Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Complesso del Vittoriano, piazza Venezia, 00187 Roma: qui hanno sede l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, il suo archivio, la sua biblioteca specialistica e il Museo Centrale del Risorgimento. Segreteria: +39 06 6793598. Amministrazione e biblioteca: +39 06 6793526. Posta elettronica: istituto@risorgimento.it, posta certificata segreteria.istrisorgimento@pec.it, sito ufficiale risorgimento.it. L'Istituto non è un museo e non si visita con un biglietto: è un ente pubblico di ricerca vigilato dal Ministero della Cultura, e quello che offre al pubblico sono una sala di studio, un patrimonio documentario di circa un milione di pezzi, una biblioteca di storia italiana fra Sette e Novecento, una rivista, alcune collane e un calendario di convegni. La consultazione di archivio e biblioteca è gratuita, riservata a chi ha una motivazione di studio, e si concorda in anticipo per posta elettronica o per telefono: giorni e fasce orarie della sala cambiano nel corso dell'anno, con la chiusura estiva ad agosto, e vanno confermati con la segreteria prima di presentarsi. Il museo che l'Istituto governa, invece, ha un biglietto: quello unico del circuito VIVE, 18 euro intero, 5 euro il ridotto per i giovani maggiorenni fino a venticinque anni, gratuito sotto i diciotto anni e per le persone con disabilità, valido sette giorni dalla data scelta e comprensivo di Vittoriano, Museo Centrale del Risorgimento, Palazzo Venezia e mostre temporanee; ingresso libero la prima domenica del mese. Orario del complesso: tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30, ultimo ingresso alle 18.45, con prolungamento serale il venerdì fino alle 23.30. Metropolitana linea B, fermata Colosseo, poi dieci minuti a piedi lungo via dei Fori Imperiali; tram 8 con capolinea in piazza Venezia durante il giorno.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Se stai costruendo un giro fra le collezioni pubbliche della città, la lista ragionata è nella pagina dei musei statali di Roma.

Dove si trova l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e come ci si arriva

L'indirizzo postale, quello che compare su tutti gli atti dell'ente, è asciutto quasi fino alla reticenza: Complesso del Vittoriano, piazza Venezia, 00187 Roma. Non c'è numero civico, perché il Vittoriano è un isolato monumentale che occupa da solo il fianco settentrionale del Campidoglio, e l'anagrafe delle biblioteche italiane registra la sede della biblioteca dell'Istituto come "Piazza Venezia snc". Chi arriva per la prima volta commette quasi sempre lo stesso errore: cerca una porta con una targa in piazza, davanti alla scalinata dell'Altare della Patria, e non la trova. Gli uffici, l'archivio e la sala di studio si raggiungono dagli ingressi laterali del complesso, quelli che il pubblico dei turisti ignora perché guarda in alto verso la quadriga. Chiama la segreteria e fatti dire da quale porta entrare il giorno dell'appuntamento: è l'unica informazione che risolve davvero il problema, e cambia a seconda dei cantieri in corso nel monumento.

L'indirizzo e gli ingressi del complesso del Vittoriano

Il Vittoriano ha quattro accessi principali e nessuno di essi si chiama "Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano". Si entra dalla gradinata centrale di piazza Venezia, dai fianchi che salgono verso l'Ara Coeli e verso via di San Pietro in Carcere, e dal livello alto che collega la terrazza. Il Museo Centrale del Risorgimento occupa gli ambienti interni sul lato verso via dei Fori Imperiali, mentre le strutture di servizio dell'ente, gli uffici e la sala di consultazione sono negli spazi interni del monumento, che il Demanio ha conferito in uso all'Istituto insieme al museo e all'archivio. È un dettaglio amministrativo, ma spiega una cosa che al visitatore sembra strana: dentro lo stesso edificio convivono un ente di ricerca con il suo personale scientifico, un museo statale che appartiene a un altro circuito, una terrazza panoramica, una caffetteria e una sala convegni. La convivenza non è sempre stata pacifica, e nella storia recente del monumento ha prodotto più di una discussione sugli spazi.

