Colombari di Vigna Codini
I Colombari di Vigna Codini oggi non si visitano: il Parco archeologico dell'Appia Antica scrive che al momento l'accesso è sospeso perché non si possono garantire le condizioni di sicurezza. Si trovano in un fondo privato fra via di Porta San Sebastiano e via di Porta Latina, accanto al Parco degli Scipioni, e in tempi normali si entrava solo su richiesta. Nessun biglietto e nessun prezzo pubblico.
Sono tre sepolcri collettivi sotterranei della prima età imperiale, scavati fra il 1840 e il 1852 in quella che allora era la vigna di Pietro Codini, a pochi passi dalla porta da cui parte la via Appia. Dentro, centinaia di nicchie ad arco una sopra l'altra, stucchi colorati, pitture con tralci di vite e maschere, le targhette con i nomi di schiavi e liberti che lavoravano per le grandi famiglie di Roma.
Le informazioni pratiche riportate qui risultano dalla verifica del 29 settembre 2026 sul portale turistico di Roma Capitale, sul sito del Ministero della cultura, sulle pagine della Sovrintendenza Capitolina e sui siti delle associazioni citate più avanti. Il canale che fa fede resta la pagina dedicata ai colombari sul sito del Parco archeologico dell'Appia Antica: prima di scrivere per chiedere una visita conviene rileggerla, perché condizioni e referenti possono cambiare.

In breve: indirizzo, orari, biglietto
- Indirizzo: fondo privato fra via di Porta San Sebastiano e via di Porta Latina, confinante con il Parco degli Scipioni. Riferimento indicato dall'associazione Sotterranei di Roma: via di Porta San Sebastiano 9, 00179 Roma.
- Proprietà e gestore: proprietà privata. Le richieste di visita vanno al Parco archeologico dell'Appia Antica, istituto del Ministero della cultura.
- Come si entra: al 29 settembre 2026 non si entra, visite sospese dal Parco per motivi di sicurezza. In passato solo su richiesta o con associazioni culturali.
- Prezzo: nessuna tariffa pubblicata dal gestore. Le associazioni chiedono una quota che non rendono pubblica in rete.
- Contatti del Parco: telefono 06 7806686, posta elettronica pa-appia@cultura.gov.it, sede in via Appia Antica 222.
- Come si arriva: a piedi da Porta San Sebastiano o dall'ingresso del Parco degli Scipioni in via di Porta Latina 10. Linee di superficie da controllare sul sito ATAC.
- Accessibilità: camere sotterranee con il pavimento a sei, sette metri sotto il piano di campagna, accessibilità non pubblicata dal gestore.
Dove si trova e che cosa si vede davvero
Il tratto di via di Porta San Sebastiano che scende dalle Terme di Caracalla fino alla porta corrisponde all'inizio della via Appia, quello rimasto dentro le Mura aureliane. Fra questa strada e via di Porta Latina si stende un cuneo di terreno verde, oggi diviso fra il parco pubblico degli Scipioni e alcuni fondi privati. In uno di questi fondi, sottoterra, si trovano i tre colombari.
Il motivo per cui tanti sepolcri si concentrano proprio qui è la regola romana che voleva i morti fuori dalla città, lungo le strade in uscita. La via Appia e la via Latina si separavano poco oltre l'antica Porta Capena, e il terreno fra le due strade si riempì di tombe già in età repubblicana. Le Mura aureliane, costruite nel III secolo dopo Cristo, finirono poi per chiudere questa necropoli dentro il perimetro urbano.
Dalla strada non si vede quasi niente. Muri di cinta, cancelli, alberi. Chi passa a piedi verso la Porta San Sebastiano non ha idea che a pochi metri, sotto il livello del terreno, ci siano stanze che contenevano le ceneri di migliaia di persone. È la condizione normale di questa zona: il Sepolcro degli Scipioni e il Colombario di Pomponio Hylas sono a loro volta nascosti nel verde, con ingressi discreti.
Una volta dentro, invece, la vista cambia tutto. Si scende sottoterra fino a camere dove le pareti sono bucate dal pavimento alla volta da file regolari di nicchie. Ogni nicchia ospitava in genere due olle di terracotta con le ceneri, e sotto correva una targhetta con il nome. Restano intonaci dipinti, stucchi, qualche lastra di marmo. Il colpo d'occhio è quello di un archivio, più che di una tomba.
I tre ambienti sono diversi fra loro. Il primo è una grande camera quadrangolare con un pilastro centrale, anch'esso coperto di nicchie. Il secondo è quasi quadrato e conserva i resti più belli di pittura e stucco. Il terzo ha una pianta a U, con tre corridoi collegati attorno a un piccolo spazio aperto, e nicchie rettangolari più ampie, pensate per urne di marmo e busti. Chi ne vede uno solo si perde il confronto, che è la parte più istruttiva.
Nell'Ottocento tutta la zona era campagna: vigne, orti, casali, qualche villa di famiglie romane. I proprietari scavavano per piantare o per cercare antichità da rivendere, e quasi ogni stagione restituiva urne e lapidi. Oggi via di Porta San Sebastiano conserva ancora il profilo di strada fra muri di cinta, con cancelli di proprietà private e poche case, e nelle ore meno trafficate aiuta a immaginare il paesaggio di allora.
