considerato importante. Le indagini si interruppero con la guerra e ripresero solo nel dopoguerra.

Perché oggi il collegamento è interrotto

Il corridoio non è percorribile perché nel corso dell’Ottocento la costruzione del grande collettore fognario a servizio del quartiere Esquilino, allora in piena espansione dopo l’arrivo della capitale a Roma, tagliò il tracciato antico. Lo dice esplicitamente il Parco archeologico del Colosseo nella documentazione della mostra dedicata proprio a questo tema: la costruzione del collettore ha interrotto irrimediabilmente il collegamento fra il Colosseo e la sua palestra. È uno dei casi in cui l’urbanistica ottocentesca ha distrutto, senza saperlo e senza volerlo, un pezzo di archeologia che oggi sarebbe fra le cose più visitate della città.

Il criptoportico orientale del Colosseo

Dal lato dell’anfiteatro, il terminale di questo sistema è il cosiddetto criptoportico orientale, cioè il corridoio coperto che dai sotterranei del Colosseo si apriva verso l’area delle palestre. Nel 2023 il Parco archeologico del Colosseo vi ha allestito la mostra “Gladiatori nell’Arena. Tra Colosseo e Ludus Magnus”, aperta dal 21 luglio 2023 al 7 gennaio 2024, con riproduzioni filologiche di armature e reperti originali da Napoli e Aquileia dedicati a tre coppie di combattenti, murmillo contro thraex, retiarius contro secutor, murmillo contro hoplomachus. Chi visita i sotterranei del Colosseo con i percorsi dedicati passa in quel settore: è il modo più diretto per vedere dal lato opposto la stessa storia che si legge affacciandosi al parapetto di via Labicana.

Da non confondere con il passaggio di Commodo

Una precisazione utile, perché la confusione è frequente anche nelle guide. Il cunicolo verso il Ludus Magnus non è il cosiddetto “passaggio di Commodo”, che è un altro corridoio sotterraneo del Colosseo, sul lato meridionale, interpretato come accesso riservato all’imperatore e alla sua corte e legato per tradizione al famoso attentato contro Commodo. Sono due strutture distinte, con funzioni diverse: uno serviva a portare in anfiteatro chi combatteva, l’altro a portarci chi guardava. Il primo è il corridoio dei gladiatori, il secondo è il corridoio del palco imperiale.

La scoperta e gli scavi: 1937, poi 1957-1961

Il Ludus Magnus fu scoperto per caso nel 1937, durante gli scavi per la costruzione di un nuovo edificio fra via di San Giovanni in Laterano e via Labicana: nessuno stava cercando la caserma dei gladiatori, e i resti vennero fuori sotto la ruspa. È una delle tante scoperte archeologiche romane dovute a un cantiere edilizio, e come molte di quelle ha una storia complicata di interruzioni, riprese e compromessi con la città moderna.

Il 1937 e il riconoscimento grazie alla Forma Urbis

L’identificazione dei resti con il Ludus Magnus non fu immediata ma fu resa possibile da un documento straordinario: la Forma Urbis Severiana, la grande pianta marmorea di Roma incisa fra il 203 e il 211 dopo Cristo e affissa in un’aula del Foro della Pace, di cui restano centinaia di frammenti. Uno di questi frammenti mostra una corte rettangolare circondata da piccoli ambienti e contenente un recinto ellittico: la corrispondenza fra il disegno severiano e i resti messi in luce non lasciava margini di dubbio. Platner e Ashby, nel loro dizionario topografico del 1929, registravano già il frammento e le dimensioni che se ne ricavano, dell’ordine dei sessanta per novanta metri. È un caso da manuale di archeologia: una pianta antica che permette di dare un nome a un rudere.

Gli scavi del dopoguerra e la pubblicazione di Colini e Cozza

Dopo l’interruzione bellica, lo scavo sistematico dell’area avvenne fra il 1957 e il 1961, in occasione dei lavori connessi alla sistemazione dell’isolato e nel clima di rinnovamento urbano che accompagnò le Olimpiadi di Roma del 1960. Il monumento venne allora regolarizzato e reso leggibile nella forma che ha ancora oggi. Lo studio di riferimento resta il volume “Ludus Magnus” pubblicato nel 1962 da Antonio Maria Colini e Lucos Cozza, due fra i maggiori topografi della Roma antica del Novecento, che agli stessi anni devono anche l’edizione di epigrafi inedite rinvenute nella zona. Le fonti consultate non concordano perfettamente sulle date di questa campagna, che vengono indicate ora come 1957-1960 ora come 1957-1961 ora come 1959-1961: la forbice è di un paio d’anni e riguarda probabilmente l’inizio effettivo dei lavori rispetto alla loro conclusione formale.

