Museo di Roma in Trastevere

Il Museo di Roma in Trastevere è in piazza Sant'Egidio 1/b, 00153 Roma, dentro l'ex monastero delle Carmelitane Scalze che occupa il fianco settentrionale della piazzetta, a settanta metri da piazza Santa Maria in Trastevere. Si apre dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 20.00, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura; il lunedì è chiuso, e così il 1 maggio e il 25 dicembre, mentre il 24 e il 31 dicembre l'orario si riduce alla fascia 10.00-14.00. Il biglietto ha due listini, e la differenza non è un dettaglio: quando al pianterreno ci sono mostre in corso, l'intero costa 13,00 euro e il ridotto 8,50 euro; quando non ce ne sono, si scende a 9,50 euro l'intero e 5,00 euro il ridotto. Il preacquisto online o telefonico al call center 060608 aggiunge 1,00 euro di diritto di prevendita e produce un titolo che non è rimborsabile né modificabile, quindi conviene solo se andate a colpo sicuro. L'ingresso è gratuito per i possessori della MIC card e, dal febbraio 2026, per chi risiede a Roma e nella Città metropolitana esibendo in cassa la carta d'identità. I gruppi da cinque a venticinque persone con guida prenotano gratuitamente allo 060608 con almeno cinque biglietti preacquistati; le scolaresche entrano gratis con documentazione ufficiale e un accompagnatore ogni dieci alunni, salvo alcune mostre che chiedono un ridotto di 2,00 euro. La prenotazione non è obbligatoria per il singolo visitatore. Il call center 060608 risponde tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00; la biglietteria ha una casella dedicata, bstrastevere@zetema.it, e il museo risponde a museodiroma.trastevere@comune.roma.it. Per arrivarci: tram 3 e 8, autobus 23, 44, 75, 116, 280 e 630, con fermate sul lungotevere o lungo viale di Trastevere e cinque minuti di vicoli a piedi; la metropolitana in questo rione non arriva, e chi vi dice il contrario non ci ha mai messo piede. Verificate la linea su Atac prima di uscire, perché i percorsi romani cambiano più spesso di quanto sarebbe ragionevole.

Confronta le esperienze a Roma

Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Questa guida fa parte della sezione dedicata ai musei di Roma, dove trovate le altre raccolte civiche e statali della città con orari e tariffe.

Museo di Roma in Trastevere | il museo del folklore e dei poeti romaneschi
Museo di Roma in Trastevere | il museo del folklore e dei poeti romaneschi

Che cosa è davvero il Museo di Roma in Trastevere

Chi compra il biglietto pensando di entrare in un museo di quadri si sbaglia di poco ma si sbaglia. Il Museo di Roma in Trastevere è tre cose sovrapposte, e capirlo prima di salire le scale cambia la visita.

La prima è un museo etnografico: le Scene Romane, otto ambienti ricostruiti a grandezza naturale con manichini vestiti, arredi veri e fondali dipinti, che rappresentano mestieri e situazioni della Roma preunitaria. La seconda è una collezione di vedute: acquerelli, dipinti, stampe, e soprattutto il ciclo della Roma sparita di Ettore Roesler Franz, centoventi fogli di grande formato che documentano la città esattamente nel momento in cui stava per essere demolita. La terza è un centro espositivo di fotografia, con il pianterreno riservato alle mostre temporanee e una programmazione che negli ultimi vent'anni ha fatto di questa sede uno dei pochi luoghi civici romani dove la fotografia del Novecento viene mostrata con continuità.

Il collante fra le tre anime è un'idea sola, e va detta senza retorica: qui si conserva la memoria di quello che Roma ha perso diventando capitale. Non è un museo di capolavori. È un museo di prove. Se andate cercando la grande pittura, il posto giusto è un altro; se volete capire come si mangiava, si lavorava, si litigava e si moriva in questa città prima del 1870, questo è l'unico indirizzo in cui la risposta è tutta insieme in millecinquecento metri quadrati.

La mia opinione, dopo averci portato dentro centinaia di persone: è il museo civico più sottovalutato di Roma, e lo è per un motivo preciso. Il nome vecchio, Museo del Folklore, ha marchiato l'istituzione con un'aria da sagra paesana che il contenuto non merita.

L'ex monastero di Sant'Egidio, la sede del Museo di Roma in Trastevere

L'edificio è la parte più antica di quello che vedete, e ha una biografia che vale un capitolo a sé.

Dal 1610 alle Carmelitane Scalze

Il primo nucleo del monastero nasce nei primi decenni del Seicento presso la chiesa di San Lorenzo in Ianiculo, poi restaurata e ridedicata a Sant'Egidio. Nel 1610 la chiesa, con la casa annessa, viene concessa alle Carmelitane Scalze; il restauro porta il nome di Agostino Lancellotti. La spinta all'espansione arriva dodici anni dopo, con la canonizzazione di Teresa d'Avila nel 1622: da quel momento l'ordine riformato si radica in Trastevere con una serie di fondazioni che ancora oggi disegnano la topografia religiosa del rione, da Santa Maria della Scala al complesso di Regina Coeli in via della Lungara, fino a Santa Maria dei Sette Dolori alle pendici del Gianicolo.

Le monache comprano progressivamente il tessuto edilizio intorno alla piazza e lo fondono in un unico monastero di clausura. Nell'operazione finisce inglobata anche la chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano, l'antico San Biagio in Trastevere, ricostruita nel 1630. È il modo in cui a Roma si costruiva davvero: non si edificava su un campo vuoto, si mangiava l'isolato un pezzo alla volta.

Il cantiere del 1723 e il chiostro del Museo di Roma in Trastevere

Nel 1723 le monache commissionano a Francesco De Sanctis un intervento sull'architettura del complesso. È lo stesso architetto che pochi anni dopo firmerà la scalinata di Trinità dei Monti, e sapere che la mano è quella cambia lo sguardo sul chiostro: la misura degli archi, il rapporto fra pieni e vuoti, l'economia dei mezzi sono di un professionista che sapeva ottenere effetto con poco. Nel chiostro sono murati reperti provenienti dalle chiese medievali demolite nella zona: frammenti di transenne, iscrizioni, elementi cosmateschi che sono arrivati fin qui perché qualcuno, nell'Ottocento o nel Novecento, ha avuto il buon senso di non buttarli.

Il chiostro è la cosa più bella dell'edificio e la meno guardata. Attraversatelo lentamente due volte, all'andata e al ritorno.

1875, l'esproprio e i sessant'anni civili

Dopo l'unità d'Italia, con la liquidazione dell'asse ecclesiastico, il monastero viene espropriato dallo Stato. Dal 1875 il complesso è spezzato in immobili distinti con destinazioni diverse. Una porzione va al Comune di Roma, che ne fa prima una caserma delle guardie municipali, poi la Pretura del quinto mandamento con annessa residenza del pretore. Nei primi anni del Novecento diventa Casa di Contumacia, cioè un luogo di quarantena; poi lazzaretto per i profughi del terremoto della Marsica; infine ricovero per i soldati malati e infetti della Grande Guerra.

Provate a tenere insieme le immagini: le stesse volte sotto cui avevano pregato le carmelitane si riempiono di brande, di sfollati abruzzesi e di fanti tornati dal fronte con l'influenza spagnola addosso. In sessant'anni l'edificio attraversa quasi tutta la storia sociale italiana.

Il sanatorio Ettore Marchiafava

Nel secondo decennio del Novecento, per volontà del Governatorato, la funzione pubblica si stabilizza: il complesso diventa sanatorio antimalarico infantile. Nel 1921 viene intitolato a Ettore Marchiafava, medico, senatore del Regno, studioso della malaria e assessore all'Igiene. La targa che ricorda l'intitolazione è ancora all'ingresso del museo, e quasi nessuno la legge.

