Villa Celimontana
Villa Celimontana, il parco che Roma si tiene per sé
Ci sono luoghi di Roma che si conquistano a spallate, in fila, con il biglietto in mano e il fiato di trecento persone sul collo. E poi c'è Villa Celimontana, che si conquista salendo una rampa dolce da piazza della Navicella, oltrepassando un portale di travertino e accorgendosi, dopo venti passi, che il rumore della città si è spento come se qualcuno avesse abbassato una manopola. Non è un effetto poetico: è topografia. Il Celio è un colle vero, con un fianco che precipita verso la valle delle Camene e le Terme di Caracalla, e la villa sta appollaiata sulla sua sommità occidentale, protetta da muri antichi, da alberi alti e da una fortuna che a Roma vale più dell'oro: essere accanto al Colosseo senza essere il Colosseo.

È uno dei posti giusti per chi ha già visto tutto, oppure quando hanno visto troppo e hanno bisogno di rimettere insieme i pezzi. Villa Celimontana sta in cima a quella gerarchia. Non perché sia la più spettacolare — non lo è, e chi cerca l'effetto cartolina lo troverà più facilmente al Pincio o sull'Aventino — ma perché è il posto dove Roma smette di recitare. Qui non c'è nulla da vendere, nessuna coda, nessun tornello. C'è un obelisco egizio che nessuno guarda, una collezione di marmi antichi in gran parte volata via nei secoli, un palazzetto cinquecentesco che oggi custodisce carte geografiche e diari di esploratori, e un prato dove le famiglie del rione stendono la coperta la domenica pomeriggio come se il Colosseo, a settecento metri di distanza, fosse un'altra città.
Il nome ufficiale, quello che si legge nelle guide, è Villa Celimontana. Il nome antico, quello che ancora usano i romani più anziani e tutta la letteratura erudita, è Villa Mattei al Celio. Cambiare nome a un giardino significa quasi sempre che è cambiato il padrone, e in questo caso i padroni sono cambiati parecchie volte: una famiglia baronale romana, un principe spagnolo caduto in disgrazia, una principessa d'Olanda, un banchiere tedesco, infine la città. Ogni proprietario ha lasciato un segno, e la bellezza un po' contraddittoria di Villa Celimontana sta esattamente lì: è un giardino all'italiana del Cinquecento che si è lasciato spettinare da un parco romantico dell'Ottocento, e nessuno dei due ha vinto del tutto.
Perché Villa Celimontana merita più di mezz'ora
La tentazione, quando si arriva qui dopo il Colosseo, è di attraversare il parco in dieci minuti verso San Gregorio al Celio e considerarlo una scorciatoia panoramica. È un errore che si vede commettere di continuo. Villa Celimontana non è un corridoio: è un palinsesto. Sotto i vialetti ci sono le mura di un complesso di età flavia e traianea; ai margini c'è la caserma della quinta coorte dei vigili, i vigili del fuoco dell'antica Roma; poco fuori la cancellata affiora la Basilica Hilariana, sede di un collegio religioso che nulla ha a che vedere con il cristianesimo. E in mezzo, sopra tutto, un obelisco di Ramesse II che è arrivato fin qui passando per Eliopoli, per un tempio di Iside, per la scalinata dell'Aracoeli e per un incidente di cantiere che ha generato una delle leggende più macabre della città.
Se dedicate a Villa Celimontana un'ora e mezza — e vi consiglio di farlo nel tardo pomeriggio, quando la luce entra bassa fra i platani — uscirete con la sensazione di avere letto un capitolo di storia romana che non compare quasi mai nei programmi di viaggio. E, cosa non trascurabile, con le gambe riposate.
Dove si trova esattamente Villa Celimontana
Villa Celimontana occupa la sommità occidentale del colle Celio, dentro il rione omonimo, nel Municipio I. L'ingresso monumentale, quello che tutti usano, si apre su via della Navicella, a fianco della basilica di Santa Maria in Domnica, a pochi metri dalla fontana della Navicella che dà il nome alla strada. Un secondo ingresso, più discreto e molto più bello da usare in uscita, si trova sul clivo di Scauro, oggi via di San Paolo della Croce, l'antica strada romana che scende fra gli archi verso i Santi Giovanni e Paolo. C'è anche un accesso da piazza dei Santi Giovanni e Paolo che, ironia della storia, corrisponde più o meno all'ingresso principale originario: nel Cinquecento si entrava da nord, e la sequenza di viali e prospettive era pensata per chi arrivava da quella parte.
A sud la villa domina il Semenzaio di San Sisto Vecchio, il vivaio storico del Servizio Giardini comunale: se dal muro di cinta meridionale vedete file ordinate di piante in vaso, non è un giardino privato abusivo, è il posto dove per decenni si è coltivato buona parte del verde ornamentale di Roma. A ovest lo sguardo cade sulla valle delle Camene e sul complesso delle Terme di Caracalla, e nelle giornate limpide, dai punti giusti, si intercettano scorci che valgono la salita.
Il Celio: un colle che pochi sanno di avere attraversato
Il Celio è uno dei sette colli, ma è il più discreto della compagnia. Il Palatino ha i palazzi imperiali, l'Aventino ha il buco della serratura e il giardino degli aranci, il Campidoglio ha Michelangelo. Il Celio ha chiese antichissime, conventi, ospedali, caserme e un silenzio quasi sospetto. Nell'antichità era zona residenziale di lusso e insieme zona militare; nel Medioevo si spopolò e si riempì di vigne e orti; dal Cinquecento le famiglie romane vi impiantarono ville suburbane, sfruttando l'aria buona e il prezzo basso dei terreni. Villa Celimontana è la superstite più integra di quella stagione, e per questo vale la pena capire da dove viene.
Il rapporto con il Colosseo e con San Giovanni
Uno degli aspetti più utili di Villa Celimontana, per chi organizza una giornata, è la sua posizione di cerniera. Dal Colosseo si sale in una decina di minuti abbondanti passando per la Basilica dei Santi Quattro Coronati o per Santo Stefano Rotondo; da San Giovanni in Laterano si arriva percorrendo via della Navicella in una quindicina di minuti; dal Circo Massimo si sale per via di San Gregorio e si entra dal lato del clivo di Scauro. Questo significa che Villa Celimontana può funzionare da pausa strategica in tre itinerari diversi, e che non serve dedicarle un viaggio a parte.
Come si arriva a Villa Celimontana
La metropolitana è l'opzione più semplice. La linea B ferma al Colosseo e al Circo Massimo, e da entrambe le stazioni si sale a piedi con una passeggiata gradevole. La linea C, che serve la zona con le fermate del Colosseo e di Porta Metronia, ha reso il Celio molto più raggiungibile di quanto fosse fino a pochi anni fa: da Porta Metronia si risale verso via della Navicella e si entra dal portale monumentale.
Chi preferisce la superficie ha a disposizione le linee di autobus che risalgono dal Colosseo e da San Giovanni verso il Celio; il tram che percorre l'asse di San Giovanni lascia a distanza comoda. Il consiglio pratico, però, è un altro: qualunque mezzo prendiate, gli ultimi cinque minuti fateli a piedi scegliendo la strada giusta. Salire da via di San Paolo della Croce, sotto gli archi del clivo di Scauro, cambia completamente l'esperienza rispetto ad arrivare direttamente al cancello di via della Navicella. È la differenza fra entrare in un teatro dalla porta di servizio e entrare dal foyer, con l'unica variante che qui la porta di servizio è più bella.
In auto, in bici, a piedi
L'auto è l'idea peggiore: siamo dentro la zona a traffico limitato del centro storico e i posti auto sono un miraggio. La bicicletta funziona bene per chi ha gambe allenate, perché la salita al Celio è breve ma decisa; una volta in cima, i viali interni sono comodi. A piedi, infine, Villa Celimontana è il naturale punto di riposo di un itinerario che comprenda il Colosseo, Santo Stefano Rotondo, i Santi Quattro Coronati e la basilica dei Santi Giovanni e Paolo.
Orari e accesso
Il parco segue la regola dei giardini storici comunali di Roma: apre all'alba e chiude al tramonto, con orari che quindi si allungano d'estate e si accorciano d'inverno. Prima di programmare una visita serale, in particolare durante le stagioni di eventi, conviene sempre verificare le comunicazioni ufficiali: gli orari dei parchi romani cambiano con il cambio dell'ora e con le esigenze di manutenzione, e l'unica cosa peggiore di trovare un cancello chiuso è trovarlo chiuso dopo avere fatto la salita.
Prima di Villa Celimontana: il Celio antico sotto i vialetti
Ogni volta che si cammina in un parco romano conviene ricordarsi che il livello del suolo è una convenzione recente. A Villa Celimontana si passeggia sopra un sito che in età flavia e traianea era occupato da costruzioni imponenti, di cui restano cinte murarie oggi sepolte dai livellamenti del terreno e visibili solo parzialmente sul lato meridionale. Chi ha occhio per i muri lo capisce dai laterizi che affiorano qua e là, incorporati nei terrazzamenti come se fossero sempre stati lì per reggere una siepe.
La presenza più caratterizzante è quella dei castra della quinta coorte dei vigiles. I vigiles erano il corpo istituito da Augusto per la sorveglianza notturna e per lo spegnimento degli incendi: settemila uomini divisi in quattordici coorti, ciascuna responsabile di due regioni della città. La quinta stava qui, sul Celio, e la sua caserma è uno dei motivi per cui la zona ha lasciato tracce archeologiche così dense. C'è qualcosa di piacevolmente circolare nel fatto che il colle dove si accampavano i pompieri antichi sia oggi uno dei posti più freschi e ombrosi del centro.
La Basilica Hilariana, il collegio che non era una chiesa
Nel 1889, scavando poco fuori il perimetro della villa, venne alla luce la Basilica Hilariana, un edificio che la parola "basilica" rischia di far fraintendere: non è una chiesa, ma la sede di un collegio, quello dei dendrofori, i "portatori di alberi" legati al culto di Cibele e Attis. Il fondatore fu Manio Publicio Ilaro, un mercante di perle — margaritarius — che con il denaro guadagnato nel commercio del lusso finanziò un edificio associativo e vi lasciò il proprio nome, come si usava allora e come, tutto sommato, si usa ancora oggi con le targhe dei donatori.
La cosa che rende la Basilica Hilariana memorabile è il suo pavimento a mosaico, con una raffigurazione apotropaica contro il malocchio all'ingresso. Il messaggio, tradotto in linguaggio contemporaneo, suonava più o meno così: chi entra qui con buone intenzioni troverà gli dèi favorevoli, chi entra con l'invidia in tasca se ne pentirà. È il tipo di dettaglio che fa sorridere e insieme fa capire meglio di venti pagine come funzionasse la mentalità religiosa romana: pratica, contrattuale, scaramantica.
Il dolmen che dolmen non è
Dentro Villa Celimontana, in un angolo del giardino, si incontra una struttura che tutti chiamano "il dolmen": tre grandi blocchi disposti a formare un trilite, con l'aria di un monumento megalitico finito per sbaglio sul Celio. Non è preistorico e non è mai stato un dolmen: è un assemblaggio realizzato con alcuni resti provenienti proprio dalla Basilica Hilariana, sistemato secondo un gusto ottocentesco che amava le rovine ricomposte in modo suggestivo. Vale la pena conoscerne l'origine, perché altrimenti si rischia di raccontare ai propri compagni di viaggio una preistoria romana che non è mai esistita.
Ciriaco Mattei e la nascita di Villa Celimontana
La storia moderna di Villa Celimontana comincia con una compravendita agraria del tutto ordinaria. Nel 1553 un terreno coltivato a vigna, condotto dalla famiglia Paluzzelli, passò per mille scudi d'oro alla famiglia Mattei. Mille scudi, per una famiglia baronale romana del Cinquecento, non erano una cifra folle: si comprava una vigna sul Celio come oggi si compra una casa di campagna a un'ora dalla città, con l'idea di andarci d'estate e di fare bella figura con gli amici.
