Ex Ospedale Carlo Forlanini
In breve. Ex Ospedale Carlo Forlanini è il nome con cui i romani chiamano il grande complesso sanatoriale che occupa circa ventotto ettari fra la via Portuense e la Circonvallazione Gianicolense, nel quartiere XII Gianicolense, quello che tutti conoscono come Monteverde.
Ex Ospedale Carlo Forlanini è il nome con cui i romani chiamano il grande complesso sanatoriale che occupa circa ventotto ettari fra la via Portuense e la Circonvallazione Gianicolense, nel quartiere XII Gianicolense, quello che tutti conoscono come Monteverde. Si trova a ridosso di piazza Carlo Forlanini, a poche centinaia di metri dall’ospedale San Camillo, e risulta oggi in larga parte dismesso: le funzioni sanitarie sono state trasferite altrove nel 2015 e da allora buona parte dei padiglioni è vuota. Chi arriva per la prima volta si trova davanti una cosa che a Roma ha pochi paragoni: un impianto urbanistico enorme, disegnato a ferro di cavallo, con verande continue che corrono per centinaia di metri, viali alberati, cancellate monumentali e una gerarchia di volumi che appartiene in pieno alla stagione dell’architettura razionalista italiana degli anni Trenta. Il complesso venne progettato per la cura della tubercolosi in un’epoca in cui quella malattia era la prima causa di morte fra i giovani adulti in Italia, e ogni scelta costruttiva, dall’orientamento dei corpi di fabbrica alla profondità dei terrazzi, rispondeva a quella finalità. Va detto subito, perché è la cosa più importante di tutte: il complesso è proprietà pubblica e non è visitabile liberamente. Quello che si racconta qui riguarda ciò che si vede dall’esterno, dai marciapiedi e dalle strade pubbliche che lo circondano, e la storia che quei muri portano addosso.
Per inquadrare la zona conviene tenere presente che siamo sul versante occidentale di Roma, fra il Gianicolo e la valle della via Portuense, a un passo da Villa Doria Pamphilj, il parco pubblico più esteso della città, e non lontano da Porta Portese. È un pezzo di Roma che i visitatori stranieri attraversano di rado e che invece racconta il Novecento romano meglio di molti luoghi più celebri.
Dove si trova Ex Ospedale Carlo Forlanini e come ci si arriva
L’indirizzo di riferimento è piazza Carlo Forlanini 1, Roma, quartiere Gianicolense. Il complesso confina a nord con la Circonvallazione Gianicolense, a sud con la via Portuense, a est con l’area dell’ospedale San Camillo e a ovest con il tessuto residenziale di Monteverde Nuovo e dei Colli Portuensi. I due ingressi storici, quello di piazza Forlanini e quello su via Portuense, furono disegnati in asse fra loro: questo dettaglio, che sembra un capriccio del progettista, è invece la chiave per capire l’intero impianto, perché l’asse che unisce i due cancelli attraversa il punto centrale dell’esedra e organizza tutta la composizione.
Con i mezzi pubblici
Il modo più semplice per arrivare in zona è il tram 8, che parte da piazza Venezia, attraversa il Tevere, taglia Trastevere lungo il viale omonimo e prosegue sulla Circonvallazione Gianicolense fino al capolinea di Casaletto. La fermata utile è quella del San Camillo, sulla Circonvallazione Gianicolense: da lì si cammina qualche minuto verso piazza Forlanini. Il tram 8 rimane il collegamento più diretto fra il centro storico e questa parte di Monteverde e ha il vantaggio di essere frequente, ma si tratta di una linea di superficie che soffre il traffico della Circonvallazione nelle ore di punta.
In alternativa diverse linee di autobus urbani risalgono la via Portuense e la Circonvallazione Gianicolense, con fermate a poche decine di metri dalle cancellate. Orari e percorsi cambiano nel tempo e vanno controllati sul sito dell’azienda di trasporto, perché la Circonvallazione è spesso interessata da cantieri e deviazioni.
Il treno è un’opzione meno ovvia ma funziona. La stazione di Roma Trastevere, aperta nel 1911, dista poco più di un chilometro e mezzo in linea d’aria e vi fermano le linee regionali verso il litorale nord e Fiumicino. Ancora più vicina è la piccola stazione di Quattro Venti, sulla linea urbana che attraversa Monteverde: una fermata minore, con poche corse, che lascia a ridosso del quartiere.
In auto e in motorino
Arrivare in auto è possibile ma non comodo. La via Portuense e la Circonvallazione Gianicolense sono due arterie sature per gran parte della giornata, e il parcheggio nelle strade intorno a piazza Forlanini è quasi interamente riservato ai residenti e agli utenti dell’ospedale San Camillo, che genera di per sé un traffico continuo di ambulanze, visitatori e personale. Chi si muove in motorino ha vita più facile, ma anche in quel caso conviene mettere in conto che l’area è densamente frequentata a ogni ora.
Un suggerimento pratico: se l’obiettivo è vedere l’architettura, conviene arrivare a piedi o in tram e trattare la visita come una passeggiata urbana di un’ora e mezza, collegandola a Villa Doria Pamphilj, a una decina di minuti di cammino.
Accessibilità e limiti
Il perimetro esterno si percorre su marciapiedi in buona parte pianeggianti, con qualche dislivello verso via Portuense, e risulta praticabile anche a chi ha difficoltà motorie, con l’avvertenza che i marciapiedi della Circonvallazione sono stretti e trafficati. L’interno del complesso, invece, non è accessibile: i cancelli sono chiusi, alcune porzioni sono presidiate e altre sono in condizioni statiche precarie. Non si entra, e vale la pena spiegare subito perché.
Che cosa è davvero Ex Ospedale Carlo Forlanini: un sanatorio, non un ospedale qualunque
La differenza fra un ospedale e un sanatorio, oggi, sfugge a quasi tutti. Un ospedale ottocentesco o novecentesco è pensato per il ricovero breve, per l’intervento chirurgico, per la diagnosi. Un sanatorio antitubercolare è un’altra cosa: è un luogo dove si resta mesi, a volte anni, in una condizione a metà fra la degenza e la residenza, e dove la terapia principale, prima degli antibiotici, consisteva nel riposo, nell’alimentazione abbondante e nell’esposizione controllata all’aria e alla luce. Questa premessa spiega tutto il resto: spiega perché il Forlanini ha verande profonde quasi tre metri esposte a mezzogiorno, perché ha teatri e cinema, perché ha una scuola, perché ha viali alberati e campi da bocce, perché ha due luoghi di culto. Non erano lussi: erano parte del protocollo.
