Colombario di Pomponio Hylas
Il Colombario di Pomponio Hylas è una camera funeraria sotterranea del I secolo d.C. che si trova a via di Porta Latina 10, dentro il Parco degli Scipioni, e che alla data del 28 settembre 2026 non si può visitare: la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ha disposto la chiusura temporanea al pubblico a partire dal primo agosto 2024 per le lavorazioni previste dal PNRR. Chi cerca informazioni su prenotazioni e orari deve partire da questo dato, perché è il dato che cambia tutto.
Quando è aperto, questo è uno dei luoghi romani a prenotazione obbligatoria con il numero di posti più basso in assoluto: sette persone per visita. Sette. Il confronto con le venticinque della Casa dei Cavalieri di Rodi o del Museo del Teatro Argentina fa capire di che scala si parla. La pagina che segue mette in fila che cosa si vede là sotto, come funzionava l’accesso prima della chiusura e che cosa conviene fare adesso al suo posto.
Come si visita oggi il Colombario di Pomponio Hylas: lo stato reale dell’accesso
La pagina ufficiale della Sovrintendenza Capitolina dedicata al monumento riporta, in testa alla sezione informazioni e prenotazioni, una frase sola e netta: a partire dal primo agosto 2024 il sito è temporaneamente chiuso al pubblico per l’avvio delle lavorazioni previste dal PNRR. La frase risulta ancora lì il 28 settembre 2026. Nessuna data di riapertura è indicata.
Dove si comprano i biglietti. Il Colombario di Pomponio Hylas è uno dei monumenti del territorio della Sovrintendenza Capitolina: la scheda ufficiale è su sovraintendenzaroma.it e si prenota al 060608, tutti i giorni dalle 9 alle 19. Gruppi piccoli, calendario trimestrale, biglietto in contanti sul posto e disdetta entro 72 ore. Nessuna piattaforma di prenotazione lo vende. Verificato il 28 settembre 2026.

Una controprova utile viene dall’avviso di servizio con le modalità di accesso e prenotazione ai Monumenti del Territorio, aggiornato dalla Sovrintendenza il 24 settembre 2026. Quell’avviso elenca uno per uno i siti aperti al pubblico, dal Sepolcro degli Scipioni al Mausoleo Monte del Grano, dai Sepolcri repubblicani di via Statilia al Ninfeo degli Annibaldi. Il Colombario di Pomponio Hylas in quell’elenco non c’è.
Chi legge in giro che basta telefonare allo 060608 e prenotare sta leggendo una pagina vecchia. Il numero 060608 è reale, funziona tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00 ed è il canale corretto per i monumenti del territorio capitolino, ma per questo monumento oggi non c’è niente da prenotare. Le agenzie e le associazioni che continuano a pubblicizzare aperture speciali qui vanno chiamate e verificate prima di pagare qualsiasi cosa.
Come funzionava l’ingresso prima della chiusura
Il meccanismo era quello comune ai Monumenti del Territorio, con una restrizione in più. L’ingresso era consentito solo a gruppi accompagnati, con guida propria, per un massimo di sette persone a visita. La prenotazione andava fatta allo 060608. Per i singoli visitatori erano previste visite individuali in date fissate da un calendario trimestrale pubblicato dalla Sovrintendenza, sempre con prenotazione, e non era raro che quelle date andassero esaurite nel giro di pochi giorni.
Le regole generali per le associazioni restano quelle pubblicate nell’avviso: cinque appuntamenti a trimestre per ogni guida o associazione, due nel fine settimana e tre infrasettimanali; apertura delle prenotazioni il primo giorno feriale del trimestre precedente; acquisto minimo di cinque biglietti da pagare in contanti sul posto; disdetta con almeno settantadue ore di anticipo, pena il pagamento di cinque biglietti interi. Chi organizza gruppi queste righe le conosce a memoria.
Tariffe pubblicate
Le tariffe indicate dalla Sovrintendenza per il Colombario sono quattro euro per l’intero e tre euro per il ridotto. L’ingresso è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana, esibendo un documento valido che attesti la residenza, e gratuito per i possessori di MIC Card. Nel costo del biglietto la visita guidata non è compresa: va organizzata in autonomia. Il pagamento avviene in contanti sul posto, non con carta.
Quattro euro per una camera sepolcrale dipinta e stuccata di età giulio claudia sono una cifra che non ha senso commentare. Il costo vero di questa visita non è mai stato il biglietto: è il tempo speso a trovare una data, a mettere insieme il numero minimo di persone e a incastrare un appuntamento fisso dentro una giornata romana. Quel costo pesa molto più di quattro euro.
Dove si trova il Colombario di Pomponio Hylas e come ci si arriva
L’indirizzo è via di Porta Latina 10, rione XIX Celio, e l’ingresso avviene dall’interno del Parco degli Scipioni. Le coordinate indicate dal portale Turismo Roma sono 41,876568 nord e 12,502077 est. Il monumento sorgeva su una traversa dell’antica via Latina, appena fuori dal tracciato urbano, in quella fascia di suburbio che dal III secolo a.C. in poi si riempì di tombe lungo le strade consolari.
Una precisazione sul civico, perché le fonti divergono. La Sovrintendenza Capitolina e il portale Turismo Roma indicano via di Porta Latina 10. Alcuni repertori privati online indicano il civico 14. Il numero da usare per orientarsi è quello istituzionale, cioè il 10, ma in pratica il riferimento vero è il cancello del Parco degli Scipioni: chi arriva davanti al parco è arrivato.
