Mausoleo di Sant’Elena e Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro
Il Mausoleo di Sant’Elena e le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro formano, al civico 641 di via Casilina, il complesso monumentale costantiniano più imponente che Roma conservi fuori dalle mura, e insieme il meno frequentato fra i grandi siti paleocristiani della città. Il mausoleo è un cilindro di laterizio alto quanto un palazzo di sei piani, costruito da Costantino fra il 315 e il 326 dopo Cristo in un terreno di proprietà imperiale e destinato ad accogliere il corpo di sua madre Elena, morta intorno al 328. La volta è crollata da secoli, e proprio quel crollo ha reso visibile il dettaglio che ha cambiato il destino toponomastico di un intero settore di Roma: file di anfore vuote annegate nella malta, le pignatte del dialetto romanesco, da cui nacque il nome popolare Tor Pignattara e, da quello, il nome del quartiere che oggi si estende tutto intorno. Sotto e accanto al mausoleo si sviluppa una delle catacombe più estese del suburbio romano, con un patrimonio di pitture paleocristiane che un lungo restauro condotto con il laser ha riportato ai colori originari dopo secoli di patina nera. Le righe che seguono raccontano come è fatto il mausoleo, che cosa c’era davvero dentro e dove è finito, che rapporto lega l’edificio alla grande basilica a pianta di circo che gli sorgeva accanto, che cosa si vede oggi nelle catacombe e come si organizza una visita che, va detto subito, richiede prenotazione e non si improvvisa.
Dove si trova il Mausoleo di Sant’Elena e come raggiungerlo
Il complesso si trova in via Casilina 641, nel quartiere Torpignattara, dentro il Municipio Roma V, a circa quattro chilometri e mezzo in linea d’aria dal Colosseo lungo la direttrice che in età romana era la via Labicana. Il monumento sorge al terzo miglio dell’antico tracciato, in un’area che gli antichi chiamavano ad duas lauros, cioè presso i due allori, e che oggi è un tessuto urbano densissimo di palazzine, botteghe, mercati rionali e ristoranti di mezzo mondo. Chi arriva se lo trova davanti quasi all’improvviso: un tamburo di mattoni antichi incastonato fra edifici del Novecento, senza la piazza monumentale che in centro accompagnerebbe un rudere simile.
Con i mezzi pubblici da Termini e dal centro
La soluzione più diretta dalla stazione Termini è la metropolitana linea A fino a Ponte Lungo o a Pigneto sulla linea C, con un tratto finale di autobus o una camminata di una ventina di minuti. La Soprintendenza Speciale di Roma indica come fermata di riferimento quella servita dall’autobus 105 in direzione periferia est, sulla via Casilina all’altezza di via Berardi, a pochi passi dall’ingresso del complesso. La linea 105 percorre la Casilina per tutta la sua lunghezza urbana e collega il quartiere al nodo di Porta Maggiore, uno dei principali scambi di superficie della città. Chi ha tempo può scendere a Porta Maggiore e proseguire lungo la Casilina con la ferrovia regionale Roma Giardinetti, la vecchia linea a scartamento ridotto che percorre lo stesso asse con fermate ravvicinate: è una delle esperienze di trasporto più particolari di Roma, con vetture di dimensioni ridotte che corrono a filo delle case.

Che cosa si visita oggi: un percorso unico fra mausoleo e catacombe
Dal novembre del 2025 il Mausoleo di Sant’Elena e le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro si visitano come un itinerario unico, grazie al ripristino di un passaggio sotterraneo ottocentesco, anzi settecentesco, che collega l’Antiquarium del mausoleo alle gallerie del cimitero cristiano. Il passaggio risale al 1769 ed era stato murato: il progetto finanziato con i fondi del piano nazionale di ripresa, nella linea dedicata ai grandi siti storici della capitale, ha rimosso il muro divisorio e installato una scala in acciaio con illuminazione indiretta per superare il dislivello fra i due ambienti. Prima di quell’intervento il mausoleo e le catacombe, pur essendo parte dello stesso complesso archeologico, si visitavano come due realtà separate.
Il percorso ricucito e le novità dell’ultimo cantiere
Il progetto ha riguardato molto più del solo collegamento. Sono stati eseguiti consolidamenti strutturali delle fondazioni e dei paramenti murari del mausoleo, è stato installato un sistema di monitoraggio antisismico per la grande struttura circolare, sono stati separati gli ingressi dalle uscite per motivi di sicurezza dei flussi, ed è stata realizzata una passerella in vetro sopra la cosiddetta cripta dei Quaranta Martiri di Sebaste, emersa negli scavi recenti: la passerella permette di camminare sopra l’ambiente lasciandone visibile il piano pavimentale senza calpestarlo. Sul fronte dell’accessibilità sono stati aggiunti pannelli tattili per i visitatori non vedenti, videoguide in lingua dei segni italiana, ricostruzioni tridimensionali e dispositivi per il superamento delle barriere architettoniche.
Orari, biglietti e prenotazione
Gli orari pubblicati dalla Soprintendenza Speciale di Roma e dal sito ufficiale del complesso distinguono due stagioni: dal primo novembre al 31 marzo l’apertura è dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18; dal primo aprile al 31 ottobre dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19. Il giorno di chiusura settimanale è il giovedì. Il sito ufficiale segnala inoltre due periodi di chiusura annuale per manutenzione, indicati nella prima metà di agosto e nella prima metà di settembre. Il biglietto intero che comprende catacombe e mausoleo è indicato in 13 euro, il ridotto in 10 euro, il solo mausoleo in 3 euro, con gratuità per i bambini fino a sei anni, per le persone con disabilità e per le guide turistiche. La visita alle catacombe avviene esclusivamente in forma di visita guidata prenotata, dura fra i quaranta e i quarantacinque minuti e si svolge in gruppi di almeno due e non più di venticinque persone, con turni fissi in italiano e in inglese e altre lingue su richiesta. Il pagamento si effettua in biglietteria il giorno della visita e non è richiesto anticipo online.