Una curiosità sui Colombari di Vigna Codini
Il nome non viene da un imperatore o da un archeologo, ma dal proprietario di una vigna. Pietro Codini era il proprietario della vigna in cui, dal 1840, il marchese Giampietro Campana cominciò a scavare. Il terzo colombario, trovato nel 1852, risulta scoperto dallo stesso Codini sul suo terreno. Così un podere agricolo fuori porta è finito nei manuali di archeologia romana, e il suo nome è rimasto attaccato a sepolcri che hanno quasi duemila anni.
Anche la parola «colombario» ha un'origine concreta. Le file di nicchie ad arco ricordavano le cellette delle colombaie, dove i piccioni nidificavano uno accanto all'altro. I Romani chiamavano columbarium proprio la colombaia, e l'immagine è passata a questi sepolcri. Guardando il primo colombario, con circa cinquecento nicchie disposte su tutte le pareti, sul pilastro e perfino su un gradino in muratura lungo il perimetro, il paragone smette di sembrare un vezzo erudito.
Un altro dettaglio sorprende chi immagina lapidi di marmo ovunque. Nel primo colombario, secondo il portale di Roma Capitale, molte targhette con i nomi erano semplicemente dipinte sull'intonaco, mentre nel secondo parecchie nicchie non hanno mai ricevuto un'iscrizione. Le ragioni possibili sono diverse: posti acquistati e mai occupati, nomi scritti con colori che il tempo ha cancellato, spazi rimasti liberi quando il sepolcro smise di essere usato. Le fonti non consentono di scegliere con certezza.
Il pilastro centrale del primo colombario, poi, non è soltanto un sostegno per la volta. Le fonti ricordano pannelli dipinti con soggetti dionisiaci, legati al culto di Bacco, fra tralci di vite, maschere teatrali e corni per bere. Per un sepolcro di servi e liberti può sembrare un tema strano. In realtà il mondo di Dioniso, con l'idea di una vita dopo la morte fatta di festa e di vino, era diffuso proprio nella decorazione funeraria romana.
Una cosa che non ti dice nessuno sui Colombari di Vigna Codini
Molte pagine in rete presentano i colombari come parte del Parco degli Scipioni, e la stessa Sovrintendenza Capitolina, nella pagina del parco, li conta fra i monumenti dell'area. Il portale turistico di Roma Capitale, però, precisa che si trovano in una proprietà privata e che l'accesso passa per una richiesta al Parco archeologico dell'Appia Antica. Entrare nel parco comunale non significa poterli vedere, nessun cancello interno porta ai sepolcri, e oggi il Parco archeologico li dichiara non visitabili per motivi di sicurezza.
L'altra cosa che si tace è la dispersione. Una parte consistente di urne, iscrizioni e altri oggetti è uscita dai colombari già nell'Ottocento. Il portale di Roma Capitale segnala che un sarcofago e altri materiali del terzo colombario si trovano oggi al Museo Nazionale Romano, e le fonti accademiche parlano di reperti distribuiti in molti musei. Quello che si vede sul posto è l'architettura con le decorazioni fisse, non il corredo completo.
C'è infine una questione di numeri. Si legge spesso che i colombari contenevano «centinaia» di defunti, ma le stime degli studiosi sono più alte. Per il primo si parla di circa novecento persone, calcolando due urne per nicchia, per il terzo di circa novecentocinquanta. Sul secondo le fonti non concordano: c'è chi conta poco più di trecento sepolture e chi arriva a quasi settecento. In tutto, qualche migliaio di persone in pochi metri quadrati.
La confusione nasce anche dalla presenza di due enti diversi a pochi metri di distanza. Il Parco degli Scipioni, con il suo giardino, dipende dalla Sovrintendenza Capitolina, cioè dal Comune di Roma. Il Parco archeologico dell'Appia Antica è invece un istituto del Ministero della cultura, e a lui rimanda il portale di Roma Capitale per l'accesso ai colombari. Rivolgersi fin dall'inizio all'ente indicato dal portale fa risparmiare settimane di rimpalli fra uffici che si occupano di cose diverse.
Chi veniva sepolto in queste nicchie?
I colombari erano la risposta romana a un problema molto pratico: dare una sepoltura dignitosa a persone che non potevano permettersi un monumento proprio. Schiavi e liberti delle grandi famiglie, artigiani, piccoli commercianti. Per molti la nicchia era garantita da un collegio funerario, una specie di associazione in cui i soci versavano quote e ottenevano un posto con il nome. La cremazione, allora prevalente, rendeva possibile concentrare centinaia di defunti in una stanza sola.
Nel caso di Vigna Codini il legame con la casa imperiale è forte. Le fonti descrivono fra i sepolti schiavi, liberti e musici al servizio della famiglia di Augusto, e per il secondo colombario è stata proposta l'identificazione con il monumento della servitù di Marcella, figlia di Ottavia e quindi nipote dell'imperatore. L'attribuzione è discussa fra gli studiosi, ma spiega bene il tono degli ambienti: sepolture modeste per gente che viveva a stretto contatto con il potere.
Dalle iscrizioni del secondo colombario emerge un piccolo catalogo di mestieri. Fra i nomi compare quello di Pompeia Helena, ricordata come aurifex, parola che di solito si traduce orafa, anche se c'è chi pensa piuttosto a una custode degli oggetti d'oro. Accanto a lei, secondo le stesse fonti, commercianti di perle, venditori di vesti, mercanti d'incenso. Una Roma di botteghe e di servizio, lontana dai marmi del Foro, che qui ha lasciato i propri nomi.