Autobus e metropolitana
Il Parco Archeologico dell’Appia Antica, che gestisce la vicina basilica di via di Porta Latina 17, indica per quell’indirizzo tre linee di superficie: il 218 con fermata Cameria, il 360 con fermata Latina e il 714 con fermata Terme Caracalla. La metropolitana di riferimento è la linea A, fermata San Giovanni. Siamo a poche decine di metri dal Colombario, quindi questi collegamenti valgono anche per il Parco degli Scipioni.
Nessuna di queste soluzioni scarica il visitatore davanti al cancello. Dalla fermata Latina si cammina, da Cameria si cammina, da San Giovanni si cammina parecchio, almeno venti minuti in discesa dentro un tessuto urbano tranquillo e senza ombra. È una zona di Roma dove la distanza sulla carta inganna: sembra tutto attaccato e invece fra una porta urbica e l’altra ci sono sempre otto o dieci minuti di passo normale.
Chi non conosce il sistema dei trasporti romani farebbe bene a leggere prima la guida su come muoversi a Roma fra metro, bus, tram e biglietti, perché in questo quadrante la frequenza degli autobus è quella che è e un’attesa di venti minuti alla fermata è normale amministrazione, soprattutto la domenica.
La scala, e chi non la può fare
L’accesso alla camera sepolcrale avviene tramite una scala stretta e molto ripida, di venticinque gradini. Il dato è scritto nero su bianco nelle schede di visita pubblicate dalla Sovrintendenza e va preso sul serio. Non esiste un percorso alternativo, non esiste un ascensore, non esiste un piano inclinato. Chi ha problemi motori, chi ha difficoltà di equilibrio o chi soffre in spazi stretti qui non entra.
La cosa va detta prima e non davanti al cancello. Nell’elenco dei monumenti del territorio la Sovrintendenza segnala espressamente quali siti sono accessibili ai disabili, per esempio il Mausoleo Monte del Grano o i Trofei di Mario: il Colombario di Pomponio Hylas non è mai stato fra quelli. Chi accompagna un gruppo misto deve prevedere un’alternativa in superficie per chi resta fuori, e il Parco degli Scipioni stesso è la più comoda.
Che cos’è un colombario e perché a Roma ce ne sono tanti
Un colombario è una camera sepolcrale collettiva con le pareti scavate a nicchie, dentro le quali venivano collocate le olle cinerarie, cioè i vasi di terracotta con le ceneri dei defunti. Il nome viene dalla somiglianza con le colombaie, le costruzioni a nicchie per i piccioni. La formula si diffonde a Roma fra la tarda età repubblicana e il I secolo d.C., quando la cremazione è la pratica funeraria dominante.
La ragione di quella diffusione è sociale prima che architettonica. Un sepolcro individuale costava, e chi non poteva permetterselo comprava una nicchia dentro una struttura collettiva, spesso gestita da un collegio funeraticio o costruita dal padrone per i propri liberti e schiavi. Nei colombari romani si leggono per questo centinaia di nomi di liberti, che sono la classe che riempie le iscrizioni funerarie del primo impero.
Questo spiega perché intorno alle porte meridionali di Roma i colombari si trovano a grappoli. Fuori da Porta Latina e da Porta San Sebastiano correvano due grandi strade consolari, la via Latina e la via Appia, e la legge romana vietava le sepolture dentro il pomerio. La città dei morti si allineava quindi lungo le strade in uscita, esattamente dove oggi passano i turisti diretti alle catacombe.
Gli altri colombari romani
I confronti diretti più vicini sono i colombari di Vigna Codini, poco distanti, lungo via di Porta San Sebastiano, in proprietà privata e oggi non visitabili per ragioni di sicurezza, come indica il Parco archeologico dell’Appia Antica (vedi la pagina sui colombari di Vigna Codini). Poi ci sono i sepolcri repubblicani di via Statilia e il sepolcro di largo Talamo, entrambi nel circuito dei Monumenti del Territorio. Il sepolcreto della via Ostiense mostra la stessa logica sull’altro versante della città.
Il Colombario di Pomponio Hylas si distingue da tutti questi per un motivo preciso: la conservazione della decorazione. Negli altri casi si leggono la struttura, le nicchie, qualche iscrizione. Qui sopravvivono le pitture, gli stucchi, il mosaico e il colore, in una misura che nel panorama romano non ha molti pari. È questo, e non la rarità della prenotazione, il vero motivo per cui il posto conta.
La scoperta del 1831 e l’uomo che lo trovò
Il colombario fu scoperto nel 1831 e la scoperta si deve a Campana, collezionista e direttore del Monte di Pietà di Roma. Sul nome le fonti non concordano nella forma: la Sovrintendenza Capitolina scrive marchese Pietro Campana, la voce enciclopedica italiana registra Giampietro Campana, marchese di Cavelli dal 1849. Si tratta della stessa persona, uno dei protagonisti del collezionismo romano dell’Ottocento.
Campana entrò al Monte di Pietà come assistente proprio nel 1831 e ne divenne direttore generale nel 1833. Negli stessi anni ampliava una raccolta che sarebbe diventata una delle più grandi collezioni ottocentesche di antichità greche e romane, alimentata sia sul mercato antiquario sia con autorizzazioni di scavo. Il colombario di via Latina rientra in quella stagione di scavi condotti da privati con licenza pontificia.
