Necropoli di Via Portuense
Ci sono luoghi a Roma che si annunciano da lontano, con un colonnato, una cupola, una fila di turisti che sbuca dall'angolo. E poi c'è la Necropoli di Via Portuense, che non si annuncia affatto: sta sotto un palazzo di appartamenti degli anni Sessanta, in un tratto di strada dove il traffico va di fretta verso il Grande Raccordo Anulare, tra un supermercato, una scuola e un distributore di benzina. Ci passi davanti mille volte e non la vedi. Poi un giorno scendi una rampa, varchi una porta a vetri che sembra l'ingresso di un negozio, e ti ritrovi in mezzo a camere sepolcrali romane di età imperiale, con i mosaici ancora al loro posto e i nomi dei morti graffiti sull'intonaco.
Faccio questo mestiere da abbastanza tempo per aver visto ogni tipo di reazione davanti a un monumento romano. Ma poche cose battono la faccia di chi entra qui per la prima volta. Perché la sorpresa non è archeologica: è urbanistica, emotiva, quasi filosofica. Roma non ha seppellito i suoi morti sotto la città. La città moderna è cresciuta sopra i morti antichi, e ogni tanto — scavando le fondamenta di un condominio, allargando una carreggiata, mettendo un tubo del gas — li ritrova. La Necropoli di Via Portuense è il caso più elegante e meglio raccontato di questa collisione permanente tra Roma che vive e Roma che è già vissuta.
In questa pagina ti porto dentro tutto: la strada che ha generato la necropoli, il porto che ha generato la strada, le tombe una per una, i mosaici, i graffiti, i sarcofagi, la gente che ci è finita dentro e il mestiere che faceva. E ti dico anche, con franchezza, cosa si vede davvero oggi, cosa è chiuso, cosa si visita solo su prenotazione e dove sono finiti i pezzi migliori. Perché la cosa peggiore che posso farti è mandarti in via Portuense con aspettative sbagliate.
Che cos'è davvero la Necropoli di Via Portuense
Cominciamo togliendo di mezzo l'equivoco più comune. Quando si dice Necropoli di Via Portuense non si intende un unico sepolcreto recintato, con un cancello e una biglietteria, come l'Isola Sacra a Fiumicino o la necropoli sotto San Pietro. Si intende una fascia funeraria lunghissima, discontinua, che accompagnava per chilometri il tracciato della via Portuense e della più antica via Campana, dalla porta meridionale di Roma fino alla zona del porto imperiale alla foce del Tevere.
Era la regola, non l'eccezione. Il diritto romano vietava le sepolture dentro il pomerio, il confine sacro della città. Chi moriva veniva portato fuori, e "fuori" per Roma significava lungo le strade consolari. Ogni via che usciva dalle mura diventava, nei primi chilometri, un corridoio di monumenti funerari: recinti, altari, camere ipogee, colombari, mausolei a torre, semplici fosse di terra per chi non poteva permettersi altro. La via Appia è la versione celebre di questo fenomeno, quella che tutti fotografano. La via Portuense è la versione ignorata, e per certi versi più interessante, perché la gente che ci finiva sepolta non era l'aristocrazia senatoria: erano liberti, artigiani, marinai, facchini, gente di porto e di magazzino.
Un nome che copre molti siti diversi
Sotto l'etichetta di Necropoli di Via Portuense oggi si raccolgono realtà archeologiche distinte, scoperte in momenti diversi e conservate in condizioni diversissime. C'è il nucleo di via Portuense 317, quello inglobato nel seminterrato di un edificio del 1967 e visitabile all'interno del Drugstore Museum. C'è la Tomba dell'Airone, in via Ravizza, letteralmente sotto l'asfalto di una strada pubblica. C'è il settore di Vigna Pia, all'aperto, con monumenti funerari fra il I e il III secolo dopo Cristo. C'è l'area archeologica di Pozzo Pantaleo, dove è emerso un tratto basolato della via Campana con i suoi sepolcri affacciati. E c'è, molto più a valle verso Ponte Galeria, il grande sepolcreto di Castel Malnome, che è un capitolo a sé e uno dei documenti più impressionanti che l'archeologia romana abbia mai restituito sulla fatica fisica del lavoro antico.
La Soprintendenza Speciale di Roma ha avuto l'intelligenza di mettere insieme questi frammenti in un percorso unico, chiamato Circuito Necropoli Portuense, con il Drugstore Museum come porta d'ingresso e centro di gravità. È una soluzione che trovo esemplare: invece di fingere che esista un unico monumento, si racconta un paesaggio funerario disperso, che è esattamente quello che era.
A chi apparteneva questo cimitero
Gli studiosi ritengono che il nucleo urbano della necropoli servisse soprattutto gli abitanti della quattordicesima regione augustea, il Transtiberim, quella che oggi chiamiamo Trastevere e che allora era un quartiere popolare, umido, denso, pieno di magazzini fluviali, concerie, botteghe, immigrati e liberti orientali. Non era la Roma dei marmi. Era la Roma che lavorava. Uscendo da Porta Portuense i suoi morti percorrevano poche centinaia di metri e trovavano posto lungo la strada, in tombe collettive dove una famiglia allargata — con i suoi schiavi affrancati, i suoi soci, i suoi affini — comprava un pezzo di parete e ci sistemava le proprie urne.
Questo è il motivo per cui la Necropoli di Via Portuense è preziosa. Non ci racconta come morivano i potenti, cosa che sappiamo fin troppo bene. Ci racconta come morivano — e quindi come vivevano, che nomi avevano, con chi stavano, che mestiere facevano, quanto campavano — i romani normali.
La strada che ha generato la Necropoli di Via Portuense
Non si capisce nulla di questa necropoli senza capire la strada. E la strada, qui, è doppia: c'è una via antica e una via nuova, sovrapposte e parallele, con quattro secoli di distanza.
La via Campana, la strada del sale
La più antica si chiamava via Campana. Non aveva niente a che fare con la Campania: il nome deriva dal Campus Salinarum Romanarum, il campo delle saline romane, la piana salmastra alla foce del Tevere dove si produceva il sale. Era una delle vie più vecchie del Lazio, forse più vecchia della Repubblica stessa. Livio ricorda le salinae Romanae già in un episodio del 404 avanti Cristo, e le indagini archeologiche hanno restituito lastricati databili all'incirca fra il 325 e il 250 avanti Cristo, con rifacimenti che proseguono fino all'età di Claudio.
Bisogna sforzarsi di capire cosa fosse il sale per un'economia antica. Non era un condimento: era la tecnologia di conservazione degli alimenti. Senza sale non esistono il pesce sotto sale, il garum, le carni conservate, le scorte invernali, le razioni militari, la logistica di un impero. Il sale valeva. Il sale si controllava. Il sale muoveva carri, uomini, appalti e denaro. La via Campana era l'arteria che portava quel sale dentro Roma, e nasceva quindi da una necessità industriale prima ancora che militare o cerimoniale.
La via Portuense, la strada del porto
La via Portuense è più giovane e nasce da un'altra necessità: il porto. Quando l'imperatore Claudio, a metà del I secolo dopo Cristo, decide di costruire alla foce del Tevere un porto artificiale che risolva l'insabbiamento cronico di Ostia, mette in moto una macchina logistica che ha bisogno di un collegamento su terra rapido, largo e diretto con la capitale. La via Portuense è quella risposta: razionalizza e potenzia il vecchio tracciato campano, lo raddrizza dove serve, lo dota di manutenzione imperiale.
Gli scavi hanno documentato, nel tratto occidentale, una carreggiata larga circa 5,30 metri, riferibile all'età fra Traiano e Adriano. È una misura che va assaporata: cinque metri e trenta significa due carri che si incrociano senza fermarsi, il che in una strada di servizio portuale è tutto. Significa un flusso continuo, in entrambe le direzioni, di grano, olio, vino, marmi, sale, anfore vuote di ritorno, e di persone.
Da Porta Portese in giù
Dentro Roma la strada usciva dalla Porta Portuensis, una delle porte meridionali delle mura aureliane, sostituita in età moderna dalla Porta Portese che tutti conoscono per il mercato della domenica. Da lì la via scendeva lungo la riva destra del Tevere, tagliava le pendici del Gianicolo verso Monteverde, superava la zona di Pozzo Pantaleo, proseguiva verso Ponte Galeria e finiva ai bacini di Claudio e di Traiano, nell'area dell'odierna Fiumicino.
Ogni chilometro di quel percorso era potenzialmente terreno funerario. Ed è per questo che la Necropoli di Via Portuense non è un sito ma una linea: una linea di morti che accompagna una linea di merci. Le due cose, nel mondo romano, andavano sempre insieme.
Il porto imperiale e la ragione d'essere della Necropoli di Via Portuense
Se la strada spiega dove sta la necropoli, il porto spiega perché sia così popolosa e così plebea.
Claudio e l'ossessione del grano
Roma imperiale era una città che poteva superare il milione di abitanti e che non produceva quasi nulla del cibo che consumava. Dipendeva dal grano d'Egitto e d'Africa, e quindi dal mare. Ostia, il porto storico alla foce, aveva un difetto strutturale: il Tevere ci scaricava dentro tonnellate di limo e il fondale si alzava di continuo. Le navi onerarie grandi non entravano. Bisognava alleggerire in rada, con chiatte, con rischi enormi.
Claudio decide di risolvere il problema con la forza: un bacino artificiale scavato a nord della foce, protetto da moli, con un faro. È un'opera colossale, costosissima, e nemmeno del tutto risolutiva, perché un tempesta ricordata dalle fonti antiche vi distrusse un numero impressionante di navi. Sarà Traiano, all'inizio del II secolo, ad aggiungere il celebre bacino interno esagonale, più protetto, che diventerà il cuore del sistema portuale e che ancora oggi si riconosce dall'alto nella campagna di Fiumicino.
