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Foro Italico

Ci sono luoghi di Roma che si visitano per capire l'antichità, e luoghi che si visitano per capire il Novecento. Il Foro Italico appartiene alla seconda categoria, ed è probabilmente il più eloquente di tutti. Disteso ai piedi di Monte Mario, sulla riva destra del Tevere, a poco più di tre chilometri dal centro storico, è un complesso di stadi, palestre, piazzali, mosaici, marmi e statue che nasce come Foro Mussolini e che oggi conserva, sostanzialmente intatta, la forma che il regime fascista volle dargli fra il 1928 e la guerra. Il Foro Italico non è un posto che si "ammira" e basta. È un posto che si legge. E per leggerlo bisogna sapere che cosa era, a che cosa serviva e perché fu costruito proprio così.

L'obiettivo qui è esattamente questo: raccontare pietra per pietra che cosa si vede al Foro Italico, chi lo ha progettato, quali eventi lo hanno attraversato, dalle Olimpiadi del 1960 al Mondiale del 1990, dagli Internazionali di tennis ai Campionati europei di atletica, e perché il dibattito sulla sua conservazione è ancora oggi tutt'altro che chiuso. Senza sconti, senza estetismi compiacenti e senza scorciatoie.

Che cos'è il Foro Italico e perché merita una visita

Il Foro Italico è un complesso sportivo monumentale che occupa una fascia di pianura alluvionale fra il Tevere e le pendici di Monte Mario, nel quadrante nord di Roma. Comprende lo Stadio Olimpico, lo Stadio dei Marmi Pietro Mennea, lo Stadio del Nuoto, la Casa delle Armi, il piazzale dell'Impero con i suoi mosaici, l'obelisco monolitico in marmo di Carrara, la Fontana della Sfera, gli impianti del tennis dove si giocano gli Internazionali BNL d'Italia, le sedi del CONI e delle federazioni sportive, oltre al grande palazzo dell'ex Accademia che oggi ospita il Ministero degli Affari Esteri, quello che tutti chiamano semplicemente "la Farnesina".

Il complesso sportivo del Foro Italico, ai piedi di Monte Mario
Il complesso sportivo del Foro Italico, ai piedi di Monte Mario. Foto di Barbanera, licenza CC BY 3.0, via Wikimedia Commons.

Fin qui la geografia. La sostanza è un'altra: il Foro Italico è il più vasto insieme architettonico di età fascista rimasto integro a Roma. Non un edificio isolato, non un frammento riusato, ma un intero impianto urbanistico concepito come apparato di propaganda e conservato quasi per intero, iscrizioni comprese. Il visitatore che ci arriva senza preparazione vede un bel parco sportivo con statue bianche e pini marittimi. Il visitatore preparato vede un discorso politico scritto in marmo, mosaico e bronzo, con un vocabolario preciso e ripetuto ossessivamente.

Un complesso, non un monumento

La prima cosa da capire è che qui non c'è un "monumento principale" da fotografare e poi via. Il Foro Italico funziona per sequenze: si entra dal ponte, si attraversa il piazzale con l'obelisco, si percorre il viale mosaicato, si arriva alla fontana, si sale allo Stadio dei Marmi, si girano gli edifici minori. La progettazione è tutta studiata sul movimento del corpo dentro lo spazio, perché lo spazio doveva servire a inquadrare masse di persone in marcia. Anche oggi che le masse in marcia sono tifosi con la sciarpa o spettatori del tennis, la macchina scenografica continua a funzionare esattamente come era stata calibrata.

Un luogo vivo, non un museo

La seconda cosa da capire è che il Foro Italico non è un sito archeologico recintato: è un impianto sportivo in piena attività. Ci si allena, ci si nuota, ci si gioca a tennis, ci si arriva la domenica per la partita. Questo significa due cose per chi visita: che l'accesso alle aree esterne è generalmente libero e gratuito, e che alcune zone possono essere chiuse quando ci sono eventi. Ne riparlo più avanti nella parte pratica, ma tenetelo a mente fin da ora: il calendario sportivo comanda.

Il Foro Italico prima del Foro Italico: la piana, il fiume, la collina

Prima del 1928 qui non c'era quasi nulla. La zona era una campagna umida, periodicamente allagata dal Tevere, ai piedi di Monte Mario — che i romani chiamavano anticamente Clivus Cinnae e che nel Rinascimento divenne il colle delle ville patrizie, con Villa Madama progettata da Raffaello e proseguita da Antonio da Sangallo il Giovane e Giulio Romano. La riva era terra di orti, canneti, qualche casale. La città finiva molto prima: Ponte Milvio, poco più a nord, segnava per secoli l'ingresso ufficiale a Roma da nord, ed era lì che i viaggiatori della via Flaminia si affacciavano sull'Urbe.

Scegliere questa piana per costruire un grande complesso non fu casuale. Serviva un'area vasta, pianeggiante, ancora libera da edificazione, e possibilmente scenografica: la quinta di Monte Mario alle spalle e il fiume davanti offrivano esattamente il tipo di inquadratura teatrale che il progetto cercava. Serviva inoltre un luogo abbastanza vicino al centro da essere raggiungibile nelle grandi occasioni e abbastanza lontano da poter essere costruito ex novo, senza demolizioni e senza compromessi con la città esistente.

Il rapporto con Monte Mario

Monte Mario è la collina più alta di Roma, con i suoi circa 139 metri sul livello del mare. Alle spalle del Foro Italico sale ripida, coperta di lecci e pini, e ospita l'Osservatorio astronomico e la riserva naturale. Questa quinta verde non è un dettaglio: tutta la composizione del complesso è pensata come un piano orizzontale bianco appoggiato contro un fondale scuro e boscoso. È un contrasto che i progettisti sfruttarono deliberatamente, e che chiunque fotografi lo Stadio dei Marmi si trova a usare senza saperlo.

Il fiume come confine e come strada

Il Tevere qui è ancora largo e lento, chiuso fra i muraglioni ottocenteschi. Nel progetto originario il fiume non era una barriera ma la via d'accesso monumentale: si arrivava dalla città attraversando un ponte nuovo, e il ponte era la soglia di un recinto sacro. Il fiume, del resto, servì anche materialmente, perché fu risalendo il Tevere che arrivò via mare e via chiatta il blocco di marmo destinato a diventare l'obelisco.

Enrico Del Debbio e il progetto del Foro Italico dal 1928

L'uomo che disegna il Foro Italico si chiama Enrico Del Debbio, ed è un architetto nato a Carrara nel 1891. Il dettaglio biografico non è un vezzo da eruditi: Del Debbio viene dalla città del marmo, conosce le cave, sa che cosa si può chiedere a un blocco di statuario e che cosa no. Quando nel 1927-1928 l'Opera Nazionale Balilla, l'organizzazione giovanile del regime allora presieduta da Renato Ricci, decide di costruire una grande accademia di educazione fisica alle pendici di Monte Mario, l'incarico va a lui.

Il primo nucleo è l'Accademia fascista di educazione fisica, inaugurata nei primissimi anni Trenta: un edificio a corte con portici, palestre, alloggi per gli allievi. Attorno a quell'edificio Del Debbio comincia a organizzare il resto — il piazzale, lo stadio dei marmi, l'invaso naturale per un grande stadio, i campi di allenamento — trasformando progressivamente un'accademia in una città dello sport. Il nome che le viene dato è Foro Mussolini, e il nome dice tutto: non "campo sportivo", non "parco", ma foro, cioè la piazza pubblica romana, il luogo dell'adunanza e della politica.

Il linguaggio architettonico di Del Debbio

Del Debbio lavora su un registro sobrio: volumi netti, superfici chiare, travertino e marmo, ordini semplificati, nessuna esuberanza decorativa. È il compromesso tipico dell'architettura italiana di quegli anni fra razionalismo europeo e monumentalismo classicista. Le colonne non ci sono quasi mai, ma la memoria del classico è ovunque: nelle proporzioni, nella simmetria, nell'uso della statuaria, nella disciplina degli allineamenti. È un'architettura che vuole apparire "romana" senza copiare Roma alla lettera.

Un cantiere lungo quindici anni

Il Foro non nasce in un colpo solo. Fra il 1928 e il 1940 si aggiungono pezzi, si cambiano piani, si ampliano ambizioni. Dopo il 1936 la direzione dei lavori passa in larga parte a Luigi Moretti, molto più giovane e molto più radicale nel linguaggio; Del Debbio resta comunque presente e firmerà ancora opere qui nel dopoguerra. La guerra interrompe tutto e lascia diversi progetti a metà, primo fra tutti il grande palazzo dell'Accademia destinato a diventare, molti anni dopo, la Farnesina.

Che cosa era davvero il Foro Mussolini: propaganda, consenso, culto del capo

Qui bisogna essere chiari, perché il Foro Italico è bello e la bellezza è un ottimo anestetico. Il complesso non fu costruito per lo sport in senso neutro. Fu costruito dall'Opera Nazionale Balilla, cioè dall'apparato che inquadrava i bambini e i ragazzi italiani in organizzazioni paramilitari, e servì a tre scopi dichiarati: formare quadri di educazione fisica fedeli al regime, fornire uno scenario per le grandi adunate, e celebrare la persona di Mussolini come guida carismatica del popolo italiano.

Il progetto della dittatura sul corpo era esplicito. L'educazione fisica di massa serviva a produrre cittadini-soldato, disciplinati, obbedienti, pronti alla guerra; la retorica dello sport era retorica militare travestita. Le adunate al Foro venivano riprese dai cineoperatori dell'Istituto Luce e proiettate nelle sale di tutta Italia: migliaia di giovani in formazione geometrica su un piazzale bianco, con l'obelisco alle spalle, erano un'immagine costruita per essere filmata. In questo senso il Foro Mussolini è tra i primi esempi italiani di architettura pensata anche in funzione della macchina da presa.

Il culto del capo scritto nella pietra

Il tratto più impressionante, e il più scomodo, è la ripetizione del nome. Sull'obelisco, in lettere capitali, c'è scritto MVSSOLINI DVX. Nei mosaici del piazzale la parola DVCE torna decine di volte, come un ritornello grafico. Non è un caso isolato né un eccesso locale: è un sistema. Il Foro era progettato perché chi lo attraversava leggesse quel nome continuamente, sotto i piedi e sopra la testa, fino a interiorizzarlo. La tecnica è quella di ogni culto della personalità, dall'antichità al Novecento, applicata con i mezzi del ventesimo secolo.

