Mausoleo Ossario Gianicolense

Il Mausoleo Ossario Gianicolense si trova in via Giuseppe Garibaldi 29/e, 00153 Roma, rione Trastevere, un centinaio di metri sopra il piazzale Giuseppe Garibaldi, sul tratto di crinale che l'Ottocento chiamava Colle del Pino. L'ingresso è gratuito. La Sovraintendenza Capitolina, che lo gestisce, indica l'apertura al pubblico dal martedì al sabato dalle 9.30 alle 13.30, con chiusura il lunedì e la domenica, e una visita guidata gratuita ogni sabato alle 11.00 alla quale si accede senza prenotazione. Le aperture straordinarie per gruppi con guida propria si concordano scrivendo a didattica@zetema.it; per le informazioni generali risponde il call center di Roma Capitale allo 060608, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Gli orari dei monumenti minori del Comune cambiano con le stagioni, con i cantieri e con la disponibilità del personale di custodia: una verifica sul sito della Sovraintendenza il giorno prima di salire evita salite a vuoto.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Ci si arriva in autobus con la linea 115, la circolare del Gianicolo che parte da via Paola e passa per piazzale Garibaldi e per la fermata Garibaldi/Iacobucci, oppure con la 870, che sale dal Trullo e serve le fermate Mura Gianicolensi, Passeggiata del Gianicolo/Villa Corsini e Piazzale Garibaldi. A piedi da piazza Trilussa, a Trastevere, si sale per via Garibaldi in una ventina di minuti di salita continua; dal Vaticano si arriva per la passeggiata alta, entrando da salita di Sant'Onofrio. La visita del solo Mausoleo Ossario Gianicolense richiede quaranta minuti; con la cripta letta lapide per lapide e una sosta sul belvedere si arriva comodamente a un'ora e mezza. Se il Gianicolo lo si vuole capire davvero, la pagina dedicata al Gianicolo inquadra tutto il colle e i suoi monumenti.

Mausoleo Ossario Gianicolense
Mausoleo Ossario Gianicolense

Che cos'è il Mausoleo Ossario Gianicolense

È il sacrario dei caduti per Roma. Non un cimitero monumentale, non un museo, non una cappella: un ossario di Stato costruito per raccogliere in un solo luogo i resti e soprattutto i nomi di chi morì combattendo per la città fra il 1849 e il 1870. Ventun anni di guerre, di assedi, di sconfitte e di fucilazioni, condensati in una piramide tronca di travertino che quasi nessuno guarda mentre corre a fotografare il panorama duecento metri più in basso.

Il monumento accoglie i caduti di tre stagioni distinte, che il visitatore distratto tende a confondere. La prima è la difesa della Repubblica Romana del 1849, l'assedio francese di aprile-luglio, il combattimento del Gianicolo. La seconda sono le campagne garibaldine per Roma: Aspromonte nel 1862, l'Agro romano nel 1867 con Monterotondo, Mentana, Villa Glori e l'eccidio del lanificio Ajani a Trastevere. La terza è il 20 settembre 1870, la breccia di Porta Pia e l'attacco simultaneo a Porta San Pancrazio, cioè proprio ai piedi di questo colle. Chi entra nella cripta e legge le lapidi trova tutte e tre le stagioni mescolate, perché mescolate lo furono anche le vite: molti dei nomi del 1870 erano ragazzi che nel 1849 non erano ancora nati, e alcuni dei veterani del 1849 arrivarono fin qui, invecchiati, a vedere finire la partita.

Un dato va detto subito, perché cambia il modo in cui si guarda la cripta: nei trentasei loculi sono conservati soltanto duecento resti circa, in larga parte anonimi, recuperati nel corso delle varie ricognizioni ottocentesche e novecentesche. Le lapidi ricordano oltre milleseicento nomi. Il Mausoleo Ossario Gianicolense è quindi molto più un monumento nominale che un sepolcreto pieno: un archivio di nomi incisi, con dentro pochissime ossa e una sola tomba individuale certa, quella di Goffredo Mameli. Chi si aspetta l'ossario nel senso macabro del termine resta spiazzato. Chi capisce che quella è la sua natura, esce con qualcosa in più.

Perché si chiama Ossario e perché lo trovate anche come Mausoleo Ossario Garibaldino

Il monumento porta due nomi che convivono da ottant'anni. Nella cartellonistica comunale, nelle guide e sul sito della Sovraintendenza compare come Mausoleo Ossario Garibaldino, perché fu una associazione garibaldina a volerlo e perché garibaldina è la memoria che custodisce. Nella toponomastica corrente e in buona parte della pubblicistica romana è invece il Mausoleo Ossario Gianicolense, dal colle su cui sorge. Sono lo stesso edificio. Il doppio nome non è un errore da correggere ma una spia storica: l'uno sottolinea la parte politica, l'altro il luogo. La Repubblica Romana del 1849 non fu solo garibaldina, e non tutti i caduti ricordati qui militarono sotto Garibaldi; molti erano soldati regolari dell'esercito della Repubblica, bersaglieri lombardi, artiglieri, popolani di Trastevere. Il nome geografico, in questo senso, è il più onesto dei due.

La forma del Mausoleo Ossario Gianicolense in tre parole

Recinto, quadriportico, cripta. Il recinto delimita un'area alberata con l'ingresso su via Garibaldi. Il quadriportico è la parte visibile, un anello di travertino sollevato su una gradinata, con tre archi a tutto sesto per lato, che da lontano legge come una piramide tronca schiacciata: il profilo che si intravede dalla passeggiata alta e che molti scambiano per un serbatoio d'acqua o per un blocco della Guardia di Finanza. La cripta è sotto, e ci si scende dal retro per una doppia rampa di scale. Il gioco è tutto qui: fuori la retorica di Stato del 1941, sotto il silenzio dei nomi. Il salto fra i due registri è la cosa migliore della visita.

Il Colle del Pino: perché il Mausoleo Ossario Gianicolense è proprio lì

La località si chiamava Colle del Pino ed era il punto più esposto dell'intero fronte gianicolense. Fra il 30 aprile e i primi giorni del luglio 1849 vi si consumò l'ultima difesa della Repubblica Romana, quella condotta da Giuseppe Garibaldi contro il corpo di spedizione francese del generale Nicolas Charles Victor Oudinot. Costruire il sacrario altrove sarebbe stato più comodo e infinitamente meno significativo: qui il terreno stesso è documento.

Chi non ha mai studiato l'assedio fatica a capire perché una collina fuori dalle Mura Aureliane fosse la chiave di Roma. La ragione è di balistica. A metà Ottocento l'artiglieria era diventata l'arma decisiva degli assedi, e dalla sommità del Gianicolo si bombardava senza sforzo la città sottostante: Trastevere ai piedi, il Tevere subito dopo, il centro storico a tiro utile. Chi teneva il Gianicolo teneva Roma. Le mura urbane, per parte loro, erano quelle costruite fra il III e il VI secolo e rimaneggiate da Urbano VIII: cortine alte e sottili, pensate per fermare le scale e non le granate. Contro le batterie francesi del 1849 valevano poco.

Sul crinale, allora, non c'erano né la passeggiata né i platani. C'erano ville patrizie con i loro casini, i loro giardini murati e i loro viali: Villa Corsini con il Casino dei Quattro Venti, Villa del Vascello, Villa Spada, Villa Savorelli, il grande recinto di Villa Doria Pamphilj. Quelle ville furono le trincee, i bastioni e infine le macerie della difesa. Il Mausoleo Ossario Gianicolense sorge dentro quel campo di battaglia, a poche centinaia di metri da ciascuno dei punti in cui morirono le persone i cui nomi sono incisi nella sua cripta. Non è un sacrario costruito lontano dai fatti, come tanti; è un sacrario costruito sopra i fatti.

La Repubblica Romana del 1849, in breve e con le date giuste

Senza il 1849 il monumento non si capisce, e il 1849 in Italia si racconta quasi sempre male, per accenni. Vale la pena mettere in fila le date, perché sono poche e sono nette.

Dalla fuga di Pio IX alla proclamazione

Papa Pio IX lasciò Roma per Gaeta nel novembre del 1848, dopo l'assassinio del ministro Pellegrino Rossi e settimane di tensione popolare. Il vuoto di potere fu riempito da elezioni a suffragio universale maschile, tenute il 21 e 22 gennaio 1849, che portarono a Roma centosettantanove Rappresentanti del popolo. L'Assemblea Nazionale Costituente si riunì dal 5 febbraio, sotto la presidenza di Giuseppe Galletti, con Aurelio Saffi e Luigi Masi vicepresidenti. Il 9 febbraio 1849, dal Campidoglio, fu proclamata la Repubblica Romana.

Il Triumvirato e la Costituzione

Dopo la sconfitta piemontese di Novara, nel marzo del 1849, l'Assemblea affidò pieni poteri a un triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi. Sono i tre nomi che il visitatore ritrova incisi nella cripta del Mausoleo Ossario Gianicolense, sull'Ordine del giorno del Triumvirato Romano. La Costituzione della Repubblica Romana fu approvata il 3 luglio 1849, mentre i francesi entravano in città: un gesto di ostinazione politica che ha pochi paragoni in Europa. Il testo dichiarava decaduto di fatto e di diritto il potere temporale del papato sullo Stato Romano, aboliva la pena di morte e la tortura, garantiva la libertà di culto a cattolici, ebrei e stranieri di altra religione, cancellava titoli nobiliari e privilegi di casta, eliminava la censura, prevedeva forme di riforma agraria attraverso i beni ecclesiastici confiscati. Per l'epoca era il testo costituzionale più avanzato del continente. Durò meno di ventiquattro ore di applicazione effettiva.

Le forze in campo

La Repubblica poteva contare su sedici-diciassettemila uomini complessivi: circa ottomilaseicento di fanteria di linea ereditata dall'esercito pontificio, quattromilasettecento di fanteria irregolare fra cui millecinquecento della Legione italiana di Garibaldi e mille della Legione Romana, seicentonovanta cavalieri, ottocento uomini delle armi accessorie, settantaquattro fra cannoni e obici. Ministro della guerra era Giuseppe Avezzana; il comandante in capo era il generale Pietro Roselli; Garibaldi comandava la Legione italiana. Luciano Manara guidava i bersaglieri lombardi, Giacomo Medici la difesa del Vascello. Di fronte, il 3 giugno, i francesi allinearono trentamila uomini, quattromila cavalli, una decina di batterie pesanti e mille zappatori. La sproporzione non era grande: era assurda.