Il complesso fu concepito come una cittadella autosufficiente. Aveva la propria centrale termica, le proprie cucine, i propri laboratori, un servizio di trasporto interno dei materiali, un sistema di chiamata del personale con segnalatori ottici distribuiti nei corridoi. Nel 1934 vi lavoravano circa cento medici, decine di tecnici e caposala, un centinaio di infermiere e diverse centinaia di addetti ai servizi. Le cucine erano sei, e quella centrale, con una superficie di circa milleottocento metri quadrati, sfornava ogni giorno quantità di cibo che si misurano in quintali. Sono numeri che oggi si leggono come statistiche industriali, ma che all’epoca erano la condizione minima per tenere in vita e in forze duemila persone malate.
La scala: ventotto ettari dentro la città
Ventotto ettari, cioè circa duecentottantamila metri quadrati, sono una misura difficile da immaginare. Per dare un termine di paragone: si tratta di una superficie paragonabile a quella di alcuni parchi urbani romani di media dimensione, ritagliata però dentro un quartiere residenziale denso. Camminando lungo il perimetro, dal cancello di piazza Forlanini fino alla via Portuense, si percorrono più di un chilometro e mezzo. Dall’alto, in una qualunque mappa satellitare, il disegno a ferro di cavallo si legge con una chiarezza che da terra non si coglie: un grande arco di edifici che abbraccia un vuoto verde centrale, con i corpi di fabbrica rivolti verso sud.
Perché il ferro di cavallo
La pianta a ferro di cavallo, o a grande esedra, non era un vezzo compositivo. Serviva a garantire che ogni camera di degenza ricevesse luce diretta e ventilazione, e a favorire la circolazione dell’aria all’interno dell’area. La curvatura permetteva di allineare un numero altissimo di stanze su un unico fronte esposto a sud senza che i corpi di fabbrica si facessero ombra a vicenda. Il vecchio racconto popolare, che ancora circola a Monteverde, vuole che la forma riproduca il sistema respiratorio umano: è una lettura suggestiva, coerente con la retorica dell’epoca, e va presa per quello che è, cioè una narrazione affascinante piuttosto che una motivazione tecnica documentata. La motivazione tecnica, quella sì documentata, è l’eliocentrismo terapeutico: aria, sole, orientamento.
I numeri della degenza
Nel 1938 il Forlanini disponeva di circa duemilasessanta posti letto. Durante gli anni della guerra la pressione sulla struttura crebbe in modo drammatico e si arrivò a ricoverare contemporaneamente un numero di malati vicino ai quattromila, cioè quasi il doppio della capienza progettata. Il complesso arrivò a contare ventotto reparti e venticinque sezioni scientifiche, una articolazione che ne faceva non soltanto un luogo di cura ma un centro di ricerca fra i più importanti d’Europa nel suo campo.
L’architettura razionalista del Forlanini: l’esedra, le verande, i padiglioni
Il Forlanini appartiene alla stagione in cui l’architettura italiana provò a tradurre in forma costruita l’idea di funzionalità, e lo fece con esiti che oggi si guardano con occhi più liberi rispetto a qualche decennio fa. Il progetto venne coordinato dall’ufficio tecnico dell’istituto previdenziale che finanziava le opere sanatoriali, e vi lavorarono più figure: la cura dell’aspetto artistico e compositivo è attribuita a Ugo Giovannozzi, mentre la parte tecnica e la direzione dei lavori coinvolsero altri ingegneri, fra cui Ferdinando Poggi, primo direttore dei lavori fino al 1934. È un dato che vale la pena sottolineare perché spiega il carattere ibrido dell’edificio: un impianto rigorosamente funzionale, condotto però con una sensibilità classicista che si vede nelle proporzioni delle cancellate, nei rapporti dimensionali fra i due ingressi principali, nel disegno delle scalinate.
Le verande, l’elemento che fa il Forlanini
L’elemento architettonico decisivo è la veranda. Ogni camera di degenza si apriva su una terrazza profonda quasi tre metri, esposta a sud, protetta da serrande. Queste verande, sommate, formano nastri continui che corrono per centinaia di metri lungo il fronte curvo dell’esedra: da fuori si leggono come una successione ritmica di pieni e vuoti che dà all’insieme un aspetto quasi navale, da transatlantico approdato a Monteverde. Il malato poteva passare le giornate sdraiato all’aperto senza uscire dalla propria stanza, e poteva spostarsi lungo la balconata da un punto all’altro del padiglione.
Il dettaglio che colpisce di più, e che racconta l’ossessione organizzativa dell’epoca, riguarda le serrande di quelle verande: erano centonovantadue e si abbassavano tutte insieme, comandate da un impulso elettrico centralizzato governato da un grande orologio. Un intero fronte di edificio che cambia configurazione allo stesso istante, ogni giorno, alla stessa ora. È il tipo di soluzione che oggi si chiamerebbe automazione dell’involucro e che nel 1934 era una dimostrazione di potenza tecnica.
I padiglioni e la loro logica
Quattro padiglioni cosiddetti polmonari si affacciavano sul lato della via Portuense, due destinati alle donne e due agli uomini, secondo una separazione rigidissima che all’epoca era la norma. Nel 1941 si aggiunse un padiglione ortopedico con oltre duecentocinquanta posti letto, dedicato alle forme osteoarticolari della tubercolosi, cioè a quelle localizzazioni della malattia che colpivano le ossa e le articolazioni e che comportavano immobilizzazioni lunghissime, spesso di anni, spesso di bambini.
Attorno ai padiglioni di degenza si disponeva tutto il resto: cliniche specialistiche, laboratori, un osservatorio anatomico, una scuola per i degenti in età scolare, una stazione radio, sale di lettura, il teatro, il cinema, due luoghi di culto. Il teatro aveva circa ottocento posti, luci graduabili e una cabina di proiezione cinematografica: non un teatrino di fortuna, ma una sala vera, progettata come tale.
Il linguaggio delle facciate
Guardando dalle strade esterne si riconosce un vocabolario preciso: intonaci chiari, marcapiani continui, finestre allineate secondo griglie regolari, cornici ridotte all’essenziale, qualche rivestimento lapideo nei punti di rappresentanza. Sugli ingressi monumentali compaiono due altorilievi realizzati da Arrigo Minerbi in pietra di Saltrio, dedicati al lavoro maschile e al lavoro femminile: erano stati commissionati per rappresentare il contributo dell’industria italiana alla lotta contro la tubercolosi e oggi restano come una delle testimonianze scultoree più significative del complesso. La retorica del tempo è evidente, e va letta storicamente, senza né rimuoverla né celebrarla.
