Basilica di Santa Prisca e Mitreo
La Basilica di Santa Prisca e Mitreo occupa un angolo tranquillo dell’Aventino, su una piazzetta alberata a poche centinaia di metri dal Circo Massimo e dal Giardino degli Aranci, dove i turisti arrivano a migliaia senza quasi mai svoltare in questa direzione. Sopra c’è una chiesa titolare di origine tardoantica, rimaneggiata più volte e oggi affidata agli Agostiniani. Sotto, raggiungibile da una scala laterale, c’è uno dei santuari mitraici più importanti che si conoscano: un ambiente allungato scavato nelle strutture di una casa romana, con le pareti coperte di affreschi che mostrano la processione dei sette gradi di iniziazione e con iscrizioni dipinte che sono fra le pochissime testimonianze scritte del mitraismo arrivate fino a noi. Il complesso venne alla luce per caso nel 1934, quando i religiosi cercavano tutt’altro, e fu scavato sistematicamente da una missione olandese fra i primi anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta. Il mitreo non ha un orario ordinario di apertura: si visita solo in occasioni straordinarie e su prenotazione, e nel momento in cui vengono scritte queste righe le fonti ufficiali lo danno chiuso alla visita ordinaria. Le pagine che seguono raccontano che cosa c’è davvero sotto Santa Prisca, che cosa dicono quegli affreschi, quanto poco sappiamo in realtà della dottrina che rappresentavano, e come funziona l’accesso.
Dove si trova la Basilica di Santa Prisca e come raggiungerla
La chiesa di Santa Prisca e il mitreo sottostante si trovano in via di Santa Prisca, sul versante sud orientale del colle Aventino, nel rione Ripa, a circa dieci minuti a piedi dalla stazione metropolitana Circo Massimo della linea B. L’indirizzo che compare sulle schede ufficiali dell’area archeologica ipogea è via di Santa Prisca 8, mentre l’ingresso della chiesa affaccia sulla piazzetta omonima, a pochi passi. Chi arriva non trova un cartello vistoso né una biglietteria: il complesso somiglia a una parrocchia di quartiere, e la parte archeologica resta invisibile da fuori.

Con i mezzi pubblici
Il modo più semplice è la metropolitana linea B, fermata Circo Massimo, da cui si risale a piedi lungo viale Aventino e poi si prende una delle strade che salgono sul colle. Fermano nella stessa zona anche i tram 3 e 8 e diverse linee di autobus che percorrono viale Aventino e via della Marmorata. La salita è breve ma reale: l’Aventino è un colle, e l’ultimo tratto verso la chiesa comporta un dislivello che chi ha problemi di deambulazione farà bene a considerare in anticipo.
A piedi dal centro
Da piazza della Bocca della Verità e dalla basilica di Santa Maria in Cosmedin si arriva in una ventina di minuti risalendo il fianco del colle. Dal Foro Boario e dall’Arco di Giano il percorso è quasi lo stesso. Chi arriva dalla parte opposta, cioè da Testaccio e dal Monte dei cocci, sale invece per via Marmorata e poi per le stradine interne dell’Aventino, in un tratto silenzioso e quasi residenziale che è già di per sé una delle passeggiate più belle di Roma.
Punti di riferimento per non sbagliare strada
L’Aventino ha tre poli che tutti conoscono: il Giardino degli Aranci con il suo affaccio sulla città, la Basilica di Santa Sabina all’Aventino con le sue porte lignee del V secolo, e il buco della serratura della Villa del Priorato di Malta. Santa Prisca resta fuori da questo triangolo, più in basso e più a sud est, verso il versante che guarda le Terme di Caracalla. È esattamente questa posizione defilata che spiega perché tanta gente passi una giornata sull’Aventino senza accorgersi che esista.
Che cosa c’è davvero sotto la chiesa: quattro secoli sovrapposti
Sotto la basilica di Santa Prisca gli archeologi hanno riconosciuto almeno tre fasi sovrapposte: un complesso residenziale romano di età flavia e traianea, un santuario mitraico ricavato in parte di quelle strutture alla fine del II secolo, e infine l’edificio di culto cristiano costruito sopra fra IV e V secolo. È una stratificazione che vale la pena tenere a mente perché è l’unica chiave per capire il posto: non si tratta di un mitreo con una chiesa costruita per caso sopra, ma di un pezzo di città che ha cambiato funzione tre volte nell’arco di trecento anni.
La casa romana di fine I secolo
I bolli laterizi trovati negli ambienti più antichi portano alla fine del I secolo dopo Cristo, intorno al 95, e documentano un complesso articolato attorno a un quadriportico, cioè a un cortile porticato su quattro lati. Intorno al 110 il settore venne riorganizzato e trasformato in abitazione, e in una struttura adiacente fu costruito un grande ninfeo absidato, una sala per giochi d’acqua e ombra come se ne trovavano nelle residenze ricche della Roma imperiale. Non era una casa qualunque: la qualità delle murature e la dimensione degli ambienti indicano una proprietà di livello alto, in un quartiere che in quei decenni era fra i più esclusivi della città.
La questione della gens Traiana e dei Privata Traiani
Qui si apre uno dei punti più discussi e insieme più citati della letteratura sul sito. Alcuni studiosi hanno proposto di identificare questa residenza con i Privata Traiani, cioè la casa privata di Traiano prima della sua ascesa al trono, sulla base di indizi topografici e della coincidenza cronologica. Altri hanno preferito attribuirla a Lucio Licinio Sura, senatore e amico strettissimo di Traiano, la cui proprietà nella zona è resa verosimile dalla vicinanza delle Terme Suranae, le terme che portavano appunto il suo nome e che sorgevano sull’Aventino. Le due ipotesi non sono equivalenti nel grado di solidità, e nessuna delle due è dimostrata: si tratta di ricostruzioni fondate su convergenze indiziarie, non su un’iscrizione che dica chi abitasse lì. Vale la pena scriverlo chiaramente, perché nelle descrizioni divulgative l’ipotesi traianea viene spesso presentata come un dato acquisito, e non lo è.
