Museo Centrale del Risorgimento
Il Museo Centrale del Risorgimento occupa gli ambienti ricavati sotto il portico e i propilei del monumento a Vittorio Emanuele II, a piazza Venezia, e si raggiunge dall'ingresso di via di San Pietro in Carcere, la rampa che sale sul fianco sinistro del Vittoriano guardando la facciata. Apertura dal lunedì alla domenica, dalle 9.30 alle 19.30, ultimo ingresso alle 18.45. Il biglietto è unico per tutti gli spazi a pagamento del VIVE, l'istituto del Ministero della Cultura che riunisce il Vittoriano e Palazzo Venezia: 18 euro intero, 5 euro agevolato per i visitatori fra i 18 e i 25 anni, gratuito per i minori di 18 anni e per le persone con disabilità, mostra temporanea compresa. Il tagliando vale sette giorni dal rilascio e comprende, oltre al museo, la Terrazza panoramica, il Sommoportico e il Museo Nazionale del Palazzo di Venezia. Ogni prima domenica del mese l'ingresso è gratuito, ma solo per quel giorno. La prenotazione non è obbligatoria; l'acquisto online si fa dal sito ufficiale vive.cultura.gov.it, che rimanda al rivenditore autorizzato dall'istituto. Restano invece a ingresso libero il Vittoriano, l'Altare della Patria con la Tomba del Milite Ignoto e il Giardino grande di Palazzo Venezia. Recapiti: piazza San Marco 49, telefono 06 69994211, posta vi-ve@cultura.gov.it.
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Se state costruendo un itinerario e vi serve inquadrare questo museo dentro il resto della città, la pagina delle attrazioni turistiche di Roma tiene insieme i luoghi del centro monumentale, e la pagina dell'Altare della Patria racconta la parte del complesso che si visita senza biglietto.

Dove si trova il Museo Centrale del Risorgimento e come ci si arriva
Il monumento a Vittorio Emanuele II è uno degli edifici più visti e meno capiti di Roma. Milioni di persone lo fotografano dal basso, salgono i gradoni fino all'Altare della Patria, magari prendono l'ascensore per la terrazza, e ridiscendono senza avere idea che sotto quella scenografia di marmo botticino esista un museo nazionale con centinaia di migliaia di documenti in archivio. La ragione è banale e quasi tutta topografica: l'ingresso non si apre sulla scalinata monumentale, dove converge il flusso dei visitatori, ma su una strada laterale in salita che quasi nessuno imbocca per caso.
L'indirizzo e l'ingresso di via di San Pietro in Carcere
Via di San Pietro in Carcere è la rampa che dal lato sinistro di piazza Venezia, guardando il monumento, sale verso il Campidoglio costeggiando il fianco del Vittoriano. Prende il nome dalla chiesa di San Giuseppe dei Falegnami e dal Carcere Mamertino che le sorgono accanto, poco più su. L'accesso al Museo Centrale del Risorgimento si apre lungo questa rampa, condiviso con l'Ala Brasini, il corpo di fabbrica che ospita le mostre temporanee. Chi arriva da piazza Venezia deve tenersi sulla sinistra del monumento, superare la fermata degli autobus e imboccare la salita: sono duecento metri scarsi, ma vanno fatti a piedi e con un minimo di attenzione, perché il marciapiede si restringe.
Vale la pena dirlo subito, perché è l'errore più frequente che vedo commettere: non si entra dalla scalinata centrale. Chi sale i gradoni davanti all'Altare della Patria si ritrova nel percorso libero del monumento, che è bellissimo e non costa nulla, ma non porta al museo. Bisogna scendere di nuovo e girare l'angolo. Chi arriva invece dall'alto, dal Campidoglio, scende la rampa e trova l'ingresso sulla destra: è il modo più comodo, e permette di abbinare la visita al museo con quella dei Musei Capitolini nella stessa mattinata.
Il Museo Centrale del Risorgimento con la metropolitana e con il tram
Piazza Venezia non ha una fermata della metropolitana. È una delle stranezze del centro di Roma: la piazza più centrale della città è servita soltanto da mezzi di superficie, e per una ragione precisa, la densità archeologica del sottosuolo che ha reso il cantiere della linea C una vicenda lunghissima. La fermata utile più vicina della linea B è Colosseo: da lì si risale via dei Fori Imperiali per circa settecento metri, un quarto d'ora di passo tranquillo, con la vista che si apre sui Fori a destra e sui Mercati di Traiano a sinistra. È una camminata che vale il tempo che costa, e che fra l'altro prepara alla visita meglio di qualsiasi introduzione.
In alternativa, la stazione Cavour della linea B lascia a circa un chilometro, con discesa lungo via Cavour e via dei Fori Imperiali. La linea A non serve la zona: scendere a Barberini o a Repubblica obbliga comunque a venti minuti di camminata o a un cambio. Il tram 8, che collega Trastevere e la zona Gianicolense al centro, arriva al capolinea di piazza Venezia e lascia praticamente davanti al monumento: chi alloggia a Trastevere o sotto il Gianicolo ha in quel tram il mezzo più diretto.
Gli autobus per il Museo Centrale del Risorgimento
Piazza Venezia è un nodo di superficie: su di essa e sulle strade che vi convergono, via del Plebiscito, via del Teatro Marcello, via dei Fori Imperiali, transitano numerose linee urbane. Le fermate cambiano nome e posizione con una certa frequenza, perché il cantiere della metropolitana C ha modificato più volte gli attestamenti e i sensi di marcia. Il consiglio operativo, quello che do sempre ai gruppi, è di impostare la destinazione su piazza Venezia e di verificare la fermata attiva il giorno stesso sull'applicazione del gestore del trasporto pubblico: prendere per buono un elenco di numeri letto mesi prima è il modo più sicuro per scendere nel posto sbagliato.
A piedi verso il Museo Centrale del Risorgimento
Roma centrale si attraversa a piedi meglio che in qualsiasi altro modo, e piazza Venezia è il punto in cui convergono tutte le direttrici. Dal Pantheon sono dodici minuti per via del Corso o, meglio, per via di Torre Argentina e via del Plebiscito. Dalla Fontana di Trevi dieci minuti scarsi. Da piazza Navona un quarto d'ora. Dal Colosseo, come detto, quindici minuti lungo via dei Fori Imperiali. Da piazza del Campidoglio tre minuti, scendendo la rampa. Chi arriva da Termini può percorrere tutta via Nazionale a piedi in venticinque minuti, e non è tempo perso.
In auto, in taxi, in monopattino
In auto non si arriva: l'area è zona a traffico limitato e piazza Venezia è stata progressivamente chiusa al transito privato. Il taxi lascia all'imbocco di via del Teatro Marcello o su via dei Fori Imperiali, a seconda di come sono organizzate le deviazioni del momento. Il monopattino e la bicicletta si parcheggiano nelle aree segnate lungo via dei Fori Imperiali; sui sanpietrini della salita al Campidoglio, invece, conviene scendere e spingere. Un dettaglio che nessuno dice: l'ingresso al museo è in salita e il selciato è irregolare, quindi chi ha difficoltà di deambulazione fa bene a farsi lasciare il più vicino possibile e a chiedere assistenza al personale.
Orari, biglietti e ingressi del Museo Centrale del Risorgimento
Gli orari del Museo Centrale del Risorgimento
L'orario ordinario è continuato: dal lunedì alla domenica, dalle 9.30 alle 19.30, con ultimo ingresso alle 18.45. Non c'è un giorno di chiusura settimanale, il che rende questo museo una delle poche risorse serie di Roma per il lunedì, giornata in cui buona parte delle raccolte civiche e statali abbassa la saracinesca. Nella stagione estiva l'istituto attiva aperture serali: nel 2026 sono previste, in date selezionate fra il 5 giugno e il 27 settembre, con orario dalle 19.30 alle 23.30 e ultimo ingresso alle 22.45. Le date esatte delle serate cambiano di anno in anno e si controllano sul sito ufficiale prima di muoversi.
Un avvertimento che risparmia arrabbiature: gli spazi del complesso hanno orari propri e non sempre coincidenti. Il Vittoriano e il Giardino grande di Palazzo Venezia seguono l'orario generale a ingresso libero; la Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte, che ha sede a Palazzo Venezia con una succursale al Collegio Romano, apre dal lunedì al venerdì con orari da biblioteca, 8.30-18.30 la sede principale e 8.30-14.30 quella distaccata. Chi viene per consultare l'archivio dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano deve prendere appuntamento a parte: la sala studio non è il museo.
Quanto costa il Museo Centrale del Risorgimento
Il biglietto è uno solo e apre tutto il perimetro a pagamento del VIVE. Intero 18 euro, mostra temporanea inclusa. Agevolato 5 euro per i visitatori dai 18 ai 25 anni. Gratuito per i minori di 18 anni, per le persone con disabilità e per le altre categorie previste dal Ministero della Cultura. Con quel tagliando si entra alla Terrazza panoramica, al Sommoportico, al Museo Centrale del Risorgimento e al Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, e si accede alla Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte.
La caratteristica che cambia davvero il calcolo economico è la validità di sette giorni. Non è un biglietto giornaliero: si entra in un luogo oggi e negli altri nei giorni successivi, dentro la settimana. Questo consente di spezzare la visita, che è esattamente quello che consiglio di fare. Diciotto euro per una corsa in ascensore e mezz'ora di museo sono cari; diciotto euro per la terrazza al tramonto di un giorno, il Museo Centrale del Risorgimento con calma un altro giorno e Palazzo Venezia un terzo giorno sono un affare vero. Pochi lo sfruttano perché pochi leggono la condizione stampata sul tagliando.
La prima domenica del mese al Museo Centrale del Risorgimento
Ogni prima domenica del mese l'ingresso è gratuito. La gratuità vale solo quella giornata e non si estende ai giorni successivi: è l'unico caso in cui la regola dei sette giorni salta. Sulla convenienza ho un'opinione netta, maturata accompagnando gruppi in troppe prime domeniche: per la Terrazza panoramica la gratuità è una trappola, perché la coda per gli ascensori diventa insostenibile e il tempo perso vale più dei diciotto euro risparmiati. Per il Museo Centrale del Risorgimento, invece, funziona benissimo. Il pubblico della domenica gratuita si concentra sui grandi nomi, e le sale del Risorgimento restano percorribili anche quando fuori c'è la fila. È uno dei pochi posti del centro dove la prima domenica del mese si visita meglio del solito.
Serve prenotare per il Museo Centrale del Risorgimento
Non serve. Si compra alla biglietteria e si entra. La prenotazione online, disponibile dal sito ufficiale attraverso il rivenditore autorizzato dall'istituto, ha senso in tre casi: nei fine settimana lunghi, quando la biglietteria del Vittoriano accumula code; per i gruppi, che devono comunque annunciarsi; nelle serate estive, che hanno capienza contingentata. Per una visita infrasettimanale in orario ordinario, presentarsi allo sportello è più semplice e non costa una commissione di prevendita.
Cosa si visita gratis al Vittoriano
Conviene avere chiaro il perimetro gratuito, perché molte pagine in rete lo confondono. Sono a ingresso libero: la scalinata monumentale e le terrazze intermedie, l'Altare della Patria con la statua della dea Roma e la Tomba del Milite Ignoto, il cambio della guardia che si svolge a cadenza oraria, il Giardino grande di Palazzo Venezia. Sono a pagamento: il Museo Centrale del Risorgimento, la Terrazza panoramica raggiunta dagli ascensori, il Sommoportico, il Museo Nazionale del Palazzo di Venezia e le mostre temporanee comprese nel biglietto. Il Vittoriano Ala Brasini ha una programmazione espositiva propria, che vale la pena controllare prima di salire.
Servizi, guardaroba, servizi igienici
Cibi e bevande non sono ammessi negli spazi del VIVE. I servizi igienici del complesso si aprono con il codice del biglietto; chi non ha il biglietto paga un euro oppure presenta lo scontrino della caffetteria. È una soluzione che sorprende molti visitatori stranieri e che conviene sapere in anticipo, soprattutto con i bambini. Zaini e bagagli ingombranti vanno depositati: le regole di deposito cambiano con il livello di allerta e con le mostre in corso, quindi chi arriva con il trolley dalla stazione faccia il conto di dover risolvere il problema prima di presentarsi al controllo.
Che cos'è il Museo Centrale del Risorgimento
Il Museo Centrale del Risorgimento è il museo nazionale della costruzione dell'Italia unita. Non è un museo di battaglie e non è una galleria di quadri patriottici, per quanto contenga le une e gli altri: è un museo di documenti, di oggetti personali e di simboli, costruito per raccontare come un'espressione geografica sia diventata uno Stato. L'arco temporale va dalla fine del Settecento alla fine della Prima guerra mondiale, e questa estensione non è casuale. Nella cultura politica italiana dei primi decenni del Novecento la guerra del 1915-1918 fu letta come il compimento del Risorgimento, la quarta guerra d'indipendenza: il museo nacque con quella lettura incorporata nel proprio statuto, e la conserva ancora nell'architettura del percorso.