Su questi dati va detta una cosa con chiarezza: orari, tariffe e finestre di chiusura per manutenzione cambiano da una stagione all’altra e sono, fra tutte le informazioni contenute in questa pagina, quelle più soggette a variazione. Prima di mettersi in viaggio conviene sempre una telefonata o un controllo sul sito ufficiale del complesso, tanto più che la visita è possibile soltanto su prenotazione e un arrivo senza appuntamento rischia di risolversi in un giro a vuoto.
Il mausoleo di Sant’Elena: come è fatto un sepolcro imperiale
Il Mausoleo di Sant’Elena è un edificio a pianta circolare costruito in opera laterizia, con un diametro esterno di 27,74 metri e un diametro interno di 20,18 metri, per un’altezza originaria che le misurazioni archeologiche fissano a 25,42 metri. Oggi, perduta la calotta della cupola, la struttura conservata raggiunge i diciotto metri circa. Sono numeri che collocano l’edificio fra i mausolei imperiali di prima grandezza: per confronto, la mole è paragonabile a quella di un condominio moderno di sei piani, piantata in mezzo a un quartiere di palazzine popolari che, in gran parte, non la superano in altezza.
Due tamburi cilindrici sovrapposti
La struttura è organizzata come due cilindri sovrapposti di diametro decrescente: un basamento massiccio, sopra il quale si eleva un tamburo più snello alleggerito da grandi finestre ad arco, e infine la cupola che copriva il tutto. Questa articolazione in due registri sovrapposti non è una scelta estetica gratuita: serve a scaricare progressivamente il peso della copertura, ed è la stessa logica che governa gli altri grandi mausolei tardoantichi di Roma, a cominciare dal Mausoleo di Santa Costanza sulla via Nomentana, costruito pochi decenni dopo per una figlia di Costantino e oggi celebre per i mosaici della volta anulare.
Le nicchie interne e la decorazione perduta
All’interno il basamento presenta una parete articolata da nicchie alternativamente semicircolari e rettangolari, un motivo che ritma lo spazio e che in origine era interamente rivestito: marmi pregiati sulle superfici basse, mosaici sulla cupola. Di questo apparato decorativo oggi non resta praticamente nulla, e la nudità del laterizio che il visitatore vede non ha niente a che fare con l’aspetto che l’edificio aveva nel quarto secolo. È un equivoco diffuso e vale la pena smontarlo: i romani non lasciavano a vista il mattone negli edifici di rappresentanza, che era un materiale strutturale destinato a sparire sotto crostoni di marmo, stucchi e tessere musive. Guardare il mausoleo oggi significa guardare lo scheletro di un edificio, non il suo volto.
Perché proprio qui, sulla via Labicana
La scelta del luogo non fu casuale. L’area apparteneva al patrimonio imperiale ed era già segnata da una presenza funeraria imponente, quella del cimitero degli equites singulares Augusti, il corpo di cavalleria a cavallo che costituiva la guardia personale dell’imperatore. Quel corpo aveva combattuto dalla parte di Massenzio nella battaglia di ponte Milvio del 312, e Costantino lo sciolse dopo la vittoria, cancellandone le caserme e trasformandone il cimitero in terreno disponibile per la nuova architettura cristiana. Costruire qui il mausoleo dinastico e la basilica dei martiri significava, in termini politici, sovrascrivere fisicamente la memoria dei propri avversari con la memoria della propria famiglia e della propria fede.
Le anfore nella volta: la tecnica che ha dato il nome al quartiere
Il dettaglio per cui il Mausoleo di Sant’Elena è conosciuto in tutta Roma non è la sua mole, ma le anfore vuote murate nella struttura della copertura, visibili oggi proprio perché la volta è crollata lasciando la sezione a vista. Le anfore sono state identificate come esemplari del tipo Dressel 20, contenitori panciuti di produzione betica, cioè provenienti dall’odierna Andalusia, usati nel commercio dell’olio d’oliva verso Roma. Vuote e capovolte o disposte in file, annegate nella malta, servivano a ridurre il peso della calotta.
Perché alleggerire una cupola
Il problema di ogni cupola in muratura è che il suo peso proprio si scarica sui muri perimetrali generando spinte laterali che tendono ad aprire la struttura. Meno pesa la calotta, meno spinta produce, e meno massiccio deve essere il tamburo che la regge. I costruttori romani avevano diverse tecniche per ottenere questo risultato: ridurre progressivamente lo spessore della calotta verso la sommità, impiegare inerti leggeri come la pomice negli strati alti del getto, oppure, come qui, inglobare recipienti ceramici vuoti che sostituiscono con aria altrettanti volumi di conglomerato. Alcuni studiosi hanno suggerito che le anfore potessero anche facilitare la presa e l’asciugatura della malta in getti di grande spessore, e questa seconda spiegazione convive nella letteratura con la prima senza escluderla.
Non è un unicum: altri esempi a Roma
La tecnica non fu inventata qui e non fu usata solo qui. La si ritrova in altri edifici romani di età tardoantica, fra cui il cosiddetto tempio di Romolo nel Foro Romano e le strutture della villa dei Gordiani sulla via Prenestina, a poca distanza da Torpignattara. Il motivo per cui è il mausoleo di Elena a essere ricordato come il monumento delle pignatte è puramente accidentale: qui il crollo della volta ha messo in mostra la sezione, rendendo le anfore visibili a chiunque passasse, mentre negli altri casi restano nascoste dentro murature integre. Un caso di fama nato da un guasto.