La fase cristiana sopra
Fra la fine del IV e l’inizio del V secolo, sopra e accanto a queste strutture venne costruito un edificio di culto cristiano: un’aula a due navate riconosciuta negli scavi come il nucleo primitivo del titulus Priscae, da cui deriva la basilica attuale. La sequenza è quindi netta nel tempo, ma non va letta come un semplice atto di sostituzione automatica: la cronologia esatta del passaggio, e soprattutto il nesso causale fra la fine del mitreo e la nascita della chiesa, restano materia di discussione, come si vedrà più avanti.
Gli scavi olandesi e la pubblicazione di Vermaseren
Il mitreo di Santa Prisca fu individuato per caso nel 1934 dai padri Agostiniani che officiano la chiesa, e fu scavato sistematicamente da una missione archeologica olandese diretta da Maarten Jozef Vermaseren e Carel Claudius van Essen, i cui lavori si svolsero fra i primi anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta. Il volume che ne uscì, The Excavations in the Mithraeum of the Church of Santa Prisca in Rome, pubblicato a Leida nel 1965, resta a oggi la base di ogni discussione sul monumento.
Una scoperta nata da una ricerca sbagliata
La circostanza del rinvenimento è una delle cose più istruttive di tutta la vicenda. Gli Agostiniani scavavano sotto la loro chiesa per cercare tracce della casa di Aquila e Prisca, i coniugi cristiani della tradizione apostolica, cioè per confermare archeologicamente una memoria devozionale. Trovarono invece un santuario dedicato a Mitra, cioè esattamente il contrario di quello che cercavano. È un caso da manuale di come la ricerca archeologica risponda spesso a domande diverse da quelle che le sono state poste, e vale la pena ricordarlo quando si legge di scoperte che confermano perfettamente una tradizione.
Le date degli scavi: una piccola discordanza da segnalare
Le fonti consultabili non concordano sull’anno esatto di inizio della campagna olandese: alcune indicano il 1952, altre il 1953, mentre sulla conclusione c’è maggiore convergenza intorno al 1966. La differenza è minima e riguarda probabilmente la distinzione fra i primi sopralluoghi e l’avvio dello scavo vero e proprio, ma è un buon esempio del fatto che anche sui dati apparentemente più banali conviene non irrigidirsi su una cifra sola.
Come è fatto il mitreo: lo spelaeum e gli ambienti intorno
Il mitreo di Santa Prisca è costituito da una sala rettangolare allungata, lo spelaeum, che le fonti indicano in origine lunga circa 11,25 metri e larga circa 4,20, ampliata poi in una fase successiva fino a superare i diciassette metri di lunghezza. La forma non è casuale: tutti i mitrei conosciuti riproducono l’idea della grotta, con copertura bassa e due banconi continui lungo i lati, dove gli iniziati si sdraiavano per il banchetto rituale. Al fondo, in una nicchia, la scena della tauroctonia, cioè Mitra che uccide il toro.
I banconi e la capienza reale
I due banconi laterali indicano da soli quanto piccolo fosse il gruppo che si riuniva qui. Un mitreo delle dimensioni di questo poteva ospitare qualche decina di persone al massimo, sdraiate o sedute lungo le pareti. Questo è uno dei dati più solidi e più sottovalutati del mitraismo: non era una religione di folle, ma un culto di piccoli gruppi chiusi, replicati in decine di celle indipendenti sparse per la città. Chi immagina cerimonie di massa in ambienti simili ha in mente il modello sbagliato.
Le nicchie dei dadofori
All’ingresso della sala, ai due lati, si aprono due nicchie destinate a Cautes e Cautopates, i due portatori di fiaccola che accompagnano sempre Mitra nelle rappresentazioni del culto: uno con la torcia alzata, l’altro con la torcia abbassata. A Santa Prisca la figura di destra si conserva in parte, con un giovane nudo accanto a un tronco d’albero, mentre quella di sinistra è perduta. Lo stucco della nicchia di destra è di un giallo ocra, quello della nicchia di sinistra è di tono scuro: una scelta cromatica coerente con la coppia luce e notte che i due personaggi rappresentano.
La nicchia di fondo e il gruppo in stucco
La parete di fondo è la parte più notevole del complesso. Il gruppo della tauroctonia è realizzato in stucco, non dipinto né scolpito in marmo, e la figura di Mitra è quella meglio conservata: berretto frigio, mantello gonfiato dal vento, volto girato in modo da non guardare l’animale che sta uccidendo, un corvo posato sul mantello. Del toro restano frammenti, il cane è riconoscibile, mentre lo scorpione e il serpente che compaiono di norma nella scena qui non si sono conservati. Alla base della nicchia, distesa, una figura barbata interpretata come Saturno, modellata con un espediente tecnico che a Roma non trova confronti: frammenti di anfora assemblati e rivestiti di stucco. È il tipo di dettaglio che si dimentica in fretta leggendo e che invece, visto da vicino, dice moltissimo su come lavoravano davvero gli artigiani di un santuario di quartiere.