Autobus, tram e metropolitana per l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Piazza Venezia è uno dei nodi di superficie più serviti di Roma e, in questa fase, uno dei più instabili. Il cantiere della futura stazione Venezia della metro C ha rimescolato le fermate: le linee che gravitano sulla piazza e sulle strade immediatamente intorno sono una ventina fra diurne e notturne, fra cui H, 30, 40, 46, 60, 62, 63, 64, 70, 80, 81, 87, 170, 628 e 916, ma alcune di esse saltano la fermata Aracoeli e vengono dirottate su via del Teatro Marcello, su via del Plebiscito all'altezza di via degli Astalli, su via delle Botteghe Oscure o su corso Vittorio Emanuele all'angolo con largo Argentina. Le variazioni si succedono a ritmo serrato. Il consiglio operativo è banale e funziona: controlla la fermata il giorno stesso sul sito di Atac o su quello di Roma Servizi per la Mobilità, e metti in conto duecento metri di camminata in più rispetto a quello che ti aspetti.

Il tram 8 rimane la soluzione più elegante per chi viene da Trastevere, da Monteverde o dal Casaletto: di giorno arriva su rotaia fino al capolinea di piazza Venezia, la sera il servizio viene sostituito da autobus su tutto il percorso, con le ultime corse tranviarie che partono nel tardo pomeriggio. Nei giorni festivi il tram lavora per l'intera giornata. La metropolitana non serve direttamente la piazza: la fermata utile è Colosseo, sulla linea B, e da lì si risale via dei Fori Imperiali in dieci minuti scarsi, con il vantaggio non piccolo di arrivare al Vittoriano dal lato che ne mostra la mole per intero. Chi scende a Cavour, sempre linea B, fa qualche minuto in più passando per i Fori. Da Termini, a piedi, si contano circa venticinque minuti lungo via Nazionale e via IV Novembre.

A piedi verso l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Roma si capisce camminando, e questo indirizzo premia chi arriva a piedi. Da largo Argentina sono seicento metri di via delle Botteghe Oscure. Dal Pantheon si cammina un quarto d'ora abbondante passando per via del Gesù. Dal Colosseo si risale l'intera via dei Fori Imperiali con i Mercati di Traiano sulla destra e il Museo dei Fori Imperiali a metà strada. Dal Campidoglio bastano due minuti: la cordonata michelangiolesca e la scalinata dell'Ara Coeli scaricano entrambe su piazza d'Aracoeli, che confina con il fianco del Vittoriano. Chi ha appuntamento in sala di studio e vuole arrivare puntuale eviti però l'attraversamento di piazza Venezia negli orari di punta: il semaforo pedonale sul lato di via del Corso è lentissimo e il traffico non perdona.

Museo Centrale del Risorgimento - Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Piazza Venezia
Museo Centrale del Risorgimento - Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Piazza Venezia

Che cosa è davvero l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Conviene sgombrare il campo subito, perché l'equivoco è quotidiano e lo vedo ripetersi ogni volta che accompagno un gruppo sotto la quadriga. L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano non è la sala con le bandiere, non è il percorso espositivo con i cimeli garibaldini, non è la terrazza con la vista sui Fori. È l'ente che possiede quelle carte, le ordina, le conserva, le studia e le pubblica; il museo è una delle sue funzioni, non la sua identità. In termini giuridici è una persona giuridica di diritto pubblico sottoposta alla vigilanza del Ministero della Cultura, finanziata quasi per intero da un contributo statale annuale, con organi di indirizzo, un organo di revisione contabile e un personale scientifico. Nel rendiconto pubblicato dalla direzione generale competente del Ministero, il contributo ordinario dello Stato risulta pari a poco meno di 590.000 euro l'anno e copre circa il 95 per cento delle entrate: un ordine di grandezza che dice bene quanto questo genere di istituzioni dipenda dal bilancio pubblico e quanto poco margine abbia per inventarsi ricavi propri.