Dalla pignatta al toponimo
Pignatta, in romanesco come in molte parlate italiane, è il recipiente di terracotta per cuocere, la pentola. I romani del Medioevo che vedevano affiorare dalla muratura quelle pance di argilla non avevano modo di sapere che si trattava di contenitori da trasporto dell’olio betico: le chiamarono con il nome dell’oggetto domestico che somigliavano di più, e il monumento divenne la torre delle pignatte, Tor Pignattara. Quando fra Otto e Novecento il suburbio lungo la Casilina cominciò a riempirsi di case, il nome del rudere passò senza troppe discussioni al rione che vi cresceva intorno. Oggi Torpignattara è, per la stragrande maggioranza dei romani, prima un quartiere e solo poi un monumento: il caso raro di una periferia che porta il cognome di un edificio del quarto secolo.
Una curiosità sul Mausoleo di Sant’Elena e Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro
La curiosità più solida riguarda il fatto che questo mausoleo, quasi certamente, non era stato pensato per Elena. Costantino lo fece costruire fra il 315 e il 326 in un’area di proprietà imperiale, negli stessi anni in cui edificava la basilica dei martiri accanto, e diversi studiosi ritengono che l’edificio fosse destinato a lui: un sepolcro dinastico per l’imperatore, collocato accanto alla tomba dei martiri secondo una logica di sepoltura ad sanctos, cioè presso i santi, che nel quarto secolo cominciava a diffondersi fra i cristiani più abbienti.
Un sepolcro che cambia destinatario
Poi la storia prese un’altra direzione. Costantino spostò il centro del proprio impero a Oriente, fondò Costantinopoli e lì volle essere sepolto, nella chiesa dei Santi Apostoli, alla sua morte nel 337. Elena, morta intorno al 328 secondo la cronologia più seguita, fu invece deposta nel mausoleo romano, che da quel momento prese il suo nome e lo conserva ancora. Il dettaglio che rende l’ipotesi convincente non è soltanto cronologico ma iconografico, e riguarda il sarcofago di porfido che vi fu collocato dentro: un manufatto la cui decorazione, come vedremo, ha poco a che fare con una donna anziana convertita al cristianesimo e moltissimo con un comandante militare.
Chi era Elena prima di diventare imperatrice madre
Vale la pena ricordare chi fosse la donna sepolta qui, perché la sua biografia è una delle più singolari della tarda antichità. Flavia Giulia Elena era di origini modeste e fu compagna di Costanzo Cloro, poi divenuto imperatore, che la ripudiò per ragioni dinastiche. Il figlio Costantino, salito al potere, la richiamò a corte e le attribuì il titolo di Augusta, restituendole una posizione di primo piano. La tradizione cristiana le attribuisce il viaggio in Terra Santa e il ritrovamento della croce di Cristo, episodio che va classificato come tradizione agiografica e non come fatto storicamente documentato, ma che spiega perché il suo nome sia legato a un’altra grande basilica romana, Santa Croce in Gerusalemme, sorta dentro il palazzo Sessoriano dove Elena risiedeva durante i suoi soggiorni a Roma. Chi vuole seguire la traccia di questa figura in città dovrebbe visitare entrambi i luoghi: la residenza da un lato del centro, il sepolcro dall’altro.
Il sarcofago di porfido: perché qui non c’è
Chiariamolo subito, perché è la delusione più comune fra chi visita il mausoleo per la prima volta: il sarcofago di Elena non è a Torpignattara. Si trova ai Musei Vaticani, nella Sala a Croce Greca del Museo Pio Clementino, dove occupa insieme al sarcofago di Costantina uno dei due lati dell’ambiente. Chi arriva al mausoleo aspettandosi di trovarvi il monumento funebre dentro il vano circolare resta a mani vuote: nel mausoleo si visita l’architettura, non il suo contenuto.
Che cosa raffigura
Il sarcofago è scolpito in porfido rosso, la pietra vulcanica egiziana di colore purpureo riservata nell’antichità alla famiglia imperiale e durissima da lavorare. La cassa mostra scene di carattere militare: cavalieri romani che sottomettono prigionieri barbari. Sul coperchio, figure di eroti e vittorie alate reggono ghirlande, mentre due leoni, uno dormiente e uno accucciato, occupano gli spioventi. La scheda dei Musei Vaticani colloca il manufatto intorno al 335 dopo Cristo e nota esplicitamente che l’iconografia militare suggerisce una destinazione originaria a un membro maschile della famiglia imperiale: è l’argomento principale a favore dell’ipotesi che il sepolcro fosse stato preparato per Costantino e poi riassegnato alla madre.
Il viaggio del sarcofago: dal mausoleo al Laterano al Vaticano
Il percorso del manufatto è documentato per tappe. Restò nel mausoleo fino all’undicesimo secolo, quando fu portato al Laterano, cioè nell’area della Basilica di San Giovanni in Laterano, dove servì anche da sepoltura papale. Nel 1777 fu trasferito in Vaticano, restaurato da Gaspare Sibilla e Giovanni Pierantoni e collocato su quattro leoni scolpiti da Francesco Antonio Franzoni, l’assetto con cui si vede ancora oggi. Un intervento di restauro settecentesco su porfido è di per sé un’impresa notevole, perché quella pietra non si lavora con gli strumenti comuni per la scultura in marmo: è tra i materiali più duri che gli scultori antichi abbiano affrontato, e il segreto della sua lavorazione andò in larga parte perduto per secoli.
Una cosa che non ti dice nessuno sul Mausoleo di Sant’Elena e Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro
Quasi nessuna guida lo spiega, ma il mausoleo non fu mai concepito come edificio isolato: era il braccio terminale di un complesso molto più grande, addossato alla facciata orientale di una basilica enorme di cui oggi non resta praticamente nulla in vista. Quella basilica aveva una pianta che agli occhi moderni appare bizzarra, perché non era rettangolare ma a forma di circo, con un lato corto absidato e il lato opposto chiuso da una curva continua, come la spina di un ippodromo.