La storia finisce male, e vale la pena raccontarla perché spiega la dispersione di mezza Roma antica nei musei europei. Campana fu arrestato nel novembre 1857 e condannato per malversazione dei fondi pubblici che amministrava. Venti anni di carcere, commutati in esilio. La collezione fu sequestrata dallo Stato Pontificio, catalogata nel 1858 e venduta: pezzi finirono al Louvre, all’Ermitage, al Victoria and Albert, al Metropolitan.
Il Colombario di Pomponio Hylas, per una volta, non seguì quella strada. Essendo un monumento scavato nel terreno e non un oggetto trasportabile, rimase dov’era, con le sue pitture attaccate alle pareti. È una delle poche cose legate a Campana che a Roma si possono ancora vedere nel posto in cui furono trovate, e questo dettaglio, per chi si occupa della storia degli scavi romani, non è secondario.
Il mosaico in pasta vitrea e i nomi che danno il titolo al monumento
Sopra la scala di accesso alla camera sepolcrale si trova una tabella in mosaico di pasta vitrea, ed è da lì che arriva il nome del monumento. Il pannello è decorato con due grifoni affrontati e porta l’iscrizione funeraria del liberto Pomponius Hylas. Il testo, registrato nel Corpus Inscriptionum Latinarum al numero 5552 del sesto volume, nomina Gneo Pomponio Hylas e Pomponia Vitalinis, liberta di Gneo.
Sul nome di Pomponia il mosaico porta una V, abbreviazione di vivit. Significa che la donna era ancora viva quando il pannello fu realizzato, un uso comune nelle iscrizioni funerarie romane fatte in anticipo. È il genere di dettaglio che in una visita di sessanta minuti si racconta in trenta secondi e che poi resta in testa ai visitatori più di tutto il resto, perché rende il monumento improvvisamente umano.
La datazione del mosaico è posteriore alla costruzione del sepolcro. La Sovrintendenza colloca il pannello in età flavia, fra il 69 e il 96 d.C., insieme ad alcune modifiche dell’apparato decorativo. Il nome del monumento, quindi, viene da un proprietario successivo che comprò la tomba e la personalizzò, non da chi la fece costruire. La cosa spiega qualche incoerenza fra i nomi che si leggono là dentro.
Pasta vitrea, non tessere di marmo
La scelta della pasta vitrea al posto del marmo merita una nota. Il vetro colorato in un ambiente sotterraneo, illuminato da lucerne, restituisce la luce in modo diverso dalla pietra: brilla per punti anziché riflettere in modo piatto. Una tabella funeraria in pasta vitrea posta sopra la scala era la prima cosa che il visitatore antico vedeva scendendo, con la fiammella in mano, e funzionava come un’insegna luminosa.
Granius Nestor e Vinileia Hedone: i due che c’erano prima
Nell’edicola centrale della parete di fondo sono dipinte due figure, e sotto di esse una tabella marmorea riporta due nomi: Granius Nestor e Vinileia Hedone. La Sovrintendenza Capitolina li indica come probabili fondatori del sepolcro. Sono loro, non Pomponio Hylas, ad avere il posto d’onore nella camera, cioè il centro della parete che si guarda scendendo la scala.
La lettura corrente è che Pomponio Hylas abbia acquistato il sepolcro in un secondo momento, per sé e per la moglie, e vi abbia aggiunto il proprio mosaico all’ingresso. Il monumento porta quindi il nome di un compratore e conserva al centro i ritratti dei costruttori. Nella logica romana del sepolcro come bene patrimoniale, che si vende e si eredita, questo non è affatto strano.
La cronologia della costruzione viene da altre iscrizioni presenti nella camera. Due nicchie in particolare sono riferite a un liberto di Tiberio e a un liberto di Claudia Ottavia, figlia di Claudio e Messalina: da qui la forbice fra il 14 e il 54 d.C. che compare nella letteratura. La Sovrintendenza indica un intervallo leggermente più stretto, fra il principato di Tiberio e quello di Claudio, cioè 14 51 d.C.
L’uso del sepolcro prosegue ben oltre. Dopo la fase flavia del mosaico, le fonti istituzionali arrivano fino all’età antonina, fra il 138 e il 161 d.C. Vuol dire che questa stanza ha accolto sepolture per circa un secolo e mezzo, attraverso quattro dinastie imperiali, cambiando proprietari e decorazioni come un appartamento che passa di mano.
Le pitture, gli stucchi e la questione di Orfeo
La camera sepolcrale è rettangolare, coperta da una volta finemente decorata a motivi vegetali. Al centro delle pareti le nicchie per le olle sono contenute in piccole strutture architettoniche a forma di edicola, con colonnine e timpano, decorate da pitture e da stucchi. Non si tratta di buchi allineati come nei colombari più poveri: ogni nicchia ha una propria cornice architettonica dipinta, come una casa in miniatura.
L’apparato figurativo è la ragione per cui questo monumento è studiato da quasi due secoli. Affreschi e stucchi di qualità molto alta compongono un programma simbolico che, nella lettura della Sovrintendenza Capitolina, allude ai diversi destini dell’anima nell’aldilà ed è in gran parte incentrato sulla figura di Orfeo, cantore e insieme fondatore di culti e di misteri, assunto a simbolo dell’immortalità.
Qui le descrizioni divergono e conviene dirlo. Alcune schede non istituzionali leggono lo stesso repertorio in chiave dionisiaca anziché orfica, e ne ricavano l’immagine di una committenza colta che celebra attraverso il mito il proprio amore per la letteratura. Le due letture non si escludono del tutto, perché orfismo e dionisismo condividono immagini, ma la fonte da citare per prima resta quella della Sovrintendenza.