Lo statuto dell'istituto che lo governa fissa il compito in una formula che vale la pena leggere per intero, perché spiega meglio di qualsiasi parafrasi che cosa questo luogo si proponga: promuovere e facilitare gli studi sulla storia d'Italia dal periodo preparatorio dell'Unità e dell'Indipendenza sino al termine della prima guerra mondiale, raccogliendo documenti, pubblicazioni e cimeli, curando edizioni di fonti e di memorie, organizzando congressi scientifici. È la definizione di un istituto di ricerca, prima ancora che di un museo. Chi entra aspettandosi un'esposizione spettacolare resta spiazzato; chi entra sapendo di trovarsi in un archivio che ha deciso di mostrarsi ne esce arricchito.
La sede sono due grandi sale, una galleria di collegamento, la Sala Zanardelli e le gallerie progettate da Giuseppe Sacconi, oggi note come Gallerie dell'Unità. Sono ambienti ipogei nel senso letterale del termine, ricavati sotto il portico e i propilei del monumento: niente finestre, illuminazione artificiale, silenzio quasi totale. La temperatura resta bassa anche a luglio, il che a Roma d'estate è un argomento di per sé.
La nascita dell'idea: un museo del Risorgimento per Roma
La storia di questo museo è lunga quanto quella del monumento che lo contiene, e per certi versi più accidentata. Vale la pena raccontarla per intero, perché spiega perché il museo sia quello che è.
Gli anni Ottanta dell'Ottocento e la prima esigenza
L'esigenza di dotare anche Roma di un museo del Risorgimento prese piede fra il 1880 e il 1884. Erano gli anni in cui la generazione che aveva fatto l'Unità cominciava a morire, e con essa rischiavano di disperdersi carte, bandiere, uniformi, lettere. Torino, Milano, Bologna e altre città avevano già raccolte risorgimentali, spesso nate da esposizioni civiche. Roma, capitale da poco più di un decennio, non aveva nulla di paragonabile. Il ragionamento dei promotori era lineare: se la capitale doveva legittimare se stessa, doveva conservare la memoria del processo che l'aveva resa capitale.
Sacconi e il monumento come contenitore
Il passaggio decisivo fu l'incontro fra questa esigenza e il cantiere del Vittoriano. Il monumento a Vittorio Emanuele II nacque per volontà del Governo italiano subito dopo la morte del re, nel 1878, e fu affidato dopo due concorsi all'architetto marchigiano Giuseppe Sacconi, che diresse la costruzione dal 1885 al 1905, anno della sua morte. Sacconi ebbe l'idea di destinare le strutture sotterranee del monumento al museo. Non era una soluzione di ripiego: nella logica del progetto, il monumento celebrava il re e la dinastia in superficie, e conservava nelle proprie viscere i documenti del processo collettivo. Il marmo botticino sopra, le carte sotto.
La mostra del 1911 e il primo nucleo
Nel 1911, per il cinquantenario dell'Unità, il Vittoriano fu inaugurato da Vittorio Emanuele III e ospitò una grande mostra sul Risorgimento curata da Vittorio Fiorini. Fu in quell'occasione che vennero esposti per la prima volta i documenti della Sezione Risorgimento della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele II: un nucleo di lettere dei fratelli Bandiera, carte Cavour, carte Depretis, carte di Giuseppe La Farina. Quella mostra, pensata come temporanea, divenne il criterio ordinatore di tutto quello che sarebbe venuto dopo: la scansione cronologica per eventi e per protagonisti che il visitatore percorre ancora oggi discende, in linea diretta, dall'impianto del 1911.
La Grande Guerra allarga il campo
La Prima guerra mondiale cambiò la fisionomia del progetto. Paolo Boselli, presidente del Consiglio fra il 1916 e il 1917 e figura di primo piano nell'associazionismo risorgimentale, promosse la raccolta sistematica delle testimonianze del conflitto in corso, letto come continuazione ideale delle guerre d'indipendenza. Da quel momento il museo ebbe due anime: quella ottocentesca, fatta di cospirazioni, esili e battaglie, e quella novecentesca, fatta di trincea, propaganda e lutto di massa. La seconda arrivò con un peso di oggetti e di documenti tale da imporre, negli anni successivi, la costruzione di una nuova ala espositiva verso i Fori Imperiali.
Il 1935, l'Istituto e l'Ala Brasini
Nel 1935 l'Istituto per la storia del Risorgimento italiano prese il posto della disciolta Società nazionale del Risorgimento, fondata nel 1906, e il museo fu realizzato contemporaneamente. Sono anni in cui il regime fascista investì molto sulla continuità simbolica fra Risorgimento, Grande Guerra e proprio progetto politico: leggere quelle sale senza tenere presente il contesto significa perdere metà del loro significato. All'ampliamento verso via dei Fori Imperiali lavorò Armando Brasini, e il corpo di fabbrica porta ancora il suo nome. Nel 1924 una mostra dedicata a Mazzini era stata organizzata al Palazzetto Venezia da Mario Menghini; nel 1949, per il centenario della Repubblica Romana, l'Ala Brasini ospitò l'esposizione mazziniana che valorizzò quella che gli studiosi dell'istituto chiamavano la gemma più preziosa delle collezioni, gli autografi donati da Ernesto Nathan.
1970: il museo apre davvero
Il museo fu inaugurato il 2 ottobre 1970, per la commemorazione del centenario dell'annessione del Lazio al Regno d'Italia. Fra l'idea di Sacconi e il taglio del nastro erano passati più di sessant'anni; fra il completamento delle strutture e l'apertura, trentacinque. Due anni prima, nel 1968, era stata aperta la galleria 14-18 per il cinquantenario della fine della Prima guerra mondiale. La sistemazione del 1970 riprese come criterio ordinatore quello della mostra del 1911, privilegiando il percorso cronologico e la contestualizzazione ambientale dei documenti.
1979: la chiusura
Durò nove anni. Nel 1979 il museo chiuse per inagibilità, in seguito a un allagamento degli ambienti sotterranei, e per quasi due decenni le sale rimasero accessibili solo in occasione di mostre temporanee. Sono gli anni in cui il Vittoriano intero conobbe il suo momento di minore fortuna: contestato dalla critica architettonica, chiuso in gran parte al pubblico, ridotto nell'immaginario collettivo a una battuta sulla macchina da scrivere. Chi ha visitato Roma negli anni Ottanta ricorda un monumento sbarrato e un museo di cui si sapeva soltanto che esisteva.
Il ritorno: dagli anni Novanta al riallestimento del 2011
La riapertura fu graduale e si completò fra la fine degli anni Novanta e il 2000, sotto la direzione di Alberto Maria Arpino e la presidenza di Giuseppe Talamo, con un allestimento organizzato per aree tematiche. L'assetto che si vede oggi risale al 2011, anno del centocinquantenario dell'Unità: il riallestimento, completato sotto la presidenza di Romano Ugolini, tornò alla scansione cronologica e integrò nel percorso i filmati d'epoca e i materiali sonori. Il museo è oggi affidato al VIVE, l'istituto autonomo del Ministero della Cultura che riunisce il Vittoriano e Palazzo Venezia, mentre l'Istituto per la storia del Risorgimento italiano conserva il ruolo scientifico, l'archivio e la biblioteca.
Il Museo Centrale del Risorgimento e il monumento a Vittorio Emanuele II
Il rapporto fra il museo e il monumento che lo ospita è la chiave per capire entrambi, e nessuna delle due cose si spiega da sola.
Il Vittoriano fu concepito come monumento dinastico. Al centro, la statua equestre di Vittorio Emanuele II; sopra, il portico con le quadrighe dell'Unità e della Libertà; ai lati, i propilei; ovunque, un programma iconografico che elenca le virtù e le regioni d'Italia. È un edificio che parla di un re e di una monarchia. Il museo che vi fu ricavato sotto racconta invece un processo collettivo fatto di cospiratori repubblicani, esuli, giornalisti, mazziniani, garibaldini, moltissimi dei quali passarono la vita a combattere quella stessa monarchia prima di accettarla come strumento. Nelle vetrine del Museo Centrale del Risorgimento gli autografi di Giuseppe Mazzini, condannato a morte in contumacia dal Regno di Sardegna, convivono con i documenti di Vittorio Emanuele II. Questa tensione non è un difetto dell'allestimento: è la storia italiana ridotta a pianta di un edificio.
C'è poi una conseguenza pratica di questa architettura. Il museo occupa spazi ipogei di grande altezza ma di larghezza contenuta, con lunghe gallerie e due sale maggiori. La visita è quindi lineare, quasi obbligata, e questo aiuta chi teme di perdersi. Lo svantaggio è la scarsità di luce naturale, che rende faticosa la lettura dei documenti per chi ha problemi di vista: chi porta gli occhiali da lettura se li porti davvero, perché molte didascalie e moltissimi autografi si leggono da vicino.
Un'ultima osservazione, che è un'opinione e la dichiaro come tale. Il Vittoriano viene ancora liquidato con sufficienza da una certa critica, e la definizione di macchina da scrivere è sopravvissuta a chi la coniò. Trovo che sia un giudizio pigro. Sacconi progettò un dispositivo scenografico che funziona: la salita a gradoni, la sosta all'Altare della Patria, la vista che si apre. Il museo ipogeo è la parte del progetto che nessuno ha mai contestato, e resta la meno frequentata. Un paradosso che dura da un secolo.
Il percorso di visita del Museo Centrale del Risorgimento, sezione per sezione
Il percorso si articola secondo una scansione temporale collegata a singoli eventi e alle figure che ne sono state protagoniste. È l'impianto scelto nel riallestimento del 2011, ed è la ragione per cui questo museo si legge bene anche senza guida: si entra dal Settecento e si esce dal 1918, in fila, senza deviazioni. Quello che segue è l'elenco delle sezioni, ciascuna con quello che vi si racconta e con quello che consiglio di guardare davvero.
Il periodo napoleonico
Si comincia dalla fine del Settecento, con l'arrivo degli eserciti francesi in Italia e con il triennio delle repubbliche giacobine. È la sezione che i visitatori attraversano più in fretta e che invece spiega tutto il resto. Prima di Napoleone la penisola era un mosaico di Stati con dogane, monete, pesi, misure e codici diversi; dopo il 1796 milioni di italiani sperimentarono per la prima volta un'amministrazione uniforme, la coscrizione obbligatoria, un codice civile unico, una carriera militare aperta al merito. Il Regno d'Italia napoleonico, con capitale Milano, durò dal 1805 al 1814 e produsse una classe di ufficiali e di funzionari che nel 1820 e nel 1831 sarebbe stata la spina dorsale delle cospirazioni.
Qui compare anche il tricolore nella sua prima forma istituzionale, adottato dalla Repubblica Cispadana nel gennaio del 1797 a Reggio Emilia. Il museo conserva materiale documentario di quegli anni, e chi ha pazienza di leggere i proclami si accorge di una cosa che i manuali scolastici non trasmettono: il linguaggio politico italiano moderno nasce lì, con quelle parole, in quei fogli stampati male.
Il Congresso di Vienna
La sezione successiva racconta la Restaurazione. Fra il 1814 e il 1815 le potenze vincitrici rimisero in piedi i troni rovesciati e ridisegnarono la penisola: l'Austria annesse direttamente il Lombardo-Veneto, insediò rami degli Asburgo a Firenze, a Modena e a Parma, restituì Roma al papa e Napoli ai Borbone. Il Regno di Sardegna, ingrandito con la Liguria e quindi con Genova, restò l'unico Stato italiano governato da una dinastia italiana.
Il materiale esposto in questa parte è per forza di cose documentario: editti, carte geografiche, ritratti di sovrani. Ho un consiglio preciso per questa sezione, ed è di guardare le carte. La cartografia della Restaurazione è la prova visiva di che cosa significasse davvero l'espressione geografica di cui parlava Metternich, e capire quel disegno rende molto più chiaro tutto quello che accade nelle sale seguenti.
I moti rivoluzionari del 1820-1821 e del 1830-1831
Due ondate, due fallimenti, due generazioni di esuli. Il 1820-1821 è la stagione della Carboneria: a Napoli i moti costringono Ferdinando I a concedere la costituzione, in Piemonte l'insurrezione del marzo 1821 porta all'abdicazione di Vittorio Emanuele I e alla reggenza di Carlo Alberto, e finisce con l'intervento austriaco. Il 1830-1831 è la stagione delle insurrezioni in Emilia, nelle Legazioni pontificie e nel Ducato di Modena, soffocate anch'esse dall'Austria.