Vale la pena fermarsi un secondo: la malaria a Roma non era un ricordo esotico, era un problema di salute pubblica che riguardava l'Agro e i bambini poveri della città. Il fatto che questo indirizzo, oggi noto per gli acquerelli, sia stato per decenni un luogo dove si curavano bambini malarici è la cosa che racconto sempre ai gruppi e che nessuno si aspetta.

Il restauro di Attilio Spaccarelli e la nascita del museo

Negli anni Sessanta il Comune, che nel frattempo aveva acquisito anche le altre due ali affacciate sul chiostro, avvia un progetto di recupero architettonico firmato da Attilio Spaccarelli con la collaborazione di Fabrizio Bruno. Spaccarelli è il progettista che, insieme a Marcello Piacentini, aveva disegnato via della Conciliazione: un nome pesante, con una carriera che non tutti giudicano allo stesso modo. Qui però il lavoro è di restituzione, non di sventramento: l'intervento riporta alla luce l'architettura settecentesca commissionata dalle monache, e i lavori si prolungano fra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta.

Il museo apre fra il 1976 e il 1977 con il nome di Museo del Folklore e dei Poeti Romaneschi. Le fonti ufficiali del museo indicano la primavera del 1976 per la nascita dell'istituzione e il 1977 per l'apertura al pubblico della sede: le due date convivono senza contraddirsi davvero, perché una riguarda l'atto amministrativo e l'altra il taglio del nastro.

Dal Museo del Folklore al Museo di Roma in Trastevere

Il patrimonio esposto non nasce qui. Arriva da lontano, e ricostruire la filiera spiega perché la collezione ha la forma che ha.

Fra il 1930 e il 1939 esisteva un Museo della città di Roma allestito nell'ex pastificio Pantanella, presso la Bocca della Verità. Da lì i materiali passano a Palazzo Braschi, dove restano compressi in ambienti che non erano adatti a ospitarli. Le Scene Romane, in particolare, a Braschi erano confinate in stanze poco felici, viste male e capite peggio. Quando negli anni Settanta si apre la sede di piazza Sant'Egidio, l'articolazione degli spazi intorno al chiostro permette finalmente di dare a quel nucleo la posizione centrale che gli spettava.

Alla fine degli anni Novanta l'amministrazione decide di rendere esplicito il legame di origine fra le due sedi e cambia il nome: nel 2000 l'istituzione diventa Museo di Roma in Trastevere, riconoscendo la filiazione diretta dal Museo di Roma di Palazzo Braschi. Non fu un'operazione di sola targa. Insieme al nome cambiò la missione: il pianterreno venne attrezzato per esposizioni temporanee e convegni, e il museo scelse di puntare su cinema, multimedialità e fotografia, con l'idea che la cronaca contemporanea, documentata bene, diventa a sua volta documento storico.

Nella stessa occasione i materiali dello Studio Trilussa, da tempo confluiti al museo insieme all'archivio del poeta, ricevettero un allestimento nuovo e più aderente ai tempi.

Opinione netta: il cambio di nome è stato giusto nella sostanza e sbagliato nella comunicazione. Oggi il Museo di Roma in Trastevere viene scambiato per la succursale di Palazzo Braschi da metà dei visitatori che ci arrivano, e non lo è: le due sedi hanno collezioni diverse e vocazioni diverse, e chi cerca gli acquerelli di Roesler Franz a Braschi torna a casa deluso.

La visita sala per sala al Museo di Roma in Trastevere

Il percorso si sviluppa su due livelli intorno al chiostro. Al pianterreno le mostre temporanee, al primo piano la collezione permanente. Vi accompagno nell'ordine in cui conviene farlo.

Il chiostro del Museo di Roma in Trastevere

Si entra e si è subito nel chiostro. È quadrato, misurato, con il portico su cui si affacciano gli ambienti espositivi. Guardate le pareti: i frammenti antichi e medievali murati non sono decorazione, sono il deposito lapidario di chiese che non esistono più. In una città dove le rovine si visitano pagando, qui ne avete un campionario gratuito nel cortile del biglietto già fatto.

Nelle sere d'estate il chiostro ospita presentazioni e piccoli concerti. Se capitate in agosto controllate il programma: sono occasioni con poca gente e acustica sorprendente.

Il pianterreno e le mostre temporanee

Gli spazi del pianterreno, ricavati con la ristrutturazione conclusa nel 2000, sono il motore vivo della casa. Sono sale bianche, di dimensioni domestiche, che funzionano bene con la fotografia e male con la pittura di grande formato. Il museo lo sa e programma di conseguenza.

Attenzione a un punto pratico che pesa sul portafoglio: quando le mostre sono aperte il biglietto sale a 13,00 euro perché comprende anche la collezione permanente. Non esiste, nella prassi corrente, un titolo per la sola permanente in presenza di mostre. Se il vostro interesse è unicamente Roesler Franz, il periodo senza mostre vi fa risparmiare tre euro e mezzo; se invece amate la fotografia, il biglietto pieno è uno dei più onesti della città.

Le Scene Romane del Museo di Roma in Trastevere

Sono otto, e sono la ragione per cui questo museo esiste. Ambienti ricostruiti a grandezza naturale, con manichini vestiti di abiti d'epoca, oggetti autentici e fondali dipinti che simulano la profondità.

La loro origine è più interessante della loro fama. Furono progettate per la grande Esposizione del 1911, l'anno del cinquantenario dell'unità d'Italia, quando Roma si riempì di padiglioni e di regioni in costume. Il progetto rispondeva a un'esigenza politica esplicita: costruire un'identità nazionale mostrando costumi e usanze popolari come patrimonio comune. Questo va detto senza infingimenti, perché è la chiave per leggerle. Non sono documenti neutri, sono un'operazione culturale con una tesi.

Detto ciò, il loro valore documentario è reale e resta. Gli oggetti sono veri, i tessuti sono veri, le proporzioni degli ambienti sono studiate su fonti iconografiche. Chi le liquida come stereotipo ottocentesco fa un errore da salotto: dentro quelle vetrine c'è il modo in cui si tagliava il pane, come si appendeva la carne, quanto era basso un soffitto d'osteria, quanto pesava una portantina.

Il saltarello, l'osteria e lo scrivano pubblico

Le prime tre scene furono ideate da Antonio Barrera, che le trasse dalle stampe del Tomas: il saltarello romanesco, l'osteria e lo scrivano pubblico.

Il saltarello è il ballo popolare del Lazio, in tempo ternario, che gli stranieri del Grand Tour adoravano e che nell'iconografia ottocentesca diventa quasi un logo della romanità. La scena lo fissa in un fotogramma: i corpi in torsione, il tamburello, i pifferi.

L'osteria è la scena che consiglio di guardare più a lungo. Roma prima dell'unità aveva un numero di osterie che oggi sembra inverosimile, ed erano il vero luogo pubblico della città popolare: si mangiava, si beveva il vino dei Castelli portato in barile, si giocava, si contrattava, si combinavano matrimoni e si finiva a coltellate. Guardate i recipienti, la foglietta, il modo in cui il vino veniva misurato: quella era l'unità di misura sociale del rione.

Lo scrivano pubblico racconta invece l'analfabetismo. In una piazza c'era un uomo con un banchetto che scriveva lettere per chi non sapeva farlo, e leggeva quelle che arrivavano. È il ritratto più crudo e più esatto della Roma di allora: una città di quattro parrocchie di gente che non sapeva mettere il proprio nome su un foglio.