Il paragone con la pittura pompeiana
Un riferimento ricorrente nella bibliografia è la classificazione degli stili pittorici pompeiani, e in particolare il terzo stile, quello dei fondi monocromi con edicole esili e riquadri figurati al centro. Chi conosce le pareti di Pompei e di Ercolano riconosce qui lo stesso vocabolario, applicato a una destinazione funeraria invece che domestica. Il rapporto fra casa dei vivi e casa dei morti, nella Roma del I secolo, era pensato esattamente così.
Per chi volesse vedere pittura romana di quel livello senza aspettare la riapertura, il riferimento in città è la sezione degli affreschi a Palazzo Massimo alle Terme, con gli ambienti ricostruiti della villa di Livia e della Farnesina. Per la pittura funeraria tardoantica, invece, il confronto obbligato è l’Ipogeo di via Dino Compagni, poco lontano da qui sulla stessa via Latina.
Una curiosità sul Colombario di Pomponio Hylas
Il monumento porta il nome della persona sbagliata, o quantomeno del proprietario meno rilevante. Pomponio Hylas comprò un sepolcro già costruito da almeno una generazione, ci mise sopra un mosaico con il proprio nome all’ingresso e si è preso l’intestazione per i secoli successivi. I fondatori, Granius Nestor e Vinileia Hedone, hanno i ritratti al centro della parete di fondo e non compaiono nel titolo del monumento.
La cosa succede perché l’archeologia ottocentesca battezzava i monumenti dal primo elemento leggibile all’ingresso. Il mosaico stava sopra la scala, era vistoso, era intatto, e il nome è rimasto quello. Se il criterio fosse stato cronologico oggi si chiamerebbe colombario di Granio Nestore, e nessuno lo cercherebbe su internet con quel nome.
C’è un secondo aspetto che diverte i romani. Hylas e Vitalinis sono nomi da liberti, cioè da ex schiavi affrancati: il primo di origine greca, il secondo latino con quella desinenza in is che nelle iscrizioni ricorre spesso. Il monumento più raffinato di questa fascia di suburbio appartiene quindi a gente che partiva dal gradino più basso della scala sociale romana e che si è comprata l’eternità decorata.
Una cosa che non ti dice nessuno sul Colombario di Pomponio Hylas
Il vincolo vero non è mai stata la prenotazione: è il microclima. Una camera ipogea con pitture e stucchi originali del I secolo regge un numero limitatissimo di corpi contemporaneamente, perché ogni persona che scende porta calore, umidità e anidride carbonica. Sette visitatori per turno non sono un capriccio burocratico, sono la soglia che l’ambiente tollera senza che le superfici dipinte ne risentano.
Da questo discende una conseguenza che i visitatori raramente mettono in conto. In un ambiente così, la visita dura sessanta minuti come da scheda ufficiale, ma il tempo effettivo passato sotto terra è molto meno, perché parte del tempo se ne va in superficie con l’introduzione. Chi si aspetta un’ora davanti agli affreschi resta spiazzato.
Il secondo dato che nessuno racconta riguarda la luce. Là sotto non c’è illuminazione naturale e i colori si vedono per come li restituisce l’impianto artificiale, che è tarato basso proprio per ragioni conservative. Le fotografie che circolano online, con i rossi squillanti e gli azzurri profondi, sono quasi tutte scatti fatti con illuminazione professionale in occasioni di campagna fotografica. Dal vero è più smorzato.
Terza cosa: il sito è dentro un parco pubblico. Questo significa che gli orari del monumento e gli orari del parco sono due cose diverse, che il cancello del parco segue il ritmo alba tramonto e che una visita prenotata in una giornata di maltempo, con il terreno del parco fradicio, comporta comunque un tratto all’aperto su ghiaia e terra battuta. Scarpe adeguate, non sandali.
Il consiglio che ti do per visitare il Colombario di Pomponio Hylas
Il consiglio operativo, oggi, è di non organizzare niente intorno a questo monumento. Finché la Sovrintendenza non rimette il Colombario nell’elenco dei siti aperti, costruire una giornata su una speranza di apertura è tempo buttato. Un'alternativa è il Sepolcro degli Scipioni, che dista cinquecento metri, è aperto e accoglie fino a dodici persone per visita.
Quando riaprirà, il metodo per entrare sarà quello di sempre e conviene impararlo adesso. Si chiama lo 060608 il primo giorno feriale del trimestre precedente a quello in cui si vuole andare, si prende la prima data utile e si accetta l’orario che passa. Chi telefona a metà trimestre trova il calendario esaurito e poi scrive online che il sito non si può visitare, il che non è esatto: si può, con tre mesi di anticipo.
Per i gruppi vale la pena calcolare il conto prima. Cinque biglietti minimi a quattro euro fanno venti euro di soglia, ma i residenti a Roma e nella Città Metropolitana entrano gratis con la carta d’identità, e i possessori di MIC Card pure. Un gruppo di soli romani, in teoria, non paga: in pratica la soglia dei cinque biglietti va concordata al telefono, perché le due regole si sovrappongono male.
