Mitreo Barberini
Il Mitreo Barberini è uno dei santuari mitraici meglio conservati di Roma e, insieme al mitreo di Santa Prisca sull’Aventino, l’unico della città che conservi una decorazione dipinta. Si trova sotto una palazzina novecentesca costruita in quello che era il giardino di Palazzo Barberini, fra via delle Quattro Fontane e via San Nicola da Tolentino, a pochi minuti dalla fermata Barberini della metropolitana A. Venne alla luce per caso nel 1936, durante gli scavi di fondazione di un nuovo edificio, e da allora ha restituito agli studiosi l’immagine più completa che abbiamo del racconto mitico di Mitra: un grande affresco sulla parete di fondo, con la tauroctonia al centro e dieci riquadri laterali che narrano, uno dopo l’altro, gli episodi della storia sacra del dio. È un luogo che quasi nessun visitatore di Roma vede, perché non appartiene al percorso della Galleria Nazionale d’Arte Antica e non ha un ingresso da museo: si entra solo in occasione di aperture straordinarie o di visite guidate su prenotazione, e il calendario è cambiato più volte negli ultimi anni. Le righe che seguono raccontano che cosa fu questo ambiente, come è stato trovato, che cosa mostra esattamente il suo affresco, che cosa quell’affresco ci dice davvero sul culto di Mitra e, soprattutto, che cosa non ci dice, perché sul mitraismo sappiamo moltissimo delle immagini e quasi nulla della dottrina.
Dove si trova il Mitreo Barberini e come raggiungerlo
Il Mitreo Barberini si trova nel sottosuolo della Palazzina Savorgnan di Brazzà, l’edificio costruito nel 1936 nell’angolo del giardino Barberini compreso fra via delle Quattro Fontane, via XX Settembre e la salita di San Nicola da Tolentino, nel rione Trevi. L’indirizzo che compare sui portali istituzionali di Roma Capitale è via delle Quattro Fontane 13, lo stesso civico di Palazzo Barberini, perché la palazzina fa parte del medesimo complesso catastale; gli ingressi utilizzati per le visite guidate organizzate dalla Soprintendenza Speciale di Roma sono però stati indicati su via XX Settembre, al civico 2. Chi cerca il mitreo pensando di trovarlo dentro il museo non lo troverà: sono due cose distinte, in due porzioni diverse dello stesso isolato, con due gestioni diverse.
Con la metropolitana
La fermata di riferimento è Barberini, sulla linea A della metropolitana, che si trova a piazza Barberini, a poche decine di metri dall’imbocco di via delle Quattro Fontane. Dalla piazza si risale la via in leggera salita, si lascia sulla destra il fronte monumentale di Palazzo Barberini con la cancellata ottocentesca e i telamoni, e si continua verso l’incrocio delle Quattro Fontane. La palazzina che copre il mitreo si trova nel tratto alto della via, sul lato del giardino. Chi arriva da Termini può prendere la metropolitana A in direzione Battistini e scendere alla seconda fermata, oppure raggiungere la zona a piedi in circa quindici minuti percorrendo via Nazionale e salendo verso il Quirinale.
A piedi dal centro
La zona è uno dei nodi più camminabili di Roma. Dalla Fontana di Trevi si arriva in una decina di minuti salendo verso il Quirinale e imboccando via delle Quattro Fontane. Dal Palazzo del Quirinale la passeggiata è ancora più breve: si percorre via del Quirinale, si supera la chiesa di Sant’Andrea al Quirinale e poi la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, e ci si trova all’incrocio delle quattro fontane, a un passo dal giardino Barberini. Da via Veneto bastano cinque minuti in discesa fino a piazza Barberini, dove la Fontana del Tritone del Bernini segna il centro dello slargo.

Che cos’è un mitreo e perché questo è speciale
Un mitreo è il luogo di riunione di una comunità di iniziati ai misteri di Mitra, quasi sempre un ambiente rettangolare, buio, privo di finestre, pensato per somigliare a una grotta, con due banconi laterali su cui i fedeli si sdraiavano per il banchetto rituale e, sul fondo, l’immagine del dio che uccide il toro. Le dimensioni erano modeste perché modeste erano le comunità: poche decine di persone per ciascun santuario, mai una folla. Il Mitreo Barberini rispetta perfettamente questo schema, ma lo fa in una versione particolarmente ampia e, soprattutto, dipinta.
La sala: misure e forma
La sala misura 11,85 metri di lunghezza per 6,25 di larghezza, è coperta da una volta a botte e conserva i due banconi laterali inclinati su cui gli iniziati prendevano posto durante i riti. Il corridoio centrale libero fra i due banconi è largo poco meno di due metri, e l’altezza dell’ambiente supera i quattro metri: sono dati che i repertori mitraici riportano in modo sostanzialmente concorde, con differenze di pochi centimetri fra una misurazione e l’altra. È una superficie di circa settanta metri quadrati, quindi un mitreo di taglia grande rispetto alla media, ma pur sempre un ambiente che avrebbe faticato ad accogliere più di qualche decina di persone sdraiate.
La nicchia del fondo travestita da grotta
Il particolare più eloquente del santuario non è una statua ma un espediente scenografico: sul fondo, e in parte sulle pareti, i costruttori applicarono conchiglie, pomici e concrezioni calcaree per imitare la superficie irregolare di una roccia naturale. La nicchia di culto sulla parete di fondo è alta oltre due metri e profonda circa un metro, e la sua decorazione a finta roccia serviva a trasformare una stanza di laterizi, sotto una casa di città, nella caverna cosmica in cui il mito colloca l’uccisione del toro. Accanto all’affresco resta ancora visibile una spalletta di muro coperta da concrezioni calcaree, che sosteneva una voltina ribassata di cui si riconosce l’attacco.