Un indotto di decine di migliaia di persone
Un porto di quelle dimensioni genera lavoro in una quantità difficile da immaginare. Servono scaricatori, misuratori del grano, magazzinieri, carpentieri navali, calafati, cordai, barcaioli per la risalita del fiume, mulattieri, guardiani, scrivani, doganieri, mediatori, osti, prostitute, fabbri, fornai. Servono i saccarii, i portatori di sacchi, e i mensores frumentarii, che misuravano il grano con la modiata. Servono i collegi professionali che li organizzano.
Tutta questa gente viveva lungo la via Portuense, o comunque fra Roma e il porto, e tutta questa gente moriva. Ecco la ragione d'essere profonda della Necropoli di Via Portuense: è il cimitero di una infrastruttura. Non nasce da un quartiere residenziale, nasce da una filiera logistica. Ed è per questo che dentro le sue tombe non trovi quasi mai un senatore, e trovi invece decine e decine di nomi di liberti, cioè di ex schiavi affrancati, che nella società romana costituivano la classe operosa, ambiziosa e spesso benestante delle città portuali.
Il 1966: come è stata trovata la Necropoli di Via Portuense
La storia della scoperta è una di quelle vicende molto romane in cui il caso, la speculazione edilizia e la tutela si incontrano nello stesso cantiere.
Le ruspe e il tufo
Siamo nel 1966. Il quartiere Portuense sta crescendo a velocità furiosa, come tutta la periferia romana del boom. Si scava per fondazioni di villini e palazzine, con mezzi meccanici che nel giro di poche ore fanno il lavoro che prima richiedeva settimane di picco e pala. In un lotto lungo la via Portuense i mezzi tagliano il banco di tufo e mettono a nudo strutture voltate. Non sono cantine: sono camere sepolcrali romane, alcune scavate direttamente nella roccia, altre costruite in muratura, alcune ancora con l'intonaco dipinto attaccato alle pareti.
Una relazione archeologica del 1966 descrive, con quella prosa asciutta che rende le scoperte ancora più drammatiche, la parte superiore di un colombario scavato nel tufo e quasi completamente interrato. È il primo affaccio ufficiale su quello che oggi visitiamo.
Quello che si è salvato e quello che no
Sarei disonesto se ti raccontassi che andò tutto bene. Non andò bene. I mezzi meccanici avevano già danneggiato parte delle strutture, alcune camere risultarono mutilate, e in generale l'urbanizzazione di quegli anni ha cancellato lungo la via Portuense una quantità di evidenze funerarie che nessuno potrà più contare. Cinque ambienti sepolcrali si salvarono nel nucleo principale, due dei quali preceduti da recinti, e vennero inglobati nel seminterrato dell'edificio che nel 1967 sorse sopra di loro.
Va detto, però, che quella soluzione — allora vista come un compromesso — si è rivelata provvidenziale. Le tombe sono rimaste al loro posto, protette dal peso e dalla copertura del palazzo, invece di essere smontate e trasferite altrove. Oggi la stratigrafia verticale di quel civico è un piccolo capolavoro involontario di stratificazione romana: garage e cantine sopra, camere funerarie del I-III secolo sotto, tutto nello stesso perimetro catastale.
Non fu l'unico ritrovamento della zona
Va aggiunto che la via Portuense aveva già dato segnali molto prima. Gli sbancamenti ottocenteschi per la costruzione della ferrovia, intorno al 1857, avevano restituito sostruzioni, ambienti termali, pavimenti a mosaico e monumenti funerari lungo il tracciato. Nell'Ottocento, però, la tutela funzionava in modo molto diverso: si annotava, si prelevava il pezzo bello, e si andava avanti. Quel materiale è in gran parte disperso o confluito in collezioni senza contesto, il che per un archeologo è un lutto.
Il drugstore che è diventato la porta della Necropoli di Via Portuense
Qui la storia prende una piega talmente italiana che vale la pena raccontarla per esteso, perché è anche la ragione del nome bizzarro che oggi porta il museo.
Anni Ottanta: il primo drugstore d'Italia
Negli anni Ottanta, al piano commerciale dell'edificio di via Portuense 317, apre quello che viene ricordato come il primo drugstore italiano: un esercizio all'americana, aperto ventiquattro ore, dove si trovava di tutto, dai generi alimentari ai giornali ai medicinali da banco alle stranezze da regalo. Per il quartiere fu una piccola rivoluzione: un posto illuminato di notte, in una periferia che di notte non offriva niente.
E le tombe? Le tombe stavano lì sotto, nel seminterrato, e vennero in qualche modo integrate nell'esperienza commerciale. Non è uno scherzo: negli anni in cui l'Italia scopriva il consumo notturno, a Roma si poteva comprare una bottiglia alle tre di mattina e dare un'occhiata a un colombario del II secolo. Trovo che sia una delle immagini più perfette che il Novecento romano abbia prodotto.
Il fallimento e i quindici anni di buio
La formula, come tante formule degli anni Ottanta, non ha retto. Negli anni Novanta l'attività fallisce. Il locale chiude, e con esso chiude l'accesso alla necropoli. Per una quindicina d'anni il sito resta inaccessibile: né commerciale né museale, semplicemente un vuoto sotto un palazzo. È il destino di moltissime aree archeologiche urbane in Italia, dove il problema non è scavare ma tenere aperto.
2005: lo Stato torna a bussare
La svolta arriva nel 2005, quando viene siglato un accordo con la Soprintendenza Archeologica di Roma che avvia la trasformazione dello spazio in luogo statale. È un percorso lungo, fatto di restauri, messa in sicurezza, progetto museografico, riorganizzazione degli allestimenti a partire dal 2015, fino all'apertura al pubblico che matura sul finire del 2019.
Il risultato è il Drugstore Museum, che ha una identità doppia e volutamente spiazzante: da un lato conserva e mostra la Necropoli di Via Portuense, dall'altro è un museo dedicato alla cultura materiale contemporanea, alle arti applicate, al design e alle produzioni industriali del Novecento. Detto così sembra una stravaganza. Vissuto sul posto, funziona: perché ti costringe a mettere sullo stesso piano un'urna cineraria e un elettrodomestico degli anni Sessanta, una lucerna e una radio, e a chiederti quale dei due racconterà meglio noi fra duemila anni.
Ho accompagnato qui gruppi molto diversi, dagli studenti agli appassionati di archeologia romana con trent'anni di visite alle spalle, e la reazione è quasi sempre la stessa: si entra scettici e si esce convinti. Perché è l'unico museo di Roma che non ti chiede di dimenticare il presente per apprezzare il passato.
Dentro la Necropoli di Via Portuense: le cinque tombe
Passiamo alla sostanza. Nel nucleo di via Portuense 317 si conservano cinque ambienti sepolcrali, convenzionalmente indicati con le lettere dalla A alla E. Due erano preceduti da recinti, cioè da spazi scoperti delimitati che precedevano la camera vera e propria e che servivano per le cerimonie, i banchetti funebri e le sepolture più modeste.
La cronologia complessiva del sepolcreto va dalla metà del I secolo dopo Cristo fino al IV-V secolo, con la fase di massima espansione fra la fine del I e la fine del III secolo. Sono quattro secoli abbondanti di uso continuativo: significa che dentro queste stanze si sono avvicendate generazioni su generazioni, con rifacimenti, riusi, aggiunte, tamponature e cambiamenti di rito.
Tomba A: i satiri che vendemmiano
La Tomba A è quella che di solito lascia il segno. È una camera quadrangolare, di impianto familiare, con pareti affrescate a motivi geometrici e floreali e nicchie decorate in cui compaiono raffigurazioni di pesci e di cibi. Ma il pezzo forte è a terra: un mosaico pavimentale in tessere bianche e nere che raffigura una scena ispirata al mito dionisiaco, con satiri intenti alla vendemmia e kantharoi — le coppe rituali a due anse del corteo di Dioniso — collocati agli angoli. La datazione proposta è alla metà del II secolo dopo Cristo, e l'ambiente risulta usato fino ai primi anni del III.
Ci sono anche decorazioni in stucco a forma di conchiglia, un motivo ricorrentissimo nell'arte funeraria romana, perché la conchiglia allude alla nascita, all'acqua, al passaggio, a Venere, e quindi alla rigenerazione.
Un mosaico dionisiaco in una tomba non è un vezzo decorativo: è una dichiarazione. Il vino, l'ebbrezza, il ciclo della vite che muore d'inverno e rinasce a primavera sono il linguaggio con cui i romani di condizione media parlavano di sopravvivenza dell'anima senza tirare in ballo la filosofia. Chi ha commissionato quel pavimento stava dicendo, ai vivi che sarebbero venuti a banchettare lì sopra, che la morte è una stagione, non un punto fermo.
Tomba B: il piccolo colombario delle olle
La Tomba B è più raccolta: un piccolo colombario, in parte ricavato nel tufo e in parte costruito in muratura, con nicchie destinate alle olle cinerarie, i vasi in terracotta che contenevano le ceneri. Una parte del vasellame si è conservata in posto, il che è raro e prezioso: significa che quello che vedi non è un allestimento ricostruito, ma la disposizione reale. Le decorazioni sono floreali e la datazione si colloca agli inizi del II secolo dopo Cristo.
Tomba C: la sepoltura di un bambino
La Tomba C custodisce resti infantili, deposti senza corredo, e conserva esposto il sarcofago. È l'ambiente davanti al quale i gruppi ammutoliscono, e non c'è niente da spiegare. La mortalità infantile nel mondo romano era spaventosa: si stima che una quota altissima dei nati non superasse i primi anni di vita, e le fonti antiche registrano un atteggiamento culturale che oscilla fra la rassegnazione e il dolore più esplicito. L'assenza di corredo, qui, non va letta come indifferenza: le pratiche variavano enormemente, e in molti contesti i bambini piccolissimi ricevevano riti diversi da quelli degli adulti.
Tomba D: il colombario grande
La Tomba D è il colombario più imponente del nucleo: una camera rettangolare con quattro file di nicchie, ciascuna composta da dieci a tredici alloggiamenti. Fai il conto: si arriva facilmente a un ordine di grandezza di quaranta-cinquanta posti per le urne, in un solo ambiente. Vi si accede scendendo alcuni gradini, secondo lo schema classico della camera ipogea. La struttura mostra alterazioni moderne, e i materiali che vi furono rinvenuti sono stati trasferiti al Museo Nazionale Romano.