Gli ambienti di servizio
Attorno alla sala principale si riconoscono altri vani: un atrio di accesso, un ambiente interpretato come luogo delle prove di iniziazione, una stanza con una vasca in cui si ipotizza si svolgesse un rito di purificazione con l’acqua sotto la guida del pater, e un deposito per lampade, vesti e strumenti. In una nicchia compaiono sette cerchi concentrici, letti come i sette pianeti allora conosciuti. Queste funzioni sono ricostruite per via indiziaria, a partire dalla forma e dagli arredi superstiti: nessuna fonte antica le descrive, e conviene ricordarlo leggendo ricostruzioni molto dettagliate delle cerimonie.
Il ninfeo e il piccolo antiquarium
Il percorso di visita passa per il grande ninfeo absidato costruito in età traianea, dove sono conservati elementi architettonici recuperati negli scavi, fra cui rocchi di colonne in peperino di notevole diametro, attribuiti da alcuni studiosi al vicino tempio di Diana, uno dei santuari storici dell’Aventino. Nello stesso ambiente è allestita una piccola raccolta con materiali del sito: un Sol in opus sectile e teste in stucco, fra cui una identificata come Serapide. È un antiquarium minuscolo, non un museo, ma restituisce bene la varietà dei culti che convivevano su questo colle.
Una curiosità sulla Basilica di Santa Prisca e Mitreo
Sulla parete della nicchia di fondo del mitreo di Santa Prisca è graffita una data precisa: il 20 novembre del 202 dopo Cristo, indicata da un iniziato per segnare la propria nascita spirituale. È un documento di una concretezza quasi spiazzante. Non un’iscrizione monumentale commissionata da un magistrato, non una dedica ufficiale, ma un segno inciso da una persona su un muro per fissare il giorno in cui era entrata nel culto, con lo stesso gesto con cui oggi si segna una data su un calendario.
Quel graffito ha un valore che va oltre il dettaglio emotivo, perché fornisce agli archeologi un termine cronologico solido. Comunque si voglia datare la costruzione del santuario, e le proposte oscillano attorno alla fine del II secolo, nel 202 il mitreo era già in funzione e già riceveva iniziati. Le date sicure, in archeologia, sono merce rara: qui ce n’è una, scritta a mano da qualcuno che era presente.
Va aggiunto per correttezza che le trascrizioni divulgative della data oscillano fra il 20 e il 21 novembre, probabilmente per il modo in cui il calendario romano viene convertito nel nostro. La differenza di un giorno non cambia il ragionamento, ma è un ottimo promemoria del fatto che anche i dati che sembrano granitici passano attraverso una catena di letture e di traduzioni.
Gli affreschi con la processione dei gradi iniziatici
La ragione per cui il mitreo di Santa Prisca compare in ogni manuale sul mitraismo è una sola: gli affreschi delle pareti lunghe, dove i sette gradi di iniziazione del culto sono rappresentati in processione e identificati da iscrizioni dipinte. Non esiste, in nessun altro mitreo conosciuto, una documentazione figurata dei gradi altrettanto estesa e altrettanto esplicita.
I sette gradi e i loro nomi
I gradi compaiono nell’ordine noto anche da altre fonti: corax, il corvo; nymphus, termine artificiale maschile costruito sul femminile nympha; miles, il soldato; leo, il leone; perses, il persiano; heliodromus, il corridore del sole; pater, il padre, il grado più alto e la guida della comunità. Le iscrizioni dipinte accanto alle figure cominciano con la formula nama, un’acclamazione di origine iranica che vale come un saluto di onore, seguita dal nome del grado e da un riferimento alla divinità tutelare.
La conferma indipendente di Girolamo
Questa sequenza non si fonda soltanto sugli affreschi. In una lettera del 403, san Girolamo elenca gli stessi sette gradi nello stesso ordine, dal corvo al padre, in un passo in cui ricorda la distruzione di un mitreo a Roma. Avere due testimonianze indipendenti, una figurata e pagana e una scritta e cristiana, che concordano su un elenco tanto specifico, è una situazione quasi unica nello studio dei culti misterici antichi. Su questo punto, quindi, il terreno è solido: i sette gradi esistevano ed erano organizzati in una scala gerarchica.
L’associazione con i pianeti
La letteratura associa comunemente ciascun grado a un corpo celeste, secondo uno schema che collega per esempio il corvo a Mercurio o alla Luna, il leone a Giove, il pater a Saturno. Le corrispondenze esatte, però, non sono identiche in tutte le ricostruzioni, e diversi studiosi propongono abbinamenti diversi a partire dalle stesse evidenze. Chi trova in un pannello o in una guida uno schema presentato come definitivo farà bene a considerarlo una delle letture possibili, non l’unica.
La processione dei leoni sulla parete sinistra
Sulla parete sinistra della sala si sviluppa una seconda scena, con una fila di figure identificate come leones, cioè iniziati del quarto grado, che avanzano portando offerte. Alcuni studiosi hanno proposto di riconoscervi i benefattori del santuario, cioè i membri della comunità che ne finanziavano la vita, rappresentati in una sorta di ritratto collettivo. Nella stessa parete compare una scena di banchetto in cui Mitra e Sol sono distesi in una grotta mentre altre figure li servono: è l’immagine del patto fra i due, uno dei nuclei narrativi ricorrenti dell’iconografia mitraica.
Le iscrizioni dipinte e la frase più discussa del mitraismo
Nel mitreo di Santa Prisca compaiono iscrizioni dipinte in versi che costituiscono una delle rarissime testimonianze scritte prodotte dall’interno del culto di Mitra. Il mitraismo non ci ha lasciato libri sacri, né trattati teologici, né testi liturgici: quello che sappiamo viene quasi tutto da immagini e da poche righe scritte. Queste poche righe, quindi, pesano enormemente, e proprio per questo sono state discusse parola per parola.