I pifferai, il carro a vino, la portantina, la farmacia

Le altre scene furono realizzate con gli stessi criteri da Orazio Amato (1884-1952): i pifferai, il carro a vino, la portantina e la farmacia.

I pifferai sono i pastori che scendevano dall'Abruzzo e dal Molise a Natale, con la zampogna e la ciaramella, e suonavano davanti alle edicole sacre. Non erano una cartolina: era un mestiere stagionale che integrava il reddito di famiglie di montagna.

Il carro a vino è il nervo economico dei Castelli: il vino arrivava a Roma su carretti a due ruote con la tettoia e il cane sotto, e il carrettiere dormiva mentre il cavallo faceva la strada che conosceva a memoria. La portantina racconta invece l'altra Roma, quella dei prelati e delle dame, e serve come contrappunto sociale nella stessa infilata di sale.

La farmacia, o spezieria, è la scena che colpisce di più i visitatori con qualche competenza scientifica: vasi da farmacia, mortai, bilance, cassetti con le etichette. Quello che chiamiamo farmaco era in gran parte una preparazione fatta lì dentro, e il farmacista era spesso il primo medico che un povero incontrava.

Il presepe romano del Museo di Roma in Trastevere

Negli anni Settanta, con lo stesso intento delle Scene, al percorso si aggiunse il presepe con le statuine in cartapesta di Angelo Urbani del Fabretto, ispirate alle scene di vita popolare disegnate da Bartolomeo Pinelli.

Qui c'è un punto che merita chiarezza. Non è un presepe devozionale: è un presepe etnografico ambientato nella Roma settecentesca, dove la Natività è un pretesto per rappresentare mestieri, tipi umani e architetture della città. È lo stesso meccanismo del presepe napoletano, applicato però a una topografia romana riconoscibile. Il presepe monumentale che ogni anno si allestisce sulla scalinata di piazza di Spagna viene spesso accostato a questo modello: è un accostamento che circola da tempo, e conviene prenderlo per quello che è, un'aria di famiglia più che un atto d'archivio.

Bartolomeo Pinelli (1781-1835) è il disegnatore che ha inventato l'immagine popolare di Roma per due secoli di iconografia. Chi lo conosce solo per i briganti in costume dovrebbe guardare le sue serie sui costumi romani con occhio diverso: sono la fonte visiva su cui è stata costruita mezza museografia etnografica italiana, comprese le vetrine di questa sala.

Museo di Roma in Trastevere | il museo del folklore e dei poeti romaneschi
Museo di Roma in Trastevere | il museo del folklore e dei poeti romaneschi

La Sala Ettore Roesler Franz, la memoria dei luoghi

Lungo la galleria del primo piano si sviluppa il percorso intitolato all'artista. È il cuore documentario del Museo di Roma in Trastevere, e chi entra sapendo cosa guardare ne esce cambiato.

La serie completa conta 120 acquerelli di grande formato, ciascuno di circa 53 per 75 centimetri, suddivisi in tre serie da quaranta, tutti realizzati fra il 1878 e il 1896. Il titolo che l'artista diede al ciclo non era Roma sparita: era Roma pittoresca. Memorie di un'era che passa. La dicitura con cui li conosciamo oggi è una scorciatoia popolare che ha fatto fortuna.

Del ciclo il museo conserva 119 fogli: uno andò perduto a Colonia nel 1966, durante un prestito espositivo. È il tipo di dettaglio che raramente entra nelle guide e che dice moltissimo sui rischi della circolazione delle opere su carta.

Come si leggono gli acquerelli della Roma sparita

La rotazione è obbligata: la carta e i pigmenti dell'acquerello si degradano alla luce in modo irreversibile, quindi in sala non troverete mai tutti i fogli insieme. Chi arriva con l'idea di vedere l'opera omnia resta deluso, e la delusione è colpa dell'aspettativa, non del museo.

Il metodo di Roesler Franz merita di essere spiegato, perché smonta l'immagine romantica dell'acquerellista che dipinge dal vero in una mattina. L'artista lavorava con fotografie e schizzi preparatori, e trasferiva il disegno sul foglio definitivo con una tecnica di ricalco a punteruolo. È un procedimento da documentarista, non da improvvisatore. Il risultato ha una precisione topografica che permette, ancora oggi, di identificare edifici, insegne e livelli stradali scomparsi.

Cosa documentano davvero. Prima di tutto le rive del Tevere prima dei muraglioni: il fiume a Roma era un fiume urbano, con le case che ci scendevano dentro, le scalette, i barconi, i mulini, le donne che lavavano i panni sulla riva. Dopo l'alluvione del dicembre 1870 si decise di arginare il corso con i muraglioni, e il cantiere occupò gli ultimi decenni dell'Ottocento cancellando l'intero fronte fluviale. Poi i porti: Ripa Grande, il porto di Trastevere sotto San Michele, e Ripetta con la sua scalinata a emiciclo, entrambi sacrificati. Poi il ghetto, demolito a partire dal 1885, con via Rua e gli scorci sul Portico d'Ottavia. Poi gli angoli di Trastevere che oggi non ci sono più, mangiati dall'apertura di viale del Re, l'attuale viale di Trastevere.

Un avvertimento onesto, da chi accompagna gruppi: negli acquerelli c'è anche una regia. Le figurette di popolane, i panni stesi, i pescatori sono composti con gusto pittoresco, e in qualche caso l'artista sistema la scena per renderla più leggibile. La topografia è affidabile, l'aneddotica è letteratura. Sapendolo, i fogli valgono il doppio.

La postazione multimediale con i 119 acquerelli

Per compensare la rotazione, il museo ha installato una postazione touch screen che permette di sfogliare tutti i 119 acquerelli con le relative schede esplicative. È lo strumento migliore della casa e il meno usato dai visitatori, che passano davanti allo schermo e tirano dritto.

Vi do un consiglio operativo: dedicategli venti minuti veri, seduti se c'è modo. Cercate il vostro quartiere, cercate il ponte che attraversate ogni giorno, cercate l'indirizzo dell'albergo in cui dormite. Il museo diventa immediatamente personale, e uscirete guardando i lungotevere con occhi diversi.

La Stanza di Trilussa

Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa (Roma, 6 ottobre 1871 - 21 dicembre 1950), è il secondo pilastro del Museo di Roma in Trastevere. Dal 1915 visse e lavorò in via Maria Adelaide 7, in un palazzo umbertino alle spalle di piazza del Popolo: gli studi Corrodi, un edificio concepito fin dall'origine come insieme di atelier per artisti. Fra i suoi vicini di pianerottolo ci furono Giulio Aristide Sartorio, Pio Joris, Ernesto Coleman e Onorato Carlandi. Non era una casa qualunque, era un condominio di pittori.

Lo studio era alto e spazioso, diviso su due livelli: una zona privata in alto, raggiungibile da un ballatoio, e sotto lo studio vero e proprio, dove trovava posto la collezione sterminata del poeta.

La sala del museo è stata riallestita e oggi presenta una selezione dei materiali dentro una videoinstallazione ideata da Studio Azzurro, il gruppo milanese che ha fatto scuola nell'uso narrativo del video in ambito museale. Chi si aspetta la ricostruzione filologica della stanza, con i mobili al loro posto, deve saperlo prima: la scelta è stata un'altra, ed è una scelta di racconto.