Allargando lo sguardo a tutto il complesso, le fonti accademiche elencano altri mestieri ancora: commercianti, esattori, fabbricanti di tende, accanto ai musici e al personale di casa. Molti non erano poveri nel senso moderno del termine. Parecchi avevano un lavoro specializzato e un reddito sufficiente a pagare la quota del collegio o l'acquisto di una nicchia. Erano però esclusi dalle forme di ricordo riservate ai cittadini più ricchi, e il colombario era la loro risposta collettiva.
Il nome stesso racconta spesso la storia di una persona. Un liberto prendeva il gentilizio dell'ex padrone e conservava come cognome il nome che aveva da schiavo. Iulius Chrysantus porta il nome della gens Iulia, la famiglia di Augusto, e un cognome greco, frequente fra gli schiavi di origine orientale. Pompeia Helena, allo stesso modo, rimanda a una famiglia Pompeia. Leggere le targhette significa leggere una mappa di dipendenze e di affrancamenti.
Il terzo colombario racconta invece una fase un po' più ricca. Le nicchie rettangolari potevano accogliere quattro urne ciascuna, e alcune erano rivestite di lastre di marmo, inquadrate da edicole o arcosoli. Si calcola che vi trovassero posto circa novecentocinquanta persone, il numero più alto dei tre. Una nicchia decorata con cura porta il nome di Iulius Chrysantus, segno che anche dentro una tomba collettiva qualcuno riusciva a distinguersi.
Come funzionava un colombario?
Il defunto veniva cremato su un rogo, e le ceneri con i resti delle ossa venivano raccolte in un'olla di terracotta, un vaso con coperchio, oppure in un'urna di marmo per chi poteva spendere di più. L'olla si murava nella nicchia e sotto si fissava o si dipingeva la targhetta con il nome, il titulus. Accanto al terzo colombario di Vigna Codini le fonti segnalano anche un ustrino, cioè il luogo destinato alla cremazione dei defunti.
Il colombario non era un luogo chiuso per sempre. Familiari e compagni del collegio tornavano nelle ricorrenze, portavano offerte, consumavano pasti in memoria dei defunti. Le feste dei morti del calendario romano, come i Parentalia di febbraio, prevedevano visite alle tombe. Per il terzo colombario le fonti descrivono anche soppalchi di legno, che permettevano di raggiungere le file di nicchie più alte senza arrampicarsi sulle pareti né appoggiarsi alle file di nicchie sottostanti.
Il sistema era anche una piccola impresa. Chi costruiva un colombario poteva vendere o cedere le nicchie, e i collegi funerari assegnavano i posti ai soci secondo regole precise. Per questo nelle iscrizioni dei colombari romani ricorrono cariche, donazioni, ripartizioni. L'iscrizione a mosaico del secondo colombario, che ricorda lavori pagati dai membri del collegio, è un esempio concreto di questa gestione comune, molto lontana dall'idea romantica della tomba come spazio privato e silenzioso.
Nel secondo colombario le decorazioni in stucco colorato mostrano, fra fiori e motivi vegetali, anche strumenti musicali. Non è un dettaglio casuale. Le fonti ricordano fra i sepolti diversi musici legati alla famiglia imperiale, persone che suonavano nelle case dei padroni, nei banchetti, nelle cerimonie. L'immagine dello strumento sulla parete diventava così una specie di biglietto da visita professionale, lo stesso ruolo che oggi avrebbe una qualifica incisa sotto un nome.
Il consiglio che ti do per visitare i Colombari di Vigna Codini
Il consiglio, oggi, è di non organizzare nulla intorno ai colombari finché il Parco archeologico dell'Appia Antica non annuncia la fine della sospensione. Seguite la pagina ufficiale e gli avvisi delle associazioni che in passato organizzavano ingressi. Quando si potrà scendere di nuovo, preparatevi prima: una pianta dei tre colombari e due righe sulla famiglia di Augusto trasformano pareti di nicchie tutte uguali in un luogo leggibile.
Durante la visita conviene cercare tre cose precise. Nel primo colombario, il pilastro centrale con i resti delle pitture. Nel secondo, il pavimento a mosaico con l'iscrizione del collegio e gli stucchi colorati. Nel terzo, i corridoi disposti a U e le nicchie rivestite di marmo, compresa quella di Iulius Chrysantus se chi guida sa indicarla. Chiedete di fermarvi qualche minuto in silenzio: la scala del luogo si capisce così.
Scarpe con la suola che tiene, una giacca leggera anche d'estate, niente zaini ingombranti. Le camere sono sotterranee, lo spazio fra le pareti ridotto, e le decorazioni si rovinano con un attimo di distrazione. La regola è semplice: le mani restano lontane dagli intonaci. L'iscrizione sul terzo colombario lo dice già da duemila anni, e vale ancora per chiunque scenda fin laggiù.
Un'ultima indicazione riguarda l'ordine della giornata. Se è possibile, passate prima dal Museo Nazionale Romano e cercate le urne e le iscrizioni funerarie esposte, oppure riguardate con calma qualche immagine di urne e targhette, e solo dopo scendete nei colombari. Chi scende sapendo che cosa sono un'olla, un titulus e un collegio funerario riconosce subito i dettagli. Chi scende senza preparazione rischia di vedere soltanto buchi nel muro, e di uscire deluso.
Come si entra e quanto costa?
