River Bar
Via di Santa Passera, 25
Roma
Il River Bar è la versione estiva del TAG, lo spazio che si affaccia sulla riva destra del Tevere all’altezza di via di Santa Passera, tra il Portuense e la Magliana. D’estate cambia pelle: la vista sul fiume resta quella, invidiabile e piuttosto rara in questa città, ma il locale si rifà il trucco e soprattutto alza il volume della musica. È una di quelle trasformazioni stagionali che a Roma succedono più spesso di quanto si creda, e che quasi nessuno racconta per bene, perché il posto non si trova in centro, non ha una vetrina su una piazza famosa e non finisce nelle guide che i turisti si portano dietro.
Ti dico subito una cosa, così ci mettiamo d’accordo sul tono di quello che segue. Roma ha un rapporto strano con il proprio fiume. Ce l’ha attraversato in mezzo, lo ha usato per duemilasettecento anni come strada d’acqua, ci ha costruito sopra i ponti più belli che si ricordino, e poi, dopo le alluvioni dell’Ottocento, lo ha chiuso dentro i muraglioni e ha smesso di guardarlo. Il risultato è che in una città con un fiume che la taglia in due, i posti da cui puoi davvero vedere l’acqua mentre bevi qualcosa si contano sulle dita di due mani, e diversi di questi sono stagionali, temporanei, sempre un po’ in bilico tra una concessione e l’altra. Il River Bar appartiene a questa famiglia, e questo, prima ancora di qualsiasi discorso su cocktail e dj set, è il motivo per cui vale la pena raccontarlo.
La collocazione è la parte interessante. Via di Santa Passera è una strada breve che scende verso il fiume dal lato destro, quello che guarda San Paolo. Prende il nome dalla chiesa di Santa Passera, che si trova pochi passi più in là ed è, senza esagerare, uno dei luoghi più curiosi e meno visitati di tutta Roma: una chiesa dedicata a una santa che non è mai esistita, costruita sopra un mausoleo romano del secondo secolo, con un oratorio medievale al piano intermedio e una cripta ipogea sotto ancora. Se non l’hai mai vista, la sera che passi al River Bar hai una scusa perfetta per arrivare un’ora prima e fare due passi. Ci torno tra poco con calma, perché la storia merita.
Il fronte fiume, qui, è quello della golena destra. Sull’altra sponda, quasi di fronte, ci sono la basilica di San Paolo fuori le mura e il quartiere Ostiense. È un tratto di Tevere che i romani attraversano ogni giorno in macchina sulla Magliana o sulla circonvallazione Ostiense senza mai guardarlo, e che invece dal livello dell’acqua ha un’aria completamente diversa: larga, lenta, con la vegetazione ripariale che d’estate copre le sponde e con gli aironi che, se hai pazienza e stai zitto, si fanno vedere sul serio. Non è il Tevere da cartolina di ponte Sant’Angelo. È il Tevere di lavoro, quello che scendeva verso il porto, e ha un fascino tutto suo che si apprezza soltanto stando fermi a guardarlo per venti minuti.
Che cos’è questo posto, spiegato bene
Mettiamo in fila i dati che si possono dire senza inventare niente. L’indirizzo è via di Santa Passera 25, quartiere Portuense, Municipio XI. La fonte lo classifica insieme come bar, cocktail bar e locale con programmazione musicale serale, indica apertura tutti i giorni della settimana dalle diciannove alle due e segnala due cose che nel contesto contano parecchio: che è aperto anche la domenica e che ha tavoli all’aperto. Sulla carta sembrano dettagli da nulla. In pratica, per un posto che vive del suo affaccio sul fiume, il tavolo all’aperto è tutto il locale, e l’apertura domenicale in una zona dove la domenica sera cala una specie di sipario è una scelta precisa.
La riga che la fonte usa per descriverlo è secca e dice l’essenziale: il TAG si fa bello per la stagione estiva e mantiene l’invidiabile vista fiume con una nuova veste e molta più musica. Tre informazioni in ventidue parole. Prima: esiste un’identità invernale, il TAG, e una estiva, il River Bar, nello stesso spazio fisico. Seconda: l’elemento che non cambia mai, quello su cui il posto è costruito, è l’affaccio sull’acqua. Terza: la differenza tra le due stagioni non è solo estetica ma di programmazione, perché d’estate la musica diventa il fulcro invece che il sottofondo.
Su che cosa sia esattamente il TAG nel suo formato invernale, e da quanti anni esista in questa forma, non risultano elementi documentati. Te lo dico apertamente perché preferisco un vuoto dichiarato a un riempimento inventato. Quello che si può osservare è il meccanismo, ed è un meccanismo classico della Roma fluviale: uno spazio che d’inverno funziona come locale al chiuso e d’estate si rovescia verso l’esterno, verso la terrazza, verso l’acqua, cambiando nome per segnalare al pubblico che si tratta di un’altra esperienza. Non è marketing furbo. È il modo in cui questa città ha sempre gestito il proprio clima, che per otto mesi l’anno ti tiene dentro e per quattro ti butta fuori.
Sulla stagione in corso vale una precisazione di calendario. Siamo a metà settembre 2026, e per un posto estivo questo significa o gli ultimissimi fine settimana o la chiusura già avvenuta con il passaggio alla programmazione al coperto. Le date esatte di apertura e chiusura di quest’anno non le conosco e non le invento: se il posto ti interessa per un venerdì di fine settembre, la cosa sensata è controllare i loro canali prima di uscire di casa, perché in questa fascia di stagione i programmi cambiano di settimana in settimana e dipendono dal meteo più che dalle intenzioni di chi gestisce.
La chiesa che dà il nome alla strada
Adesso la parte più interessante, che è anche il motivo per cui questo indirizzo vale molto più di quanto sembri. Santa Passera è una santa che non è mai esistita. Non è una battuta, è una constatazione storica: nel martirologio cristiano non c’è nessuna santa con quel nome, eppure a Roma esiste da secoli una chiesa che si chiama così, una strada che prende il nome dalla chiesa, un borghetto che ha preso il nome dalla strada, e un locale che oggi porta quel numero civico.