L'assedio del 1849 e la difesa del Gianicolo

30 aprile 1849: il primo attacco respinto

Oudinot era sbarcato a Civitavecchia il 24 aprile con l'incarico, deciso a Parigi da Luigi Napoleone Bonaparte, di restaurare il potere pontificio. Contava di entrare a Roma senza combattere. Il 30 aprile attaccò dal lato del Gianicolo e fu battuto: i volontari di Garibaldi lo respinsero fino alla campagna e gli fecero centinaia di prigionieri, che la Repubblica poi rilasciò per calcolo politico. È la data che apre il monumento e che apre ogni discorso sulla difesa di Roma. La Repubblica aveva vinto la sua prima battaglia contro la prima potenza militare del continente, e per un mese abbondante Roma credette di poter reggere.

3 giugno 1849: Villa Corsini e il Casino dei Quattro Venti

Il 3 giugno è la giornata che riempie la cripta. Una lettera di Oudinot del 1 giugno lasciava intendere che l'attacco non sarebbe avvenuto prima del lunedì mattina, cioè il 4; i francesi mossero invece alle tre del mattino di domenica 3, sostenendo poi che le ville esterne alle mura non rientravano nella tregua. La colonna del generale Mollière fece saltare alcune mine nel recinto di Villa Doria Pamphilj e ne scacciò i difensori, poi si gettò su Villa Corsini.

Il Casino dei Quattro Venti, il grande edificio che coronava la parte alta di Villa Corsini, era il punto tatticamente decisivo: chi lo teneva dominava il Vascello, le mura e l'intera dorsale. I romani lo ripresero verso le sette e mezza del mattino e lo persero un quarto d'ora dopo. Garibaldi lo fece attaccare più volte, di petto, lungo un viale rettilineo battuto in pieno dal fuoco francese. Fu un macello. Le perdite romane di quella giornata superarono i settecento uomini, cinquecento dei quali della sola Legione italiana e duecento fra i bersaglieri di Manara; i francesi ebbero fra i duecentocinquanta e i quattrocento morti e feriti e una quindicina di ufficiali. Da un punto di vista militare, gli assalti frontali del 3 giugno furono un errore che gli storici discutono ancora. Da un punto di vista umano furono il momento in cui la Repubblica decise di non arrendersi in silenzio.

In quelle ore cadde Angelo Masina, il bolognese che guidava i suoi lancieri; cadde Francesco Daverio, capo di stato maggiore della legione; cadde il capitano Enrico Dandolo, ventunenne, dei bersaglieri lombardi; e fu ferito alla gamba sinistra Goffredo Mameli, che non aveva ancora compiuto ventidue anni. Nino Bixio si prese una palla nel fianco. Sono cinque nomi che il visitatore ritroverà incisi, a pochi metri l'uno dall'altro, nella cripta del Mausoleo Ossario Gianicolense.

Il Vascello e la difesa di Giacomo Medici

Persa Villa Corsini, il fronte arretrò sulla Villa del Vascello, la costruzione seicentesca eretta dal 1663 su progetto di Plautilla Bricci e del fratello Basilio per l'abate Elpidio Benedetti. Plautilla Bricci è una delle pochissime donne alle quali l'età barocca romana abbia riconosciuto in atti pubblici il ruolo di architetto: la sua villa a forma di nave finì per diventare, due secoli dopo, l'ultimo baluardo dei difensori di Roma davanti alle mura.

La tenne Giacomo Medici, che vi respinse gli assalti francesi del 26 e del 28 giugno mentre l'edificio gli crollava addosso pezzo per pezzo. Una memoria dell'epoca descrive la situazione senza aggettivi: l'intero piano superiore rovinato, e dei due inferiori rovinata la parte anteriore, in modo che i begli appartamenti restavano all'aperto. Medici uscì di lì con il titolo di marchese del Vascello e con una reputazione militare che si portò dietro per tutta la vita. La villa, in via di San Pancrazio, è ancora al suo posto, con il casino nobile mutilato dalle demolizioni post-belliche; dal 1983 è sede del Grande Oriente d'Italia. Chi sale al Mausoleo Ossario Gianicolense e vuole vedere una cicatrice vera del 1849, la trova lì, cinque minuti a piedi.

Villa Spada, 29 e 30 giugno 1849

L'ultima notte fu quella fra il 29 e il 30 giugno. I francesi, che dal 13 giugno bombardavano sistematicamente e che nella notte fra il 21 e il 22 avevano preso un tratto dei bastioni centrali e dei bastioni Barberini presso Porta Portese, attaccarono di sorpresa Villa Spada e Villa Savorelli. Il combattimento si trascinò per tutta la giornata del 30, perdendo forza ora dopo ora. A Villa Spada fu colpito a morte Luciano Manara, colonnello, venticinque anni, capo di stato maggiore di Garibaldi. Vi fu ferito mortalmente Emilio Morosini, diciannove anni. In città, in vicolo del Canestraro, oggi via dei Panieri, una granata francese uccise Andrea Aguyar, l'uruguaiano che tutta Roma chiamava il Moro di Garibaldi.

A mezzogiorno del 1 luglio fu concordata una breve tregua per raccogliere i morti e i feriti. Mazzini pose all'Assemblea l'alternativa: capitolazione totale, oppure battaglia dentro la città con distruzioni e saccheggi. Garibaldi confermò che ogni ulteriore resistenza era inutile.

2 luglio 1849: il discorso e l'uscita da Roma

Il 2 luglio, in piazza San Pietro, Garibaldi parlò ai suoi. Le parole sono fra le poche del Risorgimento che si possono citare senza imbarazzo, perché non promettono nulla: esco da Roma, chi vuole continuare la guerra contro lo straniero venga con me, non prometto paghe, non ozi molli, acqua e pane quando se ne avrà. Alle venti uscì dalla città con circa quattromila armati, diretto verso le province non occupate e poi, nelle intenzioni, verso Venezia. I francesi entrarono in Roma prima di mezzogiorno di quello stesso 2 luglio, occupando Trastevere, Castel Sant'Angelo, il Pincio e Porta del Popolo; Oudinot arrivò solo in serata, con dodicimila soldati. Formalmente non ci fu capitolazione: l'atto fu definito uscita dalla città, e l'Assemblea poté dichiarare che la Repubblica restava legalmente costituita. Una finzione giuridica, certo. Ma è la finzione su cui, ventun anni dopo, si costruì il diritto morale dell'Italia a prendersi Roma.

La ritirata garibaldina lasciò altri nomi al Mausoleo Ossario Gianicolense. Fra questi Angelo Brunetti, il carrettiere di Ripetta che i romani chiamavano Ciceruacchio, fucilato dagli austriaci a Ca' Tiepolo, nel delta del Po, il 10 agosto 1849, insieme al figlio Lorenzo di tredici anni e al figlio maggiore Luigi.

Dal sepolcreto del 1879 al Mausoleo Ossario Gianicolense

Il monumento che si visita oggi è la terza risposta a un problema che Roma si pose il giorno dopo la presa di Porta Pia: dove mettere i morti. Non in senso pratico. In senso politico.

La legge del 1878-79 e il primo sepolcreto

L'esigenza di ricordare degnamente i caduti per Roma fu posta con forza all'indomani del 20 settembre 1870. Nel 1878-79 furono Giuseppe Garibaldi in persona e il figlio Menotti fra i promotori della legge che riconobbe nel Gianicolo il luogo dove raccogliere i resti dei patrioti. Ne seguirono ricognizioni minuziose per individuare le salme: alcune erano tumulate al Campo Verano, altre giacevano ancora sui luoghi delle battaglie presso le Mura, dove erano state sepolte in fretta nel 1870. Su quella base fu realizzato un primo sepolcreto.

Era un impianto modesto, di scala cimiteriale, adeguato a una nazione che aveva appena finito di farsi e che non aveva ancora deciso quale retorica adottare per i propri morti. Bastò per mezzo secolo. Nel frattempo il Gianicolo cambiava faccia: nel 1883 la zona diventava passeggiata pubblica intitolata alla memoria della difesa di Roma, nel 1895 arrivava il monumento equestre a Garibaldi, fra Otto e Novecento si allineavano lungo i viali i busti dei patrioti. Il colle si stava trasformando in un parco della memoria, e il vecchio sepolcreto ci faceva una figura sempre più povera.

Ezio Garibaldi e la ripresa del progetto negli anni Trenta

L'idea di un vero mausoleo fu ripresa negli anni Trenta del Novecento da Ezio Garibaldi, figlio di Ricciotti e quindi nipote dell'Eroe dei due mondi, allora presidente della Società dei Reduci Patrie Battaglie, associazione intitolata al nonno. La proposta fu portata al Governo, che la fece propria e ne sostenne i costi. La progettazione fu affidata dalla Società al socio Giovanni Jacobucci; l'esecuzione fu curata dagli Uffici Tecnici del Governatorato di Roma.

Su questo passaggio conviene essere adulti. Il Mausoleo Ossario Gianicolense è un monumento del regime fascista, costruito fra il 1939 e il 1941 dentro un'operazione di appropriazione della memoria garibaldina che il fascismo condusse con metodo, e che a Roma lasciò segni consistenti: il monumento equestre ad Anita del 1932, promosso dallo stesso Ezio Garibaldi, ne è l'altro capitolo. Riconoscerlo non toglie nulla ai morti del 1849, che erano repubblicani, mazziniani, democratici, e che con quel regime non avevano niente da spartire. Toglie invece l'ingenuità con cui si guarda l'architettura: l'aquila imperiale sull'ara, i gladi, gli scudi, la lupa ripetuta ovunque non sono decorazioni neutre, sono un discorso preciso pronunciato nel 1941. La cripta, sotto, parla un'altra lingua. Il monumento vale doppio proprio perché le due lingue convivono a due metri di distanza.