Quaranta o cinquanta urne in una stanza sola dicono una cosa precisa sulla società romana: la morte era un fatto collettivo e amministrato. Ci si organizzava, si compravano posti, si stipulavano accordi, si scrivevano i nomi. Nulla a che vedere con l'idea moderna della tomba individuale.
Tomba E: la più antica del gruppo
La Tomba E è quella cronologicamente più alta: si colloca fra la fine del I secolo avanti Cristo e gli inizi del I dopo Cristo, cioè in piena età augustea o poco oltre. Vi si accede scendendo gradini in pietra. Ci porta esattamente al momento in cui il colombario si afferma come soluzione architettonica di massa a Roma, sotto Augusto, per rispondere a una domanda di sepoltura che la città non riusciva più a soddisfare.
Il colombario dallo zoccolo purpureo
Fra le strutture del complesso si segnala inoltre un colombario decorato con uno zoccolo di colore porpora e archetti contornati dello stesso colore, con affreschi geometrici e floreali sulla volta a botte. Il porpora, in un ambiente funerario destinato a gente comune, va inteso come una scelta di dignità: il colore più prezioso dell'antichità, evocato con pigmenti alla portata di tutti, per dare alla stanza dei propri morti un contegno da sala di rappresentanza.
I mosaici e gli stucchi della Necropoli di Via Portuense
Voglio dedicare un capitolo a parte all'apparato decorativo, perché è il motivo per cui vale il viaggio.
Perché si decorava una tomba che nessuno avrebbe visto
Sembra un paradosso: perché spendere in mosaici e stucchi per una camera sotterranea, buia, visitata poche volte l'anno? La risposta sta nel modo romano di intendere la tomba, che non era un contenitore ma una casa. La domus aeterna, la casa eterna, doveva avere pavimenti, pareti dipinte, soffitti decorati, panchine, talvolta un piccolo bacino d'acqua, perché lì i vivi tornavano. Tornavano ai Parentalia di febbraio, tornavano nel giorno anniversario, tornavano per il refrigerium, il banchetto funebre consumato accanto ai defunti.
Decorare la tomba significava garantire ai propri morti un ambiente decoroso in cui ricevere. E significava, con un pizzico di vanità del tutto umana, mostrare agli altri membri del collegio o della famiglia allargata che si aveva gusto e mezzi.
Bianco e nero: una scelta romana, non un ripiego
Il mosaico della Tomba A è in tessere bianche e nere. Chi conosce poco i pavimenti romani pensa che il bicromo sia una versione economica del policromo. Non è così. Il mosaico bianco e nero è una cifra stilistica romana per eccellenza, dominante nell'Italia centrale fra il I e il II secolo dopo Cristo, usata anche in contesti ricchissimi, dalle terme ai grandi complessi ostiensi. Ha una forza grafica che il policromo non ha: figure nere stagliate su fondo bianco, leggibili anche a luce bassa, cioè esattamente la condizione di una camera ipogea illuminata da lucerne.
La grammatica delle immagini funerarie
Nelle nicchie della Tomba A compaiono pesci e cibi. Nel repertorio funerario romano questi soggetti hanno un doppio senso: alludono al banchetto — quindi alla convivialità che continua oltre la morte — e alludono all'abbondanza, alla fertilità, al ciclo che non si interrompe. Le ghirlande, i cesti di frutta, i fiori, gli uccelli: tutto l'apparato figurativo di questi ambienti gioca sulla stessa nota. Non è iconografia macabra. È iconografia consolatoria.
Lo dico sempre ai gruppi: se cercate teschi, scheletri danzanti, clessidre e falci, avete sbagliato millennio. Quell'immaginario è medievale e barocco. Il romano medio del II secolo decorava la propria tomba con una vendemmia, un pavone, una coppa di vino e un cesto di frutta. Era un modo di dire che la vita, in una forma o nell'altra, prosegue.
I colombari: l'architettura della memoria alla Necropoli di Via Portuense
Se dovessi indicare una sola parola per capire la Necropoli di Via Portuense, sceglierei colombario. È l'invenzione che rende possibile tutto il resto.
Che cos'è un colombario
Il termine deriva dalla colombaia, la struttura con nicchie in cui si allevano i piccioni. L'analogia è visiva e immediata: file regolari di nicchie a incasso, di solito semicircolari o quadrangolari, ciascuna destinata ad accogliere una o due olle cinerarie. Una camera ipogea, spesso voltata a botte, con le pareti interamente scandite da questi alveoli.
Il colombario nasce a Roma in età tardorepubblicana e conosce la sua grande stagione fra l'età di Augusto e la metà del II secolo dopo Cristo. È una risposta razionale a un problema demografico: una metropoli di centinaia di migliaia di abitanti che pratica prevalentemente la cremazione, con uno spazio suburbano finito, deve massimizzare i posti per unità di superficie. Il colombario è l'edilizia funeraria intensiva.
Come funzionava, in pratica
Il meccanismo economico è affascinante. Un proprietario o un collegio faceva costruire la camera, poi vendeva o assegnava le nicchie. Ogni nicchia poteva essere identificata da una piccola targa in marmo o da un'iscrizione dipinta o graffita sull'intonaco, con il nome dell'occupante. Le nicchie si compravano, si ereditavano, si cedevano, si dividevano. Esistono iscrizioni che documentano compravendite di posti, con tanto di misure e confini, esattamente come si farebbe con un immobile.
Molti colombari erano gestiti da collegia funeraticia, associazioni a cui ci si iscriveva versando una quota d'ingresso e contributi mensili, in cambio della garanzia di un funerale decoroso e di un posto dove finire. Era, di fatto, una forma di mutualismo assicurativo. Per uno schiavo o un liberto, sapere che alla propria morte qualcuno avrebbe pagato la pira, l'urna e il banchetto era una forma concreta di dignità.
Perché nella Necropoli di Via Portuense se ne trovano tanti
Un quartiere di porto e di magazzini è esattamente il terreno ideale per questo modello. Popolazione numerosa, redditi medio-bassi ma non miserabili, forte presenza di liberti, forte struttura associativa per mestiere. La Necropoli di Via Portuense è densa di colombari perché la società che la produceva era fatta di gente che si organizzava in gruppo per affrontare la morte come affrontava il lavoro: mettendosi insieme.
Quando ti fermi davanti alla Tomba D, con le sue quattro file di nicchie, prova a immaginare quella stanza in uso: ogni alveolo con la sua olla, ogni olla con il suo nome, lucerne accese, l'odore di cera e di fumo, e una decina di persone vive sedute nel recinto esterno a mangiare in onore di chi sta dentro. Non è un luogo triste. È un luogo affollato.
I nomi sui muri: i graffiti della Necropoli di Via Portuense
Arriviamo alla parte che, per me, vale tutto il resto messo insieme.
Ianuaria, Brigantina
Sulle pareti delle tombe si conservano graffiti e iscrizioni che documentano informazioni sui defunti. Fra i nomi leggibili compaiono Ianuaria e Brigantina. Due donne. Due nomi che, presi da soli, dicono già una quantità sorprendente di cose.
Ianuaria è un nome derivato dal mese di gennaio, cioè da Giano: apparteneva alla categoria dei nomi calendariali, molto diffusi in ambiente servile e libertino. Chiamare una bambina schiava con il mese in cui era nata o era stata acquistata era pratica comune. Brigantina rimanda invece a un etnonimo di area celtica, i Brigantes della Britannia settentrionale, oppure a un toponimo alpino: un nome che profuma di provenienza lontana, di deportazione o di commercio di schiavi.
Fermiamoci un secondo su questo. In una camera sepolcrale della periferia romana, sulla strada del porto, due nomi femminili incisi con un chiodo sull'intonaco ci restituiscono il profilo esatto della popolazione che quella strada attraversava: gente di origine servile, spesso straniera, spesso battezzata dal padrone con un nome pratico, che a un certo punto ha ottenuto la libertà e con essa il diritto a un nome scritto e a un posto in cui essere ricordata.
Graffito, non lapide
C'è una differenza importante fra un'epigrafe su marmo e un graffito sull'intonaco. L'epigrafe è un investimento: si commissiona a un lapicida, costa, segue formule codificate, si legge da lontano. Il graffito è un gesto immediato, fatto con quello che si ha in mano, spesso storto, spesso sgrammaticato, a volte con lettere di dimensioni diverse perché chi scriveva stava in equilibrio precario.
Proprio per questo il graffito è più intimo. È qualcuno che vuole essere sicuro che quella nicchia, quella e non un'altra, sia riconoscibile. È il gesto di chi non vuole che il proprio morto si confonda con gli altri quaranta della stanza. Duemila anni dopo, quel gesto ha funzionato: noi stiamo qui a fare il nome di Ianuaria e di Brigantina, e non facciamo il nome di nessun console di quell'anno.
Cosa ci dicono i graffiti sui rapporti familiari
Le annotazioni sui muri della necropoli restituiscono, oltre ai nomi, indicazioni sulle relazioni: legami di parentela e riferimenti a persone di condizione libertina. È il materiale con cui gli storici ricostruiscono le famiglie allargate romane, che comprendevano il nucleo di sangue, gli schiavi domestici, i liberti del padrone e i loro discendenti. Il liberto manteneva un legame giuridico e morale con l'antico padrone, ne assumeva parte del nome, gli doveva rispetto e prestazioni. E spesso finiva nella sua stessa tomba.
La camera sepolcrale, insomma, era il ritratto sociale della casa: non solo chi era imparentato con chi, ma chi apparteneva a chi.
Liberti e collegi: la società che riposa nella Necropoli di Via Portuense
Chi erano i liberti
Nel mondo romano lo schiavo poteva essere affrancato, e l'affrancamento era molto più frequente di quanto immagini chi ha in testa l'immagine della schiavitù moderna. Un padrone poteva liberare uno schiavo per testamento, per riconoscenza, per calcolo, o lo schiavo poteva riscattarsi con il proprio peculio, il gruzzolo che gli era consentito accumulare.