Il Fondo Trilussa fra carte, oggetti e animali impagliati

La raccolta di Trilussa era un accumulo consapevole e un po' folle: fotografie, libri, soprammobili, animali impagliati, esemplari botanici e i più disparati oggetti bizzarri o privi di qualunque valore. Un uomo che ha passato la vita a scrivere favole con animali parlanti aveva in casa una piccola arca imbalsamata, e la coincidenza è troppo bella per non segnalarla.

La vicenda della donazione è istruttiva. Poco dopo la morte del poeta lo studio venne dichiarato di interesse particolarmente importante ai sensi della legge del 1939 sulla tutela; nel 1954 i diritti passarono agli eredi e l'anno successivo i materiali furono donati al Comune di Roma. Il fondo restò per una decina d'anni al Museo di Roma di Palazzo Braschi, poi venne destinato al Museo del Folklore e dei Poeti Romaneschi, aperto nel 1977. Agli oggetti si aggiunge un consistente corpo di documenti, carteggi e fotografie che permettono di leggere la vita del poeta e lo scenario in cui si muoveva.

Sul valore letterario dico la mia, e non è la posizione di tutti. Trilussa è stato ridotto a poeta di massime da calendario, e il torto gliel'ha fatto proprio la sua popolarità. Le favole politiche degli anni Venti e Trenta, lette oggi con la data accanto, sono di una spregiudicatezza che sorprende: sotto il fascismo scriveva apologhi che chiunque capiva e che nessuno poteva formalmente contestare. Il vero museo Trilussa sono le sue carte, non i suoi soprammobili.

Roma dipinta tra il XVIII e il XX secolo

Accanto ai nuclei principali il Museo di Roma in Trastevere conserva una raccolta di pittura e grafica dedicata alla città fra Settecento e Novecento. Ci trovate Amedeo Simonetti (1874-1922), i due Corrodi, Salomon (1810-1892) e Arnoldo (1846-1874), Pasquale Ruggero (1851-1915), Achille Pinelli (Roma 1809-1841), Francesco Coleman (1851-1918) e perfino Gino Severini (1883-1966), che in questo contesto è la sorpresa. Fra gli stranieri figurano Adolphe Roger (1800-1880) e Franz Theodor Aerni.

Sono opere di formato medio e piccolo, spesso vedute notturne o scene di strada: una Veduta notturna di Roma, un Caldarrostaro a Via Sistina, una Piazza Colonna di notte. Il filo che le tiene insieme è la Roma illuminata a olio e a gas, la città prima dell'elettricità, che è un tema iconografico molto più raro di quanto si creda.

Achille Pinelli, figlio di Bartolomeo, merita una sosta a parte: la sua serie di vedute delle chiese romane è un catalogo topografico prezioso, perché molte di quelle facciate sono state poi rifatte, demolite o inglobate.

La festa e il carnevale romano

Una sezione della collezione è dedicata alle feste, ai costumi e alle tradizioni, e dentro questo capitolo il Carnevale ha una presenza dominante. Acquerelli, dipinti e incisioni raccontano il momento di massimo splendore del Carnevale romano, che l'Ottocento porta al suo apice prima che la Roma capitale lo ridimensioni.

Il Carnevale romano si svolgeva sul Corso, e non era una sfilata di carri: era una settimana di sospensione delle regole con la corsa dei barberi, i cavalli lanciati senza fantino lungo la via fino a piazza Venezia, la battaglia dei confetti di gesso e i moccoletti dell'ultima sera, quando ciascuno cercava di spegnere la candela dell'altro gridando. Goethe ne scrisse una relazione famosa. Fra gli oggetti conservati ci sono anche maschere carnevalesche di tipo antropomorfo, cioè volti costruiti per deformare l'umano, molto lontani dalla grazia veneziana.

Opinione personale: questa è la sezione dove il museo potrebbe fare di più. Il materiale c'è e la storia è formidabile, ma la narrazione in sala resta sottotono rispetto alla forza del soggetto.

Le stampe, le fotografie e i fondi fotografici

Il museo conserva un patrimonio di stampe e di fotografia storica che affianca le sezioni pittoriche e che alimenta buona parte delle mostre di casa. Ci sono fondi fotografici acquisiti dal museo, fra cui quelli di Mario Carbone ed Emilio Gentilini, e c'è un nucleo di manoscritti dei poeti romaneschi, a partire da Giuseppe Gioachino Belli, che giustifica storicamente la seconda metà del vecchio nome dell'istituzione.

Fra i dipinti compaiono anche autori stranieri del Grand Tour, come Samuel Prout, che disegnarono Roma per un pubblico che non l'avrebbe mai vista. Ed è presente il tema delle statue parlanti, quelle a cui i romani appendevano i cartelli di satira contro il potere: Pasquino, Marforio, il Babuino, Madama Lucrezia e l'Abate Luigi. La satira anonima è l'unica forma di stampa libera che Roma abbia avuto per tre secoli, e il fatto che questo museo la documenti insieme a Belli e a Trilussa non è un caso di collezionismo, è una linea coerente.

Ettore Roesler Franz, chi era e perché conta

Nasce a Roma l'11 maggio 1845 e muore nella stessa città il 26 marzo 1907. La famiglia è di origine centroeuropea, con radici commerciali e alberghiere: i Roesler Franz erano gente che nella Roma pontificia teneva rapporti con il mondo dei viaggiatori stranieri. Questa doppia appartenenza, romana e cosmopolita, spiega molto: l'artista guarda Roma da dentro, ma con l'occhio di chi sa che agli stranieri quella città interessa come documento.

L'acquisizione pubblica del ciclo avviene in due tempi. Nel 1883 il sindaco Leopoldo Torlonia compra i quaranta acquerelli della prima serie. Il 4 maggio 1908, a un anno dalla morte dell'artista, il Comune di Roma con il sindaco Ernesto Nathan acquista gli ottanta fogli restanti delle serie seconda e terza dal fratello Adolfo. Nathan, il sindaco laico e riformatore della giunta popolare, comprò con denaro pubblico l'archivio visivo di una città che la sua stessa amministrazione stava trasformando: è una delle contraddizioni più eleganti della storia amministrativa romana.

Perché conta, in concreto. Perché nessun altro corpus visivo copre quel decennio con quella sistematicità. La fotografia romana dell'Ottocento c'è, ed è preziosa, ma è discontinua e spesso costruita per il mercato dei souvenir. Roesler Franz invece lavorò a tappeto, quartiere per quartiere, sapendo di correre contro le ruspe. Se oggi possiamo dire con precisione quanto era largo il fronte di case sul Tevere prima dei muraglioni, lo dobbiamo in larghissima parte a lui.

Le mostre in corso al Museo di Roma in Trastevere

Il pianterreno lavora tutto l'anno con una programmazione che tiene insieme grande fotografia internazionale e sguardi sulla città. Il calendario del museo prevede in questo periodo tre esposizioni aperte contemporaneamente.

A Rome la nuit, le fotografie di Herve Gloaguen

A Rome la nuit raccoglie il racconto per immagini dei viaggi romani del fotografo francese Herve Gloaguen fra il 1974 e il 1995, ed è aperta dal 25 marzo al 6 settembre 2026. Vent'anni di notti romane visti da un francese che conosceva la città abbastanza da non fare il turista: sono gli anni in cui Roma cambia pelle sociale, e la notte è il momento in cui il cambiamento si vede meglio.

Lungo le Strade Blu, le fotografie di Francesco Conversano

Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways presenta le fotografie di Francesco Conversano a cura della Fondazione Massimo e Sonia Cirulli, dal 18 marzo al 4 ottobre 2026. Le strade blu sono le secondarie americane, quelle segnate in blu sulle vecchie carte stradali: il progetto è un viaggio sull'America minore, lontano dalle interstatali.