Il salto di qualità arriva con Ciriaco Mattei, il committente che trasformò l'operazione immobiliare in un progetto culturale. Fu lui a volere che la vigna diventasse una villa nel senso pieno del termine rinascimentale: casino nobile, giardini regolati, viali prospettici, fontane, e soprattutto una collezione di antichità disposta all'aperto, fra siepi e nicchie, come un museo senza tetto. I lavori di sistemazione si conclusero nel 1581, e da quel momento la Villa Mattei al Celio entrò nel circuito delle mete obbligate per chiunque, a Roma, contasse qualcosa o volesse contare qualcosa.
Che cosa significava "villa" nel Cinquecento romano
Bisogna liberarsi dell'idea contemporanea di villa come casa grande con giardino. Nella Roma del secondo Cinquecento la villa suburbana era un dispositivo sociale preciso: serviva a ospitare, a impressionare, a esibire cultura antiquaria, a offrire ai cardinali un luogo di conversazione lontano dalle rigidità del palazzo di città. Chi possedeva una villa possedeva un teatro dove mettere in scena il proprio rango. I Mattei lo capirono benissimo, e il Celio offriva il vantaggio di essere insieme vicino e appartato: un quarto d'ora a cavallo dal Laterano, ma con il silenzio della campagna.
I Mattei, una famiglia che ha lasciato il nome dappertutto
I Mattei sono una di quelle famiglie che a Roma si incontrano di continuo senza accorgersene. Il loro nome sta sulla piazza e sul palazzo dove la Fontana delle Tartarughe fa il suo miracolo di leggerezza, sta su una via del centro, sta sulle residenze che punteggiavano la città. Erano baroni con incarichi curiali, mecenati con gusto, collezionisti aggressivi nel senso migliore del termine. Ciriaco fu tra i più raffinati, e la sua villa sul Celio fu il capolavoro della famiglia in materia di giardini, così come il palazzo in via dei Funari lo fu in materia di architettura urbana.
Il committente e l'artista
Un committente del calibro di Ciriaco Mattei non si limitava a firmare assegni: sceglieva, discuteva, imponeva. Fu la sua committenza a portare qui il casino nobile progettato da Jacopo Del Duca, uno degli allievi e collaboratori di Michelangelo, architetto e scultore siciliano che aveva lavorato al Ciborio del Santissimo Sacramento e che portava dentro di sé la lezione del maestro. Non è un dettaglio da poco: significa che il piccolo palazzo al centro di Villa Celimontana appartiene, per discendenza diretta, alla stagione più alta dell'architettura romana del Cinquecento.
Il giardino cinquecentesco di Villa Celimontana
Il giardino di Ciriaco Mattei era organizzato secondo i principi del giardino all'italiana: assi prospettici, compartimenti geometrici, terrazzamenti che sfruttavano il dislivello naturale del colle, punti focali costituiti da fontane, statue e, naturalmente, dall'obelisco. Il visitatore non passeggiava a caso: veniva guidato lungo percorsi che gli offrivano, uno dopo l'altro, colpi d'occhio calcolati. Alla fine di un viale trovava una fontana; girato un angolo, una statua antica; salito un terrapieno, un panorama sulla campagna romana.
Le vedute seicentesche che ci sono arrivate mostrano un giardino molto più rigido e molto più "leggibile" di quello attuale, con compartimenti squadrati e alberature disposte a filari. Guardarle è l'unico modo per capire quanto profondo sia stato il rimaneggiamento ottocentesco: il parco che percorriamo oggi conserva l'impianto generale e i suoi monumenti, ma ha perso la geometria rigorosa in favore di prati ondulati, gruppi arborei liberi e sentieri sinuosi.
Il giardino come museo all'aperto
La caratteristica più notevole della Villa Mattei era l'esposizione sistematica di antichità nel verde. Statue, sarcofagi, cippi, iscrizioni, are, colonne, frammenti architettonici: tutto veniva collocato secondo un progetto di allestimento che oggi definiremmo curatoriale. Il giardino serviva da vetrina, ma anche da libro: chi lo percorreva riceveva una lezione di storia romana per immagini. Dei marmi originali, come vedremo, ne è rimasto qui soltanto un residuo; ma alcune presenze, come le colonne, il monumento funerario dedicato a un certo Marco Larcio dalla moglie e diverse statue acefale, continuano a punteggiare i prati e ricordano com'era pensato l'insieme.
La logica dell'acqua
Un giardino romano senza acqua è un giardino a metà, e su un colle l'acqua è un problema tecnico prima che estetico. Villa Celimontana risolse la questione sfruttando le condotte disponibili e organizzando fontane, vasche e giochi d'acqua che nel Cinquecento e nel Seicento costituivano il vero lusso della proprietà. La lettura idraulica di un giardino storico è quasi sempre la chiave per capirne le scelte compositive: dove c'è pressione si può fare uno zampillo, dove non c'è si fa una vasca a specchio o una grotta gocciolante.
L'obelisco di Villa Celimontana, il tredicesimo testimone
Se dovessi indicare un solo oggetto per giustificare una visita a Villa Celimontana, indicherei l'obelisco. Roma possiede tredici obelischi antichi, più di qualunque altra città al mondo, Egitto compreso. Dodici li conoscono tutti: San Pietro, Piazza del Popolo, Laterano, Montecitorio, Piazza Navona, Trinità dei Monti, Minerva, Quirinale, Esquilino, Pincio, Villa Torlonia, Piazza della Rotonda. Il tredicesimo sta qui, sopra una montagnola alberata, senza folla, senza guide con la bandierina, senza nemmeno un cartello che ne renda giustizia. È il più trascurato e, per un certo tipo di viaggiatore, il più affascinante.
Il monolite risale all'epoca di Ramesse II ed è frammentario: originale è soltanto la metà superiore, alta 2,68 metri, mentre il resto è integrazione. Con il completamento, il basamento e il globo che lo sormonta l'insieme raggiunge i 12,23 metri, il che spiega perché a occhio nudo sembri più imponente di quanto la parte antica non sia. I romani, con la consueta capacità di ridimensionare qualunque solennità, lo hanno soprannominato "lo spiedino".
Da Eliopoli al Celio: un itinerario di tremila anni
Il viaggio di questo obelisco è una lezione di storia del Mediterraneo. Nasce in Egitto, legato al culto solare; viene portato a Roma e collocato in un santuario di Iside, uno dei luoghi in cui la capitale dell'impero praticava la sua fascinazione per l'Egitto; con la fine del mondo antico finisce fra le rovine. Nel Medioevo lo si ritrova sul Campidoglio, accanto all'andito laterale della basilica di Santa Maria in Aracoeli, dove compare in disegni cinquecenteschi che ce lo mostrano ancora in piedi a fianco della chiesa.
Nel 1582 il Senato romano lo donò a Ciriaco Mattei, che se lo fece trasportare nella villa sul Celio; l'installazione fu completata negli anni immediatamente successivi. Nell'Ottocento, dopo il passaggio di proprietà e nel quadro dei nuovi assetti del giardino, l'obelisco venne rialzato e sistemato nella posizione attuale, sulla piccola altura che ancora oggi lo ospita. Da allora nessuno lo ha più toccato, e i motivi — come vedremo — non sono soltanto tecnici.
Perché la donazione del 1582 non era un regalo qualunque
Regalare un obelisco a un privato può sembrare, oggi, un gesto stravagante. Nel Cinquecento aveva una logica precisa. Il monolite giaceva in condizioni precarie, richiedeva spese di trasporto e di erezione che nessuna amministrazione aveva voglia di sostenere, e la munificenza aristocratica funzionava esattamente così: il potere pubblico cedeva un bene ingombrante a un privato ricco, che ne pagava il recupero e in cambio ne ricavava prestigio. Il risultato, in questo caso, è stato la conservazione di un pezzo unico che altrimenti sarebbe finito calcinato in una fornace, come è capitato a tanti marmi antichi.
Le leggende dell'obelisco di Villa Celimontana
Gli obelischi romani attirano leggende come i lampioni attirano falene, e quello di Villa Celimontana ne ha collezionate due particolarmente tenaci. La prima riguarda l'ultimo spostamento ottocentesco. Si racconta che durante le operazioni di sollevamento le funi cedettero e il basamento precipitò su un operaio, schiacciandogli gli arti superiori. Per liberarlo — dice la tradizione — fu necessario amputargli le braccia sul posto, che rimasero sotto il blocco. Da allora, prosegue il racconto, nessuno ha più avuto il coraggio di proporre un nuovo spostamento del monumento, e le braccia di quell'uomo giacerebbero ancora là sotto.
La seconda leggenda è di tutt'altro registro e riguarda la sfera che sormonta il monolite: conterrebbe le ceneri dell'imperatore Augusto. È una convinzione che circolava anche a proposito di altri obelischi e globi romani, alimentata dalla suggestione che un contenitore metallico posto in cima a un monumento antico debba per forza custodire qualcosa. Le ceneri di Augusto stavano nel Mausoleo che porta il suo nome, in Campo Marzio, e la loro sorte dopo i saccheggi antichi è ignota; ma il fascino della sfera resta intatto, e ogni volta che la indico c'è qualcuno che alza il telefono e prova a fotografarla in controluce, sperando chissà cosa.
Come si maneggia una leggenda senza mentire
Storie di questo tipo vanno raccontate senza spacciarle per verità documentate. La formula è semplice: che cosa si racconta, chi lo racconta e che cosa invece sappiamo con certezza. Nel caso dell'obelisco di Villa Celimontana sappiamo con certezza la provenienza egiziana, la datazione ramesside, la donazione del 1582 a Ciriaco Mattei, la collocazione medievale all'Aracoeli e la risistemazione ottocentesca. Il resto è folklore, ed è folklore prezioso, perché racconta come i romani hanno vissuto e digerito i propri monumenti.
Il tredicesimo obelisco e il gioco che propongo sempre
Un gioco per i più competitivi: elencare gli obelischi antichi di Roma. Arrivano quasi sempre a otto o nove; qualcuno arriva a undici; nessuno, mai, ha nominato Villa Celimontana. È il monumento perfetto per il viaggiatore che vuole tornare a casa con una carta da giocare in società. Aggiungo che gli obelischi romani si dividono fra quelli antichi importati dall'Egitto, quelli di fabbricazione romana con geroglifici imitativi e quelli moderni: distinzione che rende la conversazione molto più interessante di un semplice elenco.
San Filippo Neri e Villa Celimontana
C'è un filo devozionale che attraversa Villa Celimontana e che spiega perché questo giardino non sia soltanto una faccenda di marmi e di prospettive. Ciriaco Mattei fu vicino a Filippo Neri, il prete fiorentino che a Roma inventò l'Oratorio e che la città ha eletto a proprio santo di casa con una familiarità che nessun altro patrono ha mai avuto. Filippo Neri non predicava dall'alto: rideva, sfotteva, spiazzava, portava i giovani a camminare e a cantare per le strade, e trasformò la penitenza in una gita.
La sua invenzione più fortunata fu la visita delle Sette Chiese: un pellegrinaggio a piedi che toccava San Pietro, San Paolo fuori le mura, San Sebastiano, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo fuori le mura e Santa Maria Maggiore. Venti chilometri abbondanti, spesso percorsi in un giorno solo, con musica, soste, pasti all'aperto e una quantità di conversazione che oggi chiameremmo animazione culturale. Il percorso passava per il Celio, e la villa dei Mattei divenne uno dei luoghi di sosta e di ristoro per i pellegrini.