Il liberto acquisiva la cittadinanza romana con qualche limitazione, prendeva il prenome e il gentilizio dell'ex padrone conservando il vecchio nome servile come cognome, e restava legato a lui da doveri di obsequium. I suoi figli, però, nascevano liberi a tutti gli effetti. In due generazioni una famiglia poteva passare dalla schiavitù alla piena rispettabilità municipale, e questo faceva della società romana una macchina di mobilità sociale unica nel mondo antico.
Perché i liberti dominano le necropoli suburbane
C'è un motivo sociologico preciso per cui i liberti sono così sovrarappresentati nelle epigrafi funerarie: avevano bisogno di dichiararsi. L'aristocratico era noto per nascita e non aveva bisogno di scriverlo. Il liberto sì. La sua identità era una conquista recente, fragile, e la pietra era il modo per fissarla. Il risultato è che l'epigrafia funeraria romana, incluso quello che leggiamo lungo la via Portuense, è largamente la voce di chi è salito, non di chi era già in cima.
I collegi professionali
Il mondo del porto era organizzato in corporazioni. Esistevano collegi di navicularii, di mensores, di fabri, di saccarii, ciascuno con la sua sede, il suo patrono, il suo calendario di feste. Molti collegi svolgevano anche funzione funeraria: garantivano ai soci un posto e un rito. La Necropoli di Via Portuense va letta anche in questa chiave: non solo tombe di famiglia, ma tombe di mestiere, tombe di squadra, tombe di chi lavorava insieme e sceglieva di stare insieme anche dopo.
La Tomba dell'Airone, il gioiello della Necropoli di Via Portuense
Se il Drugstore è il cuore del circuito, la Tomba dell'Airone è la sua perla. E ha una storia di conservazione che rasenta il miracolo.
Sotto una strada pubblica
Si trova in via Ravizza, nel settore fra Monteverde e Pozzo Pantaleo, e fu individuata anch'essa nel 1966. La camera misura circa 6,40 per 4,20 metri, con volta a botte interamente scavata nel banco di tufo. La sua salvezza dipende da un dettaglio quasi comico: si trova sotto la sede stradale, cioè sotto suolo pubblico, e quindi nessun costruttore ha potuto metterci le mani. Le tombe finite sotto i lotti privati sono in gran parte sparite; questa, protetta dall'asfalto di una via comunale, è arrivata intatta fino a noi.
L'accesso avviene dal garage di un condominio, attraverso una galleria chiusa da un cancello in ferro che passa sotto la strada e sbocca nella camera funeraria. Come esperienza di ingresso, è difficile da battere: entri in un box auto e ne esci nel II secolo dopo Cristo.
L'airone che spicca il volo
Le pareti conservano un ciclo pittorico con quattro uccelli in volo: un airone, un pavone, una colomba e un'anatra. Nel linguaggio funerario romano l'uccello che si alza in volo è l'immagine dell'anima che lascia il corpo, e il pavone in particolare porta con sé una lunga tradizione di immortalità, legata alla credenza che le sue carni non si corrompessero e all'associazione con l'apoteosi.
L'affresco più bello, quello che dà il nome alla tomba, mostra l'airone nell'atto di spiccare il volo mentre porta con sé un nastro svolazzante, reso con una gamma di toni dal bianco al grigio al rosa. Il nastro non è un ghirigoro decorativo: disegna un monogramma con la lettera M, con ogni probabilità l'iniziale del gentilizio della famiglia proprietaria. È una firma araldica ante litteram, affidata a un uccello.
Completano il repertorio tre creature fantastiche, ippocampi che uniscono tratti di serpente e di cavallo, con funzione protettiva e apotropaica. Il mare, anche nella pittura funeraria di una famiglia dell'entroterra portuense, non è mai lontano.
La struttura interna
La tomba combina due sistemi. Alle pareti corrono nicchie per le urne cinerarie, secondo lo schema del colombario, disposte attorno all'arcosolio destinato al pater familias, cioè alla nicchia arcuata di maggior prestigio riservata al capofamiglia. Sul pavimento, invece, si trovano fosse di inumazione e sarcofagi a cassone.
Questa compresenza è documentaria: fotografa il momento in cui il rito della cremazione cede progressivamente il passo all'inumazione, un passaggio che nel mondo romano si compie in modo abbastanza rapido nel corso del II secolo. Dentro una sola stanza si legge un cambiamento di mentalità collettiva. Non capita spesso.
Si visita?
La Tomba dell'Airone fa parte del circuito gestito dalla Soprintendenza Speciale di Roma, ma per ragioni evidenti di sicurezza e di conservazione non è accessibile con le stesse modalità del Drugstore Museum. Le aperture avvengono in occasioni programmate — le Giornate Europee del Patrimonio, alcune ricorrenze, visite guidate calendarizzate — e vanno verificate di volta in volta. È esattamente il tipo di luogo per cui vale la pena tenere d'occhio il programma ufficiale e prenotarsi appena si apre la finestra.
Vigna Pia: la Necropoli di Via Portuense all'aria aperta
Non tutto, per fortuna, è sotterraneo. Il settore di Vigna Pia offre l'unica occasione di vedere pezzi di questa necropoli sotto il cielo, con la luce naturale che cambia sulle murature.
Dove si trova e cosa conserva
L'area si trova all'interno del complesso del Casale di Vigna Pia, oggi occupato da un'attività di ristorazione, e conserva monumenti funerari databili fra il I e il III secolo dopo Cristo, presentati come museo a cielo aperto. È la porzione che consente di capire la logica topografica del sepolcreto: i monumenti si affacciavano sulla strada, si vedevano da chi passava, avevano una fronte, un ingresso, spesso un'iscrizione destinata a essere letta dal viandante.
Nel mondo romano il monumento funerario parla in prima persona al passante. Le formule epigrafiche lo dicono esplicitamente: siste gradum, ferma il passo. Il morto chiede un momento di attenzione a chi cammina. La necropoli lungo la strada non era un luogo separato dai vivi: era un pezzo di città che continuava a rivolgersi ai vivi, ogni giorno, a chi andava al porto e a chi tornava.
La vasca per lo scavo simulato
Nell'area di Vigna Pia è stata allestita anche una vasca per simulazioni didattiche di scavo, pensata per i bambini. So che a qualche purista storcerà il naso, ma difendo questa scelta senza esitazione: far capire a un bambino di otto anni che l'archeologia è metodo, stratigrafia, pazienza e documentazione — e non caccia al tesoro — è il modo migliore di produrre adulti che non danneggiano il patrimonio. Ho visto ragazzini uscire da esperienze del genere con una serietà che molti adulti non hanno davanti a una transenna.
Pozzo Pantaleo: il basolato e i sepolcri della via Campana
C'è un altro tassello del circuito che merita attenzione, ed è forse il più sorprendente per collocazione.
Un'area archeologica dentro una raffineria
L'area archeologica di Pozzo Pantaleo si trova su terreni di proprietà Eni, corrispondenti alla ex raffineria Purfina. Sì, hai letto bene: un tratto di strada romana e i suoi sepolcri conservati all'interno di un'area industriale petrolifera dismessa. Roma è così: il monumento non ha nessun obbligo di trovarsi in un contesto elegante.
Ciò che si conserva è un tratto basolato della via Campana, sul quale si affacciano sepolcri, strutture ricettive e strutture idrauliche, databili in un arco lungo che va dalla tarda età repubblicana all'età tardoantica.
Perché il basolato è la cosa più importante
Ai gruppi che accompagno dico sempre che, se dovessero salvare una sola cosa da questo circuito, dovrebbero salvare i basoli. Un pavimento stradale romano è un documento tecnico straordinario: i grandi blocchi poligonali di selce vulcanica, incastrati a secco con precisione millimetrica, posati su strati successivi di preparazione, con la carreggiata leggermente convessa per far scolare l'acqua ai lati. E soprattutto con i solchi delle ruote, scavati dai carri nel corso dei secoli.
Quei solchi sono la traccia fisica del traffico. Non ci sono numeri, non ci sono statistiche antiche sul volume di merci che risaliva dal porto verso Roma; ma il solco nella pietra è una statistica in sé, incisa da migliaia e migliaia di passaggi. Quando ci metti la mano dentro, stai toccando l'economia dell'Impero.
Strutture ricettive: la strada come servizio
Il fatto che accanto alla strada si trovino strutture ricettive dice qualcosa di importante. Una via consolare non era solo un nastro di pietra: era un sistema, con soste, stalle, punti d'acqua, alloggi, magazzini. Le mansiones e le mutationes davano ricovero e cambio di animali. La via Portuense era relativamente breve, ma il traffico era intensissimo, e il bisogno di servizi lungo il percorso era continuo. Le strutture idrauliche rinvenute qui completano il quadro: acqua per gli uomini, per le bestie, per la manutenzione.
Castel Malnome: il sepolcreto dei portatori di sale
E ora il capitolo che, quando lo racconto, cambia il tono di tutta la visita. Perché passiamo dai mosaici alle ossa, e le ossa qui hanno molto da dire.
Lo scavo del 2007
Nel 2007, nell'area di Castel Malnome, in prossimità di Ponte Galeria, lungo la direttrice della via Portuense verso il porto, viene indagata una necropoli di età imperiale. I numeri sono notevoli: circa 326 sepolture individuate e 292 individui recuperati, con una cronologia compresa fra la fine del I e gli inizi del III secolo dopo Cristo. Il rito è quasi esclusivamente l'inumazione, intorno al 97 per cento dei casi, con la presenza di alcuni roghi crematori.
Il profilo della popolazione
Qui viene il bello, o meglio il terribile. La composizione del campione è fortemente sbilanciata: la stragrande maggioranza dei sepolti sono uomini adulti, in una fascia d'età compresa all'incirca fra i trenta e i cinquant'anni. Le donne e i bambini sono una minoranza netta. Una necropoli così non è il cimitero di una comunità normale, dove ci si aspetta una distribuzione demografica equilibrata: è il cimitero di una comunità di lavoro.