Giovanni Jacobucci e l'architettura del Mausoleo Ossario Gianicolense

Giovanni Jacobucci (1895-1970) apparteneva alla generazione di architetti romani cresciuta fra il tardo eclettismo e il monumentalismo semplificato degli anni Trenta. Il Mausoleo Ossario Gianicolense fu inaugurato solennemente il 3 novembre 1941, dopo due anni di lavori. La data non fu scelta a caso: il 3 novembre è l'anniversario della battaglia di Mentana del 1867, una delle sconfitte garibaldine ricordate sui piedistalli del monumento stesso.

Il recinto e il quadriportico del Mausoleo Ossario Gianicolense

Il complesso è organizzato al centro di un'area recintata e alberata. Il nucleo visibile è un austero quadriportico in travertino, costituito da tre archi a tutto sesto su ogni lato, sollevato su una gradinata. La scelta del travertino, in un'opera romana del 1941, è dichiarazione di continuità con l'antico: è la pietra del Colosseo e del Teatro di Marcello, e in quegli anni era la pietra ufficiale della romanità di regime. Jacobucci la lavora a superfici larghe, senza ornati aggettanti, contando sui volumi e sulla luce. Il risultato è un edificio che di mattina, con il sole che batte da est, appare quasi bianco, e che nel tardo pomeriggio si ingiallisce e si appesantisce. Chi vuole fotografarlo ci pensi.

Il quadriportico non ha funzione liturgica né funeraria: è un dispositivo di soglia. Serve a rallentare chi arriva, a costringerlo a girare intorno all'ara centrale, a portarlo sul retro dove si apre la discesa alla cripta. È architettura di percorso, e funziona: l'errore più comune del visitatore frettoloso consiste nell'entrare, guardare l'ara, uscire e andarsene, senza accorgersi che il monumento vero è sottoterra.

L'ara di granito rosso di Baveno

Al centro del quadriportico, il nucleo del monumento è un'ara ricavata da un unico blocco di granito rosso di Baveno, la pietra del Verbano che nell'Ottocento e nel Novecento fu la scelta obbligata per obelischi, basamenti e colonne monumentali italiane. Un blocco monolitico di quella misura significava cava, taglio, trasporto ferroviario e messa in opera: nel 1940 era un investimento tecnico, non solo estetico.

L'ara è arricchita da figurazioni allegoriche ispirate all'antichità romana: la lupa, l'aquila imperiale, scudi e gladi. Sono i motivi che si ripetono in tutto l'apparato decorativo del Mausoleo Ossario Gianicolense, dai bracieri alle cornici. Vale la pena fermarsi a guardarli con attenzione, perché raccontano una operazione culturale: i volontari del 1849, che combattevano per una repubblica costituzionale e laica, vengono qui rivestiti dell'armamentario simbolico dell'impero romano. Il cortocircuito è evidente e nessuno, nel 1941, lo trovava imbarazzante.

I quattro bracieri e le battaglie incise sui piedistalli

In corrispondenza degli angoli del quadriportico, quattro piedistalli in travertino sorreggono altrettanti bracieri bronzei decorati con teste di lupa. Non sono ornamenti morti: vengono ancora accesi nel corso delle ricorrenze ufficiali, e vedere il Mausoleo Ossario Gianicolense con i quattro fuochi vivi agli angoli, il 30 aprile o il 2 giugno, è un'esperienza diversa dalla visita ordinaria.

Sui piedistalli sono incise le battaglie più significative per la liberazione di Roma. L'elenco merita di essere letto per intero, perché è il sommario del monumento: per il 1849 Vascello, San Pancrazio, Palestrina, Velletri, Monti Parioli, Villa Spada; per il 1862 Aspromonte; per il 1867 Monterotondo, Mentana, Villa Glori, Casa Ajani; per il 1870 Porta Pia e ancora San Pancrazio.

Chi legge quei nomi con calma capisce la logica del sacrario. Palestrina e Velletri sono le vittorie garibaldine del maggio 1849 contro l'esercito borbonico salito da sud, quelle in cui combatté, in uniforme da bersagliere, Colomba Antonietti. Monti Parioli richiama gli scontri sul fronte nord. Aspromonte, 29 agosto 1862, è la ferita di Garibaldi da parte di soldati italiani, la pagina più amara. Monterotondo e Mentana sono la campagna dell'Agro romano del 1867, con lo scontro decisivo del 3 novembre a Mentana, dove cinquemila garibaldini si trovarono davanti circa tremila pontifici e duemilacinquecento francesi armati con il fucile Chassepot modello 1866, capace di dodici colpi al minuto: centocinquanta morti, duecentoventi feriti e millesettecento prigionieri fra i volontari, contro trentadue morti e centoquaranta feriti dall'altra parte. Villa Glori è lo scontro del 23 ottobre 1867 in cui cadde Enrico Cairoli. Casa Ajani è l'eccidio del lanificio di Trastevere, lo stesso giorno. Porta Pia e San Pancrazio chiudono il conto il 20 settembre 1870.

La cripta sacrario del Mausoleo Ossario Gianicolense

Qui il monumento cambia registro e diventa una cosa seria. Se avete un quarto d'ora solo, spendetelo sotto e non sopra.

La doppia rampa e il portale bronzeo del Mausoleo Ossario Gianicolense

Sul retro del quadriportico una doppia rampa di scale scende al Sacrario, chiuso da un imponente portale in bronzo. La discesa è progettata per funzionare: si perde la vista del panorama, si perde la luce, si abbassa la temperatura, e quando il portale si apre si è già in un altro stato d'animo. Jacobucci, qui, sa esattamente quello che fa. È un espediente vecchio come l'architettura funeraria, dai dromoi etruschi in poi, ma applicato con misura.

Il vestibolo e il vano quadrato

L'ambiente sotterraneo è diviso in due zone. La prima è un vestibolo con piccole absidi laterali. La seconda è un vano quadrato che ha al centro un grande pilastro circolare ornato con palme e croci votive in alabastro: la palma è il simbolo del martirio, la croce votiva è la traduzione cristiana del sacrificio civile. La scelta di materiale non è casuale, perché l'alabastro trasmette la luce e, con l'illuminazione radente, i motivi sembrano accendersi dall'interno.

Il soffitto a volta ribassata è interamente ricoperto di tessere musive in oro. Marmi policromi rivestono il pavimento e le pareti. È l'unico punto del Mausoleo Ossario Gianicolense in cui il progetto abbandona l'austerità del travertino e si concede il fasto: la citazione, evidente, è quella dei sacelli paleocristiani e bizantini, con il fondo oro che annulla lo spazio e mette in primo piano le iscrizioni.

I trentasei loculi del Mausoleo Ossario Gianicolense e i milleseicento nomi

Sulle pareti sono disposti trentasei loculi chiusi da lapidi che ricordano i nomi di oltre milleseicento caduti. Nei loculi sono conservati soltanto pochi resti, circa duecento, per lo più anonimi, rinvenuti nel corso delle varie ricognizioni. Questa asimmetria fra nomi e ossa è la cosa che colpisce di più chi entra con l'idea di visitare un ossario: le lapidi sono un elenco, non un catalogo di sepolture.

Leggerle una per una richiede tempo e ripaga. Ci sono cognomi romani di Trastevere e dei Monti accanto a cognomi lombardi, genovesi, bolognesi, romagnoli, siciliani; ci sono nomi stranieri; ci sono età che si ripetono con una monotonia impressionante, diciotto, diciannove, ventuno, ventidue. La difesa di Roma fu una faccenda di ragazzi. Il dato non emerge da nessuna sintesi storica quanto emerge da quelle pareti.

Il sarcofago di Goffredo Mameli

Nella parete di fondo è posto il sarcofago in porfido con le spoglie di Goffredo Mameli, il giovane poeta genovese autore del testo dell'inno nazionale, ferito a morte proprio sul Gianicolo nel 1849. È l'unica sepoltura individuale identificata del sacrario, ed è il punto verso cui converge tutto il percorso: la volta d'oro, i marmi, l'asse del vano quadrato.

Il porfido non è una scelta qualunque. Nella tradizione romana e poi bizantina era la pietra riservata agli imperatori, e la sua presenza qui alza il registro fino a un livello che nel 1941 tutti sapevano leggere. Il ragazzo di ventun anni che aveva scritto Fratelli d'Italia a diciannove viene sepolto come un imperatore. Si può trovare la cosa eccessiva; si può anche pensare che a Mameli, che aveva un gusto letterario piuttosto solenne, non sarebbe dispiaciuta.

Le iscrizioni del Mausoleo Ossario Gianicolense e l'epigrafe mazziniana

In tutto il monumento le iscrizioni sono numerose e ricordano fatti, luoghi, pensieri e testi legati alle vicende storiche e ai personaggi celebrati. Nella cripta si trovano due lapidi con gli Ordini del giorno del Municipio di Roma e del Triumvirato Romano, cioè di Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, e un'epigrafe a mosaico estrapolata dagli scritti mazziniani.

Questa è, secondo me, la parte più sottovalutata del Mausoleo Ossario Gianicolense. Le epigrafi non sono contorno: sono il documento. Chi le legge scopre il tono con cui un governo repubblicano parlava ai propri cittadini durante un assedio, e scopre anche quanto poco somigli alla retorica militare che lo circonda nel monumento del 1941. Portatevi gli occhiali. La luce è bassa e i caratteri sono incisi in profondità.

I nomi incisi nel Mausoleo Ossario Gianicolense: chi erano davvero

Una precisazione che evita fraintendimenti: essere ricordati qui non significa essere sepolti qui. Le lapidi ricordano oltre milleseicento persone; le sepolture identificate sono pochissime. Diversi fra i nomi più celebri riposano altrove, e lo dico perché capita spesso di sentire, davanti alla parete, dichiarazioni sicure quanto sbagliate.

Goffredo Mameli

Nato a Genova il 5 settembre 1827, morto a Roma il 6 luglio 1849. Aveva scritto il testo del Canto degli Italiani nel 1847, prima dei vent'anni; la musica è di Michele Novaro. Il canto fu adottato come inno nazionale provvisorio nel 1946 e riconosciuto ufficialmente per legge soltanto nel 2017.