Chi ha interesse per l’architettura del Novecento romano trova a Roma altri termini di confronto utili: il quartiere dell’EUR, progettato pochi anni dopo con un linguaggio parallelo, il Foro Italico con i suoi impianti sportivi, il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera. E, per capire come oggi si discute di architettura in città, la Casa dell’Architettura e il MAXXI restano i due riferimenti principali.

Una curiosità sull'Ex Ospedale Carlo Forlanini
La curiosità più sorprendente riguarda gli alberi. Lungo i viali interni furono messe a dimora decine di specie diverse, scelte con un criterio che andava oltre il semplice arredo verde: si volevano ombre differenti, fioriture scaglionate, profumi, e si volevano piante capaci di reggere l’esposizione di un’area così ampia e ventosa. Fra queste ci sono esemplari di Ginkgo biloba, l’albero che i botanici chiamano fossile vivente perché la sua specie è sostanzialmente immutata da oltre duecento milioni di anni, e diverse varietà rare di palme. A Roma il Ginkgo non è raro in assoluto, se ne trovano all’Orto Botanico di Roma e in alcune ville storiche, ma trovarne un gruppo dentro il recinto di un ospedale dismesso produce un effetto particolare, soprattutto in novembre, quando le foglie a ventaglio virano tutte insieme a un giallo che si vede anche da fuori la cancellata.
La seconda curiosità è di natura acustica. Il complesso era dotato di un sistema di chiamata del personale con oltre quaranta segnalatori ottici collegati a campanelli, distribuiti lungo i corridoi: un medico poteva essere rintracciato ovunque si trovasse nel complesso. Considerato che i corridoi si sviluppavano per chilometri, la soluzione era necessaria, e anticipava di decenni i sistemi di paging che si sarebbero diffusi negli ospedali del dopoguerra.
La terza riguarda la logistica interna. Il trasporto delle merci, lenzuola, pasti, materiali sanitari, avveniva con carrelli su un percorso di alcuni chilometri che collegava i magazzini ai reparti: si parla di decine di tonnellate al giorno. Il Forlanini era, sotto questo profilo, più simile a uno stabilimento industriale che a un ospedale come lo immaginiamo oggi.
Il verde, i viali alberati e il paesaggio interno
Il vuoto centrale abbracciato dall’esedra non era uno spazio residuale: era il cuore terapeutico del complesso. I giardini si estendevano dall’esedra fino al punto centrale dell’asse che collega i due ingressi, e i viali erano alberati e illuminati, percorribili anche di sera. Attorno si distribuivano i campi da bocce e gli spazi per il tempo libero, perché la degenza durava mesi e l’ozio forzato era considerato un problema clinico oltre che umano.
Le specie e il microclima
La scelta delle essenze rispondeva a un criterio di varietà. Accanto ai pini domestici, che a Roma sono la regola, e ai lecci, furono piantate specie ornamentali meno consuete: il già citato Ginkgo biloba, palme di vario tipo, cedri, magnolie. Il risultato, a distanza di quasi un secolo, è un patrimonio arboreo maturo che oggi costituisce probabilmente il valore ambientale più immediato dell’area, perché un albero di novant’anni non si sostituisce e la chioma di un cedro adulto vale, in termini di ombra e di regolazione termica, quanto una piccola piazza.
Chi conosce Roma sa che la città conserva alcune concentrazioni arboree straordinarie in luoghi inattesi. Il Roseto di Roma sull’Aventino, il Giardino degli Aranci, il Bosco Parrasio sul Gianicolo e naturalmente Villa Doria Pamphilj. Il verde del Forlanini appartiene a questa famiglia, con la differenza sostanziale che non è fruibile: lo si guarda attraverso una cancellata.
Il rapporto con Villa Doria Pamphilj
Vale la pena capire la geografia del verde di questa parte di Roma. A nord del complesso, oltre la Circonvallazione Gianicolense, comincia il sistema che porta a Villa Doria Pamphilj, centottantaquattro ettari che dal 1972 sono parco pubblico. Più a est si sale verso il Gianicolo, con la Fontana dell’Acqua Paola e il Tempietto del Bramante a San Pietro in Montorio. Il Forlanini si inserisce in questa fascia verde come un frammento chiuso: dall’alto delle mappe si legge come una macchia di alberi maturi incastrata fra due arterie di traffico, e questo dato ecologico è uno degli argomenti ricorrenti nel dibattito pubblico sul futuro dell’area.
Una cosa che non ti dice nessuno sull'Ex Ospedale Carlo Forlanini
La cosa che quasi nessuno dice riguarda il nome. Il complesso non nacque intitolato a Carlo Forlanini. Alla sua apertura portava il nome del capo del governo dell’epoca, ed era conosciuto come Istituto Benito Mussolini. L’intitolazione al clinico pavese arrivò dopo, e la vicenda del nome ebbe un’ulteriore torsione negli anni Novanta, quando la struttura venne per un periodo dedicata a Nicholas Green, il bambino statunitense ucciso in Calabria nel 1994 i cui organi furono donati e trapiantati in Italia, con un’eco pubblica enorme. Il nome Forlanini fu poi ripristinato. Sono passaggi che nessuna targa racconta e che spiegano perché, nei documenti e nella memoria orale, lo stesso luogo compaia con denominazioni diverse a seconda del decennio.
La statua decapitata
Dentro il perimetro si trova una statua dedicata a Claretta Petacci, oggi in condizioni pessime, danneggiata e priva della testa. È un oggetto che concentra in sé tutta l’ambiguità della memoria del complesso: un monumento della stagione fascista, mutilato in un momento imprecisato della storia successiva, lasciato dov’è. Non è un pezzo che si possa andare a vedere, perché è all’interno di un’area non accessibile, ma la sua esistenza è un dato documentato e fa parte della storia dell’area tanto quanto gli altorilievi di Minerbi.
I novecento crocifissi
Un altro dettaglio che raramente compare nei racconti: negli ambienti interni furono collocati circa novecento crocifissi. Il numero, apparentemente bizzarro, si spiega con la dimensione del complesso e con la natura del rapporto fra istituzione sanitaria e Chiesa negli anni successivi ai Patti Lateranensi. Nel complesso vivevano stabilmente cappellani, suore e suore infermiere: una comunità religiosa residente, con i propri alloggi, che conviveva con il corpo medico laico.