La spiegazione più accreditata è una catena di storpiature popolari, e trovo che sia una delle storie più belle che Roma sappia raccontare sul proprio modo di masticare le parole. La chiesa, agli inizi, era dedicata a due santi alessandrini, Ciro e Giovanni, medici e martiri, i cui resti secondo la tradizione furono sbarcati proprio qui, sulla riva del Tevere, agli inizi del quinto secolo, arrivando dall’Egitto per essere portati dentro Roma. Nei documenti dall’undicesimo al tredicesimo secolo il luogo compare come Sancti Abbacyri, oppure Sancti Cyri et Iohannis. Abbacyri viene da Abbàs Cyrus, padre Ciro. Da lì il romanesco fa il suo mestiere: Appaciro, Appàcero, Pàcero, Pàcera, e alla fine Passera. In un documento del 1317 compare già un appezzamento descritto come posto fuori porta Portuense, in loco qui dicitur Sancta Pacera. Dal Trecento in poi quel nome diventa quello ufficiale, e una santa inesistente entra stabilmente nella toponomastica di Roma.
Non finisce qui, perché a un certo punto la confusione popolare ci mette del suo e prova ad assimilare questa Passera inventata a santa Prassede, che invece è esistita eccome, festeggiandone la ricorrenza il ventuno di luglio. Il risultato è che per secoli, in questo angolo di riva destra, si è celebrata una santa che era la deformazione fonetica di un padre della chiesa egiziano, sovrapposta per errore a una martire romana con cui non c’entrava assolutamente nulla. Se cerchi un esempio di come funziona davvero la religiosità popolare, difficilmente ne trovi uno più limpido.
C’è poi l’altro aspetto, quello che a Roma nessuno riesce a ignorare e che infatti ha prodotto secoli di battute: il nome coincide con una parola del romanesco che indica l’organo sessuale femminile, e Giuseppe Gioachino Belli non si è fatto certo pregare. Il doppio senso ha accompagnato il luogo per generazioni, ed è probabilmente uno dei motivi per cui il toponimo è sopravvissuto con tanta tenacia: i nomi che fanno ridere non si dimenticano. Va segnalato perché fa parte della storia del posto, non per fare una battuta.
La cripta, l’oratorio, i tre piani sovrapposti
Dal punto di vista archeologico il complesso di Santa Passera è una cosa seria, e vale la pena capirne la struttura prima di andarci, perché a colpo d’occhio sembra soltanto una chiesetta di campagna capitata per sbaglio tra i palazzi.
Sono tre livelli sovrapposti. In alto la chiesa trecentesca: pianta rettangolare, navata unica, abside, soffitto ligneo, facciata sopraelevata preceduta da una terrazza a cui si sale per una doppia rampa di scale. Dentro, nel presbiterio semicircolare, ci sono un Cristo circondato da santi e una seconda pittura con Cristo insieme a Ciro e Giovanni. Ma la chiesa trecentesca è stata costruita sopra qualcosa di molto più antico, e lo vedi anche da fuori: sul fianco sinistro affiorano ancora le caratteristiche architettoniche di un mausoleo romano della seconda metà del secondo secolo dopo Cristo, con tratti che gli studiosi hanno accostato al cenotafio di Annia Regilla sull’Appia Antica. Guardi una chiesa medievale e in realtà stai guardando una tomba imperiale riusata.
Al piano intermedio c’è l’oratorio medievale, che risale al quinto secolo e a cui si accede da una porta esterna rialzata rispetto al terreno. Sono quattro ambienti in mattoni, intercomunicanti. Sulla porta corre l’iscrizione che spiega a che cosa serviva il posto, e la traduzione è di quelle che fanno venire la pelle d’oca: qui risplendono i santi corpi di Ciro e Giovanni, che un giorno la grande Alessandria dette a Roma. Una riga sola, e ti ritrovi con l’Egitto tardoantico, il Mediterraneo delle navi che risalivano il Tevere e la Roma cristiana delle origini tutti nello stesso punto della riva.
Sotto ancora, scendendo da una scaletta, c’è la cripta ipogea: uno spazio stretto, rettangolare, databile tra la fine del secondo e l’inizio del terzo secolo, che originariamente custodiva i resti dei due martiri. Fu interrata dopo il 1706 e riscoperta soltanto nel 1904. La luce arriva da un’apertura nella volta e dalle scale, e basta appena. Sulle pareti restano tracce di decorazione pittorica, in parte rovinate dalle innumerevoli piene del Tevere che nei secoli hanno allagato tutto, in parte vandalizzate. Si intuiscono glifi e stelle sulla volta, sulla parete nord una figura femminile con una bilancia in mano identificata come la dea Dike, un uccello e un pugile, sulla parete sud una pecora e tratti in pigmento rosso. Verso la fine del Duecento ci fu dipinta una Madonna col Bambino, che è stata asportata e rubata nel 1968 e non è più tornata.
Metti insieme queste informazioni e capisci che cosa hai sotto i piedi quando ti siedi a un tavolo sul fiume in via di Santa Passera: un mausoleo pagano diventato sepolcro cristiano, diventato oratorio, diventato chiesa, allagato decine di volte dal fiume, interrato, dimenticato per due secoli, ritrovato, derubato, e ancora lì. È il tipo di stratificazione per cui la gente attraversa mezzo mondo, e qui si trova a duecento metri da un bar dove la maggior parte dei presenti non ne ha la minima idea.
Una curiosità su River Bar
La curiosità che preferisco riguarda il nome e il fatto che sia una delle poche insegne romane in cui la parola inglese è più letterale del corrispettivo italiano. River Bar significa esattamente quello che dice: il bar del fiume. Non è un vezzo esotico, è una descrizione catastale. E in una città dove i locali si chiamano con nomi di dee minori, di quartieri, di canzoni o di parole latine scelte a caso, un nome che dice la verità e basta è quasi un atto di modestia.
Ma la curiosità vera è un’altra: questo tratto di riva destra, dove oggi si beve qualcosa guardando l’acqua, per secoli è stato uno dei punti di sbarco del Tevere. Non un porto monumentale come Ripa Grande o come il porto di Traiano alla foce, ma un approdo di servizio lungo la via che dalla città scendeva verso il mare. La tradizione dello sbarco delle reliquie di Ciro e Giovanni proprio qui, agli inizi del quinto secolo, non è un dettaglio devozionale campato per aria: rispecchia il fatto che quella sponda era un luogo dove le barche si fermavano davvero. Chi arrivava dal Mediterraneo risaliva il fiume da Porto, e prima di entrare in città toccava terra in punti come questo.