Perché un mitreo dipinto è raro
La maggior parte dei mitrei romani conserva sculture, rilievi marmorei, mosaici, iscrizioni: la pittura, essendo il materiale più fragile, è quasi sempre svanita. A Roma restano soltanto due mitrei con decorazione pittorica riconoscibile, quello Barberini e quello di Santa Prisca; fuori Roma i confronti più citati sono il mitreo di Marino, nei Castelli, e quello di Santa Maria Capua Vetere. Sono pochissimi casi, e da questi pochi casi dipende gran parte di ciò che possiamo dire sul modo in cui i mitraisti raccontavano per immagini la storia del loro dio. È esattamente per questo che il Mitreo Barberini, pur essendo un luogo piccolo e quasi invisibile, pesa tanto negli studi.
La scoperta del 1936: un mitreo trovato per caso sotto un cantiere
Il Mitreo Barberini fu scoperto nel 1936 durante gli scavi di fondazione della Palazzina Savorgnan di Brazzà, l’edificio progettato da Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini nell’area del giardino di Palazzo Barberini che in quegli anni veniva progressivamente lottizzata. Non fu quindi il risultato di una campagna archeologica programmata, ma il classico ritrovamento da cantiere edilizio, lo stesso meccanismo che a Roma ha portato alla luce buona parte dei mitrei noti.
Che cosa c’era prima della palazzina
Gli scavi misero in luce i resti di un edificio del II secolo dopo Cristo, articolato in più ambienti comunicanti, la cui parte più occidentale venne trasformata in mitreo nel corso del III secolo. La destinazione originaria dell’edificio è quella di una costruzione privata di età imperiale, coerente con il carattere residenziale del Quirinale alto: le fonti divulgative parlano spesso di una domus, e la definizione è ragionevole, anche se la porzione scavata è troppo limitata per ricostruire la pianta e la proprietà dell’intero complesso. Su questo conviene essere precisi: sappiamo che l’ambiente mitraico fu ricavato dentro un edificio preesistente del secolo precedente, non sappiamo chi ne fosse il proprietario né se il mitreo servisse la famiglia della casa, un gruppo di liberti, un collegio professionale o una comunità di vicinato.
La datazione della fase mitraica
La trasformazione in santuario viene collocata dagli studi nel III secolo, e i repertori mitraici la restringono più precisamente al secondo quarto del secolo, quindi grosso modo agli anni fra il 225 e il 250 dopo Cristo. È il momento di massima diffusione del culto nell’impero, quando i mitrei si moltiplicano nelle città, nei porti e lungo le frontiere. La forbice non è stretta come quella di un monumento datato da un’epigrafe, e chi cita un anno preciso per il Mitreo Barberini sta scegliendo un punto dentro un intervallo, non riportando un dato certo.
Perché il giardino Barberini non era più un giardino
Per capire come sia possibile che un santuario romano sia finito sotto una palazzina degli anni Trenta bisogna ricordare che cosa è successo al giardino di Palazzo Barberini dopo l’unità d’Italia. Quel giardino era un parco vero, esteso fino alla strada Pia, l’attuale via XX Settembre, popolato in età barocca perfino da animali esotici. Con la costruzione della Roma capitale, i ministeri che si allineavano lungo via XX Settembre cominciarono a rosicchiarne i margini; nel 1814 ci era già stato costruito uno sferisterio, poi demolito; a partire dal 1881 la lottizzazione si fece sistematica, e negli anni Trenta del Novecento vennero edificati sia il palazzo dei Beni Stabili su via delle Quattro Fontane sia, alle spalle della vecchia casina di sughero, la Palazzina Savorgnan di Brazzà. Il mitreo è emerso esattamente in quel passaggio: l’ultimo strato di verde barocco che cedeva il posto all’edilizia del Novecento ha restituito uno strato romano rimasto sepolto per sedici secoli.
L’affresco: la tauroctonia meglio conservata di Roma
L’elemento che rende famoso il Mitreo Barberini è la grande pittura sulla parete di fondo, organizzata attorno a un riquadro centrale con la tauroctonia, cioè la scena in cui Mitra uccide il toro. È l’immagine standard di tutti i mitrei dell’impero, ripetuta con poche varianti da Roma alla Britannia, ma qui si conserva dipinta, a colori, e non tradotta in marmo: una differenza che cambia completamente ciò che si riesce a leggere.
La scena centrale, elemento per elemento
Al centro Mitra, in abito orientale e berretto frigio, tiene fermo il toro e gli affonda la lama nel fianco. Attorno al gruppo si dispongono le figure che accompagnano sempre la scena: un cane che si avventa a bere il sangue che sgorga dalla ferita, un serpente che fa lo stesso strisciando a terra, uno scorpione che punge i testicoli dell’animale. Ai lati stanno i due dadofori, Cautes e Cautopates, i portatori di fiaccola che assistono alla scena, uno con la torcia alzata e uno con la torcia abbassata. Negli angoli superiori compaiono il Sole e la Luna. In alto due linee curve delimitano la volta celeste, e dentro quella fascia sono rappresentati i segni zodiacali.
Il dio con la testa di leone
Al centro della fascia celeste, sopra la tauroctonia, si riconosce una figura che nei mitrei compare spesso ma che quasi mai il visitatore sa interpretare: una divinità dal corpo umano e dalla testa di leone, stante su un globo e avvolta dalle spire di un serpente. Le spire che avvolgono il corpo vengono lette come una figurazione del tempo che si arrotola su sé stesso, quindi dell’eternità; il globo sotto i piedi rimanda al cosmo. Gli studiosi hanno proposto per questa figura molti nomi, da Aion ad Arimanio a Chronos, senza arrivare a una identificazione condivisa. Qui vale la regola che accompagna tutto il mitraismo: la figura c’è, la sua funzione simbolica è chiara solo a grandi linee, il suo nome è materia di discussione.