La metà che resta sotto la strada

La parte meridionale del complesso non è mai stata scavata e si trova sotto via di San Giovanni in Laterano. Non è una dimenticanza: scavarla significherebbe interrompere una delle arterie di collegamento fra il Colosseo e il Laterano, e la scelta di lasciarla dov’è è stata consapevole. Il risultato è che il Ludus Magnus è, letteralmente, un monumento a metà, e che le stime sulla sua capienza e sul numero delle celle sono per forza di cose proiezioni fatte sulla metà nota. Chi si affaccia dal parapetto guarda una simmetria mancante: l’arena si interrompe contro il muro di contenimento della strada, e il resto dell’ellisse bisogna immaginarlo.

Una curiosità su Ludus Magnus

La curiosità più sorprendente del Ludus Magnus è che l’allenamento dei gladiatori aveva una tribuna: attorno all’arena ellittica corrono le gradinate di una piccola cavea, con posti stimati fra milleduecento e tremila, e questo significa che a Roma si andava a vedere gli allenamenti come oggi si va a vedere una rifinitura prima della partita.

Perché una palestra aveva bisogno di spettatori

La ragione è insieme commerciale e politica. I munera, cioè i combattimenti, erano offerti al popolo da un editor, il committente che ne sosteneva le spese e ne incassava il consenso: mostrare in anticipo la merce serviva a costruire l’attesa, a far circolare i nomi dei combattenti, a far nascere le preferenze e le scommesse. Un gladiatore noto valeva più di un gladiatore ignoto, e il modo più economico per farlo conoscere era lasciare che qualche centinaio di romani lo vedesse allenarsi. La piccola cavea del Ludus Magnus è la traduzione architettonica di questa logica.

Una cosa che non ti dice nessuno su Ludus Magnus

Quasi tutto quello che si vede oggi al Ludus Magnus non è l’edificio di Domiziano ma la sua ricostruzione traianea: la lettura delle murature mostra che sotto Traiano vennero eseguite demolizioni e rifacimenti per ragioni statiche, e che le strutture superstiti appartengono in larga parte a quella seconda fase.

Un cantiere che passò per tre imperatori

La sequenza ricostruita dagli studiosi è chiara nelle sue linee generali: Domiziano imposta il complesso e avvia il sottopassaggio verso l’anfiteatro, Traiano ricostruisce ampie porzioni dell’edificio e completa il passaggio, Adriano ne cura le finiture. In età tardoantica si aggiungono ancora rappezzi e muri radiali in opera listata. Un edificio di servizio, insomma, su cui quattro secoli di imperatori hanno continuato a mettere mano, il che dice quanto fosse considerato indispensabile al funzionamento del Colosseo.

Mille gladiatori è una stima, non un dato

Il numero di mille gladiatori ospitabili nel Ludus Magnus, ripetuto quasi ovunque, è una proiezione: si moltiplica la capienza ipotizzata di una cella per il numero di celle che si presume esistessero sull’intero perimetro, compresa la metà mai scavata. Nessuna fonte antica fornisce una cifra. Vale la pena saperlo perché è un caso esemplare di come un numero ragionevole, nato come ordine di grandezza, si consolidi nella divulgazione fino a sembrare un censimento.

La vita reale dei gladiatori: proprietà di valore, non carne da macello

Un gladiatore addestrato era un bene costoso, e questo dato economico spiega più di qualunque altro come venissero trattati: nutriti con regolarità, seguiti da medici, allenati per anni. Un investimento che muore al primo combattimento è un investimento sbagliato, e i romani lo sapevano benissimo.