Il santo che si riposava all'ombra
La tradizione locale vuole che Filippo Neri si fermasse qui a riposare, all'ombra degli alberi della villa, mentre i pellegrini mangiavano e recuperavano fiato. Nel giardino si indica ancora un albero legato alla memoria del santo, e chi conosce la devozione romana sa che alberi di questo tipo — il leccio di San Filippo, il fico di questo o quel convento — sono meno botanica e più memoria collettiva: quando l'esemplare muore se ne ripianta un altro, e la storia continua.
A me interessa soprattutto ciò che questa tradizione dice del rapporto fra aristocrazia e devozione nella Roma della Controriforma. Aprire la propria villa a una processione di pellegrini non era carità occasionale: era un investimento reputazionale in una città dove la santità era la valuta più forte. E, insieme, era probabilmente affetto sincero, perché Filippo Neri aveva la rara capacità di farsi voler bene anche dai potenti che prendeva in giro.
La Roma delle Sette Chiese, ieri e oggi
Il pellegrinaggio delle Sette Chiese esiste ancora e continua a essere percorso, soprattutto in primavera. Camminarlo, anche solo in parte, è uno dei modi migliori per capire la geografia sacra della città: si attraversano quartieri, campagne residue, mura, e si scopre che Roma è molto più grande di quanto le mappe turistiche lascino intendere. Villa Celimontana, in quel racconto, è la sosta che permette di arrivare al Laterano con le gambe ancora buone.
Il Palazzetto Mattei, cuore costruito di Villa Celimontana
Al termine del viale d'ingresso si incontra il casino nobile, che tutti chiamano Palazzetto Mattei. È un edificio misurato, senza esibizioni, con quel tipo di eleganza che nel Cinquecento romano significava sicurezza di sé: non serviva strillare, bastava proporzionare bene le aperture. L'opera si deve a Jacopo Del Duca, formatosi nella cerchia michelangiolesca, e conserva l'impianto originario nonostante i rimaneggiamenti successivi.
Il palazzetto non era una residenza permanente ma un luogo di soggiorno e di rappresentanza. Le sale servivano per ricevere, per esporre pezzi della collezione, per offrire refrigerio d'estate. La logica di un casino di villa è opposta a quella di un palazzo urbano: là si difende la privacy della famiglia, qui si organizza il piacere della compagnia. Chi lo guarda oggi con occhio distratto vede un edificio color ocra chiuso fra gli alberi; chi lo guarda sapendo che cosa era vede la macchina scenica di una villa cinquecentesca.
Gli interni e il loro destino
Come accade quasi sempre alle ville nobiliari passate di mano molte volte, gli arredi originari sono dispersi da tempo e gli interni hanno subito adattamenti funzionali. La destinazione contemporanea, di cui parlerò fra poco, ha però avuto un merito enorme: ha impedito che l'edificio venisse abbandonato o snaturato. Un palazzetto storico con dentro una biblioteca e un archivio è un palazzetto che vive, che viene riscaldato d'inverno e controllato tutto l'anno.
Il rapporto fra l'edificio e il giardino
Il Palazzetto Mattei era il perno visivo del giardino cinquecentesco: i viali convergevano verso di esso, e da esso si aprivano le prospettive. Con la trasformazione paesaggistica ottocentesca questo rapporto si è ammorbidito, e oggi l'edificio appare piuttosto come una presenza fra gli alberi che come il fulcro geometrico dell'insieme. Se volete recuperare la logica originale, mettetevi in asse con la facciata principale e provate a immaginare siepi basse, ghiaia, statue in fila e nessun albero ad alto fusto a interrompere la vista. La villa cambia faccia in un istante.
La collezione di antichità di Villa Celimontana e la sua dispersione
Qui bisogna raccontare una storia che finisce male, ma che è tipica del destino delle collezioni romane. Ciriaco Mattei e i suoi discendenti misero insieme, fra villa e palazzi di famiglia, una raccolta di antichità di rilievo europeo: statue, rilievi, sarcofagi, busti, iscrizioni. Molti pezzi erano esposti all'aperto nel giardino, altri all'interno del casino. Per due secoli la collezione Mattei fu una tappa nel percorso dei viaggiatori colti, degli antiquari, degli artisti che a Roma venivano a studiare l'antico disegnandolo.
Poi arrivarono le difficoltà economiche, i frazionamenti ereditari e il grande mercato antiquario fra Sette e Ottocento, che fu per Roma quello che l'alta marea è per un castello di sabbia. Molti reperti della raccolta furono ceduti ai Musei Vaticani, dove si trovano tuttora; altri presero strade diverse e finirono in collezioni e musei italiani e stranieri. Il giardino, che era stato pensato come contenitore espositivo, si svuotò progressivamente dei suoi pezzi migliori.
Che cosa resta oggi in Villa Celimontana
Resta abbastanza da capire, non abbastanza da emozionarsi come si emozionavano i viaggiatori del Grand Tour. Colonne, are, cippi, un monumento probabilmente funerario dedicato a Marco Larcio dalla moglie, statue prive di testa e qualche frammento architettonico continuano a stare in mezzo ai prati, spesso senza cartello, spesso scambiati per arredo. Conviene dedicare qualche minuto a cercarli deliberatamente: cambia la percezione del parco, perché ciò che sembrava decorazione si rivela documento.
La sorpresa di un doppio volto
Fra gli episodi collezionistici legati a questa villa ce n'è uno che amo particolarmente. Durante i lavori promossi dal proprietario spagnolo di inizio Ottocento tornò alla luce, inaspettatamente, una scultura antica a doppio volto, una di quelle erme bicefale in cui si sono voluti riconoscere Seneca e Socrate. È il tipo di ritrovamento che a Roma capita ancora: scavi per rifare una fognatura e trovi un filosofo. La differenza, allora, è che il filosofo entrava direttamente nella collezione privata di chi possedeva il terreno.
Perché la dispersione non è solo una perdita
A chi si indigna per i marmi finiti altrove si può opporre un ragionamento contrario. La dispersione delle collezioni romane è stata una tragedia per l'integrità dei complessi, ma è stata anche il motivo per cui l'arte antica è oggi conosciuta in tutta Europa. Un pezzo che lascia un giardino privato ed entra in un museo pubblico guadagna in conservazione, in studio e in accessibilità ciò che perde in contesto. Non è una consolazione, è un bilancio.
Fontane, ninfei e grotte di Villa Celimontana
L'acqua è la memoria più fragile di un giardino storico. Le statue si possono spostare, gli alberi si ripiantano, ma un impianto idraulico che smette di funzionare diventa in pochi decenni un rudere incomprensibile. Villa Celimontana conserva un repertorio di fontane e strutture d'acqua che, pur ridimensionato rispetto all'apparato originario, permette di ricostruire la logica di un giardino cinque-seicentesco.
La più fotografata è la fontana delle palme, che deve il nome alla vegetazione che la circonda e che rappresenta uno degli angoli più riconoscibili del parco: un bacino, un getto discreto, il fusto delle palme che sale dietro. Altrove si incontra la fontana della conchiglia, con la sua vasca modellata a valva, e i resti di sistemazioni minori distribuite lungo i percorsi. C'è poi la memoria di una fontana del Fiume, con la figura fluviale distesa che era un topos obbligato dei giardini romani: il fiume disteso sul gomito, l'urna che versa acqua, la citazione colta delle statue antiche del Nilo e del Tevere.
Ninfei e grotte: il fresco come lusso
Nel Cinquecento romano la grotta artificiale, o ninfeo, era il vero lusso di una villa. Costruita di solito su un fianco di terreno, rivestita di spugne calcaree, conchiglie, mosaici rustici, ospitava zampilli, statue e giochi d'acqua pensati per bagnare a sorpresa gli ospiti distratti. Serviva a due cose: stupire e rinfrescare. In un'estate romana senza aria condizionata, una stanza umida e ombrosa dove l'acqua gocciolava era il posto dove qualunque cardinale avrebbe voluto trovarsi a mezzogiorno.
A Villa Celimontana le strutture di questo tipo sono in parte perdute, in parte inglobate nei terrazzamenti, in parte riconoscibili solo a chi sa che cosa cercare. Camminando lungo i muri di contenimento del lato meridionale si notano nicchie, vani tamponati e murature che non hanno nulla di ornamentale: sono gli scheletri di un sistema che un tempo produceva meraviglia.
Bernini al Celio: le fontane che non ci sono più
Fra le notizie più amare c'è questa: alcune fontane della villa furono opera di Gian Lorenzo Bernini, chiamato dai Mattei, e sono andate distrutte. Il dato è registrato dalla letteratura storico-artistica sulle fontane berniniane, ed è uno di quei casi in cui la storia dell'arte lavora come l'archeologia, ricostruendo per documenti ciò che non si può più vedere. Immaginare un Bernini giovane che progetta giochi d'acqua sul Celio, a poche centinaia di metri dal Colosseo, aiuta a capire quanto fosse fitta la rete di committenze che teneva insieme la Roma barocca.
Sapere di una perdita non è inutile: è il modo migliore per guardare con occhi diversi ciò che resta. L'assenza, raccontata bene, è più eloquente di molte presenze.
Il portale monumentale di Villa Celimontana
Il grande portale che introduce alla villa da via della Navicella ha una biografia curiosa: non è nato qui. Proviene dalla Villa Giustiniani Massimo, chiamata anche Villa Massimo Lancellotti, che sorgeva un tempo dalle parti di via Matteo Boiardo e che è stata cancellata dall'edilizia. Quando quella villa scomparve, il portale fu smontato e ricostruito a Villa Celimontana nel 1931, dove funziona benissimo come ingresso scenografico.
Sul lato interno si riconosce lo stemma della famiglia Massimo, testimonianza della provenienza, e sul muro adiacente un'iscrizione racconta la vicenda del trasferimento. È un dettaglio da leggere: si tratta di uno dei pochi casi in cui un monumento romano spiega da solo la propria migrazione, invece di lasciare al visitatore l'illusione che sia sempre stato lì.
Un'abitudine romana: spostare le cose
La storia del portale illumina una pratica costante della Roma moderna e contemporanea: lo spostamento di elementi architettonici da un sito all'altro. Colonne, portali, fontane, obelischi e persino interi edifici si sono mossi per la città seguendo le fortune dei proprietari e i piani regolatori. Villa Celimontana ne è un piccolo catalogo: l'obelisco arriva dal Campidoglio dopo essere venuto dall'Egitto, il portale arriva dall'Esquilino, i marmi antichi arrivano da scavi diversi. Il parco è, in questo senso, un deposito di migrazioni.
Entrare dal portale, uscire dal clivo
Il consiglio di regia è semplice: entrate dal portale monumentale, che vi prepara con la giusta solennità, e uscite dal lato del clivo di Scauro, che vi restituisce alla città nel modo più bello possibile, sotto archi antichi, con le absidi delle chiese davanti. Fare il contrario funziona meno: si arriva stanchi al pezzo forte e si esce su una strada trafficata.
La caduta dei Mattei e i nuovi padroni di Villa Celimontana
Nel 1802 la famiglia Mattei perse la proprietà della villa. È una data che segna la fine di un ciclo lungo due secoli e mezzo e l'inizio di una girandola di passaggi che avrebbe cambiato il volto del giardino. Le ragioni sono quelle classiche del patriziato romano di antico regime: debiti, eredità frammentate, redditi fondiari che non reggono più i costi di rappresentanza, e una stagione politica — quella napoleonica — che scompiglia ogni certezza.