Oggi non si entra e non esiste un biglietto. La pagina del Parco archeologico dell'Appia Antica dice che i colombari al momento non sono visitabili, perché non possono essere assicurate le condizioni di sicurezza per l'accesso. Il portale turistico di Roma Capitale descrive ancora la vecchia procedura, cioè la richiesta al Parco. Per sapere quando riapriranno, i recapiti pubblicati dal Ministero della cultura sono il telefono 06 7806686 e l'indirizzo pa-appia@cultura.gov.it.
Il canale ufficiale resta dunque il sito del Parco archeologico dell'Appia Antica, con la sua pagina dedicata ai colombari, e la scheda del portale Turismo Roma che riassume le modalità di accesso. Il gestore non indica rivenditori autorizzati, quindi diffidate di chi propone un ingresso «garantito» senza spiegare con quale autorizzazione.
Quando le visite riprenderanno, chi scrive al Parco per motivi di studio, per un corso universitario o per un gruppo organizzato avrà più possibilità di ricevere una risposta utile se spiega bene chi è e che cosa vuole vedere. Allegare un programma, indicare un referente e proporre più date aiuta. Ricordate che la visita coinvolge anche i proprietari del fondo: la disponibilità non dipende solo dall'ufficio pubblico, e un rinvio fa parte delle possibilità.
L'altra strada, in tempi normali, sono le associazioni culturali. Sotterranei di Roma elenca i colombari fra i siti che ha visitato, con uscite riservate ai soci. Date e quote non compaiono nella pagina, e con la sospensione in corso nessuna uscita è possibile. Conviene iscriversi ai loro avvisi e mettere in conto che le aperture sono rare e i posti pochi, com'è inevitabile in ambienti sotterranei di queste dimensioni.
Prima di pagare qualunque proposta, fate tre domande. Chi ha concesso l'accesso e per quale data. Quante persone scendono insieme. Se la visita è condotta da una guida turistica abilitata o da un archeologo. Chiedete anche se la quota comprende l'iscrizione all'associazione, che a volte è annuale e si aggiunge al costo della singola uscita. Una risposta chiara a queste domande distingue un'apertura seria da un'improvvisazione.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che i Romani cremassero i morti lo sanno tutti. Meno citato è che i colombari ne documentano anche il tramonto. Le fonti accademiche indicano che il terzo colombario rimase in uso fino all'età di Adriano, nella prima metà del II secolo dopo Cristo, quando l'inumazione cominciò a prevalere. Le nicchie per le urne non bastavano più, servivano sarcofagi e loculi per corpi interi. Da lì, in pochi decenni, si arriva alle catacombe.
Il cambiamento non fu improvviso né uniforme. Per qualche tempo convissero urne e sarcofagi, cremazione e inumazione, spesso negli stessi ambienti. Anche nel terzo colombario di Vigna Codini, accanto alle urne, sono stati trovati cippi e un sarcofago, oggi al Museo Nazionale Romano secondo il portale di Roma Capitale. Un sarcofago dentro un sepolcro nato per le ceneri è la prova materiale di quel passaggio, e vale più di molte spiegazioni.
In questa zona il passaggio si legge anche sul terreno. I colombari di età augustea si trovano dentro le mura, mentre lungo l'Appia fuori porta si aprono le Catacombe di San Sebastiano e le Catacombe di San Callisto, scavate quando il corpo intero era diventato la norma. Visitare i due tipi di sepolcro nella stessa giornata spiega più di qualunque pannello il cambiamento di mentalità fra primo e terzo secolo.
La foto giusta da fare ai Colombari di Vigna Codini
Dentro, la foto che funziona è quella in diagonale, dall'angolo della camera verso la parete più lontana, con le file di nicchie che si ripetono fino in alto. Rende l'idea della quantità meglio di qualunque dettaglio. Il flash appiattisce gli stucchi e disturba gli altri visitatori: meglio alzare la sensibilità e appoggiarsi a un muro per stare fermi. Prima di scattare, chiedete comunque a chi guida la visita se le foto sono ammesse.
Se la visita lo consente, un secondo scatto va dedicato ai dettagli: un tralcio di vite in stucco, una maschera, una nicchia con la targhetta ancora leggibile. Sono queste immagini a distinguere Vigna Codini da un qualsiasi ambiente sotterraneo. Tenete l'obiettivo parallelo alla parete per evitare deformazioni, e rinunciate alle foto con le persone in posa davanti alle nicchie: in un sepolcro il ritratto sorridente stona.
Fuori, dove non serve alcun permesso, l'inquadratura giusta è quella di via di Porta San Sebastiano con i muri delle vigne ai lati e le torri della porta sul fondo. È la stessa strada che conduce all'Appia Antica, e in una sola immagine tiene insieme la città dei vivi e quella dei morti. La luce migliore arriva nel tardo pomeriggio, quando il sole scende di lato sui muri.
Una regola di buon senso vale per l'esterno: il fondo in cui si trovano i colombari è una proprietà privata, e i cancelli non sono uno sfondo da riprendere con lo zoom. Niente foto alle abitazioni, niente droni, niente tentativi di inquadrare l'interno scavalcando con il telefono i muri di cinta. La strada, la porta, le mura e gli alberi offrono già tutto quello che serve per raccontare il luogo senza disturbare nessuno.
Come si arriva dal centro di Roma?