Il che significa che il gesto di arrivare in via di Santa Passera, fermarsi sulla riva e guardare l’acqua non è un’invenzione della nightlife contemporanea. È letteralmente la funzione originaria di questo pezzo di sponda, riscoperta millesettecento anni dopo con finalità diverse. A me queste continuità non dichiarate divertono più delle ricostruzioni ufficiali, perché nessuno le ha progettate: si sono semplicemente ripresentate, perché la geografia è testarda e i posti dove ha senso fermarsi sul fiume sono sempre gli stessi.
Aggiungo una seconda curiosità, più leggera. Siamo sulla riva destra, quindi tecnicamente dalla parte opposta rispetto al centro storico, e questo significa che la vista che hai da qui è una vista che dà le spalle a Roma monumentale e guarda verso Ostiense, San Paolo, il Gazometro. È il panorama della Roma industriale novecentesca, non quella dei papi. Ed è uno dei motivi per cui la sera qui funziona: non sei dentro una cartolina, quindi non ti senti in obbligo di fotografare niente. Sei in un posto normale che dà su un fiume, e questo è un lusso più raro della vista sul Colosseo.
Una cosa che non ti dice nessuno su River Bar
Quello che non ti dice nessuno è che il Tevere, qui, non è sempre passato dove passa adesso. E questa non è una curiosità da nulla, è la chiave per capire tutto il paesaggio che hai davanti.
Il fiume, nel tratto che va dalla città verso la foce, ha cambiato più volte il proprio percorso nei secoli, disegnando anse larghissime che poi ha abbandonato lasciando terreni bassi, paludosi, coltivabili ma a rischio. La piana tra il Portuense e la Magliana è fatta così: una successione di depositi alluvionali su cui per secoli non ha avuto senso costruire nulla di stabile, perché prima o poi l’acqua tornava a prendersi quello che era suo. Ecco perché fino all’Ottocento inoltrato, in una zona a quattro chilometri dal centro di Roma, c’erano campi, canneti, qualche casale, una chiesetta sopraelevata su un mausoleo e quasi nient’altro. Non era periferia. Era golena.
Le piene, in questo racconto, sono la voce principale. Il Tevere ha allagato Roma decine di volte in modo documentato, e l’ultima catastrofica è quella del dicembre 1870, pochi mesi dopo la breccia di Porta Pia, che convinse il nuovo Stato italiano a fare la scelta radicale dei muraglioni. Da quel momento il fiume viene incanalato tra pareti di travertino alte una decina di metri, i porti fluviali storici vengono cancellati, la navigazione commerciale muore, e Roma smette fisicamente di poter toccare la propria acqua. È una decisione che ha salvato la città dalle alluvioni e le ha tolto il fiume, tutto insieme. Qui fuori dalle mura, dove i muraglioni non arrivano nella stessa forma, il rapporto è rimasto più diretto, e infatti le tracce delle piene le trovi ancora nella cripta di Santa Passera, con le pitture dilavate dall’acqua che negli anni è salita fin lì dentro.
Il secondo elemento che non ti dice nessuno riguarda la Magliana, che dà il nome alla zona e alla strada che passa qui sopra. La Magliana non è nata come quartiere: è un corso d’acqua, un affluente, e la zona ha preso il nome da lui. Prima di diventare quello che è oggi, questa era area di caccia papale. Nel 1480 il cardinale Raffaele Riario ci fece costruire un edificio, e poco dopo Innocenzo VIII, trovando il posto ameno e il paesaggio bello, ristrutturò e ampliò fino a farne una villa vera, quella che si conosce come Castello della Magliana. I papi successivi continuarono ad allargarlo, ci misero un giardino e una cappella affrescata dalla scuola di Raffaello e dedicata a san Giovanni Battista. Verso la metà del Settecento la villa papale, ormai in rovina, venne abbandonata. Dal 1957 appartiene al Sovrano Militare Ordine di Malta, che l’ha restaurata.
Quindi: nello spazio di due chilometri hai un mausoleo romano riusato come chiesa, una villa di caccia dei papi del Rinascimento con affreschi raffaelleschi, una golena allagata ciclicamente per duemila anni e, sopra tutto questo, un quartiere costruito negli anni Sessanta e Settanta con una velocità e una disinvoltura che si vedono ancora. Se ti sembra che la zona non abbia storia, è solo perché nessuno te l’ha mai messa in fila.
Terza cosa, e la dico piano perché è quella che pesa. La Magliana, nell’immaginario nazionale, è soprattutto il nome di una banda criminale degli anni Settanta e Ottanta, e su questo si è costruito un intero filone di film, serie e romanzi. Vale la pena sapere che gran parte degli esponenti di quel gruppo abitava in realtà nei palazzi nuovi di Pian due Torri, la zona che l’immobiliare degli anni Settanta ribattezzò Nuova Magliana, e che l’identificazione tra un nome di luogo e una vicenda di cronaca ha finito per schiacciare per decenni la percezione di un pezzo di città che ha molto altro da dire. Chi ci vive lo sa e lo trova stancante. Se arrivi qui per una sera sul fiume, tieni presente che il quartiere che attraversi ha una storia molto più lunga e molto meno spettacolare di quella che ti hanno raccontato al cinema.
Il consiglio che ti do per visitare River Bar
Il consiglio è uno solo e lo metto in cima a tutto: non arrivarci al buio. Arrivaci con almeno un’ora di luce davanti, meglio ancora un’ora e mezza, e usa quel tempo per camminare.
Ti spiego perché. Un posto sul fiume vale per il fiume, e il fiume dopo il tramonto diventa una presenza sonora e una macchia scura: lo senti, non lo vedi. Se arrivi alle undici di sera, quello che trovi è un locale con della musica e delle luci, e potrebbe essere ovunque. Se arrivi alle sette e mezza di un giorno di fine estate, invece, ti prendi la mezz’ora in cui la luce scende di taglio sull’acqua da ovest, il colore passa dal giallo all’arancione al viola in venti minuti, la sponda opposta si accende e la cupola di San Paolo si staglia contro il cielo. Quella mezz’ora è il motivo per cui questo indirizzo esiste. Buttarla via è un peccato.