La frase sul sangue versato
La più celebre di queste iscrizioni è stata letta tradizionalmente come et nos servasti eternali sanguine fuso, cioè e ci hai salvati con il sangue eterno versato. La fortuna di questa lettura si spiega da sola: il lessico richiama in modo impressionante il linguaggio cristiano della salvezza attraverso il sangue, e per decenni è stata usata come prova di una concorrenza teologica diretta fra mitraismo e cristianesimo, o addirittura di un prestito dell’uno verso l’altro.
La revisione critica di Panciera
Il problema è che quella riga, sul muro, non è affatto leggibile con chiarezza. L’epigrafista Silvio Panciera ne ha condotto un riesame dopo il restauro degli anni Settanta arrivando a conclusioni molto più caute di quelle correnti. Secondo la sua analisi la parola fuso è sicura, e trova conferma anche in un’altra iscrizione su un vasetto proveniente dallo stesso mitreo; sanguine è quasi certa per ragioni di spazio e di contesto; ma le parole precedenti, e in particolare eternali e servasti, poggiano su letture di singole lettere che possono essere diverse, e la porzione iniziale della frase resta oggi inverificabile per lo stato di conservazione della pittura.
Perché questa differenza cambia tutto
La conseguenza è netta: costruire un’intera teologia comparata sul confronto fra questa frase e il linguaggio cristiano significa fondare un ragionamento importante su una base testuale fragile. Non vuol dire che la lettura tradizionale sia sbagliata, vuol dire che non è dimostrata, e che va citata sempre come ipotesi. Chi visita il mitreo o legge una guida farà bene a diffidare di qualunque presentazione che spacci quella frase per una citazione certa. È uno dei casi in cui la prudenza filologica e l’onestà divulgativa coincidono perfettamente.
Che cosa resta di solido
Anche accettando tutte le cautele, resta il dato di fatto: qui, sotto una chiesa dell’Aventino, ci sono parole scritte da mitraisti per altri mitraisti. Le formule nama accanto ai gradi sono leggibili e non discusse. È già moltissimo, considerando che per la maggior parte dei santuari mitraici del mondo romano non abbiamo nemmeno una parola.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Basilica di Santa Prisca e Mitreo
Il mitreo di Santa Prisca fu distrutto violentemente verso la fine del IV secolo, poco prima che sopra sorgesse l’edificio cristiano, e questa distruzione viene raccontata quasi ovunque come un atto deliberato compiuto dai cristiani. La cosa che nelle descrizioni correnti manca quasi sempre è che questa lettura, largamente accettata per decenni, è stata messa in discussione.
Il modello della distruzione cristiana
La ricostruzione classica è lineare e seducente: il culto pagano viene soppresso, i fedeli della nuova religione entrano nel santuario, abbattono le statue, rovesciano l’altare, e poco dopo costruiscono la loro chiesa sopra le macerie, come segno di vittoria. A Santa Prisca la sequenza cronologica sembra confermarla, perché i due eventi sono effettivamente vicini nel tempo, e alcune evidenze di scavo sono state lette come tracce di una profanazione intenzionale.
La critica di Ward-Perkins
Lo storico Bryan Ward-Perkins ha però osservato che le evidenze materiali di distruzione deliberata nei santuari pagani tardoantichi sono molto più deboli di quanto la narrazione corrente lasci credere, e che il danneggiamento di un ambiente sotterraneo può derivare anche da crolli, abbandono, riuso dei materiali o semplice degrado. Nel caso specifico, distinguere archeologicamente un atto di vandalismo religioso da un cedimento strutturale seguito da spoliazione è tutt’altro che banale. Il risultato è che oggi la questione va considerata aperta.
Cosa sappiamo davvero del mitraismo, e cosa no
Sul mitraismo vale lo stesso criterio già applicato parlando del mitreo riportato alla luce nell’area del Circo Massimo: conosciamo benissimo le immagini e gli spazi, conosciamo poco o niente la dottrina, e quasi tutto quello che si legge sul significato interiore del culto è inferenza moderna. Non è una precauzione formale, è la premessa senza la quale qualunque discorso sul mitraismo diventa fantasia. Resta il fatto che trovarsi davanti a qualcosa che non si decifra del tutto è parte del valore della visita: il problema nasce solo quando l’opacità viene riempita con certezze inventate.
Quello che sappiamo
Sappiamo dove si riunivano, perché abbiamo centinaia di mitrei scavati in tutto l’impero, dall’Aventino al confine renano. Sappiamo che cosa guardavano, perché la tauroctonia è ripetuta con una costanza iconografica impressionante. Sappiamo che esistevano sette gradi gerarchici, confermati sia dalle pitture di Santa Prisca sia dalla lettera di Girolamo. Sappiamo che consumavano pasti comuni, perché i banconi e il vasellame lo dimostrano. Sappiamo che i mitrei erano piccoli e numerosi, cioè che il culto si organizzava per cellule e non per grandi assemblee. Sappiamo infine che il culto era maschile: nessuna evidenza attendibile documenta iniziate donne.
Quello che non sappiamo
Non abbiamo un solo testo sacro mitraico. Non sappiamo che cosa si dicesse durante le cerimonie, quali preghiere si recitassero, che cosa esattamente significasse l’uccisione del toro per chi la guardava. Non sappiamo se il culto promettesse una salvezza individuale dopo la morte, e se sì in quali termini. Non sappiamo quale rapporto ci fosse fra il Mitra romano e il Mithra iranico, e la vecchia idea di una derivazione diretta e continua dall’Oriente è oggi molto ridimensionata. Non sappiamo nemmeno con certezza che cosa comportasse il passaggio da un grado all’altro.