L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano è un ente di ricerca, non un'attrazione turistica

La differenza pratica è enorme. In un museo si entra con un biglietto, si guarda, si esce. In un istituto di ricerca si entra con una richiesta motivata, si compila un modulo, si consulta un inventario, si chiede un pezzo, lo si legge in una sala sorvegliata e si prendono appunti. Il pubblico dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano non è il turista di passaggio: sono studenti che preparano una tesi, dottorandi, docenti universitari, archivisti, curatori di mostre, discendenti di famiglie che hanno lasciato le proprie carte, appassionati di storia militare e ottocentesca, genealogisti che inseguono un antenato garibaldino. Chi arriva sperando in una visita guidata resta deluso; chi arriva con una domanda precisa esce con materiale che non esiste altrove.

Dico una cosa impopolare, e la dico da guida: questo indirizzo è più interessante del museo che ospita. Il museo racconta il Risorgimento a un pubblico generalista, con un allestimento che ha ormai qualche anno sulle spalle; l'archivio contiene le lettere vere, i diari veri, i manifesti veri, e permette di toccare la distanza fra la retorica patriottica e la vita quotidiana di chi quel periodo lo attraversò. Se hai la scusa di uno studio, anche modesto, per entrare in sala di consultazione, usala.

L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano fra gli istituti storici nazionali

L'ente appartiene alla famiglia degli istituti storici nazionali, il gruppo di istituzioni di ricerca che lo Stato italiano ha costruito nell'arco di un secolo per presidiare ciascuna una stagione della storia patria. Il coordinamento appartiene alla Giunta Storica Nazionale, l'organismo nato nel 1934 come Giunta Centrale per gli Studi Storici e che ha sede in un palazzo bellissimo e poco frequentato, Palazzo Antici Mattei di Giove, in via Michelangelo Caetani 32. Gli istituti oggi collegati alla Giunta sono l'Istituto italiano per la storia antica, l'Istituto storico italiano per il medio evo, l'Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea, l'Istituto italiano di numismatica, la Domus Mazziniana di Pisa e, appunto, l'Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Il sito dell'Istituto continua a presentarsi come uno dei cinque istituti storici nazionali, formula che risale a una fase precedente dell'assetto: il numero cambia a seconda che si conti o meno la Domus Mazziniana, che ha una natura statutaria particolare. La sostanza non cambia: questo è uno degli enti che lo Stato incarica di fare ricerca storica, non un'associazione culturale.

Il perimetro cronologico dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano: dal Settecento alla Grande Guerra

Il compito statutario dell'Istituto è promuovere e facilitare gli studi sulla storia d'Italia dal periodo preparatorio dell'Unità e dell'Indipendenza fino al termine della prima guerra mondiale, raccogliendo documenti, pubblicazioni e cimeli, curando edizioni di fonti e di memorie, organizzando congressi scientifici. È una definizione più larga di quanto sembri. Il Risorgimento, nell'accezione dell'ente, non comincia nel 1848 e non finisce nel 1861: parte dalle riforme settecentesche e dall'onda napoleonica, attraversa il 1799, il 1820, il 1831, il 1848, le guerre d'indipendenza, la breccia di Porta Pia, e arriva fino al 1918, perché la storiografia italiana ha a lungo letto la Grande Guerra come il quarto atto del processo unitario. La formula che l'ente usa oggi per descrivere il proprio campo, il "lungo Ottocento", rende bene l'idea di una periodizzazione che va oltre i confini del secolo civile.

Questa ampiezza spiega la composizione dell'archivio e della biblioteca, che raccolgono materiale dalla metà del Settecento agli anni Venti del Novecento. E spiega anche perché l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano sia, di fatto, il primo indirizzo cui si rivolge chiunque lavori sulla Grande Guerra dal punto di vista della cultura patriottica, della propaganda, della memoria dei caduti.

La fondazione dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano: due enti del 1906 e un regio decreto

La data che si legge in giro, 1936, è una semplificazione che circola da decenni. La documentazione dell'ente indica il 1935 come anno di nascita del nome attuale, in forza del Regio Decreto del 20 giugno 1935, che trasformava la denominazione della Società Nazionale per la storia del Risorgimento in Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Ma la storia comincia trent'anni prima, e comincia doppia.