Il 3 giugno 1849 fu ferito alla gamba sinistra durante l'azione intorno a Villa Corsini. Sulla dinamica esistono due versioni: quella che attribuisce la ferita a una baionetta di un commilitone e quella, più accreditata, di una fucilata francese. Portato privo di sensi all'ospedale della Trinità dei Pellegrini, fu curato dal medico Pietro Maestri. Dopo quattro giorni comparve la cancrena. Il 19 giugno il chirurgo Paolo Maria Baroni procedette all'amputazione, ma l'infezione era già generalizzata e degenerò in setticemia. Morì la mattina del 6 luglio, alle sette e mezza, tre giorni dopo l'approvazione della Costituzione che non fece in tempo a sapere promulgata. Non aveva ancora compiuto ventidue anni.

Le sue spoglie hanno fatto un lungo giro: prima la chiesa di Santa Maria in Monticelli, poi i sotterranei della chiesa delle Stimmate, poi il Verano dopo la presa di Porta Pia, infine il Gianicolo nel 1941, dentro il sarcofago di porfido che si vede oggi. Quattro sepolture in novantadue anni. Il ritorno del 1941 fu il vero motivo per cui il Mausoleo Ossario Gianicolense ottenne l'attenzione e i fondi che ottenne.

Luciano Manara

Milanese, nato il 25 marzo 1825 da una famiglia della grande borghesia, studi liceali a Milano e scuola di Marina a Venezia. Nel 1848 organizzò e finanziò di tasca propria un corpo di cinquecento volontari, i Bersaglieri Lombardi, e li mise a disposizione del Governo provvisorio di Milano. Nelle Cinque Giornate guidò l'attacco a Porta Tosa. Combatté in Trentino, a Sclemo, poi sul Po e a La Cava dopo l'armistizio.

Dopo Novara si imbarcò a Portofino il 22 aprile 1849 e raggiunse Roma il 29 aprile, il giorno prima del primo attacco francese. Promosso tenente colonnello e poi colonnello, fu nominato da Garibaldi capo di stato maggiore. Morì a Villa Spada il 30 giugno 1849, colpito a morte nell'ultima notte dell'assedio. Aveva venticinque anni. Sua è una delle frasi più citate e meno retoriche del Risorgimento: noi dobbiamo morire per chiudere con serietà il Quarantotto.

Le esequie si celebrarono nella chiesa di San Lorenzo in Lucina. Il corpo fu poi trasportato via mare a Genova e quindi a Vezia, presso Lugano, nella tomba della famiglia Morosini; nel 1853 l'imperatore Francesco Giuseppe autorizzò il trasferimento a Barzanò, e solo nel 1864 la famiglia poté erigere il monumento sepolcrale definitivo. Al Gianicolo, di Manara, c'è il nome.

Enrico Dandolo

Nato a Varese il 26 giugno 1827, capitano nel battaglione dei Bersaglieri Lombardi al comando di Manara. Protagonista delle Cinque Giornate di Milano insieme al fratello Emilio, a Manara e a Emilio Morosini: quattro ragazzi della stessa cerchia lombarda, legati da amicizia prima che dalla politica. Cadde a Roma il 3 giugno 1849, nello scontro presso Villa Corsini. Aveva ventuno anni e undici mesi.

Il fratello Emilio, ferito lo stesso giorno, sopravvisse e scrisse il resoconto della campagna che resta una delle fonti dirette più lette sull'assedio. Enrico fu sepolto a Vezia, in Canton Ticino, dove i Morosini avevano una villa; solo nel settembre del 1968 le sue spoglie furono trasferite nella tomba di famiglia ad Adro.

Emilio Morosini

Nato a Varese il 26 giugno 1830, figlio del nobile Gian Battista Morosini, originario di Vezia nel Ticino, e di Emilia Zeltner di Soletta. Ufficiale del primo battaglione dei bersaglieri lombardi di Manara già nelle Cinque Giornate, combatté a Castelnuovo, Lazise, Monte Suello, Gavardo. A Roma fu ferito gravemente nell'assalto notturno del 29 giugno 1849 sul Gianicolo e morì per le ferite. Non aveva ancora diciannove anni. Sua madre, Emilia Zeltner Morosini, divenne dopo la guerra una delle figure di riferimento dell'emigrazione patriottica lombarda in Svizzera.

Francesco Daverio

Lombardo, capo di stato maggiore della Legione italiana di Garibaldi, cadde il 3 giugno 1849 negli scontri per il Casino dei Quattro Venti. L'incarico passò a Luciano Manara, che gli sopravvisse ventisette giorni. Il ricambio dei comandi, in quell'assedio, si misurava in settimane.

Andrea Aguyar, il Moro di Garibaldi

È il nome che sorprende di più chi legge le lapidi. Andrea Aguyar nacque a Montevideo da genitori schiavi e visse in schiavitù fino al 1842, quando i due schieramenti della guerra civile uruguaiana, Colorados e Blancos, proclamarono l'emancipazione degli schiavi per ingrossare le proprie truppe. Incontrò Garibaldi durante l'assedio di Montevideo, dove circa cinquemila ex schiavi difendevano la città. Quando Garibaldi tornò in Europa nel 1848, Aguyar lo seguì: fra i suoi compagni d'oltreoceano fu quasi l'unico a farlo.

A Roma era una figura popolarissima, e la stampa inglese dell'epoca lo descrisse con il cappotto rosso aperto e un vistoso fazzoletto di seta al collo. Promosso tenente da Garibaldi, fu colpito a morte da una granata francese il 30 giugno 1849 in vicolo del Canestraro, oggi via dei Panieri, a Trastevere. Spirò a Santa Maria della Scala. Le testimonianze concordano sulle sue ultime parole, un saluto alle repubbliche d'America e di Roma. Un uomo nato schiavo in Sudamerica è ricordato oggi in un sacrario sul Gianicolo: se cercate una storia da raccontare a un ragazzo annoiato, questa funziona sempre.

Angelo Brunetti detto Ciceruacchio

Nato nel 1800 nel rione Campo Marzio, figlio di un maniscalco, carrettiere al porto di Ripetta dove scaricava il vino dei Castelli, poi oste vicino a Porta del Popolo. Ciceruacchio fu il capopopolo di Roma nel biennio 1846-1848, l'uomo capace di riempire una piazza in mezz'ora, prima a sostegno delle riforme di Pio IX e poi contro il papa fuggito. Combatté nella difesa del 1849 e seguì Garibaldi nella ritirata verso Venezia. Attraversati gli Appennini, il gruppo si imbarcò a Cesenatico su bragozzi requisiti; presso il delta del Po fu intercettato da una vedetta austriaca. Fu fucilato a mezzanotte del 10 agosto 1849 a Ca' Tiepolo, con il figlio Lorenzo, tredici anni, e con il figlio maggiore Luigi.

Il monumento a Ciceruacchio, realizzato nel 1907 dallo scultore Ettore Ximenes, dopo varie vicende è stato ricollocato sul Gianicolo e inaugurato nella sua sistemazione attuale il 16 marzo 2011. Chi visita il Mausoleo Ossario Gianicolense può vederlo lungo la passeggiata, a pochi minuti a piedi.

Colomba Antonietti

Nata a Bastia Umbra il 19 ottobre 1826, figlia del fornaio Michele e di Diana Trabalza, cresciuta a Foligno. A quindici anni conobbe il conte Luigi Porzi, cadetto delle truppe pontificie; le famiglie si opposero per differenza di ceto e lui fu trasferito a Senigallia, ma i due si sposarono nella chiesa della Misericordia di Foligno all'una di notte del 13 dicembre 1846, quasi senza parenti. A Roma Porzi fu arrestato per matrimonio contratto senza autorizzazione e rinchiuso a Castel Sant'Angelo con lo stipendio dimezzato.

Nel 1849, quando il marito aderì alla Repubblica Romana, Colomba si tagliò i capelli, indossò l'uniforme da bersagliere e combatté con lui a Palestrina e a Velletri, meritandosi l'elogio pubblico di Garibaldi. Morì il 13 giugno 1849 sotto Porta San Pancrazio, colpita in pieno da una palla di cannone, fra le braccia del marito. Aveva ventidue anni. Sepolta dapprima in San Carlo ai Catinari, nel 1941 le sue spoglie furono traslate qui, al Gianicolo. Lungo la passeggiata il suo busto, collocato nel 1911, è l'unico femminile della serie.

Giuditta Tavani Arquati

Romana, nata sull'Isola Tiberina il 30 aprile 1830 e battezzata lo stesso giorno in San Bartolomeo all'Isola, figlia di un patriota che aveva conosciuto l'esilio. Sposata a quattordici anni, il 22 luglio 1844, con Francesco Arquati. Il 25 ottobre 1867 una quarantina di patrioti si riunì in via della Lungaretta 97, a Trastevere, nella sede del lanificio di Giulio Ajani, per organizzare l'insurrezione che avrebbe dovuto accompagnare la campagna garibaldina nell'Agro romano. Verso le dodici e mezza una pattuglia di zuavi pontifici giunta da via del Moro attaccò l'edificio. Nel conflitto morirono nove persone, fra cui Giuditta, incinta del quarto figlio, il marito Francesco e il figlio Antonio.

Il suo nome è inciso nel Mausoleo Ossario Gianicolense e la battaglia figura sui piedistalli sotto la dicitura Casa Ajani; la salma riposa però in una tomba a tumulo sulla collinetta prospiciente l'Ossario del Cimitero del Verano. Nel 1909 le fu intitolata la piazza di Trastevere che oggi porta il suo nome.

Angelo Masina, Giacomo Venezian, Edoardo Negri

Angelo Masina, bolognese nato il 24 settembre 1815, formò e comandò i Lancieri della morte, il reparto a cavallo con cui conobbe Garibaldi nel 1848 e lo seguì a Roma. Cadde il 3 giugno 1849 nell'assalto al Casino dei Quattro Venti; è sepolto alla Certosa di Bologna, nella sala del Colombario, dove un busto di Giuseppe Pacchioni lo ricorda. Giacomo Venezian ed Edoardo Negri figurano fra i caduti segnalati nella cripta: due nomi che il pubblico non conosce e che valgono, come tutti gli altri, una lettura lenta. In un sacrario collettivo la gerarchia della celebrità è la prima cosa da lasciare all'ingresso.

Una curiosità su Mausoleo Ossario Gianicolense

La curiosità sta in un numero: trentasei loculi, oltre milleseicento nomi, circa duecento resti. Fatevi il conto. Il sacrario più solenne dedicato ai caduti per Roma custodisce, in termini di ossa, meno di un ottavo delle persone che nomina, e di quelle poche quasi nessuna ha un'identità certa. Non è una manchevolezza del progetto: è la conseguenza diretta di come si moriva e si seppelliva in un assedio ottocentesco.