Le ossa raccontano la fatica
Le analisi paleopatologiche hanno documentato su questi scheletri un quadro coerente e drammatico: problemi della colonna vertebrale, ernie discali, processi infiammatori a carico delle articolazioni. Sono le lesioni tipiche di chi solleva e trasporta carichi pesanti per anni, con la schiena e le spalle sotto sforzo continuo.
Da qui l'interpretazione avanzata dagli studiosi: si tratterebbe del sepolcreto dei saccarii salarii, i portatori di sacchi di sale che lavoravano nel comprensorio delle saline alla foce del Tevere. Uomini adulti, prevalentemente soli, morti fra i trenta e i cinquanta, con la colonna consumata. È l'archeologia che diventa medicina del lavoro con duemila anni di ritardo.
Perché questo sito cambia la lettura di tutto il resto
Quando torni al Drugstore Museum dopo aver conosciuto Malnome, guardi le tombe con occhi diversi. I mosaici della Tomba A, gli stucchi a conchiglia, il colombario con lo zoccolo purpureo appartengono a chi ce l'aveva fatta: liberti con un mestiere, una famiglia, un piccolo capitale. Le fosse di Malnome appartengono a chi non ce l'aveva fatta, o non ancora. La stessa strada, lo stesso secolo, lo stesso sistema economico, due destini diversi. La Necropoli di Via Portuense, presa nella sua estensione completa, è una radiografia della disuguaglianza romana con una precisione che nessuna fonte letteraria ci dà.
Le saline e il Campus Salinarum: l'economia dietro la Necropoli di Via Portuense
Un'industria antichissima
Le saline alla foce del Tevere sono legate alle origini stesse di Ostia e appartengono al nucleo più antico della memoria romana. Livio menziona le salinae Romanae in relazione a un episodio del 404 avanti Cristo. Il Campus Salinarum Romanarum era il grande comprensorio salifero che dava nome alla via Campana.
Ingegneria del sale
Le indagini archeologiche condotte all'inizio di questo secolo hanno restituito il funzionamento fisico di quell'industria: canali stretti per la circolazione dell'acqua e una barriera di terra rinforzata con oltre 1.400 anfore, realizzata nella prima metà del I secolo dopo Cristo. Mille e quattrocento anfore usate come materiale da costruzione idraulico: è il riuso su scala industriale, il contenitore che finisce la sua vita come mattone, un principio che i romani applicavano con una naturalezza che oggi chiameremmo economia circolare.
Le epigrafi delle saline
Due iscrizioni ci danno il volto amministrativo di questo mondo. Un cippo in travertino datato al 135 dopo Cristo documenta una dedica a Nettuno da parte dei conduttori Lucio Virtio Afrodito e Lucio Cornelio Esperio: due imprenditori che avevano in appalto lo sfruttamento delle saline e che ringraziano il dio del mare, cioè il socio silenzioso di ogni attività costiera. Una seconda epigrafe, databile fra il 197 e il 211 dopo Cristo, onora il Genio dei trasportatori di sale dell'intera città.
Quest'ultima merita un momento di attenzione. Il Genius era lo spirito tutelare di una persona, di un luogo o di un gruppo. Che una categoria di lavoratori — i portatori di sale — abbia un proprio Genio, e che lo si onori con una dedica su pietra, dice che quella categoria aveva coscienza di sé, struttura, orgoglio di mestiere. Gli uomini con la schiena rovinata sepolti a Malnome avevano un dio.
L'acquedotto Portuense e il paesaggio antico
C'è un ultimo elemento che completa il paesaggio di questo settore e che spesso viene dimenticato: l'acquedotto.
Acqua per il porto
Un sistema portuale con migliaia di addetti, terme, magazzini, fontane e navi da rifornire ha bisogno di acqua dolce in quantità industriale. L'acquedotto Portuense fu realizzato in età claudio-neroniana, cioè nella stessa stagione in cui il porto veniva impiantato, e correva lungo la direttrice della strada. Le arcate documentate presentano luci di circa 1,50 per 1,20 metri.
Le misure, di nuovo, valgono più di mille aggettivi. Non parliamo delle arcate monumentali della campagna romana, quelle che si fotografano al tramonto: parliamo di un'opera di servizio, funzionale, dimensionata sul bisogno. Che è precisamente lo spirito di tutto questo territorio: non celebrativo, ma operativo.
Un paesaggio che dobbiamo ricostruire con la testa
Se oggi percorri la via Portuense verso Fiumicino vedi capannoni, svincoli, rotatorie, centri commerciali e serre. Devi fare uno sforzo notevole per immaginare cosa c'era. Prova a sostituire mentalmente: la strada basolata al centro, i sepolcri allineati sui bordi nei primi chilometri, poi la campagna con le tenute agricole, i canali delle saline che luccicano verso il mare, gli archi dell'acquedotto che tagliano la piana, il fiume alla sinistra con le barche tirate a monte da uomini e buoi, e in fondo, all'orizzonte, l'esagono del bacino di Traiano con le vele.
Era uno dei paesaggi economicamente più densi del mondo antico. E la Necropoli di Via Portuense ne era il bordo permanente, la fila di monumenti che accompagnava chi entrava e chi usciva dalla capitale dell'Impero.
Isola Sacra e il confronto necessario con la Necropoli di Via Portuense
Chi si interessa di archeologia funeraria romana conosce la necropoli di Isola Sacra, il grande sepolcreto che si estende sulla lingua di terra fra Portus e Ostia, lungo la via Flavia che collegava i due centri. È il termine di paragone obbligato, e metterli a confronto aiuta a capire meglio entrambi.
Due cimiteri della stessa economia
Isola Sacra e la Necropoli di Via Portuense servivano lo stesso sistema: il porto imperiale e il suo indotto. Cronologicamente si sovrappongono ampiamente, con il picco fra il II e il III secolo. Socialmente pescano nello stesso bacino: ceto medio produttivo, liberti, artigiani, gente di commercio.
La differenza sta nella conservazione e nella visibilità. Isola Sacra è rimasta in campagna, non è stata sepolta da una periferia moderna, e oggi si visita come parco archeologico con i suoi monumenti in elevato, le facciate in laterizio, i recinti, le tombe a camera. La Necropoli di Via Portuense, invece, è finita sotto la città che cresceva, ed è arrivata a noi a pezzi, in frammenti incastonati fra i palazzi.
Il fascino del frammento urbano
Attenzione, però: non chiamerei sconfitta quella della Portuense. Isola Sacra ti mostra come appariva una necropoli romana. La Portuense ti mostra qualcosa che Isola Sacra non può mostrarti: il rapporto fra la città contemporanea e il suo sottosuolo antico, la negoziazione permanente fra chi deve costruire case e chi deve tutelare tombe.
Il visitatore che entra in un seminterrato condominiale e trova un mosaico dionisiaco impara una lezione su Roma che nessun parco archeologico può insegnargli. Impara che questa città non ha un passato accanto: ha un passato sotto, ovunque, e che ogni buca aperta è potenzialmente un ritrovamento.
Sarcofagi, corredi e la bambina con i gioielli d'oro
Fra i rinvenimenti del nucleo di via Portuense figurano quattro sarcofagi in marmo e un sarcofago in terracotta.
Helios e Selene
Uno dei sarcofagi marmorei è decorato con clipei raffiguranti Helios e Selene, cioè il Sole e la Luna. Il clipeo è lo scudo circolare entro cui si inscrive un ritratto o una figura: è uno degli schemi compositivi più usati nella scultura funeraria romana.
La coppia Sole-Luna sulle casse funerarie ha un valore cosmico ben preciso. Rappresenta l'alternanza, il ciclo che non si ferma, la continuità del tempo oltre la durata di una singola vita. Chi commissionava un sarcofago con Helios e Selene collocava il proprio morto dentro un ordine più grande, in cui la scomparsa di un individuo non è un'interruzione ma un momento di un movimento perpetuo. È una consolazione astronomica, e trovo che sia una delle più eleganti che l'antichità abbia prodotto.
La bambina di dieci anni
Il ritrovamento più commovente riguarda i resti di una bambina di circa dieci anni, deposta con un corredo di gioielli d'oro. Non aggiungo aggettivi, perché il fatto non ne ha bisogno.
Dico solo questo: un corredo aureo su una bambina di quell'età, in un contesto di necropoli suburbana lungo la strada del porto, ci racconta una famiglia che aveva mezzi e che ha scelto di spenderli per accompagnare una figlia. Nel mondo romano gli ornamenti femminili — anelli, orecchini, collane, bracciali, spilloni — avevano anche una funzione di protezione e di identità. Metterli addosso a una bambina morta significava vestirla per l'ultima volta come una donna che non sarebbe mai diventata.
Il sarcofago in terracotta
Il quinto sarcofago è in terracotta, e vale la pena sottolinearne il significato sociale. Il marmo costava, la terracotta molto meno. Nella stessa area, nello stesso periodo, convivono contenitori funerari di materiali diversi: è il segno che dentro il sepolcreto si stratificavano condizioni economiche differenti. Non tutti potevano permettersi Helios e Selene. Ma quasi tutti volevano un contenitore che avesse una forma, un coperchio, una dignità.
Dove sono finiti i reperti della Necropoli di Via Portuense
Questa è la domanda che mi fanno sempre, ed è giusto darle una risposta chiara.
Una parte è al Museo Nazionale Romano
I materiali provenienti da alcune delle tombe, in particolare quelli della Tomba D, sono stati trasferiti al Museo Nazionale Romano, che è l'istituzione di riferimento per le collezioni archeologiche statali della capitale e che si articola in più sedi. I pezzi di maggior pregio hanno preso quella strada, secondo una prassi consolidata di tutela: quando un contesto non può garantire condizioni di conservazione e sicurezza ottimali, i reperti mobili vengono ricoverati in museo.
Una parte è rimasta sul posto
Altri oggetti sono rimasti al Drugstore Museum, dove sono esposti insieme alle strutture. E alcune cose, come il vasellame in posto nella Tomba B o il sarcofago della Tomba C, non si sono mai mosse dal loro contesto originario, il che ha un valore documentario che nessuna vetrina può restituire.