Il secondo pezzo del consiglio è la passeggiata. Da via di Santa Passera alla chiesa ci vogliono pochi minuti a piedi. Vacci prima, gira intorno all’edificio, guarda il fianco sinistro dove affiora il mausoleo romano, sali la doppia rampa e affacciati dalla terrazza. Se trovi aperto, entra. Se trovi chiuso, e capita spesso, non fa niente: l’esterno da solo racconta già tre quarti della storia, e la sensazione di avere davanti una costruzione del secondo secolo inglobata in una chiesa del Trecento la si prende benissimo anche dal cancello. Gli orari di apertura della chiesa non li conosco con certezza e non te ne invento nessuno: se ci tieni a vedere la cripta, informati prima, perché la visita agli ambienti sotterranei non è sempre disponibile e in genere dipende dalla presenza di qualcuno che apra.
Terzo: il tavolo. Se il posto è pieno e ti propongono un tavolo lontano dall’acqua, e tu sei venuto per l’acqua, aspetta. Meglio venti minuti in piedi con la vista giusta che un tavolo subito girato verso il parcheggio. Questo vale per qualsiasi locale costruito su un affaccio, ma sul fiume vale il doppio, perché la differenza tra prima e seconda fila non è di qualche metro, è di esperienza completamente diversa.
Quarto: vestiti pensando all’umidità. Sul Tevere, anche a luglio, dopo mezzanotte la temperatura percepita scende in modo sensibile, e a settembre la differenza tra le nove di sera e l’una di notte diventa importante. Una camicia leggera in più cambia la serata. Lo scrivo perché è il genere di dettaglio che nessuno mette nelle descrizioni dei locali e che poi decide se resti fino alla fine o te ne vai alle undici.
Quinto, e riguarda il ritorno: organizzalo prima di uscire di casa. Questa non è una zona di trasporto notturno comodo, e il rientro verso il centro o verso nord a notte fonda, senza macchina, richiede un minimo di pianificazione. Ci torno nel prossimo blocco, perché merita di essere detto per bene.
Come ci si arriva, con onestà
Parliamo di logistica senza girarci intorno, perché è il punto in cui la maggior parte delle serate romane si rovina.
La zona è servita dalla linea B della metropolitana sul lato opposto del fiume, con le fermate Marconi e Basilica San Paolo che ti lasciano a distanza di camminata dalla sponda sinistra, e dalla stazione ferroviaria di Villa Bonelli sulla linea per Fiumicino, che invece è dal lato giusto. Nessuna di queste ti porta davanti alla porta: da tutte c’è da camminare, e in alcuni casi da attraversare il fiume. Se vieni con i mezzi, controlla il percorso esatto prima, perché la differenza tra il collegamento migliore e quello peggiore, qui, è di venti minuti a piedi lungo strade che di sera non sono particolarmente allegre.
In macchina si arriva facilmente: la via della Magliana e la circonvallazione Ostiense passano a due passi, il parcheggio nella zona esiste in misura decisamente superiore rispetto al centro, e questo è uno dei motivi per cui i locali sul fiume da questo lato hanno sempre avuto un pubblico che arriva su quattro ruote. Il che pone il problema classico di una serata in un cocktail bar: se guidi, la scelta ragionevole è bere qualcosa di analcolico, e ormai qualsiasi posto serio ne ha in carta. Non è una questione di moralismo, è che tornare a casa dalla riva destra a notte fonda su strade a scorrimento veloce è esattamente il contesto in cui non conviene correre rischi.
In bicicletta è forse l’opzione migliore, e la dico sul serio. Lungo il Tevere corre una pista ciclabile che risale dalla foce verso il centro, e questo tratto di riva destra è uno dei più piacevoli da percorrere al tramonto: l’acqua da un lato, la vegetazione ripariale dall’altro, il traffico che resta sopra e lontano. Arrivare in bici da Marconi o da Trastevere lungo l’argine trasforma il trasferimento in metà della serata. Al ritorno, con il buio, serve una luce seria e un minimo di attenzione, perché il fondo in certi punti è irregolare e l’illuminazione non è continua.
Un’ultima nota pratica. Nei fine settimana di piena stagione, i pochi posti romani con affaccio diretto sull’acqua si riempiono, e questo vale anche fuori dal centro. Se hai un gruppo numeroso o ci tieni a un tavolo preciso, un contatto preventivo evita la fila. La fonte riporta un recapito telefonico attivo per il locale, ed è la strada più diretta.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che la via Portuense è una strada romana vera, costruita nel primo secolo dopo Cristo per collegare l’Urbe con il porto imperiale alla foce del Tevere. Lo sanno in molti. Quello che si cita molto meno è che cosa significhi, concretamente, per il territorio in cui ti trovi quando sei in via di Santa Passera.
Significa che questa fascia di riva destra è stata per secoli un corridoio logistico, non una periferia residenziale. La Portuense nasce per servire il porto di Claudio e poi quello di Traiano, cioè il sistema che riforniva Roma di grano, olio, marmi, animali e persone da tutto il Mediterraneo. Nella città antica la strada usciva dalle Mura aureliane a porta Portuensis, l’antenata dell’attuale Porta Portese, e da lì seguiva l’argine destro del fiume fino al porto. Il tracciato correva parallelo all’acqua perché l’acqua era il vero sistema di trasporto: le merci pesanti risalivano il Tevere su chiatte trainate, e la strada serviva per tutto il resto.
Con la costruzione della Portuense perse progressivamente importanza una strada ancora più antica, la via Campana, che esisteva già prima della fondazione di Roma e serviva a portare il sale dalle saline del Tirreno verso l’interno, in un sistema unitario con la via Salaria che attraversava tutta la penisola. La via Campana, oggi, è la via della Magliana. Quando la percorri in macchina per arrivare qui, stai guidando sopra il tracciato di una strada del sale più vecchia di Roma stessa. Questo è il genere di informazione che cambia la percezione di un posto: non ti fa vedere niente di diverso, ma ti fa capire perché tutto è disposto così.
C’è un altro elemento poco citato, ed è che lungo questo asse si conservano testimonianze funerarie importanti. La necropoli di via Portuense documenta l’uso della strada come corridoio sepolcrale, secondo la regola romana per cui i morti si seppellivano fuori dalle mura lungo le vie consolari. Il mausoleo su cui è costruita Santa Passera appartiene alla stessa logica: un sepolcro monumentale di famiglia, affacciato sulla via e sul fiume, in una posizione che garantiva visibilità a chi passava. Le tombe romane erano fatte per essere viste dai viaggiatori, non per nascondersi.