Che cosa portarsi
Contanti, perché il biglietto non si paga con carta. Un documento che attesti la residenza, se si punta alla gratuità. Una torcia piccola no, perché non è consentita: la luce è quella dell’impianto e nessuno vuole fasci di luce puntati sugli intonaci. Scarpe chiuse con suola che tenga, per i venticinque gradini ripidi. E una felpa anche a luglio, perché sotto terra la temperatura crolla.
Sul fronte tempi, la finestra migliore è la mattina presto o il tardo pomeriggio di un giorno feriale. Questa parte del Celio a metà giornata in estate è dura, senza ombra e senza bar a portata di mano. Chi accompagna un gruppo di anziani deve prevedere una sosta in più del previsto e deve dire chiaramente, al momento della prenotazione, chi non farà la scala.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il Parco degli Scipioni nasce da un’operazione urbanistica degli anni Venti del Novecento, non da un’area archeologica preesistente. Fra il 1926 e il 1929 il Comune di Roma, che aveva già acquisito l’area del Sepolcro degli Scipioni, condusse una campagna di scavi, restauri e sistemazioni per aprire il sito al pubblico, e realizzò il parco nell’area retrostante, verso la via Latina.
Il disegno del giardino è di Raffaele de Vico, completato nel 1931, con tre percorsi che si incrociano e un viale centrale che assorbe il dislivello del terreno. Sedicimila metri quadrati circa, con pini, cipressi, lecci, oleandri, allori e mirti, un’area giochi attrezzata per bambini e campi da bocce. È un parco di quartiere a tutti gli effetti, non un’area archeologica recintata.
La conseguenza è che il Colombario di Pomponio Hylas si trova dentro un giardino pubblico frequentato da chi porta il cane e da chi gioca a bocce. Il monumento antico più delicato del quadrante è a pochi metri da un’altalena. Questa convivenza, che a Roma sembra ovvia, in qualunque altra città europea sarebbe materia di dibattito.
Vale la pena aggiungere che il parco è aperto dall’alba al tramonto e l’accesso è libero. Anche con il Colombario chiuso, il Parco degli Scipioni resta visitabile e resta uno dei posti più tranquilli dentro le Mura Aureliane, con il vantaggio di essere praticamente vuoto in qualunque giorno dell’anno.
La foto giusta da fare al Colombario di Pomponio Hylas
La foto che conta, quando si riuscirà a rifarla, è quella dal fondo della scala verso l’alto, con il mosaico dei grifoni sopra la testa e il vano della scala che taglia la luce. È l’unica inquadratura che restituisce il rapporto fra la discesa e l’annuncio del nome, cioè il modo in cui il monumento era pensato per essere visto da chi entrava con una lucerna.
La seconda inquadratura utile è l’edicola centrale della parete di fondo con le due figure dipinte e la tabella marmorea sotto. Serve un obiettivo che tenga l’ambiente stretto senza deformare, quindi un grandangolo moderato, e serve rinunciare al flash. Il flash è vietato e comunque appiattirebbe gli stucchi, che si leggono solo con la luce radente dell’impianto.
Terzo scatto, quello che nessuno fa: la volta. I motivi vegetali sulla copertura sono la parte meno fotografata e fra le meglio conservate. Da sotto, con la macchina appoggiata al petto e i gomiti stretti, si tiene un tempo lungo senza treppiede. Il treppiede in sette persone dentro una stanza così non si apre, e nessun custode lo permetterebbe.
Fuori, la foto onesta è il cancello del parco con il cartello della Sovrintendenza. Documenta la chiusura, che è l’informazione attuale, e fra qualche anno sarà l’unica immagine con una data leggibile. Chi tiene un archivio di viaggio queste foto le fa: valgono più di un altro affresco preso male.
Una posizione controcorrente: il mito della Roma sotterranea a prenotazione
Dico una cosa impopolare. La categoria dei luoghi sotterranei visitabili solo su prenotazione è diventata, negli ultimi dieci anni, un prodotto di marketing prima che una categoria archeologica, e il Colombario di Pomponio Hylas ne è l’esempio più chiaro. La difficoltà di accesso viene raccontata come un valore aggiunto, mentre è semplicemente un limite di conservazione e di personale.
Il risultato è un’inflazione di aspettative. Chi entra dopo tre mesi di attesa in una stanza di pochi metri quadrati, con la luce bassa, si aspetta un’esperienza proporzionata alla fatica fatta per arrivarci, e quasi sempre resta deluso. Non perché il monumento sia modesto, che anzi è straordinario per qualità, ma perché nessun ambiente di quelle dimensioni regge il peso di un’attesa costruita per mesi.
A nostro giudizio il Colombario andrebbe visitato per ultimo e non per primo. Prima si guardano i colombari accessibili, poi le catacombe, poi i mitrei, e solo quando l’occhio ha imparato a leggere una nicchia e un’edicola si scende qui, dove la qualità della decorazione diventa evidente. Al contrario, come prima tappa di un percorso sotterraneo, è sprecato.
Aggiungo un corollario che dispiacerà a qualcuno. La pagina generale su che cosa si visita davvero sotto Roma elenca decine di siti, e la maggior parte di quelli aperti senza prenotazione, dalla basilica di San Clemente alle case romane del Celio, dà a un visitatore normale molto più di quanto dia una camera di sette posti. La scarsità non è un criterio di qualità.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La costruzione del sepolcro si colloca fra il principato di Tiberio e quello di Claudio, secondo la Sovrintendenza Capitolina fra il 14 e il 51 d.C. È il momento in cui il suburbio meridionale di Roma si riempie di sepolture di liberti legati alla casa imperiale, e due nicchie della camera portano appunto il ricordo di un liberto di Tiberio e di un liberto di Claudia Ottavia.