Il Comitato Nazionale per la storia del Risorgimento, maggio 1906

Il Regio Decreto 17 maggio 1906, n. 212, istituisce un Comitato Nazionale per la storia del Risorgimento con un compito formulato in una lingua amministrativa che oggi suona quasi commovente: raccogliere, preparare e ordinare i documenti, i libri e tutte le altre memorie che interessano la storia del risorgimento italiano, e prepararne e facilitarne lo studio. Siamo nel 1906, il quarantacinquesimo anno del Regno. I protagonisti veri sono ancora vivi, o sono morti da poco lasciando bauli di carte ai figli. La generazione che aveva fatto l'Unità stava uscendo di scena e lo Stato si rendeva conto, con il consueto ritardo, che le fonti di quel processo rischiavano di disperdersi fra soffitte private e mercanti di autografi. Il Comitato nasce per questo: è un'operazione di salvataggio documentario prima ancora che un progetto scientifico.

Alla presidenza del Comitato si succedono figure di primo piano della vita politica italiana: Giuseppe Biancheri dal 1906 al 1908, Gaspare Finali dal 1908 al 1914, Paolo Boselli dal 1915 al 1932, Giovanni Gentile dal 1933 al 1934. Boselli, che avrebbe guidato il governo italiano fra il 1916 e il 1917, presiede l'ente per diciassette anni: un dato che dice quanto la storia del Risorgimento fosse considerata materia di Stato e non passatempo di eruditi.

La Società Nazionale per la Storia del Risorgimento, Milano, 9 novembre 1906

Quasi in contemporanea, e questa simultaneità non è casuale, a Milano nasce il 9 novembre 1906 la Società Nazionale per la storia del Risorgimento, di natura privata e organizzata in forma associativa. Milano nel 1906 è la città dell'Esposizione internazionale del Sempione, capitale industriale del Regno e sede di un patriottismo borghese molto attivo. La Società raccoglie soci, quote, donazioni, biblioteche private; il Comitato romano ha il timbro dello Stato. Due strade parallele che per un trentennio corrono affiancate, a volte in concorrenza, spesso condividendo le stesse persone.

Anche la Società ha una successione presidenziale che vale la pena leggere per nomi: Bassano Gabba dal 1906 al 1911, Ettore Pedotti dal 1911 al 1919, Matteo Mazziotti dal 1920 al 1923, Gaetano Giardino dal 1924 al 1932, Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon dal 1933. Gabba era stato ufficiale garibaldino; Giardino e Pedotti erano generali; Mazziotti un prefetto e storico meridionale. Il Risorgimento, in quegli anni, lo studiavano in buona parte i suoi eredi diretti in divisa.

Il primo congresso e la nascita di una disciplina

Il 1906 milanese è anche l'anno del primo congresso di storia del Risorgimento italiano, l'atto di fondazione di una disciplina che fino ad allora si era mossa fra memorialistica, agiografia e polemica di parte. Da quel congresso discende la serie dei convegni nazionali che l'Istituto organizza ancora oggi, con una numerazione progressiva che ha superato da tempo la sessantina di edizioni: il sessantesimo si tenne a Rieti fra il 18 e il 21 ottobre 2000, sul tema "Cento anni di storiografia sul Risorgimento", e i suoi atti restano una delle letture più utili per capire come è cambiato lo sguardo degli storici su questa materia.

Il 1935 e il nome attuale dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Il Regio Decreto del 20 giugno 1935 chiude la fase doppia. Forme e strutture delle due istituzioni precedenti confluiscono in un organismo unico che ne eredita il patrimonio documentario e artistico e conserva la peculiarità della forma associativa: cioè continua ad avere soci, come la Società milanese, pur essendo ente pubblico come il Comitato romano. È una soluzione ibrida tipicamente italiana e, va detto, si è dimostrata longeva: novant'anni dopo l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano funziona ancora così, con una rete di comitati sul territorio composta di soci paganti e una struttura centrale finanziata dallo Stato.