Il giuramento e il contratto

Chi entrava in un ludus pronunciava un giuramento, il sacramentum gladiatorium, la cui formula è tramandata dalle fonti letterarie latine: accettare di essere bruciato, legato, battuto e ucciso con la spada. Suona come una condanna e in un certo senso lo era, ma era anche un contratto: l’uomo libero che si arruolava volontariamente, l’auctoratus, riceveva una somma di ingaggio e accettava per un tempo determinato una condizione giuridica simile a quella servile. Alla scadenza tornava libero, spesso con un capitale che difficilmente avrebbe accumulato altrimenti. La familia gladiatoria era l’insieme del personale della scuola, sul quale il proprietario esercitava un potere praticamente assoluto.

Metà volontari

Uno dei dati che ribaltano l’immagine corrente riguarda proprio i volontari: secondo la letteratura specialistica, già alla fine dell’età repubblicana gli auctorati potevano costituire all’incirca la metà dei gladiatori, e forse la metà migliore. Non tutti quelli che scendevano nell’arena erano schiavi o prigionieri di guerra: una parte consistente erano uomini liberi che avevano scelto quel mestiere per denaro, per fama o per disperazione economica. È una correzione importante al racconto hollywoodiano dello schiavo strappato alla famiglia e gettato nell’arena.

Il cibo: hordearii e la bevanda di cenere

I gladiatori venivano soprannominati hordearii, cioè “mangiatori d’orzo”, e le analisi isotopiche condotte sulle sepolture del cimitero di gladiatori scoperto a Efeso nel 1993, datato al secondo e terzo secolo dopo Cristo, hanno confermato una dieta in larga prevalenza vegetale, basata su cereali e legumi, non troppo diversa da quella della popolazione contemporanea. Lo studio, pubblicato nel 2014 da un gruppo che comprendeva Sandra Lösch, Negahnaz Moghaddam, Karl Grossschmidt, Daniele Risser e Fabian Kanz, ha anche rilevato un rapporto fra stronzio e calcio compatibile con l’assunzione di una bevanda a base di ceneri vegetali, pratica che la letteratura antica attribuiva proprio ai gladiatori come ricostituente. È un caso raro in cui un aneddoto tramandato dagli autori latini trova un riscontro chimico nelle ossa.

I medici e la manutenzione dei corpi

Le scuole gladiatorie disponevano di personale sanitario, e la testimonianza più celebre è quella di Galeno, il più grande medico dell’antichità, che agli inizi della carriera fu medico dei gladiatori a Pergamo e che dichiarò di avere imparato lì buona parte di quanto sapeva di anatomia e di traumatologia. È un dettaglio che vale da solo a smontare l’idea del gladiatore come materiale di consumo: a un materiale di consumo non si assegna un medico, e non gli si affida una carriera.

Il palus e l’addestramento

L’addestramento cominciava contro un palo di legno alto sei piedi romani, il palus, contro il quale il novizio esercitava i colpi con armi di legno più pesanti di quelle vere, prima di essere ammesso alle armi taglienti. Gli istruttori erano i doctores, di norma ex gladiatori affrancati che a fine carriera avevano ricevuto il rudis, la spada di legno simbolo del congedo. Chi insegnava, insomma, era sopravvissuto: un’altra indicazione indiretta sul fatto che sopravvivere fosse possibile e anzi normale.

Chi comandava nel ludus

In età repubblicana le scuole erano imprese private e il proprietario era il lanista, figura socialmente disprezzata e insieme necessaria, che affittava i suoi uomini a chi organizzava gli spettacoli. Con l’impero le grandi scuole di Roma passarono sotto controllo pubblico e vennero dirette da procuratori imperiali di rango equestre: il Ludus Magnus era una struttura dello Stato, non un’azienda. Il lanista privato sopravvisse a lungo nelle province, dove il monopolio imperiale non arrivava.

Cosa dicono le fonti sui gladiatori e cosa non dicono

Sul mondo gladiatorio circola più immaginario moderno che documentazione antica, e la distinzione fra i due piani è più netta di quanto si creda: organizzazione delle scuole, contratti, prezzi e carriere sono attestati da iscrizioni e da testi giuridici, mentre alcuni dei dettagli più famosi del racconto corrente non hanno alcun appoggio nelle fonti.