E allora ecco il quadro completo: sei seduto su una sponda che è stata, in quest’ordine, approdo fluviale, fascia sepolcrale monumentale, campagna di golena allagabile, tenuta di caccia papale, area industriale e infine quartiere popolare. Ogni strato ha lasciato qualcosa e nessuno ha cancellato del tutto il precedente. È il modo in cui Roma funziona ovunque, ma qui, senza il rumore dei monumenti famosi, lo si legge con una chiarezza insolita.
Il fiume visto da qui: che cosa guardi davvero
Vale la pena dedicare un blocco a quello che hai davanti, perché la vista fiume è l’unica cosa che questo posto non può perdere e conviene saperla leggere.
Il Tevere in questo tratto è largo, con una corrente lenta e un colore che cambia moltissimo con la stagione: verdastro e quasi fermo a fine estate, torbido e marrone dopo le piogge, con rami e detriti che scendono quando ha piovuto a monte. In agosto e settembre, con la portata bassa, si vedono le secche e le barre di sabbia lungo le sponde, e la vegetazione ripariale arriva fino all’acqua: canne, pioppi, salici, e una quantità di verde che sorprende chi ha in mente il Tevere incassato tra i muraglioni del centro.
La fauna è la sorpresa vera. Su questo tratto si vedono regolarmente aironi cenerini, garzette, cormorani, gabbiani risaliti dal mare, gallinelle d’acqua tra le canne, e con un po’ di fortuna un martin pescatore, che è una freccia azzurra e la vedi per un secondo e mezzo. Le nutrie ci sono e sono numerose, e ti lascio la libertà di considerarle fauna o problema, perché sono una specie alloctona e la questione è dibattuta. Al tramonto passano i gabbiani in formazione verso valle, e il rumore che fanno sull’acqua ferma è una delle cose più riconoscibili di una sera romana sul fiume.
Sull’altra riva, la vista principale è quella verso il quartiere Ostiense e la basilica di San Paolo. Più a monte, in direzione del centro, si intuiscono le sagome industriali della zona del Gazometro e il fronte di Marconi. Non è un panorama classicamente bello. È un panorama industriale e fluviale, con i colori che al tramonto lo migliorano di parecchio, e ha il vantaggio enorme di essere vero: nessuno lo ha allestito per te.
Una cosa sul rumore. Il fiume, di sera, è molto più silenzioso di quanto ci si aspetti, perché l’acqua assorbe e la sponda è bassa, ma il traffico delle grandi arterie arriva comunque come un brusio di fondo continuo. Se cerchi il silenzio assoluto, questo non è il posto. Se cerchi un sottofondo urbano lontano con l’acqua davanti, invece, ci siamo.
La foto giusta da fare a River Bar
La foto giusta è una sola e non è quella del bicchiere.
Ti metti sul bordo dell’affaccio, il più vicino possibile all’acqua, e aspetti i venticinque minuti che precedono e seguono il tramonto. Poi giri l’inquadratura verso monte, cioè verso il centro, in modo da avere il fiume che entra nella foto dal basso e scappa verso il fondo, la sponda opposta come linea orizzontale e il cielo che occupa i due terzi superiori. Questa è la foto. Il fiume che fugge, la riva come misura, il cielo che fa il lavoro pesante. Composizione elementare, e funziona ogni volta perché la geometria del posto è già pronta.
Il momento tecnico migliore, se vuoi essere preciso, è quello che i fotografi chiamano ora blu, cioè i venti minuti dopo che il sole è sceso sotto l’orizzonte, quando il cielo diventa di un blu profondo e le luci artificiali della sponda opposta si accendono e hanno ancora la stessa intensità della luce naturale. In quel quarto d’ora le due luci si bilanciano e l’acqua riflette entrambe. Un quarto d’ora dopo il cielo è nero, i riflessi restano solo delle luci, e la foto diventa banale.
Un consiglio tecnico, per chi scatta con il telefono. Il problema di questi scatti non è la luce, è il tremolio: con poca luce il telefono allunga il tempo di posa e il mosso ti mangia tutto. Appoggia il telefono da qualche parte, un parapetto, un tavolino, la borsa, e usa il timer o il volume delle cuffie per non toccarlo nel momento dello scatto. Due secondi di stabilità cambiano completamente il risultato. Se hai la modalità notte, lasciala fare, ma ferma la mano.
La seconda foto che vale, e che quasi nessuno fa, è a Santa Passera. Non l’interno, che è difficile e spesso non accessibile: l’esterno del fianco sinistro, dove il muro romano del mausoleo emerge dalla muratura medievale. Metti l’inquadratura in modo che si veda la giunzione tra i due, il laterizio antico e quello successivo, e hai in una singola immagine milleduecento anni di storia edilizia. È una foto che non piace agli algoritmi e piace moltissimo a chi capisce che cosa ha davanti. L’altra buona inquadratura è dal basso verso la terrazza con la doppia rampa di scale, tardo pomeriggio, con la luce radente che stacca i mattoni.
La terza, se ti va di fare la cosa meno ovvia: la sponda in primo piano, con le canne e la vegetazione ripariale a fare da cornice scura in basso, e il fiume che si apre oltre. È l’unica foto che restituisce il fatto che sei in un ambiente fluviale e non su una terrazza panoramica, ed è quella che tra dieci anni ti farà ricordare l’odore che c’era.
Una regola generale di buon senso, che vale qui come ovunque: se inquadri altre persone sedute ai tavoli, chiedi. Un locale sul fiume di sera è pieno di gente che non ha nessuna voglia di finire nelle fotografie di sconosciuti, e il rispetto di questa cosa elementare rende la serata migliore a tutti.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Ecco quello che si sa, in ordine cronologico, perché questo pezzo di riva ha una cronologia sorprendentemente fitta.
Prima della fondazione di Roma passava già di qui, o meglio poco più in là, la via Campana: la strada del sale, che collegava le saline della foce del Tevere con l’interno della penisola in un sistema unitario con la via Salaria. È il documento più antico del fatto che questo corridoio sia sempre stato un passaggio.
Nel primo secolo dopo Cristo viene costruita la via Portuense, per collegare Roma al porto imperiale di Claudio alla foce, e da quel momento questa sponda diventa l’asse logistico principale verso il mare. La strada esce dalle Mura aureliane a porta Portuensis e segue l’argine destro.