Da dove vengono le ricostruzioni che si leggono
Le descrizioni dettagliate delle cerimonie mitraiche che circolano nella divulgazione derivano in gran parte da tre fonti indirette: le testimonianze di autori cristiani ostili, che descrivevano il culto per confutarlo; le analogie con altri culti misterici, tratte per confronto; e le interpretazioni astronomiche moderne, che leggono la tauroctonia come una mappa del cielo. Ciascuna di queste strade produce risultati interessanti, e nessuna produce certezze. Quando una guida racconta con precisione che cosa provava un iniziato nel momento in cui diventava leone, sta esponendo una ricostruzione, non una notizia.
Il consiglio che ti do per visitare la Basilica di Santa Prisca e Mitreo
Il consiglio principale per la Basilica di Santa Prisca e Mitreo è banale e decisivo: la chiesa e il mitreo hanno due regimi di accesso completamente diversi, e vanno programmati in modo diverso. La chiesa è un luogo di culto aperto secondo gli orari della parrocchia agostiniana; il mitreo è un’area archeologica statale che, secondo le indicazioni ufficiali, non ha un orario ordinario e si visita soltanto in aperture straordinarie, con prenotazione obbligatoria. Presentarsi senza aver verificato significa quasi certamente vedere solo la parte superiore.
Come si accede davvero al mitreo
L’area archeologica ipogea di Santa Prisca è sotto la competenza della Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, e le schede istituzionali del Ministero della cultura la indicano con prenotazione obbligatoria e visite guidate. Al momento in cui queste righe vengono scritte, il portale del Ministero segnala il sito come chiuso nell’arco della settimana e il portale turistico di Roma Capitale indica visite temporaneamente sospese, accessibili solo con aperture straordinarie o in occasione di eventi. Chi vuole entrare deve quindi muoversi in anticipo, controllare il sito della Soprintendenza Speciale e, se necessario, scrivere all’indirizzo istituzionale indicato nelle schede. Le tariffe che si trovano su siti terzi non sono aggiornate in modo affidabile, e non conviene darle per buone.
Le occasioni migliori per provarci
I siti archeologici romani a regime di apertura straordinaria si aprono tipicamente in coincidenza con iniziative nazionali o cittadine di valorizzazione, con visite organizzate da associazioni autorizzate e con eventi culturali che comprendono una parte guidata. Tenere d’occhio i canali istituzionali della Soprintendenza e i calendari di iniziative su Roma aumenta molto le probabilità di trovare una data utile. Chi ha poco tempo e vuole comunque vedere un mitreo con certezza ha alternative, di cui si parla più avanti.
Che cosa fare se il mitreo è chiuso
La visita alla sola chiesa merita comunque la salita, ma va affrontata con aspettative corrette: Santa Prisca non è una basilica spettacolare, è un edificio sobrio e molto rimaneggiato, dove l’interesse è nei dettagli e nella stratificazione più che nell’effetto d’insieme. Chi non trova il sotterraneo aperto può costruire attorno una mattinata piena unendo Santa Sabina, il Roseto di Roma quando è in fioritura e la Basilica di San Saba, che è a pochi minuti e resta uno degli angoli medievali meno frequentati della città.
Abbigliamento, scarpe e condizioni dell’ipogeo
Gli ambienti sotterranei romani hanno temperatura bassa e stabile tutto l’anno e umidità alta: anche in agosto conviene una maglia leggera da mettere sopra, e scarpe chiuse con suola non liscia, perché i pavimenti antichi sono irregolari e spesso umidi. Gli spazi sono stretti e bassi, e chi soffre di claustrofobia farà bene a saperlo prima di scendere. Sull’accessibilità per persone con difficoltà motorie le schede ufficiali non forniscono indicazioni chiare, e considerando che l’accesso avviene tramite una scala è un punto da chiarire direttamente in fase di prenotazione.
La basilica sopra: che cosa si vede oggi
La basilica di Santa Prisca è una chiesa titolare a tre navate senza transetto, con le navate divise da due file di archi a tutto sesto su pilastri rettangolari, e un interno di impianto barocco che ingloba e nasconde una struttura molto più antica. È esattamente il tipo di edificio in cui la storia si legge solo se si sa dove guardare.
Le fasi della chiesa
L’edificio di culto nasce fra IV e V secolo. La chiesa subì danni durante il sacco normanno del 1084, l’episodio che devastò larga parte di questo settore di Roma, e fu restaurata più volte nei secoli successivi. Nel Quattrocento un incendio colpì la parte anteriore: papa Callisto III, fra il 1455 e il 1458, fece demolire le prime campate della navata centrale e di quella laterale sinistra, accorciando di fatto l’edificio. Le colonne antiche non sparirono del tutto e restano in parte inglobate nei pilastri attuali, dove chi cerca le trova.
La facciata di Carlo Lombardi
La facciata attuale, insieme all’altare maggiore e ai pilastri, si deve all’architetto Carlo Lombardi, che intervenne in occasione del Giubileo del 1600. È una facciata in laterizio con inserti in travertino, sobria e senza ambizioni scenografiche, in linea con il carattere appartato del complesso. Va segnalato che sull’anno le fonti non sono del tutto concordi: accanto alla datazione al 1600 legata al Giubileo, alcune schede indicano un intervento generale di riqualificazione nel 1660. La discrepanza riguarda probabilmente fasi diverse di uno stesso lungo cantiere, ma è corretto riportarla invece di scegliere arbitrariamente una data.