Le dieci scene laterali: il ciclo mitico quasi per intero
Ai fianchi della tauroctonia si dispongono dieci riquadri di dimensioni variabili, su due fasce verticali, che raccontano la storia sacra di Mitra episodio per episodio: è questa sequenza, più ancora della scena centrale, a fare del Mitreo Barberini una delle testimonianze più complete del ciclo mitraico giunte fino a noi. I riquadri si leggono partendo dalla fascia di sinistra, dall’alto verso il basso, e proseguendo poi con quella di destra.
La fascia di sinistra
La sequenza si apre con Zeus che fulmina i Giganti, cioè con una scena di ordinamento del mondo che precede l’ingresso in scena di Mitra, e prosegue con una figura di Saturno. Seguono la nascita di Mitra dalla roccia, l’episodio noto come petra genitrix, in cui il dio emerge già adolescente dalla pietra; poi Mitra che colpisce con una freccia una roccia e ne fa scaturire l’acqua, il cosiddetto miracolo dell’acqua; infine Mitra che trasporta il toro, l’episodio che gli studiosi chiamano transitus, in cui il dio porta l’animale catturato sulle spalle.
La fascia di destra
Sull’altro lato la narrazione prosegue con il banchetto mistico, la scena in cui Mitra e il Sole mangiano insieme sdraiati sulla pelle del toro, che è il modello divino del pasto rituale consumato dagli iniziati sui banconi della sala. Seguono Mitra che sale sulla quadriga del Sole, il patto di alleanza fra Mitra e il Sole, Mitra inginocchiato fra due alberi e, come ultimo riquadro, una scena in cui Mitra tocca con una zampa del toro il dio Sole inginocchiato davanti a lui: quest’ultima viene interpretata come scena di iniziazione o di investitura, e per il valore che ha nella ricostruzione dei riti mitraici è uno dei riquadri più citati dell’intero corpus.
Perché la sequenza vale più della somma delle parti
Molti mitrei restituiscono un episodio isolato, magari due, scolpiti ai lati di un rilievo. Il valore del ciclo Barberini è che i dieci riquadri compaiono insieme, nello stesso ambiente, disposti in un ordine che la stessa comunità aveva scelto. Questo permette agli studiosi di verificare se esisteva una sequenza canonica del racconto oppure se ogni comunità componeva il proprio, e di confrontare l’ordine romano con quello di Marino, di Capua e dei rilievi renani e danubiani che presentano cornici narrative. È materiale di prima mano, non un riassunto: per questo il santuario del Quirinale figura in ogni manuale di mitraismo.
Come si visita oggi il Mitreo Barberini: la questione dell’accesso
Il Mitreo Barberini non è un museo e non ha un accesso ordinario: si visita soltanto in occasione di aperture straordinarie o di visite guidate su prenotazione, organizzate dalla Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, che ha la competenza sul bene, d’intesa con il Circolo Ufficiali delle Forze Armate d’Italia, che occupa la palazzina sopra il santuario. Questa è l’informazione decisiva per chi programma un viaggio, ed è bene scriverla senza giri di parole: non esiste un biglietto acquistabile sul posto, non esiste un orario quotidiano, e presentarsi davanti al portone sperando di entrare non serve a nulla.
Il calendario della riapertura e la situazione attuale
Il santuario è stato riaperto al pubblico il 13 novembre 2021, con un calendario di visite guidate fissato al secondo e al quarto sabato di ogni mese e con prenotazione obbligatoria attraverso CoopCulture, il concessionario dei servizi. Il portale turistico ufficiale di Roma Capitale riporta per il Mitreo Barberini lo stesso schema, secondo e quarto sabato del mese con orario 10.00-11.30, ma lo accompagna alla dicitura esplicita che le visite risultano temporaneamente sospese. Sui canali della Soprintendenza Speciale di Roma e del concessionario non risulta un calendario attivo di visite in vendita: chi vuole entrare deve quindi contattare direttamente la Soprintendenza Speciale di Roma o scrivere all’indirizzo di prenotazione indicato dal portale di Roma Capitale, e verificare se e quando le aperture riprendono. Chiunque prometta ingressi garantiti senza indicare una data precisa e un canale di prenotazione ufficiale sta dicendo qualcosa che le fonti pubbliche non confermano.
Le aperture straordinarie
Oltre al calendario ordinario, il mitreo è stato aperto più volte in occasione di giornate speciali. Il 2 ottobre 2022, per esempio, la Soprintendenza Speciale di Roma organizzò visite guidate gratuite con ingresso da via XX Settembre 2, dalle 9.30 alle 12.30, con partenze a intervalli di un’ora e prenotazione obbligatoria tramite modulo online, accompagnate dall’archeologa della Soprintendenza. È il formato tipico con cui questo luogo si apre: annuncio con poco preavviso, posti limitati, prenotazione che si esaurisce in fretta. Chi tiene davvero a vederlo fa bene a seguire i canali della Soprintendenza Speciale di Roma e a cogliere l’occasione quando si presenta, perché le finestre sono strette e non ricorrono con regolarità.
Accessibilità e fotografie: quello che non è confermato
Sull’accessibilità per chi ha difficoltà motorie non risulta pubblicata una dichiarazione ufficiale della Soprintendenza: il mitreo si trova in un ambiente seminterrato, si raggiunge per scale e non risultano indicazioni pubbliche su ascensori o percorsi alternativi, quindi chi ha esigenze specifiche deve chiedere conferma al momento della prenotazione e non dare nulla per scontato. Vale lo stesso per le fotografie: trattandosi di un affresco antico dentro una proprietà che ospita un circolo delle Forze Armate, le regole possono essere decise apertura per apertura, il flash sulle superfici dipinte è normalmente escluso e la cosa corretta è domandare all’ingresso prima di alzare la macchina fotografica.