Nel giugno del 1849 i caduti venivano raccolti durante le tregue e sepolti in fretta dove capitava, negli orti delle ville, lungo i fossati, sotto i bastioni, in fosse comuni scavate a poca profondità con il fuoco d'artiglieria ancora attivo. Molti finirono al Campo Verano, che allora era da poco entrato in funzione. Quelli del 1870 rimasero per anni sui luoghi degli scontri presso le Mura, dove erano stati messi il giorno stesso. Quando, dopo la legge promossa nel 1878-79 da Giuseppe Garibaldi e dal figlio Menotti, si passò alle ricognizioni, gli incaricati si trovarono davanti resti mescolati, non identificabili, in molti casi già dispersi da lavori edilizi e da scavi. Fu recuperato quello che si poteva recuperare.

Da qui la scelta progettuale del 1939-41, che è più intelligente di quanto sembri: rinunciare alla corrispondenza fra nome e corpo e costruire un monumento di elenchi. Il Mausoleo Ossario Gianicolense funziona come un memoriale moderno, dell'ordine di quelli che il Novecento avrebbe costruito dopo le due guerre mondiali, e lo fa con quasi vent'anni di anticipo rispetto alla diffusione europea di quel modello. Il visitatore che se ne accorge smette di cercare le tombe e comincia a leggere i nomi, che è esattamente quello che il monumento chiede.

Aggiungo un dettaglio che diverte i gruppi: la fermata dell'autobus più vicina al monumento, sulla linea 115, si chiama Garibaldi/Iacobucci. Il cognome dell'architetto che ha progettato il sacrario circola ogni giorno sui display dei bus di Roma, e nessuno lo sa.

Una cosa che non ti dice nessuno su Mausoleo Ossario Gianicolense

Che è aperto quasi tutte le mattine della settimana, gratis, con una guida gratuita il sabato, e che praticamente nessuno ci va.

Sembra un'informazione banale e invece è la chiave pratica dell'intera visita al Gianicolo. Duecento metri più in basso, al piazzale Garibaldi, nelle mattine di primavera si accalcano decine di autobus turistici, gruppi in fila per la foto sulla balaustra, bancarelle, il pubblico del cannone di mezzogiorno. Qui sopra, dentro il recinto del Mausoleo Ossario Gianicolense, capita regolarmente di essere gli unici visitatori. La cripta, in particolare, si gira spesso da soli. Per un monumento che contiene la tomba dell'autore dell'inno nazionale, è una anomalia difficile da spiegare.

Le ragioni sono tre e vale la pena conoscerle. La prima è la segnaletica: dalla passeggiata il monumento si intravede appena, il cancello è arretrato rispetto alla strada e la scritta è discreta. La seconda è l'orario mattutino, incompatibile con il flusso dei gruppi organizzati che al Gianicolo arrivano nel pomeriggio, dopo San Pietro. La terza è che nell'immaginario turistico di Roma il Risorgimento semplicemente non esiste: chi viene da fuori cerca l'antichità e il barocco, e la storia italiana dell'Ottocento resta invisibile.

La conseguenza operativa è ottima per chi legge. Se organizzate una mattina sul Gianicolo, mettete il Mausoleo all'inizio, verso le dieci: entrate, avete la cripta per voi, uscite in tempo per il cannone delle dodici. È uno dei pochissimi luoghi del centro storico di Roma dove si può ancora stare in silenzio davanti a qualcosa di importante senza prenotare nulla e senza pagare nulla. Approfittatene finché dura.

Il consiglio che ti do per visitare Mausoleo Ossario Gianicolense

Non arrivateci dall'alto. Arrivateci dal basso, a piedi, dalla parte da cui arrivarono i francesi.

Il percorso che consiglio da vent'anni ai gruppi che accompagno comincia a Trastevere, in piazza Trilussa, e sale per via Garibaldi. Dopo il primo tornante si incontra la chiesa di San Pietro in Montorio con il Tempietto del Bramante nel cortile; poco più su si apre la Fontana dell'Acqua Paola, il Fontanone, che i romani usano come belvedere e i registi come fondale. Da lì si prosegue fino a largo di Porta San Pancrazio: la porta che vedete è la ricostruzione che Virginio Vespignani realizzò nel 1854 per Pio IX, perché quella precedente fu distrutta dai bombardamenti francesi del 1849. Dentro la porta oggi c'è il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina. Superata la porta, a destra, comincia via Garibaldi che porta al monumento; a sinistra, in via di San Pancrazio, c'è la Villa del Vascello.

Fatta così, la salita dura venticinque minuti e vi mette in ordine cronologico tutto quello che leggerete nella cripta. Arrivate al Mausoleo Ossario Gianicolense sapendo già chi era Medici, dove cadde Colomba Antonietti, perché la porta è nuova e la strada è vecchia. La differenza rispetto a scendere dall'autobus al piazzale è enorme, e non costa niente.

Secondo consiglio, meno poetico e più utile: portate una torcia piccola o usate quella del telefono a bassa intensità. La cripta è illuminata per l'atmosfera e non per la lettura, le lapidi sono numerose e i nomi sono incisi in caratteri regolari ma non grandi. Terzo consiglio: se avete meno di un'ora, sacrificate il quadriportico. Il piano superiore si capisce in cinque minuti; il sotterraneo no.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il 3 giugno 1849, la giornata che riempì questo sacrario, cominciò con un equivoco su una data.

Il 1 giugno il generale Oudinot fece pervenire ai romani una comunicazione dalla quale si desumeva che le operazioni non sarebbero riprese prima del lunedì mattina, cioè il 4. La Repubblica, che aveva tutto l'interesse a guadagnare giorni, calibrò su quella scadenza il turno dei reparti e la manutenzione delle difese esterne. I francesi attaccarono alle tre del mattino di domenica 3, con il buio, facendo saltare le mine nel recinto di Villa Doria Pamphilj. Alla contestazione, Oudinot rispose che la tregua riguardava la città e non le ville fuori le mura, e che quindi Villa Corsini e il Vascello erano bersagli legittimi.

Se la questione fosse solo diplomatica sarebbe una nota a piè di pagina. Non lo è, perché quel vantaggio iniziale determinò la caduta immediata del Casino dei Quattro Venti, che era la posizione chiave dell'intero fronte, e costrinse Garibaldi a tentare per tutta la giornata di riprenderlo con assalti frontali lungo un viale rettilineo, scoperto e battuto dal fuoco. Le perdite romane di quel giorno superarono i settecento uomini. Cinquecento erano della sola Legione italiana, duecento dei bersaglieri di Manara.

La cosa risaputa, quindi, è che il 3 giugno fu una giornata terribile. La cosa che si cita raramente è che fu terribile due volte: per la sorpresa subita all'alba e per la tattica scelta in risposta. Sugli assalti al Casino dei Quattro Venti la storiografia militare discute da oltre un secolo, e non a torto: furono coraggio o furono spreco? Il mio parere, dopo aver camminato cento volte su quel terreno, è che sul piano militare fossero indifendibili e che sul piano politico fossero l'unica cosa possibile. Una repubblica di quattro mesi non poteva permettersi di perdere la sua posizione più importante senza combattere per riprenderla. La differenza fra i due giudizi è tutta scritta sulle pareti della cripta.

La foto giusta da fare a Mausoleo Ossario Gianicolense

La foto sbagliata è quella del quadriportico visto di fronte, in pieno sole, con il cielo bianco sopra. Viene a tutti, non racconta niente e appiattisce il travertino fino a farlo sembrare cemento.

La foto giusta è una sola e va fatta al mattino presto, fra le nove e mezza e le dieci e mezza, quando il sole batte da est e taglia i tre archi a tutto sesto di un lato. Mettetevi all'angolo del quadriportico, non al centro, e inquadrate in diagonale: prendete due lati invece di uno. Vi entrano nel fotogramma la successione degli archi, la gradinata, uno dei quattro piedistalli angolari con il braciere bronzeo e la sua testa di lupa. Con quella luce radente il travertino mostra la tessitura, le ombre degli archi disegnano una scansione ritmica sul pavimento e il monumento smette di essere un blocco e diventa architettura. Se c'è vento e i pini si muovono, aspettate qualche secondo e fate due o tre scatti.

La seconda foto che vale è nella cripta, e richiede pazienza. Niente flash: il flash brucia la volta dorata e ammazza l'alabastro. Appoggiate il telefono o la macchina su una superficie stabile, per esempio il bordo di un plinto o la ringhiera, tenete la sensibilità bassa e allungate il tempo di posa. L'inquadratura da cercare è quella che prende insieme il pilastro circolare con le palme e le croci votive in alabastro e, sullo sfondo, la parete di fondo con il sarcofago in porfido di Mameli. Nel riquadro ci sono i due poli del monumento: il simbolo del sacrificio e il corpo che lo ha compiuto.

Un avvertimento di buon senso, che vale in qualunque sacrario: quello è un luogo di sepoltura, e i selfie sorridenti davanti alle lapidi sono di pessimo gusto. Se avete un gruppo di ragazzi, ditelo prima di scendere, non dopo.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il terreno su cui sorge il Mausoleo Ossario Gianicolense ha ospitato, in poco più di novant'anni, alcuni degli avvenimenti più densi della storia romana moderna.

30 aprile 1849. Primo attacco francese al Gianicolo, respinto dai volontari della Repubblica. È l'unica vittoria campale di una repubblica di ottantadue giorni contro l'esercito più forte del continente. La data è ricordata sui piedistalli del monumento e ancora oggi è la ricorrenza in cui i quattro bracieri vengono accesi.

3 giugno 1849. L'attacco a sorpresa di Oudinot alle tre del mattino, la caduta di Villa Doria Pamphilj e di Villa Corsini, gli assalti falliti al Casino dei Quattro Venti. Muoiono Angelo Masina, Francesco Daverio, Enrico Dandolo; viene ferito Goffredo Mameli; è ferito anche Nino Bixio. Oltre settecento perdite romane in un giorno.

13 giugno 1849. Sotto Porta San Pancrazio, una palla di cannone uccide Colomba Antonietti, in uniforme da bersagliere, davanti al marito. È la donna di cui la cripta conserva le spoglie dal 1941.