Questa sezione conserva i materiali dei processi e delle condanne, ed è il punto in cui il museo comincia a mostrare la propria natura documentaria. Silvio Pellico e Piero Maroncelli, arrestati nel 1820 e condannati al carcere duro nella fortezza dello Spielberg, sono presenti nelle collezioni con documenti e cimeli. Le mie prigioni, che Pellico pubblicò nel 1832 dopo la liberazione, fece più danni all'Austria di una battaglia perduta: è una delle poche affermazioni sulle quali storici di scuole opposte concordano.
Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia
Il nucleo mazziniano è la parte più preziosa della raccolta, e va detto senza cautele. Mazzini, genovese, nato nel 1805 e morto a Pisa nel 1872, fondò la Giovine Italia nel 1831 a Marsiglia, in esilio. La sua proposta era radicale in un'epoca di società segrete: una nazione una, indipendente, libera, repubblicana, costruita attraverso l'educazione del popolo e l'insurrezione. Passò quarant'anni fra Marsiglia, Ginevra e soprattutto Londra, scrivendo a mano migliaia di lettere, che sono la materia prima della storiografia risorgimentale.
Il carteggio mazziniano conservato dall'istituto è imponente, e comprende gli autografi donati da Ernesto Nathan, il seguace di Mazzini che sarebbe diventato sindaco di Roma nel 1907. Fu quel nucleo a essere presentato come il pezzo forte dell'esposizione del 1949 nell'Ala Brasini, per il centenario della Repubblica Romana. Chi visita il Museo Centrale del Risorgimento e ha una qualche familiarità con la scrittura ottocentesca dovrebbe fermarsi davanti a quelle vetrine più a lungo di quanto la stanchezza suggerisca: la calligrafia minuta, nervosa, fitta di correzioni, dice di quell'uomo più di qualsiasi ritratto.
Pio IX
Giovanni Maria Mastai Ferretti fu eletto papa nel giugno del 1846 e per due anni fu l'uomo più popolare d'Italia. Amnistia ai detenuti politici, apertura alla stampa, consulta di Stato: il neoguelfismo di Vincenzo Gioberti sembrò trovare il proprio protagonista, e per un momento l'idea di una confederazione italiana presieduta dal pontefice apparve realistica. Durò fino all'allocuzione del 29 aprile 1848, con cui Pio IX si dissociò dalla guerra contro l'Austria. Da quel momento cominciò l'altra storia, quella che porta alla fuga a Gaeta, alla Repubblica Romana e infine, nel 1870, alla breccia di Porta Pia.
La sezione dedicata a Pio IX è una delle più utili del museo per un pubblico non italiano, perché spiega una cosa che dall'estero risulta incomprensibile: perché il processo di unificazione italiana abbia avuto come avversario finale il papato, e perché la questione romana abbia avvelenato i rapporti fra Stato e Chiesa fino ai Patti Lateranensi del 1929.
Il 1848: le Cinque Giornate di Milano
Il 1848 europeo esplode a Palermo il 12 gennaio, prosegue a Parigi in febbraio, a Vienna in marzo. A Milano le Cinque Giornate cominciano il 18 marzo 1848 e si chiudono il 22 con la ritirata del maresciallo Radetzky verso il Quadrilatero. Cinque giorni di combattimento urbano condotto da una popolazione senza esercito, con barricate costruite con qualsiasi materiale e con i celebri palloni di carta usati per diffondere i proclami oltre le linee austriache.
Nelle vetrine dedicate al Quarantotto il museo mette in fila coccarde, proclami a stampa, armi improvvisate e bandiere. È la sezione dove si capisce meglio quanto la rivoluzione del 1848 sia stata un fenomeno di comunicazione oltre che di piazza: la quantità di carta stampata prodotta in quei mesi in Italia non ha precedenti, e senza quella carta le Cinque Giornate sarebbero rimaste un fatto locale.
La Repubblica di San Marco
Venezia insorse il 17 marzo 1848 e proclamò la Repubblica di San Marco sotto la guida di Daniele Manin e Niccolò Tommaseo. Resistette all'assedio austriaco fino al 24 agosto 1849, cinque mesi dopo la fine della Repubblica Romana: fu l'ultima città italiana a cedere, e cedette per fame e per colera, non per assalto. Nella sua fase finale gli austriaci tentarono il primo bombardamento aereo della storia militare, lanciando sulla città palloni carichi di esplosivo, con risultati modesti e con un valore simbolico enorme.
La sezione dedicata alla Repubblica di San Marco è breve ma vale una sosta, perché il pubblico italiano conosce il 1849 romano molto meglio di quello veneziano, e la sproporzione è ingiusta. Manin morì in esilio a Parigi nel 1857 dopo aver aderito alla Società nazionale, cioè dopo avere accettato la soluzione monarchica: è uno dei passaggi che il Museo Centrale del Risorgimento documenta con più onestà.
La Prima guerra d'indipendenza
Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria il 23 marzo 1848. Le vittorie di Goito e di Pastrengo furono seguite dalla sconfitta di Custoza nel luglio del 1848 e, dopo la ripresa delle ostilità, dalla disfatta di Novara il 23 marzo 1849, esattamente un anno dopo la dichiarazione. Carlo Alberto abdicò la sera stessa in favore del figlio Vittorio Emanuele II e morì in esilio a Oporto pochi mesi dopo.
Ai materiali militari di questa sezione consiglio di dedicare attenzione anche a chi non ama le armi: uniformi, sciabole, fucili ad avancarica e bandiere reggimentali sono documenti sociali. Le fogge, i tessuti, i bottoni raccontano quale industria un piccolo Stato riuscisse a mettere in campo, e la risposta è: assai poca. Il Regno di Sardegna combatté l'impero austriaco con mezzi da potenza di terza fila, e questo dettaglio spiega il 1859 meglio di qualsiasi analisi diplomatica.
Il 1849 e la Repubblica Romana
Per Roma è la sezione decisiva. Dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi, il 15 novembre 1848, e la fuga di Pio IX a Gaeta, l'Assemblea costituente romana proclamò la Repubblica il 9 febbraio 1849. Il triumvirato formato da Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi governò la città per pochi mesi, abolendo la pena di morte e il tribunale dell'Inquisizione e producendo una Costituzione, approvata il 1 luglio 1849, che resta uno dei testi politici più avanzati dell'Ottocento europeo.
La difesa militare fu affidata a Giuseppe Garibaldi. Il corpo di spedizione francese guidato dal generale Oudinot sbarcò a Civitavecchia in aprile, fu respinto il 30 aprile davanti a porta San Pancrazio e tornò con mezzi enormemente superiori. I combattimenti sul Gianicolo, al Vascello e a villa Corsini fra il 3 e il 30 giugno 1849 costarono la vita a Goffredo Mameli, ferito il 3 giugno e morto il 6 luglio a ventun anni, e a Luciano Manara. Roma cadde il 3 luglio.
Chi vuole approfondire questa vicenda dopo la visita al Museo Centrale del Risorgimento ha, a poca distanza, il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, sistemato nella porta San Pancrazio, e i luoghi stessi della battaglia lungo la passeggiata del Gianicolo. Il consiglio che do sempre è di fare le due visite nello stesso viaggio ma non nella stessa giornata: la seconda amplifica la prima solo se si arriva riposati.
Cavour e la guerra di Crimea
Camillo Benso conte di Cavour, presidente del Consiglio del Regno di Sardegna dal 1852, capì prima di chiunque altro che la questione italiana non si sarebbe risolta con le insurrezioni ma con la diplomazia europea. La partecipazione alla guerra di Crimea nel 1855, con l'invio di quindicimila uomini in un conflitto che non riguardava l'Italia, fu una mossa fredda e calcolata: comprò al piccolo Regno di Sardegna un posto al Congresso di Parigi del 1856, dove Cavour pose la questione italiana davanti alle grandi potenze.
Le carte Cavour sono uno dei nuclei documentari storici della raccolta, presenti fin dalla mostra del 1911. Sono anche fra i documenti più ostici per il visitatore, perché la scrittura di Cavour è difficile e la lingua è spesso il francese. Vale comunque la pena fermarsi: chi ha una minima pratica di diplomazia riconosce in quelle carte una mente politica di prima grandezza, e capisce perché la sua morte improvvisa, il 6 giugno 1861, a soli tre mesi dalla proclamazione del Regno, sia stata una delle grandi sventure della storia italiana.
Vittorio Emanuele II e la Seconda guerra d'indipendenza
Gli accordi di Plombières del luglio 1858 fra Cavour e Napoleone III prepararono la guerra del 1859. L'Austria cadde nella trappola diplomatica e presentò l'ultimatum; il conflitto si combatté fra aprile e luglio con le battaglie di Palestro, Magenta, San Martino e Solferino. Quest'ultima, il 24 giugno 1859, fu una carneficina che colpì un giovane commerciante svizzero di passaggio, Henry Dunant, e da quello shock nacque, cinque anni più tardi, la Croce Rossa. L'armistizio di Villafranca, firmato da Napoleone III senza consultare gli alleati, portò la Lombardia al Piemonte e lasciò il Veneto all'Austria: Cavour si dimise per la rabbia.
La sezione dedicata a Vittorio Emanuele II è quella in cui il museo espone la propria contraddizione fondativa. Il re che dà il nome al monumento sopra le nostre teste era un uomo di modesta cultura, brusco, dedito alla caccia e alle amanti, e insieme un politico più abile di quanto la retorica successiva abbia lasciato intendere. I documenti che lo riguardano permettono di ricostruirne il profilo reale, che è più interessante della statua equestre.
Garibaldi e l'impresa dei Mille
La sezione garibaldina è il cuore emotivo del Museo Centrale del Risorgimento e la ragione per cui molti visitatori arrivano fin qui. La spedizione dei Mille partì da Quarto nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860 con i piroscafi Piemonte e Lombardo, sbarcò a Marsala l'11 maggio, vinse a Calatafimi il 15 maggio, entrò a Palermo il 27 maggio, sconfisse i borbonici a Milazzo il 20 luglio e attraversò lo Stretto. Garibaldi entrò a Napoli in treno il 7 settembre 1860, praticamente da solo, mentre l'esercito borbonico era ancora schierato. L'incontro di Teano con Vittorio Emanuele II, il 26 ottobre 1860, chiuse la partita.
Fra i cimeli conservati dal museo c'è l'Album dei Mille di Alessandro Pavia, il fotografo genovese che negli anni successivi all'impresa raccolse i ritratti dei partecipanti alla spedizione: è una fonte iconografica di prim'ordine e un oggetto commovente, perché mostra le facce vere di uomini che la retorica ha trasformato in categorie. Il museo conserva anche una bandiera tricolore riferibile alla spedizione, proveniente dal piroscafo Lombardo, indicata come la più antica delle sue raccolte.
Dall'Unità all'Aspromonte
Il Regno d'Italia fu proclamato il 17 marzo 1861. Mancavano il Veneto e Roma, e mancava soprattutto un'idea condivisa su come prenderli. Garibaldi tentò la via di fatto: nell'agosto del 1862 sbarcò in Calabria con l'obiettivo dichiarato di marciare su Roma, e il 29 agosto in Aspromonte fu affrontato dai bersaglieri dell'esercito italiano. Ci fu una scarica, Garibaldi ordinò ai suoi di non rispondere e rimase ferito a una coscia e al malleolo destro. Fu arrestato e portato al forte di Varignano, alla Spezia; la pallottola gli fu estratta a novembre da Ferdinando Zannetti.
Di quell'episodio il museo conserva testimonianze materiali di rara forza: gli stivali indossati dal generale al momento del ferimento e la barella usata per soccorrerlo. Sono oggetti che spiegano meglio di un capitolo di manuale quanto fosse fragile e contraddittorio il rapporto fra il nuovo Stato e l'uomo che glielo aveva consegnato. Un anno prima quel generale aveva conquistato metà del Paese; nell'agosto del 1862 gli sparava addosso l'esercito di quello stesso Paese.
La Terza guerra d'indipendenza
Nel 1866 l'Italia entrò in guerra a fianco della Prussia contro l'Austria. Andò male sul campo: sconfitta terrestre a Custoza il 24 giugno, disastro navale a Lissa il 20 luglio, dove l'ammiraglio Persano perse due corazzate contro una flotta austriaca inferiore. L'unico successo italiano fu quello di Garibaldi in Trentino, a Bezzecca, il 21 luglio, seguito dal telegramma con cui gli venne ordinato di ritirarsi e dalla risposta di una sola parola, obbedisco, entrata nel lessico nazionale. Il Veneto arrivò comunque all'Italia, ma per via diplomatica, come cessione francese, con un plebiscito nell'ottobre del 1866.
La sezione dedicata al 1866 conserva materiale militare e documentario, e comprende la collezione di soldatini che rappresenta la campagna. Sono migliaia di figurine, ordinate per reparto: un lavoro di collezionismo ottocentesco che oggi ha valore di documento sulle uniformi e sull'ordinamento degli eserciti. Ai bambini piace, e questo è uno dei pochi punti del percorso in cui il museo intercetta davvero un pubblico giovane.