New York di Matilde Damele

New York di Matilde Damele è un viaggio fotografico e interiore lungo le strade della città americana, aperto dal 10 giugno al 13 settembre 2026.

Prima di partire controllate il calendario aggiornato sul sito ufficiale: le date di chiusura vengono talvolta prorogate, e la composizione delle sale cambia. Consiglio spassionato: se dovete sceglierne una sola, andate a quella dove il fotografo ha lavorato più a lungo sullo stesso soggetto. Nelle mostre fotografiche la durata del lavoro si vede sempre.

La vocazione fotografica del Museo di Roma in Trastevere

Dal 2000 in avanti questa sede ha costruito un'identità precisa: è il luogo civico romano dove la fotografia viene trattata come disciplina autonoma e non come corredo di altre mostre. Ci sono passate retrospettive di autori internazionali e ricognizioni sui fondi cittadini, e la sala convegni ha ospitato incontri su temi e personalità legati alla vita della città.

Perché ha funzionato. Perché le dimensioni domestiche delle sale costringono a esporre poco e bene, e la fotografia in piccolo formato regge la vicinanza. Perché il biglietto resta abbordabile. E perché Trastevere porta pubblico spontaneo: molta gente entra qui perché piove o perché ha finito il giro delle chiese, e scopre una mostra che non sapeva esistesse.

Se seguite la fotografia, questa è insieme al circuito dei musei civici l'unica programmazione romana su cui vale la pena tenere un promemoria fisso. Il resto della città, in materia, è molto più intermittente di quanto la sua fama suggerisca.

Come si visita il Museo di Roma in Trastevere: durata e percorso

Il tempo giusto è di un'ora e mezza se vi interessa tutto, quaranta minuti se venite solo per gli acquerelli, due ore e mezza se al museo aggiungete due mostre lette con calma.

Il percorso che consiglio: chiostro, poi subito al primo piano, perché la collezione permanente si gode meglio con la testa fresca. Scene Romane in ordine, senza saltarne nessuna, con il presepe alla fine del gruppo. Poi la galleria Roesler Franz, dedicandole almeno venticinque minuti fra fogli in parete e postazione multimediale. Poi Trilussa. Solo alla fine si scende alle mostre temporanee: sono la parte che stanca di più gli occhi, e ha senso affrontarla quando non dovete più conservare attenzione per altro.

Non ci sono file. Questa è una delle poche istituzioni romane dove potete presentarvi senza prenotare, anche in alta stagione, e trovare la cassa libera. La eccezione riguarda le grandi mostre fotografiche nelle ultime due settimane di apertura e i sabati pomeriggio piovosi, quando mezzo rione si rifugia qui dentro.

Le didascalie in sala sono più asciutte del necessario. Se venite senza guida, la postazione multimediale e la libreria del museo colmano buona parte del vuoto.

Il Museo di Roma in Trastevere con i bambini

È uno dei tre o quattro musei romani che funzionano davvero con i bambini fra i sei e i dodici anni, e il motivo è semplice: le Scene Romane sono, di fatto, otto diorami. I bambini le leggono come si legge un presepe grande, cercando i dettagli.

Il gioco che uso e che funziona sempre: davanti a ogni scena si chiede di trovare tre oggetti che a casa loro non esistono più. Il risultato è che i bambini smontano da soli la differenza fra la loro vita e quella di un coetaneo del 1850, e la lezione di storia si fa da sé senza che nessuno la reciti.

Il presepe con le statuine di cartapesta tiene banco a dicembre e resta interessante anche fuori stagione. La galleria degli acquerelli, invece, va giocata sul confronto: scegliete un foglio che raffigura un punto che avete appena attraversato e chiedete di elencare le differenze. Con i più piccoli di sei anni, siate realisti: la visita regge quaranta minuti, non di più, e il chiostro è la valvola di sfogo.

Le scolaresche entrano gratuitamente con la documentazione ufficiale dell'istituto, con un accompagnatore ogni dieci alunni; alcune mostre temporanee chiedono un ridotto di 2,00 euro. Il museo ha un'offerta didattica strutturata con itinerari dedicati alle scuole, che si prenota tramite il call center 060608.

Accessibilità e servizi del Museo di Roma in Trastevere

L'edificio è un ex monastero riadattato, e questo comporta i limiti tipici di quel tipo di struttura: soglie, dislivelli minimi fra ambienti, un impianto distributivo che non è nato per il pubblico. Il museo dispone di libreria e di spazi per conferenze, oltre alle sale espositive.

Se vi serve una risposta certa sull'accesso in sedia a rotelle, sull'ascensore per il primo piano o sul deposito di passeggini e bagagli, la via più rapida e affidabile è chiamare lo 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, oppure scrivere a bstrastevere@zetema.it. Le condizioni di accessibilità di questa sede cambiano quando cambia l'allestimento delle mostre al pianterreno, e una telefonata di due minuti evita un viaggio inutile.

Sulle fotografie in sala vale la regola generale dei musei civici romani: lo scatto senza flash e per uso personale è normalmente ammesso, mentre le singole mostre temporanee possono avere restrizioni imposte dai prestatori o dagli aventi diritto. Il cartello all'ingresso della sala fa fede sempre.

Quanto costa e come si risparmia al Museo di Roma in Trastevere

Il conto è presto fatto, ma va fatto bene perché qui la logica del biglietto è meno banale di quanto sembri.

Con mostre in corso: intero 13,00 euro, ridotto 8,50 euro. Senza mostre: intero 9,50 euro, ridotto 5,00 euro. Prevendita online o al call center: 1,00 euro in più, con titolo non rimborsabile né modificabile.

La MIC card costa 5,00 euro e dà accesso gratuito per dodici mesi all'intero Sistema Musei di Roma Capitale. È la carta più conveniente che esista in Italia e il calcolo è elementare: si ripaga alla prima visita qui dentro, e ne avanza. La MIC card è pensata per chi risiede o studia a Roma; i requisiti esatti vanno letti sul sito del sistema museale prima dell'acquisto.

Dal febbraio 2026 chi risiede a Roma e nella Città metropolitana entra gratuitamente esibendo in cassa la carta d'identità. È una misura che cambia la vita culturale della città e che, secondo me, molti romani non hanno ancora capito di avere. Se abitate qui, questo museo vi costa zero, e il costo di entrare mezz'ora, guardare tre acquerelli e uscire è diventato nullo. È il modo migliore per usarlo: poche volte, poco per volta, con attenzione vera.

I gruppi da cinque a venticinque persone accompagnati da una guida prenotano gratuitamente allo 060608 con almeno cinque biglietti preacquistati.

Quando andare al Museo di Roma in Trastevere

Il momento migliore è la mattina infrasettimanale, fra le 10.00 e le 12.00, quando la luce nel chiostro è alta e le sale sono vuote. Il martedì è il giorno più tranquillo dell'anno intero, perché segue la chiusura del lunedì e nessuno lo considera un giorno da museo.

Da evitare, se potete: il sabato pomeriggio, che a Trastevere è ingestibile per motivi che con il museo non c'entrano nulla; e le domeniche di ponte, quando la piazza davanti diventa un imbuto. In agosto, contrariamente a quello che si crede, la città funziona benissimo per i musei al chiuso: qui dentro fa fresco e non c'è nessuno.

La stagione ideale resta l'autunno. Ottobre e novembre a Trastevere sono i mesi in cui il rione torna a somigliare a se stesso, e una visita qui seguita da una passeggiata al tramonto verso il fiume è il modo più economico che conosco per passare un pomeriggio memorabile a Roma.