Notte fra il 21 e il 22 giugno 1849. I francesi conquistano un tratto dei bastioni centrali e dei bastioni Barberini presso Porta Portese. La linea delle mura è perforata; da quel momento la difesa arretra dentro le ville.

29 e 30 giugno 1849. L'ultima notte. Attacco a Villa Spada e a Villa Savorelli. Cade Luciano Manara, è ferito a morte Emilio Morosini, muore in Trastevere Andrea Aguyar colpito da una granata.

2 luglio 1849. Garibaldi parla in piazza San Pietro e alle venti esce da Roma con quattromila uomini. I francesi occupano la città in giornata.

3 luglio 1849. L'Assemblea approva la Costituzione della Repubblica Romana mentre le truppe francesi sono in città: pena di morte abolita, libertà di culto, decadenza del potere temporale.

20 settembre 1870. Mentre a Porta Pia si apre la breccia, un secondo attacco italiano si sviluppa proprio a Porta San Pancrazio, ai piedi del colle. È il fatto d'armi che chiude l'elenco inciso sui piedistalli del monumento.

1878-79. Legge promossa fra gli altri da Giuseppe Garibaldi e da Menotti Garibaldi: il Gianicolo viene riconosciuto come luogo di raccolta dei resti dei caduti per Roma. Nasce il primo sepolcreto.

3 novembre 1941. Inaugurazione solenne del Mausoleo Ossario Gianicolense dopo due anni di lavori, con la traslazione delle spoglie di Goffredo Mameli dal Verano e di Colomba Antonietti da San Carlo ai Catinari. La data coincide con l'anniversario di Mentana.

2025. Il monumento è oggetto di un intervento di restauro nell'ambito del programma PNRR Caput Mundi, il piano con cui Roma Capitale ha rimesso mano a decine di luoghi minori del proprio patrimonio in vista dell'anno giubilare.

Chi è passato da Mausoleo Ossario Gianicolense

Il monumento è del 1941, ma il luogo ha una lista di passaggi che pochi indirizzi romani possono vantare.

Giuseppe Garibaldi. Il Colle del Pino fu il suo settore di comando fra il 30 aprile e il 30 giugno 1849. Da qui ordinò gli assalti a Villa Corsini e qui perse la maggior parte dei suoi. Trent'anni dopo, con il figlio Menotti, promosse la legge che destinò questo stesso terreno alla memoria dei caduti: pochissimi generali hanno scelto personalmente il luogo dove i propri uomini sarebbero stati ricordati.

Goffredo Mameli. Passò di qui vivo il 3 giugno 1849 e vi è tornato morto il 3 novembre 1941, dentro un sarcofago di porfido. Il suo è l'unico corpo del sacrario che abbia nome, cognome e una data certa.

Luciano Manara, Enrico Dandolo, Emilio Morosini, Francesco Daverio, Angelo Masina, Andrea Aguyar. Combatterono tutti a poche centinaia di metri da questo recinto e morirono nel raggio di un chilometro. I loro nomi sono incisi nella cripta; i loro corpi, in gran parte, sono altrove.

Giacomo Medici. Tenne il Vascello, cioè l'edificio che si vede a cinque minuti a piedi, e ne uscì marchese del Vascello. È fra i pochi protagonisti della difesa che sopravvissero, fecero carriera nell'esercito italiano e videro il 1870.

Nicolas Charles Victor Oudinot. Il comandante francese entrò a Roma la sera del 2 luglio 1849 con dodicimila soldati, dopo aver preso pezzo per pezzo questo crinale. La storia lo ricorda soprattutto per la lettera del 1 giugno.

Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini, Aurelio Saffi. Non combatterono sul colle, ma le loro parole sono qui: l'Ordine del giorno del Triumvirato Romano è inciso su una delle due lapidi della cripta, e un'epigrafe a mosaico riprende gli scritti mazziniani.

Ezio Garibaldi. Nipote di Giuseppe e figlio di Ricciotti, presidente della Società dei Reduci Patrie Battaglie, fu l'uomo che negli anni Trenta rilanciò il progetto e ottenne che il Governo lo finanziasse. Aveva già promosso, nel 1932, il monumento equestre ad Anita Garibaldi poco più in là lungo la passeggiata.

Giovanni Jacobucci. L'architetto (1895-1970) che tradusse tutto questo in travertino, granito di Baveno, bronzo e mosaico d'oro. Il suo nome, oltre che sul monumento, è su una fermata dell'autobus.

Intorno al Mausoleo Ossario Gianicolense: il parco della memoria

Il monumento non è un episodio isolato: fa parte di un sistema costruito in ottant'anni sopra un campo di battaglia. Chi visita solo il sacrario perde metà del senso. Metto in fila quello che si incontra nel raggio di dieci minuti a piedi, in ordine di distanza.

La passeggiata del Gianicolo

Nel 1883 il crinale fu trasformato in passeggiata pubblica dedicata alla memoria della difesa di Roma. Sono due grandi viali fiancheggiati da platani che convergono sul piazzale Garibaldi, per un'estensione complessiva di tre ettari e mezzo, nel rione Trastevere. L'accesso è libero e permanente, dagli ingressi di via Garibaldi e di salita di Sant'Onofrio. Ai margini sopravvivono le cose che rendono il Gianicolo un luogo romano e non un belvedere da cartolina: i punti di ristoro al piazzale e a piazza Sant'Onofrio, le giostre all'ingresso di via Garibaldi, il teatrino delle marionette al piazzale, che è un istituto della domenica romana da generazioni.

Il monumento equestre a Giuseppe Garibaldi

Duecento metri sotto il Mausoleo Ossario Gianicolense, al centro del piazzale, sorge il monumento equestre a Giuseppe Garibaldi di Emilio Gallori, inaugurato il 20 settembre 1895 per il venticinquesimo anniversario della presa di Roma. La statua equestre in bronzo fu fusa da Alessandro Nelli a Roma; i gruppi bronzei laterali uscirono dalla fonderia Galli di Firenze. Sui lati lunghi del grande piedistallo marmoreo corrono le figure allegoriche dell'Europa, accompagnata dalla Storia e dal Genio, e dell'America, con l'Industria e il Commercio; sui lati brevi due episodi militari, i bersaglieri di Luciano Manara nella difesa di Roma del 1849 e i combattenti di Calatafimi del 1860. Sulla corona collocata nel 1907 compare il motto O Roma o morte.

Una nota per chi accompagna gruppi: il gruppo dei bersaglieri di Manara e la cripta del Mausoleo raccontano gli stessi uomini a duecento metri di distanza e a quarantasei anni di distanza, con due retoriche completamente diverse. Vederli nella stessa mattinata è la lezione di storia dell'arte più economica che Roma offra.

Il monumento ad Anita Garibaldi

Poco più avanti lungo la passeggiata, verso il Vaticano, si incontra il monumento equestre ad Anita Garibaldi di Mario Rutelli, inaugurato il 4 giugno 1932 e promosso da Ezio Garibaldi, lo stesso che avrebbe poi ottenuto il Mausoleo. Il gruppo bronzeo rappresenta Anita a cavallo, con la pistola in pugno, mentre sorregge il figlio neonato Menotti e cerca di sottrarsi alla cattura nell'accampamento di São Luís accerchiato dalle truppe imperiali durante la Guerra dei Farrapos. Due giorni prima dell'inaugurazione, il 2 giugno 1932, i resti di Anita, esumati dalla tomba di Nizza e depositati temporaneamente al cimitero di Staglieno a Genova, giunsero a Roma con un treno speciale dopo una lunga trattativa con il Governo francese, per essere tumulati nel basamento.

Sul Gianicolo, quindi, ci sono due sepolture nel senso pieno del termine: Anita nel basamento del suo monumento e Mameli nel sarcofago di porfido della cripta. Sono a quattrocento metri l'una dall'altra e quasi nessuno lo sa.

I busti dei patrioti lungo il viale

Lungo i viali si allineano i busti dei garibaldini, in marmo e in bronzo, su colonnine. La Sovraintendenza ne conta ottantaquattro, compresi quattro combattenti stranieri; i repertori enciclopedici arrivano a ottantasei. La discrepanza dipende da spostamenti, sostituzioni e furti avvenuti nel tempo, e non deve stupire. Il più antico risale al 1851; la grande maggioranza fu collocata fra il 1886 e il 1920, l'ultimo nel 1957. Vi hanno lavorato scultori come Giuseppe Trabacchi, Alfredo Luzi, Riccardo Grifoni, Pietro Benedettini, Michele Capri, Enrico Simonetti, Antonio Ilarioli, Attilio Temperoni, Biagio Salvatore, Mario Rutelli, Ercole Drei, Giovanni Spertini.

Cercatene tre in particolare. Il busto di Goffredo Mameli, collocato nel 1887 e rifatto nel 1926, che è il ritratto pubblico dell'uomo la cui tomba avete appena visitato. Il busto di Colomba Antonietti, del 1911, unico femminile dell'intera serie. E i busti dei figli di Garibaldi, Menotti del 1907 e Ricciotti degli anni Trenta, che chiudono il cerchio familiare con il Mausoleo, visto che furono Menotti a promuovere la legge del 1878-79 ed Ezio, figlio di Ricciotti, a ottenere il monumento del 1941.

Lungo la passeggiata si incontrano anche quattro stele commemorative dei caduti per la Repubblica Romana, il monumento a Ciceruacchio di Ettore Ximenes ricollocato nel 2011, e una statua dedicata a Righetto, il ragazzo romano che la tradizione popolare vuole impegnato a spegnere le micce delle bombe francesi durante l'assedio, collocata nel 2005. Della vicenda di Righetto non esiste documentazione paragonabile a quella degli altri caduti: è memoria orale trasmessa e poi monumentalizzata, e come tale va presentata.

Il faro degli italiani d'Argentina

Poche decine di metri dal Mausoleo Ossario Gianicolense, sul lato del panorama, si alza il faro donato dagli italiani residenti in Argentina. L'iniziativa partì da un comitato di connazionali di Buenos Aires, sollecitato dal conte Vincenzo Macchi di Cellere, allora Ministro d'Italia presso la Repubblica Argentina; il comitato finanziò interamente l'opera e si offrì di garantire l'alimentazione della lanterna. Il progetto è di Manfredo Manfredi. La costruzione, in marmo botticino, è alta venti metri: basamento circolare, colonna cannellata, capitello, lanterna in vetro. Fu eretto nel 1911 per il cinquantenario dell'Unità d'Italia, ma la cerimonia ufficiale slittò al 1920 a causa della Grande Guerra.