Il vincolo e la proprietà
Un terzo elemento poco noto riguarda lo statuto giuridico dell’area. Nel 2017 il complesso venne dichiarato patrimonio indisponibile, cioè non alienabile: una decisione che ha escluso la strada più rapida e più brutale, quella della vendita e della riconversione immobiliare integrale, ma che ha anche congelato la situazione, perché un bene indisponibile e privo di funzione richiede risorse pubbliche per essere mantenuto, e quelle risorse non sono arrivate in misura sufficiente. È il motivo per cui oggi diversi reparti risultano in stato di abbandono conclamato.
Il consiglio che ti do per visitare l'Ex Ospedale Carlo Forlanini
Il consiglio più importante è anche il più netto: non si entra. Il complesso è proprietà pubblica, non è aperto al pubblico e l’ingresso non autorizzato costituisce un illecito. Al di là del profilo giuridico c’è quello della sicurezza, che è serio: in edifici degli anni Trenta dismessi da un decennio si trovano coperture instabili, solai ammalorati, impianti dismessi, vetri, e con ogni probabilità materiali contenenti amianto, che in molte costruzioni italiane di quel periodo e dei decenni successivi era impiegato in coibentazioni, canne fumarie e coperture. Un ambiente del genere non è un luogo da esplorare per curiosità fotografica, e chiunque racconti il contrario racconta una cosa pericolosa. La visita corretta è dall’esterno, e funziona bene.
Il percorso esterno che consiglio
Il giro che suggerisco parte dalla fermata del tram in Circonvallazione Gianicolense, all’altezza del San Camillo. Da lì si prende verso piazza Carlo Forlanini, dove si incontra l’ingresso monumentale principale: è il punto migliore per capire la scala del progetto, perché il cancello inquadra l’asse centrale e permette di vedere in profondità una parte dell’impianto. Da piazza Forlanini si prosegue lungo il perimetro in direzione della via Portuense, tenendo il muro di cinta sulla destra: lungo questo tratto, in più punti, la vegetazione si apre e lascia intravedere i fronti con le verande.
Arrivati sulla via Portuense si incontra il secondo ingresso storico, quello in asse con il primo. Da questo lato si legge meglio la successione dei padiglioni polmonari e si apprezza il rapporto fra l’edificio e il salto di quota del terreno. Il giro completo richiede fra i quaranta minuti e l’ora e si chiude risalendo verso Monteverde Vecchio o scendendo verso Trastevere.
Che cosa portarsi e come vestirsi
Scarpe comode e nient’altro di particolare, perché si tratta di marciapiedi urbani. In estate conviene evitare le ore centrali: la Circonvallazione è un canyon di asfalto senza ombra continua e a luglio diventa punitiva. Una borraccia è utile, perché lungo il perimetro le fontanelle pubbliche non sono molte. Chi fotografa apprezzerà un obiettivo lungo: quasi tutti i soggetti si trovano oltre la cancellata.
Quanto tempo dedicare
Da solo, il Forlanini vale un’ora. Inserito in un itinerario di mezza giornata su Monteverde, con Villa Doria Pamphilj e una risalita al Gianicolo, diventa la tappa che dà senso a tutto il resto, perché spiega come Roma abbia costruito la propria periferia novecentesca prima che quella periferia diventasse città consolidata.
Carlo Forlanini, il pneumotorace e la storia della lotta alla tubercolosi
Il nome del complesso richiede una spiegazione, perché fuori dall’ambiente medico Carlo Forlanini oggi dice poco. Nacque a Milano l’11 giugno 1847 e morì a Nervi, nel genovese, il 26 maggio 1918. Si laureò in medicina a Pavia nel 1870 e cominciò la pratica ospedaliera all’Ospedale Maggiore di Milano. Nel 1877 fondò un istituto medico pneumatico, nel 1884 accettò una cattedra all’Università di Torino e nel 1899 tornò a Pavia, dove dal 1900 fu titolare della cattedra di Clinica Medica Generale. Nel 1913 venne nominato senatore del Regno.
Che cosa fu il pneumotorace artificiale
Il contributo per cui Forlanini è ricordato è il pneumotorace artificiale, un procedimento che ideò nel 1882 e che applicò con successo nel 1888, ottenendo un riconoscimento internazionale formale nel 1912, al congresso sulla tubercolosi tenutosi a Roma. Il principio, spiegato senza tecnicismi e senza alcuna pretesa di valore clinico attuale, consisteva nel mettere a riposo il polmone malato riducendone l’espansione, nella convinzione che un organo immobilizzato potesse cicatrizzare. Era una terapia meccanica, non farmacologica, nata in un’epoca in cui contro il bacillo non esisteva alcun rimedio specifico. Va detto con chiarezza che si parla di storia della medicina: quel metodo appartiene al passato ed è stato superato dalle terapie antibiotiche, e nulla di quanto scritto qui va inteso come indicazione sanitaria.
Forlanini ricevette numerose candidature al Premio Nobel per la medicina, secondo le ricostruzioni storiche una ventina fra il 1912 e il 1919, senza mai ottenerlo. Morì nel 1918, e il premio non viene assegnato postumo.
Il contesto: Koch, il bacillo e la paura
Per capire il Forlanini bisogna ricordare che cosa rappresentava la tubercolosi nell’Italia fra Ottocento e primo Novecento. Era una malattia diffusissima, socialmente connotata, associata alla povertà e all’affollamento urbano, e mieteva vittime soprattutto fra i giovani adulti. L’agente patogeno era stato identificato da Robert Koch nel 1882, e Koch ricevette il Nobel per la medicina nel 1905: la scoperta cambiò la comprensione della malattia ma non fornì subito una cura, e per decenni la risposta rimase organizzativa e ambientale, cioè isolamento, riposo, aria, sole, alimentazione.
Questo spiega l’ondata di costruzioni sanatoriali che attraversò l’Europa fra le due guerre, dalle Alpi svizzere alle pianure padane, e che in Italia venne finanziata in larga misura attraverso il sistema previdenziale e il contributo dell’industria. Nel caso romano, la Confederazione degli industriali stanziò nel giugno 1928 tre milioni di lire per l’opera, e ulteriori fondi arrivarono nel corso degli anni successivi.