La basilica circiforme ad duas lauros
Le misure riportate dalla documentazione archeologica indicano un edificio di circa 65 metri di lunghezza per 29 di larghezza, diviso internamente in tre navate da una serie di pilastri, orientato verso est e costruito negli stessi anni del mausoleo, fra il 315 e il 326. Era una delle basiliche cimiteriali che Costantino fece erigere nel suburbio romano, tutte con questa pianta particolare e tutte legate alla tomba di un martire. La funzione era precisa: non erano chiese parrocchiali per le liturgie ordinarie ma spazi coperti destinati ai banchetti funebri e alle sepolture, con il pavimento letteralmente saturo di tombe dei fedeli che volevano essere seppelliti il più vicino possibile alle reliquie dei santi.
Che cosa ne resta oggi
Qui va detta una cosa senza giri di parole: la basilica costantiniana ad duas lauros non è visitabile. L’edificio fu progressivamente abbandonato nel corso del Medioevo, andò in rovina per mancanza di manutenzione e cedimento delle fondazioni, e il suo perimetro è oggi in larga parte coperto dall’edificato moderno del quartiere. Il complesso archeologico ad duas lauros è tutelato dal 1987 e comprende mausoleo, catacombe e strutture funerarie, ma della grande aula a pianta di circo il visitatore non vede nulla: la si può soltanto immaginare, guardando il fianco del mausoleo e provando a prolungare mentalmente verso ovest, sotto le case, una navata lunga quanto due campi da calcio in fila.
Le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro: la parte sotterranea
Sotto e intorno al complesso si sviluppa una delle catacombe più estese del suburbio romano, nata nella seconda metà del terzo secolo dalla progressiva fusione di più ipogei indipendenti, ciascuno originariamente servito da una propria scala di accesso. Sull’estensione le fonti non concordano e conviene riportarle tutte: alcune indicano una superficie di circa 18.000 metri quadrati, altre parlano di oltre 20.000 metri quadrati su due livelli principali a circa dodici metri di profondità, altre ancora di tre ettari con quattro chilometri e mezzo di gallerie distribuite su tre livelli. La differenza dipende in parte da che cosa si conteggi come area della catacomba e in parte dal fatto che porzioni del complesso sono state esplorate solo di recente.
Quante persone furono sepolte qui
Anche sul numero delle sepolture i dati divergono. Le stime più diffuse parlano di oltre quindicimila sepolture sotterranee nel solo terzo secolo, cui andrebbero aggiunte alcune migliaia di tombe in superficie; altre fonti indicano per lo stesso periodo una cifra intorno alle undicimila persone; le campagne di scavo più recenti hanno portato a stimare in circa ventimila il numero complessivo di scheletri individuati. Le cifre non sono contraddittorie in modo assoluto, perché si riferiscono a perimetri cronologici e spaziali diversi, ma chiunque ne citi una sola come dato definitivo sta semplificando un quadro che gli specialisti considerano ancora aperto.
Loculi, arcosoli e cubicoli: come è organizzata una catacomba
La struttura è quella classica del cimitero ipogeo romano: lunghe gallerie scavate nel tufo, chiamate nelle fonti antiche cryptae, con le pareti forate da nicchie sepolcrali sovrapposte, i loculi, chiusi da lastre di marmo o da tegole sigillate con malta. Le sepolture di maggiore prestigio sono gli arcosoli, nicchie sormontate da un arco che lasciava spazio a una lunetta dipinta, e i cubicoli, piccole camere quadrangolari riservate a famiglie o associazioni funerarie e spesso interamente affrescate. È proprio la densità di cubicoli decorati a rendere questo cimitero eccezionale: il sito conta ben ottantotto ambienti dipinti, una concentrazione che non ha molti confronti nel panorama romano.
Il rapporto con le altre catacombe romane
Roma conserva decine di catacombe, ma solo una piccola parte è aperta con visite regolari. Le più note restano quelle della via Appia, cioè San Callisto e San Sebastiano, insieme a Domitilla sulla via delle Sette Chiese e a Priscilla sulla Salaria. Marcellino e Pietro appartengono a un gruppo meno battuto, insieme a Commodilla e Santa Tecla, e chi ha già visto le grandi catacombe dell’Appia trova qui un’esperienza diversa, meno affollata e più concentrata sulla pittura. Per un inquadramento generale del fenomeno, con le differenze fra i vari cimiteri sotterranei della città, esiste sul sito una pagina dedicata alle Catacombe di Roma, che conviene leggere prima se è la prima volta che si affronta questo tipo di visita: qui il discorso resta invece sul complesso di Torpignattara e sul suo mausoleo.
Gli affreschi paleocristiani: che cosa si vede sotto terra
Il patrimonio pittorico delle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro risale in gran parte al quarto secolo ed è considerato uno dei depositi di arte paleocristiana più importanti al mondo. Non si tratta di pittura colta e raffinata nel senso classico: è pittura funeraria rapida, fatta da botteghe che lavoravano a lume di lucerna in spazi angusti, con un repertorio di immagini ripetute e riconoscibili. Proprio la ripetizione la rende preziosa, perché permette di ricostruire con precisione quale fosse il vocabolario visivo della prima cristianità romana.