Se venite d'inverno, controllate il programma delle serate nel chiostro. Se venite in dicembre, il presepe vale il biglietto anche da solo.

Museo di Roma in Trastevere | il museo del folklore e dei poeti romaneschi
Museo di Roma in Trastevere | il museo del folklore e dei poeti romaneschi

Che cosa c'è intorno al Museo di Roma in Trastevere

Questo indirizzo ha una posizione che pochi musei romani possono vantare: siete al centro esatto del rione, con tutto raggiungibile a piedi in meno di un quarto d'ora.

A settanta metri c'è la Basilica di Santa Maria in Trastevere, con i mosaici absidali del Duecento e la piazza che le sta davanti. È l'abbinamento naturale, e ha una logica in più: gli acquerelli che avete appena visto raccontano proprio questi vicoli prima delle demolizioni, e uscire dal museo con quelle immagini in testa cambia il modo in cui guardate la piazza.

Salendo verso il fiume in dieci minuti si arriva a Villa Farnesina, con la Galatea di Raffaello e le stanze di Baldassarre Peruzzi, e all'Orto Botanico di Roma, che è il polmone verde meno affollato del centro e ha il bambuseto e la scalinata delle undici fontane. Sopra c'è il Gianicolo, con la vista sulla città e con la Fontana dell'Acqua Paola, il Fontanone, che è il punto in cui i romani portano chi vogliono impressionare. Sulla stessa salita c'è San Pietro in Montorio con il Tempietto di Bramante nel cortile.

Scendendo verso Trastevere basso: la Basilica di Santa Cecilia in Trastevere con la scultura di Stefano Maderno e il Giudizio di Pietro Cavallini, la Chiesa di San Francesco a Ripa con la Beata Ludovica Albertoni del Bernini, e la Chiesa di Sant'Agata in Trastevere, che nessuno visita. La domenica mattina, a due passi, c'è il mercato di Porta Portese.

Verso il fiume, l'Isola Tiberina chiude il quadro. E se volete il confronto più istruttivo che si possa fare in città, attraversate ponte Sisto e in venti minuti siete a Palazzo Braschi: stessa famiglia museale, due racconti complementari della stessa città.

Una curiosità su Museo di Roma in Trastevere

La curiosità che tengo per ultima quando accompagno un gruppo riguarda un foglio che non c'è. Degli acquerelli di Ettore Roesler Franz il museo ne possiede 119, non 120: uno andò perduto a Colonia nel 1966, durante una trasferta espositiva. Non si tratta di un mistero romanzesco, ma di quello che succede quando opere fragili viaggiano, e la vicenda è registrata nella documentazione del ciclo. Chi visita la galleria del primo piano guarda una serie che ha un buco permanente, e non se ne accorge, perché la rotazione obbligata rende invisibile l'assenza.

C'è una seconda curiosità, meno drammatica e più utile. Il nome con cui tutti conosciamo quel ciclo, Roma sparita, non è il nome che gli diede l'autore. Roesler Franz lo intitolò Roma pittoresca. Memorie di un'era che passa, formula più malinconica e più esatta, perché non parla di scomparsa ma di passaggio. La sostituzione avvenne nell'uso comune, e ha finito per condizionare la lettura delle opere: chiamandole Roma sparita le abbiamo trasformate in un elenco di lutti, mentre l'artista le pensava come il ritratto di una città in movimento.

Terza, per chi ama le coincidenze amministrative: gli ottanta fogli delle serie seconda e terza furono comprati dal Comune il 4 maggio 1908 sotto il sindaco Ernesto Nathan, l'amministratore che più di ogni altro spinse sulla modernizzazione di Roma. Comprò con soldi pubblici l'archivio della città che stava contribuendo a cancellare. Nessuno gliene fece una colpa, e fece bene: senza quell'acquisto oggi quei fogli sarebbero sparsi in tre continenti.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo di Roma in Trastevere

Che il biglietto ha due prezzi diversi a seconda di che cosa c'è al pianterreno, e che quasi nessuno lo sa prima di arrivare in cassa. Con le mostre aperte si pagano 13,00 euro; senza mostre si pagano 9,50 euro. La differenza di tre euro e mezzo non rovina nessuno, ma la sorpresa in biglietteria mette di cattivo umore, e con un gruppo familiare da quattro persone diventano quattordici euro di scarto.

La seconda cosa che non vi dice nessuno è più importante e riguarda la delusione più frequente in questo museo: gli acquerelli di Roesler Franz sono esposti a rotazione, sempre e comunque. La carta e i pigmenti dell'acquerello si sbiadiscono con l'esposizione prolungata alla luce, e il danno è irreversibile. Quindi in sala ne trovate una selezione, mai la serie intera. Le persone che arrivano qui con l'aspettativa di vedere centoventi vedute escono contrariate, e la colpa non è del museo ma di una comunicazione che sul punto è sempre stata timida. La compensazione esiste ed è ottima, la postazione touch screen con tutti i 119 fogli schedati, ma bisogna sapere che c'è.

Terza cosa non detta: parte dell'antico complesso monastico, quello di cui il museo occupa un settore, è la sede principale della Comunità di Sant'Egidio. Il nome dell'associazione, conosciuta in tutto il mondo per la mediazione nei conflitti, viene proprio da questa piazza e da questa chiesa. Molti visitatori attraversano piazza Sant'Egidio senza collegare le due cose, e il collegamento invece è letterale: stesso isolato, stessa origine toponomastica, due destini completamente diversi partiti dalla stessa clausura carmelitana.

Il consiglio che ti do per visitare Museo di Roma in Trastevere

Prima regola: venite di mattina infrasettimanale e cominciate dal primo piano. La tentazione è di entrare nelle mostre temporanee perché sono le prime che incontrate, ma è l'ordine sbagliato. La collezione permanente chiede attenzione e memoria, e va affrontata quando gli occhi sono riposati; le mostre fotografiche, che spesso sono la parte più densa, si assorbono meglio quando avete già capito dove siete.

Seconda regola: davanti agli acquerelli, non guardate i quadri, guardate i luoghi. Prendete tre fogli e identificate esattamente dove si trovava il punto di vista dell'artista. Poi, uscendo, andate a piedi in quei tre punti. Ci vogliono venti minuti in più e trasformano una visita in un'esperienza di topografia storica che vi resta addosso per anni. Il fronte del Tevere prima dei muraglioni, i porti fluviali, gli angoli del ghetto: sono tutti raggiungibili da qui.

Terza regola, quella che pochi seguono: fermatevi alla postazione multimediale e sedetevi. Venti minuti, non tre. Cercate il vostro quartiere, cercate un ponte, cercate l'indirizzo dove dormite. Il museo smette immediatamente di essere una collezione di cose altrui.

Quarta: se siete residenti a Roma o nella Città metropolitana, dal febbraio 2026 entrate gratis con la carta d'identità. Usate questa gratuità come si usa una biblioteca di quartiere, cioè spesso e per poco tempo. Venti minuti dedicati a una sola sala valgono più di due ore di percorso completo fatte una volta sola nella vita. E chi non è residente compri la MIC card a 5,00 euro se ha in programma anche solo due musei civici: il conto si chiude in attivo dalla seconda visita.

Quinta e ultima: non venite qui con fretta e con altri due musei in programma nello stesso giorno. È un posto che si apre lentamente e che punisce chi corre.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che le Scene Romane nacquero per una fiera. Furono progettate per la grande Esposizione del 1911, l'anno in cui Roma celebrò il cinquantenario dell'unità d'Italia riempiendosi di padiglioni, e la loro ragione d'essere era politica prima che etnografica: mostrare al pubblico nazionale e internazionale i costumi e le usanze popolari italiane come patrimonio condiviso di un paese che aveva cinquant'anni e mille storie diverse alle spalle.