Lo sport come vetrina internazionale

C'era poi una funzione diplomatica. Negli anni Trenta il regime usò lo sport come strumento di prestigio estero: i Mondiali di calcio del 1934 organizzati in Italia, i successi olimpici, il tennis internazionale portato a Roma nel 1935. Il Foro doveva essere il biglietto da visita, la prova architettonica che l'Italia fascista era moderna, efficiente e potente. Anche la candidatura olimpica di Roma, poi naufragata negli anni Quaranta con la guerra e ripresa solo molto più tardi, faceva parte di quel disegno.

L'obelisco del Foro Italico: diciassette metri di marmo in un pezzo solo

All'ingresso del complesso, in asse con il ponte, si alza l'obelisco. È il primo oggetto che si incontra e il più difficile da ignorare. Si tratta di un monolite di marmo bianco di Carrara, alto circa diciassette metri e mezzo nella sola parte del fusto, che con basamento e finimento supera i trenta metri complessivi. Il peso stimato del solo blocco è nell'ordine delle trecento tonnellate. Fu eretto nel 1932, e la data non è casuale: cadeva il decennale della marcia su Roma.

La storia del suo trasporto è il genere di racconto che al regime piaceva moltissimo, perché mescolava impresa tecnica e mito nazionale. Il blocco venne estratto dalle cave delle Apuane, calato a valle, imbarcato su un natante appositamente attrezzato, portato via mare fino alla foce del Tevere e infine risalito lungo il fiume fino al cantiere, dove venne lavorato in loco e poi issato in posizione verticale. Ogni fase fu documentata fotograficamente e cinematograficamente: l'obelisco non era solo un monumento, era un evento mediatico che durò anni.

Perché proprio un obelisco

La scelta della forma è un manifesto in sé. Roma è la città con il maggior numero di obelischi al mondo: quelli egizi portati come bottino dagli imperatori, quelli reimpiegati e ricollocati dai papi nelle grandi piazze. Piantare un obelisco nuovo, di marmo italiano e non di granito egiziano, significava dichiarare una continuità: gli imperatori li avevano presi, i papi li avevano spostati, il regime ne faceva uno proprio. La retorica della "terza Roma" — dopo quella dei Cesari e quella dei Papi — è tutta in quel gesto.

Le lettere sul fusto

Sul fusto corre l'iscrizione in caratteri capitali romani: MVSSOLINI DVX. Le due parole sono disposte verticalmente, in bronzo, secondo la grafia latina che sostituisce la U con la V. È l'iscrizione dedicatoria più visibile di tutto il complesso e, com'è facile intuire, è anche l'elemento su cui si concentra da decenni la discussione pubblica. Torno più avanti su quel dibattito, perché merita una trattazione seria e non una battuta.

Le proporzioni e l'effetto ottico

Fermatevi alla base e guardate in su: il fusto ha una lievissima rastremazione, cioè si assottiglia salendo, esattamente come negli obelischi antichi. È un accorgimento ottico che serve a farlo sembrare più slanciato e a correggere la deformazione prospettica dello sguardo dal basso. Il marmo statuario, con la sua superficie leggermente traslucida, cambia colore con la luce: bianco freddo al mattino, dorato al tramonto, quasi azzurro nelle giornate coperte. Chi ci passa distrattamente vede un pilastro; chi si ferma trenta secondi vede un pezzo di scenografia calibrata al millimetro.

Il messaggio sepolto nel basamento dell'obelisco del Foro Italico

Il particolare che quasi nessuno conosce riguarda ciò che non si vede. Al momento della posa, dentro il basamento dell'obelisco venne deposto un contenitore metallico sigillato con alcune monete dell'epoca, una medaglia d'oro e soprattutto un testo in latino, redatto appositamente, che racconta la storia del fascismo e la figura di Mussolini per i lettori del futuro. È noto agli studiosi come Codex Fori Mussolini.

Il testo fu scritto da un latinista dell'epoca, Aurelio Giuseppe Amatucci, in un latino ciceroniano volutamente aulico. Non è un documento notarile: è un messaggio nella bottiglia, pensato per essere ritrovato tra secoli o millenni, quando — questa era l'idea — le rovine del Foro avrebbero raccontato la grandezza dell'Italia fascista come le rovine dei Fori Imperiali raccontano l'antica Roma. È il gesto più rivelatore di tutto il complesso, perché mostra che i costruttori pensavano davvero in termini archeologici: costruivano rovine future.

Un documento tornato agli studi

Per decenni il Codex è rimasto una curiosità erudita, citata di sfuggita. Negli anni più recenti è diventato oggetto di studio filologico serio: ne sono state pubblicate edizioni critiche con traduzione e commento, che analizzano il modo in cui il regime usò la lingua latina come strumento di legittimazione. È un filone di ricerca affascinante, quello del "latino fascista", e il Foro Italico ne è il monumento più imponente.

Che cosa ci dice quel gesto

Se dovessi indicare un unico oggetto che spiega la mentalità dei costruttori del Foro, indicherei quel cilindro sepolto. Nessun regime insicuro di sé seppellisce messaggi per i posteri; nessun regime sicuro di sé sente il bisogno di farlo. Il gesto contiene entrambe le cose: l'arroganza di chi si crede eterno e l'ansia di chi teme di essere dimenticato. A pochi anni di distanza sarebbe arrivata la guerra, e il futuro immaginato in quelle righe non è mai esistito.

Il ponte Duca d'Aosta e l'ingresso scenografico al Foro Italico

Al Foro Italico si dovrebbe arrivare a piedi, dal ponte. Il ponte Duca d'Aosta fu costruito nella seconda metà degli anni Trenta su progetto dell'architetto Vincenzo Fasolo, e collega il lungotevere Flaminio alla riva destra proprio in asse con l'obelisco. È rivestito in travertino, ha una sola campata ampia e piatta e quattro grandi pilastri d'angolo decorati con rilievi che celebrano le imprese della Terza Armata nella Grande Guerra, comandata appunto dal duca Emanuele Filiberto d'Aosta, a cui il ponte è intitolato.

L'effetto è studiato: si sale sul ponte, si vede il fiume aprirsi, e all'estremità opposta l'obelisco bianco si presenta esattamente al centro dell'inquadratura, con Monte Mario dietro. Non c'è nulla di casuale. Questa era la porta d'ingresso al recinto, la soglia dove il visitatore passava dalla città ordinaria allo spazio della celebrazione. È ancora il modo migliore per entrare, e chi arriva in macchina parcheggiando dietro gli stadi si perde metà del significato del posto.

I rilievi e la memoria della Grande Guerra

I bassorilievi dei pilastri meritano due minuti. Sono di gusto celebrativo, con scene di combattimento, figure allegoriche e iscrizioni con i nomi delle battaglie. Rientrano nella grande operazione di appropriazione della memoria della Prima guerra mondiale che il regime portò avanti sistematicamente: il fascismo si presentava come l'erede legittimo dei combattenti del 1915-1918 e come il compimento della "vittoria mutilata". Anche qui, l'architettura fa politica.

Ponte della Musica, l'alternativa contemporanea

Poco più a valle, dal 2011, un secondo ponte pedonale e ciclabile collega il Flaminio alla riva del Foro: è il Ponte della Musica, una struttura leggera ad arco in acciaio bianco, molto diversa nel linguaggio. Attraversarli entrambi nello stesso pomeriggio è un piccolo esercizio di storia dell'architettura: due modi opposti di intendere l'attraversamento di un fiume, a ottant'anni di distanza e a poche centinaia di metri l'uno dall'altro.

Il piazzale dell'Impero del Foro Italico e i suoi mosaici

Superato l'obelisco si entra nel viale monumentale, il piazzale dell'Impero: un grande asse rettilineo lungo alcune centinaia di metri, pavimentato interamente a mosaico bianco e nero e fiancheggiato da blocchi di marmo che portano incise date ed eventi. Il nome, "dell'Impero", venne dato dopo il 1936, cioè dopo la proclamazione dell'impero seguita alla guerra d'Etiopia, e da solo basta a datare l'operazione.

I mosaici furono realizzati alla fine degli anni Trenta da un gruppo di artisti che lavorarono su cartoni preparatori: fra i nomi che ricorrono nella letteratura ci sono Gino Severini, che veniva dal futurismo e dal cubismo parigino, Angelo Canevari, Achille Capizzano, Giulio Rosso, Luigi Montanarini. La tecnica è quella del mosaico in tessere di marmo bianco e nero, cioè esattamente la tecnica dei pavimenti romani di età imperiale, da Ostia alle terme. Anche in questo il messaggio è nel mezzo scelto, prima ancora che nell'immagine.

Che cosa raccontano le figure

Le scene sono di quattro tipi. Ci sono gli sport: atleti che corrono, lanciano, nuotano, tirano di scherma, in pose che citano la statuaria greca. Ci sono le allegorie della potenza: aquile, fasci littori, carri, figure armate. Ci sono le cronache: episodi della guerra d'Etiopia, della guerra civile spagnola, delle imprese aeronautiche, delle bonifiche e delle città di fondazione. E poi c'è la parola, incessante: DVCE, ripetuta come un battito, insieme a slogan e motti del regime.

Camminare sopra la propaganda

C'è un aspetto che vale la pena far notare: questi mosaici stanno per terra. Non su una parete da guardare, non su un soffitto da ammirare: sotto le scarpe. Il pubblico doveva calpestarli marciando, e l'immagine gli entrava negli occhi mentre il corpo eseguiva il movimento. Nell'antichità i mosaici pavimentali servivano a decorare case e terme; qui servono a scandire un percorso rituale. È la differenza fra ornamento e liturgia.

I blocchi con le date

Ai lati del viale, i grandi cippi di marmo riportano date e avvenimenti della storia del regime, dalla fondazione dei Fasci alla marcia su Roma, dalle leggi corporative alla proclamazione dell'impero. Sono, in pratica, un calendario ufficiale scolpito: una cronologia autorizzata che il passante doveva assorbire camminando. Osservare quali eventi ci sono e quali no è un ottimo esercizio critico, perché la selezione è sempre il vero contenuto di ogni monumento.

La Fontana della Sfera del Foro Italico

Al termine del viale mosaicato, dove il piazzale si allarga davanti agli edifici dell'ex Accademia, si trova la Fontana della Sfera: una vasca circolare bassa, rivestita in marmo, al centro della quale sta una grande sfera di marmo bianco di Carrara del diametro di circa tre metri. L'acqua scorre sulla superficie curva e la mantiene lucida, così che la sfera sembra sempre appena uscita dal fiume.