Il cubicolo dei santi eponimi
L’immagine più nota del complesso è l’affresco del cubicolo detto dei santi, databile fra la fine del quarto secolo e l’inizio del quinto, in cui Cristo compare nimbato e vestito di porpora, seduto in trono, affiancato dalle lettere apocalittiche alfa e omega e dai principi degli apostoli Pietro e Paolo. Nella stessa volta compaiono acclamanti i quattro martiri titolari del luogo e dei cimiteri vicini: Gorgonio, Pietro, Marcellino e Tiburzio. Completa la composizione l’Agnello di Dio sul monte da cui sgorgano i quattro fiumi del paradiso, uno dei motivi iconografici destinati a una fortuna lunghissima nell’arte cristiana successiva.
Le scene di banchetto e l’agape
Fra le immagini più discusse del complesso ci sono le scene di banchetto funebre dipinte nelle lunette di alcuni arcosoli, in cui i convitati sono serviti da due figure femminili accompagnate dalle iscrizioni Agape e Irene, cioè Amore e Pace. L’interpretazione prevalente legge i due nomi non come identificativi di persone reali ma come personificazioni delle virtù del banchetto celeste, la trasposizione visiva dell’idea evangelica del regno di Dio come convito. Sono immagini che sorprendono chi si aspetta un’iconografia funeraria cupa: qui la morte è raccontata come una cena fra amici.
Il grande restauro: come il laser ha restituito i colori
Gli affreschi che il visitatore vede oggi non hanno l’aspetto che avevano vent’anni fa, e non per modo di dire. Un intervento di restauro durato tre anni ha rimosso dalle superfici dipinte una patina grigiastra spessa, accumulatasi nei secoli per effetto del fumo delle lucerne, delle candele dei pellegrini e dei depositi atmosferici, rivelando sotto di essa una pittura di colori molto più accesi e di qualità superiore a quanto si potesse sospettare.
La tecnica di pulitura con il laser
Il metodo impiegato è stato la pulitura laser, una tecnica che agisce per ablazione selettiva: l’impulso luminoso viene assorbito in modo diverso dallo strato scuro di sporco e dallo strato pittorico sottostante, e regolando i parametri dell’impulso si riesce a far saltare il primo lasciando intatto il secondo. È una tecnologia che ha cambiato il restauro delle superfici dipinte fragili perché evita solventi chimici e azione meccanica, entrambi rischiosi su intonaci sottili e pigmenti poco coesi.
I sei ambienti restaurati
L’intervento ha riguardato sei ambienti del cimitero: il cubicolo di Susanna e del fossore, la nicchia di Daniele, l’arcosolio di Sabina, l’arcosolio di Orfeo, il cubicolo della Madonna con i due Magi e il cubicolo della matrona orante. Sono ambienti scelti per la qualità della decorazione e per la loro collocazione lungo il percorso di visita, in modo che il risultato fosse effettivamente godibile dai visitatori e non soltanto documentato negli archivi scientifici.
Chi lo ha finanziato
Il restauro è stato reso possibile da un finanziamento della Fondazione Heydar Aliyev della Repubblica dell’Azerbaigian, sulla base di una convenzione sottoscritta il 22 giugno 2012 con la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, l’organismo della Santa Sede che ha competenza sui cimiteri paleocristiani di Roma. Le catacombe sono state riaperte al pubblico nell’aprile del 2014 al termine dei lavori di messa in sicurezza e restauro: un caso di mecenatismo internazionale su patrimonio cristiano da parte di uno Stato a maggioranza musulmana.
Il consiglio che ti do per visitare il Mausoleo di Sant’Elena e Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro
Il consiglio più importante è banale e nessuno lo segue: prenotare, e prenotare con anticipo. L’accesso alle catacombe avviene esclusivamente con visita guidata su prenotazione, in gruppi di dimensione contenuta, e non esiste la possibilità di presentarsi allo sportello e scendere subito. Il complesso chiude il giovedì e osserva due finestre annuali di manutenzione indicate nella prima metà di agosto e nella prima metà di settembre: due periodi in cui, paradossalmente, la città è piena di turisti. Una telefonata prima di partire risparmia un viaggio a vuoto.
Come vestirsi e che cosa aspettarsi sotto terra
La temperatura nelle gallerie è costante tutto l’anno e si aggira su valori sensibilmente inferiori a quelli esterni in estate: chi scende in luglio con una maglietta leggera trova un ambiente decisamente fresco e umido. Scarpe chiuse e con suola non scivolosa sono raccomandabili: i piani di calpestio sono irregolari e in alcuni punti umidi. Gli spazi sono stretti e in qualche tratto bassi: chi soffre di claustrofobia in modo marcato dovrebbe valutare con onestà se la visita fa per lui, perché una volta avviato il percorso guidato non è comodo tornare indietro da soli.
Abbinare la visita ad altre tappe della zona est
Il consiglio che do a chi ha già visto il centro è di costruire una giornata sull’asse orientale della città, che è la Roma meno battuta e spesso la più interessante per chi torna in città una seconda o una terza volta. Si può partire dalla Basilica sotterranea di Porta Maggiore, proseguire verso Santa Croce in Gerusalemme, che con Elena ha un legame diretto, e chiudere con il complesso di Torpignattara: tre tappe che raccontano il rapporto fra Roma e i suoi margini orientali dall’età imperiale al quarto secolo cristiano. In alternativa, chi vuole restare sul tema delle catacombe può combinare questa visita con quella di San Callisto sull’Appia, ma mettendo in conto che le due zone sono lontane e che una giornata sola basta a fatica.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Fra gli archeologi che si occupano di demografia antica, le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro sono famose per una ragione che quasi nessuna guida turistica menziona: qui, negli anni Duemila, sono stati individuati ambienti funerari fino ad allora sconosciuti contenenti sepolture collettive con decine o centinaia di scheletri ciascuna, in condizioni che non corrispondono a un cimitero normale.