Le prime tre, ideate da Antonio Barrera sulla scorta delle stampe del Tomas, riproducevano il saltarello romanesco, l'osteria e lo scrivano pubblico. Le altre vennero realizzate più tardi da Orazio Amato (1884-1952) con gli stessi criteri: i pifferai, il carro a vino, la portantina, la farmacia. Otto ambienti in tutto, che dopo l'Esposizione ebbero una vita errabonda, passando dal Museo della città di Roma al pastificio Pantanella, poi a Palazzo Braschi in stanze inadatte, e approdando qui solo negli anni Settanta.

Il fatto risaputo è che sono ricostruzioni. Quello poco citato è che questa consapevolezza, invece di indebolirle, le rende più interessanti. Sono un documento doppio: raccontano la Roma di primo Ottocento nei loro contenuti e l'Italia del 1911 nel loro modo di raccontarla. Chi le guarda solo come cartolina folkloristica perde metà dell'informazione. Sono un pezzo di storia della museografia europea, contemporanee alle grandi sezioni etnografiche delle esposizioni universali, e vanno lette con lo stesso rispetto critico che si riserva a un padiglione coloniale: come oggetti che dicono molto su chi li ha costruiti.

La foto giusta da fare a Museo di Roma in Trastevere

Il chiostro, dal portico, con il tempo lento. Vi mettete sotto un arco del lato in ombra e inquadrate il lato opposto illuminato, tenendo dentro un pezzo di colonna in primo piano a sinistra o a destra. È una geometria banale che qui funziona sempre, perché le proporzioni settecentesche fanno il lavoro al posto vostro. L'ora migliore è fra le 10.30 e le 11.30, quando la luce entra alta e taglia il quadrilatero in due.

La seconda foto, quella che nessuno fa: i frammenti murati nelle pareti del portico. Un'iscrizione medievale o un pezzo di transenna cosmatesca fotografati stretti, senza contesto, danno un'immagine astratta e forte, e hanno il vantaggio di raccontare quello che il museo è davvero, un deposito di memoria.

Dentro le sale, la regola cambia. Le Scene Romane sono in vetrina o in nicchia con illuminazione museale, e la fotografia frontale col telefono restituisce riflessi e colori piatti. Se volete provarci, avvicinatevi obliquamente al vetro e fotografate un dettaglio invece dell'insieme: un utensile, una mano del manichino, l'etichetta di un vaso da farmacia. Gli acquerelli, in vetrina antiriflesso e con luci bassissime per ragioni conservative, sono i soggetti peggiori del museo: lasciateli stare e comprate la riproduzione in libreria.

Ricordate che il flash è vietato ovunque e che le singole mostre temporanee possono avere divieti specifici imposti dai prestatori. Il cartello all'ingresso della sala fa sempre testo. E fuori, in piazza Sant'Egidio, la foto migliore la fate al tramonto, con la facciata della chiesa a destra e la gente seduta sui gradini.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 1610 è la data di partenza: la chiesa di Sant'Egidio, restaurata da Agostino Lancellotti, viene concessa con la casa annessa alle Carmelitane Scalze. Nel 1622 la canonizzazione di Teresa d'Avila dà all'ordine riformato una spinta che in Trastevere si traduce in un ciclo di fondazioni: Santa Maria della Scala, il grande complesso di Regina Coeli in via della Lungara, Santa Maria dei Sette Dolori. Nel 1630 viene ricostruita la chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano, l'antico San Biagio, che finirà inglobata nel monastero. Nel 1723 le monache commissionano a Francesco De Sanctis l'intervento architettonico che dà al complesso la forma che ancora oggi riconosciamo.

Il 1875 è la cesura. Con la liquidazione dell'asse ecclesiastico lo Stato espropria il monastero e lo divide in immobili con destinazioni diverse. Il Comune di Roma ne ricava prima una caserma delle guardie municipali, poi la Pretura del quinto mandamento con la residenza del pretore. Nei primi anni del Novecento arriva la Casa di Contumacia; poi il complesso ospita i profughi del terremoto della Marsica; poi i soldati malati e infetti della Grande Guerra. Nel 1921 diventa sanatorio antimalarico infantile intitolato a Ettore Marchiafava, medico e senatore del Regno, e la targa all'ingresso lo ricorda ancora.

Negli anni Sessanta il Comune avvia il recupero architettonico progettato da Attilio Spaccarelli con Fabrizio Bruno, che restituisce l'impianto settecentesco. Il museo apre fra il 1976 e il 1977 come Museo del Folklore e dei Poeti Romaneschi. Nel 2000, dopo una nuova ristrutturazione, l'istituzione assume il nome attuale e apre al pianterreno gli spazi per mostre ed eventi.

Tre secoli e mezzo in cui lo stesso quadrilatero di muri è stato clausura, caserma, tribunale, lazzaretto, ospedale per bambini malarici e museo. Poche architetture romane hanno un curriculum così vario, e nessuna lo dichiara così poco.

Chi è passato da Museo di Roma in Trastevere

Prima dei visitatori vengono gli abitanti. Per due secoli e mezzo qui sono passate generazioni di Carmelitane Scalze in clausura, di cui non conosciamo quasi nessun nome: è il paradosso di questo edificio, abitato più a lungo da persone di cui non resta traccia individuale.

Ettore Roesler Franz (1845-1907) da qui non è passato in vita, perché il museo non esisteva, ma la sua opera è arrivata attraverso due sindaci. Leopoldo Torlonia comprò per il Comune la prima serie di quaranta acquerelli nel 1883; Ernesto Nathan comprò le altre due serie, ottanta fogli, il 4 maggio 1908 dal fratello Adolfo. Sono due nomi che dicono molto della Roma amministrativa fra Otto e Novecento, l'aristocratico e il riformatore laico, uniti dall'aver salvato lo stesso corpus.

Trilussa, cioè Carlo Alberto Salustri (Roma, 6 ottobre 1871 - 21 dicembre 1950), è qui con le sue cose e con le sue carte. Il suo studio di via Maria Adelaide 7, negli studi Corrodi, era un pianerottolo di artisti: fra i vicini ci furono Giulio Aristide Sartorio, Pio Joris, Ernesto Coleman e Onorato Carlandi. Da quello studio arrivano gli oggetti, i documenti e le fotografie che compongono il Fondo Trilussa, donato al Comune nel 1955.

Nella collezione compaiono Bartolomeo Pinelli (1781-1835), che ha dato la matrice iconografica al presepe e a mezza museografia popolare italiana, e suo figlio Achille (1809-1841) con le vedute delle chiese. Ci sono Salomon e Arnoldo Corrodi, Francesco Coleman, Pasquale Ruggero, Amedeo Simonetti, e c'è Gino Severini, il futurista, che in questo contesto è il nome che nessuno si aspetta. Fra gli stranieri passati per Roma e finiti in queste sale ci sono Adolphe Roger, Franz Theodor Aerni e Samuel Prout, acquerellista inglese del Grand Tour.

Poi ci sono i fotografi: Herve Gloaguen, che ha percorso Roma di notte fra il 1974 e il 1995, e i molti autori italiani e internazionali che il pianterreno ha ospitato dal 2000 in poi. E c'è Studio Azzurro, il collettivo che ha firmato la videoinstallazione della Stanza di Trilussa.