Il fonte battesimale ricavato da un capitello
Nella prima cappella di destra si trova un fonte battesimale ottenuto da un capitello romano antico rovesciato, sormontato da una statuetta moderna con il battesimo di Cristo. La tradizione locale vuole che sia il fonte usato da san Pietro per battezzare, e ovviamente si tratta di una leggenda devozionale, non di un dato storico: il capitello è antico, il suo uso come fonte è un riuso di età successiva, e nessuna evidenza collega l’oggetto all’apostolo. Resta un bell’esempio di come un pezzo di marmo pagano venga riassorbito in una funzione cristiana, che è poi la storia dell’intero edificio in miniatura.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
La tradizione che lega Santa Prisca alla casa di Aquila e Prisca, la coppia di coniugi cristiani nominata negli Atti degli Apostoli e nelle lettere paoline, è nota a chiunque si occupi di Roma cristiana, eppure quasi mai viene presentata per quello che è: una tradizione devozionale, non un dato archeologicamente accertato. Vale la pena metterla in chiaro, perché è la ragione stessa per cui il mitreo è stato trovato.
Chi erano Aquila e Prisca
Aquila e Prisca, chiamata anche Priscilla, compaiono negli Atti degli Apostoli come una coppia di ebrei fabbricanti di tende che Paolo incontra a Corinto dopo che erano stati allontanati da Roma, e ricompaiono nelle lettere paoline come ospiti di una comunità che si riuniva nella loro casa. Sono fra i primissimi cristiani di Roma di cui conosciamo il nome, e la loro storia intercetta un evento documentato anche da fonti non cristiane, cioè il provvedimento di Claudio contro la comunità giudaica della città intorno al 49.
Che cosa dicono i documenti sul titulus
La chiesa dell’Aventino è attestata come titulus Priscae negli atti del sinodo romano del 499. Il nome, però, non specifica di quale Prisca si tratti, e nella documentazione successiva compaiono sia la forma titulus Priscae sia la forma che affianca i nomi di Aquila e Prisca. Su questa base si è costruita l’identificazione con la casa della coppia apostolica, ma il salto logico è evidente: un titolo di chiesa che porta un nome non prova che l’edificio sorga sulla casa della persona che lo porta. I tituli romani prendono spesso il nome dal proprietario o dal benefattore che mise a disposizione l’immobile, e la sovrapposizione fra quel nome e un personaggio biblico può essere avvenuta in un secondo momento.
Il rebus delle sante
La confusione è ulteriormente complicata dall’esistenza di una santa Prisca vergine e martire, ricordata come giovanissima e uccisa in età antica, figura distinta dalla moglie di Aquila e a sua volta variamente collocata dalle fonti agiografiche. Nel corso dei secoli le due figure sono state venerate insieme nella stessa chiesa e il ciclo pittorico interno le rappresenta entrambe. L’altare mostra la sposa di Aquila battezzata da Pietro, mentre altre scene raccontano la vita della vergine martire. Che una chiesa celebri contemporaneamente due identità alternative della stessa dedicataria è una spia preziosa di come funziona la memoria religiosa: non elimina le versioni concorrenti, le stratifica.
Perché la cosa merita di essere detta
Chiarire lo statuto della tradizione non serve a sminuire il luogo, serve a renderlo più interessante. Santa Prisca è un caso raro in cui possiamo osservare l’intero meccanismo: una memoria apostolica si fissa su un edificio, orienta per secoli il modo in cui viene raccontato, spinge dei religiosi del Novecento a scavare sotto il pavimento in cerca di conferme, e produce come effetto collaterale il ritrovamento di un santuario di Mitra. Raccontata così, la vicenda dice più cose sul rapporto fra fede, memoria e archeologia di quante ne dica la leggenda presa alla lettera.
La foto giusta da fare alla Basilica di Santa Prisca e Mitreo
La foto giusta alla Basilica di Santa Prisca e Mitreo, quando si riesce a entrare nell’ipogeo, non è la tauroctonia frontale ma la parete lunga con la processione dei gradi, presa di sbieco in modo che la fuga prospettica renda la lunghezza della sala. È quella l’immagine che restituisce il carattere del posto, perché mostra insieme le figure, l’altezza bassa della copertura e la strettezza dell’ambiente: tre informazioni che una foto ravvicinata del gruppo di fondo perde completamente.
Che cosa è permesso e che cosa no
Le regole sulla fotografia nei siti archeologici statali cambiano da luogo a luogo e possono cambiare nel tempo, e in un ambiente fragile con pitture parietali sono in genere più restrittive del solito. Chi prenota faccia la domanda esplicitamente in quella sede, perché il divieto di flash e treppiede è la norma in contesti del genere, e in alcuni casi la fotografia può essere del tutto esclusa per ragioni di conservazione. Nella chiesa superiore, come in ogni luogo di culto attivo, vale la regola del buon senso: niente scatti durante le funzioni.
La foto alternativa, all’esterno
Se il sotterraneo è chiuso, l’immagine che vale la pena portarsi a casa è la facciata in mattoni di Santa Prisca vista dalla piazzetta nel tardo pomeriggio, quando la luce radente accende il laterizio e gli alberi proiettano ombre lunghe sul selciato. È una foto che racconta l’Aventino meglio delle cartoline dal Giardino degli Aranci: un colle di conventi, di muri alti e di strade vuote a due passi dal centro.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia del sito di Santa Prisca si articola in una manciata di episodi databili con buona precisione, dalla costruzione della casa romana alla fine del I secolo fino agli scavi del Novecento. Metterli in fila aiuta a capire quanto poco lineare sia stata la vicenda di questo angolo di Aventino.
La fondazione del mitreo e il graffito del 202
Verso la fine del II secolo una parte degli ambienti viene trasformata in santuario di Mitra. Nel 202 il mitreo è certamente attivo, come documenta il graffito con la data lasciato da un iniziato. In una fase successiva la sala viene ampliata e ridecorata, ed è a questa seconda fase che appartengono le pitture oggi visibili. Il momento corrisponde all’età dei Severi, cioè al periodo di massima diffusione del culto nell’impero.