Dal 1813 al 1830 il proprietario fu Manuel Godoy, il politico e nobile spagnolo che era stato l'uomo più potente della Spagna con il titolo di Principe della Pace e che finì i suoi giorni in esilio. Godoy acquistò la villa dal conte Alessandro Pianciani e affidò i restauri all'architetto catalano Antonio Celles y Azcona. È durante questi lavori che riemerse l'erma bicefala di cui si è parlato. Un esule che compra una villa romana e ci trova dentro una scultura antica è un soggetto che sembra scritto da un romanziere, ed è invece cronaca documentata.
Marianne d'Orange-Nassau e il capitolo olandese
Il 7 giugno 1851 la villa fu acquistata da Marianne d'Orange-Nassau, zia di Guglielmo III dei Paesi Bassi, principessa dalla biografia scandalosa per i canoni dell'epoca: separata, indipendente, madre di un figlio nato fuori dal matrimonio, Johannes Willem van Reinhartshausen, che era venuto al mondo a Cefalù e che la madre portava con sé a Roma. Il Celio, con la sua distanza dalle corti e la sua bellezza appartata, era il posto perfetto per una donna che aveva deciso di vivere secondo le proprie regole.
A questa stagione appartiene la trasformazione del giardino in senso paesaggistico, la scelta cioè di sostituire la geometria del giardino all'italiana con l'apparente naturalezza del parco all'inglese: prati ondulati, gruppi di alberi, viali curvi, punti panoramici. È il gusto che dominava l'Europa di metà Ottocento, e Villa Celimontana lo ha assorbito profondamente. Nel racconto delle proprietà ottocentesche compaiono anche i Manning, in uno di quei passaggi rapidi che le carte registrano e la memoria collettiva dimentica.
Richard von Hoffmann, l'ultimo proprietario privato
Nel 1869 la villa passò a Richard von Hoffmann, barone di Baviera, che ne fu l'ultimo proprietario privato e che intorno al 1870 promosse ulteriori interventi, questa volta di gusto neogotico. Il neogotico in un giardino romano può far storcere il naso ai puristi, ma va inquadrato nel clima del tempo: la rovina pittoresca, il richiamo medievale, l'atmosfera romantica erano ingredienti che una villa alla moda doveva avere.
Sotto gli Hoffmann Villa Celimontana divenne un luogo di ricevimenti e di ospitalità internazionale, frequentato dalla società cosmopolita che affollava la Roma post-unitaria. Fu, in un certo senso, la sua ultima stagione di vita privata: da lì a pochi decenni sarebbe diventata proprietà di tutti.
Come Villa Celimontana è diventata pubblica
La svolta arriva con la Prima guerra mondiale e le sue conseguenze giuridiche. Nel 1921 lo Stato italiano, in quanto potenza vincitrice, espropriò la villa agli Hoffmann in applicazione delle norme che colpivano i beni di cittadini di un ex paese nemico situati sul territorio nazionale. È una vicenda che oggi suona brutale e che allora era prassi diffusa in tutta Europa: le guerre non si combattono soltanto sui campi di battaglia, ma anche nei registri catastali.
Dal 1926 la villa fu concessa in uso gratuito e perpetuo al Comune di Roma, e dal 1928 divenne a tutti gli effetti parco pubblico. In poco meno di un decennio un giardino privato costruito per una famiglia baronale del Cinquecento e passato per le mani di un principe spagnolo, di una principessa olandese e di un barone bavarese diventò il cortile di quartiere degli abitanti del Celio. Non conosco molte storie che riassumano così bene tre secoli e mezzo di Europa in un fazzoletto di terra.
Le concessioni che hanno salvato il complesso
La formula dell'uso gratuito e perpetuo ha avuto conseguenze durature. Il Palazzetto Mattei è concesso alla Società Geografica Italiana, che vi ha sede; la porzione compresa fra l'Arco di Dolabella e la basilica di Santa Maria in Domnica è concessa alla vecchia Stazione Chimico-Agraria Sperimentale di Roma, oggi confluita nel Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria. Questa suddivisione spiega perché alcune parti del complesso non siano liberamente accessibili e perché, camminando, si incontrino cancelli e recinzioni che a prima vista sembrano arbitrari.
Un parco pubblico con una vocazione scientifica
Trovo notevole che, di tutti i destini possibili, Villa Celimontana abbia avuto quello di ospitare istituzioni dedicate alla conoscenza: la geografia, l'agronomia sperimentale. Sarebbe potuta diventare la sede di un ministero, un albergo di lusso, una scuola. È invece rimasta un luogo dove si studiano mappe e piante, il che, per un giardino nato come teatro dell'erudizione, è una forma di coerenza involontaria.
La Società Geografica Italiana a Villa Celimontana
Dentro il Palazzetto Mattei, dal 1926, ha sede la Società Geografica Italiana. È uno di quei sodalizi ottocenteschi nati quando la geografia era una scienza di frontiera e insieme uno strumento di politica nazionale: si fondavano società, si finanziavano spedizioni, si tracciavano carte, si discuteva di territori lontani con la stessa passione con cui oggi si discute di dati satellitari. La Società, fondata nel 1867, si trasferì a Roma nei primi anni successivi e da un secolo abbondante lavora sul Celio.
Per il tramite della Società Geografica Italiana il palazzetto ospita anche organismi internazionali del settore, fra cui la rete delle società geografiche europee e il segretariato permanente dell'Unione Geografica Internazionale. Significa che in un edificio cinquecentesco costruito per il piacere di una famiglia baronale si tengono oggi riunioni che riguardano la disciplina geografica su scala mondiale. Roma è piena di queste sovrapposizioni, ma raramente sono così nette.
La biblioteca e gli archivi
La biblioteca della Società Geografica Italiana è uno dei patrimoni meno conosciuti della città: volumi, atlanti, carte, periodici, fondi archivistici e materiali fotografici che documentano oltre un secolo e mezzo di esplorazione, cartografia e studi territoriali. Per gli studiosi è una miniera; per i curiosi è la prova che la geografia non è mai stata soltanto una materia scolastica ma un'impresa culturale con le sue polemiche, le sue ambizioni e le sue zone d'ombra.
L'accesso a biblioteca e archivi segue regole proprie e non coincide con l'orario del parco: chi volesse consultarli deve informarsi preventivamente presso l'istituzione. Anche restando fuori, però, sapere che cosa custodisce quell'edificio cambia il modo in cui lo si guarda. Un palazzetto è solo un palazzetto finché non si scopre che dentro ci sono le carte di chi ha percorso deserti e ghiacciai.
Geografia e memoria coloniale
Sarebbe disonesto raccontare la storia delle società geografiche europee dell'Ottocento senza dire che l'esplorazione fu strettamente intrecciata all'espansione coloniale. Le spedizioni portavano conoscenza e insieme preparavano il terreno a interessi politici ed economici. Menzionarlo non toglie nulla al valore scientifico dei materiali conservati: al contrario, li rende documenti storici a doppio strato, utili per studiare tanto i territori esplorati quanto lo sguardo di chi li esplorava. È il tipo di consapevolezza che distingue una visita colta da una visita nostalgica.
Santa Maria in Domnica, la Navicella e Villa Celimontana
Villa Celimontana e la basilica di Santa Maria in Domnica sono due facce dello stesso luogo: si entra nel parco rasentando il fianco della chiesa, e per secoli i destini delle due proprietà si sono incrociati. La basilica sorge sulla sommità del Celio, in piazza della Navicella, ed è sede di un titolo cardinalizio istituito nel VII secolo da papa Agatone. Una prima chiesa esisteva già nei pressi della caserma della quinta coorte dei vigiles, ed è ricordata negli atti del sinodo di papa Simmaco nel 499.
La ricostruzione decisiva si deve a papa Pasquale I, negli anni fra 818 e 822, in una stagione di rinnovamento artistico che riportò a Roma il grande mosaico. L'abside della chiesa conserva uno dei cicli musivi più belli della città: la Vergine in trono circondata da una folla di angeli, con il papa committente inginocchiato che le tocca il piede, riconoscibile dal nimbo quadrato che nell'iconografia medievale indicava una persona ancora in vita. Chi visita Villa Celimontana e non entra in Santa Maria in Domnica, quando è aperta, lascia sul tavolo il pezzo più prezioso della zona.
Perché si chiama "in Domnica"
Sull'appellativo si discute da secoli. Un'interpretazione lo fa derivare da dominicum, cioè "del Signore", termine con cui si indicavano gli edifici di culto. Un'altra lo collega al nome di una donna, Ciriaca, che sarebbe vissuta nei pressi e il cui nome significa anch'esso "appartenente al Signore". Sono ipotesi entrambe plausibili e nessuna delle due è dimostrata: uno dei tanti casi in cui la toponomastica romana conserva un enigma sotto una parola che pronunciamo senza pensarci.
La navicella di marmo davanti alla chiesa
L'altro nome della basilica, "Santa Maria alla Navicella", viene dalla scultura di nave in marmo posta davanti alla chiesa. L'originale era una barca antica, verosimilmente un ex voto legato alla presenza militare nella zona: una nave votiva non è affatto strana accanto a una caserma, dove si scioglievano voti per la salvezza. Quel pezzo antico andò perduto, e la navicella che vediamo oggi fu rifatta al tempo di papa Leone X, in un intervento che comprese anche la nuova facciata rinascimentale della basilica, opera di Andrea Sansovino nel secondo decennio del Cinquecento.
La fontana della Navicella è uno di quei monumenti minori che i romani usano come punto d'incontro senza più vederli. Vale la pena fermarsi trenta secondi e osservare come la barca sia trattata: non è un modello navale, è un'idea di nave, semplificata fino a diventare un segno. E poi, alzando lo sguardo, si incontra il portico a cinque arcate della basilica con gli stemmi nel timpano, fra cui quelli dei cardinali Medici che tennero il titolo lungo tutto il Cinquecento.
Il legame con i Medici e con i Mattei
La storia della basilica accanto a Villa Celimontana è un piccolo trattato sul potere delle famiglie. Il titolo cardinalizio passò per decenni ai Medici: Giovanni di Lorenzo, futuro Leone X; Giulio di Giuliano, futuro Clemente VII; poi Giovanni di Cosimo I, morto giovanissimo; infine Ferdinando, creato cardinale a quattordici anni e divenuto poi granduca di Toscana, cui si deve il soffitto della basilica. Nel Seicento fu il duca Mattei, proprietario della villa adiacente, a far costruire in aderenza al fianco nord della chiesa l'edificio con torretta che, ampliato più volte, ospita dal 1934 alcuni locali dell'istituzione agraria sperimentale.
L'Arco di Dolabella accanto a Villa Celimontana
A pochi passi dall'ingresso della villa, sull'attuale via di San Paolo della Croce, si attraversa l'Arco di Dolabella, uno dei monumenti antichi più sottovalutati di Roma. Si tratta di un arco in blocchi di travertino eretto nel 10 dopo Cristo dai consoli Publio Cornelio Dolabella e Gaio Giunio Silano, in relazione al riassetto di una porta delle mura repubblicane del Celio. È rimasto in piedi duemila anni e oggi ci passano sotto i motorini.
La sua seconda vita è ancora più interessante della prima. In età neroniana l'arco fu utilizzato come sostegno per il ramo dell'acquedotto Claudio che portava l'acqua verso il Palatino: gli archi neroniani, di cui restano tratti imponenti nella zona, si innestano proprio qui. Un monumento onorario riciclato come pilone idraulico è un esempio perfetto della mentalità pratica dei romani, che rispettavano il passato quando serviva e lo riusavano quando serviva di più.
Il Clivo di Scauro, la strada più antica del quartiere
Scendendo dall'arco si imbocca il clivo di Scauro, oggi via di San Paolo della Croce: una strada romana che conserva l'andamento antico e che è scavalcata da una successione di arconi in laterizio, costruiti nel Medioevo per contrastare le spinte degli edifici ai lati. Camminarci sotto, con la basilica dei Santi Giovanni e Paolo a destra e i muri conventuali a sinistra, è una delle esperienze più cinematografiche del centro di Roma, e non a caso ci hanno girato più di un film.