Il riferimento pratico è la Porta San Sebastiano, all'inizio della via Appia Antica. Dal Circo Massimo, fermata della metropolitana B, si prosegue a piedi lungo viale delle Terme di Caracalla fino a piazzale Numa Pompilio, e da lì si imbocca via di Porta San Sebastiano. La strada è stretta, con marciapiedi a tratti ridotti e auto che passano in entrambe le direzioni. Camminate sul lato protetto e senza fretta.
Per le linee di autobus il riferimento è il sito ATAC, che pubblica percorsi e deviazioni aggiornati: il gestore dei colombari non indica fermate. L'ingresso principale del Parco degli Scipioni, in via di Porta Latina 10, è aperto secondo la Sovrintendenza dalle 7 al tramonto, mentre l'accesso da via di Porta San Sebastiano risulta chiuso. Il punto d'incontro esatto per la visita lo comunica chi la organizza.
Dal Colosseo la passeggiata passa per il Circo Massimo o per il Celio e scende verso le Terme di Caracalla: è la soluzione migliore per chi ha tempo, perché il percorso stesso racconta la città antica. In auto la zona è scomoda, le strade sono strette e il gestore non indica possibilità di sosta. Chi arriva in taxi può farsi lasciare a piazzale Numa Pompilio e fare a piedi l'ultimo tratto.
L'alternativa è arrivare dal lato di via di Porta Latina, una strada più tranquilla, stretta fra muri e alberi, che porta all'ingresso principale del Parco degli Scipioni e poi alla Porta Latina. Da qui si raggiungono in pochi minuti anche le chiese di San Giovanni a Porta Latina e l'Oratorio di San Giovanni in Oleo. È il percorso più piacevole per chi arriva a piedi e vuole combinare la visita con una sosta nel giardino.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La costruzione risale alla fine del I secolo avanti Cristo e ai primi decenni del secolo successivo, fra Augusto e Tiberio. Per il primo e il secondo colombario le fonti accademiche indicano come termine ultimo il 10 dopo Cristo, ricavato dal pavimento a mosaico del secondo. Proprio quel pavimento conserva un'iscrizione che ricorda lavori di restauro pagati dai membri del collegio funerario: segno che i soci curavano la manutenzione del proprio sepolcro.
Il periodo d'uso si chiude nel II secolo dopo Cristo, in età adrianea. Poi viene il lungo silenzio. Nel III secolo le Mura aureliane racchiudono l'area, le tombe si interrano e col tempo le vigne occupano il terreno sopra i sepolcri. Il ricordo dei colombari si perde, finché la ricerca di antichità dell'età moderna non riporta gli scavatori in queste campagne, con pale, lanterne e poco riguardo per il contesto.
Le fonti non concordano sulla storia degli scavi precedenti all'Ottocento. Alcune ricostruzioni segnalano che l'area fu già esplorata nel Cinquecento, sotto Pio IV, e ancora nel Settecento, con il recupero di urne e iscrizioni. La stagione documentata comincia nel 1840, quando Campana scavò il primo colombario. Il secondo venne alla luce nel 1847, e l'attribuzione della scoperta oscilla fra Campana e Codini. Il terzo fu trovato nel 1852.
Vigna Codini non fu un caso isolato. Secondo la Sovrintendenza Capitolina, la prima scoperta moderna del Sepolcro degli Scipioni risale al 1614, e nel 1831 lo stesso Campana aveva messo in luce il Colombario di Pomponio Hylas, con mosaici e affreschi. Nel giro di pochi decenni quest'angolo di campagna fra la via Appia e la via Latina divenne uno dei terreni più esplorati di Roma, e ogni scoperta spingeva i proprietari confinanti a scavare a loro volta.
Pochi anni dopo, nel novembre 1857, Campana fu arrestato con l'accusa di aver distratto fondi del Monte di Pietà, di cui era direttore generale dal 1833. La condanna a venti anni di carcere fu commutata nell'esilio, e la sua collezione, sequestrata dallo Stato pontificio, venne venduta a pezzi. Fra il 1861 e il 1862 grandi lotti presero la strada dell'Ermitage di San Pietroburgo e del Louvre. Anche per questo, ricostruire oggi che cosa contenessero i sepolcri della zona è un lavoro da archivio più che da scavo.
Chi è passato dai Colombari di Vigna Codini
Il primo nome è quello di Giampietro Campana, nato a Roma nel 1808 e morto nel 1880, marchese, collezionista, banchiere pubblico. Aveva cominciato a scavare a Frascati nel 1829 e nel 1831 aveva scoperto il Colombario di Pomponio Hylas, a pochi metri da qui. Fu uno dei grandi cercatori di antichità dell'Ottocento romano, con metodi molto lontani da quelli di oggi, ma senza di lui questi ambienti forse sarebbero rimasti sepolti.
Poi c'è Pietro Codini, il proprietario del terreno, che a differenza di Campana non ha lasciato altre tracce nella storia. Il suo nome resta legato al luogo per il semplice fatto di possedere la vigna al momento giusto. Accanto a loro, gli sterratori e gli operai di cui nessuna fonte registra i nomi, che scesero per primi a sei o sette metri di profondità a liberare le camere dalla terra.
Da questi ambienti è passata, indirettamente, anche la famiglia di Augusto. Se l'attribuzione del secondo colombario è corretta, qui riposava la servitù di Marcella, figlia di Ottavia, sorella dell'imperatore, imparentata per matrimonio con Marco Agrippa. I padroni, di norma, non finivano in queste nicchie: le grandi famiglie avevano i loro mausolei. Ma i loro nomi ricorrono nelle targhette, attraverso i gentilizi dei liberti e le indicazioni di servizio.