Il Forlanini come centro di ricerca
Il complesso non fu soltanto un luogo di degenza. Sotto la direzione del professor Eugenio Morelli, figura centrale della tisiologia italiana, il Forlanini divenne un riferimento internazionale. Morelli aveva elaborato già nel 1925 un piano provinciale di sanatori, e portò a Roma una visione sistemica della lotta alla tubercolosi. Attorno all’istituto nacque una rete formativa che portò centinaia di medici stranieri a specializzarsi qui, e nel 1960 un gruppo di ricerca guidato dal professor Omedei Zorini mise a punto un protocollo di chemioprofilassi antitubercolare con isoniazide che ebbe applicazione ben oltre i confini italiani.
Il declino di una malattia e di un edificio
La storia successiva è quella, paradossale, di un successo che rende inutile il proprio strumento. Con la diffusione degli antibiotici specifici a partire dagli anni Quaranta e Cinquanta, con il miglioramento delle condizioni abitative e alimentari e con le campagne di screening, la tubercolosi in Italia si ridusse drasticamente. I sanatori si svuotarono. Il Forlanini, come tutti gli altri, dovette trasformarsi in ospedale generale, e qui cominciò il problema: un edificio disegnato per la degenza lunga, con camere aperte su verande e corridoi chilometrici, è pessimo come ospedale per acuti, dove contano compattezza, percorsi brevi e concentrazione tecnologica. Per decenni la struttura funzionò in una condizione di adattamento continuo, con i primi tagli che colpirono la manutenzione degli esterni, poi progressivamente il resto.
Nel giugno 2015 arrivò la chiusura, con il trasferimento delle funzioni residue negli ospedali vicini, il San Camillo Forlanini sulla Circonvallazione Gianicolense e lo Spallanzani sulla via Portuense. Da allora l’area è in attesa di una destinazione.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: il Forlanini non è mai stato venduto e non è mai stato demolito, e questa doppia non decisione lo ha reso uno dei più grandi contenitori pubblici vuoti d’Europa dentro una capitale. Tutti a Roma sanno che il Forlanini è chiuso. Molti meno hanno presente che si parla di ventotto ettari e di centinaia di migliaia di metri cubi in un quartiere dove il prezzo del costruito è alto e dove ogni metro quadrato di servizio pubblico è conteso. Il numero, quando lo si mette accanto alla geografia, cambia la percezione del problema.
Le ipotesi che si sono succedute
Negli anni si sono susseguite proposte di riuso di natura molto diversa: poli sanitari specialistici, funzioni universitarie, residenze per studenti, centri di ricerca, spazi culturali, housing sociale, parco pubblico. Alcune sono state discusse in sedi istituzionali, altre sono rimaste a livello di dibattito professionale e di stampa. Ciò che risulta documentato è la dichiarazione del 2017 che ha reso il patrimonio indisponibile alla vendita, e il fatto che buona parte del complesso versa in condizioni di abbandono. Sullo stato preciso e aggiornato dei procedimenti amministrativi conviene fare riferimento alle comunicazioni ufficiali degli enti competenti, perché è materia che si muove e che merita fonti dirette.
Il costo dell’attesa
C’è una lezione urbanistica che il Forlanini insegna meglio di qualunque trattato: il tempo, per un edificio vuoto, non è neutro. Ogni inverno senza manutenzione costa in infiltrazioni, ogni estate costa in vegetazione infestante che aggredisce murature e coperture, ogni anno di inattività fa salire il costo del recupero futuro. Un complesso che dieci anni fa avrebbe richiesto un investimento consistente oggi ne richiede uno maggiore, e questa curva non si inverte. Roma conosce bene il fenomeno: lo si è visto all’Ex Snia sulla Prenestina e all’Ex Mira Lanza sulla Portuense, due grandi aree industriali dismesse che hanno seguito traiettorie differenti, la prima diventata bene comune conteso e in parte riserva naturale urbana, la seconda riconvertita in parte a funzioni culturali.
Perché l’architettura razionalista complica le cose
Un ultimo elemento poco citato: il valore architettonico del complesso è parte del problema oltre che parte della ragione per salvarlo. Un edificio tutelato non si demolisce e non si svuota a piacimento, e i vincoli sulle facciate, sugli impianti distributivi e sugli elementi caratterizzanti come le verande restringono drasticamente il ventaglio delle funzioni compatibili. Riempire di uffici un padiglione con camere di dodici metri quadrati affacciate su una terrazza è possibile ma costoso; ricavarne residenze richiede di ripensare impianti e sicurezza dalle fondamenta. Chi si occupa di riuso del patrimonio novecentesco conosce bene questo nodo, e il Forlanini ne è il caso italiano di scala maggiore.
La foto giusta da fare all'Ex Ospedale Carlo Forlanini
La fotografia qui richiede un cambio di aspettative. Non si tratta di entrare da nessuna parte: si tratta di lavorare dalla strada, e la strada offre più di quanto sembri.
Lo scatto principale: il cancello di piazza Forlanini
L’inquadratura che funziona meglio è frontale, presa da piazza Carlo Forlanini, centrata sull’ingresso monumentale. L’asse compositivo del progetto è così forte che una foto simmetrica restituisce immediatamente l’idea di ordine e di scala che gli architetti cercavano. Si lavora con un grandangolo moderato, intorno ai ventiquattro o ventotto millimetri equivalenti, tenendo la fotocamera bassa e perfettamente livellata per evitare le linee cadenti: le facciate razionaliste perdonano poco gli assi storti. La luce migliore è quella del tardo pomeriggio, quando il sole basso da ovest illumina di taglio i fronti e stacca le cornici.
Lo scatto delle verande
Il vero soggetto del Forlanini sono i nastri di verande. Per coglierli servono due cose: un punto di vista laterale e una focale lunga. Dai tratti di perimetro lungo la via Portuense, dove la vegetazione si dirada, si riesce a inquadrare porzioni di fronte curvo con un teleobiettivo intorno ai centotrenta o duecento millimetri equivalenti: la compressione prospettica trasforma la successione dei parapetti in un pattern regolare che è, visivamente, la sintesi dell’intero edificio. Funziona molto bene in bianco e nero, perché il soggetto è fatto di ritmo e di ombra, non di colore.
Lo scatto stagionale
La terza immagine da mettere in lista è quella autunnale, fra la fine di ottobre e la metà di novembre, quando le chiome interne cambiano colore. Dalla cancellata si ottengono composizioni in cui il giallo delle foglie fa da primo piano e l’intonaco chiaro dei padiglioni da sfondo. È l’unico momento dell’anno in cui il verde del complesso diventa protagonista invece che semplice quinta.