1870: la presa di Porta Pia
Il 20 settembre 1870, alle cinque del mattino, l'artiglieria italiana aprì il fuoco sulle mura Aureliane. La breccia venne aperta poco prima delle dieci accanto a porta Pia; i bersaglieri entrarono; Pio IX ordinò la resa dopo poche ore per evitare spargimento di sangue. Le vittime furono poche decine da entrambe le parti. Il plebiscito del 2 ottobre sancì l'annessione di Roma e del Lazio al Regno d'Italia, e il 3 febbraio 1871 la capitale fu trasferita da Firenze a Roma.
È bene ricordare, davanti a queste vetrine, che il centenario di quell'annessione fu l'occasione scelta per inaugurare finalmente il museo, il 2 ottobre 1970. La sezione conserva armi, uniformi dei bersaglieri, documenti e stampe della giornata. Un dettaglio che colpisce sempre i visitatori stranieri: la breccia fu aperta in un tratto di mura dove il terreno era favorevole, ed era stata concordata la scelta del punto in modo da limitare i danni. Fu una battaglia combattuta, ma anche una liturgia politica dagli esiti convenuti.
La Prima guerra mondiale
L'ultima sezione è quella che sorprende chi era entrato pensando di trovare soltanto Ottocento. La Grande Guerra è nel museo a pieno titolo, per la ragione ideologica che ho spiegato più su e perché fu la guerra a fornire, con la Tomba del Milite Ignoto, il significato definitivo del monumento che abbiamo sopra la testa. La sezione conserva elmetti, oggetti di trincea, documenti, fotografie, il Bollettino della Vittoria, cimeli personali di combattenti. Fra i pezzi maggiori figura il MAS con cui Luigi Rizzo affondò la corazzata austro-ungarica Szent Istvan nel 1918.
Il pezzo che fa fermare tutti è però l'affusto di cannone impiegato per il trasporto del Milite Ignoto nel 1921. Ci torno più avanti, perché merita un capitolo suo.

I filmati d'epoca e i suoni del Museo Centrale del Risorgimento
Integrato al percorso di visita c'è un itinerario di rari filmati d'epoca, realizzato in collaborazione con Cinecittà Luce e con il Centro Sperimentale di Cinematografia, Cineteca Nazionale. Sono materiali dell'Archivio storico dell'Istituto Luce che documentano la vita di trincea, le cerimonie, i movimenti di truppe: immagini in bianco e nero, spesso mosse, che nel silenzio delle sale ipogee hanno un effetto che nessuna vetrina riesce a produrre.
Nelle due grandi sale è inoltre possibile ascoltare alcuni brani militari originali dell'Ottocento e della Prima guerra mondiale, selezionati dall'Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi. È una scelta di allestimento intelligente e sottovalutata: la musica militare ottocentesca era uno strumento di propaganda e di coesione, e sentirla mentre si guardano le bandiere dei reparti restituisce alla visita una dimensione che la sola lettura dei documenti non dà. Il mio consiglio è di non attraversare quelle sale con le cuffie del telefono nelle orecchie.
I cimeli garibaldini del Museo Centrale del Risorgimento
Se dovessi indicare la ragione per cui vale l'ingresso, indicherei questa: la raccolta garibaldina. Non ce n'è una comparabile a Roma, e ce ne sono poche in Italia.
I blue jeans di Giuseppe Garibaldi
È il pezzo che il museo mette in prima fila, ed è giusto così. Si tratta dei pantaloni indossati da Garibaldi nel 1860, durante l'impresa dei Mille in Sicilia. Vengono chiamati blue jeans per il tessuto: il cosiddetto blu di Genova, una tela di cotone robusta tinta con indaco ricavato dal guado, usata tradizionalmente per gli abiti dei marinai. È da quel nome, attraverso il francese bleu de Gênes, che deriva la parola che tutto il mondo usa oggi per un capo di abbigliamento. Il cimelio fu donato dai figli dell'Eroe dei due mondi e porta nastri tricolori applicati attorno ai bottoni.
Mi diverte sempre osservare la reazione dei gruppi davanti a questa vetrina. Il Risorgimento sembra materia da libro di scuola finché non si vede un paio di pantaloni consumati, di taglia normale, appartenuti a un uomo che aveva cinquantatré anni nel 1860 e che aveva già combattuto in Brasile, in Uruguay, a Roma e sulle Alpi. Nessun ritratto equestre produce lo stesso effetto.
Lo stivale dell'Aspromonte e la barella
Gli stivali indossati da Garibaldi quando fu ferito in Aspromonte, il 29 agosto 1862, sono l'altro oggetto che nessuno dimentica. Uno dei due porta il foro del proiettile. Accanto, il museo conserva la barella con cui il generale fu soccorso e portato via dal luogo dello scontro. Sono oggetti quasi insopportabili nella loro concretezza, e sono la ragione per cui sostengo che questo museo funzioni meglio di quanto la sua fama suggerisca.
Vale la pena aggiungere il contesto medico, che è di per sé una storia europea. Il proiettile rimasto nel malleolo destro fu oggetto di consulti internazionali, con medici francesi e inglesi che si pronunciarono a distanza. L'estrazione riuscì a Ferdinando Zannetti nel novembre del 1862. Per mesi la salute di Garibaldi fu materia di bollettini seguiti in tutta Europa, con una partecipazione popolare che oggi assoceremmo a una star.
Le camicie rosse
La camicia rossa è il simbolo garibaldino per eccellenza e il museo ne conserva esemplari. L'origine risale agli anni sudamericani: la Legione Italiana costituita da Garibaldi a Montevideo per difendere la Repubblica dell'Uruguay adottò camicie rosse, e la tradizione storiografica più diffusa spiega la scelta con la disponibilità di una partita di camicie di lana rossa destinata ai macelli del Rio de la Plata, rimasta invenduta a causa del blocco commerciale. La spiegazione è verosimile e ricorrente negli studi, ma va presa come tradizione consolidata e non come fatto documentato in modo definitivo.
Quello che è certo è l'effetto. Un corpo di volontari senza uniforme regolare, riconoscibile a distanza da un colore acceso, diventò il primo esempio moderno di identità visiva applicata alla politica. La camicia rossa fu imitata in mezza Europa, e ancora oggi resta uno dei pochissimi simboli risorgimentali immediatamente leggibili da chiunque.
La bandiera della Legione Italiana in Uruguay del 1846
È uno dei pezzi che il museo segnala per primi ai visitatori, e ha una storia che spiazza. Nel 1846 Garibaldi combatteva a capo della Legione Italiana per la Repubblica di Montevideo. La bandiera di quel reparto porta al centro un vulcano, identificato di solito con il Vesuvio, su fondo scuro: il significato attribuito all'emblema è il sentimento di indipendenza che ardeva nel petto degli esuli come il magma dentro un vulcano.
Un vessillo italiano nato dall'altra parte dell'Atlantico, portato da uomini che difendevano una repubblica sudamericana e che dieci anni dopo avrebbero fatto l'Italia. Nessun oggetto racconta meglio la dimensione internazionale del Risorgimento, che fu un movimento di esuli prima ancora che di eserciti. Se dovessi scegliere un solo pezzo del museo da mostrare a uno straniero, sceglierei questo.
La bandiera del piroscafo Lombardo
Fra le bandiere della raccolta figura un tricolore riferibile alla spedizione dei Mille, proveniente dal piroscafo Lombardo, che salpò da Quarto insieme al Piemonte nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860. Il museo la indica come la più antica bandiera tricolore delle proprie collezioni. Il tessuto è quello che ci si aspetta da una bandiera di bordo del 1860: consumato, stinto, cucito a mano. La differenza fra questa e le bandiere celebrative è visibile a occhio nudo, e vale la sosta.
L'Album dei Mille di Alessandro Pavia
Alessandro Pavia, fotografo, dedicò anni a raccogliere e a riprodurre i ritratti dei partecipanti alla spedizione dei Mille, componendo un album che è oggi una fonte fondamentale. Il valore documentario è evidente: l'elenco dei Mille fu materia di controversie per decenni, con rivendicazioni, esclusioni e liste ufficiali corrette più volte. Il valore umano lo si coglie soltanto guardando. Sono facce di artigiani, studenti, avvocati, medici, marinai, molti giovanissimi. La fotografia era una tecnica ancora recente nel 1860, e questi sono fra i primi volti di massa della storia italiana.
Armi, bandiere e uniformi del Museo Centrale del Risorgimento
La componente militare della raccolta è vasta e ordinata cronologicamente insieme al resto del percorso, non isolata in un'armeria. È una scelta di allestimento che condivido: un fucile ad avancarica del 1848 accanto al proclama che chiamava alle armi chi lo avrebbe imbracciato dice molto di più di venti fucili allineati in una vetrina.
Le armi
Si va dalle armi bianche dei corpi di volontari ai fucili delle guerre d'indipendenza, fino alle armi individuali della Grande Guerra. Il salto tecnologico fra l'inizio e la fine del percorso è impressionante e vale la pena osservarlo con attenzione: si comincia con armi ad avancarica, a canna liscia, con cadenza di tiro di due o tre colpi al minuto, e si finisce con le mitragliatrici e con l'artiglieria pesante del 1918. In poco più di un secolo la guerra europea cambia natura, e le sale del museo lo mostrano senza bisogno di commenti.
Un consiglio a chi visita con adolescenti: le armi sono il gancio. Non serve fingere il contrario. Da lì si passa alle uniformi, dalle uniformi alle fotografie, dalle fotografie ai documenti. Ho visto ragazzi entrare annoiati e uscire con domande sensate, e quasi sempre il percorso mentale era cominciato davanti a una sciabola.
Le bandiere
Le bandiere sono l'altro grande capitolo. Bandiere di reparto, vessilli di società patriottiche, tricolori cuciti in casa nelle giornate rivoluzionarie, stendardi delle legioni garibaldine. Ogni bandiera è un documento doppio: dice a quale unità appartenesse e dice come quella unità volesse essere vista. Il tricolore, adottato per la prima volta dalla Repubblica Cispadana nel 1797, attraversa tutto il percorso cambiando forma, proporzioni e simboli al centro, dallo stemma sabaudo alle insegne repubblicane del 1849.
La conservazione dei tessuti è un problema tecnico serio, ed è la ragione per cui l'illuminazione delle vetrine è bassa e per cui alcune bandiere ruotano nell'esposizione. Chi arriva cercando un pezzo specifico faccia bene i conti con questa possibilità: nei musei di documenti la rotazione è la regola, non l'eccezione.
Le uniformi
Le uniformi esposte coprono gli eserciti che si sono affrontati sul territorio italiano: sardo-piemontese, austriaco, borbonico, pontificio, garibaldino, italiano. Guardarle in sequenza è un esercizio istruttivo. Gli eserciti regolari dell'Ottocento vestivano di colori accesi perché sul campo di battaglia, in mezzo al fumo della polvere nera, bisognava riconoscere i propri; il grigioverde adottato dall'esercito italiano nel primo Novecento nasce dalla polvere senza fumo e dai fucili a ripetizione, che hanno reso il colore acceso una condanna a morte. Anche questa è una storia che si legge dalle vetrine, senza leggere una riga.
I documenti autografi conservati nel Museo Centrale del Risorgimento
Questo è il museo di un archivio, e l'archivio è la sua vera ricchezza. Il patrimonio documentario e iconografico dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano costituisce una delle fonti principali per lo studio dell'Italia e del contesto internazionale dalla fine del XVIII secolo alla Prima guerra mondiale.
Gli autografi di Giuseppe Mazzini
Il carteggio mazziniano è il fondo più celebre, arricchito dal nucleo di autografi donato da Ernesto Nathan. Mazzini scriveva moltissimo e scriveva male, nel senso calligrafico: righe fitte, inchiostro risparmiato, margini pieni di aggiunte. Chi si ferma davanti a un suo autografo vede il metodo di un uomo che ha costruito una rete cospirativa continentale con la posta, in un'epoca in cui la posta era aperta sistematicamente dalle polizie. Le lettere di Mazzini viaggiavano per corriere fidato, in cifra, sotto falso nome, e questo spiega perché il carteggio abbia richiesto generazioni di lavoro filologico per essere ricostruito.
Le carte di Cavour, Depretis e La Farina
Il nucleo esposto per la prima volta nel 1911 comprendeva carte di Camillo Benso di Cavour, di Agostino Depretis e di Giuseppe La Farina, oltre alle lettere dei fratelli Bandiera. Sono i documenti della politica, quella praticata negli uffici e nelle ambasciate, e formano il contrappeso necessario alla parte garibaldina. La Farina, siciliano, fu il grande organizzatore della Società nazionale italiana, la struttura che preparò il terreno all'unificazione monarchica: senza quella rete la spedizione dei Mille sarebbe stata un'avventura, e sarebbe finita come tutte le avventure precedenti.