La vicenda di Campana ebbe anche un piccolo ritorno a Roma. Dopo la dispersione della collezione, nel 1873 i Musei Capitolini acquisirono circa quattrocento monete d'oro romane e bizantine che gli erano appartenute. Per il resto, i suoi oggetti si trovano oggi in grandi musei d'Europa e d'America. È il paradosso di molti scavi dell'Ottocento: gli ambienti restano dove sono stati trovati, mentre ciò che contenevano viaggia per il mondo.
E soprattutto ci sono i sepolti, che sono i veri protagonisti. Schiavi e liberti delle famiglie di Augusto e dei suoi parenti, musici, un'orafa, commercianti. Iulius Chrysantus con la sua nicchia decorata. Pompeia Helena con il suo mestiere scritto sulla lapide. In un luogo pensato per il ricordo collettivo, i nomi incisi o dipinti sono l'unica cosa che queste persone hanno lasciato, e per gli epigrafisti valgono più di qualunque statua.
Documenti, tradizione e leggenda
Nei documenti c'è quello che le iscrizioni dicono: nomi, mestieri, rapporti di dipendenza, lavori pagati dal collegio. C'è anche l'avvertimento letto sul terzo colombario, «Ne tangito, o mortalis, revere Mane deos», che si traduce più o meno così: non toccare, mortale, rispetta gli dei Mani. È un testo inciso, non una frase attribuita a qualcuno, e restituisce bene la preoccupazione antica per l'integrità delle sepolture.
La tradizione degli studi, invece, discute le attribuzioni e le date. Il secondo colombario come monumento della servitù di Marcella è un'ipotesi, non una certezza. Il terzo è datato da alcuni all'età di Augusto e Tiberio, da altri al II secolo dopo Cristo. Anche i numeri dei defunti oscillano a seconda di come si contano le nicchie e le urne. Chi legge cifre precise in rete dovrebbe tenerne conto.
La leggenda, infine, tende a mescolare questi sepolcri con le storie di spettri e tombe violate che circolano su tutta l'Appia, e con i racconti raccolti fra i fantasmi di Roma. Nessuna fonte documenta apparizioni o maledizioni legate a Vigna Codini. Qui la leggenda resta leggenda: chi cerca brividi troverà piuttosto la sensazione, concreta, di trovarsi in mezzo a migliaia di nomi dimenticati.
Perché tanti partono da Porta San Sebastiano e sbagliano?
A nostro giudizio l'errore più comune è pensare che l'Appia Antica «vera» cominci fuori dalla porta, fra i basoli e i pini. Il tratto urbano, dentro le mura, è quello con la maggiore concentrazione di sepolcri famosi: gli Scipioni, Pomponio Hylas, i tre colombari di Vigna Codini, oltre a San Cesareo de Appia con i suoi mosaici. Saltarlo per correre verso Cecilia Metella vuol dire perdere l'origine di tutto il resto.
Il guaio è che quasi nulla di questo tratto è aperto con orari regolari. Il Colombario di Pomponio Hylas, gestito dalla Sovrintendenza Capitolina, risulta chiuso al pubblico dal 1° agosto 2024 per i lavori finanziati dal PNRR. Vigna Codini al momento non si visita affatto. Anche per il Sepolcro degli Scipioni conviene controllare aperture e prenotazioni sul sito del gestore prima di muoversi. Chi organizza una giornata qui deve lavorare con le prenotazioni, non con la curiosità del momento.
Dentro questo sistema i colombari hanno un ruolo preciso: sono la parte popolare della necropoli. Gli Scipioni rappresentano l'aristocrazia repubblicana, Pomponio Hylas un liberto benestante con il suo spazio decorato. Vigna Codini mostra i tanti, quelli che avevano diritto solo a una nicchia fra centinaia. Letti in sequenza, i tre luoghi raccontano la scala sociale di Roma attraverso il modo in cui ciascuno veniva ricordato.
C'è anche un pregiudizio da correggere: l'idea che i colombari siano sepolcri minori, da vedere solo dopo le catacombe. A nostro giudizio è il contrario. Le catacombe raccontano soprattutto i primi secoli cristiani, mentre i colombari di Vigna Codini mostrano la Roma di Augusto dal punto di vista di chi lavorava nelle case dei potenti. Per capire come viveva la maggioranza degli abitanti della città, poche visite sono altrettanto dirette.
Quando è chiuso e che cosa non aspettarsi?
Oggi i colombari sono chiusi a tutti, anche su richiesta, per la sospensione decisa dal Parco per motivi di sicurezza. Non ci sono giorni di apertura libera, né un custode a cui chiedere sul momento. Anche le giornate con ingressi gratuiti nei musei statali non valgono qui, perché non si tratta di un museo. Presentarsi al cancello sperando in un'eccezione è inutile e poco rispettoso verso i proprietari del fondo. Il cancello di un terreno privato non è un ingresso.
Non aspettatevi un sito attrezzato con percorsi segnati e assistenza. Il gestore non segnala servizi igienici, biglietteria o pannelli didattici come nei parchi statali. Le decorazioni sono frammentarie, e la qualità della visita dipende quasi tutta da chi la conduce. E non aspettatevi di vedere urne e iscrizioni originali in quantità: gran parte di quel materiale è finita nei musei, a Roma e altrove, già nell'Ottocento. Resta l'architettura, che da sola giustifica la fatica della richiesta.