La fine del santuario alla fine del IV secolo
Verso la fine del IV secolo il mitreo cessa di funzionare e gli ambienti vengono interrati. Le fonti divulgative parlano di distruzione violenta a opera dei cristiani; come si è visto, la natura esatta dell’evento è oggetto di discussione storiografica e conviene non presentarla come certa. In ogni caso, poco dopo, sopra le strutture sorge l’aula a due navate che costituisce il nucleo primitivo della chiesa.
Il 499 e l’ingresso nella documentazione scritta
Nel 499 il titulus Priscae compare negli atti del sinodo romano convocato da papa Simmaco, che elenca i tituli della città e i preti che li reggevano. È la prima menzione documentaria sicura della chiesa, e segna il momento in cui Santa Prisca entra stabilmente nella struttura ecclesiastica di Roma, ruolo che mantiene ancora oggi come sede titolare cardinalizia.
Il 1084 e i secoli dei rimaneggiamenti
Il sacco normanno del 1084 colpisce duramente questo settore della città. Seguono restauri medievali sotto vari pontefici, poi l’incendio quattrocentesco e l’accorciamento voluto da Callisto III fra 1455 e 1458, poi il cantiere di Carlo Lombardi a cavallo del 1600 che dà all’edificio l’aspetto attuale, e nell’Ottocento la sostituzione delle capriate con una volta a cassettoni. Ogni intervento cancella qualcosa e conserva qualcos’altro: la chiesa che si visita è la somma di tutte queste sottrazioni.
Il 1934 e la riscoperta del mitreo
Il 1934 è la data che cambia tutto. I padri Agostiniani, scavando alla ricerca della casa apostolica, intercettano il santuario mitraico. Negli anni seguenti la missione olandese conduce lo scavo sistematico, e nel 1965 esce il volume di Vermaseren e van Essen che rende il monumento noto alla comunità scientifica internazionale. Negli anni Settanta un intervento di restauro sulle pitture consente il riesame epigrafico da cui derivano le letture più caute delle iscrizioni.
Chi è passato dalla Basilica di Santa Prisca e Mitreo
Chi è passato dalla Basilica di Santa Prisca e Mitreo, in diciannove secoli, appartiene a mondi che non comunicavano fra loro: iniziati di un culto misterico, fedeli cristiani, ordini religiosi, archeologi olandesi. È una sequenza che rende bene l’idea di quanti strati di persone diverse possano sovrapporsi in un unico punto di città.
Gli iniziati del culto di Mitra
Le prime persone documentate qui, e documentate dalle loro stesse mani, sono i mitraisti. Il graffito del 202 ci dà una data e un gesto; le iscrizioni con la formula nama ci danno i gradi; la processione dei leones sulla parete sinistra ci dà, forse, i volti dei benefattori della comunità. Non sappiamo i loro nomi nella grande maggioranza dei casi, non sappiamo che mestiere facessero, ma sappiamo che erano abbastanza pochi da stare su due banconi e abbastanza organizzati da finanziare un ciclo decorativo di questo livello.
I papi e gli ordini religiosi
Dalla tarda antichità in poi il luogo passa attraverso le mani della Chiesa di Roma: i preti titolari elencati nel sinodo del 499, i pontefici che restaurano la basilica nei secoli medievali, Callisto III che la accorcia dopo l’incendio, i francescani, i domenicani e infine gli agostiniani che vi arrivano nel 1600 e che, dopo l’interruzione di fine Settecento, vi rientrano nel 1935. Come titolo cardinalizio, Santa Prisca è stata assegnata a numerosi cardinali nel corso dei secoli, il che la lega alla storia istituzionale della Chiesa ben oltre la sua dimensione di parrocchia di quartiere.
Gli archeologi
Maarten Jozef Vermaseren e Carel Claudius van Essen sono i due nomi che restano attaccati al sito. Vermaseren in particolare, con il suo corpus delle testimonianze mitraiche, ha definito il campo di studi per una generazione. Dopo di loro, il riesame critico condotto da Silvio Panciera sulle iscrizioni dipinte e il dibattito storiografico sulla fine dei santuari pagani hanno riaperto questioni che sembravano chiuse. Anche questo fa parte della vita di un monumento: gli studiosi che lo hanno scavato e quelli che, decenni dopo, hanno rimesso in discussione le loro conclusioni.
Gli altri mitrei di Roma, se questo è chiuso
Roma conserva il maggior numero di mitrei conosciuti al mondo, e diversi sono più facili da vedere di quello di Santa Prisca. Chi vuole capire com’è fatto un santuario di Mitra senza dipendere da un’apertura straordinaria ha varie alternative, tutte a breve distanza da qui.
San Clemente e Santo Stefano Rotondo
Il mitreo più accessibile della città è quello inglobato nei sotterranei della Basilica di San Clemente, al Celio, dove si scende attraverso tre livelli sovrapposti e si arriva a una sala con i banconi e l’altare al centro: è l’esempio didattico perfetto della stessa stratificazione che a Santa Prisca è invece difficile da vedere. Nell’area di Santo Stefano Rotondo si trova il mitreo legato alla caserma dei frumentarii, uno dei casi più chiari del rapporto fra culto di Mitra e ambienti militari.