Le carte garibaldine e i carteggi
Fra i fondi conservati figurano il carteggio Medici, la biblioteca Crispi e l'archivio di Jessie White Mario. Quest'ultimo merita più di una riga. Jessie White, inglese, nata nel 1832, sposò il patriota Alberto Mario, seguì Garibaldi come infermiera nella spedizione dei Mille e in Aspromonte, fu arrestata a Genova nel 1857 per attività cospirativa, e scrisse per tutta la vita di politica e di miseria sociale, con inchieste sui contadini del Mezzogiorno che precorrono il meridionalismo. Che il suo archivio sia qui è un dettaglio che dice molto sulla natura internazionale e non solo maschile del Risorgimento.
I documenti di Vittorio Emanuele II
La documentazione relativa al sovrano e alla corte completa il quadro istituzionale. Sono carte utili a chi vuole capire come si governava un Regno appena nato: nomine, corrispondenze, proclami. È la parte meno spettacolare del museo e la più preziosa per gli studiosi, e resta a disposizione, oltre che nelle vetrine, nella sala studio dell'archivio.
Stampe, dipinti e sculture del Museo Centrale del Risorgimento
La collezione iconografica è imponente, e la sua importanza è spesso sottovalutata dai visitatori. L'archivio conserva decine di migliaia fra stampe e fotografie: l'ordine di grandezza indicato dalle ricostruzioni bibliografiche è di circa trentacinquemila pezzi fra materiale a stampa e fotografico.
Le stampe popolari
Le stampe di propaganda dell'Ottocento sono il mezzo di comunicazione di massa dell'epoca, insieme ai fogli volanti. Ritratti di patrioti, scene di battaglia, allegorie dell'Italia turrita, satire antiaustriache e anticlericali: circolavano a basso prezzo e formavano l'immaginario di un pubblico in larga parte analfabeta. Guardarle con attenzione significa capire come si costruisce un sentimento nazionale in assenza di scuola dell'obbligo, di ferrovie estese e di una lingua comune parlata.
I dipinti e i ritratti
La pittura risorgimentale conservata nel museo comprende ritratti dei protagonisti e scene storiche. Non si tratta di una pinacoteca di capolavori, e sarebbe disonesto sostenere il contrario: si tratta di pittura di celebrazione, spesso di buona mano e sempre con una funzione politica precisa. Va guardata come si guarda un manifesto elettorale di centosessant'anni fa, con l'occhio a quello che l'artista voleva far credere.
Le sculture e i bozzetti
Fra le opere segnalate dal museo figurano il bozzetto del monumento commemorativo del generale Enrico Cialdini e dei caduti della battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860, e il busto della medaglia d'oro Gaetano Carolei. I bozzetti scultorei sono documenti doppiamente interessanti, perché mostrano la fase progettuale di monumenti che poi sono stati eretti in piazze italiane e che oggi guardiamo senza più vederli. La battaglia di Castelfidardo, combattuta nelle Marche il 18 settembre 1860 fra l'esercito piemontese di Cialdini e le truppe pontificie del generale francese Lamoricière, aprì all'esercito sabaudo la strada verso il Sud e verso l'incontro con Garibaldi.

La sala della Grande Guerra e il Milite Ignoto
Il legame fra questo museo e la Tomba del Milite Ignoto è la cosa che consiglio di tenere presente dal primo minuto della visita. Il monumento a Vittorio Emanuele II cambiò significato nel 1921, e il museo che vi era stato progettato dentro cambiò significato con lui.
L'affusto di cannone del 1921
Nella sala dedicata alla Grande Guerra è esposto l'affusto di cannone impiegato per il trasporto del Milite Ignoto. È l'oggetto che collega fisicamente il museo alla tomba che si trova pochi metri sopra, all'Altare della Patria, e la sua presenza qui non è decorativa: è la prova materiale della cerimonia con cui il Vittoriano divenne il sacrario nazionale.
La scelta di Aquileia e il viaggio
La vicenda è nota nelle sue grandi linee e vale la pena raccontarla bene, perché i dettagli fanno la differenza. Nell'ottobre del 1921 furono raccolte undici salme di caduti non identificati, provenienti da undici teatri di guerra diversi, e il 27 ottobre furono portate nella basilica di Aquileia. La scelta fu affidata a una madre: Maria Bergamas, di Gradisca d'Isonzo, madre di un sottotenente irredento disperso, in rappresentanza di tutte le donne italiane che avevano perso un figlio o un marito senza una tomba su cui piangere. Le dieci salme rimanenti furono sepolte nel cimitero degli Eroi dietro l'abside della basilica, dove più tardi venne sepolta anche Maria Bergamas.
La bara scelta viaggiò verso Roma su un treno appositamente allestito, che percorse la penisola a passo d'uomo fermandosi nelle stazioni, con folle in attesa a ogni fermata. Il 4 novembre 1921, terzo anniversario della vittoria, al termine di una solenne processione, il Milite Ignoto fu tumulato al Vittoriano. Da quel giorno il monumento smise di essere soltanto la celebrazione di un re e divenne il luogo del lutto nazionale.
Un'osservazione da chi accompagna gruppi da vent'anni. Quel treno funzionò come nessun discorso avrebbe potuto funzionare: fu la prima volta che l'Italia intera, dalle Alpi alla Sicilia, partecipò in contemporanea allo stesso rito. Le fotografie delle stazioni gremite conservate negli archivi sono uno dei documenti più impressionanti del Novecento italiano, e chi le guarda dopo aver percorso le sale del Risorgimento capisce di colpo perché quel museo finisca nel 1918 e non nel 1870.
Il cambio della guardia
Sopra la sala, all'Altare della Patria, due militari montano la guardia alla tomba e il cambio si svolge a cadenza oraria. È gratuito, dura pochi minuti e si vede benissimo dalla terrazza dell'Altare. Consiglio di calibrare l'uscita dal museo su uno di questi orari: passare dai documenti del 1921 alla guardia d'onore nel giro di cinque minuti è la cosa più efficace che si possa fare in questo luogo, e non costa nulla.
Il Sacrario delle Bandiere, il vicino di casa del Museo Centrale del Risorgimento
Qui va fatta una precisazione che raddrizza un equivoco molto diffuso. Il Sacrario delle Bandiere delle Forze Armate è un museo distinto, che dipende dal Ministero della Difesa, e non fa parte del Museo Centrale del Risorgimento: si trova all'interno del Vittoriano, con accesso dal lato di via dei Fori Imperiali, e conserva le bandiere di guerra dei reparti disciolti dell'Esercito, gli stendardi delle unità navali radiate della Marina Militare, i vessilli dell'Aeronautica, dei Carabinieri, della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza e della Polizia Penitenziaria. Il solo Museo Sacrario della Marina conserva centinaia di bandiere di guerra, decine di stendardi navali e centinaia di cofani portabandiera, dal 1861 alla Seconda guerra mondiale.
Fra i pezzi conservati c'è la bandiera che avvolse la bara del Milite Ignoto nel 1921. Dall'interno del Sacrario si accede alla cripta della tomba.
Poiché la gestione è diversa da quella del VIVE, orari e modalità di accesso non coincidono con quelli del museo e vanno verificati sui canali del Ministero della Difesa prima di presentarsi. Chi ha interesse per la storia militare metta in conto una visita a parte: il Sacrario è meno frequentato del museo e produce, su chi ha fatto il servizio militare o ha parenti che l'hanno fatto, un effetto che non ho mai visto in nessun'altra sala di Roma.
L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano
Il Museo Centrale del Risorgimento è legato all'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, ente di studio e ricerca con base associativa e personalità giuridica pubblica, vigilato dal Ministero della Cultura e uno dei cinque Istituti storici nazionali italiani. Ha sede nel complesso del Vittoriano, a piazza Venezia, e si occupa della promozione degli studi sul Risorgimento e sul lungo Ottocento, dall'età delle rivoluzioni alla Prima guerra mondiale.
Come è organizzato
L'Istituto è retto da un Presidente, nominato dal Ministro competente, coadiuvato da un Consiglio di Presidenza composto da diciotto membri: tredici docenti universitari di Storia del Risorgimento e di discipline affini o studiosi di riconosciuta autorevolezza, e cinque membri eletti dalla Consulta, a sua volta formata dai rappresentanti dei Comitati Provinciali. Il Consiglio nomina un Vice Presidente e un Segretario Generale, in carica per tre anni e rinnovabili. La Presidenza coordina e promuove i Gruppi Esteri. Tutte le cariche sono a titolo onorifico: il Presidente e i Consiglieri non percepiscono gettoni di presenza, come l'ente dichiara nei propri obblighi di trasparenza.
La rete dei Comitati Provinciali è la parte meno visibile e più interessante di questa architettura. Sono strutture locali che conservano archivi, organizzano conferenze e curano la memoria risorgimentale nelle rispettive province: una capillarità che nessun altro istituto storico italiano possiede allo stesso grado, e che discende direttamente dalla Società nazionale del Risorgimento del 1906.
Le pubblicazioni
L'Istituto pubblica cinque collane, Atti dei Congressi, Fonti, Memorie, Prospettive, Repertori, la rivista Rassegna storica del Risorgimento e l'Edizione nazionale degli Scritti di Giuseppe Garibaldi. Ogni due anni organizza un Congresso internazionale su temi e problemi della storia risorgimentale con la partecipazione di studiosi italiani e stranieri. Chi si occupa di Ottocento italiano conosce la Rassegna: è la rivista di riferimento della disciplina, e la sua collezione completa è uno degli strumenti di lavoro della biblioteca.
La biblioteca e l'archivio del Museo Centrale del Risorgimento
L'Istituto dispone di un archivio che conserva un patrimonio documentario e iconografico di primo piano per lo studio dell'Italia e del contesto internazionale dalla fine del Settecento alla Prima guerra mondiale. Vi si conservano anche l'archivio storico dell'Istituto stesso, a partire dalla fondazione, e la documentazione relativa all'attività dei Comitati Provinciali. L'ordine di grandezza dei manoscritti si misura in centinaia di migliaia di pezzi, e la parte iconografica in decine di migliaia fra stampe e fotografie.
Chi può consultarli
La sala studio è aperta agli studiosi e a chiunque abbia una ricerca da condurre, previo appuntamento. Non è un servizio turistico e non va confuso con la visita al museo: si accede su richiesta, con motivazione, negli orari stabiliti. Una parte dell'archivio è consultabile online, e gli schedari cartacei originali restano disponibili in sala. Chi prepara una tesi sull'Ottocento italiano dovrebbe scrivere prima e programmare una giornata intera: la ricchezza dei fondi è tale che una visita di due ore serve soltanto a capire quanto tempo servirà davvero.
La biblioteca
La Biblioteca del Risorgimento raccoglie l'editoria specialistica sul periodo, con periodici, opuscoli e pubblicazioni d'epoca, e affianca una biblioteca digitale. Nel complesso di piazza Venezia c'è inoltre la Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte, che dipende dal VIVE e ha sede a Palazzo Venezia con una succursale al Collegio Romano: è una delle maggiori biblioteche d'arte d'Europa, e vi si accede con il biglietto del circuito.
L'Ala Brasini e le mostre temporanee
L'Ala Brasini è il corpo di fabbrica novecentesco affacciato verso i Fori Imperiali, costruito per dare spazio espositivo alle collezioni della Grande Guerra e oggi utilizzato per le mostre temporanee. Condivide l'ingresso di via di San Pietro in Carcere con il museo. Negli ultimi trent'anni è diventata una delle sedi espositive più frequentate d'Italia, con rassegne di grande richiamo che hanno portato al Vittoriano un pubblico che del Risorgimento non sapeva nulla.
Ho un'opinione precisa su questo, e non è la più diplomatica. Le mostre dell'Ala Brasini hanno spesso attirato più visitatori del museo permanente che le ospita, e il museo ne ha tratto meno vantaggio di quanto avrebbe potuto. Chi entra per una mostra e ha in mano un biglietto che comprende anche il percorso risorgimentale farebbe bene a spendere i quaranta minuti aggiuntivi. La programmazione dell'ala varia nel corso dell'anno e va controllata prima di salire, perché in alcuni periodi gli spazi sono chiusi per allestimento.
La terrazza panoramica sopra il Museo Centrale del Risorgimento
Il biglietto comprende la Terrazza panoramica, cioè la copertura del portico, quella delle due quadrighe in bronzo che rappresentano l'Unità e la Libertà. Si arriva a settanta metri di altezza con ascensori quasi sospesi nel vuoto, che in circa un minuto superano il profilo della basilica di Santa Maria in Aracoeli. La veduta è a trecentosessanta gradi.
Detto senza retorica: è la migliore vista di Roma, e lo affermo dopo averle provate quasi tutte. Non perché sia la più alta, che non lo è, ma perché è la più centrale. Da lassù si vede la spina di via dei Fori Imperiali che punta al Colosseo, il Palatino, la cupola di San Pietro, il Quirinale, i tetti del centro storico, la cordonata capitolina di Michelangelo che sale verso il Campidoglio e, sul fianco, il campanile di Santa Maria in Aracoeli. Il momento giusto è l'ora prima del tramonto, quando il travertino dei Fori vira all'arancione.