Le sepolture di massa
Le campagne di scavo condotte fra il 2004 e il 2010 in spazi funerari prima ignoti hanno portato alla luce inumazioni multiple databili fra il primo e il terzo secolo dopo Cristo, con corpi deposti in modo ordinato ma in numero altissimo e in un arco di tempo apparentemente brevissimo. I resti presentavano trattamenti elaborati: alcuni corpi ricoperti di gesso o di ambra, altri avvolti in tessuti, con tracce di sostanze aromatiche come sandracca e incenso. Non erano dunque sepolture frettolose di indigenti, ma deposizioni curate di persone di condizione non modesta.
L’ipotesi epidemica
La spiegazione che gli studiosi considerano più probabile è quella di un evento epidemico che abbia causato un numero di morti superiore alla capacità di gestione ordinaria del cimitero. Il periodo suggerisce un collegamento con una delle grandi pestilenze che colpirono l’impero fra secondo e terzo secolo, e alcuni hanno proposto un legame con le famiglie degli equites singulares, dato che l’area era la loro necropoli. Qui però occorre essere precisi: l’ipotesi epidemica è una lettura degli indizi, non una diagnosi accertata, e la letteratura scientifica la presenta come tale. Le età dei defunti coprono un arco ampio, dai giovani adulti agli adulti maturi, di entrambi i sessi, il che è compatibile con un’epidemia ma non la dimostra da solo.
La foto giusta da fare al Mausoleo di Sant’Elena e Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro
La foto che racconta questo luogo meglio di ogni altra non è quella del monumento isolato, ma quella che inquadra il mausoleo insieme alle palazzine del quartiere: il tamburo romano di mattoni e, a ridosso, i balconi con i panni stesi e le insegne dei negozi. È l’immagine che restituisce il paradosso del luogo, un sepolcro imperiale rimasto in piedi mentre intorno cresceva una borgata, e che nessuna inquadratura pulita e monumentale riesce a dare.
Il dettaglio delle anfore nella sezione della volta
Lo scatto tecnicamente più interessante è il dettaglio delle file di anfore nella muratura, visibili nella sezione della volta crollata. Serve un teleobiettivo o comunque una focale lunga, perché il punto è in alto e non si raggiunge da vicino, e serve una luce che non appiattisca il rilievo: il primo mattino o il tardo pomeriggio funzionano meglio del mezzogiorno. È la fotografia che spiega da sola il nome del quartiere, e vale la pena riuscirci.
Fotografare sotto terra: che cosa è consentito
Sulla fotografia nelle catacombe occorre chiarezza, perché le regole variano da sito a sito e cambiano nel tempo. In generale nei cimiteri paleocristiani gestiti dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra la ripresa fotografica degli affreschi è soggetta a limitazioni, soprattutto per quanto riguarda il flash, che è dannoso per gli strati pittorici, e in diversi casi non è consentita affatto senza autorizzazione. La cosa corretta è chiedere alla guida all’inizio della visita e attenersi a quanto indica: non è un dato che si possa stabilire in anticipo per iscritto senza rischiare di dare un’informazione sbagliata.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questo luogo si distende su diciassette secoli e comprende un martirio, una fondazione imperiale, un furto di reliquie internazionale, una fortificazione medievale, un restauro settecentesco, due campagne di scavo moderne e una riapertura recentissima.
304: il martirio di Marcellino e Pietro
Secondo la tradizione, Marcellino, presbitero, e Pietro, esorcista della Chiesa di Roma, furono giustiziati durante la persecuzione di Diocleziano nel 304. Papa Damaso, che resse la Chiesa di Roma fra il 366 e il 384 e che fu il grande organizzatore del culto dei martiri, compose per loro un’iscrizione metrica e dichiarò di avere appreso i dettagli del martirio direttamente dal carnefice, ormai anziano. Il racconto vuole che i due fossero condotti in un bosco del suburbio, in un luogo detto Selva Nera, e costretti a scavare le proprie tombe prima di essere decapitati, perché il luogo restasse ignoto; una matrona di nome Lucilla ne avrebbe poi recuperato i corpi trasportandoli sulla via Labicana. Va detto con precisione: la testimonianza damasiana è una fonte di quarto secolo su fatti di inizio quarto secolo, e l’episodio del carnefice è un elemento del racconto agiografico, non un verbale.
315-326: il cantiere costantiniano
In questo arco di anni, secondo la datazione più seguita, Costantino fa costruire la basilica circiforme dedicata ai due martiri e, addossato al suo fianco orientale, il mausoleo dinastico. Alcune fonti propongono per il mausoleo una forbice leggermente diversa, fra il 326 e il 330: la discrepanza esiste e conviene segnalarla piuttosto che scegliere arbitrariamente una delle due. Intorno al 328 il complesso accoglie il corpo di Elena. È lo stesso periodo in cui Roma si riempie delle grandi fondazioni costantiniane, dall’Arco di Costantino presso il Colosseo alla basilica del Laterano, e la potenza di quel programma edilizio si misura bene visitando anche la ricostruzione del Colosso di Costantino ai Musei Capitolini, che restituisce la scala fisica dell’autorappresentazione imperiale di quegli anni.
Nono secolo: le reliquie partono per la Germania
Nel nono secolo i corpi dei due martiri lasciarono Roma. Le reliquie furono cedute e trasferite oltralpe, e finirono nelle mani di Eginardo, il consigliere e biografo di Carlo Magno, che le depositò nell’abbazia di Seligenstadt, presso Magonza, e scrisse un’opera sui miracoli a esse collegati. La partenza delle reliquie fu, per il santuario romano, l’inizio della fine: senza il corpo del martire il pellegrinaggio perdeva la sua ragione, e il complesso entrò in una fase di lento abbandono. La stessa basilica costantiniana risulta in uso fino alla fine dell’ottavo secolo, dopodiché il declino diventa irreversibile.