Che cosa evitare
Due avvertenze pratiche. La prima: si fotografa dalla strada pubblica, senza scavalcare, senza infilare attrezzature attraverso le recinzioni, senza insistere in corrispondenza di eventuali postazioni di guardiania. La seconda: l’area confina con un ospedale in piena attività, il San Camillo, dove transitano pazienti, ambulanze e familiari; puntare obiettivi verso ingressi di pronto soccorso o verso persone in situazioni di fragilità è sbagliato e basta. Il soggetto è l’architettura.
Chi vuole allenare l’occhio sull’architettura del Novecento romano prima di venire qui trova materiale utile anche al Palazzo dei Congressi e nel tessuto dell’EUR, dove gli assi e le simmetrie sono ancora più espliciti, e un termine di confronto opposto al quartiere Coppedè, che rappresenta esattamente ciò contro cui il razionalismo reagiva.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia del complesso è più densa di quanto la sua attuale quiete lasci immaginare. Vale la pena percorrerla per tappe.
1928: la decisione
Nel giugno 1928 la Confederazione fascista degli industriali stanziò tre milioni di lire per la costruzione di un grande sanatorio romano. Il finanziamento attraverso il mondo industriale non era casuale: la tubercolosi colpiva soprattutto la popolazione in età lavorativa, e il costo sociale della malattia ricadeva sul sistema produttivo oltre che sulle famiglie.
1930: la prima pietra
Fra novembre e dicembre 1930 venne posata la prima pietra. I lavori proseguirono per quattro anni su un’area che all’epoca risultava ancora largamente periferica, in un settore della città che l’espansione urbanistica stava appena raggiungendo.
1º dicembre 1934: l’inaugurazione
L’inaugurazione ufficiale ebbe luogo il 1º dicembre 1934, alla presenza del capo del governo. Si tratta di una data su cui circolano versioni diverse: alcune fonti divulgative indicano il 10 dicembre, ma la ricostruzione più documentata colloca la cerimonia al 1º dicembre. La discrepanza è segnalata qui per correttezza.
17 aprile 1936: la visita reale
Il 17 aprile 1936 il complesso ricevette la visita di Vittorio Emanuele III e della regina Elena, accompagnati da una delegazione che comprendeva alcune delle massime cariche del regime e autorità ecclesiastiche. Una visita di Stato in un ospedale segnala quanto il Forlanini fosse considerato un’opera di rappresentanza oltre che di servizio.
1938 e gli anni di guerra
Nel 1938 la struttura contava circa duemilasessanta posti letto. Con la guerra la pressione aumentò fino a portare il numero dei ricoverati contemporanei verso le quattromila unità, in un contesto di penuria alimentare e sanitaria che rendeva la tubercolosi ancora più aggressiva. Roma visse quegli anni con una rete ospedaliera sotto stress permanente, e il Forlanini fu una delle strutture più sollecitate.
1941: il padiglione ortopedico
Nel 1941 entrò in funzione il padiglione dedicato alle forme osteoarticolari, con oltre duecentocinquanta posti letto. Fu l’ultimo grande ampliamento della fase originaria.
1950: il congresso e Alexander Fleming
Nel 1950 il Forlanini ospitò il primo congresso internazionale dei medici specialisti delle malattie del torace. Vi partecipò Alexander Fleming, cui si deve l’osservazione da cui nacque la penicillina e che aveva ricevuto il Nobel nel 1945. È uno dei momenti in cui l’istituto romano si trovò materialmente al centro della discussione scientifica mondiale sulla malattia polmonare.
8 giugno 1955: la rivolta
L’8 giugno 1955 il complesso fu teatro di una violenta protesta legata a uno sciopero del personale, con intervento delle forze dell’ordine e circa trenta persone denunciate. Fu un episodio che colpì l’opinione pubblica per la condizione dei degenti coinvolti e che entrò nella cronaca nazionale di quell’anno. Vale la pena ricordarlo perché smentisce l’immagine oleografica del sanatorio come luogo sospeso e silenzioso: era un’istituzione grande quanto un paese, con conflitti sindacali e sociali della stessa intensità.
1960: la chemioprofilassi
Nel 1960 il gruppo guidato dal professor Omedei Zorini mise a punto qui un protocollo di chemioprofilassi antitubercolare basato sull’isoniazide, che venne poi adottato in molti paesi. È probabilmente il contributo scientifico di maggiore impatto internazionale prodotto all’interno di queste mura.
Anni Novanta: il nome Nicholas Green
Negli anni Novanta la struttura venne intitolata per un periodo a Nicholas Green, in seguito alla vicenda della donazione degli organi del bambino statunitense ucciso in Italia nel 1994. Il nome Forlanini venne poi ripristinato.
Giugno 2015: la chiusura
Nel giugno 2015 il complesso cessò l’attività ospedaliera, con trasferimento delle funzioni al San Camillo Forlanini e allo Spallanzani. È la data che segna l’inizio della condizione attuale.
2017: il vincolo di indisponibilità
Nel 2017 il complesso venne dichiarato patrimonio indisponibile alla vendita. Da allora la partita del riuso si gioca interamente all’interno del perimetro pubblico.
Chi è passato dall'Ex Ospedale Carlo Forlanini
Un luogo che ha ospitato decine di migliaia di persone in ottant’anni di attività ha inevitabilmente una galleria di figure che lo hanno attraversato, alcune celebri, la maggior parte no.
Le figure istituzionali
All’inaugurazione del 1º dicembre 1934 era presente Benito Mussolini, che tagliò il nastro dell’opera cui il complesso doveva la prima intitolazione. Nell’aprile 1936 arrivarono Vittorio Emanuele III e la regina Elena. Nelle cerimonie di quegli anni compaiono nomi che appartengono alla storia politica del ventennio, da Luigi Federzoni ai Ciano, padre e figlio, a Giuseppe Volpi, insieme a esponenti della gerarchia ecclesiastica romana come il cardinale Marchetti Selvaggiani. Sono presenze che si registrano come dato storico, non come merito del luogo.
I medici
La figura scientifica più legata al complesso è Eugenio Morelli, che ne guidò la fase di maggiore sviluppo e ne fece un centro di riferimento internazionale per la tisiologia. Accanto a lui, generazioni di clinici hanno formato qui la propria specializzazione: la rete formativa collegata all’istituto portò oltre seicento medici stranieri a compiere periodi di studio nel complesso, un dato che dice quanto Roma pesasse in quel settore specifico della medicina. Il gruppo di Omedei Zorini, negli anni Sessanta, produsse il risultato di ricerca più duraturo.