Una curiosità sul Mitreo Barberini
La curiosità più gustosa di questo luogo riguarda la coincidenza di date fra il santuario antico e la storia recente del palazzo che lo sovrasta. Il mitreo fu trovato nel 1936, durante gli scavi per la Palazzina Savorgnan di Brazzà. Appena due anni prima, nel 1934, i Barberini avevano concesso in affitto una porzione cospicua del loro palazzo al Circolo Ufficiali delle Forze Armate, con un contratto destinato a scadere nel 1953. Quel contratto diede origine a una delle vicende immobiliari più lunghe della Roma novecentesca: lo Stato voleva l’intero palazzo per ampliare la Galleria Nazionale d’Arte Antica, il Circolo non si spostava, l’affitto fu prorogato al 1965, e alla scadenza il Circolo rimase comunque. Si arrivò così a un braccio di ferro fra ministeri che si trascinò per decenni, fino al protocollo d’intesa del 1997 in vista del Giubileo, che individuò come nuova sede per gli ufficiali proprio la Palazzina Savorgnan di Brazzà e altre pertinenze del complesso.
Il risultato è una piccola ironia topografica: il Circolo Ufficiali, che per decenni aveva occupato le sale barocche di Palazzo Barberini impedendo alla Galleria di esporre più del venti per cento delle proprie collezioni, fu infine ricollocato nella palazzina sotto la quale, nel 1936, era emerso un santuario dedicato a un dio che nell’impero romano era venerato soprattutto dai militari. Mitra era il dio dei patti e della fedeltà giurata, la divinità che il soldato invocava; tra i sette gradi dell’iniziazione ce n’era uno chiamato Miles, il soldato. Che il circolo degli ufficiali italiani sia finito esattamente sopra un mitreo del III secolo è un puro caso amministrativo, ma è il tipo di caso che una guida non dimentica di raccontare, e che la Galleria ottenne finalmente il palazzo per intero solo nel 2006.
Una cosa che non ti dice nessuno sul Mitreo Barberini
La cosa che quasi nessuna descrizione divulgativa dice è che questo mitreo, celebrato come uno dei più completi del mondo romano, non ci permette di ricostruire quasi nulla di ciò che gli iniziati credevano. Abbiamo davanti dieci scene e una tauroctonia, cioè un racconto per immagini chiarissimo nella successione, e non abbiamo una sola riga scritta dai mitraisti che spieghi che cosa significassero. Il mitraismo non ha lasciato scritture sacre, non ha lasciato un catechismo, non ha lasciato commentari. Ciò che sappiamo del suo contenuto dottrinale proviene da tre sorgenti indirette: le immagini, poche iscrizioni dedicatorie di solito brevissime, e le testimonianze di autori cristiani o pagani esterni al culto.
Che cosa sappiamo davvero dalle fonti scritte
Le notizie scritte più utili sono sorprendentemente magre. San Girolamo, in una lettera di inizio V secolo, elenca i sette gradi dell’iniziazione mitraica; Tertulliano riferisce che l’iniziato veniva segnato in fronte come soldato di Mitra e che agli adepti erano prescritte abluzioni purificatorie; Porfirio dice che la caverna dei mitrei era immagine del cosmo; Plutarco accenna a riti mitraici praticati dai pirati della Cilicia. Sono frammenti, spesso scritti da avversari del culto o da autori che ne parlavano per sentito dire, e messi insieme non fanno una dottrina. Tutto il resto, dal significato della tauroctonia alla natura della salvezza promessa agli iniziati, è ricostruzione moderna a partire dalle figure.
Perché questo va detto e non aggirato
La tentazione di riempire il vuoto è fortissima, e la divulgazione la asseconda quasi sempre: si legge che i mitraisti credevano nell’ascesa dell’anima attraverso le sette sfere planetarie, che l’uccisione del toro rappresentava la rigenerazione del cosmo, che il banchetto era una comunione. Sono tutte letture plausibili e tutte inferenze, costruite guardando gli stessi affreschi che si vedono in questa sala. Chi visita il Mitreo Barberini fa bene a tenere in mente la distinzione: ciò che vede sulla parete è un dato, ciò che gli viene raccontato sul suo significato è, nella maggior parte dei casi, una interpretazione ragionata. Lo stesso criterio vale per il mitreo di Santa Prisca e per il mitreo del Circo Massimo, e vale per qualunque mitreo si visiti in Italia o in Europa.
Il consiglio che ti do per visitare il Mitreo Barberini
Il consiglio pratico più utile per il Mitreo Barberini è di non organizzare un viaggio attorno a questa visita, ma di tenere d’occhio i canali della Soprintendenza Speciale di Roma e di prenotare appena una data compare, perché le aperture sono rare, i posti pochi e il preavviso breve. E, se la visita non si riesce a fissare, di sostituirla senza rimpianti con il mitreo di Santa Prisca, che sull’Aventino è visitabile su prenotazione con una regolarità maggiore e che consente di vedere un santuario mitraico dipinto, con la sua processione di iniziati affrescata sulle pareti laterali.
Prepararsi prima di entrare
Un mitreo è un luogo che premia chi arriva preparato. La sala è buia, la pittura ha lacune, e senza sapere che cosa si sta guardando il rischio è di uscire con l’impressione di aver visto una parete rovinata. Vale la pena arrivare conoscendo almeno tre cose: la struttura della tauroctonia con i suoi quattro animali, il senso di lettura dei dieci riquadri laterali, e il significato dei due dadofori con le fiaccole opposte. Con questi tre appigli, la parete di fondo si legge da sola e la mezz’ora davanti all’affresco diventa un’altra cosa.