Nell'attesa della riapertura, la zona offre comunque molto. Il Museo delle Mura ha orari regolari, le chiese di San Cesareo de Appia e di San Giovanni a Porta Latina si visitano negli orari delle rispettive comunità, e il Parco degli Scipioni resta un giardino pubblico per una sosta all'ombra. Per vedere un colombario aperto con continuità bisognerà aspettare la riapertura di Pomponio Hylas, per la quale non risultano date annunciate.
Le aperture straordinarie di siti normalmente chiusi, a Roma, passano per i canali del Ministero della cultura, della Sovrintendenza Capitolina e delle associazioni che organizzano visite. Alla data di verifica il Parco dichiara Vigna Codini non visitabile per motivi di sicurezza e non annuncia date di riapertura. Conviene seguire i siti istituzionali, senza fidarsi di calendari copiati da un sito all'altro, che spesso riportano date vecchie di anni presentate come attuali.
Mangiare in zona
Per chi viaggia con bambini la soluzione più semplice è un pranzo portato da casa. Il Parco degli Scipioni, secondo la Sovrintendenza, ha l'ingresso principale in via di Porta Latina, dove si trovano anche i giochi per i più piccoli, ed è aperto dalle 7 al tramonto. Portate acqua a sufficienza: lungo via di Porta San Sebastiano i punti di ristoro sono pochissimi, e d'estate il tratto fra le mura si scalda in fretta nelle ore centrali.
Via di Porta San Sebastiano e via di Porta Latina sono strade quasi senza negozi, fra muri di ville e conventi. Per mangiare si torna verso le Terme di Caracalla, il Circo Massimo o i quartieri oltre le mura. Lungo i percorsi più battuti dai pullman valgono le solite trappole: menù con le fotografie dei piatti, qualcuno sulla porta che invita a entrare, cucina aperta a tutte le ore senza pausa, voci senza prezzo.
I romani evitano quei locali per ragioni semplici: il prezzo si adatta al cliente di passaggio, il menù esposto fuori non corrisponde sempre a quello consegnato al tavolo, la pasta «fatta in vetrina» serve più a fermare i passanti che a cucinare bene. Meglio allontanarsi di qualche strada e cercare posti frequentati da chi abita in zona. Come punto di partenza c'è la lista di indirizzi su Google Maps curata dalla redazione.
Che cosa abbinare in giornata
L'abbinamento naturale è con il Museo delle Mura, dentro la stessa Porta San Sebastiano, in via di Porta San Sebastiano 18. Secondo il sito del museo è aperto dal martedì alla domenica dalle 10 alle 16, con ultimo ingresso un'ora prima e chiusura il lunedì. Da lì, secondo le regole di visita del museo, si percorre un tratto del camminamento delle mura e si guarda dall'alto la strada appena percorsa. Tariffe e riduzioni sono sul sito dei Musei in Comune.
A pochi minuti, verso via di Porta Latina, ci sono San Giovanni a Porta Latina, con il suo ciclo di affreschi medievali, e il piccolo Oratorio di San Giovanni in Oleo. Oltre la porta comincia il Parco dell'Appia Antica con la chiesa del Domine Quo Vadis, la Basilica di San Sebastiano e la Villa di Massenzio. Una giornata intera può seguire la linea del tempo, dalle nicchie augustee alle catacombe.
Più avanti sulla stessa strada ci sono Capo di Bove e la Villa dei Quintili, che richiedono però una giornata a parte o una bicicletta. Chi preferisce restare sul tema dei sepolcri collettivi ha le Catacombe di Domitilla, quelle di Pretestato e le catacombe ebraiche di Vigna Randanini, tutte lungo lo stesso asse. Chi vuole scegliere con calma fra aperture, prenotazioni e tipi di visita trova il quadro complessivo nella pagina sulle catacombe di Roma.
Più lontani, l'Ipogeo degli Aureli e l'Ipogeo di via Dino Compagni mostrano la pittura funeraria dei secoli successivi, con temi e committenti molto diversi da quelli augustei, mentre la Basilica sotterranea di Porta Maggiore è un altro grande ambiente ipogeo della prima età imperiale a Roma. Per orientarsi fra tutti questi luoghi, compresi quelli aperti solo su richiesta, c'è la pagina sulla Roma sotterranea.
Verso nord, dalla parte delle Terme di Caracalla, si sale al Celio con Santo Stefano Rotondo e le Case romane del Celio, oppure all'Aventino con Santa Balbina e la Basilica di San Saba. Vicino a piazzale Numa Pompilio si incontra anche San Sisto Vecchio. Chi resta fra i monumenti antichi ha sempre il Circo Massimo come punto di arrivo.
Chi vuole un altro sguardo sui modi di ricordare i morti a Roma può proseguire verso la Piramide Cestia, la tomba di un ricco romano che volle una forma egizia, e il vicino Cimitero acattolico. Per i materiali usciti da sepolcri come questi, il posto giusto è Palazzo Massimo alle Terme, sede del Museo Nazionale Romano, e per la famiglia servita da questi liberti il Mausoleo di Augusto.
Domande frequenti
I Colombari di Vigna Codini sono aperti al pubblico?
No. La pagina del Parco archeologico dell'Appia Antica dice che al momento non sono visitabili, perché non possono essere assicurate le condizioni di sicurezza per l'accesso. Anche prima non avevano orari regolari: si trovano in una proprietà privata e si entrava solo su richiesta al Parco o con associazioni culturali. Presentarsi al cancello non serve, nemmeno nei fine settimana o nei giorni festivi.