Attenzione a un particolare che genera malintesi: la terrazza delle quadrighe con gli ascensori è a pagamento, mentre le terrazze intermedie del monumento, quelle che si raggiungono a piedi salendo la scalinata, sono gratuite e offrono comunque una bella vista su piazza Venezia e su via del Corso. Chi ha il biglietto del museo ha già pagato anche la salita: sarebbe un peccato non usarla.

Il Museo Centrale del Risorgimento con i bambini
Domanda che mi fanno spessissimo, e la risposta onesta è: dipende dall'età e da come si imposta la visita.
Sotto i sei anni non ha molto senso. È un museo di documenti, con luci basse, vetrine alte e testi lunghi: un bambino piccolo si annoia in dieci minuti e la visita diventa una gara di resistenza per gli adulti. Fra i sette e i dieci anni funziona bene se si sceglie un filo narrativo e lo si segue, ignorando il resto. Il filo migliore è Garibaldi: le camicie rosse, i pantaloni di tela blu, gli stivali con il foro del proiettile, la barella, le bandiere, i soldatini. Una storia di avventure, viaggi in nave e ferite, che tiene banco senza bisogno di semplificazioni.
Dagli undici anni in su il museo diventa uno strumento didattico eccellente, e lo dico con convinzione: le sezioni corrispondono quasi esattamente al programma di storia della scuola secondaria di primo grado, e vedere gli oggetti fa più della lettura di venti pagine di manuale. Il fatto che i minori di diciotto anni entrino gratuitamente rende la visita in famiglia poco costosa: pagano solo gli adulti.
Tre accorgimenti pratici. Primo: le sale sono fresche anche d'estate, quindi una felpa leggera serve. Secondo: cibi e bevande non sono ammessi, e i servizi igienici del complesso si aprono con il codice del biglietto, quindi conviene organizzarsi prima. Terzo: dopo il museo, la salita in ascensore alla terrazza è la ricompensa perfetta, e i bambini la ricordano più di qualsiasi vetrina. Non invertite l'ordine, o il museo non lo vedrete.
Accessibilità del Museo Centrale del Risorgimento
Il complesso del Vittoriano ha lavorato molto sull'accessibilità e oggi è, con qualche limite, uno dei luoghi più praticabili del centro storico. All'ingresso lato Aracoeli sono in funzione un servoscala per sedie a rotelle e un ascensore; sono disponibili sedie a rotelle di cortesia per chi ne abbia bisogno durante la visita. A Palazzo Venezia gli ascensori arrivano fino al secondo piano.
Restano però ostacoli reali, e sarebbe sciocco tacerli. La rampa di via di San Pietro in Carcere è in salita e il selciato è irregolare. Il percorso museale è sviluppato in gallerie ipogee con dislivelli. La segnaletica interna è migliorabile. Chi ha esigenze specifiche fa bene a telefonare in anticipo al numero dell'istituto, 06 69994211, o a scrivere a vi-ve@cultura.gov.it, per farsi indicare l'accesso più comodo del giorno e per concordare l'assistenza. Il personale in servizio è abituato a queste richieste e le gestisce senza problemi.
Sul fronte sensoriale, il museo ha sperimentato negli ultimi anni percorsi tattili dedicati ai visitatori con disabilità visiva, proposti in date programmate. Sono iniziative a calendario, non permanenti: chi è interessato deve controllare la programmazione sul sito ufficiale e prenotare. Per i visitatori con disabilità l'ingresso è gratuito.
Quanto tempo serve per visitare il Museo Centrale del Risorgimento
Do tre misure, tutte realistiche, perché la domanda non ha una risposta sola.
Quaranta minuti è il minimo per attraversare il percorso senza fermarsi a leggere, guardando gli oggetti principali: le bandiere, i cimeli garibaldini, la sala della Grande Guerra. È la visita di chi ha il biglietto per la terrazza e passa di qui perché è compreso. Meglio di niente, ma è poco.
Un'ora e mezza è la durata giusta per una visita normale, con lettura dei pannelli, sosta davanti alle vetrine principali e ascolto di qualche filmato. È la misura che consiglio a chi ha Roma da fare in pochi giorni e vuole comunque capire qualcosa.
Due ore e mezza o tre servono a chi ha un interesse vero per l'Ottocento e vuole leggere i documenti. Sono ore piene, di quelle che stancano perché richiedono attenzione continua, e vanno programmate all'inizio della giornata, non alla fine.
Se si aggiungono la terrazza panoramica e una mostra all'Ala Brasini si arriva facilmente a mezza giornata. Ripeto il suggerimento che ho già dato, perché è il più utile di tutta la pagina: il biglietto vale sette giorni, quindi spezzate. Museo in una giornata, terrazza e Palazzo Venezia in un'altra. Roma non si visita di corsa, e questo complesso meno che mai.
Quando andare al Museo Centrale del Risorgimento e quando evitarlo
Il momento migliore è la mattina presto di un giorno feriale, appena dopo l'apertura delle 9.30. Il museo è vuoto, la luce artificiale delle vetrine funziona meglio quando gli occhi non arrivano dal sole pieno, e si esce in tempo per fare il Campidoglio prima di pranzo.
Il secondo momento migliore è il tardo pomeriggio d'inverno, verso le 16.30. Le sale ipogee non hanno finestre, quindi l'ora del giorno non cambia nulla per il museo, ma cambia tutto per l'uscita: si esce che è quasi buio e si ha il Vittoriano illuminato tutto per sé.
Da evitare: il sabato pomeriggio d'alta stagione, quando il complesso raccoglie il traffico turistico del centro; le prime domeniche del mese per la terrazza, come ho già detto; le giornate di grandi cerimonie nazionali, il 25 aprile, il 2 giugno, il 4 novembre, quando l'area di piazza Venezia è interessata da chiusure e da servizi d'ordine e l'accesso può subire modifiche. Nei giorni di cerimonia il Vittoriano è uno spettacolo di per sé, ma la visita al museo diventa complicata.
Un ultimo argomento, per l'estate romana: fra luglio e agosto le sale ipogee del Museo Centrale del Risorgimento sono uno dei posti più freschi del centro. Con quaranta gradi sui Fori Imperiali, un'ora e mezza in queste gallerie non è un ripiego culturale, è una scelta sensata.
Cosa vedere intorno al Museo Centrale del Risorgimento
Pochi musei di Roma hanno un intorno così denso. Da via di San Pietro in Carcere, in dieci minuti a piedi, si raggiunge quasi tutto il centro monumentale antico e moderno.
Sul colle, a due passi
Salendo la rampa si arriva subito al Campidoglio, con la piazza di Michelangelo e i Musei Capitolini, il museo pubblico più antico del mondo. Sullo stesso lato, la chiesa di Santa Maria in Aracoeli si raggiunge dalla scalinata dell'Aracoeli o, più comodamente, dal fianco della piazza capitolina. In basso, alla base della rupe, il Carcere Mamertino e la chiesa di San Pietro in Carcere occupano il luogo del più antico carcere di Roma.
Verso i Fori
Dall'altro lato del monumento, via dei Fori Imperiali porta ai Mercati di Traiano e al Museo dei Fori Imperiali, e in un quarto d'ora al Colosseo. La colonna Traiana è a duecento metri dall'ingresso del museo.
Piazza Venezia e dintorni
Sulla piazza, il Museo Nazionale del Palazzo Venezia è compreso nello stesso biglietto e merita il tempo che gli si dedica: il palazzo quattrocentesco del cardinale Pietro Barbo, poi papa Paolo II, con la sala del Mappamondo e il Giardino grande. Poco più in là, verso il Corso, la galleria Doria Pamphilj e la chiesa del Gesù. Per chi vuole restare sul filo ottocentesco, il Museo Napoleonico di Roma, a palazzo Primoli vicino a piazza Navona, completa perfettamente la prima sezione del percorso, e il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, sul Gianicolo, completa la sezione del 1849.
Dove mangiare senza farsi male
Regola generale valida per tutta l'area: allontanarsi. Piazza Venezia e via dei Fori Imperiali sono circondate da esercizi che vivono di passaggio, e il rapporto fra quello che si paga e quello che si mangia è quasi sempre sfavorevole. Bastano cinque minuti verso il ghetto, verso via dei Serpenti o verso piazza Margana per cambiare completamente registro. Se si ha poco tempo, un caffè al banco e via: mangiare male con vista sui Fori resta comunque mangiare male.
Una curiosità su Museo Centrale del Risorgimento
La curiosità che preferisco riguarda un paio di pantaloni. Fra i cimeli garibaldini il museo espone i calzoni indossati da Giuseppe Garibaldi nel 1860, durante l'impresa dei Mille, e li chiama con il nome che tutti conoscono: blue jeans. Non è una trovata pubblicitaria. Il tessuto è il blu di Genova, una tela di cotone resistente tinta con indaco ricavato dal guado, prodotta a Genova e usata da secoli per gli abiti da lavoro dei marinai. In Francia quella stoffa era chiamata bleu de Gênes, e da quella espressione, attraverso l'inglese, è nata la parola jeans.
Il dettaglio non è un aneddoto da bar, è una piccola lezione di storia economica. Genova esportava quella tela in tutta Europa e verso le Americhe, dove il tessuto da lavoro divenne, un secolo dopo, l'indumento più diffuso del pianeta. Che l'esemplare storico più celebre di questo tessuto sia un paio di calzoni indossati dal condottiero dei Mille, conservato sotto il monumento a Vittorio Emanuele II, ha del paradossale. Sull'etichetta di un capo che nell'immaginario collettivo è il simbolo dell'America c'è, all'origine, il nome di una città italiana.
Il cimelio fu donato al museo dai figli di Garibaldi e porta nastri tricolori applicati intorno ai bottoni: un tocco di devozione ottocentesca che oggi commuove e fa sorridere insieme. Davanti a quella vetrina chiedo sempre ai gruppi di indovinare che cosa stiano guardando prima di dirlo, e non ci arriva mai nessuno. Poi, quando lo spiego, tutti tirano fuori il telefono. È il momento in cui la visita smette di essere una lezione e diventa una scoperta, e vale da solo il prezzo del biglietto.
Aggiungo un corollario che riguarda l'uomo, non il tessuto. Garibaldi nel 1860 aveva cinquantatré anni, un passato di comandante navale mercantile, corsaro e generale in Sud America, e vestiva da marinaio perché marinaio era stato. Il poncho, la camicia rossa e i calzoni di tela robusta non erano un costume: erano abiti da lavoro di un uomo che aveva passato metà della vita in mare. La sua immagine, che l'Ottocento europeo trasformò in icona romantica, nasce da un guardaroba pratico.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Centrale del Risorgimento
Che il biglietto vale sette giorni. È scritto sul tagliando, è indicato sul sito ufficiale, e praticamente nessuno lo sfrutta. La quasi totalità dei visitatori compra il biglietto, sale in terrazza, dà un'occhiata al museo e considera chiusa la partita nel giro di due ore. Sono diciotto euro spesi male.
Con lo stesso tagliando si entra alla Terrazza panoramica, al Sommoportico, al Museo Centrale del Risorgimento, al Museo Nazionale del Palazzo Venezia e alla Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte, e lo si può fare in giorni diversi nell'arco di una settimana. Chi passa a Roma quattro o cinque giorni ha in mano, con quel biglietto, tre visite serie e una vista dall'alto, a un costo per singola visita che nessun altro circuito del centro storico offre. La condizione è banale: conservare il biglietto e non buttarlo nel cestino all'uscita, cosa che invece succede a moltissimi.
C'è una seconda informazione che quasi nessuno dà, ed è di ordine pratico. Questo museo apre tutti i giorni, lunedì compreso. A Roma il lunedì è il giorno nero dei visitatori: chiudono per turno molte raccolte civiche e diversi musei statali, e chi si trova in città con un solo giorno libero rischia di girare a vuoto. Il complesso di piazza Venezia, con il museo, la terrazza e Palazzo Venezia, copre da solo una giornata di lunedì di ottimo livello. È l'informazione che do più spesso ai colleghi che accompagnano gruppi e che si trovano con un lunedì da riempire.
Terza cosa, e riguarda i servizi igienici, che nessuno racconta mai e che nella pratica pesa. Negli spazi del complesso l'accesso ai servizi avviene con il codice del biglietto; chi non ha il biglietto paga un euro oppure mostra lo scontrino della caffetteria. Cibi e bevande non sono ammessi all'interno. Sono dettagli minimi che diventano problemi seri quando si viaggia con bambini o con persone anziane, e saperli prima cambia la giornata.
Il consiglio che ti do per visitare Museo Centrale del Risorgimento
Il consiglio è uno e lo formulo senza giri di parole: entrate al museo prima di salire in terrazza, e non il contrario.