In età flavia, fra il 69 e il 96 d.C., il sepolcro passa a Pomponio Hylas. A quella fase si datano il mosaico con i grifoni sopra la scala e alcune modifiche dell’apparato decorativo. È un passaggio di proprietà documentato dalla decorazione stessa, cosa rara: la maggior parte dei sepolcri romani cambia mano senza lasciare traccia visiva.
L’uso prosegue fino all’età antonina, fra il 138 e il 161 d.C. Dopo quella data la cremazione cede progressivamente il passo all’inumazione in tutto il mondo romano, i colombari smettono di essere costruiti e quelli esistenti si riempiono o vengono abbandonati. Il silenzio che segue dura circa sedici secoli.
Nel 1831 il colombario viene ritrovato intatto durante gli scavi condotti da Campana. L’aggettivo intatto va preso alla lettera: la camera non era stata violata, la decorazione era in posto, le olle erano nelle nicchie. Per l’archeologia romana dell’Ottocento è un colpo di fortuna che capita raramente.
Fra il 1926 e il 1929 il Comune di Roma sistema tutta l’area, scava e restaura il vicino Sepolcro degli Scipioni e crea il parco pubblico che ancora oggi contiene l’ingresso del colombario. Nel 1931 Raffaele de Vico completa il disegno del giardino. Il monumento entra così nel circuito comunale e comincia la sua lunga vita di sito a visita contingentata.
Il primo agosto 2024 il sito viene chiuso al pubblico per l’avvio delle lavorazioni previste dal PNRR. È l’ultimo fatto in ordine di tempo ed è quello che determina la situazione attuale. Alla verifica del 28 settembre 2026 la chiusura risulta ancora in corso e la Sovrintendenza non ha pubblicato una data di riapertura.
Chi è passato dal Colombario di Pomponio Hylas
I primi nomi sono quelli incisi e dipinti là dentro. Granius Nestor e Vinileia Hedone, che il sepolcro lo fecero costruire e che hanno i ritratti al centro della parete di fondo. Gneo Pomponio Hylas e Pomponia Vitalinis, che lo comprarono e ci misero il mosaico. Poi decine di altri, liberti e schiavi, i cui nomi si leggono sulle tabelle delle singole nicchie.
Il nome moderno più importante è quello di Campana, che lo trovò nel 1831 e che di lì a vent’anni sarebbe diventato uno dei collezionisti più discussi d’Europa. La sua vicenda giudiziaria del 1857 e la dispersione della sua raccolta fra Louvre, Ermitage, Victoria and Albert e Metropolitan hanno segnato il modo in cui l’archeologia romana è finita nei musei del continente.
Sul piano degli studi, il colombario compare nella bibliografia archeologica internazionale a partire dall’Ottocento e continua a comparire nel Novecento. Fra i titoli citati dalle fonti enciclopediche ci sono le lezioni di Eugénie Strong sull’apoteosi e l’aldilà e il dizionario per immagini della Roma antica di Ernest Nash, pubblicato a Londra nel 1962. L’iscrizione è registrata nel Corpus Inscriptionum Latinarum.
Nel presente, la lista è più corta di quanto si creda. Con sette persone a visita e un calendario trimestrale, il numero di visitatori annui è nell’ordine delle poche centinaia. Passano soprattutto archeologi, guide abilitate con gruppi piccoli, studenti di corsi universitari e appassionati di Roma sotterranea che seguono i calendari della Sovrintendenza con la stessa attenzione con cui altri seguono i concerti.
Cosa vedere nei dintorni, che qui è la parte grossa
La concentrazione di monumenti in questo tratto di Roma è fuori misura e compensa ampiamente la chiusura del colombario. A cinquecento metri, lungo via di Porta San Sebastiano, c’è il Sepolcro degli Scipioni, aperto e prenotabile, con le sue gallerie scavate nel tufo e la storia della famiglia di Scipione Barbato.
Proseguendo verso sud si arriva a Porta San Sebastiano, la porta più monumentale delle Mura Aureliane, che ospita il Museo delle Mura e permette di camminare su un tratto di camminamento di ronda. È una delle poche occasioni romane per stare fisicamente dentro lo spessore delle mura, e costa poco.
Restando su via di Porta Latina, a pochi passi dal parco, si trova la basilica di San Giovanni a Porta Latina, con il suo ciclo di affreschi medievali e il pozzo nel piazzale. Accanto sorge l’oratorio rinascimentale di San Giovanni in Oleo. Sono gratuiti entrambi e sono aperti con orari normali, il che in questo quadrante è una rarità.
Salendo verso il Celio e l’Aventino la scelta si allarga. Le Terme di Caracalla sono a dieci minuti a piedi e restano l’area archeologica più imponente della zona. Poco oltre ci sono Santa Balbina all’Aventino, Santi Nereo e Achilleo e San Sisto Vecchio, tre chiese che quasi nessun turista apre.
Sul Celio vero e proprio si concentrano Santi Giovanni e Paolo al Celio con le case romane sottostanti, Santo Stefano Rotondo e Villa Celimontana. Più a nord chiude il quadro la basilica di San Giovanni in Laterano, che è anche il capolinea comodo della metro A.
Verso l’Aventino restano San Saba, Santa Sabina e il mitreo sotto Santa Prisca, quest’ultimo con le stesse logiche di accesso contingentato del colombario. Scendendo ancora si arriva al Circo Massimo, alla Piramide Cestia e al Monte dei Cocci.