La lanterna era divisa in tre settori, così da produrre i colori della bandiera italiana, verde, bianco e rosso, visibili dalla città. Il funzionamento permanente ha però creato negli anni problemi di manutenzione e oggi il tricolore si accende soltanto in occasioni particolari. Se capitate al Gianicolo la sera del 2 giugno o del 20 settembre, guardate in alto: è uno dei pochi monumenti romani che comunica ancora per segnali luminosi con chi è partito e non è tornato.

Il cannone di mezzogiorno

Alle dodici in punto, dal terrazzamento sotto il piazzale, parte il colpo a salve che tutta Roma sente. La tradizione fu introdotta da Pio IX nel 1847 per dare un riferimento unico alle campane delle chiese romane, che fino ad allora suonavano ciascuna secondo l'ora del proprio sagrestano. Il colpo partiva da Castel Sant'Angelo; nel 1903 fu spostato per pochi mesi a Monte Mario e dal 1904 si spara dal Gianicolo. Fu sospeso durante la seconda guerra mondiale e ripristinato il 21 aprile 1959, giorno del Natale di Roma. Oggi il pezzo è un obice 105/22 modello 14/61 servito da personale dell'Esercito Italiano.

Il consiglio pratico: se volete vederlo, siate sul posto per le 11.45, perché la balconata si riempie. Se invece volete solo sentirlo, uscite dal Mausoleo Ossario Gianicolense alle 11.55 e fermatevi nel recinto alberato: il colpo arriva secco, senza folla intorno, e nel silenzio del sacrario fa un effetto diverso.

Porta San Pancrazio e il Museo della Repubblica Romana

Ai piedi di via Garibaldi, a largo di Porta San Pancrazio, la porta delle Mura Aureliane che nell'antichità si chiamava Aurelia e che dal VI secolo porta il nome del martire Pancrazio fu distrutta dai bombardamenti francesi del 1849 e ricostruita nel 1854 da Virginio Vespignani per volontà di Pio IX. È la stessa porta contro cui, il 20 settembre 1870, si sviluppò l'attacco italiano parallelo a quello di Porta Pia.

All'interno si trova oggi il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, in largo di Porta San Pancrazio, che racconta con documenti storici, opere d'arte e materiali multimediali la vicenda del 1849 e la memoria garibaldina. È il complemento naturale del sacrario: qui i documenti e i volti, lassù i nomi e le ossa. Orari e biglietti sono pubblicati sul sito del museo, all'indirizzo museodellarepubblicaromana.it. Sulla scheda dedicata al Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina trovate il quadro completo delle collezioni.

Il Vascello, Villa Doria Pamphilj e il fronte del 1849

Da largo di Porta San Pancrazio, via di San Pancrazio conduce in pochi passi alla Villa del Vascello, l'ultimo baluardo della difesa, e poco oltre all'ingresso monumentale di Villa Doria Pamphilj, il parco pubblico più grande di Roma, dentro il cui recinto la mattina del 3 giugno 1849 i francesi fecero saltare le mine che aprirono l'assedio. Camminare lungo quel tratto, con la pianta dell'assedio in mano, è il modo migliore per capire perché il Casino dei Quattro Venti valesse settecento morti in un giorno.

Sotto il colle: Trastevere e la Lungara

Scendendo verso il fiume si arriva alla Basilica di Santa Maria in Trastevere e alla Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, e al Museo di Roma in Trastevere, che conserva la memoria visiva della Roma popolare ottocentesca, quella di Ciceruacchio e dei carrettieri. Sul versante della Lungara si allineano l'Orto Botanico di Roma, che occupa la parte bassa dell'antica Villa Corsini, il Palazzo Corsini e la Villa Farnesina. È utile ricordare che l'Orto Botanico e il Casino dei Quattro Venti appartenevano alla stessa proprietà Corsini: il giardino che oggi si visita per le palme e le serre è la parte bassa del terreno su cui morì mezza Legione italiana.

Per chi vuole continuare il discorso risorgimentale

Chi esce dal Mausoleo Ossario Gianicolense con la voglia di andare a fondo ha in città altri due indirizzi: il Museo Centrale del Risorgimento e l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, entrambi al Vittoriano, dove si conservano i documenti, le bandiere e gli archivi del periodo; il complesso del Vittoriano li riunisce entrambi. Sul lato dei luoghi, restano da percorrere le Mura Aureliane, che il 1849 mise alla prova per l'ultima volta nella loro storia militare, e il Cimitero del Verano, prima destinazione di molte delle salme poi trasferite qui. Perfino l'Isola Tiberina entra nel racconto: è lì che nel 1830 nacque Giuditta Tavani Arquati.

Come organizzare la visita al Mausoleo Ossario Gianicolense

Quanto tempo serve per il Mausoleo Ossario Gianicolense

Per il solo monumento bastano quaranta minuti: dieci per il quadriportico e l'ara, venticinque per la cripta, cinque per il recinto. Se leggete le lapidi con attenzione e vi fermate sulle epigrafi del Triumvirato, arrivate a un'ora e un quarto. Con la visita guidata gratuita del sabato mattina calcolate un'ora abbondante, secondo il numero dei presenti.

Per il Gianicolo intero, cioè Mausoleo, faro, monumento a Garibaldi, monumento ad Anita, busti e cannone di mezzogiorno, contate tre ore e mezza. Aggiungendo il museo di Porta San Pancrazio si arriva a mezza giornata piena, che è la formula che consiglio a chi ha già visto il centro e vuole una mattinata diversa.

L'itinerario che funziona meglio

Ore 9.30, partenza da piazza Trilussa. Salita per via Garibaldi con sosta a San Pietro in Montorio e al Fontanone. Ore 10.15, largo di Porta San Pancrazio e sguardo alla Villa del Vascello. Ore 10.30, ingresso al Mausoleo Ossario Gianicolense e discesa in cripta. Ore 11.30, risalita lungo la passeggiata con i busti e il faro. Ore 11.55, posizione per il cannone. Mezzogiorno, il colpo. Dalle 12.15 in poi, discesa verso Trastevere per il pranzo o proseguimento verso il museo di Porta San Pancrazio. È un percorso di circa tre chilometri con duecento metri di dislivello complessivo, quasi tutto in salita nella prima parte e in discesa nella seconda.

Il Mausoleo Ossario Gianicolense con i bambini

Funziona meglio di quanto immaginiate, ma solo se lo raccontate bene. Sotto i sei anni non ha senso: la cripta è buia e non c'è nulla da toccare. Dai sette anni in su, invece, il monumento offre tre agganci sicuri. Il primo è Mameli, perché l'inno lo conoscono tutti e scoprire che chi lo ha scritto è sepolto lì sotto, a ventun anni, produce un effetto immediato. Il secondo è Andrea Aguyar, l'uomo nato schiavo a Montevideo che attraversò l'oceano per combattere a Roma. Il terzo è Colomba Antonietti, che si tagliò i capelli e si vestì da bersagliere per stare accanto al marito.

Il cannone di mezzogiorno chiude la mattinata nel modo giusto, e le giostre e il teatrino delle marionette al piazzale Garibaldi sono la ricompensa naturale. Una raccomandazione: la cripta è un luogo di sepoltura vero, non un'ambientazione. Spiegatelo prima di scendere.

Accessibilità del Mausoleo Ossario Gianicolense

Il quadriportico è sollevato su una gradinata e la cripta si raggiunge scendendo una doppia rampa di scale: sono i due punti critici per chi ha difficoltà motorie. Il recinto esterno e i vialetti alberati sono invece pianeggianti, e il percorso della passeggiata del Gianicolo è agevole. Chi si muove in sedia a rotelle o con un passeggino può quindi arrivare al monumento e girarne il perimetro senza problemi, ma non può, allo stato attuale, accedere al sacrario sotterraneo per via delle scale. Prima di programmare una visita con persone a mobilità ridotta conviene contattare il call center 060608 o scrivere a didattica@zetema.it per verificare le condizioni del giorno.

Quando andare al Mausoleo Ossario Gianicolense e quando evitarlo

Il periodo migliore è la primavera, fra aprile e la prima metà di giugno, per due ragioni: il clima consente la salita a piedi da Trastevere e le ricorrenze cadono in quelle settimane. Il 30 aprile e il 2 giugno il monumento assume tutt'altro aspetto, con i bracieri accesi. Ottobre è la seconda scelta, con luce bassa e ottima per le fotografie del quadriportico.

Da evitare: il pieno pomeriggio estivo, quando il monumento è comunque chiuso e la salita a piedi diventa una prova; e le domeniche e i lunedì, quando il sacrario non apre e si rischia di arrivare fin lassù per trovare il cancello sbarrato. Se avete un solo giorno e cade di domenica, ripiegate sul museo di Porta San Pancrazio e sulla passeggiata, che restano accessibili.

Quanto costa visitare il Mausoleo Ossario Gianicolense e cosa portare

L'ingresso al Mausoleo Ossario Gianicolense è gratuito e la visita guidata del sabato mattina è gratuita anch'essa. Non c'è biglietteria, non c'è guardaroba, non c'è bookshop, non ci sono servizi igienici all'interno del monumento: i bar del piazzale Garibaldi sono la soluzione più vicina. Portate acqua, scarpe adatte alla salita, una torcia piccola per le lapidi e, se venite in primavera, qualcosa contro il sole del piazzale, dove l'ombra è scarsa.

Domande veloci su Mausoleo Ossario Gianicolense

Dove si trova esattamente il Mausoleo Ossario Gianicolense?

In via Giuseppe Garibaldi 29/e, 00153 Roma, rione Trastevere, sul crinale del Gianicolo in località Colle del Pino, poco sopra il piazzale Giuseppe Garibaldi e a pochi minuti a piedi da largo di Porta San Pancrazio.

Quanto costa entrare al Mausoleo Ossario Gianicolense?