La ragione è psicologica, e la verifico da vent'anni su gruppi di ogni provenienza. Chi sale prima in cima ha già ricevuto la sua ricompensa: la vista, le fotografie, l'emozione dell'altezza. Quando ridiscende nelle gallerie ipogee ha la testa altrove, cammina veloce, non legge nulla, e dopo venti minuti chiede dove sia l'uscita. Chi invece percorre prima il museo entra in terrazza con un bagaglio: sa perché il monumento sia stato costruito, sa chi fosse l'uomo a cavallo, sa perché la tomba sotto il portico contenga un soldato senza nome. Da lassù non guarda soltanto i tetti, guarda una città che ha appena capito.
Secondo consiglio, altrettanto pratico: fatevi il percorso in ordine cronologico e non saltate le prime due sezioni. Napoleone e il Congresso di Vienna sono le sale che tutti attraversano di corsa per arrivare a Garibaldi, e sono quelle che rendono comprensibile Garibaldi. Senza il 1796 e senza il 1815 la spedizione dei Mille resta un fatto d'armi pittoresco; con quelle premesse diventa il capitolo finale di un processo lungo sessant'anni.
Terzo: portate gli occhiali da lettura, se ne usate. Sembra un consiglio banale ed è il più concreto di tutti. Questo è un museo di documenti, la luce nelle vetrine è volutamente bassa per la conservazione della carta e dei tessuti, e moltissimo di quello che c'è da vedere si vede a venti centimetri di distanza. Ho visto persone rinunciare a metà visita per questa sola ragione.
Quarto, e chiudo: prendetevi un'ora e mezza pulita, senza appuntamenti dopo. Il Risorgimento non è materia che si assorba mentre si guarda l'orologio. Se avete solo quaranta minuti, andate a vedere la sezione garibaldina e la sala della Grande Guerra e lasciate perdere il resto: meglio due sezioni capite che quindici attraversate.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che questo museo sia stato progettato più di sessant'anni prima di aprire, e che sia rimasto chiuso per quasi vent'anni dopo aver aperto, è scritto in tutte le cronologie e non lo racconta quasi nessuno.
I numeri, messi in fila, sono impressionanti. L'esigenza di un museo del Risorgimento a Roma prende forma fra il 1880 e il 1884. Giuseppe Sacconi, che dirige il cantiere del Vittoriano dal 1885, destina al museo gli spazi sotterranei del monumento. Nel 1911, per il cinquantenario dell'Unità, il Vittoriano viene inaugurato e ospita la grande mostra che fissa il criterio ordinatore. Nel 1935 nasce l'Istituto per la storia del Risorgimento italiano e le strutture museali vengono realizzate. L'inaugurazione al pubblico arriva il 2 ottobre 1970. Nove anni dopo, nel 1979, un allagamento rende gli ambienti inagibili e il museo chiude. La riapertura si completa fra la fine degli anni Novanta e il 2000, e l'allestimento attuale risale al 2011.
Fra la prima idea e la prima apertura passano quasi novant'anni. Fra la costruzione degli spazi e il taglio del nastro, trentacinque. È una storia italiana esemplare, e non lo dico con sarcasmo: è la storia di un Paese che ha impiegato un secolo a decidere come raccontare la propria nascita, e che nel frattempo ha cambiato regime tre volte. Ogni riallestimento riflette il clima politico del momento. Quello del 1970 privilegia la cronologia e la contestualizzazione; quello di inizio secolo organizza per aree tematiche; quello del 2011, nell'anno del centocinquantenario, torna alla cronologia e introduce i filmati e i suoni.
C'è un secondo fatto altrettanto noto e altrettanto poco citato: l'estensione del racconto fino al 1918. Nessuno si stupisce di trovare la Grande Guerra in un museo del Risorgimento, eppure è una scelta interpretativa fortissima, che risale a Paolo Boselli e agli anni della guerra e che il regime fascista fece propria con entusiasmo. Definire il 1915-1918 quarta guerra d'indipendenza significa affermare che il processo unitario si compie con Trento e Trieste e non con Roma. Non è un dettaglio da eruditi: è la ragione per cui il monumento sopra queste sale è diventato il sacrario nazionale, ed è la ragione per cui il Milite Ignoto riposa lì e non altrove.
La foto giusta da fare a Museo Centrale del Risorgimento
Dentro le sale la fotografia è possibile, ma va gestita con criterio: niente flash, per la conservazione di carte e tessuti, e niente treppiede senza autorizzazione. Le vetrine sono riflettenti e la luce è bassa: chi fotografa i documenti otterrà quasi sempre risultati mediocri, e farebbe meglio a guardare.
La fotografia che consiglio davvero, quella che nessuno fa, si scatta appena fuori dall'ingresso, sulla rampa di via di San Pietro in Carcere. Ci si mette con le spalle alla salita del Campidoglio e si inquadra il fianco del Vittoriano dal basso: si ottiene una prospettiva di scorcio del monumento che nessuno conosce, perché tutti fotografano la facciata frontale da piazza Venezia. Il marmo botticino, bianchissimo, taglia il cielo con una diagonale netta, e in primo piano si può inserire il portale del museo. È la foto che dice dove siete stati davvero, non quella che dice che siete passati per piazza Venezia come altri diecimila quel giorno.
La seconda foto, se avete il biglietto, si scatta dalla Terrazza panoramica a settanta metri, e va impostata così: quadriga in bronzo in primo piano a sinistra o a destra, cupola di San Pietro sullo sfondo. Le due cose insieme raccontano Roma meglio di qualsiasi panorama pulito. L'ora giusta è quella che precede il tramonto; il periodo migliore, fra ottobre e marzo, quando l'aria è più limpida e il sole cala prima.
Terza indicazione, per chi ha pazienza: la scalinata dell'Altare della Patria durante il cambio della guardia, che si svolge a cadenza oraria ed è gratuito. Posizionatevi sul lato sinistro della terrazza dell'Altare, non frontalmente, e aspettate: la diagonale dei gradoni con i due militari in movimento e il tricolore sullo sfondo è un'immagine che funziona sempre. È anche l'unico momento in cui la solennità del monumento smette di sembrare retorica e diventa un fatto concreto, con due ragazzi in divisa che fanno un turno di servizio.
Un ultimo avvertimento contro l'errore più comune. Non provate a fotografare l'intero Vittoriano dal centro di piazza Venezia con il telefono: è troppo grande, e viene sempre una cartolina piatta e sovraesposta. Il monumento va fotografato per parti, di scorcio, o dall'alto di un altro punto della città. Da via dei Fori Imperiali, all'altezza del Foro di Traiano, verso le prime luci della sera, viene molto meglio.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il luogo che oggi ospita il museo ha visto passare, in un secolo e mezzo, alcuni dei momenti più densi della storia nazionale. Li metto in ordine.
Il cantiere e la demolizione del colle. Per costruire il Vittoriano, a partire dal 1885, fu sventrato un intero settore urbano alle pendici del Campidoglio: sparirono conventi, chiese, case medievali e la torre di Paolo III, e fu tagliata una parte della rupe. Fu una delle operazioni di demolizione più drastiche della Roma postunitaria, contestata già allora. Gli ambienti che oggi ospitano il Museo Centrale del Risorgimento sono nati dentro quello sventramento.
L'inaugurazione del 1911. Il 4 giugno 1911 Vittorio Emanuele III inaugurò il monumento nell'anno del cinquantenario dell'Unità, con l'edificio ancora incompleto. In quella occasione gli spazi destinati al museo ospitarono la grande mostra del Risorgimento curata da Vittorio Fiorini, che presentò al pubblico per la prima volta i documenti della Sezione Risorgimento della Biblioteca Nazionale.
La tumulazione del Milite Ignoto, 4 novembre 1921. È l'avvenimento che ha cambiato per sempre il significato del monumento e del museo che vi è ricavato sotto. La salma scelta ad Aquileia da Maria Bergamas il 28 ottobre, fra undici bare di caduti non identificati, arrivò a Roma su un treno speciale e fu tumulata all'Altare della Patria nel terzo anniversario della vittoria. L'affusto di cannone impiegato nel trasporto è conservato nella sala della Grande Guerra del museo.
La mostra mazziniana del 1924 e quella del 1949. Nel 1924 Mario Menghini organizzò al Palazzetto Venezia una mostra dedicata a Giuseppe Mazzini. Nel 1949, per il centenario della Repubblica Romana, l'Ala Brasini ospitò l'esposizione che presentò al pubblico gli autografi mazziniani donati da Ernesto Nathan, allora considerati la parte più preziosa delle collezioni.
L'apertura della galleria 14-18, 1968. Per il cinquantenario della fine della Prima guerra mondiale fu aperta la galleria dedicata al conflitto, primo nucleo del museo accessibile al pubblico.
L'inaugurazione del museo, 2 ottobre 1970. Il Museo Centrale del Risorgimento aprì per la commemorazione del centenario dell'annessione del Lazio al Regno d'Italia. Chiudeva un percorso cominciato con Sacconi più di sessant'anni prima.
L'allagamento e la chiusura del 1979. Gli ambienti ipogei furono dichiarati inagibili e il museo chiuse. Per quasi vent'anni le sale furono utilizzate solo per esposizioni temporanee. È il periodo più buio del complesso, coinciso con il momento di minore considerazione critica del Vittoriano.
La riapertura e il riallestimento del 2011. Dopo la riapertura graduale completata a cavallo del 2000, il centocinquantenario dell'Unità portò al riallestimento attuale, con il ritorno alla scansione cronologica e l'integrazione dei filmati d'epoca e dei materiali sonori.
La nascita del VIVE. Il complesso è oggi affidato all'istituto autonomo del Ministero della Cultura che riunisce il Vittoriano e Palazzo Venezia, con biglietto unico e programmazione integrata. È il cambiamento più recente e quello che più spesso genera confusione fra i visitatori, perché molte informazioni in circolazione si riferiscono ancora all'assetto precedente.
Chi è passato da Museo Centrale del Risorgimento
Un museo di documenti custodisce, per definizione, le tracce di chi non ci è mai entrato. Ma il complesso del Vittoriano ha visto passare molta gente, e vale la pena distinguere fra chi ha lasciato qui le proprie carte e chi ha davvero attraversato queste sale.
Giuseppe Sacconi è il primo nome. L'architetto marchigiano, vincitore del secondo concorso, diresse il cantiere dal 1885 fino alla morte, nel 1905, e fu lui a concepire gli spazi sotterranei come sede del museo. Non vide né il monumento finito né il museo aperto: le gallerie che portano il suo nome, oggi Gallerie dell'Unità, sono la sua firma su un'opera che gli sopravvisse di sessantacinque anni.
Vittorio Emanuele III inaugurò il Vittoriano il 4 giugno 1911. Il nipote del re a cui il monumento è dedicato impresse una forte accelerazione al cantiere proprio per poterlo inaugurare nell'anno del cinquantenario, e presiedette la cerimonia in un edificio ancora in costruzione.
Maria Bergamas non attraversò queste sale, ma nessuna persona è più legata di lei al significato di questo luogo. Madre di un sottotenente irredento disperso, scelse il 28 ottobre 1921 nella basilica di Aquileia, fra undici bare di caduti senza nome, quella che sarebbe divenuta il Milite Ignoto. Fu sepolta accanto alle dieci salme rimaste, nel cimitero degli Eroi dietro l'abside della basilica.
Paolo Boselli, presidente del Consiglio fra il 1916 e il 1917 e presidente dell'associazionismo risorgimentale, promosse la raccolta sistematica delle testimonianze della Grande Guerra e fu l'uomo che estese il perimetro cronologico del museo fino al 1918. Senza di lui la sala della Grande Guerra non esisterebbe.
Ernesto Nathan, mazziniano della prima ora, sindaco di Roma dal 1907 al 1913, donò il nucleo di autografi di Giuseppe Mazzini che resta il fondo più prezioso delle collezioni. Fu lui, da sindaco, a gestire le celebrazioni del 1911 e l'apertura del monumento.
Vittorio Fiorini curò la mostra del 1911 che fissò il criterio ordinatore del museo. Mario Menghini organizzò nel 1924 la mostra mazziniana al Palazzetto Venezia. Giuseppe Talamo, storico e presidente dell'Istituto, e Alberto Maria Arpino, direttore, guidarono la lunga risalita dalla chiusura del 1979 alla riapertura. Romano Ugolini, presidente, completò il riallestimento del 2011.