Caracalla, Circo Massimo e le Case romane del Celio
Sotto le Terme di Caracalla si apre il mitreo più grande conosciuto a Roma, ricavato negli ambienti di servizio del complesso termale, visitabile all’interno del percorso sotterraneo quando è aperto. Nell’area del Circo Massimo è stato riportato alla luce un altro santuario mitraico di grandi dimensioni, di cui si parla nella scheda dedicata al Circo. Vale la pena ricordare anche le Case romane del Celio, che pur non ospitando un mitreo mostrano meglio di qualunque altro luogo come una casa romana potesse essere riassorbita in un edificio cristiano, esattamente il meccanismo che a Santa Prisca è documentato nel sottosuolo.
Domande frequenti sulla Basilica di Santa Prisca e Mitreo
Che cos’è il Mitreo di Santa Prisca?
Il Mitreo di Santa Prisca è un santuario dedicato al dio Mitra ricavato alla fine del II secolo dopo Cristo negli ambienti di una casa romana dell’Aventino, oggi conservato sotto la basilica omonima. È considerato uno dei mitrei più importanti conosciuti per la ricchezza degli affreschi, che mostrano la processione dei sette gradi di iniziazione, e per le iscrizioni dipinte, fra le pochissime testimonianze scritte del culto mitraico giunte fino a noi.
Il Mitreo di Santa Prisca si può visitare?
Il Mitreo di Santa Prisca non ha un orario ordinario di apertura e si visita soltanto su prenotazione, in occasione di aperture straordinarie o di eventi. Le schede istituzionali del Ministero della cultura lo indicano con prenotazione obbligatoria e visite guidate, mentre il portale turistico di Roma Capitale segnala le visite come temporaneamente sospese. Conviene verificare la situazione aggiornata sul sito della Soprintendenza Speciale di Roma prima di programmare la visita.
Quanto costa entrare nel Mitreo di Santa Prisca?
Per il Mitreo di Santa Prisca non esiste una tariffa ordinaria pubblicata, perché il sito non è aperto con un biglietto giornaliero: il costo dipende dall’apertura straordinaria o dalla visita guidata a cui si partecipa. Gli importi che circolano su siti di terze parti si riferiscono a regimi di apertura del passato e non sono affidabili: l’unica informazione valida è quella fornita al momento della prenotazione.
Come si arriva alla Basilica di Santa Prisca?
La Basilica di Santa Prisca si raggiunge in una decina di minuti a piedi dalla stazione Circo Massimo della metropolitana linea B, risalendo il versante sud orientale dell’Aventino. Fermano nella zona anche i tram 3 e 8 e diverse linee di autobus lungo viale Aventino e via della Marmorata. L’ultimo tratto comporta una salita, breve ma sensibile per chi ha difficoltà motorie.
Quanto tempo serve per visitare la Basilica di Santa Prisca e il Mitreo?
Per la Basilica di Santa Prisca bastano venti minuti, mentre una visita guidata al mitreo sottostante occupa in genere fra i quaranta minuti e l’ora, a seconda di quanti ambienti sono compresi nel percorso. Chi vuole unire la sosta al resto dell’Aventino, con Santa Sabina, il Giardino degli Aranci e San Saba, faccia conto di una mezza giornata complessiva.
Si possono fare fotografie nel Mitreo di Santa Prisca?
Nel Mitreo di Santa Prisca le regole fotografiche vanno chieste al momento della prenotazione, perché in un ambiente sotterraneo con pitture parietali fragili le restrizioni sono in genere più severe del solito. Il divieto di flash e di treppiede è la norma in contesti simili, e in alcuni casi la fotografia può essere del tutto esclusa per ragioni di conservazione. Nella chiesa superiore vale il rispetto degli orari di culto.
La Basilica di Santa Prisca è davvero la casa di Aquila e Prisca?
La Basilica di Santa Prisca è legata alla casa di Aquila e Prisca da una tradizione devozionale antica, non da una prova archeologica. La chiesa è attestata come titulus Priscae nel sinodo del 499, ma il nome non chiarisce a quale Prisca si riferisca, e i tituli romani prendevano spesso il nome dal proprietario dell’immobile. L’identificazione con i coniugi degli Atti degli Apostoli va quindi presentata come tradizione, non come dato storico accertato.
Che cosa raffigurano gli affreschi del Mitreo di Santa Prisca?
Gli affreschi del Mitreo di Santa Prisca raffigurano la processione dei sette gradi di iniziazione del culto mitraico, dal corvo al padre, ciascuno identificato da un’iscrizione dipinta che comincia con l’acclamazione nama. Sulla parete sinistra compaiono una fila di iniziati del grado di leone e una scena di banchetto fra Mitra e Sol. La sequenza dei sette gradi trova conferma indipendente in una lettera di san Girolamo del 403.
Il Mitreo di Santa Prisca è accessibile a persone con disabilità?
Sull’accessibilità del Mitreo di Santa Prisca le schede ufficiali non forniscono indicazioni chiare, e considerando che l’accesso avviene tramite una scala e che gli ambienti sotterranei sono stretti, irregolari e a tratti umidi, il punto va chiarito direttamente con chi organizza la visita al momento della prenotazione. La basilica superiore, al contrario, è a quota stradale e presenta meno difficoltà.
Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario
La Basilica di Santa Prisca e Mitreo funziona male come meta unica di una giornata e benissimo come tappa dentro un percorso aventino più ampio, che può cominciare dal Circo Massimo, salire fra Santa Sabina e il Giardino degli Aranci, scendere qui e proseguire verso la Piramide Cestia e il Cimitero acattolico di Roma. Se l’apertura del mitreo coincide con una di queste giornate, la visita diventa il punto di forza dell’intero itinerario; se non coincide, il resto regge benissimo da solo.
Chi organizza un itinerario più ampio fra l’Aventino, il Celio e la riva del Tevere, incrociando questa tappa con altre soste della Roma sotterranea, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
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