Perché questa dispersione conta
Ti spiego perché insisto. Un oggetto archeologico senza contesto perde metà del suo significato. Un'olla cineraria in una vetrina è un vaso; la stessa olla nella sua nicchia, sotto il nome graffito della persona che conteneva, è un documento storico completo. Il valore aggiunto del circuito della Necropoli di Via Portuense sta proprio nel fatto che, in una discreta percentuale di casi, il contesto è sopravvissuto.
Se dovessi darti un ordine di visita ideale, ti direi: prima le tombe in via Portuense, poi il Museo Nazionale Romano. Prima il luogo, poi i pezzi. Chi fa il contrario si porta a casa una serie di belle cose senza sapere da dove venivano.
Cremazione e inumazione: il cambiamento leggibile nella Necropoli di Via Portuense
Prima si bruciava
Per tutta l'età tardorepubblicana e per il primo secolo dell'Impero, a Roma il rito prevalente è la cremazione. Il corpo veniva bruciato su una pira, le ceneri raccolte, lavate con vino, riposte in un'olla o in un'urna e collocate in una nicchia. Da qui il colombario, l'architettura pensata su misura per le urne.
Poi si è cominciato a seppellire
Nel corso del II secolo dopo Cristo, con un'accelerazione visibile intorno alla metà del secolo, l'inumazione prende il sopravvento. Il corpo viene deposto integro, in fossa o dentro un sarcofago. Cambia tutto: cambia l'architettura funeraria, perché servono spazi lunghi e non nicchie, cambia il mercato — nasce la grande produzione di sarcofagi scolpiti — cambiano i gesti del rito.
Le ragioni di questo passaggio sono state discusse per un secolo dagli studiosi e non sono state ridotte a una causa sola. Si è invocata l'influenza di culti orientali, il diffondersi di credenze sulla sopravvivenza del corpo, l'imitazione delle mode dell'aristocrazia, ragioni economiche legate al costo del combustibile per le pire. Quello che è certo è che il cambiamento fu profondo, relativamente rapido e generalizzato.
Dove lo vedi, qui
La Necropoli di Via Portuense è un ottimo posto per osservarlo, perché il suo arco di vita — dalla metà del I al IV-V secolo — attraversa esattamente questa transizione. Nelle stesse camere convivono nicchie per urne e fosse di inumazione, come nella Tomba dell'Airone, dove gli alveoli alle pareti e i sarcofagi a cassone sul pavimento raccontano due generazioni con due idee diverse di cosa fare del corpo.
E a Castel Malnome, fra fine I e inizi III secolo, l'inumazione è già dominante al 97 per cento, con solo qualche rogo residuo. La curva del cambiamento, qui, si legge sul terreno.
Riti, banchetti e calendario dei morti lungo la Necropoli di Via Portuense
I Parentalia e i giorni dei defunti
Il calendario romano prevedeva momenti fissi dedicati ai defunti. I Parentalia si celebravano in febbraio, per nove giorni, e si chiudevano con i Feralia: giorni in cui i templi chiudevano, non si celebravano matrimoni, e le famiglie si recavano alle tombe con offerte di fiori, pane, sale, grano, vino. Ai Lemuria di maggio si placavano invece gli spiriti inquieti con riti domestici notturni che prevedevano fave nere e formule ripetute nove volte.
Poi c'era la rosalia, la festa delle rose, in cui si ornavano le tombe di petali, e naturalmente il dies natalis del defunto, il giorno del compleanno, che continuava a essere festeggiato dopo la morte. Molte fondazioni testamentarie servivano proprio a garantire che qualcuno, negli anni a venire, portasse fiori e allestisse il banchetto nel giorno giusto.
Mangiare con i morti
Il refrigerium era il pasto consumato presso la tomba in compagnia del defunto. Non era una metafora: si mangiava lì, seduti nei recinti o nei triclini funerari, e in molte tombe romane esistono condotti che permettevano di versare vino o latte direttamente verso la sepoltura, perché il morto partecipasse.
Ecco perché i recinti che precedono due delle camere del nucleo di via Portuense non sono un dettaglio tecnico. Erano la sala da pranzo. Erano lo spazio in cui la famiglia allargata si ritrovava, alcune volte l'anno, e in cui la morte veniva addomesticata trasformandola in un appuntamento sociale.
Il patto con la memoria
Tutto il sistema funerario romano poggia su un patto: io ti garantisco un luogo e un rito, tu mi garantisci di essere ricordato. Le formule epigrafiche più diffuse — dis manibus, agli dei Mani, hic situs est, qui giace — servono a fissare quel patto per iscritto. La paura più grande non era la morte: era essere dimenticati, restare senza nome, senza nicchia, senza qualcuno che venisse a febbraio.
Per questo, quando guardo i nomi graffiti nella Necropoli di Via Portuense, non riesco a considerarli un dettaglio epigrafico. Sono la parte del contratto che è stata mantenuta.
La preistoria sotto la Necropoli di Via Portuense
Molto prima dei romani
C'è un capitolo che sorprende quasi tutti: la frequentazione di questo settore del suburbio è enormemente più antica dell'età imperiale. Nella zona di Muratella è stata individuata una sepoltura preistorica, attribuita a un individuo maschile deposto con punte di freccia in selce, riferibile a un orizzonte compreso fra la fine del Neolitico e l'età del Rame, cioè a millenni prima della fondazione stessa di Roma.
Il reperto è entrato a far parte del percorso espositivo del Drugstore Museum, dove si trova accanto alle testimonianze di età imperiale.
Cosa significa avere un guerriero eneolitico accanto a un colombario
Questo accostamento, che a prima vista sembra un'anomalia museografica, è invece la cosa più istruttiva del percorso. Ti mostra che la piana lungo il Tevere, con le sue risorse — acqua, sale, pesca, terreni alluvionali, un fiume navigabile — è stata attrattiva per gli esseri umani da sempre, e che i romani non hanno inventato questo paesaggio: lo hanno ereditato e industrializzato.
E ti mostra un'altra cosa: il gesto di seppellire qualcuno con degli oggetti, di segnare il punto, di dedicare fatica a un corpo che non serve più, precede la scrittura, precede la città, precede la religione organizzata. Fra le punte di freccia in selce di Muratella e i gioielli d'oro della bambina del sarcofago corrono tre o quattromila anni e un solo, identico pensiero.
Come si visita davvero la Necropoli di Via Portuense
Qui parlo chiaro, perché è la parte in cui più spesso la gente si fa male da sola.
Non è un'area libera in cui passeggiare
Mettiamolo per iscritto: la Necropoli di Via Portuense non è un sito all'aperto liberamente accessibile. Non esiste un cancello che si apre su un campo di tombe, non esiste una passeggiata archeologica lungo la strada. Il nucleo principale si trova nel seminterrato di un edificio privato e si visita esclusivamente all'interno del Drugstore Museum, in via Portuense 317, che è un luogo della cultura dello Stato gestito dalla Soprintendenza Speciale di Roma.
Gli altri tasselli del circuito hanno regimi ancora più restrittivi. La Tomba dell'Airone, in via Ravizza, si raggiunge attraverso il garage di un condominio e viene aperta solo in occasioni programmate. L'area di Pozzo Pantaleo si trova all'interno di una proprietà industriale e non si visita liberamente. Il settore di Vigna Pia è inserito nel complesso di un casale oggi destinato ad altra attività.
Ingresso e informazioni pratiche
L'accesso al Drugstore Museum e al circuito è gratuito, ed è previsto un periodo di chiusura stagionale, indicativamente dal 1° luglio al 15 settembre, dedicato a interventi di miglioramento della struttura. Gli orari di apertura e il calendario delle visite guidate alle sezioni non permanentemente accessibili vanno verificati sul sito ufficiale della Soprintendenza Speciale di Roma prima di mettersi in strada: sono soggetti a variazioni stagionali e a chiusure tecniche, e arrivare qui a porte chiuse è un dispiacere evitabile.
Il consiglio operativo che do sempre
Telefona o scrivi prima. Non è un museo di massa con presidio continuo e biglietteria automatica: è una struttura di quartiere con un personale limitato che fa un lavoro straordinario in condizioni non facili. Un contatto preventivo ti garantisce l'apertura, ti consente di chiedere se sono in programma aperture della Tomba dell'Airone, e spesso ti fa incontrare qualcuno disposto a raccontarti il sito molto meglio di qualsiasi pannello.
Accessibilità e condizioni degli ambienti
Il sito è indicato come accessibile, ma vale la pena ricordare che si tratta di ambienti ipogei, con dislivelli, gradini e passaggi originari romani che non sono stati progettati con criteri contemporanei. La temperatura sotterranea è più bassa e l'umidità più alta rispetto all'esterno: anche in agosto, una felpa leggera in borsa non è mai una cattiva idea. E chi soffre di claustrofobia deve sapere in anticipo che alcune camere sono piccole e chiuse.
Quanto tempo mettere in conto
Per il solo Drugstore Museum e la necropoli sottostante, con calma e con qualcuno che spiega, calcola un'ora e mezza. Se riesci a combinare l'apertura della Tomba dell'Airone nello stesso giorno, arrivi tranquillamente a mezza giornata. Non è un luogo da fare di corsa: la sua forza sta nei dettagli, nei nomi sui muri, nelle tessere del mosaico, e i dettagli richiedono tempo.
Il quartiere intorno alla Necropoli di Via Portuense
Portuense, un pezzo di Roma vera
Non aspettarti cartoline. Il quartiere Portuense è residenziale, popolare, stratificato: palazzine anni Cinquanta e Sessanta, condomini più recenti, botteghe storiche, forni, mercati rionali, e un tessuto sociale molto meno cinematografico del centro. Personalmente lo trovo uno dei pezzi di Roma più interessanti da attraversare, proprio perché non recita.
Camminando verso il Tevere si incontra la fascia dei Magazzini Generali e degli ex complessi industriali, testimonianza di una Roma produttiva che pochi raccontano. Salendo verso Monteverde si cambia registro: villini, viali alberati, il Parco del Gianicolo in cima, e il Villino Corsini con la vista che ripaga qualunque salita.