Niente. L'ingresso è gratuito, e gratuita è anche la visita guidata del sabato mattina. Non esiste biglietteria e non si acquista nulla online: chiunque presenti un servizio a pagamento per l'ingresso a questo monumento vi sta vendendo qualcosa che il Comune offre gratis.

Quali sono gli orari del Mausoleo Ossario Gianicolense?

La Sovraintendenza Capitolina indica l'apertura dal martedì al sabato dalle 9.30 alle 13.30, con chiusura il lunedì e la domenica. Gli orari dei monumenti gestiti direttamente dal Comune variano con le stagioni e con i cantieri, quindi una verifica sul sito ufficiale prima di salire è sempre una buona idea.

Serve prenotare per visitare il Mausoleo Ossario Gianicolense?

No per la visita individuale e no per la visita guidata gratuita del sabato alle 11.00, alla quale si accede liberamente. Sì per i gruppi che vogliono un'apertura straordinaria con guida propria: in quel caso la richiesta si inoltra a didattica@zetema.it.

C'è una visita guidata gratuita al Mausoleo Ossario Gianicolense?

Sì, ogni sabato alle 11.00, senza necessità di prenotazione. È la formula migliore per una prima visita, perché la cripta senza qualcuno che spieghi chi erano i nomi incisi rischia di ridursi a un elenco.

Come si arriva al Mausoleo Ossario Gianicolense con i mezzi pubblici?

Con l'autobus 115, la circolare del Gianicolo che parte da via Paola e ferma a piazzale Garibaldi e a Garibaldi/Iacobucci, oppure con la linea 870, che sale dal Trullo e ferma a Mura Gianicolensi, Passeggiata del Gianicolo/Villa Corsini e Piazzale Garibaldi. Da Trastevere si sale anche a piedi per via Garibaldi in una ventina di minuti.

Si può salire in auto e parcheggiare?

Si può salire, ma i posti lungo la passeggiata sono pochissimi e nelle giornate di bel tempo si esauriscono presto. La salita da Trastevere è stretta e con tornanti. Il consiglio, in una città come Roma, resta l'autobus o le gambe.

Quanto dura la visita al Mausoleo Ossario Gianicolense?

Quaranta minuti per il monumento, un'ora e un quarto se leggete tutte le lapidi, tre ore e mezza se includete faro, busti, monumenti a Garibaldi e ad Anita e il cannone di mezzogiorno.

Chi è sepolto nel Mausoleo Ossario Gianicolense?

La sepoltura individuale certa è quella di Goffredo Mameli, nel sarcofago in porfido della parete di fondo. Nei trentasei loculi sono conservati circa duecento resti, in gran parte anonimi; le lapidi ricordano oltre milleseicento nomi. Vi furono traslate nel 1941 anche le spoglie di Colomba Antonietti.

Goffredo Mameli è davvero sepolto nel Mausoleo Ossario Gianicolense?

Sì. Le sue spoglie, dopo Santa Maria in Monticelli, i sotterranei delle Stimmate e il Verano, furono trasferite al Gianicolo nel 1941 e collocate nel sarcofago di porfido che si vede nella cripta.

Luciano Manara è sepolto nel Mausoleo Ossario Gianicolense?

No. Manara è ricordato con il nome inciso, ma il suo corpo, dopo le esequie in San Lorenzo in Lucina, fu portato a Genova, poi a Vezia presso Lugano e infine, dal 1853, a Barzanò, in Brianza, dove la famiglia eresse il monumento sepolcrale nel 1864.

Che differenza c'è fra Mausoleo Ossario Gianicolense e Mausoleo Ossario Garibaldino?

Nessuna: sono due nomi dello stesso monumento. Il primo richiama il colle su cui sorge, il secondo la memoria garibaldina che custodisce e l'associazione che lo promosse.

Che differenza c'è con il Museo della Repubblica Romana a Porta San Pancrazio?

Il museo, allestito dentro la porta ricostruita da Vespignani nel 1854, espone documenti, opere e materiali multimediali sulla Repubblica Romana del 1849 e sulla memoria garibaldina. Il Mausoleo Ossario Gianicolense è invece un sacrario, cioè un luogo di sepoltura e di memoria nominale. Il museo spiega, il sacrario commemora. Visitarli nello stesso giorno, in quest'ordine, è la soluzione più efficace.

Si possono fare foto dentro il Mausoleo Ossario Gianicolense?

Nelle aree esterne non ci sono problemi. Per la cripta valgono il buon senso e le indicazioni del personale di custodia: niente flash, per non rovinare la resa della volta dorata e per rispetto del luogo, e nessun selfie davanti alle lapidi.

Il Mausoleo Ossario Gianicolense è accessibile in sedia a rotelle?

Il recinto esterno e il perimetro del monumento sono su terreno pianeggiante e percorribili. Il quadriportico è sollevato su una gradinata e la cripta si raggiunge per una doppia rampa di scale: il sacrario sotterraneo, quindi, non è accessibile a chi non può affrontare gradini. Per una verifica puntuale conviene contattare il call center 060608.

Il Mausoleo Ossario Gianicolense è adatto ai bambini piccoli?

Dai sette anni in su sì, a condizione di raccontare le storie e non solo le date: Mameli e l'inno, Andrea Aguyar nato schiavo a Montevideo, Colomba Antonietti in divisa da bersagliere. Sotto i sei anni conviene limitarsi alla passeggiata, alle giostre e al cannone di mezzogiorno.

Al Mausoleo Ossario Gianicolense c'è il guardaroba, il bookshop o il bar?

No, nessuno dei tre. Il monumento non ha servizi interni. I punti di ristoro più vicini sono al piazzale Garibaldi e a piazza Sant'Onofrio, lungo la passeggiata.

Quanto si aspetta in coda al Mausoleo Ossario Gianicolense?

In condizioni ordinarie non si aspetta affatto. È uno dei pochi luoghi visitabili del centro storico di Roma dove il problema della coda semplicemente non esiste. Le uniche eccezioni sono le ricorrenze ufficiali e le aperture straordinarie pubblicizzate, quando l'affluenza cresce.

Quando vengono accesi i bracieri del Mausoleo Ossario Gianicolense?

I quattro bracieri bronzei con teste di lupa agli angoli del quadriportico vengono accesi nel corso delle ricorrenze ufficiali. Le date da tenere d'occhio sul Gianicolo sono il 30 aprile, anniversario della vittoria del 1849, il 2 giugno e il 20 settembre.

Quali battaglie sono ricordate sui piedistalli del Mausoleo Ossario Gianicolense?

Per il 1849 Vascello, San Pancrazio, Palestrina, Velletri, Monti Parioli e Villa Spada; per il 1862 Aspromonte; per il 1867 Monterotondo, Mentana, Villa Glori e Casa Ajani; per il 1870 Porta Pia e San Pancrazio.

Chi ha progettato il Mausoleo Ossario Gianicolense e quando fu inaugurato?

Lo progettò l'architetto Giovanni Jacobucci (1895-1970), su incarico della Società dei Reduci Patrie Battaglie presieduta da Ezio Garibaldi; la realizzazione fu curata dagli Uffici Tecnici del Governatorato. L'inaugurazione solenne avvenne il 3 novembre 1941, dopo due anni di lavori.

Di che materiali è fatto il Mausoleo Ossario Gianicolense?

Travertino per il quadriportico e per i piedistalli, granito rosso di Baveno per l'ara centrale monolitica, bronzo per i bracieri e per il portale del sacrario, alabastro per le palme e le croci votive del pilastro, mosaico a fondo oro per la volta della cripta, marmi policromi per pavimento e pareti.

Il Mausoleo Ossario Gianicolense è stato restaurato di recente?

Sì, nel 2025 è stato oggetto di un intervento di restauro nell'ambito del programma PNRR Caput Mundi.

Si può visitare la cripta del Mausoleo Ossario Gianicolense senza guida?

Sì, negli orari ordinari di apertura la cripta si visita liberamente. La visita guidata del sabato aggiunge il contesto, che in un sacrario di nomi fa una differenza notevole.

Che cosa vedere subito dopo il Mausoleo Ossario Gianicolense?

Nell'ordine: il faro degli italiani d'Argentina, i busti dei patrioti lungo il viale, il monumento a Garibaldi al piazzale, il cannone di mezzogiorno, il monumento ad Anita, e in discesa il Museo della Repubblica Romana a Porta San Pancrazio, la Villa del Vascello, Villa Doria Pamphilj, la Fontana dell'Acqua Paola e San Pietro in Montorio.

È il posto giusto per il tramonto?

Il tramonto sul Gianicolo è celebre e merita, ma il Mausoleo Ossario Gianicolense a quell'ora è chiuso da un pezzo. Organizzatevi in due tempi: il sacrario la mattina, il belvedere del piazzale al calare della luce.

Esiste una biblioteca o un luogo intitolato a Mameli in zona?

A Trastevere, poco sotto il colle, c'è la Biblioteca Goffredo Mameli, intitolata al poeta genovese sepolto nella cripta. Via Mameli, che dal ponte sale verso il Gianicolo, è servita anche dalla linea 115.

Il mio giudizio sul Mausoleo Ossario Gianicolense

Accompagno gruppi a Roma da vent'anni e ho imparato a riconoscere i luoghi che reggono la seconda visita. Questo la regge, e la terza pure. Non per l'architettura, che è di regime e si vede, con la sua aquila imperiale appiccicata addosso a ragazzi che combattevano per una costituzione laica. Regge per la cripta, cioè per l'unico posto di Roma dove la storia dell'Ottocento italiano smette di essere una serie di date da esame e diventa un elenco di nomi con accanto un'età che quasi sempre comincia per uno o per due.

Il mio consiglio finale è di andarci di sabato mattina, prendere la visita guidata gratuita delle undici, e poi restare dentro dieci minuti in più dopo che il gruppo è uscito. Il rumore di Roma non arriva laggiù. Sopra la testa avete un mosaico d'oro, davanti un sarcofago di porfido con dentro un ragazzo di ventun anni che aveva scritto due strofe che sessanta milioni di persone cantano ancora, e intorno milleseicento nomi di cui non conoscete quasi nessuno. Uscite, salite i gradini, e mezzogiorno vi arriva addosso con il colpo di cannone. Non c'è mattinata a Roma che costi zero euro e valga di più.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMausoleo Ossario Gianicolense - Via Garibaldi, 29, 00153 Roma RM, Italia
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