Alexander Fleming
Nel 1950, in occasione del congresso internazionale dei medici specialisti delle malattie del torace, il complesso ospitò Alexander Fleming. Che lo scopritore della penicillina abbia parlato dentro un sanatorio antitubercolare romano, nel momento esatto in cui gli antibiotici stavano rendendo obsoleto il modello sanatoriale, è una coincidenza storica che vale più di molte pagine di commento.
I malati
La parte più importante di questo elenco non ha nomi. Per ottant’anni il Forlanini ha accolto persone che vi restavano mesi o anni, bambini in immobilizzazione ortopedica che frequentavano la scuola interna, adulti che nella sala di lettura o al cinema del complesso passavano il tempo di una convalescenza lunghissima, famiglie che arrivavano da tutta Italia e si sistemavano nel quartiere per stare vicine a un parente ricoverato. Monteverde deve una parte della propria composizione sociale novecentesca a questo movimento. Quando si guarda la cancellata dalla strada, quello è il contenuto umano che quei muri hanno custodito, e trattarlo come scenografia sarebbe scorretto.
Il personale
Vanno ricordati anche i circa mille fra medici, infermieri, tecnici e addetti che nel solo 1934 componevano l’organico, più le comunità religiose residenti. Il Forlanini è stato, per generazioni di famiglie di Monteverde e della Portuense, il datore di lavoro principale del quartiere: una condizione che somiglia a quella di una fabbrica in una città industriale, e che spiega perché la chiusura del 2015 sia stata vissuta localmente come una perdita non soltanto sanitaria.
Quando andare a vedere Ex Ospedale Carlo Forlanini e quando evitare
Trattandosi di una visita esterna, la variabile decisiva è la luce, seguita dal traffico.
Le stagioni
La finestra migliore va da metà ottobre a fine novembre e da marzo a metà maggio. In autunno il fogliame interno cambia colore e il sole basso disegna bene i fronti; in primavera la vegetazione è compatta ma non ancora invadente e le giornate sono lunghe. L’inverno romano offre luci nitide e cancellate meno nascoste dalle chiome, con il vantaggio di una zona quasi deserta nei fine settimana.
L’estate è la stagione peggiore. Fra fine giugno e fine agosto la Circonvallazione Gianicolense e la via Portuense diventano roventi, l’ombra lungo i marciapiedi perimetrali è discontinua e la luce di mezzogiorno appiattisce completamente le facciate chiare. Chi viene comunque in quel periodo dovrebbe presentarsi entro le nove del mattino oppure dopo le diciotto.
Gli orari della giornata
Il momento migliore è la fascia fra le sedici e il tramonto, quando il sole da ovest illumina radente gli ingressi. Le ore centrali sono da evitare sia per la luce sia per il traffico generato dal vicino ospedale attivo.
I giorni della settimana
La domenica mattina la Circonvallazione Gianicolense è più percorribile a piedi e i marciapiedi sono liberi dalle doppie file. Il sabato funziona bene se si combina la passeggiata con il mercato di Porta Portese, che si tiene la domenica mattina e che dista pochi minuti, oppure con una sosta al Nuovo Mercato Testaccio, sull’altra sponda del fiume. I giorni feriali, nelle fasce di ingresso e uscita del personale ospedaliero, sono i più caotici.
Quando non ha senso venire
Non ha senso venire con l’aspettativa di entrare, di partecipare a una visita guidata organizzata o di trovare cartellonistica storica sul posto. Allo stato attuale il complesso non offre nulla di tutto questo. Chi arriva sapendo che vedrà un perimetro e dei fronti da fuori ne esce soddisfatto; chi arriva aspettandosi un museo torna a casa deluso.
Cosa c’è intorno a Ex Ospedale Carlo Forlanini
Il Forlanini da solo occupa un’ora. Il quartiere intorno tiene facilmente una giornata intera, ed è un pezzo di Roma che i circuiti turistici ignorano quasi del tutto.
Villa Doria Pamphilj
Villa Doria Pamphilj si raggiunge a piedi risalendo la Circonvallazione Gianicolense. Con i suoi centottantaquattro ettari è il parco pubblico più esteso di Roma, con il Casino del Bel Respiro progettato da Alessandro Algardi a metà Seicento, il giardino segreto, il laghetto e chilometri di percorsi. È il complemento naturale della visita al Forlanini, perché offre esattamente quello che il complesso sanatoriale nega: verde accessibile, aperto, percorribile.
Il Gianicolo
Salendo verso est si arriva al Gianicolo, con il belvedere, il monumento a Garibaldi e la vista più ampia sul centro storico. Sullo stesso versante si trovano la Fontana dell’Acqua Paola, il celebre Fontanone, il Tempietto del Bramante e il Bosco Parrasio dell’Accademia dell’Arcadia. Poco distante si trova anche il Mausoleo Ossario Gianicolense, dedicato ai caduti per la difesa della Repubblica Romana del 1849 e per l’unità d’Italia: un luogo poco frequentato e di grande intensità.
Trastevere
Scendendo verso il fiume si entra a Trastevere, con la Basilica di Santa Maria in Trastevere e i suoi mosaici, la Basilica di Santa Cecilia con il Giudizio Universale di Pietro Cavallini, il Museo di Roma in Trastevere e l’Orto Botanico, che occupa il giardino di Palazzo Corsini alle pendici del Gianicolo e che ospita una collezione arborea fra le più importanti d’Italia.
La via Portuense e il fiume
Scendendo invece verso sud lungo la via Portuense si incontra la Necropoli di via Portuense, testimonianza dell’antichissima frequentazione di questa direttrice, e più avanti l’Ex Mira Lanza, altro grande complesso industriale dismesso e in parte riconvertito. Verso il Tevere si arriva a Porta Portese, alle Mura Aureliane e, proseguendo, all’Isola Tiberina.
Oltre il fiume
Sull’altra sponda, a distanza di pochi minuti, si trovano la Piramide Cestia, il Cimitero acattolico, il Nuovo Mercato Testaccio e il Museo della via Ostiense. A nord, invece, la direttrice porta verso la Città del Vaticano e la Basilica di San Pietro, che dal Gianicolo si raggiungono a piedi.
Dove mangiare
Monteverde Nuovo e i Colli Portuensi sono zone residenziali con una ristorazione di quartiere onesta: trattorie romane, pizzerie al taglio, forni. Nessun indirizzo intorno a piazza Forlanini è una destinazione gastronomica, ma la qualità media supera quella del centro storico e i prezzi sono quelli di un quartiere dove si mangia tutti i giorni. Risalendo a Monteverde Vecchio la scelta migliora.