Il pollice verso: quello che sappiamo davvero

Le fonti latine parlano effettivamente di un gesto del pollice con cui si esprimeva il giudizio sul combattente sconfitto, e usano espressioni come pollice verso, cioè “con il pollice girato”, in Giovenale, e converso pollice in Prudenzio. Il problema è che nessuna di queste espressioni descrive il gesto in modo ricostruibile: non sappiamo se il pollice andasse alzato, abbassato, tenuto orizzontale o nascosto nel pugno, né quale posizione significasse grazia e quale morte. L’interpretazione più discussa, quella del filologo Anthony Corbeill, propone addirittura il contrario di quello che si vede al cinema, con il pollice alzato come segnale di esecuzione e il pugno chiuso con il pollice avvolto come segnale di clemenza. L’immagine del pollice verso il basso che tutti abbiamo in mente non viene dall’antichità: viene da un quadro dell’Ottocento, il “Pollice Verso” di Jean-Léon Gérôme, e dal cinema che lo ha copiato. Va detto con chiarezza: è iconografia moderna, non documento antico.

“Ave Caesar, morituri te salutant”

La frase più celebre attribuita ai gladiatori compare nelle fonti antiche una volta sola, e non riguarda i gladiatori. Svetonio la riporta nella vita di Claudio a proposito della naumachia, cioè della battaglia navale, organizzata nel 52 dopo Cristo sul lago Fucino per celebrare i lavori di prosciugamento: a pronunciarla furono condannati a morte destinati a quello spettacolo, non gladiatori professionisti in anfiteatro, e la formula tramandata è “Have imperator, morituri te salutant”. Non esiste alcuna testimonianza che i gladiatori del Colosseo salutassero così l’imperatore prima di combattere. È una frase vera, detta una volta, in un’occasione diversa, che la tradizione ha trasformato in un rituale quotidiano mai esistito.

I combattimenti non erano sempre mortali

Il combattimento gladiatorio non finiva di regola con la morte di uno dei due. Lo sconfitto poteva chiedere la missio, cioè il congedo, e la decisione spettava all’editor, il committente dello spettacolo, che teneva conto dell’umore del pubblico. Sotto Augusto i combattimenti sine missione, quelli cioè in cui la grazia era esclusa in partenza, furono ufficialmente vietati. Le stime quantitative più citate sono quelle dello storico francese Georges Ville, che lavorando sulle iscrizioni funerarie dei gladiatori del primo secolo calcolò un’età media alla morte intorno ai ventisette anni e una mortalità di circa diciannove su cento fra tutti quelli che entravano nell’arena, con un rischio per lo sconfitto che passò, fra il primo e i secoli successivi, da circa uno su cinque a circa uno su quattro. Sono numeri drammatici, ma sono lontanissimi dal massacro sistematico del racconto popolare: la maggior parte dei gladiatori usciva viva dalla maggior parte dei combattimenti.

Le epigrafi funerarie: il caso di Flamma

Le iscrizioni funerarie dei gladiatori sono la fonte più preziosa perché registrano numeri: quante volte un uomo aveva combattuto, quante aveva vinto, quante era stato graziato. L’esempio più noto è l’epitaffio del secutor Flamma, siriano di origine, conservato in Sicilia: visse trent’anni, combatté trentaquattro volte, ne vinse ventuno, in nove occasioni uscì dal campo in piedi senza vittoria né sconfitta, quattro volte fu graziato. Il conto dice tutto: trentaquattro combattimenti in una carriera, e la morte a trent’anni. Epigrafi come questa sono il contrappeso documentario alle scene di massa del cinema, e vanno lette per quello che sono, il bilancio professionale di un uomo che di quel mestiere ha vissuto per anni.

Il consiglio che ti do per visitare Ludus Magnus

Il consiglio più utile è di non trattare il Ludus Magnus come una tappa a sé stante ma come i primi dieci minuti della visita al Colosseo, fatti prima di entrare in anfiteatro: si vede gratis dal parapetto di via Labicana, non richiede biglietto né prenotazione, e cambia completamente il modo in cui si guarda l’arena dopo.

Vederlo prima, non dopo

Chi entra al Colosseo senza sapere che cosa c’era attorno esce con l’idea di un monumento isolato. Chi si affaccia prima sul Ludus Magnus capisce che l’anfiteatro era il terminale di una macchina fatta di caserme, depositi d’armi, infermerie, magazzini di scenografie e corridoi sotterranei, e che i combattenti arrivavano lì dentro da un edificio distante duecento metri, per una via che non passava dalla strada. Dieci minuti di sosta al parapetto valgono più di un’ora di audioguida.