Come costruire la mezza giornata attorno alla visita
Il quartiere offre un itinerario compatto e di qualità altissima. Nella stessa mattina si possono vedere la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, con la sala grande affrescata da Pietro da Cortona, la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane del Borromini e la chiesa di Sant’Andrea al Quirinale del Bernini, che si fronteggiano a poche decine di metri lungo la via, e la chiesa di Santa Maria della Vittoria, poco più avanti su via XX Settembre, con l’Estasi di santa Teresa. Chi ha un pomeriggio libero può proseguire verso il Palazzo Massimo alle Terme, dove la pittura romana è esposta in una quantità che nessun altro museo al mondo offre, e capire meglio a quale tradizione figurativa appartiene l’affresco del mitreo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: Roma è la città con la maggiore concentrazione di testimonianze mitraiche del mondo antico, eppure quasi nessuno dei suoi mitrei è visitabile con un biglietto ordinario. I censimenti parlano di un numero molto alto di santuari mitraici individuati nella città e nel suburbio, di oltre settanta sculture e di un centinaio di iscrizioni mitraiche note; Ostia, che era un centro molto più piccolo, ne conserva una ventina scavati. Di tutto questo patrimonio, il visitatore medio di Roma non vede praticamente nulla, perché i mitrei si trovano quasi sempre in cantine, sotto chiese, sotto palazzi privati, dentro proprietà con destinazioni d’uso diverse da quella museale.
Dove si vede un mitreo a Roma senza attendere un’apertura straordinaria
I casi più semplici sono due. Il primo è il mitreo sotto la Basilica di San Clemente, inserito nel percorso sotterraneo della basilica, che si visita con biglietto negli orari di apertura del complesso: è il mitreo che quasi ogni turista di Roma finisce per vedere, spesso senza accorgersi di averlo visto. Il secondo è il mitreo di Santa Prisca sull’Aventino, che si visita su prenotazione ed è quello che meglio si presta a un confronto diretto con il santuario del Quirinale. A Ostia Antica, infine, diversi mitrei si attraversano a cielo aperto durante la normale visita dell’area archeologica, con il celebre mosaico dei sette gradi iniziatici nel mitreo di Felicissimo.
Perché tanti mitrei restano chiusi
La ragione è strutturale e riguarda il modo stesso in cui il culto si insediava. Un mitreo occupava un ambiente preesistente, spesso interrato, dentro un edificio privato o un impianto pubblico riadattato. Quando quell’edificio è stato sostituito, i suoi ambienti bassi sono sopravvissuti sotto le costruzioni successive, e oggi si trovano sotto case, chiese, uffici, caserme, condomini. Aprirli al pubblico significa attraversare proprietà private, garantire uscite di sicurezza, gestire microclimi delicati per pitture fragili: costi e complicazioni che la maggior parte dei proprietari e degli enti non è in condizione di sostenere in modo continuativo. Il Mitreo Barberini è l’esempio perfetto di questa condizione: è tutelato, è studiato, è celebre negli studi, e resta chiuso quasi sempre.
La foto giusta da fare al Mitreo Barberini
La premessa onesta è che al Mitreo Barberini la foto giusta potrebbe non essere consentita. Le regole sulle riprese in un ambiente affrescato dentro una proprietà del Circolo Ufficiali vengono stabilite dagli organizzatori di ciascuna apertura, il flash sulle superfici dipinte è di norma escluso e la risposta corretta è quella che si riceve al momento dell’ingresso. Per questo il consiglio fotografico parte da fuori, dove nessun permesso serve, e prosegue dentro soltanto se la guida lo consente.
Fuori: l’incrocio delle Quattro Fontane
A poche decine di metri dal santuario c’è uno dei punti di ripresa più caratteristici di Roma: l’incrocio fra via delle Quattro Fontane e via del Quirinale, dove ai quattro angoli si aprono altrettante fontane addossate agli edifici e dove, allineandosi al centro della carreggiata, si inquadrano in prospettiva tre obelischi lontani, quello del Quirinale, quello di Trinità dei Monti e quello di Santa Maria Maggiore. È una fotografia che richiede attenzione al traffico e pazienza per il semaforo, e che rende molto meglio con luce bassa, la mattina presto o nell’ora prima del tramonto, quando le facciate prendono colore.
Dentro: la parete di fondo per intero
Se le riprese sono permesse, l’inquadratura che vale è quella frontale della parete di fondo presa dal corridoio centrale, con la tauroctonia al centro e le due fasce di riquadri ai lati dentro la stessa immagine: è l’unico modo per restituire la logica del ciclo, che nei dettagli si perde. Serve un obiettivo ampio, la mano ferma e un tempo lungo, perché l’illuminazione è necessariamente bassa e il flash è escluso. Appoggiare la macchina su una superficie stabile aiuta più di qualunque impostazione, e il treppiede in un ambiente stretto e a turni non è realistico.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia di questo angolo del Quirinale si può raccontare per stratificazioni successive, e ogni strato corrisponde a un cambio di destinazione del suolo: una casa romana del II secolo, un santuario mitraico del III, secoli di campagna e vigne, il grande giardino barocco dei Barberini, la lottizzazione della Roma capitale, il cantiere del 1936 che riporta alla luce il primo strato.
Il III secolo: la conversione a santuario
L’avvenimento fondativo è la trasformazione di una porzione dell’edificio del II secolo in mitreo, nel corso del III. È un gesto che si ripete in tutta Roma negli stessi decenni e che segna il momento di massima diffusione del culto: sotto Commodo, che secondo le fonti partecipò ai misteri, e poi lungo tutto il III secolo, i seguaci di Mitra si trovano in ogni classe sociale, e nel 307 Diocleziano dedica un altare alla divinità. Nel 308, a Carnunto, gli imperatori posero una lapide al Dio Sole Invitto Mitra, scegliendo per un incontro politico di massimo livello il dio della fedeltà ai patti. Il mitreo del Quirinale nasce esattamente dentro questa stagione.