Domande veloci sull'Ex Ospedale Carlo Forlanini
Si può visitare?
No. Il complesso non è aperto al pubblico e l’accesso non autorizzato è illecito oltre che pericoloso, per ragioni statiche e per la probabile presenza di materiali contenenti amianto. La visita possibile è quella esterna, lungo le strade pubbliche del perimetro.
Quando ha chiuso?
Nel giugno 2015, con trasferimento delle funzioni al San Camillo Forlanini e allo Spallanzani.
Quando è stato costruito?
Prima pietra fra novembre e dicembre 1930, inaugurazione il 1º dicembre 1934.
Chi lo ha progettato?
Il progetto fu elaborato dall’ufficio costruzioni sanatoriali dell’ente previdenziale che lo finanziava. L’aspetto artistico è attribuito a Ugo Giovannozzi, la parte tecnica e la direzione lavori a un gruppo di ingegneri fra cui Ferdinando Poggi.
Quanto è grande?
Circa ventotto ettari, pari a poco meno di trecentomila metri quadrati. Nel 1938 contava circa duemilasessanta posti letto, saliti nella fase più critica degli anni di guerra fino a quasi quattromila ricoverati contemporanei.
Perché ha la forma a ferro di cavallo?
Per garantire a ogni camera esposizione a sud, luce diretta e ventilazione, secondo i criteri della terapia sanatoriale dell’epoca. La lettura popolare che vi vede la forma del sistema respiratorio è suggestiva ma non documentata come intento progettuale.
Come si chiamava all’origine?
Portava il nome del capo del governo dell’epoca ed era noto come Istituto Benito Mussolini. Negli anni Novanta fu per un periodo intitolato a Nicholas Green, prima del ripristino del nome Forlanini.
Che cosa ci sarà in futuro?
Nel 2017 il complesso è stato dichiarato patrimonio indisponibile alla vendita. Nel corso degli anni sono state discusse ipotesi diverse, da funzioni sanitarie specialistiche a destinazioni universitarie e culturali, senza che alla data di scrittura risulti un progetto avviato e concluso. Per lo stato dei procedimenti conviene consultare le comunicazioni ufficiali degli enti competenti.
Come ci si arriva?
Tram 8 da piazza Venezia fino alla fermata del San Camillo in Circonvallazione Gianicolense, oppure autobus urbani lungo la via Portuense. In treno, stazione di Roma Trastevere o fermata di Quattro Venti.
Vale la pena?
Se interessa l’architettura del Novecento, la storia della sanità pubblica o la Roma che nessuno fotografa, sì, e parecchio. Se si cerca un monumento da spuntare in una lista, no. A nostro giudizio il Forlanini è il luogo di Roma che meglio spiega che cosa succede quando una città costruisce un’opera enorme per un problema che poi, fortunatamente, smette di esistere. È una lezione di storia urbana che si riceve stando in piedi su un marciapiede, e che vale il viaggio in tram.
Domande frequenti sull'Ex Ospedale Carlo Forlanini
Che cos’è l’Ex Ospedale Carlo Forlanini?
L’Ex Ospedale Carlo Forlanini è un sanatorio antitubercolare dismesso in piazza Carlo Forlanini 1, a Roma, nel quartiere Gianicolense, oggi proprietà pubblica non aperta al pubblico. A differenza di un ospedale pensato per il ricovero breve, il Forlanini era un luogo dove i pazienti restavano mesi o anni, in una condizione a metà fra la degenza e la residenza.
Dove si trova l’Ex Ospedale Carlo Forlanini?
L’Ex Ospedale Carlo Forlanini si trova in piazza Carlo Forlanini 1, a Roma, nel quartiere Gianicolense. Il complesso confina a nord con la Circonvallazione Gianicolense, a sud con via Portuense, a est con l’area dell’ospedale San Camillo e a ovest con il tessuto residenziale di Monteverde Nuovo e dei Colli Portuensi.
Si può visitare l’interno dell’Ex Ospedale Carlo Forlanini?
No, l’Ex Ospedale Carlo Forlanini non si può visitare. Il complesso è proprietà pubblica, non è aperto al pubblico e l’ingresso non autorizzato costituisce un illecito, oltre a essere pericoloso per la probabile presenza di coperture instabili, solai ammalorati e materiali contenenti amianto. La visita possibile è solo quella esterna, lungo le strade pubbliche del perimetro.
Quando ha chiuso l’Ospedale Forlanini?
L’Ospedale Carlo Forlanini ha chiuso nel giugno 2015, con il trasferimento delle sue funzioni all’ospedale San Camillo Forlanini e allo Spallanzani. Il complesso era stato inaugurato il 1° dicembre 1934, alla presenza di Benito Mussolini, dopo che nel giugno 1928 la Confederazione fascista degli industriali aveva stanziato tre milioni di lire per la sua costruzione.
Perché si chiama Ospedale Carlo Forlanini?
Il complesso è intitolato a Carlo Forlanini, medico nato a Milano l’11 giugno 1847 e morto a Nervi il 26 maggio 1918, pioniere della cura della tubercolosi attraverso il pneumotorace. Alla sua apertura, però, l’edificio non portava questo nome: era conosciuto come Istituto Benito Mussolini, e l’intitolazione al clinico pavese arrivò solo in seguito.
Quanto è grande l’area dell’Ex Ospedale Forlanini?
L’area dell’Ex Ospedale Carlo Forlanini occupa circa ventotto ettari, con centinaia di migliaia di metri cubi di edifici, in un quartiere dove il prezzo del costruito è alto. Il complesso non è mai stato venduto né demolito, il che lo rende uno dei più grandi contenitori pubblici vuoti d’Europa dentro una capitale.
Qual è il momento migliore per fotografare l’Ex Ospedale Forlanini dall’esterno?
Per fotografare l’Ex Ospedale Carlo Forlanini dall’esterno la finestra migliore va da metà ottobre a fine novembre e da marzo a metà maggio. In autunno il fogliame interno cambia colore e il sole basso disegna bene i fronti degli edifici; in primavera la vegetazione è compatta ma non ancora invadente, e le giornate sono più lunghe.
Che cosa c’è vicino all’Ex Ospedale Forlanini?
Vicino all’Ex Ospedale Carlo Forlanini, risalendo la Circonvallazione Gianicolense, si trova Villa Doria Pamphilj, il parco pubblico più esteso di Roma con centottantaquattro ettari, che ospita il Casino del Bel Respiro progettato da Alessandro Algardi.
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