Cosa fare se l’area interna è chiusa

Poiché l’accesso dentro l’area archeologica è soggetto ad aperture programmate e a periodi di chiusura per lavori, conviene mettere in conto che la visita si riduca al parapetto. Non è un ripiego da poco: dall’alto si legge la pianta molto meglio di quanto si legga da dentro, perché la forma dell’ellisse e il rapporto fra arena, portico e celle si capiscono solo guardando dall’alto. Chi vuole comunque scendere sotto terra nella stessa giornata può ripiegare sui sotterranei della Basilica di San Clemente, trecento metri più avanti, dove si scende di tre livelli fino a un mitreo del secondo secolo.

Il rapporto con il museo dedicato ai gladiatori

A Roma esiste anche un Museo dei Gladiatori, che è cosa diversa e non va confuso: quello è un percorso espositivo con ricostruzioni di armi e armature, questo è il sito archeologico originale in cui i gladiatori vivevano. Chi vuole vedere gli oggetti va al museo, chi vuole vedere il luogo si affaccia da via Labicana. Le due visite si completano e non si sostituiscono.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il Ludus Magnus non era l’unica scuola gladiatoria di Roma: Domiziano ne fece costruire quattro, e delle altre tre, il Ludus Matutinus, il Ludus Dacicus e il Ludus Gallicus, non resta praticamente nulla di visibile. Si conoscono solo attraverso i Cataloghi regionari e qualche iscrizione.

Il Ludus Matutinus

Il Ludus Matutinus prende nome dal mattino, matutinum, perché era destinato ai bestiarii e ai venatores, cioè ai combattenti contro gli animali, le cui esibizioni aprivano la giornata di spettacoli. I Cataloghi lo collocano nella terza regione, probabilmente lungo la via Labicana non lontano dal Colosseo, ed è quello per cui esistono più iscrizioni: Platner e Ashby ne elencano diverse nel Corpus Inscriptionum Latinarum, più una testimonianza greca. Di strutture in elevato, nulla.

Il Ludus Dacicus e il Ludus Gallicus

Il Ludus Dacicus è il più enigmatico: le due redazioni dei Cataloghi lo collocano in regioni diverse, la Notitia nella terza e il Curiosum nella seconda, e il nome è stato messo in rapporto con i prigionieri daci delle guerre di Domiziano, ma si tratta di un’ipotesi, non di un fatto documentato. Il Ludus Gallicus è indicato nella seconda regione, anch’esso nei pressi del Colosseo, e gli si attribuisce forse una sola iscrizione. Entrambi sono nomi su un elenco: la loro ubicazione precisa resta ignota.

Perché di questi edifici non resta niente

La ragione è banale e vale per buona parte della Roma antica minore: erano edifici di servizio, senza marmi spettacolari da riusare e senza una funzione religiosa che ne garantisse la sopravvivenza come chiesa. Quando i munera finirono, all’inizio del quinto secolo, queste caserme persero ogni ragione d’essere, furono spogliate, si riempirono di terra e finirono sotto il livello della città medievale. Il Ludus Magnus si è salvato per caso e per metà, perché nel 1937 una ruspa lo ha incontrato prima che ci si costruisse sopra un palazzo.

Le altre strutture di servizio del Colosseo

Attorno all’anfiteatro esisteva un intero comparto di edifici funzionali, tramandati dai Cataloghi e dalle fonti: l’armamentarium, deposito e officina delle armi; il saniarium, dove si curavano i feriti; lo spoliarium, dove venivano portati i corpi di chi moriva nell’arena; il summum choragium, magazzino delle macchine e delle scenografie; e i Castra Misenatium, l’alloggiamento dei marinai della flotta di Miseno addetti alle manovre del velarium, il grande tendone che ombreggiava le gradinate. Di nessuno di questi edifici resta oggi qualcosa di leggibile in superficie.

La foto giusta da fare a Ludus Magnus

La fotografia che rende davvero il Ludus Magnus è quella scattata dal parapetto di via Labicana con il semicerchio dell’arena in primo piano e la mole del Colosseo che chiude l’inquadratura sul fondo: è l’unica immagine che spiega in un colpo solo che cosa fosse questo posto e perché stesse proprio lì.