Nella seconda metà del secondo secolo dopo Cristo viene edificato il mausoleo romano sulle cui strutture sorgerà, molto più tardi, la chiesa di Santa Passera. Tra la fine del secondo e l’inizio del terzo secolo è databile la cripta ipogea, con le decorazioni pittoriche a carattere funerario di cui restano oggi tracce: i glifi, le stelle, la dea Dike con la bilancia, l’uccello, il pugile, la pecora.
Agli inizi del quinto secolo, secondo la tradizione, sbarcano su questa riva i resti dei santi Ciro e Giovanni, portati dall’Egitto e diretti a Roma. È l’evento fondativo di tutto il complesso: l’oratorio del quinto secolo, con i suoi quattro ambienti in mattoni e l’iscrizione sulla porta, nasce proprio per custodirli.
Dall’undicesimo secolo in poi il luogo appartiene al monastero di Santa Maria in Via Lata e compare nei documenti come Sancti Abbacyri o Sancti Cyri et Iohannis. Nel 1317 un documento parla già di un appezzamento in loco qui dicitur Sancta Pacera: il nome si è deformato e la santa inesistente è nata.
Nel quattordicesimo secolo l’antica chiesa viene completamente ristrutturata e sopraelevata, assumendo la forma che ha ancora oggi: navata unica, abside, soffitto ligneo, facciata rialzata con doppia rampa. Verso la fine del Duecento, nella cripta, era stata dipinta una Madonna col Bambino.
Nel 1480 il cardinale Raffaele Riario fa costruire poco distante, nell’area della Magliana, un edificio destinato al riposo dopo la caccia. Innocenzo VIII lo trasforma in villa, e i papi successivi la ampliano con giardino e cappella affrescata dalla scuola di Raffaello. Il Castello della Magliana diventa per decenni un luogo della corte pontificia. Verso la metà del Settecento viene abbandonato in rovina; dal 1957 appartiene al Sovrano Militare Ordine di Malta, che lo ha restaurato.
Dopo il 1706 la cripta di Santa Passera viene interrata e sparisce dalla vista. Resterà sepolta per quasi due secoli.
Nel dicembre 1870, pochi mesi dopo l’ingresso dell’Italia a Roma, il Tevere produce l’ultima grande alluvione della città. La conseguenza è la decisione di costruire i muraglioni, che tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento cambiano per sempre il rapporto tra Roma e il suo fiume: niente più porti fluviali, niente più navigazione commerciale, niente più contatto diretto con l’acqua nel tratto urbano.
Il 23 aprile 1891 esplode la polveriera di Monteverde, nell’area dell’odierna piazza Piero Puricelli. Il sismografo dell’Ufficio Centrale di Meteorologia del Collegio Romano registra il boato come un terremoto. I morti accertati sono quattro, i feriti oltre duecento. Nel raggio di seicento metri le case coloniche vengono distrutte o danneggiate; la stazione di Trastevere e il Mattatoio subiscono danni, i vetri della basilica di San Paolo fuori le mura vanno in frantumi per l’onda d’urto, e il muro destro della chiesa di Santa Passera crolla. La commissione d’inchiesta accerta che il deposito conteneva duecentottantacinquemila chili di polvere contro i duecentotrentatremila consentiti, e che l’innesco più probabile fu un razzo da segnalazione incendiatosi da solo per le vibrazioni di un treno in transito. È l’evento più drammatico della storia moderna di questo pezzo di quartiere, ed è quasi del tutto dimenticato.
Nel 1904 la cripta ipogea di Santa Passera viene riscoperta dopo quasi due secoli di oblio, e torna accessibile. Le pitture risultano già ammalorate dalle piene ripetute del fiume.
Nel 1911 nasce il quartiere Portuense, uno dei primi quindici quartieri di Roma, ufficialmente istituito nel 1921 e battezzato con il nome della strada romana.
Nel 1966 Pier Paolo Pasolini gira alcune scene di Uccellacci e uccellini utilizzando la chiesa di Santa Passera come sfondo. È probabilmente il momento in cui questo luogo entra, per un attimo, nella cultura italiana con la lettera maiuscola.
Nel 1968 la Madonna col Bambino dipinta nella cripta alla fine del Duecento viene asportata e trafugata. Non è mai tornata.
Negli anni Sessanta e Settanta la zona si urbanizza rapidamente. Nel 1977 il comitato di quartiere pubblica con Feltrinelli un volume intitolato La Magliana, vita e lotte di un quartiere proletario: è il segno di una stagione in cui questa parte di città si racconta da sola, con le proprie parole, e non attraverso la cronaca nera che arriverà dopo.
Sul River Bar in quanto tale, cioè su quando questo specifico locale abbia aperto e su quante stagioni abbia alle spalle, non risultano fonti che permettano di indicare una data. Preferisco lasciare lo spazio vuoto piuttosto che riempirlo a caso: tutto il resto di questa cronologia è documentato, e non ha senso sporcarla con una supposizione.
Chi è passato da River Bar
Qui devo essere chiaro, perché è il punto in cui di solito si comincia a inventare. Nomi di personaggi famosi legati in modo verificabile a questo locale non risultano. Un elenco di celebrità costruito a tavolino sarebbe la cosa più facile del mondo da scrivere e la più inutile da leggere. Quindi prendo la domanda sul serio e la giro dove ha senso girarla: chi passa da questo pezzo di riva, e chi ci è passato nel tempo.
Chi ci passa ogni sera, intanto, è il quartiere. Il pubblico dei locali sul fiume di questo lato è in larga parte gente che abita tra il Portuense, la Magliana, Marconi e la Montagnola, più una fetta consistente di studenti dell’università che ha la sua sede principale a poche fermate di metropolitana. È un pubblico che non viene qui per farsi vedere: viene perché è vicino, perché c’è aria e perché d’estate stare dentro a Roma è insopportabile. Questo cambia completamente l’atmosfera rispetto ai locali del centro, dove metà delle persone è di passaggio e l’altra metà è lì per la fotografia.
Poi ci passano quelli del fiume in senso stretto. I canottieri, che su questo tratto del Tevere si allenano davvero: i circoli storici romani hanno le loro sedi lungo l’argine e le imbarcazioni le vedi scendere al mattino presto e risalire nel tardo pomeriggio, con il ritmo dei remi che è forse l’unico rumore antico rimasto su questo fiume. I ciclisti della pista ciclabile, che d’estate al tramonto diventano un flusso continuo. I pescatori, che ci sono e sono tenaci, in genere silenziosi e in posizioni improbabili. E i cani, molti, perché la sponda è uno dei pochi posti in zona dove portarli a correre senza morire di traffico.