Ottavo secolo e Medioevo: il mausoleo diventa fortezza
Già dall’ottavo secolo il mausoleo, con le sue murature spesse e la sua posizione lungo una strada consolare, venne riutilizzato come struttura difensiva, un destino condiviso con moltissimi monumenti romani, dal Mausoleo di Augusto in Campo Marzio al Mausoleo di Cecilia Metella sull’Appia, trasformato in torrione dei Caetani. Un sepolcro imperiale a pianta circolare, con muri di diversi metri di spessore, era di fatto una torre già costruita: bastava chiudere le aperture e presidiarla. È in questo periodo che si consolida il nome popolare di Tor Pignattara, torre delle pignatte.
1769 e 1777: il passaggio e il sarcofago
Il diciottesimo secolo lascia qui due tracce datate. Nel 1769 viene realizzato il passaggio sotterraneo fra il mausoleo e la catacomba, quello riaperto nel 2025 dopo essere stato murato. Nel 1777 il sarcofago di porfido viene trasferito dal Laterano al Vaticano e restaurato per la nuova collocazione museale voluta da Pio VI. Sono gli anni in cui l’antiquaria romana si trasforma in museo pubblico, e in cui i grandi manufatti antichi vengono spostati dalle chiese alle sale espositive secondo una logica nuova.
1993-2000, 2004-2010, 2014, 2019, 2025
Il monumento arriva alla contemporaneità attraverso una sequenza serrata di cantieri. Fra il 1993 e il 2000 un restauro importante del mausoleo individua l’atrio di accesso, il canale di gronda e il pozzo centrale. Fra il 2004 e il 2010 le campagne di scavo nelle catacombe portano alla luce gli ambienti con le sepolture collettive. Nell’aprile del 2014 le catacombe riaprono al pubblico dopo il restauro degli affreschi finanziato dalla fondazione azera. Il 12 ottobre 2019 il mausoleo viene reso accessibile e inserito nel percorso di visita del complesso. Nel novembre del 2025 il ripristino del passaggio del 1769 e i lavori finanziati dal piano nazionale di ripresa uniscono definitivamente i due monumenti in un itinerario unico, con la passerella in vetro sulla cripta dei Quaranta Martiri di Sebaste e i nuovi dispositivi per l’accessibilità.
Chi è passato dal Mausoleo di Sant’Elena e Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro
La lista di chi ha attraversato questo pezzo di via Labicana comincia con un corpo di cavalleria e finisce con gli abitanti di una borgata romana del Novecento, passando per imperatori, papi, pellegrini nordeuropei e archeologi.
I pellegrini medievali
Fra il quinto e il nono secolo il cimitero smise di funzionare come luogo di sepoltura e divenne esclusivamente meta di pellegrinaggio. Gli itinerari altomedievali redatti per i visitatori diretti alle tombe dei martiri romani elencano il santuario della via Labicana fra le tappe del circuito suburbano, insieme a quelle dell’Appia, della Nomentana e della Tiburtina, dove sorge San Lorenzo fuori le mura. Migliaia di persone arrivate a piedi dall’Europa settentrionale sono scese lungo lo scalone della basilichetta di Onorio, e i graffiti lasciati sulle pareti nei santuari catacombali romani sono la traccia più diretta del loro passaggio.
Gli abitanti di Torpignattara
L’ultimo gruppo, e il più numeroso, sono le persone che da un secolo abitano intorno al monumento. Generazioni di romani e di immigrati, prima dalle campagne del centro Italia e poi da ogni parte del mondo, hanno costruito le proprie case a ridosso del mausoleo senza quasi sapere che cosa fosse, in un quartiere che porta il suo nome popolare senza che quel nome sia mai stato spiegato a scuola. La riapertura del complesso, negli ultimi anni, è stata raccontata dai giornali locali soprattutto in questa chiave: la restituzione al territorio di qualcosa che il territorio aveva sempre avuto sotto gli occhi.
Il quartiere che prende il nome dal monumento
Torpignattara è la zona urbanistica 6A del Municipio Roma V e si distende a cavallo di due quartieri amministrativi, il Prenestino-Labicano e il Tiburtino, lungo l’asse della via Casilina. Il nome, come si è visto, viene direttamente dal mausoleo e dalle sue anfore, ed è uno dei pochi casi in Italia in cui un quartiere moderno prende il proprio nome da un edificio del quarto secolo attraverso un soprannome popolare medievale.
Come è nata la borgata
La zona si formò fra fine Ottocento e primo Novecento come area di espansione spontanea lungo la consolare, in un momento in cui Roma capitale attirava manodopera da tutto il centro Italia senza avere un’offerta abitativa adeguata. Storicamente l’area comprende tre microzone: Tor Pignattara propriamente detta, la Marranella e Villa Certosa. Il modello edilizio fu quello dell’autopromozione, con case di uno o due piani costruite dai privati, spesso dagli stessi futuri abitanti: gli studi urbanistici lo considerano uno degli esempi italiani più significativi di questo tipo di sviluppo. Nel 1930 la popolazione della zona contava già trentamila residenti.
Torpignattara oggi
Oggi Torpignattara è uno dei quartieri più densamente multiculturali di Roma, con una presenza consolidata di comunità bangladese, cinese, rumena, nordafricana e sudamericana, negozi e ristoranti che riflettono quella composizione e una vita di strada che poco somiglia a quella del centro storico. Per chi visita il mausoleo, la conseguenza pratica è che la zona offre molte possibilità di mangiare a prezzi contenuti e di qualità variabile ma spesso ottima, in cucine che a Roma centro non si trovano.