L’inquadratura con l’anfiteatro sullo sfondo

Serve mettersi sul lato occidentale della ringhiera, guardando verso piazza del Colosseo, e abbassare l’obiettivo fin quasi a sfiorare il corrimano, in modo da tenere fuori campo le automobili. Con un grandangolo moderato si prende tutta la curva dell’arena; con una focale più lunga si comprime la distanza e il Colosseo sembra appoggiarsi al bordo della palestra, che è poi l’impressione giusta. Il tardo pomeriggio d’inverno, con il sole basso alle spalle dell’anfiteatro, dà i controluce migliori.

Il dettaglio delle celle e del portico

La seconda immagine da portare a casa è ravvicinata: la fila delle stanze allineate sul braccio settentrionale del portico, con i muri divisori paralleli che si ripetono come in una prospettiva forzata, e le colonne di travertino rimesse in piedi. È una fotografia geometrica, che funziona meglio in verticale e con luce laterale. A differenza della prima, non ha bisogno del Colosseo e regge da sola.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia del Ludus Magnus si riassume in pochi passaggi decisivi: l’incendio del 64 che libera l’area, la costruzione domizianea fra l’81 e il 96, la ricostruzione traianea, l’abbandono tardoantico, il taglio del collettore fognario nell’Ottocento, la riscoperta casuale del 1937 e il grande cantiere di restauro finanziato con i fondi del PNRR.

Dai restauri imperiali al taglio ottocentesco

Pochi decenni dopo la costruzione, sotto Traiano, il complesso fu in parte demolito e ricostruito per ragioni statiche e il sottopassaggio verso l’anfiteatro venne portato a termine, con le finiture dovute ad Adriano. Nell’Ottocento, invece, l’urbanizzazione dell’Esquilino seguita alla proclamazione di Roma capitale portò al collettore fognario che tagliò quel corridoio.

Il cantiere PNRR e la chiusura dal 2024

Il Ludus Magnus è chiuso al pubblico dal primo agosto 2024 per un intervento finanziato nell’ambito del programma Caput Mundi del PNRR, per un importo superiore ai tre milioni e mezzo di euro, promosso dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Il progetto prevede nuove indagini archeologiche e geognostiche, pulitura dei resti, illuminazione architettonica, percorsi accessibili senza barriere, passerelle e punti di osservazione, una biglietteria all’ingresso e un apparato multimediale, con l’obiettivo dichiarato di passare dal sistema delle visite su prenotazione a un’apertura regolare. La conclusione dei lavori era annunciata per marzo 2026, ma la pagina ufficiale della Sovrintendenza continua a elencare il Ludus Magnus fra i siti temporaneamente chiusi per interventi PNRR: la riapertura va quindi verificata al numero 060608 prima di organizzare la visita.

Chi è passato da Ludus Magnus

Da questo edificio sono passati imperatori, migliaia di combattenti di cui non conosciamo quasi mai il nome e, in età moderna, gli archeologi che lo hanno riportato alla luce: il nome più clamoroso è quello di Commodo, l’imperatore che scese personalmente nell’arena.

Domiziano e i Flavi

Domiziano è il committente: la caserma nasce come completamento funzionale dell’anfiteatro inaugurato dal fratello Tito nell’80 e voluto dal padre Vespasiano. Il suo regno, fra l’81 e il 96, è il momento in cui l’intero quartiere degli spettacoli assume la forma che conserverà per secoli.

Commodo

Commodo, imperatore dal 180 al 192, è il personaggio che più lega la propria immagine a questo luogo: appassionato di combattimenti, si esibiva armato da secutor sia nel Colosseo sia nel Ludus Magnus, come ricorda la documentazione del Parco archeologico del Colosseo. Le fonti antiche che ne parlano, Cassio Dione in primo luogo, sono ostili e vanno lette con prudenza, ma la sostanza, un imperatore che combatteva davanti al popolo, non è contestata. È anche il motivo per cui il suo nome finisce nei film, con tutte le libertà del caso.

Gli imperatori che lo rimisero in piedi

Traiano, Adriano e più tardi Caracalla compaiono nelle ricostruzioni delle fasi edilizie come autori di rifacimenti e restauri: tre imperatori distanti fra loro oltre un secolo, tutti impegnati a tenere in funzione una caserma. Caracalla, oltretutto, era noto per la propria passione personale per l’addestramento gladiatorio.