La fine del culto
La conclusione della vicenda è nota e riguarda tutti i mitrei dell’impero: i decreti di Teodosio del 391, che vietarono i culti non cristiani, chiusero la storia pubblica del mitraismo, e i santuari furono abbandonati, murati o distrutti. Nel caso di Santa Prisca l’edificio venne demolito violentemente attorno al 400, probabilmente da chi costruiva la chiesa soprastante. Per il Mitreo Barberini non abbiamo una narrazione altrettanto precisa delle modalità di abbandono, e su questo conviene fermarsi anziché immaginare scene di distruzione che le fonti non documentano.
Il 1936: il ritrovamento
Il secondo avvenimento decisivo è il ritrovamento del 1936, durante gli scavi di fondazione della palazzina progettata da Giovannoni e Piacentini. È una data che colloca la scoperta nel pieno della grande stagione di trasformazione urbanistica della Roma degli anni Trenta, quella che aprì via dell’Impero e sventrò interi quartieri, e che proprio per la quantità di scavi produsse una messe eccezionale di ritrovamenti. Nello stesso giro di anni erano stati scavati il mitreo del Circo Massimo, venuto alla luce nel 1931 durante i lavori per un magazzino di scene e costumi del Teatro dell’Opera, e quello di Santa Prisca, indagato da studiosi olandesi a partire dal 1934. Tre mitrei romani fondamentali, tutti scoperti in un arco di sei anni.
Il 2021: la riapertura al pubblico
L’avvenimento più recente è la riapertura al pubblico del 13 novembre 2021, con un calendario di visite guidate al secondo e al quarto sabato del mese gestito in prenotazione dal concessionario dei servizi. Fu una notizia accolta con entusiasmo dagli appassionati di Roma sotterranea, perché restituiva alla città un luogo che per decenni era stato accessibile quasi soltanto a studiosi e addetti ai lavori. L’entusiasmo va però accompagnato dal dato attuale: il portale turistico di Roma Capitale segnala le visite come temporaneamente sospese, e un calendario attivo non risulta pubblicato al momento in cui queste righe vengono scritte.
Chi è passato dal Mitreo Barberini
Rispondere a questa domanda per un mitreo significa fare i conti con un vuoto documentario quasi totale. Di chi frequentò questo santuario nel III secolo non conosciamo praticamente nulla: nessun elenco di membri, nessun registro, nessun ritratto. Quello che possiamo dire si ricava dalle poche iscrizioni e dal confronto con gli altri mitrei di Roma, e va detto con i condizionali che merita.
Gli iniziati del III secolo
Dai mitrei romani in generale emerge un profilo sociale ricorrente: militari, liberti, funzionari, commercianti, uomini di condizione media o medio-alta ma raramente appartenenti alla più alta aristocrazia senatoria, almeno nella prima fase. Al mitreo del Circo Massimo, per esempio, le iscrizioni note recano tutte nomi di liberti, e il rilievo principale porta la dedica di un Tiberio Claudio Hermes al dio Sole Invitto Mitra. Nel caso del Mitreo Barberini i repertori mitraici segnalano una lastra marmorea iscritta con il nome del dedicante, un personaggio dal nome di suono orientale: un dato citato dalla letteratura specialistica che non risulta confermato da una fonte istituzionale, e che quindi si riporta come segnalazione e non come certezza.
I sette gradi e chi li portava
Sappiamo dalla lettera di san Girolamo che gli iniziati erano ordinati in sette gradi, ciascuno posto sotto la protezione di un corpo celeste: Corax il corvo, Nymphus lo sposo, Miles il soldato, Leo il leone, Perses il persiano, Heliodromus il corriere del sole, Pater il padre. La sequenza si ritrova illustrata nel mosaico del mitreo di Felicissimo a Ostia e nelle iscrizioni dipinte del mitreo di Santa Prisca, dove accanto alle figure dei fedeli in processione compaiono formule come nama militibus, tutela Martis, cioè il saluto rituale rivolto ai membri di un grado e l’indicazione del pianeta protettore. Non risultano invece, nel santuario del Quirinale, iscrizioni analoghe che permettano di associare volti dipinti a gradi precisi.
Gli archeologi e gli studiosi
Chi è passato di qui con certezza, e in modo documentato, sono gli studiosi. Il santuario entrò rapidamente nella bibliografia mitraica internazionale e figura nel grande catalogo dei monumenti mitraici compilato da Maarten Vermaseren, dove porta il numero 389: è il riferimento con cui chiunque lavori sul mitraismo cita questo luogo. Nella letteratura italiana lo si ritrova nella Guida archeologica di Roma di Filippo Coarelli e nei repertori dedicati ai mitrei romani, e le visite guidate delle aperture straordinarie sono state condotte da archeologi della Soprintendenza Speciale di Roma.
Cosa sappiamo e cosa non sappiamo del mitraismo
Il criterio da tenere fermo è semplice: del mitraismo conosciamo benissimo le immagini e i luoghi, e conosciamo malissimo le idee. Abbiamo centinaia di mitrei scavati, migliaia di rilievi e statue, un repertorio iconografico ripetuto con sorprendente stabilità dalla Siria alla Britannia; non abbiamo un solo testo scritto dagli iniziati che ci dica che cosa quel repertorio significasse per loro.