Poi ci sono i protagonisti che qui hanno lasciato la propria vita scritta. Giuseppe Mazzini, con migliaia di lettere autografe. Camillo Benso di Cavour, con le carte diplomatiche. Giuseppe Garibaldi, con i calzoni di tela blu di Genova, gli stivali forati dal proiettile dell'Aspromonte, la barella del soccorso, le bandiere delle sue legioni. Vittorio Emanuele II, con i documenti del regno. Silvio Pellico e Piero Maroncelli, con i cimeli dello Spielberg. I fratelli Bandiera, fucilati nel Vallone di Rovito nel 1844, con le lettere del primo nucleo documentario. Jessie White Mario, l'inglese che seguì Garibaldi come infermiera e che scrisse del Mezzogiorno con occhi che nessun italiano dell'epoca aveva, con il suo archivio personale. Alessandro Pavia, con l'album fotografico dei Mille. Luigi Rizzo, con il MAS del 1918.
Infine il visitatore che qui non ha nome. La tomba sotto il portico, pochi metri sopra la sala della Grande Guerra, contiene un soldato di cui non si sa nulla: né il nome, né il reggimento, né la regione di provenienza. È l'unico monumento italiano dedicato a una persona reale della quale si è deciso di non sapere niente, e questa scelta, presa nel 1921, resta una delle più intelligenti della storia simbolica del Paese.
Domande veloci su Museo Centrale del Risorgimento
Quanto costa il biglietto del Museo Centrale del Risorgimento
Il biglietto intero costa 18 euro e comprende anche la mostra temporanea. L'agevolato costa 5 euro e riguarda i visitatori fra i 18 e i 25 anni. L'ingresso è gratuito per i minori di 18 anni, per le persone con disabilità e per le altre categorie previste dal Ministero della Cultura. Il tagliando è unico per tutto il circuito e vale sette giorni dal rilascio.
Il Museo Centrale del Risorgimento è gratuito
No, oggi non lo è. Il museo rientra fra gli spazi a pagamento del circuito di piazza Venezia, insieme alla Terrazza panoramica, al Sommoportico e al Museo Nazionale del Palazzo Venezia. Sono invece a ingresso libero il Vittoriano, l'Altare della Patria con la Tomba del Milite Ignoto e il Giardino grande di Palazzo Venezia. L'ingresso al museo diventa gratuito ogni prima domenica del mese, e resta gratuito tutto l'anno per i minori di 18 anni e per le persone con disabilità.
Quali sono gli orari del Museo Centrale del Risorgimento
Apertura dal lunedì alla domenica, dalle 9.30 alle 19.30, con ultimo ingresso alle 18.45. Non c'è un giorno di chiusura settimanale. Nella stagione estiva sono previste aperture serali in date selezionate, con orario 19.30-23.30 e ultimo ingresso alle 22.45: il calendario delle serate va controllato sul sito ufficiale.
Dove si trova l'ingresso del Museo Centrale del Risorgimento
L'ingresso si apre su via di San Pietro in Carcere, la rampa che sale dal lato sinistro del Vittoriano guardando la facciata da piazza Venezia, ed è condiviso con l'Ala Brasini. Non si entra dalla scalinata monumentale.
Quanto dura la visita al Museo Centrale del Risorgimento
Quaranta minuti per un passaggio rapido, un'ora e mezza per una visita normale con lettura dei pannelli, due ore e mezza o tre per chi vuole leggere i documenti. Aggiungendo la Terrazza panoramica e una mostra all'Ala Brasini si arriva a mezza giornata.
Serve prenotare per il Museo Centrale del Risorgimento
No, la prenotazione non è obbligatoria: si acquista alla biglietteria e si entra. Conviene prenotare online dal sito ufficiale nei fine settimana lunghi, per i gruppi e per le aperture serali estive, che hanno capienza limitata.
Il biglietto del Museo Centrale del Risorgimento comprende la terrazza
Sì. Lo stesso biglietto dà accesso alla Terrazza panoramica raggiunta dagli ascensori, al Sommoportico, al Museo Centrale del Risorgimento e al Museo Nazionale del Palazzo Venezia, oltre alla Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte, e vale sette giorni dal rilascio.
Quanto costa salire in cima al Vittoriano
La salita alla Terrazza panoramica è compresa nel biglietto unico da 18 euro, quindi non si paga a parte. Le terrazze intermedie del monumento, raggiungibili a piedi dalla scalinata, sono invece gratuite.
Si possono fare foto nel Museo Centrale del Risorgimento
Sì, per uso personale, ma senza flash e senza treppiede. Il divieto di flash serve a proteggere carte, tessuti e fotografie storiche, che si degradano con la luce. Per riprese professionali serve un'autorizzazione dell'istituto.
Il Museo Centrale del Risorgimento è accessibile in sedia a rotelle
In gran parte sì. All'ingresso lato Aracoeli sono in funzione un servoscala per sedie a rotelle e un ascensore, e sono disponibili sedie a rotelle di cortesia. Restano difficoltà sulla rampa esterna in salita e su alcuni dislivelli interni: chi ha esigenze specifiche faccia bene a telefonare prima al numero dell'istituto per concordare il percorso e l'assistenza. L'ingresso per le persone con disabilità è gratuito.
Il Museo Centrale del Risorgimento è adatto ai bambini
Dai sette anni in su sì, seguendo un filo narrativo, e il filo migliore è quello garibaldino: camicie rosse, calzoni di tela blu, stivali con il foro del proiettile, barella, bandiere, soldatini. Sotto i sei anni ha poco senso. I minori di 18 anni entrano gratuitamente, quindi la visita in famiglia costa poco.
Il Museo Centrale del Risorgimento è aperto il lunedì
Sì, ed è una delle sue caratteristiche più utili. A Roma il lunedì chiudono per turno molti musei civici e statali: questo complesso è una delle risposte migliori per chi si trova in città con un lunedì da riempire.
Che differenza c'è fra il Museo Centrale del Risorgimento e l'Altare della Patria
L'Altare della Patria è la parte centrale del monumento a Vittorio Emanuele II, con la statua della dea Roma e la Tomba del Milite Ignoto, e si visita gratuitamente salendo la scalinata. Il Museo Centrale del Risorgimento è il museo nazionale ricavato negli ambienti ipogei sotto il portico e i propilei, con ingresso separato su via di San Pietro in Carcere e biglietto a pagamento.
Che differenza c'è fra il Museo Centrale del Risorgimento e il Sacrario delle Bandiere
Sono due istituzioni distinte, con gestioni diverse. Il museo dipende dal VIVE, istituto del Ministero della Cultura; il Sacrario delle Bandiere delle Forze Armate dipende dal Ministero della Difesa e conserva le bandiere di guerra dei reparti disciolti e delle unità navali radiate, con accesso dal lato di via dei Fori Imperiali. Orari e modalità di ingresso del Sacrario vanno verificati sui canali del Ministero della Difesa.
Che cosa si vede nel Museo Centrale del Risorgimento
Documenti autografi, bandiere, armi, uniformi, stampe, dipinti, sculture, fotografie e cimeli personali dei protagonisti, distribuiti lungo un percorso cronologico che va dalla fine del Settecento alla Prima guerra mondiale. Fra i pezzi più celebri: i calzoni di tela blu di Genova indossati da Garibaldi nel 1860, gli stivali del ferimento in Aspromonte con la barella del soccorso, la bandiera della Legione Italiana in Uruguay del 1846, l'Album dei Mille di Alessandro Pavia, l'affusto di cannone usato per il trasporto del Milite Ignoto nel 1921.
Il Museo Centrale del Risorgimento ha una guida audio o visite guidate
La programmazione delle visite guidate e dei servizi educativi cambia nel corso dell'anno e viene pubblicata sul sito ufficiale dell'istituto. Il percorso è comunque leggibile in autonomia, con pannelli e didascalie in italiano e in inglese. Chi vuole una guida privata può rivolgersi a un accompagnatore o a una guida abilitata.
Ci sono filmati e audio nel Museo Centrale del Risorgimento
Sì. Il percorso integra rari filmati d'epoca realizzati in collaborazione con Cinecittà Luce e con il Centro Sperimentale di Cinematografia, Cineteca Nazionale, con immagini della vita di trincea. Nelle due grandi sale si ascoltano brani militari originali dell'Ottocento e della Prima guerra mondiale selezionati dall'Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi.
Si può consultare l'archivio del Museo Centrale del Risorgimento
Sì, su appuntamento e per motivi di studio. L'archivio dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano conserva un patrimonio documentario e iconografico fra i più importanti d'Italia per il periodo compreso fra la fine del Settecento e il 1918, comprese le carte dei Comitati Provinciali. Una parte è consultabile online.
Quanto si aspetta in coda al Museo Centrale del Risorgimento
Al museo, quasi nulla: è uno degli spazi meno affollati del centro monumentale. La coda, quando c'è, si forma alla biglietteria del complesso e agli ascensori della terrazza, soprattutto nei fine settimana di alta stagione e nelle prime domeniche del mese.
Come si arriva al Museo Centrale del Risorgimento con i mezzi pubblici
Piazza Venezia non ha una fermata della metropolitana. La stazione utile più vicina è Colosseo sulla linea B, a circa quindici minuti a piedi lungo via dei Fori Imperiali; in alternativa Cavour, sempre linea B. Il tram 8 arriva al capolinea di piazza Venezia. Su piazza Venezia e sulle strade che vi convergono transitano numerose linee di autobus urbani: conviene verificare la fermata attiva il giorno stesso, perché i cantieri della zona modificano spesso i percorsi.
Si può visitare il Museo Centrale del Risorgimento con la Roma Pass
Le condizioni delle carte turistiche cambiano di stagione in stagione e non tutte comprendono i musei statali autonomi. Prima di contare su una card conviene verificare l'elenco aggiornato dei siti inclusi sul sito ufficiale della carta e su quello dell'istituto.
C'è un guardaroba al Museo Centrale del Risorgimento
Zaini e bagagli ingombranti vanno depositati, e le modalità cambiano con le mostre in corso e con le disposizioni di sicurezza del momento. Chi arriva dalla stazione con il trolley risolva il problema prima di presentarsi al controllo. Cibi e bevande non sono ammessi negli spazi del complesso.
Ci sono servizi igienici al Museo Centrale del Risorgimento
Sì, nel complesso. L'accesso avviene con il codice del biglietto; chi non ha il biglietto paga un euro oppure mostra lo scontrino della caffetteria.
Vale la pena visitare il Museo Centrale del Risorgimento
Sì, a due condizioni. La prima è avere un minimo di interesse per la storia dell'Ottocento: chi cerca capolavori d'arte resterà deluso, perché questo è un museo di documenti e di oggetti. La seconda è dedicargli almeno un'ora e mezza. A queste condizioni è uno dei musei più sottovalutati di Roma, e in assoluto il luogo migliore della città per capire come sia nata l'Italia.
Che cos'è il VIVE
È l'istituto autonomo del Ministero della Cultura che riunisce il Vittoriano e Palazzo Venezia sotto un'unica direzione, con biglietto unico e programmazione integrata. Comprende il Vittoriano con l'Altare della Patria, la Terrazza panoramica, il Sommoportico, il Museo Centrale del Risorgimento, il Museo Nazionale del Palazzo Venezia, il Giardino grande e la Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte.
Qual è il pezzo più famoso del Museo Centrale del Risorgimento
I calzoni di tela blu di Genova indossati da Giuseppe Garibaldi nel 1860 durante l'impresa dei Mille, chiamati blue jeans per il tessuto e donati al museo dai figli del generale. Contendono il primato agli stivali del ferimento in Aspromonte e all'affusto di cannone del Milite Ignoto.
Il museo espone la bandiera del Milite Ignoto
La bandiera che avvolse la bara del Milite Ignoto nel 1921 è conservata al Sacrario delle Bandiere delle Forze Armate, che è un'istituzione distinta con accesso dal lato di via dei Fori Imperiali. Nel Museo Centrale del Risorgimento è invece esposto l'affusto di cannone impiegato per il trasporto della salma.
Quando conviene andare al Museo Centrale del Risorgimento
La mattina presto di un giorno feriale, subito dopo l'apertura delle 9.30, oppure il tardo pomeriggio d'inverno. D'estate le sale ipogee sono fra i luoghi più freschi del centro. Da evitare il sabato pomeriggio d'alta stagione e le giornate di grandi cerimonie nazionali, quando l'area di piazza Venezia è interessata da chiusure e servizi d'ordine.
Chiudo con la cosa che penso davvero, dopo averci portato dentro qualche centinaio di persone. Questo è il museo che consiglio a chi mi dice di avere già visto Roma. Non ha code, non ha capolavori da cartolina, non ha un nome che faccia effetto raccontandolo a casa. Ha però un paio di calzoni consumati, uno stivale con un buco, una bandiera con un vulcano dipinto sopra e un affusto di cannone: cinque oggetti che raccontano come un Paese sia stato messo insieme da persone in carne e ossa, molte delle quali morirono senza vederlo finito. Chi esce da qui e risale i gradoni fino all'Altare della Patria guarda quella tomba in un modo diverso da come l'avrebbe guardata due ore prima. È esattamente quello che un museo dovrebbe fare, e questo lo fa con mezzi modesti e senza chiedere applausi.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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