Sotto la basilica dei Santi Giovanni e Paolo si estendono le celebri case romane del Celio, un complesso di ambienti di età imperiale con pitture, che si visitano separatamente e che raccontano la vita domestica antica meglio di qualunque ricostruzione. Conviene abbinare la visita a Villa Celimontana con questa discesa: dal giardino aristocratico del Cinquecento alla casa romana del II secolo in dieci minuti di cammino.
San Tommaso in Formis e il mosaico sopra la porta
Ai margini del complesso si incontra San Tommaso in Formis, con il suo portale sormontato da un mosaico duecentesco che raffigura Cristo fra due schiavi liberati, uno bianco e uno nero: è il segno dell'ordine dei Trinitari, fondato per il riscatto dei prigionieri. Il nome "in Formis" deriva dalle formae, cioè dalle condutture dell'acquedotto che passano lì accanto. Sono duecento metri quadrati di storia stratificata che quasi nessuno guarda, e che stanno esattamente sul percorso di chi esce da Villa Celimontana dal lato giusto.
Gli alberi di Villa Celimontana
Un parco storico si legge anche dagli alberi, e quelli di Villa Celimontana raccontano almeno tre epoche diverse. Ci sono i platani, che formano viali ombrosi e che appartengono alla cultura del parco ottocentesco: nessun giardino all'italiana del Cinquecento avrebbe messo un platano in mezzo a un compartimento geometrico, mentre l'Ottocento paesaggistico li ha adottati per la loro chioma ampia e per la crescita rapida. Ci sono i lecci, alberi mediterranei per eccellenza, sempreverdi, scuri, capaci di reggere la siccità estiva romana e di produrre quell'ombra fitta che i romani chiamano da secoli "ombra buona".
E ci sono le palme, che a Roma sono arrivate come esotismo ottocentesco e che sono diventate parte del paesaggio urbano al punto che oggi nessuno le percepisce come straniere. La fontana delle palme di Villa Celimontana deve loro il nome, e il gruppo che la circonda è uno degli angoli più riconoscibili del parco. Vale la pena ricordare che le palme delle città italiane hanno vissuto negli ultimi decenni una crisi durissima a causa del punteruolo rosso, e che ogni esemplare adulto sopravvissuto è il risultato di trattamenti costanti.
Pini, cipressi e la silhouette romana
Non mancano i pini domestici, l'albero che più di ogni altro definisce lo skyline di Roma: chiome a ombrello, tronchi obliqui, aghi che al vento producono quel rumore di risacca che è la colonna sonora di qualunque parco romano. I cipressi, verticali e severi, servono da contrappunto e vengono usati storicamente per marcare assi e limiti. La combinazione di pini, lecci, cipressi e platani è precisamente ciò che dà a Villa Celimontana la sua atmosfera composita, un po' Roma antica e un po' villa nordica trapiantata al sole.
Il verde come manutenzione, non come natura
I parchi storici non andrebbero chiamati "natura". Non lo sono. Sono manufatti, quanto una facciata o un affresco, e come i manufatti richiedono restauro continuo. Le potature, i trattamenti fitosanitari, la sostituzione degli esemplari senescenti, la gestione dei prati e delle radici che sollevano i vialetti sono lavoro tecnico. Quando in un parco romano si vede un albero abbattuto, la reazione popolare è quasi sempre indignata; nella maggior parte dei casi si tratta di un esemplare compromesso che rischiava di cadere addosso a qualcuno. Villa Celimontana ha avuto la sua parte di questi interventi, e continuerà ad averla.
La flora minore che nessuno guarda
Fra le aiuole e i muri di contenimento cresce una flora spontanea che in primavera regala fioriture minute: acetoselle, veroniche, malve, papaveri nei prati non rasati. È la stessa vegetazione che riempie le rovine di Roma e che nell'Ottocento produsse un intero genere letterario, con botanici che pubblicavano la flora del Colosseo elencando centinaia di specie cresciute fra le pietre. Se camminate a marzo o ad aprile, guardate in basso: il Celio ha ancora quel tipo di ricchezza.
Le stagioni di Villa Celimontana
Ogni parco ha una stagione in cui dà il meglio, e Villa Celimontana ne ha due. La prima è la primavera piena, fra fine marzo e maggio, quando i prati sono ancora verdi, la luce è limpida e la temperatura consente di stare seduti senza cercare l'ombra a tutti i costi. La seconda è l'autunno inoltrato, fra ottobre e novembre, quando i platani ingialliscono, la luce si abbassa e il parco assume un tono malinconico che si sposa benissimo con i marmi antichi sparsi fra l'erba.
L'estate romana è un'altra faccenda. Fra giugno e agosto il caldo è serio e l'unica strategia sensata è muoversi presto la mattina o dopo le sei del pomeriggio, restando sotto le chiome. Va detto però che, proprio in estate, Villa Celimontana ha storicamente offerto qualcosa che pochi parchi romani offrono: la vita serale, con la musica dal vivo e le persone sedute nel buio sotto gli alberi. L'inverno, infine, è la stagione dei residenti: cani, corse, passeggini, panchine occupate da chi legge al sole di mezzogiorno.
La luce, e come usarla
Consiglio tecnico per chi ama guardare bene: la luce migliore a Villa Celimontana arriva nel tardo pomeriggio, quando il sole scende verso ovest e passa radente fra i tronchi, illuminando l'obelisco da un lato solo e allungando le ombre sui prati. La mattina presto ha un altro pregio, il silenzio quasi totale, ma la luce è più piatta. A mezzogiorno, in estate, il parco è un forno con qualche isola di frescura; d'inverno, invece, mezzogiorno è l'ora più piacevole.
Dopo la pioggia
Se capitate a Roma e piove, non cancellate Villa Celimontana: aspettate che smetta e andateci subito dopo. I parchi romani dopo un acquazzone hanno un odore di terra e di alloro che vale il viaggio, i marmi si scuriscono e mostrano meglio i rilievi, e il numero di persone crolla. È uno dei pochi vantaggi concreti del maltempo in una città che, per il resto, con la pioggia va in crisi.
Il Villa Celimontana Jazz Festival
Per una generazione di romani il nome "Celimontana" significa una cosa sola: jazz. Per anni, nelle sere d'estate, il parco si è trasformato in un locale all'aperto con palco, sedie, bar e un pubblico che arrivava da tutta la città. Il festival, curato dall'associazione culturale che porta il nome della villa, ha ospitato musicisti italiani e internazionali e ha contribuito, insieme a pochi altri appuntamenti, a definire il modello dell'estate romana: usare gli spazi storici come luoghi di spettacolo nei mesi in cui la città sarebbe altrimenti deserta.
Il valore culturale dell'operazione è stato doppio. Da un lato ha portato musica di qualità in un contesto informale, con biglietti accessibili e senza le rigidità della sala da concerto; dall'altro ha portato migliaia di persone dentro un parco storico che molti, fino a quel momento, non avevano mai visitato. Conosco romani di mezza età che hanno scoperto l'obelisco di Villa Celimontana andando a sentire un quartetto, e che l'hanno visto per la prima volta illuminato dal basso, con il contrabbasso di sottofondo.
Interruzioni, ritorni, polemiche
La storia del festival non è stata lineare. Le rassegne che si svolgono dentro parchi storici vivono in un equilibrio permanentemente instabile fra tre esigenze: la tutela del bene, il diritto al riposo di chi abita intorno e la sostenibilità economica degli organizzatori. Basta che una di queste tre si irrigidisca perché l'intero impianto salti. Così il jazz al Celio ha conosciuto sospensioni, trasferimenti in altre sedi, ritorni parziali e ripartenze, con code di polemiche cittadine ogni volta.
La stessa dinamica si ripete in diverse ville romane, e a nostro giudizio il problema non è la musica ma il modo in cui vengono allestiti gli eventi: strutture pesanti, volumi eccessivi, calpestio delle radici, bar improvvisati. Dove gli allestimenti sono leggeri e i volumi controllati, la convivenza regge; dove si trasforma un giardino storico in una discoteca all'aperto, salta. Villa Celimontana ha sperimentato entrambe le versioni.
Non solo jazz
Dall'estate del 2012 il parco ha ospitato anche una rassegna dedicata alla musica classica, "I Classici in Villa", curata da un'altra associazione. La programmazione culturale di Villa Celimontana è quindi variata nel tempo, e chi visita Roma in estate farebbe bene a verificare che cosa sia previsto nell'anno in corso invece di dare per scontato un cartellone che potrebbe essere cambiato. Gli eventi nei parchi romani si annunciano tardi e cambiano spesso: è una caratteristica antropologica, non un difetto occasionale.
Andare a un concerto qui: che cosa aspettarsi
Se capitate in una serata con musica, l'esperienza ha regole proprie. Si entra al tramonto, quando il parco ha ancora la luce buona; si cammina sotto gli alberi fino allo spazio del palco; ci si siede su sedie non sempre comode; e a un certo punto ci si accorge che sopra la testa, nel buio, ci sono i pini e che a poche centinaia di metri c'è il Colosseo. È un tipo di piacere che non si compra con il biglietto: viene dal luogo.
Villa Celimontana come parco di quartiere
Uno degli aspetti che preferisco di Villa Celimontana è che non ha mai smesso di essere un posto d'uso. Alle otto del mattino ci sono i cani e i corridori; verso le dieci arrivano i passeggini e le nonne; a pranzo si vedono impiegati e studenti con il panino seduti sui muretti; nel pomeriggio il prato centrale si riempie di bambini, palloni e famiglie; al tramonto tornano i corridori, che sono una specie con abitudini bifasiche. Nel fine settimana la densità aumenta senza mai diventare fastidiosa, perché lo spazio è generoso e distribuito.
Questa vitalità quotidiana è la migliore garanzia di conservazione. Un parco frequentato è un parco sorvegliato: i degradi si notano subito, i comportamenti scorretti trovano testimoni, l'amministrazione riceve segnalazioni. I giardini che si rovinano sono quasi sempre quelli vuoti. Se dunque vi capita di trovare Villa Celimontana piena di bambini urlanti, considerate quel rumore come il suono della manutenzione preventiva.
Con i bambini
Per chi viaggia con bambini, Villa Celimontana è una risorsa strategica. C'è spazio aperto, ci sono ombra e panchine, c'è un'area attrezzata per il gioco, e soprattutto c'è la possibilità di stare fermi senza spendere. Dopo tre ore di Colosseo e Foro Romano, con il caldo e la stanchezza, mezz'ora di corsa libera sul prato salva la giornata di tutta la famiglia. Aggiungo un dettaglio pratico che riguarda anche gli adulti: portate acqua, oppure contate sulle fontanelle romane, i "nasoni", che erogano acqua potabile e gratuita.
Correre, leggere, non fare nulla
I viali interni offrono un anello che i corridori del quartiere conoscono a memoria. Chi preferisce leggere trova panchine ben posizionate, alcune in pieno sole per l'inverno, altre sotto le chiome per l'estate. Chi non vuole fare nulla — categoria che rispetto profondamente — troverà pochi posti in centro altrettanto adatti: nessuno vi chiederà di consumare, nessuno vi metterà fretta, e il rumore del traffico arriva attutito dai muri e dalla vegetazione.
Cani, biciclette e buone maniere
Il parco è frequentatissimo dai cani del rione. Le regole comunali sui guinzagli e sulla raccolta delle deiezioni valgono qui come altrove e, va detto, sono seguite meglio della media. Le biciclette possono circolare sui viali principali con buon senso; il consiglio è di scendere di sella nelle zone dove giocano i bambini. Sono banalità, ma la differenza fra un parco vivibile e un parco conteso passa esattamente da queste banalità.