Sul piano storico, invece, l’elenco di chi è passato da questo punto della riva è molto più illustre di quanto la geografia contemporanea lasci immaginare. Ci sono passati, per cominciare, i santi Ciro e Giovanni, o meglio quello che ne restava: due medici alessandrini martirizzati in Egitto, i cui corpi la tradizione fa sbarcare esattamente qui agli inizi del quinto secolo. L’iscrizione sulla porta della cripta lo dice con una solennità che non si può migliorare: qui risplendono i santi corpi di Ciro e Giovanni, che un giorno la grande Alessandria dette a Roma.
Ci sono passati, in forma anonima, tutti quelli che per quattro secoli hanno risalito il Tevere da Porto verso la città: marinai, mercanti, funzionari annonari, schiavi, animali destinati agli spettacoli, blocchi di marmo numidico e carichi di grano egiziano. La Portuense e il fiume erano la porta di servizio di Roma, e chiunque arrivasse dal Mediterraneo entrava da qui.
Ci sono passati i papi. Il Castello della Magliana, poco distante, è stato per decenni tra il Quattrocento e il Cinquecento una residenza di caccia della corte pontificia: Innocenzo VIII lo scelse perché il paesaggio gli piaceva, e i suoi successori ci misero mano fino a farne una villa con giardino e una cappella affrescata dalla scuola di Raffaello. Per un lungo periodo, questa campagna fuori porta ha visto passare la parte più potente d’Europa in abito da caccia.
Ci è passato Giuseppe Gioachino Belli, non necessariamente di persona ma certamente con la lingua: il doppio senso sul nome della chiesa è entrato nel repertorio romanesco per sempre, e il poeta che meglio di chiunque ha registrato il parlato di questa città non se l’è lasciato sfuggire.
Ci è passato Pier Paolo Pasolini, e questo in modo documentato: la chiesa di Santa Passera compare come sfondo in alcune scene di Uccellacci e uccellini, il film del 1966 con Totò e Ninetto Davoli. È perfettamente coerente con il modo in cui Pasolini guardava Roma: non i monumenti, ma i bordi, le borgate, le chiese dimenticate in mezzo alla campagna che stava diventando periferia. Sapere che quel muro è finito in quel film cambia il modo in cui lo guardi.
E ci passa, ogni estate, una quantità di musicisti e di dj di cui nessuno tiene il registro. È la parte più fragile e più viva della vita notturna romana: i cartelloni degli spazi estivi cambiano ogni settimana, non finiscono negli archivi, e quello che resta è il ricordo di chi c’era. Gli elenchi delle programmazioni passate di questo locale non risultano pubblicati. Ma se ci sei stato in una sera in cui suonava qualcuno che poi è diventato qualcuno, quella è esattamente la storia che vale la pena raccontare, e non la troverai scritta da nessuna parte.
Che cosa c’è intorno, se vuoi farne una giornata
Un locale serale regge benissimo anche da solo, ma questa zona dà il meglio se ci arrivi con qualcosa alle spalle. Ti propongo tre giornate diverse, tutte fattibili.
La prima è la giornata fluviale. Prendi la bici e scendi lungo il Tevere partendo da Ponte Marconi o, se vuoi allungare, da più a monte. La ciclabile segue l’argine, attraversa tratti sorprendentemente verdi e ti fa capire in un’ora quello che mille descrizioni non riescono a spiegare, cioè che Roma ha un fiume vero e che non lo usa. Arrivi in zona nel tardo pomeriggio, lasci la bici, e ti prendi il tramonto dall’affaccio. Se ti interessa questo modo di guardare il Tevere, in centro l’estate propone da anni il percorso di Lungo il Tevere Roma, che occupa le banchine tra Ponte Sublicio e Ponte Sisto ed è il corrispettivo urbano e monumentale di quello che qui si vive in versione periferica e senza scenografie.
La seconda è la giornata archeologica e devozionale, forse la più bella. Cominci da Santa Passera, con calma, girandoci intorno e cercando di leggere i tre livelli. Poi attraversi il fiume e vai alla basilica di San Paolo fuori le mura, che è quasi esattamente di fronte e che con Santa Passera forma una coppia straordinaria: la basilica papale enorme, ricostruita dopo l’incendio del 1823, con il chiostro cosmatesco che è una delle cose più belle di Roma, e la chiesetta minuscola dall’altra parte dell’acqua, dedicata a una santa che non esiste. Il cristianesimo romano nelle sue due facce, a settecento metri di distanza in linea d’aria. Se hai ancora tempo e voglia, il Museo della via Ostiense, dentro Porta San Paolo, spiega come funzionava il sistema stradale e portuale verso il mare, che è esattamente il contesto in cui si colloca tutto quello di cui abbiamo parlato.
La terza è la giornata cittadina e popolare. Parti da Porta Portese la domenica mattina, che è il mercato più famoso di Roma e anche il punto esatto in cui usciva dalle mura la via Portuense. Poi scendi lungo la strada, o lungo il fiume, verso sud, e osserva la trasformazione del tessuto urbano: Trastevere, poi Portuense storico, poi i grandi condomini degli anni Sessanta, poi la golena. È un percorso di quattro chilometri in cui vedi passare duemila anni di storia urbana in ordine cronologico inverso, e arrivare alla fine con una sedia e la vista sull’acqua è la conclusione naturale. Se invece cerchi la variante di quartiere sull’altra sponda, il Museo diffuso del rione Testaccio racconta la Roma operaia del fiume dal lato opposto, e i due racconti si completano.
Aggiungo, per chi la sera vuole restare in zona, che la riva destra tra Marconi e la Magliana ha una vita propria fatta di locali di quartiere, pizzerie al taglio, birrerie e spazi sul lungotevere che aprono d’estate. Non ha la densità del centro, ma ha il vantaggio di non essere costruita per i turisti, e quindi di avere prezzi e atmosfere che somigliano a quelle di una città normale.
Stagione 2026, a che punto siamo
Siamo a metà settembre, e questo per uno spazio estivo romano è il momento più ambiguo dell’anno. In teoria l’estate è finita; in pratica, a Roma, le sere di settembre sono spesso le migliori della stagione: la luce cala prima e ha un colore più caldo, la temperatura resta sui ventisei o ventisette gradi fino a tardi, e l’umidità sul fiume è più sopportabile di quella di agosto. Molti spazi estivi sfruttano questa coda e tirano avanti fino alla prima metà di ottobre; altri chiudono subito dopo Ferragosto e non riaprono.