L’eredità di Franz Cumont e la sua revisione
Per tutta la prima metà del Novecento la ricostruzione accettata fu quella di Franz Cumont, lo studioso belga che fra il 1896 e il 1899 pubblicò i due volumi sui testi e i monumenti relativi ai misteri di Mitra e che lesse il mitraismo romano come una forma occidentale del culto iranico di Mitra, in continuità diretta con lo zoroastrismo. In quel quadro la tauroctonia era il sacrificio primordiale da cui nascono le piante e gli animali, e il serpente e lo scorpione erano inviati da Ahriman, il principio del male, per contrastare la vita che nasceva dal toro. È la versione che si legge ancora in moltissime guide e cartelli didattici.
A partire dagli anni Settanta del Novecento, con i congressi internazionali di studi mitraici e con i lavori di una nuova generazione di specialisti, quella ricostruzione è stata largamente rivista. Il problema principale è che nei testi persiani non esiste alcun racconto di Mitra che uccide un toro: l’elemento centrale dell’iconografia romana non trova riscontro nella tradizione iranica, e questo rende difficile spiegare il mitraismo romano come semplice importazione. Oggi la tendenza prevalente è di considerarlo una creazione del mondo romano, che utilizzò un nome e un’aura orientali per un sistema simbolico costruito altrove.
L’ipotesi astronomica
Fra le letture alternative la più discussa è quella astronomica proposta da David Ulansey, che ha osservato come ciascun personaggio della tauroctonia corrisponda a una costellazione: il toro al Toro, il cane al Cane Minore, il serpente all’Idra, lo scorpione allo Scorpione, il corvo al Corvo, e Mitra stesso a Perseo, la cui costellazione si trova sopra quella del Toro. In questa lettura la scena rappresenterebbe lo spostamento del punto equinoziale dal Toro all’Ariete dovuto alla precessione degli equinozi, scoperta da Ipparco nel II secolo avanti Cristo, e Mitra sarebbe la divinità sovracosmica capace di muovere la sfera delle stelle fisse. È una teoria elegante, ampiamente citata e tutt’altro che unanimemente accettata: altri studiosi la giudicano una sovrainterpretazione, e il dibattito resta aperto.
Quello che le immagini permettono di dire
Ci sono cose che l’archeologia stabilisce con sicurezza, e conviene distinguerle dal resto. Sappiamo che il culto escludeva le donne. Sappiamo che i gruppi erano piccoli e che l’architettura dei mitrei era pensata per un banchetto sdraiato. Sappiamo che l’iniziazione procedeva per gradi e che i gradi erano associati ai pianeti. Sappiamo che l’acqua aveva un ruolo, perché i santuari hanno quasi sempre una fonte o un bacino nelle vicinanze, e nel Mitreo Barberini sono documentati bacini. Sappiamo che il culto fu particolarmente diffuso fra i soldati e nelle province di frontiera. Tutto questo è fondato su evidenze materiali. La teologia, invece, resta un’ipotesi di lavoro.
Gli altri mitrei di Roma e come si confrontano con questo
Il Mitreo Barberini si capisce meglio se lo si mette in fila con gli altri santuari mitraici della città, perché ciascuno conserva qualcosa che gli altri hanno perso e insieme formano un quadro che nessuno di essi darebbe da solo.
Santa Prisca, il gemello dipinto
Il confronto obbligato è con il mitreo di Santa Prisca sull’Aventino, sotto la chiesa omonima, scavato a partire dal 1934 da studiosi olandesi. Anche lì l’ambiente fu ricavato dentro una casa privata, anche lì c’è pittura, ma la logica decorativa è diversa: la tauroctonia occupa una nicchia sulla parete di fondo, mentre le pareti laterali sopra i banconi sono coperte da una processione di iniziati accompagnata da iscrizioni dipinte che nominano i gradi e i loro pianeti protettori. Un graffito reca una data che corrisponde al 21 novembre del 202, intesa come rinascita dopo l’iniziazione, e prova che il santuario esisteva già allora. Dove il Barberini conserva il racconto mitico, Santa Prisca conserva la comunità: chi vuole capire il mitraismo dovrebbe vederli entrambi, e la scheda dedicata a Santa Prisca e al suo mitreo raccoglie le informazioni pratiche su quella visita, che ha modalità e prenotazioni proprie.
Il mitreo del Circo Massimo
Il terzo grande mitreo romano si trova all’estremità verso il Tevere del Circo Massimo, sotto un edificio di via dell’Ara Massima, e fu scoperto nel 1931 durante i lavori per un magazzino del Teatro dell’Opera. È un mitreo di grandi dimensioni, articolato in più ambienti, con nicchie per le statue dei dadofori, banconi, pavimenti marmorei di reimpiego e un’anfora interrata al centro che probabilmente raccoglieva liquidi rituali. Lì il racconto è affidato ai rilievi e alle iscrizioni, non alla pittura: il rilievo principale porta la dedica al dio Sole Invitto Mitra da parte di un liberto. Il confronto con il Barberini è istruttivo perché mostra due soluzioni diverse per lo stesso scopo, immagini scolpite e immagini dipinte, dentro architetture molto differenti.
Il quartiere attorno al mitreo: Quirinale, Quattro Fontane, Barberini
Il Mitreo Barberini si trova in uno dei settori più densi di Roma dal punto di vista artistico, ed è utile sapere che cosa lo circonda, sia per programmare la giornata sia per capire la stratificazione del luogo.
Palazzo Barberini e la Galleria Nazionale
A pochi passi c’è il palazzo che dà il nome al mitreo, costruito fra il 1625 e il 1633 su progetto di Carlo Maderno con la collaborazione di Francesco Borromini e, dal 1629, sotto la direzione di Gian Lorenzo Bernini. Al suo interno si fronteggiano lo scalone quadrato del Bernini e la scala elicoidale del Borromini, e il salone del piano nobile è coperto dal Trionfo della Divina Provvidenza di Pietro da Cortona. Oggi il palazzo ospita parte della Galleria Nazionale d’Arte Antica, che vi espone dipinti dal Medioevo al Settecento. La visita al museo e quella al mitreo sono due esperienze distinte, con biglietti, ingressi e gestioni separate: la scheda del palazzo raccoglie le informazioni pratiche sulla visita al complesso barocco, mentre queste righe riguardano soltanto il santuario romano sotto la palazzina del giardino.