Quanto costa visitare i Colombari di Vigna Codini?
Oggi non si paga nulla perché non si entra: le visite sono sospese. Anche prima il dato non era pubblicato. Il Parco archeologico dell'Appia Antica non indicava una tariffa per la visita su richiesta, e le associazioni che portavano dentro piccoli gruppi non riportano la quota in rete. Quando le visite riprenderanno, chiedete per iscritto quanto si paga, a chi e che cosa è compreso.
Quando si potrà tornare a visitarli?
Il Parco archeologico dell'Appia Antica non indica una data. La sua pagina dice solo che al momento i colombari non sono visitabili per ragioni di sicurezza. Il Ministero della cultura pubblica come recapiti del Parco il telefono 06 7806686 e l'indirizzo pa-appia@cultura.gov.it, con sede in via Appia Antica 222. Conviene controllare la pagina ufficiale prima di qualunque programma e diffidare di chi propone visite senza citare un'autorizzazione.
Dal Parco degli Scipioni si vedono i colombari?
No. Il Parco degli Scipioni è un giardino pubblico gestito dalla Sovrintendenza Capitolina, aperto secondo la stessa Sovrintendenza dalle 7 al tramonto con ingresso in via di Porta Latina 10. I colombari di Vigna Codini si trovano nel fondo attiguo, sottoterra, e dal parco non esiste un passaggio. Chi entra nel giardino vede alberi, prato e muri, non i sepolcri, che restano chiusi.
Il Colombario di Pomponio Hylas si può visitare insieme?
Al momento no. La Sovrintendenza Capitolina indica che il Colombario di Pomponio Hylas è chiuso al pubblico dal 1° agosto 2024 per l'avvio dei lavori previsti dal PNRR. Prima della chiusura le visite si prenotavano attraverso lo 060608, il numero indicato dalla Sovrintendenza, attivo dalle 9 alle 19. Prima di organizzare la giornata conviene controllare la pagina ufficiale del sito, che segnala per prima l'eventuale riapertura.
Quando sono stati costruiti i colombari?
Fra la fine del I secolo avanti Cristo e i primi decenni del I secolo dopo Cristo, cioè fra Augusto e Tiberio. Per i primi due le fonti accademiche indicano il 10 dopo Cristo come data entro cui erano già costruiti. Sul terzo le fonti non concordano: c'è chi lo colloca nella stessa età e chi lo sposta al II secolo. L'uso continuò in ogni caso fino all'età di Adriano.
Che differenza c'è fra i tre colombari?
Il primo è una grande camera con pilastro centrale e circa cinquecento nicchie ad arco. Il secondo, quasi quadrato, conserva i resti migliori di stucchi e pitture e un pavimento a mosaico con iscrizione. Il terzo ha pianta a U, nicchie rettangolari più grandi, rivestimenti in marmo e l'iscrizione che invita a non toccare le sepolture. Messi in fila, mostrano come cambiava il gusto nel giro di pochi decenni.
La visita è adatta a bambini o a persone con difficoltà motorie?
Il gestore non pubblica informazioni sull'accessibilità. Le camere si trovano a sei, sette metri sotto il piano di campagna e si raggiungono con scale, quindi l'accesso in carrozzina è da escludere salvo indicazioni contrarie di chi organizza. Per i bambini il problema è lo spazio stretto e il divieto di toccare. Sopra gli otto, dieci anni, con una buona preparazione, la visita può funzionare bene.
Dove sono finiti i reperti trovati nei colombari?
In parte al Museo Nazionale Romano, dove il portale di Roma Capitale colloca un sarcofago e altri materiali del terzo colombario. Molti oggetti trovati dagli scavatori dell'Ottocento sono passati per collezioni private, e quella di Campana, dopo il sequestro del 1857, fu venduta a musei come l'Ermitage e il Louvre. Le fonti accademiche parlano di reperti dispersi in numerosi musei, il che rende difficile ricomporre il corredo originario.
Chi ha scritto e su quali fonti
Il testo esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Tariffe, orari e modalità di prenotazione riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura: per i colombari fa fede la pagina del Parco archeologico dell'Appia Antica, che oggi li dichiara non visitabili per motivi di sicurezza. Segnalateci quello che trovate cambiato.
Organizzare una visita di gruppo in luoghi come questo richiede un lavoro diverso da quello di un museo con biglietteria: richieste formali, numeri contenuti, orari concordati con il Parco, un archeologo o una guida abilitata per leggere iscrizioni e decorazioni sul posto. Per chi organizza viaggi di gruppo una risorsa utile è Tour Leader Pro, che raccoglie strumenti e riferimenti per preparare visite con prenotazione e aperture speciali, dalle richieste agli enti fino ai tempi da prevedere nel programma.
I colombari sono un tassello di un racconto più largo che comincia sull'Appia, attraversa i Castelli Romani e arriva fino alle ville imperiali del Lazio. Chi vuole mettere insieme la Roma sotterranea, i parchi archeologici e i borghi dei dintorni in un viaggio di più giorni ha bisogno di tempi realistici e spostamenti ragionati: una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.
Prepara la visita
Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.
Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
Visite guidate
Tour con guide abilitate in città e fuori porta, anche in piccoli gruppi.
Pass musei e trasporti
Un solo pass per più ingressi e per i mezzi: fai due conti sulle visite che hai in programma prima di comprarlo.