Domande veloci su Museo di Roma in Trastevere

Dove si trova esattamente il Museo di Roma in Trastevere

In piazza Sant'Egidio 1/b, 00153 Roma, nel rione Trastevere, a settanta metri da piazza Santa Maria in Trastevere.

Quali sono gli orari del Museo di Roma in Trastevere

Dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 20.00, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura. Il 24 e il 31 dicembre l'orario è ridotto a 10.00-14.00.

Quando è chiuso il Museo di Roma in Trastevere

Tutti i lunedì, più il 1 maggio e il 25 dicembre.

Quanto costa il biglietto del Museo di Roma in Trastevere

Con mostre in corso, 13,00 euro l'intero e 8,50 euro il ridotto. Senza mostre, 9,50 euro l'intero e 5,00 euro il ridotto. Il preacquisto online o telefonico aggiunge 1,00 euro di prevendita.

Perché il biglietto ha due prezzi diversi

Perché il pianterreno ospita mostre temporanee: quando sono aperte il titolo comprende anche quelle, e il prezzo sale. Quando non ce ne sono, si paga solo la collezione permanente.

I residenti a Roma entrano gratis al Museo di Roma in Trastevere

Sì. Dal febbraio 2026 l'ingresso è gratuito per chi risiede a Roma e nella Città metropolitana, esibendo in cassa la carta d'identità.

La MIC card vale al Museo di Roma in Trastevere

Sì, i possessori della MIC card entrano gratuitamente. La carta costa 5,00 euro e dà accesso per dodici mesi al Sistema Musei di Roma Capitale.

Serve prenotare per visitare il Museo di Roma in Trastevere

No, per il singolo visitatore la prenotazione non è obbligatoria. I gruppi da cinque a venticinque persone con guida prenotano gratuitamente al call center 060608.

Quanto dura la visita al Museo di Roma in Trastevere

Un'ora e mezza per la collezione permanente con attenzione, quaranta minuti se venite solo per gli acquerelli, due ore e mezza se aggiungete due mostre lette con calma.

Che cosa si vede al Museo di Roma in Trastevere

Le otto Scene Romane a grandezza naturale con i manichini, il presepe romano in cartapesta, la galleria degli acquerelli di Ettore Roesler Franz, la Stanza di Trilussa, la pittura romana fra Settecento e Novecento, la sezione su feste e carnevale, stampe e fondi fotografici, e le mostre temporanee al pianterreno.

Ci sono davvero tutti i 120 acquerelli di Roma sparita

No, e non ci sono mai. La serie conservata conta 119 fogli, uno andò perduto a Colonia nel 1966, e per ragioni di conservazione vengono esposti solo a rotazione. Una postazione touch screen permette di vedere tutti e 119 con le schede.

Che differenza c'è fra il Museo di Roma in Trastevere e Palazzo Braschi

Appartengono alla stessa famiglia museale ma hanno collezioni diverse. Gli acquerelli di Roesler Franz e le Scene Romane sono qui; a Palazzo Braschi c'è la grande collezione sulla storia della città. Chi cerca la Roma sparita a Braschi sbaglia indirizzo.

Il Museo di Roma in Trastevere è adatto ai bambini

Molto. Le Scene Romane funzionano come diorami e il presepe cattura anche i più piccoli. Sotto i sei anni contate quaranta minuti di attenzione, non di più.

Le scolaresche pagano

No, l'ingresso è gratuito con documentazione ufficiale dell'istituto e un accompagnatore ogni dieci alunni. Alcune mostre temporanee richiedono un ridotto di 2,00 euro.

Si possono fare fotografie dentro il Museo di Roma in Trastevere

Lo scatto senza flash per uso personale è normalmente ammesso nei musei civici romani, ma le singole mostre temporanee possono avere restrizioni. Il cartello all'ingresso della sala fa fede.

Il Museo di Roma in Trastevere è accessibile in sedia a rotelle

L'edificio è un ex monastero riadattato e le condizioni cambiano con gli allestimenti. Per una risposta certa chiamate lo 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, o scrivete a bstrastevere@zetema.it.

Come si arriva al Museo di Roma in Trastevere con i mezzi

Tram 3 e 8, autobus 23, 44, 75, 116, 280 e 630, con fermate sul lungotevere o lungo viale di Trastevere e cinque minuti a piedi. Metropolitana non ce n'è: Trastevere non ha stazioni della metro.

C'è tanta fila al Museo di Roma in Trastevere

Quasi mai. È uno dei pochi musei romani dove si entra senza attesa anche in alta stagione. Fanno eccezione le ultime settimane delle grandi mostre fotografiche e i sabati pomeriggio di pioggia.

Quali mostre ci sono adesso al Museo di Roma in Trastevere

Il calendario del museo prevede A Rome la nuit di Herve Gloaguen fino al 6 settembre 2026, Lungo le Strade Blu di Francesco Conversano fino al 4 ottobre 2026 e New York di Matilde Damele fino al 13 settembre 2026. Le date possono essere prorogate: controllate sul sito ufficiale.

Vale la pena entrare solo per gli acquerelli

Sì, se accettate di vederne una selezione e di usare la postazione multimediale per il resto. Quaranta minuti ben spesi, e nel periodo senza mostre il biglietto costa 9,50 euro.

Che cos'era il palazzo prima del museo

Un monastero di Carmelitane Scalze dal 1610, poi dal 1875 caserma, pretura, casa di contumacia, lazzaretto, ricovero militare e infine sanatorio antimalarico infantile intitolato nel 1921 a Ettore Marchiafava.

Il chiostro si può visitare

Sì, ci si passa entrando ed è parte del percorso. Contiene frammenti architettonici provenienti dalle chiese medievali demolite della zona.

Chi era Trilussa e perché è qui

Carlo Alberto Salustri, poeta romanesco (1871-1950). Il contenuto del suo studio di via Maria Adelaide fu donato al Comune nel 1955 e oggi è presentato nella Stanza di Trilussa con una videoinstallazione di Studio Azzurro.

Che cosa vedere vicino al Museo di Roma in Trastevere

Santa Maria in Trastevere a settanta metri, Villa Farnesina e l'Orto Botanico verso il fiume, il Gianicolo e il Fontanone in salita, Santa Cecilia e San Francesco a Ripa nella Trastevere bassa, Porta Portese la domenica mattina.

Qual è il momento migliore per visitare il Museo di Roma in Trastevere

La mattina infrasettimanale fra le 10.00 e le 12.00, e il martedì più di ogni altro giorno. In agosto è fresco e vuoto; in autunno il rione dà il meglio.

Si può abbinare a Palazzo Braschi nello stesso giorno

Sì, e funziona bene: Braschi la mattina, pranzo lungo il fiume, questo museo il pomeriggio. Dalla piazza di San Pantaleo a piazza Sant'Egidio si cammina in una ventina di minuti passando per ponte Sisto.

Vi lascio con l'unica cosa che mi sento di garantire. Se entrate qui pensando di visitare un museo minore, uscirete con la sensazione di aver capito Roma meglio di quanto vi sia successo in molti musei maggiori. Non perché ci siano capolavori, ma perché è l'unico posto della città in cui la Roma che non esiste più viene mostrata con la faccia che aveva davvero, senza abbellimenti e senza nostalgia di maniera. Io ci torno due o tre volte l'anno, sempre per poco, sempre per una sala sola. È il modo giusto di usarlo, e adesso che per i romani è gratis non c'è più nemmeno la scusa del biglietto.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo di Roma in Trastevere - Piazza di S. Egidio, 1/b, 00153 Roma RM, Italia
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IndirizzoPiazza di S. Egidio, 1/b, 00153 Roma RM, Italia 153
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