Quale delle due cose faccia il River Bar quest’anno non lo so con certezza e non voglio scriverlo a caso. La cosa onesta da dirti è questa: se il posto ti interessa adesso, controlla i canali del locale prima di muoverti, perché in questa fase della stagione le informazioni invecchiano nel giro di pochi giorni. La fonte indica un profilo social attivo e un recapito telefonico, ed entrambi sono strade più affidabili di qualsiasi cosa possa essere scritta in un testo che resta fermo mentre la stagione si muove.
Quello che invece si può dire con tranquillità riguarda il meccanismo: essendo la versione estiva di uno spazio che ha anche un’identità invernale, la chiusura del River Bar non significa la chiusura del posto. Significa un cambio di pelle. La terrazza si svuota, la programmazione si sposta al chiuso, la musica torna a essere una cosa diversa. Chi ha amato la versione fiume tende a trovare l’altra meno interessante, ed è normale: il fiume lo vedi solo quando fa caldo abbastanza da stare fuori.
Una nota per l’anno prossimo, visto che siamo in tempo per segnarsela. Il momento migliore per un posto così non è luglio, quando la città è vuota, fa un caldo feroce e chi resta è stremato. È la seconda metà di giugno, quando la stagione è appena cominciata, la luce dura fino alle nove passate, i romani non sono ancora partiti e l’aria la sera è ancora fresca. Se hai la possibilità di scegliere, punta lì.
Chi ci starebbe bene e chi no
Provo a essere utile invece che entusiasta, perché non tutti i posti vanno bene per tutti.
Ci starebbe bene chi cerca il fiume e non la folla, chi abita da questa parte della città ed è stufo di attraversare mezza Roma per bere qualcosa, chi ha una bici e vuole trasformare il tragitto in metà dell’esperienza, chi ama la musica come elemento centrale di una serata e non come sottofondo, e chi ha un interesse anche minimo per la stratificazione storica e apprezza l’idea di bere qualcosa a duecento metri da un mausoleo romano del secondo secolo.
Ci starebbe meno bene chi cerca una vista monumentale da cartolina: da qui si vede Ostiense, non il Cupolone. Chi ha bisogno di un collegamento notturno comodo con i mezzi pubblici e non ha alternative. Chi vuole silenzio assoluto, perché il brusio delle grandi arterie arriva. E chi si aspetta il servizio e i tempi di un cocktail bar da manuale nelle sere di massima affluenza, perché uno spazio estivo affollato sul fiume funziona con ritmi suoi.
Un’ultima considerazione sulle famiglie: tavoli all’aperto e apertura tutti i giorni rendono il primo pomeriggio serale, diciamo tra le sette e le nove, il momento più adatto se hai bambini, mentre più tardi la programmazione musicale prende il sopravvento e il contesto diventa un altro. È il funzionamento normale di qualsiasi spazio che cambia funzione nel corso della serata, ma conviene saperlo prima invece che scoprirlo dopo.
In due righe, per chi ha fretta
Il River Bar è il volto estivo del TAG, in via di Santa Passera 25, sulla riva destra del Tevere tra il Portuense e la Magliana. Vive del suo affaccio sul fiume, ha tavoli all’aperto, apre tutti i giorni dalle diciannove alle due e d’estate punta molto sulla musica. Siamo a metà settembre 2026, quindi la stagione è agli sgoccioli o già chiusa: prima di uscire di casa, un controllo sui canali del locale è d’obbligo.
Il motivo per cui questo indirizzo merita più attenzione di un normale bar è tutto intorno: la chiesa di Santa Passera con il suo mausoleo romano, il suo oratorio del quinto secolo e la sua cripta ipogea, dedicata a una santa che non è mai esistita e nata dalla storpiatura romanesca di Abbàs Cyrus; la via Portuense che è una strada imperiale vera; la via della Magliana che ricalca la via Campana del sale, più antica di Roma; e un fiume che qui, fuori dai muraglioni, si può ancora guardare da vicino.
Il consiglio, ripetuto perché è quello che conta: arriva con la luce, cammina fino alla chiesa, torna indietro per il tramonto, siediti il più vicino possibile all’acqua e lascia che il fiume faccia il suo lavoro. Se poi la musica è buona, tanto meglio. Ma la ragione per essere qui è l’acqua.
Domande frequenti su River Bar
Dove si trova River Bar?
River Bar si trova in via di Santa Passera 25, nel quartiere Portuense, Municipio XI, sulla riva destra del Tevere tra il Portuense e la Magliana, accanto alla chiesa e all'area archeologica di Santa Passera.
River Bar è aperto la domenica?
Sì, River Bar è aperto anche la domenica: la fonte lo classifica come bar, cocktail bar e locale con programmazione musicale serale, aperto tutti i giorni della settimana dalle diciannove alle due di notte, con tavoli all'aperto sul fiume.
Come si arriva a River Bar con i mezzi?
A River Bar si arriva con la linea B della metropolitana, con le fermate Marconi e Basilica San Paolo sul lato opposto del fiume rispetto al locale, oppure con la stazione ferroviaria di Villa Bonelli sulla linea per Fiumicino, che si trova invece dal lato giusto del Tevere.
Qual è la stagione di apertura di River Bar nel 2026?
A metà settembre 2026, quando la fonte descrive il locale, la stagione di River Bar risulta agli sgoccioli o già chiusa, come per molti spazi estivi romani in questo periodo dell'anno. Prima di uscire di casa, un controllo sui canali diretti del locale è consigliato per sapere se è ancora in attività.
Qual è il momento migliore per andare a River Bar?
Il momento migliore per andare a River Bar è arrivare con almeno un'ora di luce davanti, meglio un'ora e mezza, perché il locale vale soprattutto per la vista sul fiume, che dopo il tramonto diventa solo una presenza sonora e una macchia scura. Arrivando prima si può anche camminare lungo la riva prima di sedersi.
River Bar che cos'è esattamente?
River Bar è il volto estivo del TAG, un locale affacciato sul Tevere in via di Santa Passera 25, con tavoli all'aperto e una programmazione musicale che d'estate ha un ruolo centrale nelle serate. Il nome descrive letteralmente la sua posizione: è, appunto, il bar del fiume.
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Via di Santa Passera, 25
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