Cosa combinare nella stessa giornata
Se vuoi costruire una giornata coerente attorno alla Necropoli di Via Portuense, il filo conduttore è la strada. Parti da Porta Portese, dove la via cominciava, e se è domenica fai due passi nel mercato per capire che quel varco nelle mura è ancora, dopo duemila anni, un luogo di scambio di merci. Poi risali verso Trastevere, che era il Transtiberim dei defunti sepolti qui, e cerca nelle sue chiese e nei suoi vicoli le tracce di quel quartiere di stranieri e artigiani. Poi scendi lungo la Portuense fino al museo.
Se hai un giorno intero e una macchina, prolunga fino all'area di Fiumicino: il Porto di Traiano, con il suo bacino esagonale, e la necropoli di Isola Sacra chiudono il cerchio in modo perfetto. Vai a vedere il punto di arrivo della strada che ha generato tutte queste tombe. Verifica sempre in anticipo aperture e modalità di accesso di quei siti, che hanno calendari propri.
Il Gianicolo come conclusione
Un consiglio da guida: chiudi la giornata sul Gianicolo, al tramonto. Da lassù, guardando verso sud-ovest, hai davanti tutta la direttrice portuense che scende verso il mare. È l'unico punto in cui puoi abbracciare con lo sguardo la geografia che hai passato la giornata a ricostruire sottoterra.
Come arrivare alla Necropoli di Via Portuense
Con i mezzi pubblici
Il Drugstore Museum si trova in via Portuense 317. La zona è servita da diverse linee di autobus, fra cui la 718, la 170, la 792 e la 791. Da Trastevere e dalla stazione Trastevere si raggiunge senza difficoltà; da Termini conviene combinare metropolitana e autobus, oppure usare i collegamenti ferroviari regionali verso Trastevere e proseguire in superficie.
Ti avviso di una cosa che dico sempre: la via Portuense ha una numerazione lunga e ingannevole. Il civico 317 non è dove istintivamente lo cercheresti se arrivi dal centro. Controlla la fermata esatta prima di scendere, perché fra un numero e l'altro qui si camminano parecchie centinaia di metri lungo una strada trafficata e non particolarmente amichevole per i pedoni.
In auto o in bicicletta
In auto è raggiungibile e la zona non è a traffico limitato come il centro storico, ma il parcheggio è quello che è: quartiere residenziale denso, posti contesi, doppie file creative. Se vieni dal Grande Raccordo Anulare l'uscita sulla Portuense ti porta direttamente sulla direttrice.
In bicicletta, per chi se la sente, il percorso lungo il Tevere è una soluzione elegante: si pedala sulla pista ciclabile fluviale e si risale verso la Portuense nell'ultimo tratto. È anche il modo più fedele all'antico, perché segui esattamente la direttrice che seguivano le merci del porto.
Un avvertimento sull'orientamento
Non cercare cartelli marroni monumentali visibili da lontano. La segnaletica c'è ma è discreta, e l'ingresso è a livello commerciale, sotto un edificio di appartamenti. Se ti trovi davanti a una vetrina e pensi di aver sbagliato indirizzo, probabilmente sei arrivato.
Una curiosità su Necropoli di Via Portuense
La curiosità più gustosa riguarda il nome del museo che oggi custodisce le tombe. Si chiama Drugstore Museum, e chiunque ci arrivi la prima volta pensa a un vezzo anglofilo di qualche direttore creativo. Non lo è affatto: è la registrazione fedele di un fatto storico. In quel seminterrato, negli anni Ottanta, apriva il primo drugstore d'Italia, un esercizio aperto ventiquattro ore su ventiquattro in un quartiere che di notte, fino ad allora, chiudeva completamente.
Il risultato è che per qualche anno Roma ha avuto un posto in cui si poteva comprare qualunque cosa alle tre di notte e, nello stesso edificio, avere a pochi metri un colombario di età imperiale con i nomi dei morti graffiti sull'intonaco. La convivenza fra il consumo notturno e la necropoli romana è la sintesi involontaria più perfetta che questa città abbia mai prodotto senza volerlo.
C'è poi un secondo livello di curiosità, che riguarda la scelta museografica attuale. Quando lo Stato ha recuperato lo spazio, avrebbe potuto cancellare la memoria commerciale e presentare solo l'archeologia. Ha fatto l'opposto: ha conservato il nome e ha costruito accanto alle tombe un museo dedicato alla cultura materiale del Novecento, alle arti applicate, al design, alle produzioni industriali. Così oggi, nello stesso percorso, vedi un'olla cineraria del II secolo e un oggetto d'uso quotidiano degli anni Sessanta. È un accostamento che disorienta e che funziona: perché ti costringe a chiederti quale dei due oggetti, fra duemila anni, racconterà meglio chi eravamo.
La mia risposta personale, dopo molte visite, è che vinceranno le nicchie con i nomi. Perché un elettrodomestico racconta cosa facevamo, ma un nome graffito racconta chi ci mancava.
Una cosa che non ti dice nessuno su Necropoli di Via Portuense
Quella che non ti dice quasi nessuno è che questa necropoli ha una gemella scomoda, e che senza di lei il quadro resta consolatorio e falso.
La gemella si chiama Castel Malnome e si trova più a valle, verso Ponte Galeria, lungo la stessa direttrice verso il porto. Lo scavo condotto lì ha restituito centinaia di sepolture — dell'ordine di oltre trecento — con quasi trecento individui recuperati, di età compresa fra la fine del I e gli inizi del III secolo dopo Cristo. La composizione è anomala: quasi solo uomini adulti fra i trenta e i cinquant'anni, poche donne, pochissimi bambini. E gli scheletri portano tutti lo stesso marchio: colonne vertebrali compromesse, ernie, articolazioni infiammate. Le lesioni di chi ha trasportato pesi per tutta la vita.
Gli studiosi hanno riconosciuto in quel sepolcreto la comunità dei portatori di sale che lavorava nel comprensorio delle saline alla foce del Tevere. Non famiglie, non quartieri: squadre di lavoro. Uomini che arrivavano, caricavano sacchi per vent'anni e finivano in una fossa poco distante dal luogo dove avevano lavorato.
Ecco perché lo trovo scomodo. Nel Drugstore Museum guardi i mosaici con i satiri che vendemmiano, gli stucchi a conchiglia, il colombario con lo zoccolo purpureo, e ti fai l'idea di una società funeraria decorosa e mediamente agiata. È vero, ma è metà della verità: quelle tombe appartengono a chi ce l'aveva fatta, ai liberti con un mestiere e un piccolo capitale. La stessa strada, negli stessi decenni, produceva anche l'altra metà, quella senza mosaici e senza nome, con la schiena consumata. Chi visita solo il museo torna a casa con una Roma più gentile di quanto fosse. Chi tiene a mente Malnome torna a casa con quella vera.
Il consiglio che ti do per visitare Necropoli di Via Portuense
Il consiglio numero uno è banale e nessuno lo segue: chiama prima. Questo non è un grande museo con presidio continuo e file di custodi. È una struttura di quartiere, con personale limitato, orari che possono variare, un periodo di chiusura stagionale nel cuore dell'estate — indicativamente dal 1° luglio a metà settembre — e sezioni del circuito che si aprono solo in date programmate. Un contatto preventivo con la Soprintendenza Speciale di Roma ti risparmia il viaggio a vuoto e, spesso, ti procura molto di più: la possibilità di inserirti in una visita accompagnata, o di sapere che nei giorni successivi apre la Tomba dell'Airone.
Il consiglio numero due riguarda la testa con cui entri. Non venire qui cercando la meraviglia da colonnato. Se arrivi con l'aspettativa del Colosseo, resterai deluso e sarà colpa tua, non del sito. Vieni cercando il dettaglio: le tessere bianche e nere del mosaico dionisiaco, il colore porpora sopravvissuto sullo zoccolo del colombario, la lettera storta di un nome inciso con un chiodo. Qui la scala è intima, e la ricompensa è proporzionale all'attenzione che ci metti.
Il consiglio numero tre è pratico e ci tengo. Porta una felpa leggera anche in estate: gli ambienti sono ipogei, la temperatura scende e l'umidità sale. Metti scarpe con suola che tenga, perché i pavimenti antichi non sono livellati e i gradini romani hanno alzate irregolari. Non usare il flash sugli affreschi. E non appoggiarti alle pareti, per quanto invitanti: quell'intonaco ha duemila anni e i graffiti che lo rendono prezioso sono profondi pochi decimi di millimetro.
Il consiglio numero quattro, il più importante: fai questa visita in un ordine sensato. Prima le tombe in via Portuense, con i loro contesti, e solo dopo il Museo Nazionale Romano, dove sono confluiti i materiali più pregiati provenienti da alcune di queste camere. Prima il luogo, poi gli oggetti. Chi fa il contrario vede belle cose in vetrina senza sapere da quale nicchia venissero, e si perde esattamente ciò che rende questo sito diverso da tutti gli altri.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è questo: la via Portuense non nasce come una via qualsiasi, ma come raddoppio e razionalizzazione di una strada molto più antica, la via Campana, il cui nome non ha nulla a che vedere con la Campania e deriva invece dal Campus Salinarum Romanarum, il grande comprensorio delle saline romane alla foce del Tevere. Lo sanno tutti gli addetti ai lavori, lo si legge in qualunque manuale di topografia laziale, e tuttavia nelle visite non lo racconta quasi nessuno.
Eppure cambia il senso di tutto. Significa che questa direttrice esisteva secoli prima del porto imperiale: i lastricati indagati si datano all'incirca fra il 325 e il 250 avanti Cristo, con rifacimenti che arrivano fino all'età di Claudio, e le fonti antiche ricordano le saline romane già in relazione a episodi di inizio IV secolo avanti Cristo. Roma, cioè, aveva costruito una strada verso il mare non per l'imperialismo mediterraneo, ma per il sale: per la tecnologia che consentiva di conservare il cibo, e quindi di sopravvivere all'inverno, di nutrire un esercito, di commerciare derrate.