È un oggetto sorprendentemente moderno per il suo tempo. Non ci sono tritoni, non ci sono cavalli marini, non c'è niente di quanto ci si aspetta da una fontana romana: c'è una forma geometrica pura, una sfera, appoggiata in un cerchio d'acqua. La paternità è discussa fra i progettisti che lavorarono al piazzale in quegli anni, e la letteratura la associa in particolare all'ambiente di Giulio Rosso e degli architetti Mario Paniconi e Giulio Pediconi. L'effetto voluto era di solennità astratta: un simbolo del mondo, o dell'universalità dell'impero, a chiudere l'asse.

Perché funziona ancora

La Fontana della Sfera è probabilmente l'elemento del Foro Italico che ha meglio superato la prova del tempo, proprio perché è muta. Non porta iscrizioni, non celebra nomi, non racconta imprese: è pura forma. Per questo oggi la si guarda senza il disagio che accompagna altre parti del complesso, e per questo compare in tante fotografie senza che chi la scatta si ponga domande. Vale la pena di ricordare che nasce nello stesso cantiere e con la stessa committenza di tutto il resto.

Un consiglio di osservazione

Giratele attorno completamente. La superficie sferica riflette in modo diverso il cielo, gli alberi, gli edifici, e camminando si vede il paesaggio del Foro deformarsi sulla curva come in una lente. Nelle ore centrali della giornata l'acqua produce un velo luminoso che rende la sfera quasi abbagliante; verso sera, con la luce radente, si notano le venature grigie del marmo che di solito passano inosservate.

Lo Stadio dei Marmi del Foro Italico

Se il Foro Italico ha un'immagine simbolo, è lo Stadio dei Marmi. È un anello di gradinate in travertino, di dimensioni contenute — poche migliaia di posti a sedere, con una pista di atletica al centro — coronato lungo tutto il perimetro da una corona di statue di atleti in marmo bianco. Fu completato all'inizio degli anni Trenta ed è opera di Enrico Del Debbio, che qui diede la prova più riuscita della sua idea di classicismo semplificato.

Le statue sono sessanta, alte all'incirca quattro metri ciascuna, in marmo di Carrara, e rappresentano atleti nudi nell'atto di praticare le varie discipline: corsa, lancio del disco, pugilato, lotta, nuoto, scherma, sollevamento pesi, tiro, canottaggio, tennis, sci, e così via. Ciascuna statua fu donata da una provincia italiana, e alla base di ognuna è inciso il nome della provincia offerente. Il messaggio è trasparente: l'Italia intera, provincia per provincia, contribuisce al culto del corpo e alla gloria del regime.

Chi scolpì le statue

Non c'è un autore unico. Alla realizzazione lavorò un gruppo numeroso di scultori dell'epoca, coordinati nell'ambito del cantiere, e le opere furono eseguite in gran parte nei laboratori di Carrara, dove esisteva — ed esiste tuttora — una filiera artigianale capace di produrre statuaria monumentale in serie. La qualità non è omogenea: alcune figure sono notevoli per resa anatomica e tensione del gesto, altre sono decisamente più convenzionali. Camminare lungo l'anello confrontandole è un esercizio che consiglio, perché rende evidente quanto la statuaria di regime oscillasse fra ricerca e ripetizione.

Il modello classico e il suo uso politico

Il riferimento dichiarato è la statuaria greca e romana: il Discobolo, il Doriforo, i lottatori ellenistici. Ma il classicismo qui non è un omaggio disinteressato. Il corpo maschile atletico, nudo, muscolare e impassibile era il modello antropologico che il regime proponeva agli italiani: l'"uomo nuovo" fascista, sano, obbediente, pronto alla guerra. Le sessanta statue non sono ornamenti sportivi, sono un catalogo pedagogico. Riconoscerlo non toglie nulla al piacere di guardarle; anzi, lo rende più consapevole.

Lo stadio oggi: intitolato a Pietro Mennea

Nel 2015 l'impianto è stato ufficialmente intitolato a Pietro Mennea, il velocista di Barletta scomparso nel 2013, primatista mondiale dei 200 metri per diciassette anni e oro olimpico a Mosca nel 1980. Oggi si chiama dunque Stadio dei Marmi Pietro Mennea ed è utilizzato per allenamenti, meeting di atletica, riprese e manifestazioni. Vederlo la mattina presto, con qualche atleta che gira sulla pista e le statue immobili sopra, è una delle esperienze più curiosamente romane che conosca.

Le sessanta statue dello Stadio dei Marmi: come leggerle

Conviene fare almeno un giro completo dell'anello leggendo i nomi incisi alle basi. È un giro d'Italia in marmo, una geografia amministrativa del Regno negli anni Trenta: nomi di province che oggi esistono ancora, nomi di territori che l'Italia non ha più, denominazioni che sono cambiate. La toponomastica incisa nel marmo è un documento storico esattamente come la statua che la sovrasta.

Il secondo esercizio è tematico: contate quante discipline sono rappresentate e osservate quali sono state scelte. Ci sono sport aristocratici e sport popolari, sport individuali e sport militari. Manca quasi ogni traccia di sport femminile, e non per distrazione: l'ideologia del regime assegnava alle donne un ruolo del tutto diverso, centrato sulla maternità, e il corpo femminile atletico non rientrava nel repertorio celebrativo di questo luogo. È un'assenza che parla più di molte presenze.

Restauri e manutenzione

Il marmo all'aperto soffre: piogge acide, croste nere, muschi, microfratture, e nel caso di statue esposte anche sollecitazioni meccaniche. Negli anni sono stati condotti interventi di pulitura e consolidamento, con risultati visibili nel confronto fra figure trattate di recente e figure ancora ingrigite. Se osservate da vicino noterete stuccature, perni metallici sostituiti e integrazioni: sono i segni normali di un restauro corretto, che non nasconde ma dichiara.

Il dettaglio che nessuno guarda

Alzate lo sguardo alle mani. Le mani sono la parte più difficile della scultura e quella che più facilmente tradisce il livello dell'esecutore: dita rigide e schematiche in alcune statue, articolazioni credibili e tensione dei tendini in altre. Nel giro dell'anello si passa dal mestiere di bottega alla vera scultura nel giro di pochi metri, e questa disparità dice molto su come funzionavano le grandi commesse pubbliche del tempo.

Luigi Moretti al Foro Italico: dal razionalismo al Watergate

Dopo la metà degli anni Trenta il protagonista del cantiere diventa Luigi Moretti, nato a Roma nel 1906, giovanissimo e straordinariamente dotato. A Moretti si devono la sistemazione definitiva del piazzale dell'Impero, alcuni progetti mai realizzati per l'area — fra cui grandi arene e complessi celebrativi rimasti sulla carta — e soprattutto la Casa delle Armi, che è il capolavoro assoluto del Foro Italico e uno dei migliori edifici italiani del Novecento.

Moretti è una figura complicata. Fu architetto di regime, vicino agli ambienti del potere, e la sua carriera negli anni Trenta si costruì su commesse pubbliche di natura politica. Dopo la guerra, a differenza di molti, non sparì: si reinventò come progettista di grattacieli, complessi residenziali e opere di ingegneria, teorizzò il rapporto fra spazio e struttura, fondò riviste, si occupò di ricerca sulle forme parametriche. Progettò a Milano, a Roma e all'estero. Nella capitale statunitense firmò il complesso del Watergate, quello che negli anni Settanta sarebbe diventato famoso per lo scandalo che costò la presidenza a Richard Nixon.

Che cosa cercava Moretti

Il suo tema è lo spazio come materia plastica. Non gli interessava soprattutto la facciata: gli interessava la forma del vuoto, il modo in cui un ambiente comprime o dilata chi lo attraversa. Nella Casa delle Armi questo si traduce in volumi netti, sospensioni, tagli di luce, superfici bianche di marmo che sembrano fogli piegati. È un'architettura che non ha bisogno di ornamento perché la sua materia è già la geometria.

Il rapporto con Del Debbio

Fra i due il passaggio di consegne fu meno lineare di quanto le sintesi facciano credere: Del Debbio aveva impostato l'impianto generale, Moretti lo reinterpretò con un linguaggio più asciutto e più astratto. Il risultato è che il Foro Italico non ha uno stile unico ma due strati sovrapposti, distinguibili a occhio nudo: il classicismo controllato del primo, l'astrazione tagliente del secondo. Sapere questo trasforma la passeggiata in una lettura stratigrafica.

La Casa delle Armi del Foro Italico, capolavoro e ferita

Sul lato del complesso verso Monte Mario, un po' defilata rispetto al percorso principale, si trova la Casa delle Armi, chiamata anche Accademia della Scherma o Palazzina delle Armi. La progettò Luigi Moretti fra il 1933 e il 1936 come sede dell'accademia di scherma: due volumi bianchi accostati, rivestiti di lastre di marmo di Carrara, con una grande sala d'armi illuminata da una luce zenitale filtrata e una galleria vetrata che collega i corpi di fabbrica.

Chi conosce l'architettura del Novecento la considera un edificio di livello internazionale, citato accanto alle opere del razionalismo europeo più maturo. La sua qualità sta nel controllo assoluto della luce e nella purezza dei volumi: nessuna decorazione, nessuna iscrizione celebrativa, nessun fascio littorio in evidenza. Paradossalmente è l'edificio meno "propagandistico" del complesso, ed è anche il più bello.

Che cosa succedeva dentro

La scherma aveva nell'Italia degli anni Trenta uno statuto particolare: sport nobile, tecnico, di tradizione militare, e disciplina in cui gli atleti italiani dominavano a livello mondiale. L'accademia serviva a formare maestri e schermidori, e la sala fu concepita perché la luce cadesse in modo uniforme sulle pedane, senza abbagliare né produrre ombre che disturbassero l'assalto. È architettura funzionale nel senso più letterale: la forma nasce dalle esigenze visive di chi tira di spada.

Il ruolo durante le Olimpiadi del 1960

Quando Roma ospitò i Giochi della XVII Olimpiade, la Casa delle Armi tornò alla sua vocazione originaria e fu utilizzata per le competizioni di scherma. Fu, per pochi giorni, esattamente ciò per cui era stata costruita: un luogo dove si tira di fioretto sotto una luce perfetta. Poi cominciò la sua lunga stagione difficile.

La Casa delle Armi come aula bunker: il Foro Italico e gli anni di piombo

Negli anni Ottanta l'Italia aveva un problema pratico enorme: celebrare i grandi processi per terrorismo e criminalità organizzata richiedeva aule capienti, blindate, sorvegliabili, che i tribunali romani non possedevano. La soluzione fu requisire spazi esistenti. La Casa delle Armi, con la sua grande sala unica, venne trasformata in aula bunker.