Chi non ci è mai passato: Spartaco

Va detto perché la confusione è diffusa: Spartaco non ha mai messo piede nel Ludus Magnus. La rivolta partì nel 73 avanti Cristo da una scuola gladiatoria di Capua, e il Ludus Magnus venne costruito oltre centocinquant’anni dopo. Associare i due nomi è un errore cronologico, non una semplificazione.

Accesso, visite e costi del Ludus Magnus

Il Ludus Magnus si vede gratuitamente e in qualsiasi momento dall’alto, dal marciapiede di via Labicana e da via di San Giovanni in Laterano, mentre l’ingresso dentro l’area archeologica è sempre stato riservato ad aperture programmate con prenotazione obbligatoria, e dal primo agosto 2024 è sospeso per il cantiere di restauro.

Dall’alto: gratis, senza biglietto, sempre

Non esiste alcun biglietto per guardare il sito dalla ringhiera, non ci sono orari e non serve prenotare: il perimetro è pubblica via. È così che lo vede la quasi totalità dei visitatori, ed è anche il modo in cui la pianta si legge meglio.

Dentro: aperture programmate e prenotazione

Quando il sito è accessibile, la Sovrintendenza Capitolina regola l’ingresso con visite su prenotazione al numero 060608, attivo tutti i giorni dalle 9 alle 19, con un tetto indicato in trenta visitatori per turno; le schede delle aperture passate riportano visite guidate della durata di circa un’ora e gruppi anche più piccoli. La tariffa indicata per l’ingresso al monumento è di 4 euro intero e 3 euro ridotto, con gratuità per i residenti a Roma e per i possessori della MIC card. Poiché il progetto di restauro prevede l’installazione di una biglietteria e il passaggio a un’apertura regolare, queste condizioni potrebbero cambiare alla riapertura: vanno verificate al momento della visita.

Accessibilità

Per entrare nell’area archeologica si scendono due rampe di scale, e le schede delle aperture programmate sconsigliavano espressamente la visita a chi ha difficoltà motorie. Il progetto PNRR prevede esplicitamente la realizzazione di percorsi accessibili e senza barriere e di passerelle, quindi la situazione dovrebbe migliorare a lavori conclusi. La vista dall’alto, in ogni caso, è accessibile a tutti perché avviene dal marciapiede.

Cosa vedere intorno al Ludus Magnus

Il Ludus Magnus si trova nel punto di massima densità archeologica di Roma: nel raggio di cinquecento metri ci sono il Colosseo, l’Arco di Costantino, la Domus Aurea, San Clemente e le pendici del Celio.

Il Colosseo e l’Arco di Costantino

Il Colosseo è a due passi ed è il naturale complemento della visita: chi entra nei sotterranei vede dall’interno il sistema di corridoi in cui sboccava il passaggio dal Ludus. Poco oltre, sull’asse della via trionfale, c’è l’Arco di Costantino. Sul Colosseo il sito ospita anche un capitolo dedicato alle leggende che lo circondano, utile proprio a chi arriva qui: molte di quelle leggende riguardano i gladiatori e trovano qui, nelle pagine dedicate alla loro caserma, il contrappeso documentario che serve.

San Clemente, Domus Aurea e Colle Oppio

Risalendo via di San Giovanni in Laterano si arriva in pochi minuti alla Basilica di San Clemente, con i suoi tre livelli sovrapposti; dalla parte opposta, sul Colle Oppio, si visita la Domus Aurea, la reggia di Nerone su cui i Flavi costruirono il nuovo quartiere degli spettacoli. Verso il Laterano si arriva alla Basilica di San Giovanni in Laterano.

Il Celio e il Palatino

Sul versante opposto di via Labicana comincia il Celio, con le Case romane del Celio, Santo Stefano Rotondo e Villa Celimontana. Dall’altro lato dell’anfiteatro si sale al Palatino e si scende al Foro Romano, mentre proseguendo verso sud si raggiungono il Circo Massimo e, più lontano, le Terme di Caracalla. Chi vuole vedere sculture e reperti dell’età imperiale trova ai Musei Capitolini e a Palazzo Massimo alle Terme il contesto museale che manca in strada.

Domande frequenti su Ludus Magnus

Che cos’è il Ludus Magnus?