Quando Claudio impianta il porto e la strada viene potenziata, la funzione si sovrappone senza cancellare la precedente. Il tratto occidentale della via Portuense, largo circa 5,30 metri, è di età traianeo-adrianea, ma corre lungo un corridoio che serviva le saline da secoli. E le saline continuarono a produrre: lo testimoniano un cippo in travertino del 135 dopo Cristo con la dedica a Nettuno da parte dei conduttori Lucio Virtio Afrodito e Lucio Cornelio Esperio, e un'epigrafe di poco successiva, databile fra il 197 e il 211, che onora il Genio dei trasportatori di sale dell'intera città.
Tienilo a mente mentre guardi le tombe: gran parte della gente che riposa lungo questa direttrice non è morta al servizio del grano d'Egitto o del marmo d'Africa. È morta al servizio di una cosa molto più umile e molto più necessaria, che nessuno racconta perché non fa scena. Il sale.
La foto giusta da fare a Necropoli di Via Portuense
Partiamo da quello che non funziona. La foto sbagliata è la panoramica dell'ambiente: entri, ti metti di spalle al muro, inquadri tutta la camera e ottieni un rettangolo grigio, mal illuminato, in cui non si capisce niente. Gli ambienti ipogei non si lasciano riassumere. Sono piccoli, bui, senza un punto di vista che li domini, e ogni tentativo di prenderli per intero produce un'immagine che potrebbe essere una cantina qualsiasi.
La foto giusta è invece un dettaglio, e ti dico quale. È l'angolo del mosaico della Tomba A dove compare il kantharos, la coppa a due anse del corteo dionisiaco. Inquadralo stretto, con la macchina o il telefono quasi paralleli al pavimento, in modo che le tessere bianche e nere occupino tutto il fotogramma e la geometria della figura si stacchi netta. Il bicromo romano è nato per essere leggibile in condizioni di luce scarsa, e in fotografia rende benissimo proprio quello che rendeva bene alla luce delle lucerne: contrasto puro, nessuna sbavatura cromatica. Non serve flash, che anzi appiattisce e rischia di danneggiare le superfici: appoggia il gomito, respira, scatta.
La seconda foto che consiglio è verticale, ed è la parete di nicchie del colombario grande. Mettiti frontale, centra una colonna di alveoli e lascia che le file si perdano fuori dall'inquadratura sopra e sotto. La ripetizione è il soggetto. Quattro file di dieci-tredici nicchie ciascuna sono un ritmo architettonico, e in fotografia il ritmo funziona meglio di qualunque veduta d'insieme. È anche l'immagine che spiega meglio, a chi guarderà la foto senza esserci stato, cosa fosse davvero un colombario: non una tomba, un condominio.
Se hai la fortuna di entrare nella Tomba dell'Airone, allora la foto è una sola e non ci sono discussioni: l'airone che spicca il volo con il nastro svolazzante che disegna la lettera M. Tonalità dal bianco al grigio al rosa, su una superficie scavata nel tufo, in una camera di circa sei metri e quaranta per quattro e venti. Inquadra solo l'uccello e il nastro, senza tentare di prendere la volta intera. È il momento in cui duemila anni fa un pittore ha deciso che l'anima assomiglia a un trampoliere che si alza in volo, e quel gesto merita di stare al centro del fotogramma da solo.
Un'ultima raccomandazione, da guida che ha visto troppe cose andare storte: verifica sempre sul posto se le riprese sono consentite e con quali modalità. Negli ambienti con affreschi le regole possono essere più severe, e in ogni caso il buon senso vale più del regolamento. Nessuna fotografia vale un centimetro quadrato di intonaco dipinto.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento che segna questo territorio non ha data certa e precede di gran lunga Roma. Nell'area di Muratella è emersa la sepoltura di un individuo maschile deposto con punte di freccia in selce, riferibile a un orizzonte fra la fine del Neolitico e l'età del Rame, oggi inserito nel percorso espositivo del museo. Migliaia di anni prima che qualcuno pensasse a una città sul Tevere, qui si seppelliva già qualcuno con i suoi oggetti, segnando il punto.
Il secondo avvenimento è economico e antichissimo: l'impianto e lo sfruttamento del Campus Salinarum Romanarum alla foce del fiume. Le fonti antiche ricordano le saline romane in relazione a episodi di inizio IV secolo avanti Cristo, e da quel comprensorio prende nome la via Campana, i cui lastricati sono stati datati indicativamente fra il 325 e il 250 avanti Cristo. È l'atto di nascita della direttrice lungo cui, secoli dopo, si distenderà la necropoli.
Il terzo avvenimento è imperiale e cambia tutto: la decisione di Claudio, a metà del I secolo dopo Cristo, di costruire alla foce del Tevere un porto artificiale che risolvesse l'insabbiamento di Ostia, e il successivo intervento di Traiano con il bacino esagonale interno all'inizio del II secolo. Il potenziamento della strada segue: il tratto occidentale della via Portuense, largo circa 5,30 metri, è riferito all'età fra Traiano e Adriano, mentre l'acquedotto Portuense, con arcate di circa 1,50 per 1,20 metri, viene realizzato in età claudio-neroniana. È in questa fase che la necropoli si riempie: la sua massima espansione si colloca fra la fine del I e la fine del III secolo.
Il quarto avvenimento è un lungo silenzio, durato quasi due millenni, interrotto nell'Ottocento. Intorno al 1857 gli sbancamenti per la costruzione della ferrovia mettono in luce lungo la direttrice sostruzioni, ambienti termali, pavimenti musivi e monumenti funerari. Erano altri tempi e altre pratiche di tutela: si prendeva nota, si prelevava, si proseguiva. Molto di quel materiale ha perso per sempre il proprio contesto.
Il quinto avvenimento è il 1966, l'anno decisivo. Gli sbancamenti meccanici per la costruzione di villini lungo la via Portuense intercettano le camere sepolcrali; una relazione archeologica di quell'anno descrive la parte superiore di un colombario scavato nel tufo e quasi completamente interrato. Nello stesso anno viene individuata anche la Tomba dell'Airone, in via Ravizza. Nel 1967 sorge l'edificio che ingloba nel proprio seminterrato cinque ambienti sepolcrali, due preceduti da recinti.
Il sesto avvenimento è commerciale e poi malinconico: negli anni Ottanta apre in quel seminterrato il primo drugstore italiano, negli anni Novanta l'attività fallisce e il sito resta inaccessibile per circa quindici anni. Il settimo è la ripartenza: nel 2005 viene siglato l'accordo con la Soprintendenza Archeologica di Roma che avvia la trasformazione in luogo statale, il riallestimento museografico prende forma a partire dal 2015 e l'apertura al pubblico matura sul finire del 2019.
L'ottavo avvenimento, infine, è del 2007 e sta più a valle: l'indagine della necropoli imperiale di Castel Malnome, presso Ponte Galeria, con oltre trecento sepolture individuate, quasi trecento individui recuperati e una cronologia fra fine I e inizi III secolo. È lo scavo che ha restituito il profilo osteologico dei portatori di sale e che ha aggiunto al racconto di questa strada il capitolo più duro.
Chi è passato da Necropoli di Via Portuense
La domanda su chi sia passato di qui, in questo luogo, ha una risposta diversa dal solito, e per me è la ragione principale per cui vale la visita. Nelle grandi rovine romane si passano in rassegna imperatori, papi e viaggiatori celebri. Qui no. Qui i protagonisti hanno nomi che nessuna fonte letteraria ha mai registrato, e li conosciamo per un motivo soltanto: qualcuno li ha graffiti su un muro con un chiodo.
Da qui è passata Ianuaria. Il suo nome deriva dal mese di gennaio, cioè da Giano, e appartiene alla categoria dei nomi calendariali, largamente diffusi in ambiente servile: chiamare una bambina schiava con il mese della nascita o dell'acquisto era prassi corrente. Da qui è passata Brigantina, un nome che rimanda a una provenienza lontana, di ascendenza celtica, e che porta con sé l'ombra dei percorsi con cui gli esseri umani arrivavano a Roma non per scelta. Due donne, due nomi incisi sull'intonaco di una camera sepolcrale della periferia sud-occidentale, sopravvissuti a diciotto secoli di terremoti, allagamenti, ruspe e speculazione edilizia.
Da qui è passata una bambina di circa dieci anni, deposta in un sarcofago con un corredo di gioielli d'oro, di cui non conosciamo il nome. E sono passati gli abitanti del Transtiberim, la quattordicesima regione augustea: liberti, artigiani, gente di magazzino e di fiume, membri di collegi professionali che pagavano una quota mensile per garantirsi un funerale decoroso e un posto in una nicchia. È la Roma che lavorava, e che qui, per una volta, ha il microfono.
Più a valle, lungo la stessa direttrice, sono passati gli uomini di Castel Malnome: quasi trecento individui recuperati, in stragrande maggioranza maschi adulti fra i trenta e i cinquant'anni, con colonne vertebrali compromesse, ernie e articolazioni infiammate. Portatori di sacchi di sale. Nessuno di loro ha lasciato un nome. Hanno lasciato le ossa, e le ossa hanno parlato lo stesso.
Sono passati poi i conduttori delle saline, e questi un nome ce l'hanno perché se lo sono pagato: Lucio Virtio Afrodito e Lucio Cornelio Esperio, che nel 135 dopo Cristo dedicarono a Nettuno un cippo in travertino. E sono passati i pittori e i mosaicisti anonimi che hanno steso il porpora sullo zoccolo del colombario, composto i satiri vendemmianti in tessere bianche e nere e dipinto l'airone con il nastro a forma di M.
Infine, con un salto di diciotto secoli, sono passati di qui gli operai delle ruspe del 1966, che tagliando il tufo per fare le fondamenta hanno riportato alla luce tutto questo; i clienti notturni del drugstore degli anni Ottanta, che compravano il latte a due passi da un colombario imperiale senza pensarci troppo; e gli archeologi e i restauratori che dal 2005 in poi hanno ricucito lo strappo e restituito il sito alla città. In una necropoli, alla fine, passa sempre più gente da viva che da morta. È esattamente quello che i romani volevano quando scrivevano sulle tombe di fermarsi un attimo, viandante.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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