Che cos’altro vedere nel quartiere
Oltre al complesso archeologico, la zona offre il parco di Villa De Sanctis, con la sua Casa della Cultura, e un patrimonio consistente di arte murale contemporanea: negli ultimi quindici anni Torpignattara è diventata una delle aree romane con la maggiore concentrazione di pittura murale su larga scala, e alcune opere si trovano a pochi minuti a piedi dal mausoleo.
Domande frequenti sul Mausoleo di Sant’Elena e Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro
Dove si trova il Mausoleo di Sant’Elena?
Il Mausoleo di Sant’Elena si trova in via Casilina 641, nel quartiere Torpignattara, nel Municipio Roma V, al terzo miglio dell’antica via Labicana. Il monumento sorge accanto alla chiesa dei Santi Marcellino e Pietro ad Duas Lauros e sopra le catacombe omonime, con cui forma un unico complesso archeologico. La Soprintendenza indica come mezzo di riferimento l’autobus 105 lungo la via Casilina.
Quanto costa il biglietto per il Mausoleo di Sant’Elena e le catacombe?
Il biglietto intero che comprende sia il Mausoleo di Sant’Elena sia le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro è indicato in 13 euro, con un ridotto di 10 euro e un biglietto per il solo mausoleo di 3 euro. La gratuità è prevista per i bambini fino a sei anni, per le persone con disabilità e per le guide turistiche. Il pagamento si effettua in biglietteria il giorno della visita. Le tariffe possono variare: conviene verificarle con la struttura prima di partire.
Quali sono gli orari delle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro?
Le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro osservano orari stagionali: dal primo novembre al 31 marzo dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18, dal primo aprile al 31 ottobre dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19, con chiusura settimanale il giovedì. Il sito ufficiale segnala inoltre due periodi di chiusura annuale per manutenzione nella prima metà di agosto e nella prima metà di settembre. Gli orari cambiano nel tempo e vanno confermati direttamente con il complesso.
Serve la prenotazione per visitare le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro?
Sì, la visita alle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro è possibile soltanto con visita guidata prenotata in anticipo, senza possibilità di accesso libero. I gruppi vanno da un minimo di due a un massimo di venticinque persone e i turni si svolgono in italiano e in inglese, con altre lingue disponibili su richiesta. La prenotazione si effettua attraverso il sito ufficiale del complesso o per telefono, e non richiede pagamento anticipato online.
Quanto dura la visita al complesso di Tor Pignattara?
La visita guidata alle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro dura fra i quaranta e i quarantacinque minuti. Aggiungendo il Mausoleo di Sant’Elena, l’Antiquarium con le sue quattro sale tematiche e il collegamento sotterraneo riaperto nel 2025, una visita completa richiede circa un’ora e mezza. Considerando i tempi di trasferimento dal centro di Roma lungo la via Casilina, conviene dedicare al complesso una mezza giornata.
Dove si trova il sarcofago di Sant’Elena?
Il sarcofago di porfido rosso di Sant’Elena non si trova nel mausoleo di Torpignattara ma ai Musei Vaticani, nella Sala a Croce Greca del Museo Pio Clementino. Rimase nel mausoleo fino all’undicesimo secolo, passò poi al Laterano e nel 1777 fu trasferito in Vaticano, dove venne restaurato da Gaspare Sibilla e Giovanni Pierantoni e collocato su quattro leoni scolpiti da Francesco Antonio Franzoni.
Perché il quartiere si chiama Torpignattara?
Il quartiere Torpignattara prende il nome dal Mausoleo di Sant’Elena, che nel Medioevo veniva chiamato popolarmente torre delle pignatte per le anfore vuote visibili nella muratura della volta crollata. Si tratta di contenitori da trasporto dell’olio di tipo Dressel 20, di produzione spagnola, inseriti nel getto per alleggerire il peso della cupola. Dal soprannome del monumento il nome passò alla borgata cresciuta intorno fra Ottocento e Novecento.
Si possono fotografare gli affreschi delle catacombe?
La fotografia negli ambienti dipinti delle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro è soggetta a limitazioni decise dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, in particolare per quanto riguarda il flash, dannoso per gli strati pittorici. Le regole variano nel tempo e da sito a sito, quindi la cosa corretta è chiedere alla guida all’inizio della visita. All’esterno, il mausoleo è liberamente fotografabile dalla via Casilina.
Le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro sono adatte ai bambini?
Le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro si visitano bene con bambini dall’età della scuola primaria in su, grazie alla durata contenuta della visita guidata e al fascino del percorso sotterraneo. Con bambini molto piccoli la visita è più complicata: gli spazi sono stretti, ci sono scale e il percorso guidato non consente pause libere. Passeggini e carrozzine non sono compatibili con le gallerie.
Un ultimo appunto per chi organizza l’itinerario
Il complesso di Tor Pignattara funziona male come tappa isolata e benissimo come perno di una giornata sull’asse orientale di Roma, insieme a Porta Maggiore, a Santa Croce in Gerusalemme e, per chi ha gambe e tempo, a una sosta alla Centrale Montemartini o al Cimitero del Verano, che racconta la stessa città in un altro secolo. Chi viene a Roma per la prima volta e ha tre giorni farà bene a concentrarsi sul centro; chi ci torna, e cerca qualcosa che non abbia già visto in fotografia mille volte, qui trova materia per una mattinata intera.
Chi mette insieme un itinerario più ampio, incrociando questa tappa con le altre catacombe romane e con i siti costantiniani della città, può trovare strumenti utili di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro complessivo su trasporti, collegamenti e mete del Lazio resta una buona risorsa Italy Planner.
Prepara la visita
Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.
Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
Visite guidate
Tour con guide abilitate in città e fuori porta, anche in piccoli gruppi.
Pass musei e trasporti
Un solo pass per più ingressi e per i mezzi: fai due conti sulle visite che hai in programma prima di comprarlo.