Perché Villa Celimontana resta uno dei parchi meno affollati del centro
La domanda me la fanno spesso: com'è possibile che a settecento metri dal Colosseo, cioè dal monumento più visitato d'Italia, esista un giardino dove nel pomeriggio di un martedì di maggio si incontrano venti persone in tutto? La risposta è fatta di tre ingredienti.
Il primo è la topografia. Villa Celimontana sta in cima a una salita, e la salita è il più efficace filtro anti-folla mai inventato. Il turismo di massa si muove in piano, lungo assi prevedibili: Colosseo, Fori, Piazza Venezia, Fontana di Trevi. Il secondo ingrediente è l'assenza di un'icona fotografica riconoscibile: il parco non ha una veduta che circoli nelle immagini della città, quindi non compare nelle liste di cose da fare. Il terzo è la mancanza di biglietteria: paradossalmente, i luoghi gratuiti sono meno pubblicizzati, perché nessuno ha interesse commerciale a promuoverli.
Il vantaggio di essere il secondo parco
Nel raggio di un chilometro e mezzo ci sono concorrenti fortissimi: il Colle Oppio, il Giardino degli Aranci sull'Aventino, il Roseto comunale, il Circo Massimo. Ognuno ha una carta da giocare — la vista, le rose, l'ampiezza — e Villa Celimontana no. La sua carta è l'atmosfera, che è una qualità difficile da fotografare e impossibile da riassumere in una didascalia. Il risultato è che chi ci arriva l'ha quasi sempre cercata, e questo cambia la composizione del pubblico: meno gente di passaggio, più gente che sa dov'è.
Quanto durerà
Sono moderatamente ottimista. La linea C della metropolitana ha avvicinato il Celio, e l'aumento di visitatori è percepibile rispetto a dieci anni fa. Ma la struttura del parco — grande, articolata, con molte zone d'ombra e molti angoli — assorbe bene le presenze. Perché Villa Celimontana perda il suo carattere dovrebbe accadere qualcosa di radicale: un'attrazione a pagamento, un allestimento permanente, un flusso organizzato. Per ora nulla di tutto ciò è all'orizzonte.
Un itinerario a piedi che comprende Villa Celimontana
Ecco un itinerario che funziona sia per chi ha mezza giornata sia per chi ha una giornata intera. Si parte dal Colosseo, non per entrarci ma per usarlo come punto di riferimento, e si sale verso via Labicana e poi verso i Santi Quattro Coronati, complesso fortificato con un chiostro cosmatesco fra i più delicati di Roma e un oratorio affrescato con la leggenda di Costantino e Silvestro. Da lì si prosegue verso Santo Stefano Rotondo, chiesa a pianta circolare del V secolo, unica in città, con un ciclo di affreschi cinquecenteschi di martirî di una crudezza che va anticipata ai visitatori sensibili.
Da Santo Stefano si attraversa via della Navicella, si guarda la barca di marmo, si entra in Santa Maria in Domnica per il mosaico di Pasquale I e infine si varca il portale di Villa Celimontana. Nel parco si dedica il tempo che serve all'obelisco, al palazzetto, alle fontane e ai marmi sparsi. Si esce dal lato del clivo di Scauro, si passa sotto l'Arco di Dolabella, si guarda il mosaico dei Trinitari a San Tommaso in Formis e si scende fra gli arconi fino ai Santi Giovanni e Paolo, con l'eventuale discesa alle case romane del Celio.
Le varianti
Chi ha più tempo può allungare verso San Gregorio al Celio e poi verso il Circo Massimo, chiudendo con una vista sul Palatino; oppure risalire verso San Giovanni in Laterano, con il battistero e la Scala Santa. Chi ne ha meno può ridurre l'itinerario a Santo Stefano Rotondo, Santa Maria in Domnica e Villa Celimontana, che stanno in un fazzoletto e richiedono un'ora e mezza abbondante.
Nota pratica sugli orari delle chiese
Il punto debole di questo itinerario sono gli orari degli edifici religiosi, che a Roma seguono logiche proprie, spesso con chiusura nelle ore centrali del giorno e con aperture legate alle comunità che li custodiscono. Consiglio di verificare in anticipo e di costruire il percorso in modo che il parco — sempre aperto in orario diurno — funga da elemento flessibile: se una chiesa è chiusa, si aspetta in giardino invece di perdere il pomeriggio.
Villa Celimontana e le altre ville storiche di Roma
Per collocare Villa Celimontana nel quadro generale conviene confrontarla con le sue sorelle. Villa Borghese è enorme, museale, attrezzata, e assorbe folle: è il parco urbano per eccellenza. Villa Doria Pamphilj è la più vasta della città, con paesaggi agrari e distanze da fondo campestre. Villa Torlonia è la più eccentrica, con le sue architetture e la memoria novecentesca. Villa Ada è selvatica e domestica insieme. Villa Sciarra, sul Gianicolo, è la più raccolta e la più fiorita.
Villa Celimontana si distingue da tutte per una ragione: è quella dove la stratificazione antica è più densa in rapporto alla superficie. In poche decine di migliaia di metri quadrati convivono un obelisco egizio, resti di età flavia e traianea, la memoria di una caserma dei vigiles, un edificio cinquecentesco di scuola michelangiolesca, un impianto ottocentesco paesaggistico e un uso pubblico centenario. È un parco piccolo con una biografia enorme.
Se avete tempo per una sola villa
Se il tempo è pochissimo e volete un parco spettacolare con dentro un museo di livello mondiale, andate a Villa Borghese. Se volete camminare per ore nel verde, andate al Pamphilj. Se volete capire come funzionava una villa suburbana rinascimentale e insieme respirare la Roma antica senza code, venite qui. Non è una gara: sono strumenti diversi per bisogni diversi, e riconoscerlo è già metà del lavoro di chi organizza un viaggio.
Il Celio come alternativa al centro saturo
Estendo il ragionamento a tutto il rione. Nelle giornate in cui il centro storico è impraticabile — ponti, festività, grandi eventi — il Celio resta percorribile. Le sue chiese ricevono una frazione dei visitatori del centro, i marciapiedi sono liberi, i bar non hanno file. Villa Celimontana è il centro di gravità naturale di questa alternativa, il posto dove ci si dà appuntamento e dove si riposa fra una tappa e l'altra.
Villa Celimontana nelle vedute e nella memoria visiva
La villa dei Mattei fu disegnata, incisa e descritta per secoli, e quelle immagini sono oggi la nostra macchina del tempo. Una veduta seicentesca ci restituisce il giardino con i suoi compartimenti, i filari, il casino al centro e l'obelisco come segnale verticale; le raccolte di stampe dedicate alle ville romane la includevano fra le tappe obbligate; i disegnatori venuti a Roma per studiare l'antico riempivano taccuini con i marmi della collezione Mattei.
Confrontare quelle immagini con lo stato attuale è un esercizio che raccomando a chiunque voglia capire davvero un giardino storico. Si scopre che la struttura portante — dislivelli, muri, posizione degli edifici, direttrici principali — è sopravvissuta, mentre tutto ciò che è vegetale e mobile è cambiato. È la regola generale dei parchi: la pietra resiste, la pianta ruota, l'arredo migra.
La villa come soggetto letterario
Nella letteratura di viaggio dell'Otto e Novecento il Celio compare come luogo di silenzio e di rovine, la zona dove i visitatori stranieri andavano a cercare la Roma malinconica opposta a quella cerimoniale. Villa Celimontana, con i suoi marmi dispersi nell'erba e i suoi cipressi, corrispondeva perfettamente all'immagine che quel pubblico cercava. Oggi il parco è più curato e meno rovinoso di allora, ma nelle prime ore del mattino, con la foschia bassa fra i tronchi, quella suggestione torna intatta.
Fotografia storica e memoria popolare
Delle prime decadi di apertura al pubblico restano fotografie che mostrano i romani in giacca e cappello passeggiare sui vialetti, i bambini seduti sull'erba, le famiglie in posa davanti all'obelisco. Sono documenti minori e preziosi: raccontano il momento in cui un giardino aristocratico diventa un bene comune, e la disinvoltura con cui la città se ne è appropriata. Roma ha una capacità particolare di trasformare i privilegi in abitudini.
Il busto di Paul Harris e le memorie novecentesche di Villa Celimontana
Fra i monumenti minori del parco ce n'è uno che spiazza sempre: il busto di Paul Harris, l'avvocato di Chicago che nel 1905 fondò il Rotary International. Che cosa ci fa un avvocato americano in un giardino romano sul Celio? La risposta sta nella pratica, diffusissima nel Novecento, di collocare nei parchi pubblici busti e lapidi commemorative offerti da associazioni, comitati e istituzioni. I giardini romani ne sono pieni: patrioti, poeti, benefattori, personaggi legati a ricorrenze e gemellaggi.
Questi monumenti sono spesso ignorati o giudicati con sufficienza, ma costituiscono un archivio della vita associativa cittadina. Ogni busto rappresenta un gruppo che a un certo punto ha voluto lasciare traccia di sé nello spazio pubblico, e la loro distribuzione racconta la sociologia di un'epoca meglio di molti saggi. A Villa Celimontana il busto di Harris convive con marmi antichi di duemila anni: una convivenza che, se ci si pensa, è la definizione stessa di Roma.
Il viale dedicato al cardinale Spellman
Fra i viali del parco ce n'è uno intitolato al cardinale Spellman, arcivescovo di New York, figura di enorme peso nei rapporti fra Chiesa e Stati Uniti nel Novecento. Anche questa dedica appartiene alla stessa logica: la toponomastica interna dei parchi romani è un sedimento di relazioni diplomatiche, religiose e associative. Camminare leggendo le targhe è un modo un po' obliquo di fare storia contemporanea.
Le stratificazioni che non si vedono
Molte trasformazioni novecentesche del complesso non sono visibili al passeggio: adattamenti degli edifici, ricostruzioni di corpi di fabbrica, assegnazioni di porzioni a istituzioni diverse. Il corpo ottocentesco sul lato nord della basilica di Santa Maria in Domnica, per esempio, fu ricostruito nel 1932 per ricavare locali parrocchiali. Sono modifiche che raramente entrano nei racconti turistici e che invece spiegano la forma attuale di ciò che vediamo.
Conservazione, restauri e fragilità di Villa Celimontana
Un parco storico nel centro di una capitale è un paziente cronico. Le patologie sono note: compattazione del suolo dovuta al calpestio, radici affioranti che sollevano i vialetti, alberi maturi che raggiungono la fine del proprio ciclo, murature antiche esposte alle infiltrazioni, arredi lapidei aggrediti da smog e croste nere, fontane con impianti idraulici da rifare. A Villa Celimontana tutte queste voci sono presenti, e la manutenzione procede per interventi successivi, con le inevitabili aree transennate.
La fragilità più sottovalutata riguarda i marmi antichi lasciati all'aperto. Una statua o un'ara esposta per secoli alle intemperie e all'inquinamento urbano subisce perdite irreversibili: le superfici si erodono, i dettagli scompaiono, i sali cristallizzano dentro la pietra. È uno dei motivi per cui, nei parchi storici europei, molti originali sono stati ricoverati in ambienti protetti e sostituiti da copie. Ogni volta che vedete un frammento antico in un prato, ricordate che sta pagando l'affitto della sua visibilità.
Il difficile equilibrio fra uso ed eventi
La questione degli eventi in un parco storico merita un ragionamento onesto. Gli eventi portano pubblico, risorse e attenzione; se mal gestiti, portano danni: calpestio concentrato, mezzi pesanti sui prati, strutture ancorate al suolo, rifiuti, rumore. La soluzione non è vietare ma normare, e la qualità dell'amministrazione si misura esattamente nella capacità di scrivere e far rispettare regole tecniche precise. Villa Celimontana è stata, negli ultimi decenni, un laboratorio di questa tensione, con esiti alterni.