Il Ludus Magnus era la più grande caserma-scuola per gladiatori dell’antica Roma, costruita da Domiziano fra l’81 e il 96 dopo Cristo a duecento metri dal Colosseo. Comprendeva un’arena ellittica per l’addestramento con gradinate per il pubblico, un quadriportico di circa cento metri di lato e una corona di ambienti interpretati come alloggi dei combattenti, disposti su almeno due piani.

Quanto costa visitare il Ludus Magnus?

Il Ludus Magnus si vede gratuitamente dall’alto, dal marciapiede di via Labicana, senza biglietto e senza prenotazione. Per l’ingresso dentro l’area archeologica, quando è consentito, la Sovrintendenza Capitolina indica una tariffa di 4 euro intero e 3 euro ridotto, gratuita per i residenti a Roma e per i possessori della MIC card, con prenotazione obbligatoria al numero 060608.

Il Ludus Magnus è aperto al pubblico?

Il Ludus Magnus è visibile dall’esterno tutti i giorni e a qualsiasi ora, mentre l’area interna è chiusa dal primo agosto 2024 per i lavori di restauro finanziati dal PNRR nel programma Caput Mundi. La conclusione dell’intervento era annunciata per marzo 2026, ma al momento della stesura la pagina della Sovrintendenza elenca ancora il sito fra quelli temporaneamente chiusi: conviene telefonare al numero 060608 prima di andare.

Come si arriva al Ludus Magnus con i mezzi pubblici?

Al Ludus Magnus si arriva scendendo alla fermata Colosseo della metropolitana linea B e camminando meno di cinque minuti lungo via Labicana. Diverse linee di autobus fermano proprio davanti all’area archeologica, che la scheda ufficiale indica come via Labicana senza numero civico, ingresso di fronte alla fermata dei mezzi. I percorsi delle linee di superficie nel centro di Roma cambiano spesso e vanno verificati prima di partire.

Quanto tempo serve per vedere il Ludus Magnus?

Per vedere il Ludus Magnus dal parapetto bastano dieci o quindici minuti, ed è il tempo che impiega la quasi totalità dei visitatori. Le visite guidate all’interno dell’area archeologica, quando sono programmate, hanno una durata indicata di circa un’ora. Conviene inserirlo come tappa breve prima o dopo la visita al Colosseo, non come meta di una mattinata intera.

Il cunicolo fra il Ludus Magnus e il Colosseo esiste davvero?

Il cunicolo fra il Ludus Magnus e il Colosseo esiste ed è documentato: fu individuato nel 1939 e collegava la caserma ai sotterranei dell’anfiteatro passando sotto lo spazio lastricato fra i due edifici. Non è però percorribile, perché nell’Ottocento la costruzione del collettore fognario dell’Esquilino ne ha interrotto irrimediabilmente il tracciato.

I gladiatori morivano a ogni combattimento?

No, i gladiatori non morivano a ogni combattimento, e il Ludus Magnus serviva proprio a mantenerli in efficienza perché erano beni costosi. Lo sconfitto poteva ottenere la missio, il congedo, e Augusto vietò i combattimenti in cui la grazia era esclusa in partenza. Le stime di Georges Ville sulle epigrafi del primo secolo indicano una mortalità intorno al diciannove per cento fra chi entrava nell’arena.

Il Ludus Magnus è adatto ai bambini?

Il Ludus Magnus visto dal parapetto è adatto a tutti, bambini compresi, perché si guarda dall’alto in tutta sicurezza e la storia dei gladiatori funziona benissimo come racconto. Per l’ingresso interno vale l’avvertenza sulle due rampe di scale da scendere. Sono state organizzate in passato attività didattiche dedicate proprio ai bambini in questo sito.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

Il Ludus Magnus funziona come chiave di lettura del Colosseo più che come tappa autonoma: cinque minuti al parapetto prima di entrare in anfiteatro spiegano il quartiere degli spettacoli meglio di qualunque ricostruzione, e collegano naturalmente la visita a San Clemente, alla Domus Aurea e al Celio, tutti raggiungibili a piedi. Chi ha una sola giornata a disposizione nella zona archeologica centrale farà bene a inserirlo nel percorso invece di cercarlo a parte.

Chi mette insieme un itinerario più ampio fra il Colosseo, il Celio e l’Esquilino, incrociando orari, prenotazioni e distanze a piedi, può trovare strumenti utili di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più generale sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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IndirizzoVia Labicana Roma Roma Città 00184

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