La trasformazione fu brutale. L'edificio venne circondato e attraversato da strutture di sicurezza: gabbie metalliche per gli imputati, recinzioni, garitte, blindature, corpi aggiunti. Le superfici di marmo furono forate e coperte, la luce zenitale che Moretti aveva calibrato con tanta cura venne schermata, gli spazi vennero compartimentati. Per anni uno dei migliori edifici italiani del secolo fu un fortino giudiziario, e il pubblico non poté vederlo.

Il lungo abbandono

Terminata la stagione dei maxiprocessi, la Casa delle Armi non tornò subito a vivere. Rimase per lungo tempo in condizioni di degrado, con le sovrastrutture ancora addosso, chiusa e inaccessibile, mentre la letteratura architettonica continuava a citarla come capolavoro. È una delle contraddizioni più stridenti del patrimonio moderno italiano: un edificio universalmente riconosciuto e materialmente dimenticato.

Restauro e futuro

Negli anni successivi sono stati condotti interventi di liberazione dalle superfetazioni e di restauro conservativo, e si è discusso a lungo di quale funzione restituirle: sede sportiva, spazio espositivo, centro culturale. La questione tecnica è delicata, perché il rivestimento marmoreo e i serramenti originali richiedono cure specialistiche. Chi passa da quella parte del Foro Italico faccia comunque una deviazione: anche vista dall'esterno, la sua geometria bianca ha una forza che nessuna fotografia restituisce.

Una lezione sul patrimonio del Novecento

La vicenda della Casa delle Armi è istruttiva anche in senso generale. Il patrimonio architettonico del ventesimo secolo è fragile due volte: materialmente, perché i materiali moderni invecchiano peggio della muratura antica, e culturalmente, perché non gode dell'aura di intoccabilità che protegge un tempio o una chiesa. Quando poi porta con sé un'origine politica scomoda, la tutela diventa un campo minato. Il Foro Italico è il laboratorio italiano di questo problema.

L'Accademia, la Farnesina e il Ministero degli Esteri

Il grande edificio che chiude il Foro Italico sul lato nord-ovest, un parallelepipedo severo di travertino con lunghe file di finestre, è quello che i romani chiamano semplicemente "la Farnesina", dal nome della località. Era nato con tutt'altro scopo: doveva essere la sede dell'Accademia delle Forze Armate per l'educazione fisica e giovanile, progettata a metà degli anni Trenta con il contributo di Enrico Del Debbio insieme ad Arnaldo Foschini e Vittorio Ballio Morpurgo.

La guerra bloccò il cantiere quando la struttura era in gran parte alzata ma incompleta. Per anni restò un enorme scheletro. Nel dopoguerra si decise di terminarlo e di destinarlo a uffici pubblici, e alla fine degli anni Cinquanta vi si trasferì il Ministero degli Affari Esteri, che vi si trova tuttora. Da allora "Farnesina" significa in italiano, per metonimia, la diplomazia italiana: quando i telegiornali dicono "la Farnesina ha convocato l'ambasciatore", parlano di questo edificio.

Un edificio enorme

Le dimensioni sono impressionanti: centinaia di metri di sviluppo in facciata, migliaia di stanze, un impianto a corti interne. È uno degli edifici pubblici più grandi d'Italia e il suo aspetto, volutamente privo di enfasi decorativa, riflette il completamento avvenuto in epoca repubblicana, quando ogni riferimento celebrativo del progetto originario fu accantonato. Chi lo guarda oggi vede un edificio istituzionale austero, e fa fatica a immaginarne l'origine.

La collezione d'arte contemporanea

All'interno il ministero conserva una notevole raccolta di arte italiana contemporanea, costituita a partire dagli anni Duemila con opere di artisti del secondo Novecento e dei decenni successivi, distribuita negli spazi di rappresentanza e nei corridoi. Non è un museo ad accesso libero: le visite sono possibili in occasioni particolari e con modalità che vengono comunicate di volta in volta dall'amministrazione. Se capitate a Roma in un periodo di aperture straordinarie degli edifici pubblici, è un'occasione che vale la pena cogliere.

Lo Stadio Olimpico del Foro Italico: dallo Stadio dei Cipressi al 1953

Il grande impianto che oggi chiamiamo Stadio Olimpico nacque come "Stadio dei Cipressi", dal nome degli alberi che circondavano l'invaso naturale scelto per ricavarne la conca. I primi sterri risalgono agli anni immediatamente successivi all'avvio del cantiere del Foro, sempre nell'ambito del progetto di Del Debbio, ma la costruzione procedette lentamente e si arrestò con la guerra.

La ripresa avvenne in epoca repubblicana. Il completamento fu affidato all'architetto Annibale Vitellozzi, che diede all'impianto la forma di anfiteatro ellittico con gradinate continue e un ampio piano di campo con pista di atletica. L'inaugurazione avvenne il 17 maggio 1953 con una partita fra le nazionali di Italia e Ungheria, allora la squadra più forte del mondo, la "Aranycsapat" di Puskás: gli ungheresi vinsero 3-0 davanti a un pubblico enorme. Da quel giorno lo stadio è il principale impianto calcistico e atletico della capitale.

Un cambio di regime, un cambio di senso

Vale la pena notare la discontinuità: l'ossatura è di progettazione fascista, il completamento e l'inaugurazione sono della Repubblica. Lo stadio è nato due volte, e la seconda nascita avviene in un'Italia che sta per entrare nel boom economico, che gioca a calcio la domenica e che sta per candidarsi alle Olimpiadi. È un caso di riuso che ha funzionato: nessuno oggi percepisce lo Stadio Olimpico come un edificio del regime, perché la sua forma attuale è in gran parte posteriore.

Roma e Lazio sotto lo stesso tetto

Dagli anni Cinquanta le due squadre della città, l'A.S. Roma e la S.S. Lazio, giocano entrambe qui. È una convivenza rara nel calcio europeo, condivisa con poche altre città, e produce una situazione curiosa: lo stesso spazio cambia identità, colori, cori e coreografie a seconda della domenica. Il derby della capitale, giocato in casa di entrambe contemporaneamente, è uno degli eventi sportivi più intensi d'Italia.

Le Olimpiadi del 1960 e il Foro Italico

I Giochi della XVII Olimpiade si tennero a Roma dal 25 agosto all'11 settembre 1960, e il Foro Italico ne fu il cuore. Lo Stadio Olimpico ospitò la cerimonia d'apertura, quella di chiusura, le gare di atletica leggera e la finale del torneo di calcio; lo Stadio del Nuoto, costruito appositamente, ospitò nuoto, tuffi e pallanuoto; la Casa delle Armi accolse la scherma. Altre sedi erano sparse per la città, dal Palazzetto dello Sport al Flaminio, dalle Terme di Caracalla alla Basilica di Massenzio, dove si disputarono rispettivamente ginnastica e lotta in una scenografia archeologica che fece il giro del mondo.

Roma 1960 fu un'Olimpiade di svolta per molte ragioni. Fu la prima trasmessa in diretta televisiva su larga scala in Europa, e questo cambiò per sempre il rapporto fra sport e pubblico. Fu l'occasione in cui l'Italia mostrò al mondo la propria ricostruzione, appena quindici anni dopo la fine della guerra. E fu un'edizione ricchissima di storie sportive destinate a restare.

Le storie che il 1960 ha lasciato

Sulla pista dello Stadio Olimpico, il 3 settembre 1960, il torinese Livio Berruti vinse i 200 metri piani eguagliando il record mondiale e diventando il primo europeo a imporsi su quella distanza ai Giochi: corse con gli occhiali scuri, e quell'immagine è entrata nell'immaginario italiano. Nella stessa Olimpiade un giovane pugile statunitense di nome Cassius Clay vinse l'oro nei mediomassimi, prima di diventare Muhammad Ali. E la maratona, disputata di sera lungo le strade della città con partenza dal Campidoglio e arrivo all'Arco di Costantino illuminato dalle torce, fu vinta a piedi nudi dall'etiope Abebe Bikila: un atleta africano che vinceva la maratona correndo scalzo davanti al monumento che l'Italia aveva sottratto ad Axum era, in quel momento e in quel luogo, una coincidenza storica di enorme peso.

Che cosa cambiò al Foro Italico

Per i Giochi il complesso fu adeguato: si costruì lo Stadio del Nuoto, si sistemarono percorsi e accessi, si ampliarono le capienze, si aggiornarono impianti tecnici e illuminazione. Fu la prima grande operazione di riuso del Foro in chiave democratica e internazionale, e in un certo senso fu anche l'operazione che ne consolidò il nome nuovo. Da allora il Foro Italico è stato percepito, dall'estero soprattutto, come "il parco olimpico di Roma".

Lo Stadio Olimpico dopo il 1960: coppe, europei, mondiali di atletica

Nei decenni successivi lo Stadio Olimpico è diventato uno degli impianti più utilizzati d'Europa per grandi finali. Ha ospitato la finale del Campionato europeo di calcio nel 1968, vinta dall'Italia in una circostanza rimasta unica, con la finale contro la Jugoslavia ripetuta due giorni dopo il pareggio; e ancora la finale dell'Europeo del 1980, vinto dalla Germania Ovest.

Sul fronte dei club, qui si sono giocate quattro finali della massima competizione continentale: nel 1977, quando il Liverpool batté il Borussia Mönchengladbach; nel 1984, quando ancora il Liverpool si impose ai rigori sulla Roma, che giocava in casa propria; nel 1996, con la vittoria della Juventus sull'Ajax, sempre ai rigori; e nel 2009, quando il Barcellona di Pep Guardiola superò il Manchester United. Poche altre città possono vantare una lista simile.

I Mondiali di atletica del 1987

Nell'estate del 1987 lo Stadio Olimpico ospitò i Campionati del mondo di atletica leggera, e furono giornate memorabili. Fu lì che la bulgara Stefka Kostadinova stabilì nel salto in alto un primato mondiale che ha attraversato indenne i decenni successivi, restando il riferimento assoluto della specialità. Fu lì che si corse una finale dei cento metri destinata a diventare, per ragioni non sportive, un capitolo della storia del doping. E fu lì che il pubblico romano scoprì che l'atletica, in uno stadio pieno, produce un'emozione diversa da qualsiasi altro sport.