Che cosa può fare il visitatore
Poco, ma non nulla. Restare sui percorsi quando i prati sono bagnati, non arrampicarsi sui marmi antichi per fotografarsi, non incidere nulla, portare via i rifiuti anche quando i cestini sono pieni, evitare di accendere qualunque cosa. Sono gesti banali che, moltiplicati per centinaia di migliaia di presenze annue, determinano lo stato del parco. La cura di un luogo non è un'astrazione amministrativa: è la somma di comportamenti individuali.
Accessibilità e visita pratica di Villa Celimontana
Villa Celimontana è un parco in pendenza, e questo va detto chiaramente a chi ha difficoltà motorie. L'ingresso da via della Navicella immette su un viale in leggera salita; i percorsi principali sono generalmente praticabili, ma il fondo è in parte in terra battuta e ghiaia, e dopo la pioggia può diventare scomodo. La zona dell'obelisco si trova su un rilievo e richiede di affrontare un dislivello. Chi si muove con una sedia a ruote o con un passeggino può comunque godere di gran parte del parco restando sui viali maggiori.
Servizi: le fontanelle pubbliche garantiscono acqua potabile, le panchine sono numerose e distribuite, l'ombra è abbondante. Per tutto il resto — bar, servizi igienici, punti informativi — conviene non dare nulla per scontato e organizzarsi prima uscendo dal parco, dove il rione offre le normali attività di quartiere. Non cito nomi di locali perché aprono e chiudono con una velocità che rende inutile qualunque elenco.
Quanto tempo serve
Trenta minuti bastano per una traversata con sosta all'obelisco. Un'ora consente di vedere il palazzetto, le fontane principali e i marmi sparsi. Un'ora e mezza, con calma, permette di aggiungere Santa Maria in Domnica e l'uscita dal clivo di Scauro. Se sommate le chiese vicine arrivate senza fatica a mezza giornata piena, che è il modo in cui vi consiglio di usare questa zona.
Errori da evitare
Il primo errore è venire a mezzogiorno in agosto, quando il caldo romano annulla qualunque piacere. Il secondo è attraversare il parco senza cercare l'obelisco, che non è visibile da tutti i punti e che va raggiunto deliberatamente. Il terzo è dare per scontato che il palazzetto sia visitabile come un museo: ospita un'istituzione con regole di accesso proprie, e non è una sala espositiva aperta a chiunque passi. Il quarto, il più comune, è considerare Villa Celimontana una pausa e non una tappa.
I punti di vista di Villa Celimontana
Il parco non ha una terrazza panoramica attrezzata, e chi cerca la vista da cartolina resterà deluso. Ha però una serie di scorci che, messi insieme, valgono più di un belvedere. Dal margine occidentale, fra i tronchi, si aprono squarci verso la valle delle Camene e verso il grande complesso delle Terme di Caracalla; dal lato settentrionale, nei punti in cui la vegetazione lo consente, si intercettano campanili, cupole e il profilo di edifici che raccontano la topografia del centro; dalla montagnola dell'obelisco si domina il giardino stesso, e questo è forse il punto di vista più interessante di tutti, perché è quello per cui il monumento è stato pensato.
Va detto che questi scorci cambiano molto con le stagioni. D'inverno, quando i platani perdono le foglie, si vedono cose che d'estate sono completamente schermate. Chi visita il parco a gennaio scopre prospettive che a luglio semplicemente non esistono. È un motivo in più per non liquidare la visita invernale come una versione ridotta di quella estiva: è una visita diversa.
Il gioco delle quote
Villa Celimontana è costruita su terrazzamenti, ed è utile percepirne le quote. Si entra a un livello, si sale al piano del palazzetto, si sale ancora alla montagnola dell'obelisco, si scende verso i prati e ancora più giù verso l'uscita del clivo. Ogni cambio di quota corrispondeva, nel progetto originario, a un cambio di scena. Chi cammina prestandoci attenzione ricostruisce, senza bisogno di planimetrie, la logica del giardino cinquecentesco sotto il rimaneggiamento ottocentesco.
Il silenzio, misurato
Un piccolo esperimento: fermarsi al centro del parco ed elencare i suoni. Vengono fuori uccelli, foglie, voci lontane, qualche cane, il traffico ridotto a un brusio. Non compare quasi mai il rumore che ci si aspetterebbe a settecento metri dal Colosseo. Il merito è dei muri di cinta, degli alberi e della quota: un parco in cima a un colle, chiuso da murature spesse, funziona come una camera acustica. È una qualità che si apprezza soprattutto dopo mezza giornata di centro storico.
Il nome, il rione e l'identità di Villa Celimontana
Il doppio nome — Villa Mattei al Celio e Villa Celimontana — merita una nota. Il primo è dinastico e racconta il committente; il secondo è topografico e deriva dall'aggettivo che indica il colle: Caelimontium, il "monte Celio". Quando la villa cessò di appartenere ai Mattei, il nome di famiglia perse senso e si affermò progressivamente il toponimo, più adatto a un bene di tutti. Il palazzetto, invece, ha conservato il nome antico, e questa sfasatura si è cristallizzata nell'uso corrente: si passeggia a Villa Celimontana e ci si dà appuntamento davanti al Palazzetto Mattei.
Il rione Celio è tra i più piccoli e meno popolati di Roma, occupato in larga parte da complessi religiosi, ospedalieri, militari e da aree archeologiche. Questa composizione spiega la sua atmosfera: pochi negozi, poche vetrine, molte mura alte, molti portoni chiusi. È un quartiere che si attraversa senza incontrare quasi nessuno, e per questo produce nei visitatori una sensazione strana, quasi di sospensione, che a Roma si trova solo in poche altre zone.
Il Celio nelle mappe mentali dei romani
Per un romano il Celio è "dalle parti di San Giovanni", oppure "dietro il Colosseo", raramente un'entità autonoma. Anche per questo Villa Celimontana ha una fama minore di quella che meriterebbe: manca di un'etichetta forte. Chi ci abita, però, la conosce benissimo e la difende con l'attaccamento tipico di chi possiede un bene raro. Le assemblee di quartiere sui temi che riguardano il parco sono partecipate, e le polemiche sugli eventi estivi nascono anche da questo senso di proprietà collettiva.
Una identità composita, e va bene così
Capita spesso di sentir lamentare che Villa Celimontana non è né un giardino rinascimentale integro né un parco paesaggistico coerente. È vero, ed è esattamente il suo interesse. I luoghi che attraversano quattro secoli senza essere congelati diventano documenti stratificati; quelli restaurati fino a riportarli a una presunta forma originaria diventano ricostruzioni. Preferisco il documento, anche quando è meno leggibile.
Una curiosità sulla Villa Celimontana
La curiosità più nota riguarda il soprannome dell'obelisco. I romani lo chiamano "lo spiedino", e non è un vezzo recente: è il modo in cui la città ha sempre trattato i propri monumenti, riducendoli a oggetti domestici. La stessa lingua che ha battezzato "er cupolone" la basilica di San Pietro e "il facciarosa" o "la macchina da scrivere" altri edifici celebri non poteva risparmiare un monolite egizio piantato su una montagnola alberata. Che un obelisco di Ramesse II, sopravvissuto a tremila anni di storia, a un tempio di Iside, alla scalinata dell'Aracoeli e a due traslochi, finisca la sua carriera chiamato come una portata di rosticceria è una lezione di umiltà che dovrebbero somministrare all'ingresso di ogni città d'arte.
Dietro il soprannome c'è però un dato tecnico interessante: la sproporzione. La parte antica del monolite misura 2,68 metri, mentre il complesso, con integrazioni, basamento e globo, arriva a 12,23 metri. Significa che gran parte di ciò che vediamo non è egiziano, ma un montaggio che serve a dare al frammento la dignità verticale che gli spetta. È un restauro dichiarato, di un tipo che oggi susciterebbe discussioni infinite e che allora era la norma: si completava, si integrava, si rimetteva in piedi.
Aggiungo una seconda curiosità, di ordine numerico. Roma possiede tredici obelischi antichi, più dell'Egitto stesso in termini di monumenti visibili in una singola città, e questo perché l'impero praticò per secoli una politica sistematica di trasporto e riuso. Portare un obelisco da Eliopoli a Roma richiedeva navi costruite appositamente, e la loro erezione era un'impresa ingegneristica celebrata come un trionfo. Villa Celimontana custodisce il tredicesimo, quello che chiude l'elenco e che quasi nessuno sa citare: un piccolo lusso da conoscitori.
C'è infine la curiosità del percorso. Questo monolite ha attraversato la religione solare egizia, il culto isiaco a Roma, l'abbandono medievale accanto a una chiesa francescana sul Campidoglio, la munificenza rinascimentale di un barone collezionista, i traslochi ottocenteschi e infine la vita di un parco pubblico dove i bambini giocano a pochi metri dalla sua base. Pochi oggetti al mondo hanno cambiato così tante volte funzione restando materialmente sé stessi.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Villa Celimontana
Nessuno vi dirà che il giardino che state guardando è, in gran parte, un'assenza. La collezione di antichità dei Mattei, che era il vero motivo per cui questo luogo entrava nelle guide del Grand Tour, non c'è più: molti pezzi finirono ai Musei Vaticani, altri presero strade diverse verso collezioni e musei italiani e stranieri. Ciò che resta sui prati — colonne, are, cippi, statue acefale, il monumento funerario dedicato a Marco Larcio dalla moglie — è il fondo di magazzino di una raccolta che fu una delle più ammirate d'Europa. Camminare qui sapendolo è un'esperienza completamente diversa dal camminarci ignorandolo.
La seconda cosa che non vi dice quasi nessuno riguarda Bernini. La letteratura specialistica sulle fontane berniniane registra che alcune fontane della villa furono opera di Gian Lorenzo Bernini, chiamato dai Mattei, e che andarono distrutte. Non c'è nulla da vedere, nessun cartello, nessuna traccia riconoscibile al passeggio. Eppure sapere che il maggiore scultore del Barocco ha lavorato con l'acqua in questo giardino cambia il modo in cui si guarda ogni vasca superstite. Le città d'arte si raccontano quasi sempre per ciò che hanno; raccontarle anche per ciò che hanno perso è più onesto e, alla fine, più istruttivo.
Terza omissione ricorrente: la villa non è tutta accessibile. Porzioni del complesso sono concesse in uso a istituzioni — il palazzetto alla Società Geografica Italiana, l'area fra l'Arco di Dolabella e Santa Maria in Domnica all'ente di ricerca agraria erede della vecchia Stazione Chimico-Agraria Sperimentale — e questo spiega i cancelli, le recinzioni interne e i settori che sembrano abbandonati e invece sono semplicemente riservati. Molti visitatori se ne vanno convinti di avere visto tutto il parco; hanno visto la parte pubblica, che è la maggiore ma non la totalità.
C'è infine un dettaglio che i romani stessi ignorano: il portale monumentale d'ingresso non è nato qui. Arriva da una villa scomparsa dell'Esquilino e fu rimontato in questa posizione nel 1931. Chi entra pensa di varcare la soglia originale della villa cinquecentesca e invece attraversa un pezzo di un'altra storia, salvato da una demolizione e riciclato con successo. L'iscrizione murale accanto lo racconta, ma nessuno la legge.