Se interessa il tema funerario
Chi viene qui per il tema delle sepolture romane ha davanti un itinerario naturale verso sud. Dal parco si imbocca via Appia e si incontrano Domine Quo Vadis, le Catacombe di San Callisto, le Catacombe di San Sebastiano con la basilica omonima e le Catacombe di Domitilla.
Più avanti l’Appia antica offre il Mausoleo di Cecilia Metella e la Villa dei Quintili, dentro il perimetro del Parco dell’Appia Antica. Chi vuole un inquadramento generale trova utile la pagina sulle catacombe di Roma, che spiega quali sono aperte, quali su prenotazione e quali chiuse da anni.
Restano infine i sotterranei non cristiani, che sono la famiglia a cui il colombario appartiene davvero. La basilica sotterranea di Porta Maggiore, il Mitreo Barberini, il Ninfeo degli Annibaldi e la Domus Aurea compongono, insieme a questo, la Roma che sta sotto il piano di calpestio.
Per i materiali staccati dai contesti, i due musei da tenere presenti sono la Crypta Balbi, che racconta la stratificazione urbana meglio di qualunque scavo visitabile, e la Centrale Montemartini, dove molte sculture funerarie comunali sono esposte fra le turbine. Il Museo della via Ostiense completa il quadro sulle strade consolari.
Mangiare intorno a Porta Latina senza farsi fregare
Qui il problema è diverso da quello del centro storico. Intorno al Parco degli Scipioni non c’è quasi niente: è una zona residenziale tranquilla, con poche attività, e per mangiare bisogna spostarsi verso San Giovanni, verso l’Appio Latino o verso il Celio. Il rischio non è la trappola sotto casa, è trovarsi con i clienti affamati e nessuna alternativa nel raggio di dieci minuti a piedi.
Insegne non ne facciamo, per scelta e da sempre. Un elenco di nomi invecchia nel giro di una stagione, cambia gestione, cambia cucina, e chi lo legge un anno dopo si ritrova con un’informazione falsa in mano. I criteri invece restano validi, e valgono uguali a Roma, a Firenze e ovunque ci sia un monumento con una fila davanti.
I segnali che si leggono da fuori
Il menu con le fotografie dei piatti è il primo. Un locale che deve mostrare l’immagine della carbonara sta parlando a qualcuno che non tornerà mai più, e quindi non ha ragione di curare il piatto. Il secondo segnale è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o direttamente sul marciapiede: è un richiamo scenico pensato per i passanti, non un indizio di cucina, e negli ultimi anni si è moltiplicato.
Il terzo segnale è la persona all’ingresso che invita a sedersi. Un locale che deve fermare la gente per strada ha un problema di clientela abituale, e il problema si vede poi nel piatto. Il quarto è l’orario continuato dalla mattina alla notte senza pausa di cucina, che con una cucina vera non regge: una brigata che lavora sul serio si ferma, pulisce e riparte.
Il quinto riguarda la posizione. I posti piazzati davanti ai monumenti più fotografati tendono ad adeguare il prezzo al cliente che hanno davanti, e i modi sono due: voci senza prezzo sul menu, oppure listini diversi fra la sala interna e i tavoli fuori. In questa zona il fenomeno si concentra intorno a San Giovanni, dove il flusso turistico è forte e continuo.
Le catene a insegna ripetuta
Nel centro di Roma si sono moltiplicati i locali con la stessa insegna in più punti della città, lo stesso menu e la fila col numerino sulla porta. Non li nominiamo, e non per snobismo: funzionano come attrazioni turistiche, esattamente come una giostra, e come tali hanno un pubblico legittimo. Il dato osservabile è che i romani non ci vanno, e il conto medio è più alto di quello di una cucina di quartiere.
Chi arriva qui da San Giovanni attraversa proprio quella fascia. Basta scendere lungo le strade interne, allontanarsi dal perimetro della basilica di tre o quattro isolati, e il prezzo cambia insieme alla clientela. Non serve andare lontano: serve uscire dal raggio della fila.
Il criterio unico
Si guarda chi è seduto e in che lingua ordina. All’una e mezza di un martedì, se ai tavoli ci sono impiegati, artigiani e gente del quartiere che parla romano, il posto regge. Se ci sono solo zaini, cartine e conversazioni in inglese, si cammina ancora cinque minuti. È il criterio più veloce che esista e non sbaglia quasi mai, in nessuna città italiana.
Per chi vuole un riferimento concreto invece di una regola astratta, c’è la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps: una raccolta curata nel tempo, non sponsorizzata, costruita su posti provati di persona. Non è una classifica e non è pubblicità. Chi preferisce ragionare per quartieri e fasce orarie trova materiale anche nella pagina sui mercati di Roma, che per un pranzo veloce sono spesso la risposta migliore.
Domande frequenti sul Colombario di Pomponio Hylas
Il Colombario di Pomponio Hylas si può visitare adesso?
No. La Sovrintendenza Capitolina indica sulla pagina ufficiale del monumento che dal primo agosto 2024 il sito è temporaneamente chiuso al pubblico per l’avvio delle lavorazioni previste dal PNRR. Alla verifica del 28 settembre 2026 quella indicazione è ancora pubblicata e il Colombario non compare nell’elenco dei Monumenti del Territorio aperti, aggiornato dalla Sovrintendenza il 24 settembre 2026. Non risulta pubblicata alcuna data di riapertura.