Gli europei di atletica e il Golden Gala

Lo Stadio Olimpico ospita ogni anno il Golden Gala, meeting internazionale intitolato alla memoria di Pietro Mennea e tappa del circuito mondiale di atletica: una serata di giugno in cui la pista torna protagonista. Nel giugno 2024 il Foro Italico ha inoltre ospitato i Campionati europei di atletica leggera, con l'Italia protagonista in casa propria e uno stadio esaurito per più sessioni. Sono occasioni preziose per vedere il complesso in piena attività, con il piazzale dell'Impero trasformato in area di accoglienza del pubblico.

Italia '90 e la trasformazione dello Stadio Olimpico

Il cambiamento più radicale arrivò con il Campionato del mondo di calcio del 1990. Roma fu la sede della partita inaugurale del girone italiano e soprattutto della finale, e lo Stadio Olimpico venne interamente ricostruito nella parte superiore: si abbassò il piano di gioco, si rifecero le gradinate, si aggiunse un anello, e soprattutto si coprì l'intero anello con una copertura sospesa, una struttura leggera a raggiera in acciaio e membrana traslucida che ancora oggi definisce la sagoma dello stadio nel panorama nord di Roma.

L'operazione fu ingegneristicamente ambiziosa e politicamente contestatissima: i costi lievitarono, i tempi si strinsero fino all'ultimo, le polemiche sulle spese dei Mondiali italiani riempirono i giornali per anni. Resta il fatto che la copertura funziona, che ha reso lo stadio utilizzabile con qualsiasi tempo e che ha dato al Foro Italico un elemento contemporaneo di forte impatto, in dialogo — non sempre pacifico — con la geometria bianca degli anni Trenta.

La finale dell'8 luglio 1990

La finale del Mondiale si giocò allo Stadio Olimpico l'8 luglio 1990 fra Germania Ovest e Argentina, con la vittoria dei tedeschi per 1-0 su rigore. Fu l'ultima partita di una nazionale della Germania Ovest, perché pochi mesi dopo la riunificazione avrebbe cambiato la storia europea. La Nazionale italiana, in quel torneo, aveva giocato a Roma tutte le partite fino alla semifinale persa a Napoli, e l'estate delle "notti magiche" resta uno dei ricordi collettivi più forti del paese.

Che cosa vedere oggi della struttura

Girando attorno allo stadio si riconoscono chiaramente due epoche: la parte bassa dell'invaso, con le linee sobrie degli anni Cinquanta, e la corona superiore con i piloni e i cavi della copertura del 1990. È un edificio stratificato, esattamente come tutto il resto del Foro Italico. Nei giorni senza eventi il perimetro è percorribile a piedi ed è una delle passeggiate meno note e più piacevoli della zona.

Lo Stadio del Nuoto del Foro Italico

Lo Stadio del Nuoto fu costruito alla fine degli anni Cinquanta in vista dei Giochi del 1960, su progetto che vede coinvolti Annibale Vitellozzi ed Enrico Del Debbio. Comprende una vasca olimpionica da cinquanta metri all'aperto, una vasca per i tuffi con le relative piattaforme e trampolini, tribune per il pubblico e, poco distante, un impianto coperto. È uno degli impianti natatori più belli d'Europa, non per lusso ma per il rapporto con il paesaggio: si nuota all'aperto con i pini e il verde di Monte Mario intorno.

Qui si sono svolte le gare olimpiche di nuoto, tuffi e pallanuoto del 1960, e da allora l'impianto è rimasto il punto di riferimento del nuoto italiano. Ha ospitato i Campionati mondiali di nuoto in due occasioni, nel 1994 e nel 2009. L'edizione del 2009 è ricordata soprattutto per una ragione tecnica: fu l'ultima disputata prima della messa al bando dei costumi in poliuretano, e produsse una quantità di primati mondiali senza precedenti, molti dei quali sono rimasti imbattuti per anni proprio perché ottenuti con quelle attrezzature.

Nuotare al Foro Italico

L'impianto non è solo agonistico: ospita attività, corsi e, in determinati periodi, apertura al pubblico. Le modalità e i periodi cambiano di stagione in stagione e conviene sempre verificare in anticipo presso la gestione dell'impianto. Vale però la pena saperlo: nuotare nella stessa vasca dove si sono svolte gare olimpiche, con le tribune vuote intorno, è un'esperienza che poche città al mondo possono offrire a chi passa di lì.

La pallanuoto e la tradizione italiana

Il Foro Italico è una delle case della pallanuoto italiana, disciplina in cui il nostro paese ha una tradizione lunghissima e una collezione di titoli mondiali e olimpici che pochi conoscono fuori dagli addetti ai lavori. Se capitate qui durante una partita del campionato o un torneo internazionale, entrate: è uno sport durissimo, spettacolare e molto più leggibile dal vivo che in televisione.

Gli Internazionali BNL d'Italia e il tennis al Foro Italico

Ogni maggio il Foro Italico cambia pelle e diventa la capitale mondiale del tennis su terra rossa per due settimane. Gli Internazionali d'Italia, oggi Internazionali BNL d'Italia, nacquero nel 1930 a Milano e si trasferirono a Roma nel 1935, proprio in questo complesso, dove è stato costruito nel frattempo il campo centrale storico. Da allora, con la lunga interruzione della guerra e qualche parentesi altrove, il torneo è rimasto qui.

È uno dei tornei più importanti del calendario internazionale, collocato poche settimane prima del Roland Garros, e nel corso dei decenni ha visto in campo praticamente tutti i grandi della storia della disciplina. Il pubblico romano ha una reputazione precisa nel circuito: caldo, rumoroso, competente e piuttosto schierato, molto lontano dal silenzio compassato di altri tornei. Chi ci gioca lo sa e in genere ne parla con affetto, anche quando perde.

Un torneo dentro un monumento

La particolarità degli Internazionali è tutta qui: si gioca a tennis dentro un complesso monumentale degli anni Trenta. Gli spettatori attraversano il piazzale dell'Impero per raggiungere i campi, passano sotto l'obelisco, mangiano un panino accanto a statue di marmo. Nessun altro torneo del circuito ha una cornice simile, e questo produce un cortocircuito che va guardato con occhi aperti: la festa sportiva contemporanea si svolge dentro l'apparato scenografico di una dittatura, e la maggior parte del pubblico non ci pensa affatto.

La crescita recente

Negli ultimi anni il torneo si è ampliato notevolmente, allungando la durata, aumentando i tabelloni e realizzando nuovi campi e nuove aree per il pubblico all'interno del comprensorio. La spinta è arrivata anche dai risultati del tennis italiano, che ha vissuto una stagione di successi eccezionale sia nel maschile sia nel femminile, con affluenze e ascolti televisivi che hanno moltiplicato la domanda di biglietti. Se avete intenzione di venire in maggio, mettete in conto che l'intera area sarà organizzata come un grande evento a pagamento, con accessi controllati.

Il campo Nicola Pietrangeli e le sue statue

Fra i campi da tennis del Foro Italico ce n'è uno che è, per distacco, il più fotografato del mondo: il campo intitolato a Nicola Pietrangeli, il tennista romano che negli anni Cinquanta e Sessanta vinse due volte il Roland Garros e portò l'Italia in finale di Coppa Davis. È un campo dalle tribune basse in marmo, incassato, circondato da una corona di statue classiche in marmo bianco che dominano il gioco dall'alto.

L'insieme è teatrale in modo quasi eccessivo: il rosso della terra battuta, il verde dei pini, il bianco delle statue e delle gradinate. Le statue, come quelle dello Stadio dei Marmi, appartengono al programma decorativo degli anni Trenta e rappresentano atleti e figure allegoriche. Giocare lì è considerato un privilegio dai professionisti, e non pochi campioni hanno raccontato negli anni la sensazione di essere osservati da quel pubblico immobile di marmo.

La Coppa Davis e la memoria di una generazione

Il Foro Italico è legato in modo profondo alla storia della Coppa Davis italiana: qui si sono giocati incontri decisivi, qui hanno costruito la propria fama i protagonisti della squadra che negli anni Settanta portò l'Italia al suo primo trionfo, con la celebre finale disputata in trasferta in Cile nel 1976 in un contesto politico incandescente. Il ricordo di quella generazione — e di Pietrangeli, che ne fu il capitano — è parte del patrimonio sentimentale di questo posto quanto il marmo.

Vederlo fuori stagione

Fuori dal periodo del torneo l'atmosfera cambia completamente: il campo Pietrangeli è silenzioso, spesso deserto, e la sua architettura si legge molto meglio. Le condizioni di accesso alle aree del tennis variano a seconda dell'organizzazione e degli allenamenti in corso, quindi non do per scontato nulla; ma anche solo dall'esterno la geometria di quell'invaso circondato di statue si coglie perfettamente.

Dal Foro Mussolini al Foro Italico: che cosa cambiò dopo il 1945

Con la caduta del fascismo il complesso perse ovviamente il nome originario e assunse quello attuale di Foro Italico. Il cambio di denominazione avvenne nel contesto della transizione istituzionale del dopoguerra e fu accompagnato da alcune modifiche: sparirono simboli, insegne, alcune iscrizioni furono rimosse o coperte, e con l'arrivo delle Olimpiadi il complesso venne progressivamente riconvertito a funzioni sportive ordinarie e internazionali.

Ma, ed è il punto centrale, la rimozione fu parziale e selettiva. L'obelisco rimase con la sua iscrizione. I mosaici rimasero con le loro parole e le loro scene. I cippi con le date rimasero al loro posto. La struttura urbanistica, che è essa stessa un messaggio, non fu toccata. L'Italia repubblicana scelse, di fatto, di continuare a usare il complesso senza cancellarne l'origine, in una zona grigia fra la conservazione consapevole e la rimozione psicologica.

Perché non fu abbattuto

Le ragioni furono molte e intrecciate. C'era una ragione pratica: l'Italia del dopoguerra aveva bisogno di impianti sportivi e non poteva permettersi di demolire quelli che aveva. C'era una ragione economica: la ricostruzione assorbiva ogni risorsa disponibile. C'era una ragione politica: la nuova classe dirigente preferì una linea di continuità amministrativa a una resa dei conti simbolica sistematica. E c'era una ragione culturale, forse la più profonda: in Italia la damnatio memoriae non ha mai funzionato davvero, nemmeno in antichità, e la stratificazione è il modo abituale in cui questo paese tratta il proprio passato.