Il consiglio che ti do per visitare la Villa Celimontana
Il consiglio principale è di invertire la direzione rispetto a ciò che fanno tutti. Non usate Villa Celimontana come pausa dopo il Colosseo: usatela come punto di partenza. Arrivate presto, quando il parco ha appena aperto e la luce è ancora obliqua, dedicategli un'ora piena senza obiettivi fotografici, e solo dopo scendete verso i monumenti maggiori. La differenza è enorme: si entra nella Roma antica dopo essersi sintonizzati, invece di cercare requie da una folla che ha già consumato tutte le energie.
Secondo consiglio, sul percorso: entrate dal portale monumentale di via della Navicella e uscite dal clivo di Scauro. Questa scelta trasforma una passeggiata in una narrazione, perché l'uscita vi consegna all'Arco di Dolabella, al mosaico dei Trinitari di San Tommaso in Formis e alla discesa fra gli arconi medievali fino ai Santi Giovanni e Paolo. In dieci minuti di cammino attraversate il I secolo, il Medioevo e il Barocco senza pagare un biglietto.
Terzo consiglio, pratico e sottovalutato: portate acqua, un cappello in estate, e non contate su servizi interni. Il parco è generoso di ombra e di panchine, non di infrastrutture. La città, subito fuori, fornisce tutto il resto, ma dentro conviene essere autonomi. Se viaggiate con bambini, sappiate che questo è uno dei pochi posti del centro dove possono correre liberamente e questo, in una giornata romana, ha un valore che nessuna attrazione a pagamento eguaglia.
Quarto e ultimo: cercate deliberatamente l'obelisco. Non è visibile da tutti i punti del parco e molti visitatori escono senza averlo visto, il che è un po' come uscire da un museo senza avere trovato il quadro principale. Salite sulla montagnola, giratele intorno, osservate il basamento e la sfera in cima, e prendetevi il tempo di raccontare a chi è con voi da dove viene quel blocco di granito. È l'unica cosa, in tutta la villa, per cui vale la pena fare deviazione anche con le gambe stanche.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
È risaputo che Roma abbia più obelischi antichi di qualunque altra città al mondo, e nelle guide lo si legge come una curiosità da elenco. Quello che si cita raramente è la conseguenza pratica di questo primato: significa che la città ha esercitato per secoli una tecnologia del trasporto e del sollevamento di enormi masse di granito, prima in età imperiale con navi appositamente costruite, poi in età moderna con i cantieri papali che rimisero in piedi i monoliti caduti. Villa Celimontana partecipa a questa storia con un episodio minore e istruttivo: un frammento recuperato, integrato, spostato più volte, e infine sistemato dove sta oggi con un'operazione che secondo la tradizione popolare finì male per almeno un operaio.
Ugualmente risaputo, e ugualmente poco approfondito, è che il Celio ospitasse la caserma della quinta coorte dei vigiles. Tutti citano i vigiles come "i pompieri di Roma", pochi ricordano che erano anche polizia notturna, che erano organizzati militarmente e che ciascuna delle quattordici coorti presidiava due regioni della città. Le loro caserme erano edifici importanti, con cortili, alloggi, magazzini e sacelli per il culto. Il fatto che la basilica di Santa Maria in Domnica sorga nei pressi di una di queste caserme non è un caso: gli edifici cristiani si insediarono spesso in strutture preesistenti, riusando muri e spazi.
Terzo fatto noto e poco citato: la villa è pubblica dal 1928 e fu concessa al Comune nel 1926, dopo essere stata espropriata nel 1921 al proprietario tedesco in quanto bene di cittadino di un ex paese nemico. Questa catena di eventi viene liquidata in una riga nelle schede informative, mentre racconta una pagina di storia europea. Roma è piena di beni pubblici la cui origine sta in vicende belliche, requisizioni, soppressioni di enti religiosi, fallimenti aristocratici: la generosità con cui la città offre oggi i suoi parchi gratuiti ha alle spalle passaggi giuridici molto meno idilliaci.
Infine, un dato che si ripete ovunque senza che se ne traggano conseguenze: il palazzetto è sede della Società Geografica Italiana. Detto così sembra una nota burocratica. Detto per esteso significa che dentro un edificio cinquecentesco, in un parco pubblico romano, si conservano fondi cartografici, archivi di spedizioni e una biblioteca specialistica, e che lo stesso indirizzo ospita anche funzioni di coordinamento della geografia europea e internazionale. È una delle concentrazioni di sapere meno pubblicizzate della città.
La foto giusta da fare alla Villa Celimontana
La foto giusta non è quella dell'obelisco frontale, che risulta quasi sempre deludente: il monumento è alto, il rilievo su cui poggia è alberato, e la fotografia frontale schiaccia tutto in un fusto chiaro contro un cielo bianco. La foto giusta si fa da sotto, in diagonale, salendo di qualche passo lungo il fianco della montagnola nel tardo pomeriggio, quando la luce radente prende un solo lato del granito e lo separa dal fondo scuro delle chiome. In quell'inquadratura si leggono insieme la verticale del monolite, il verde e la pendenza del terreno, cioè i tre elementi che definiscono questo luogo.
La seconda inquadratura che consiglio è quella della fontana delle palme. È l'angolo più riconoscibile del parco e funziona bene sia con la luce piena del mattino sia con la penombra pomeridiana. Il trucco è abbassarsi: fotografata all'altezza degli occhi appare banale, fotografata da una posizione più bassa acquista profondità, perché l'acqua entra in primo piano e le palme salgono fuori campo dando l'impressione di un giardino più grande di quanto sia.
La terza foto, quella che nessuno fa, è il viale dei platani in controluce con le figure che camminano ridotte a sagome. Serve un pomeriggio invernale, con il sole basso in fondo al viale e i tronchi allineati che tagliano la luce. È il tipo di immagine che restituisce l'atmosfera del parco molto meglio di qualunque monumento e che, non essendo riconoscibile, obbliga chi la guarda a chiedere dove sia stata scattata: la migliore definizione possibile di una fotografia riuscita.
Un avvertimento, invece, su ciò che non funziona. Il Palazzetto Mattei è difficile da fotografare bene perché la vegetazione è cresciuta e le prospettive originali non esistono più. Se ci tenete, cercate un punto in asse con la facciata principale e accettate che l'inquadratura sarà parziale. E, per favore, non arrampicatevi sui frammenti antichi per ottenere l'inquadratura perfetta: quei marmi hanno duemila anni e non sono un piedistallo.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è del 1553: l'acquisto della vigna, condotta dai Paluzzelli, da parte della famiglia Mattei per mille scudi d'oro. È il gesto fondativo, quello che trasforma un terreno agricolo in un progetto. La conclusione dei lavori di sistemazione, nel 1581, segna il momento in cui la villa diventa ciò per cui sarà ammirata per due secoli e mezzo: un giardino-museo, luogo di ospitalità aristocratica e di esibizione antiquaria.
Il secondo avvenimento è del 1582: la donazione dell'obelisco a Ciriaco Mattei da parte del Senato romano, seguita dal trasporto e dall'erezione nel giardino. È l'atto che dota la villa del suo simbolo e che la iscrive nella storia monumentale della città, non solo in quella delle dimore private. Il monolite verrà poi rialzato nella posizione attuale nel corso dell'Ottocento, in occasione dei riassetti promossi dai nuovi proprietari.
Il terzo blocco di avvenimenti è ottocentesco e riguarda i passaggi di proprietà: la perdita della villa da parte dei Mattei nel 1802; l'acquisto da parte di Manuel Godoy, che la tenne dal 1813 al 1830 e che vi promosse restauri affidati all'architetto catalano Antonio Celles y Azcona, con il ritrovamento fortuito di una scultura antica a doppio volto; l'acquisto del 7 giugno 1851 da parte di Marianne d'Orange-Nassau; il passaggio nel 1869 a Richard von Hoffmann, ultimo proprietario privato, che intorno al 1870 promosse interventi in stile neogotico. In mezzo a questi passaggi si colloca la trasformazione del giardino in senso paesaggistico, cioè il cambio di paradigma che ha prodotto il parco che vediamo oggi.
Il quarto avvenimento è il 1889: la scoperta della Basilica Hilariana con i suoi mosaici, eretta da Manio Publicio Ilaro, che restituisce alla zona un tassello del suo passato religioso e associativo. Il quinto è il 1921, con l'esproprio agli Hoffmann da parte dello Stato; il sesto è il 1926, con la concessione in uso gratuito e perpetuo al Comune di Roma e con l'insediamento della Società Geografica Italiana nel Palazzetto Mattei; il settimo è il 1928, quando la villa diventa a tutti gli effetti parco pubblico. Il 1931 aggiunge il rimontaggio del portale monumentale proveniente dalla scomparsa Villa Giustiniani Massimo, e gli anni Trenta portano gli assestamenti degli edifici lungo il fianco della basilica di Santa Maria in Domnica.
Infine, gli avvenimenti del nostro tempo: la stagione dei concerti estivi che ha reso il nome di Villa Celimontana familiare a chi non aveva mai messo piede sul Celio, con le sue interruzioni e i suoi ritorni, e l'avvio nell'estate del 2012 di una rassegna dedicata alla musica classica. Sono episodi minori rispetto ai secoli precedenti, ma sono quelli che hanno determinato il rapporto affettivo dei romani contemporanei con questo giardino.
Chi è passato dalla Villa Celimontana
Da Villa Celimontana è passato prima di tutto Ciriaco Mattei, il committente che ne ha fatto ciò che è, e con lui la rete di artisti e artigiani che lavorarono al progetto: Jacopo Del Duca, formatosi nella cerchia di Michelangelo, autore del casino nobile; e, per le fontane oggi perdute, Gian Lorenzo Bernini, chiamato dalla famiglia. Sono nomi che collocano questo giardino, per committenza e per esecuzione, nel cuore della Roma che stava inventando il proprio linguaggio moderno.
Ci è passato Filippo Neri, con i pellegrini della visita delle Sette Chiese, e con lui una folla anonima di romani che qui trovavano ristoro lungo il cammino. La tradizione locale conserva la memoria del santo che si fermava all'ombra degli alberi della villa, e questo basta a fare di Villa Celimontana un luogo della devozione popolare oltre che della cultura aristocratica.
Ci sono passati i cardinali titolari della basilica accanto, e in particolare i Medici: Giovanni di Lorenzo, futuro Leone X, che affidò ad Andrea Sansovino la facciata di Santa Maria in Domnica e l'antistante fontana della Navicella; Giulio di Giuliano, futuro Clemente VII; Giovanni di Cosimo I, morto giovanissimo; Ferdinando, creato cardinale a quattordici anni e poi granduca di Toscana, cui si deve il soffitto della basilica. La villa e la chiesa hanno condiviso per secoli lo stesso vicinato e le stesse frequentazioni.
Ci è passato Manuel Godoy, il potentissimo Principe della Pace spagnolo finito in esilio, che qui trascorse una parte della sua lunga caduta e che nel 1813 ottenne anche la chiesa adiacente impegnandosi a mantenerla al culto, salvo restituirla alla Santa Sede con la Restaurazione. Ci è passata Marianne d'Orange-Nassau, principessa olandese e proprietaria dal 1851, che portava con sé il figlio nato fuori dal matrimonio. Ci è passato Richard von Hoffmann, barone bavarese, ultimo padrone privato, che riempì la villa di ospiti internazionali prima che la storia europea gliela togliesse.
Ci sono passati, e continuano a passarci, i geografi e gli esploratori: dal 1926 il Palazzetto Mattei è la casa della Società Geografica Italiana, e le sue sale hanno visto conferenze, presentazioni di spedizioni, discussioni scientifiche e riunioni internazionali. Nel giardino, un busto ricorda Paul Harris, l'avvocato americano che fondò il Rotary International, e un viale porta il nome del cardinale Spellman, arcivescovo di New York. E ci passano, ogni giorno, i romani del Celio, che di tutta questa storia sono gli eredi più distratti e i custodi più efficaci.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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