Come si prenota la visita al Colombario di Pomponio Hylas?
Il canale ufficiale è il contact center 060608 di Roma Capitale, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Quando il sito è aperto, l’ingresso è consentito a gruppi accompagnati con guida propria, per un massimo di sette persone a visita, e ai singoli visitatori secondo un calendario trimestrale pubblicato dalla Sovrintendenza. Oggi, con il monumento chiuso, non c’è nessuna prenotazione attiva da fare.
Quanto costa il biglietto?
Le tariffe pubblicate dalla Sovrintendenza Capitolina sono quattro euro per l’intero e tre euro per il ridotto. L’ingresso è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana che esibiscano un documento valido, e per i possessori di MIC Card. La visita guidata non è compresa nel prezzo e va organizzata in autonomia. Il pagamento avviene in contanti sul posto.
Dove si trova esattamente il Colombario di Pomponio Hylas?
L’indirizzo indicato dalle fonti istituzionali è via di Porta Latina 10, nel rione XIX Celio, con accesso dall’interno del Parco degli Scipioni. Alcuni repertori non istituzionali riportano il civico 14: la fonte da seguire è quella della Sovrintendenza Capitolina e del portale Turismo Roma. Il riferimento pratico per orientarsi resta il cancello del Parco degli Scipioni.
Quali autobus arrivano vicino al Colombario di Pomponio Hylas?
Per lo stesso tratto di via di Porta Latina il Parco Archeologico dell’Appia Antica indica le linee 218 con fermata Cameria, 360 con fermata Latina e 714 con fermata Terme Caracalla, oltre alla metropolitana linea A fermata San Giovanni. Da tutte queste fermate serve comunque una camminata di almeno cinque o dieci minuti, e da San Giovanni molto di più.
Il Colombario di Pomponio Hylas è accessibile a chi ha difficoltà motorie?
No. Le schede di visita della Sovrintendenza precisano che il sito è sotterraneo e vi si accede tramite una scala stretta e molto ripida, costituita da venticinque gradini. Non esistono percorsi alternativi, ascensori o rampe. Il monumento non compare fra i siti che la Sovrintendenza segnala come accessibili ai disabili nell’elenco dei Monumenti del Territorio.
Di che epoca è il Colombario di Pomponio Hylas?
La costruzione del sepolcro si colloca fra il principato di Tiberio e quello di Claudio, secondo la Sovrintendenza Capitolina fra il 14 e il 51 d.C. L’uso prosegue in età flavia, fra il 69 e il 96 d.C., quando si datano il mosaico di Pomponius Hylas e alcune modifiche della decorazione, e arriva fino all’età antonina, fra il 138 e il 161 d.C.
Chi erano Pomponio Hylas e Pomponia Vitalinis?
Erano un liberto e la sua compagna, anch’essa liberta. L’iscrizione a mosaico sopra la scala, registrata nel Corpus Inscriptionum Latinarum al numero 5552 del sesto volume, nomina Gneo Pomponio Hylas e Pomponia Vitalinis, liberta di Gneo, con una V sopra il nome di lei a indicare che era ancora in vita quando il pannello fu realizzato. Comprarono un sepolcro già esistente.
Chi ha costruito il sepolcro, allora?
Le due figure dipinte nell’edicola centrale della parete di fondo sono indicate dalla Sovrintendenza Capitolina come probabili fondatori del sepolcro, e i loro nomi si leggono nella tabella marmorea sottostante: Granius Nestor e Vinileia Hedone. Pomponio Hylas arrivò dopo, in età flavia, acquistando la tomba e aggiungendo il mosaico che oggi dà il nome al monumento.
Che cosa si vede dentro, esattamente?
Una camera rettangolare con volta decorata a motivi vegetali e, al centro delle pareti, nicchie per le olle cinerarie racchiuse in piccole edicole con colonnine e timpano, dipinte e stuccate. L’apparato figurativo, di qualità molto alta, allude ai destini dell’anima nell’aldilà ed è in gran parte incentrato sulla figura di Orfeo. Sopra la scala di accesso sta il mosaico in pasta vitrea con i grifoni.
Chi ha scritto questa pagina
Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Tariffe, orari e condizioni di accesso riportati qui sono controllati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali citate nel testo, in particolare sul sito della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Su un monumento chiuso per lavori questi dati cambiano senza preavviso: ricontrollateli prima di muovervi, e se trovate un’informazione superata segnalatecela.
Mettere in fila una giornata romana quando i siti hanno numeri chiusi, calendari trimestrali, prenotazioni da aprire con un trimestre di anticipo e distanze a piedi che sulla carta sembrano brevi richiede un metodo, e il metodo si costruisce con gli strumenti giusti. Chi accompagna gruppi o chi organizza da solo trova su Tour Leader Pro materiali operativi pensati esattamente per questo tipo di incastri, compresi i casi in cui un monumento previsto in programma risulta chiuso all’ultimo.
Per la scala più larga, cioè treni, noleggi, aeroporti e mete del Lazio oltre il centro di Roma, dai Castelli ai laghi fino al litorale, il riferimento che consigliamo è Italy Planner, dove la pianificazione degli spostamenti è trattata in modo pratico e aggiornato.
Prepara la visita
Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.
Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
Visite guidate
Tour con guide abilitate in città e fuori porta, anche in piccoli gruppi.
Dormire a Roma
Hotel e appartamenti vicino a dove vuoi passare le giornate.