Il confronto con altri paesi

Il confronto internazionale è utile ma va maneggiato con attenzione. In Germania l'apparato monumentale nazista fu in larga parte distrutto dalla guerra, smantellato dagli Alleati o neutralizzato per legge, e la legislazione sui simboli è restrittiva. In Spagna la questione dei monumenti franchisti è stata affrontata con provvedimenti legislativi molto discussi e con interventi anche recenti. In Italia si è scelta un'altra strada, o più esattamente non se ne è scelta nessuna in modo esplicito. Il risultato è che il Foro Italico è oggi, per gli studiosi di tutto il mondo, il caso di studio più completo esistente.

Il dibattito sulla conservazione dei simboli del Foro Italico

Che cosa fare dell'obelisco con la scritta MVSSOLINI DVX e dei mosaici con la parola DVCE ripetuta è una domanda che torna puntualmente nel dibattito pubblico italiano e internazionale, e che non ha una risposta condivisa. Provo a esporre le posizioni in campo con onestà, senza schierare la redazione, perché credo che il compito di chi racconta un luogo sia mettere il lettore in condizione di ragionare.

La prima posizione sostiene che questi manufatti vadano conservati integralmente e contestualizzati. L'argomento è che si tratta di documenti storici di primo livello, che testimoniano in modo diretto come un regime costruisse consenso; che rimuoverli significherebbe cancellare la prova materiale di ciò che è accaduto, rendendo più difficile capirlo e insegnarlo; che il patrimonio non si giudica ma si studia; e che la storia dell'arte e dell'architettura non può essere epurata sulla base della moralità dei committenti, altrimenti mezza Europa andrebbe demolita. A sostegno si osserva che la contestualizzazione — pannelli, percorsi, materiali didattici, ricerca — è lo strumento con cui si affrontano altri patrimoni difficili in tutto il mondo.

La seconda posizione replica che la contestualizzazione, al Foro Italico, in concreto non c'è quasi mai stata. L'argomento è che un monumento non è un libro: agisce nello spazio pubblico, viene attraversato ogni giorno da migliaia di persone che non leggono alcun apparato critico, e continua a produrre l'effetto per cui era stato progettato, cioè la celebrazione di un capo. Chi sostiene questa linea osserva che il nome di Mussolini campeggia intatto su un obelisco monumentale in una capitale europea, senza una sola parola che spieghi che cosa quel nome significhi, e che questa non è neutralità storica ma inerzia. Da qui le proposte, avanzate in varie forme, di rimuovere o modificare l'iscrizione, di affiancarle un intervento artistico contemporaneo che la ricontestualizzi, o di trasformare l'area in un percorso museale esplicito sul fascismo e sulle sue vittime.

Le posizioni intermedie

Fra i due estremi esiste un ampio spazio di proposte intermedie, che sono anche quelle più discusse fra gli specialisti: mantenere tutto ma installare un apparato interpretativo forte, permanente e ben visibile; affiancare ai simboli originari opere o segni contemporanei che ne rompano la solennità e ne dichiarino la natura; realizzare un centro di documentazione sul fascismo dentro il complesso; digitalizzare e studiare integralmente l'apparato decorativo. Questo dibattito ha coinvolto storici, architetti, sovrintendenze, amministrazioni e stampa internazionale, e più volte è stato rilanciato da interventi su testate estere che hanno chiesto conto all'Italia della sua disinvoltura verso questi monumenti.

Perché la questione resta aperta

Resta aperta perché non è tecnica ma politica, e perché tocca il nodo irrisolto del rapporto italiano con il proprio ventennio. Ogni proposta concreta incontra obiezioni serie: rimuovere significa perdere un documento e alimentare la mitologia del martirio; lasciare tutto com'è significa accettare che un culto della personalità continui a occupare lo spazio pubblico senza commento. Il punto non è dirvi da che parte stare: è arrivare davanti all'obelisco sapendo esattamente che cosa state guardando, perché è lì che comincia qualsiasi giudizio informato.

I materiali del Foro Italico: marmo, travertino, mosaico

Vale la pena guardare il Foro Italico anche da un punto di vista puramente materico, perché la scelta dei materiali è un discorso in sé. Il travertino è la pietra romana per eccellenza, estratta soprattutto nella zona di Tivoli e usata dagli antichi per il Colosseo e da Bernini per il colonnato di San Pietro: sceglierlo significava dichiarare romanità. Il marmo bianco di Carrara, statuario e ordinario, è invece la pietra della scultura italiana, da Michelangelo in avanti, e serviva a dichiarare eccellenza artistica nazionale.

C'è poi una ragione economica e politica: negli anni Trenta il regime spingeva l'uso di materiali nazionali per ridurre le importazioni, nel quadro della politica autarchica. Marmo e travertino erano italiani, disponibili, lavorabili da una manodopera specializzata numerosa, e permettevano cantieri ad alta intensità di lavoro in un periodo in cui l'occupazione era un problema politico. Il Foro Italico è anche, letteralmente, un programma di lavori pubblici.

Come invecchia il marmo all'aperto

Osservando le superfici si impara molto sul degrado lapideo. Nelle zone dilavate dalla pioggia il marmo tende a schiarirsi e a diventare zuccherino, cioè a perdere coesione superficiale; nelle zone protette dai cornicioni si formano croste nere di particolato e gesso, che sono la vera piaga dei monumenti urbani. Le statue esposte mostrano spesso patine biologiche verdastre sui lati esposti a nord. Chi sa leggere questi segni capisce, senza bisogno di documenti, dove sono stati fatti restauri e quando.

Il mosaico come tecnica di regime

Il mosaico bianco e nero era una scelta molto consapevole: economico rispetto al mosaico policromo, resistentissimo al calpestio, e soprattutto immediatamente riconoscibile come "romano antico". Le tessere sono in marmo, posate su massetto secondo tecniche tradizionali, con una grafica però modernissima: contorni netti, campiture piene, sintesi quasi da manifesto pubblicitario. È questa mescolanza — tecnica antica, grafica novecentesca — a rendere quei pavimenti così efficaci, e insieme così inquietanti.

Il verde del Foro Italico: pini, cipressi e il Tevere

Uno degli aspetti sottovalutati del Foro Italico è la sua componente vegetale. Il progetto originario prevedeva un impianto arboreo preciso, con filari e macchie che accompagnavano la composizione architettonica: pini domestici, cipressi, lecci, platani lungo il fiume. Ancora oggi, nonostante sostituzioni e perdite, l'insieme è leggibile e regala nelle giornate ventose quel suono di chiome che è la colonna sonora di Roma.

Il rapporto fra pietra bianca e vegetazione scura è la chiave estetica del complesso. Gli architetti sapevano che il marmo, contro il cielo, tende a bruciare nella luce romana; usare fondali verdi scuri permetteva di far risaltare le forme e di dare profondità alle prospettive. È la stessa lezione delle ville rinascimentali romane, applicata a un impianto sportivo del Novecento.

La passeggiata lungo il fiume

Sulla sponda destra corre un percorso pedonale e ciclabile lungo il Tevere che permette di raggiungere il Foro Italico da Ponte Milvio o dal Flaminio con una camminata piacevole, sotto i platani e con il fiume accanto. È una Roma che i visitatori non vedono quasi mai: gente che corre, circoli di canottaggio, aironi, silenzio. Nelle giornate di primavera è uno dei modi migliori di arrivare qui.

Attenzione alla stagione

D'estate la piana del Foro Italico è rovente: le superfici chiare riflettono la luce e l'ombra è scarsa proprio nel piazzale monumentale. Nelle ore centrali di luglio e agosto la visita diventa faticosa. Meglio la mattina presto o le ultime ore del pomeriggio, quando la luce radente valorizza mosaici e rilievi e la temperatura è civile. In inverno, invece, il complesso è quasi vuoto e si gode di una tranquillità perfetta.

Il Foro Italico e il suo quartiere: Ponte Milvio, Flaminio, Monte Mario

Il Foro Italico non è un'isola. Sta al centro di un pezzo di città molto caratterizzato. A nord c'è Ponte Milvio, il ponte antico ricostruito più volte, teatro nel 312 dopo Cristo della battaglia fra Costantino e Massenzio che cambiò la storia religiosa dell'Occidente; oggi è il centro di una zona di locali e di vita notturna. Dall'altra parte del fiume si apre il quartiere Flaminio, con il Villaggio Olimpico costruito per i Giochi del 1960, l'Auditorium Parco della Musica progettato da Renzo Piano, il museo MAXXI di Zaha Hadid, lo Stadio Flaminio di Pier Luigi Nervi.

Alle spalle sale Monte Mario, con la riserva naturale, il parco, l'osservatorio astronomico e i punti panoramici da cui si vede tutta Roma fino ai Castelli. Poco più in alto c'è Villa Madama, residenza di rappresentanza del governo italiano, ed è nel complesso una zona che concentra in pochi chilometri quadrati sport, diplomazia, architettura contemporanea e archeologia.

Un itinerario di mezza giornata

Un percorso che funziona bene: partire dal Flaminio, vedere l'Auditorium e il MAXXI, attraversare il ponte Duca d'Aosta o il Ponte della Musica, visitare il Foro Italico con calma, risalire lungo il fiume fino a Ponte Milvio e fermarsi lì per un aperitivo. Sono circa quattro o cinque chilometri complessivi, quasi tutti piani, ed è una giornata romana molto diversa da quella del centro storico, meno affollata e molto più istruttiva sul Novecento.

Il Villaggio Olimpico

Chi si interessa di architettura non dovrebbe saltare il Villaggio Olimpico, costruito sull'altra sponda per ospitare gli atleti del 1960 e poi trasformato in quartiere residenziale: palazzine su pilotis, spazi verdi continui, il viadotto di corso Francia progettato da Nervi. È uno dei migliori esempi italiani di edilizia pubblica ben riuscita, e sta lì, a dieci minuti a piedi dall'obelisco, quasi sempre ignorato.

Come arrivare al Foro Italico e come organizzare la visita

Il Foro Italico non è servito direttamente dalla metropolitana, ed è la prima cosa da sapere. Le linee di superficie sono numerose e collegano l'area sia con il Flaminio sia con il quadrante nord della città; il tram che parte da piazzale Flaminio arriva a piazza Mancini, capolinea da cui si raggiunge il complesso a piedi attraversando il fiume in pochi minuti. Chi viene dal centro può anche scendere a una delle fermate della linea A e proseguire con un autobus verso il lungotevere.

La soluzione consigliata a chi ha tempo è arrivare a piedi dal Flaminio o da Ponte Milvio, per le ragioni scenografiche già descritte. In bicicletta è comodissimo, grazie alla pista ciclabile lungo il Tevere. In automobile è possibile ma sconsigliabile nei giorni di evento, quando la viabilità dell'intera zona viene modificata e i parcheggi si saturano ore prima.