Domande frequenti sul Mitreo Barberini
Che cos’è il Mitreo Barberini?
Il Mitreo Barberini è un santuario mitraico del III secolo dopo Cristo che si trova sotto una palazzina novecentesca costruita nel giardino di Palazzo Barberini, a Roma. Conserva sulla parete di fondo un grande affresco con la tauroctonia, cioè Mitra che uccide il toro, circondata da dieci riquadri che raccontano gli episodi del mito, ed è insieme al mitreo di Santa Prisca l’unico mitreo dipinto della città.
Il Mitreo Barberini si può visitare?
Il Mitreo Barberini si visita soltanto con aperture straordinarie o visite guidate su prenotazione, mai come parte di un percorso museale ordinario. Il calendario fissato alla riapertura del 2021 prevedeva il secondo e il quarto sabato del mese, ma il portale turistico di Roma Capitale segnala le visite come temporaneamente sospese: conviene contattare la Soprintendenza Speciale di Roma o il canale di prenotazione indicato prima di programmare qualsiasi spostamento.
Il Mitreo Barberini si trova dentro la Galleria Nazionale d’Arte Antica?
No, il Mitreo Barberini non fa parte del percorso della Galleria Nazionale d’Arte Antica e non si raggiunge dalle sale del museo. Si trova nel sottosuolo della Palazzina Savorgnan di Brazzà, costruita nel 1936 in un angolo dell’antico giardino Barberini e oggi occupata dal Circolo Ufficiali delle Forze Armate: il biglietto del museo non dà quindi alcun diritto di accesso al santuario.
Quanto costa visitare il Mitreo Barberini?
Per il Mitreo Barberini non esiste un biglietto ordinario in vendita: le aperture straordinarie organizzate dalla Soprintendenza Speciale di Roma sono state a ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria, mentre le visite guidate del calendario avviato nel 2021 erano gestite dal concessionario dei servizi. Poiché il regime cambia da apertura ad apertura, il costo va verificato di volta in volta sull’annuncio ufficiale della singola iniziativa.
Come si arriva al Mitreo Barberini con i mezzi pubblici?
Il Mitreo Barberini si raggiunge con la linea A della metropolitana, fermata Barberini, a pochi minuti a piedi lungo via delle Quattro Fontane. L’indirizzo indicato dai portali di Roma Capitale è via delle Quattro Fontane 13, mentre gli ingressi utilizzati per le visite guidate sono stati indicati su via XX Settembre 2: conviene controllare sull’annuncio della visita da quale dei due accessi si entra.
Quanto tempo serve per visitare il Mitreo Barberini?
Per il Mitreo Barberini basta circa un’ora, che è la durata tipica delle visite guidate organizzate finora, con uno slot di un’ora e mezza nel calendario della riapertura del 2021. Si tratta di un solo ambiente di circa settanta metri quadrati con una parete affrescata, quindi la visita si inserisce facilmente in una mattinata dedicata anche a Palazzo Barberini e alle chiese delle Quattro Fontane.
Si possono fare fotografie nel Mitreo Barberini?
Le regole sulle fotografie nel Mitreo Barberini vengono stabilite dagli organizzatori di ciascuna apertura e non risultano pubblicate in modo stabile: trattandosi di un affresco antico dentro una proprietà che ospita il Circolo Ufficiali delle Forze Armate, la cosa corretta è chiedere all’ingresso. In ogni caso il flash sulle superfici dipinte è di norma escluso, perché la luce diretta danneggia i pigmenti antichi.
Il Mitreo Barberini è accessibile a chi ha difficoltà motorie?
Sull’accessibilità del Mitreo Barberini non risulta pubblicata una dichiarazione ufficiale: il santuario si trova in un ambiente seminterrato che si raggiunge per scale, e non sono documentati percorsi alternativi o ascensori. Chi ha esigenze specifiche deve segnalarle al momento della prenotazione e chiedere conferma agli organizzatori della visita, senza dare per scontata la presenza di soluzioni dedicate.
Qual è la differenza fra il Mitreo Barberini e il mitreo di Santa Prisca?
Il Mitreo Barberini e il mitreo di Santa Prisca sono i due soli mitrei dipinti di Roma, ma conservano cose diverse: il primo, sul Quirinale, ha sulla parete di fondo il ciclo narrativo del mito in dieci riquadri attorno alla tauroctonia; il secondo, sull’Aventino sotto la chiesa omonima, conserva sulle pareti laterali la processione degli iniziati con le iscrizioni dipinte che nominano i sette gradi e i loro pianeti protettori.
Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario
Il Mitreo Barberini è una tappa da cogliere al volo quando si presenta, non una meta su cui costruire un viaggio: chi ha pochi giorni a Roma farà bene a considerarlo un bonus e a costruire la mattinata attorno a Palazzo Barberini, alle due chiese delle Quattro Fontane e alla salita al Quirinale, tenendo il santuario mitraico come eventuale sorpresa da prenotare se il calendario lo consente. Chi invece vuole dedicarsi davvero al mitraismo romano può mettere in fila San Clemente, Santa Prisca e, in una giornata a parte, i mitrei di Ostia Antica: è il modo migliore per capire un culto che a Roma è dappertutto e quasi mai visibile.
Chi organizza un itinerario più ampio nel centro di Roma, incrociando questa tappa con le altre soste del rione Trevi e del colle Quirinale, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
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Biglietti e salta-fila
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Visite guidate
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