Accesso, tempi, costi

Le aree esterne monumentali — il piazzale con l'obelisco, il viale dei mosaici, la Fontana della Sfera, il perimetro dello Stadio dei Marmi — sono normalmente accessibili a piedi e senza biglietto, salvo chiusure temporanee legate a eventi o lavori. Gli impianti sportivi seguono invece le regole dei rispettivi gestori: si entra con il biglietto della partita, dell'incontro di tennis o della manifestazione, oppure come utenti dei corsi. Per una visita esterna consapevole calcolate un'ora e mezza; se volete leggere davvero i mosaici e girare l'anello delle statue, due ore abbondanti.

Con chi visitarlo

Questo è un posto che rende molto di più se qualcuno vi spiega che cosa state guardando: senza una chiave di lettura si riduce a un parco con statue bianche. Esistono visite guidate tematiche dedicate all'architettura del Novecento romano che includono il Foro Italico, di solito insieme all'EUR, e sono un ottimo investimento di mezza giornata. Se venite con ragazzi in età scolare, è uno dei luoghi più efficaci di Roma per parlare di storia contemporanea in modo concreto.

Il Foro Italico nei giorni di partita e nei giorni normali

Ci sono due Fori Italici e conviene sceglierne uno consapevolmente. Il primo è quello dei giorni di evento: settantamila persone che convergono verso lo Stadio Olimpico, cordoni di sicurezza, bancarelle di sciarpe lungo il lungotevere, cori che partono già dal ponte, elicotteri, viabilità stravolta. È un'esperienza antropologica notevole e per molti visitatori è il modo migliore di conoscere Roma dal vivo, ma è del tutto inadatta a guardare i mosaici.

Il secondo è quello dei giorni feriali fuori stagione: praticamente deserto, con qualche corridore, gli operatori degli impianti, il rumore dell'acqua della fontana. In quelle ore il complesso mostra la sua natura di macchina scenografica vuota, e l'effetto è straniante nel modo giusto. Se il vostro obiettivo è capire il luogo, andateci in un martedì mattina di novembre. Se il vostro obiettivo è vivere Roma, andateci di domenica pomeriggio con la sciarpa giusta.

Una nota sul tifo romano

Il derby fra Roma e Lazio è una faccenda seria e va trattata con rispetto, perché divide famiglie, quartieri e amicizie. Le coreografie delle curve dello Stadio Olimpico sono state per decenni fra le più elaborate d'Europa. Se decidete di assistere a una partita, informatevi su quale settore corrisponda a quale tifoseria e comportatevi di conseguenza: è la regola base di ogni stadio italiano e qui vale doppio.

Concerti e grandi eventi

Lo Stadio Olimpico ospita regolarmente concerti di artisti italiani e internazionali nei mesi estivi, con capienze che superano quelle delle partite. Per il complesso monumentale sono giornate impegnative: montaggi, palchi, camion, transenne. Le aree del piazzale possono essere temporaneamente interdette. Chi progetta una visita architettonica farebbe bene a verificare il calendario prima di mettersi in viaggio.

Gli edifici minori del Foro Italico e le sedi dello sport italiano

Oltre ai grandi impianti, il Foro Italico ospita un insieme di edifici che costituiscono di fatto la capitale amministrativa dello sport italiano. C'è la sede del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, ci sono gli uffici di numerose federazioni sportive, ci sono strutture per la medicina dello sport, centri di preparazione, uffici tecnici, sale riunioni dove si decidono calendari e regolamenti di tutte le discipline. È un pezzo di burocrazia sportiva che vive dentro un monumento.

Alcuni di questi edifici appartengono al progetto originario degli anni Trenta, altri sono aggiunte del dopoguerra, altri ancora sono interventi recenti. Il risultato è un tessuto edilizio disomogeneo, che si nota soprattutto ai margini del complesso: accanto al travertino degli anni Trenta compaiono volumi anni Sessanta, corpi tecnici, coperture provvisorie che durano da decenni, tribune smontabili montate per un torneo e mai rimosse. È il destino di tutti i grandi impianti sportivi, ma qui il contrasto è più visibile perché il fondale è monumentale.

Il problema delle superfetazioni

Chi si occupa di tutela lo chiama così: superfetazione, cioè l'aggiunta impropria che si sovrappone all'edificio originario. Al Foro Italico ce ne sono parecchie e non tutte sono uguali. Alcune sono strutture temporanee legate agli eventi, difficili da evitare in un impianto attivo; altre sono aggiunte permanenti che alterano la lettura degli spazi. La discussione su quanto si possa modificare un complesso vincolato per adeguarlo a esigenze contemporanee è, anche qui, tutt'altro che risolta.

Le candidature olimpiche mancate

Roma ha provato più volte a tornare olimpica dopo il 1960. Ci fu una candidatura per il 2020, poi ritirata prima della presentazione definitiva, e una per il 2024, anch'essa abbandonata per decisione dell'amministrazione comunale. In entrambi i casi il Foro Italico sarebbe stato di nuovo il fulcro del progetto. Il dibattito che ne è seguito — sui costi, sulle opere incompiute, sull'eredità dei grandi eventi in Italia — dice molto sul rapporto contemporaneo fra città e sport, e questo complesso ne è il testimone più antico.

Il Foro Italico nel cinema, nella fotografia e nell'immaginario

Il Foro Italico ha una vita per immagini che è quasi altrettanto importante della sua vita reale. Negli anni Trenta fu documentato incessantemente dai cinegiornali; nel dopoguerra è entrato nel repertorio dei set romani, apparendo in film italiani e internazionali quando serviva uno spazio bianco, geometrico e vagamente irreale. Registi e fotografi lo hanno usato per la sua qualità metafisica: piazzali enormi, statue immobili, ombre lunghe.

C'è poi la fotografia sportiva, che qui ha prodotto alcune delle immagini più famose del Novecento italiano: gli arrivi olimpici del 1960, le notti del Mondiale 1990, le finali di coppa, i pomeriggi di tennis con le statue sullo sfondo. Il Foro Italico è uno di quei posti che quasi tutti gli italiani hanno visto mille volte in televisione senza esserci mai stati.

Perché fotografa così bene

La ragione è tecnica: le superfici chiare funzionano come pannelli riflettenti naturali e riempiono le ombre, le geometrie forti danno linee guida compositive, le statue offrono soggetti verticali sempre disponibili. Anche un fotografo mediocre, qui, porta a casa scatti decenti. Un fotografo attento porta a casa molto di più, soprattutto nella prima ora dopo l'alba e nell'ultima prima del tramonto.

L'immagine e la sua ambiguità

Resta però un problema di cui vale la pena essere consapevoli: le immagini del Foro Italico circolano quasi sempre senza contesto, come esercizi di stile geometrico. Le statue diventano decorazione, l'obelisco diventa una linea verticale bianca, il mosaico diventa un motivo grafico. È esattamente il tipo di neutralizzazione estetica che rende difficile la discussione pubblica su questo luogo, e per questo è importante dire che cosa quelle forme significavano quando furono fatte.

Una curiosità sul Foro Italico

La curiosità più bella riguarda il viaggio dell'obelisco, perché è una di quelle storie in cui la logistica diventa epica. Il blocco di marmo destinato a diventare il monolite fu estratto nelle cave delle Alpi Apuane, sopra Carrara, e già l'estrazione di un pezzo unico di quelle dimensioni, senza fratture interne, fu un'impresa: un blocco così grande può essere rovinato da una sola vena nascosta, e i cavatori lavorarono sapendo che un errore avrebbe significato ricominciare da capo.

Poi ci fu la discesa a valle lungo le vie di lizza, il sistema tradizionale con cui a Carrara si calano i blocchi lungo pendii ripidissimi facendoli scivolare su travi ingrassate, trattenuti da funi e argani. Poi l'imbarco su un natante appositamente approntato, la navigazione lungo la costa tirrenica, l'ingresso alla foce del Tevere e la risalita del fiume fino al cantiere. Ogni fase durò settimane, ogni fase fu fotografata, e il trasporto divenne un racconto pubblico che i giornali seguirono come oggi si segue una missione spaziale.

La cosa che trovo più interessante è che questa messa in scena era parte integrante dell'opera. Il regime non voleva soltanto un obelisco: voleva un'impresa da raccontare, una prova che l'Italia sapeva fare ciò che avevano fatto gli antichi. Il monumento, in un certo senso, era già stato inaugurato prima di essere alzato, nelle pagine dei quotidiani e nei cinegiornali. Quando oggi vi fermate alla sua base e guardate quella superficie continua, senza giunti né tamburi sovrapposti, tenete a mente che state guardando un pezzo unico che ha fatto un viaggio di centinaia di chilometri per terra, per mare e per fiume.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Foro Italico

Nessuno vi dirà che il Foro Italico è un edificio incompiuto. Nelle guide compare come un complesso monumentale finito e coerente, ma la verità è che il progetto originario era molto più ambizioso di ciò che vedete e che gran parte di quelle ambizioni non fu mai realizzata. Erano previsti altri edifici celebrativi, arene di dimensioni enormi, complessi per adunate oceaniche, sistemazioni monumentali del rapporto con Monte Mario. I disegni esistono, sono studiati, e mostrano un'idea di città parallela che la guerra ha cancellato.

Il caso più eloquente è quello del grande edificio dell'Accademia, quello che sarebbe diventato la Farnesina: rimasto scheletro per anni, completato con criteri completamente diversi da quelli originari e destinato a una funzione che nessuno aveva previsto. Ma anche lo Stadio Olimpico, come già visto, fu concluso a distanza di decenni dalla sua impostazione e con un altro linguaggio architettonico. Quello che sembra un insieme unitario è in realtà un progetto interrotto e ricucito.

La conseguenza pratica per il visitatore è questa: molte delle stranezze che noterete — assi che si interrompono, spazi sovradimensionati rispetto a ciò che vi si affaccia, prospettive che sembrano puntare verso qualcosa che non c'è — non sono errori né trascuratezza. Sono le tracce di edifici mai costruiti. Il Foro Italico è pieno di fantasmi architettonici, e imparare a riconoscerli è il livello successivo della visita, quello che trasforma una passeggiata in una lettura.

C'è poi un secondo aspetto poco raccontato: la quantità di lavoro umano che questo posto è costato. Migliaia di operai, cavatori, scalpellini, mosaicisti, muratori hanno lavorato qui per più di un decennio, in condizioni che erano quelle dei cantieri dell'epoca. La retorica celebrava il capo, ma le mani erano le loro, e nessuna iscrizione ne fa memoria. È un'assenza che, personalmente, considero la più significativa di tutto il complesso.

Il consiglio che ti do per visitare il Foro Italico

Il consiglio principale è di invertire l'ordine in cui la maggior parte delle persone visita questo posto. Quasi tutti arrivano dallo stadio, cioè dal parcheggio o dalla fermata dell'autobus più vicina, guardano le statue, fanno due foto e se ne vanno. Fate il contrario: partite dal Flaminio, attraversate il ponte a piedi, entrate dall'asse monumentale e percorrete il complesso nella direzione in cui era stato progettato per essere percorso, cioè dal fiume verso la collina. Dieci minuti in più di cammino e il posto diventa un'altra cosa.

Il secondo consiglio riguarda il tempo. Non venite di corsa fra due monumenti del centro. Il Foro Italico chiede almeno due ore per essere guardato davvero: un'ora per l'asse monumentale con l'obelisco, i mosaici e la fontana, e un'altra per l'anello delle statue, il perimetro dello stadio e la deviazione verso la Casa delle Armi. Se avete solo quaranta minuti, meglio rimandare a un altro viaggio.

Il terzo consiglio è di scegliere l'ora giusta. La luce radente del primo mattino e quella del tardo pomeriggio fanno emergere il rilievo dei mosaici, che a mezzogiorno appaiono piatti e slavati, e danno volume alle statue. In estate è anche una questione di sopravvivenza, perché il piazzale è privo di ombra. In autunno e inverno, invece, quasi ogni ora va bene e il complesso è splendidamente vuoto.

Il quarto consiglio, il più importante, è di venire preparati. Portatevi in tasca qualche nozione su chi ha costruito questo posto e perché — anche solo quello che avete letto qui — e leggete le iscrizioni invece di ignorarle. Il Foro Italico è un luogo che punisce la distrazione e premia l'attenzione: chi lo attraversa senza sapere niente vede pietre bianche, chi lo attraversa sapendo vede la storia del Novecento italiano scritta a caratteri cubitali sotto i propri piedi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

È risaputo che il Foro Italico ospita gli Internazionali di tennis. È molto meno citato il fatto che quel torneo è a Roma dal 1935, cioè che il tennis internazionale si gioca in questo complesso da quasi novant'anni ininterrottamente, guerra a parte. Significa che generazioni intere di romani hanno un ricordo di maggio legato a questo posto, e che il Foro Italico ha un'identità sportiva continua molto più antica di quella calcistica: qui si giocava a tennis quasi vent'anni prima che lo Stadio Olimpico fosse inaugurato.

Il secondo fatto notissimo e poco discusso è che questo è, per estensione e integrità, il maggiore complesso architettonico fascista sopravvissuto a Roma, e uno dei maggiori in Europa. Lo si dice spesso di sfuggita, come una nota di colore, mentre è la ragione per cui studiosi da tutto il mondo vengono qui a fare ricerca. Non esiste altrove un caso in cui l'apparato completo — urbanistica, architettura, scultura, mosaico, epigrafia — sia rimasto insieme, in uso e visitabile.

Il terzo, forse il più divertente, riguarda la geografia mentale dei romani: quasi nessuno chiama questo posto "Foro Italico". Si dice "vado all'Olimpico", "vado al Foro", "vado agli Internazionali", "vado alla Farnesina". Il nome ufficiale, che pure è quello che compare sulle mappe, nella lingua parlata è quasi scomparso, sostituito dalle funzioni. È un dettaglio linguistico, ma dice qualcosa di preciso su come la città ha digerito questo luogo: non lo ha rimosso e non lo ha celebrato, lo ha semplicemente usato.

La foto giusta da fare al Foro Italico

La fotografia che tutti fanno è l'obelisco frontale dal ponte. Funziona, è simmetrica, ha Monte Mario sullo sfondo, ed è giusto farla. Ma non è la foto migliore che questo posto sappia dare.

La foto che consiglio è dall'interno dello Stadio dei Marmi, dal livello più basso delle gradinate, puntando verso l'alto in modo che le statue si stagliino contro il cielo e la curva del travertino accompagni la composizione. Con il cielo limpido le figure diventano bianche su azzurro e il contrasto è netto; con il cielo coperto diventano grigie su grigio e l'effetto è più drammatico, quasi scultoreo. Se aspettate il tardo pomeriggio, la luce radente disegna i muscoli e proietta ombre lunghe sul piano dell'anello.

La seconda immagine da portare a casa è invece a terra: un dettaglio ravvicinato del mosaico del piazzale dell'Impero, inquadrato in modo che si legga sia il disegno sia la parola. È la fotografia che riassume tutto il senso di questo posto, perché mostra insieme la qualità grafica e il contenuto propagandistico. Se ne fate una sola, fate questa: è onesta.

Un consiglio tecnico che vale per entrambe: qui il bianco domina e la maggior parte delle macchine tende a sottoesporre per compensare, restituendo marmi grigiastri. Correggete leggermente in sovraesposizione e i marmi torneranno bianchi come li vedete. E un consiglio di buon senso: nelle aree degli impianti sportivi e durante gli eventi valgono regole precise sulle riprese, quindi guardate la segnaletica e, se ci sono addetti, chiedete.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia del Foro Italico comincia nel 1928, quando si aprono i cantieri dell'Accademia voluta dall'Opera Nazionale Balilla su progetto di Enrico Del Debbio. Nel 1932, decennale della marcia su Roma, viene eretto l'obelisco monolitico di marmo di Carrara con l'iscrizione MVSSOLINI DVX, e nello stesso periodo viene completato lo Stadio dei Marmi con la sua corona di sessanta statue donate dalle province italiane. Nel 1935 gli Internazionali di tennis si trasferiscono da Milano a Roma e trovano qui la loro sede stabile. Fra il 1933 e il 1936 Luigi Moretti costruisce la Casa delle Armi. Alla fine degli anni Trenta vengono realizzati il piazzale dell'Impero con i mosaici e il ponte Duca d'Aosta.

La guerra interrompe tutto. Nel dopoguerra il complesso cambia nome e funzione, e nel 1953 viene inaugurato lo stadio, completato da Annibale Vitellozzi, con la partita fra Italia e Ungheria del 17 maggio. Nel 1960 arrivano le Olimpiadi: cerimonia d'apertura il 25 agosto, gare di atletica, nuoto nel nuovo Stadio del Nuoto, scherma nella Casa delle Armi, e la vittoria di Livio Berruti nei 200 metri il 3 settembre. Alla fine degli anni Cinquanta il Ministero degli Affari Esteri si insedia nell'ex Accademia, che da allora è "la Farnesina".

Seguono i grandi appuntamenti calcistici: la finale dell'Europeo del 1968 vinta dall'Italia, quella del 1980, le finali di coppa dei campioni del 1977 e del 1984, l'ultima delle quali con la Roma sconfitta in casa propria. Nel 1987 lo Stadio Olimpico ospita i Campionati mondiali di atletica, con il primato mondiale del salto in alto femminile di Stefka Kostadinova. Nel 1990 il Mondiale di calcio porta la ricostruzione dell'anello superiore e la copertura sospesa, e l'8 luglio si gioca qui la finale fra Germania Ovest e Argentina.

Negli anni Ottanta e Novanta, in parallelo, la Casa delle Armi viene requisita e trasformata in aula bunker per i grandi processi, subendo danni pesanti. Nel 1994 e nel 2009 il Foro Italico ospita i Campionati mondiali di nuoto, con l'edizione del 2009 segnata dalla stagione dei costumi tecnici e da una raffica di primati. Nel 1996 e nel 2009 lo stadio ospita altre due finali della massima competizione europea per club. Nel 2015 lo Stadio dei Marmi viene intitolato a Pietro Mennea. Nel 2021 il complesso è fra le sedi del Campionato europeo di calcio, e nel giugno 2024 accoglie i Campionati europei di atletica leggera. Nel mezzo, ogni maggio, gli Internazionali; ogni domenica d'inverno, il campionato.

Chi è passato dal Foro Italico

L'elenco delle persone che hanno attraversato questo complesso è, in pratica, un pezzo di storia dello sport mondiale. Nel 1960 ci passò un pugile statunitense diciottenne di nome Cassius Clay, che qui vinse l'oro olimpico prima di diventare Muhammad Ali; ci passò Abebe Bikila, che partì da Roma per una maratona corsa scalzo e diventò il primo africano subsahariano a vincere un oro olimpico; ci passò Livio Berruti, che sulla pista dello Stadio Olimpico vinse i 200 metri diventando un simbolo per un'intera generazione italiana. Sulla stessa pista, nel 1987, Stefka Kostadinova saltò l'altezza che nessuna atleta ha ancora superato.

Sui campi in terra rossa sono passati praticamente tutti i grandi del tennis: dai protagonisti degli anni Cinquanta e Sessanta, con Nicola Pietrangeli a cui è dedicato il campo più bello del mondo, ai campioni degli anni Settanta e Ottanta, fino ai giocatori e alle giocatrici che hanno dominato i decenni recenti e ai protagonisti dell'attuale straordinaria stagione del tennis italiano. Nel calcio, sul prato dello Stadio Olimpico, hanno giocato le generazioni della Roma e della Lazio, le nazionali di mezzo mondo, le squadre di quattro finali europee per club e quelle della finale mondiale del 1990.

Poi c'è l'altra categoria di persone passate di qui, e non va dimenticata: le migliaia di ragazzi e ragazze inquadrati nelle organizzazioni giovanili del regime che negli anni Trenta marciavano su questi piazzali davanti alle autorità e alle macchine da presa. Non hanno nomi noti e non compaiono in nessuna targa, ma sono loro il vero pubblico per cui questo posto fu costruito, e ricordarlo è il modo migliore per capire che cosa sia stato il Foro Italico prima di diventare quello che è oggi.

E ci sono infine gli architetti e gli artisti: Enrico Del Debbio, che qui firmò l'opera della sua vita; Luigi Moretti, che qui costruì il suo capolavoro e che decenni dopo avrebbe progettato oltreoceano un complesso destinato a dare il nome a uno scandalo politico; Annibale Vitellozzi, che diede allo stadio la sua forma repubblicana; i mosaicisti, gli scultori e gli scalpellini di Carrara che tradussero in marmo un programma politico. Guardare il Foro Italico significa guardare il lavoro di tutti loro, e chiedersi ogni volta che cosa si conserva, che cosa si spiega e a chi tocca deciderlo.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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