Il primo presidente dell'ente unificato è Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon, quadrumviro della marcia su Roma, governatore della Somalia, ministro dell'educazione nazionale: la scelta dice tutto sul valore politico che il regime attribuiva alla gestione della memoria risorgimentale. Il Risorgimento, negli anni Trenta, viene riletto come antefatto necessario del fascismo, e l'Istituto è uno degli strumenti di quella operazione. Ci vorranno la guerra e una lunga stagione di riforme scientifiche per riportare l'ente dentro un alveo storiografico normale.

Una curiosità su Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

La curiosità che preferisco riguarda la natura giuridica delle cariche, e la si scopre solo leggendo la sezione di amministrazione trasparente del sito. Tutti gli incarichi negli organi dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano sono a titolo puramente onorifico: il presidente e i consiglieri non percepiscono alcun gettone di presenza. In un Paese dove ogni consiglio di amministrazione produce compensi, indennità e rimborsi, qui si siede gratis. L'unico compenso che compare nei documenti pubblici riguarda l'organo di revisione contabile, con un emolumento annuo dell'ordine di poche migliaia di euro a componente: cifre che nella pubblica amministrazione italiana sono poco più di un rimborso spese travestito.

La conseguenza pratica è interessante e vale la pena spiegarla, perché racconta come funziona davvero questo mondo. Il consiglio dell'Istituto è composto in larga parte da docenti universitari di storia del Risorgimento e di discipline affini, oppure da studiosi di riconosciuta autorevolezza. Sedere in quel consiglio non porta denaro: porta prestigio accademico, accesso alle fonti, possibilità di indirizzare le collane e la rivista. La moneta di scambio è simbolica e curriculare. È il motivo per cui, quando un ente come questo entra in crisi, la crisi non è quasi mai economica in senso stretto: è una crisi di autorevolezza, di ricambio generazionale, di capacità di attrarre studiosi giovani su una materia che le università italiane hanno progressivamente ridimensionato nei piani di studio.

Aggiungo una seconda curiosità, di taglio più concreto. Per decenni l'indirizzo di posta elettronica dell'ente è stato ospitato su un dominio commerciale generalista, quello di un vecchio fornitore italiano di accessi a internet, e in rete circolano ancora oggi decine di pagine che riportano quel recapito ormai superato. Oggi la corrispondenza va indirizzata a istituto@risorgimento.it, con la posta certificata su segreteria.istrisorgimento@pec.it. Se scrivi al vecchio indirizzo non ti risponde nessuno, e non perché ti stiano ignorando. Sembra un dettaglio da nulla: nella pratica è il motivo per cui molti studenti si convincono che l'archivio sia chiuso.

Gli statuti e il governo dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Uno statuto è un documento noioso finché non lo si legge con la domanda giusta in testa: chi decide che cosa si studia, chi decide che cosa si pubblica, chi decide chi può entrare in archivio. Nel caso dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano le risposte sono cambiate più volte, e l'ultima revisione statutaria è recente: il nuovo statuto è stato approvato alla fine del 2023, dopo una lunga fase di commissariamento.

Che cosa dice l'articolo 1 dello statuto dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

L'articolo di apertura fissa il mandato: promuovere e facilitare gli studi sulla storia d'Italia dal periodo preparatorio dell'Unità e dell'Indipendenza sino al termine della prima guerra mondiale, raccogliendo documenti, pubblicazioni e cimeli, curando edizioni di fonti e di memorie, organizzando congressi scientifici. Quattro verbi, quattro attività. Raccogliere significa acquisire fondi archivistici per acquisto, dono, lascito testamentario o deposito. Curare edizioni significa pubblicare fonti in edizione critica, cioè trascritte, annotate e collocate nel loro contesto. Organizzare congressi significa tenere viva una comunità scientifica. E "facilitare gli studi" significa una cosa molto pratica: rendere consultabili le carte, il che richiede inventari, personale, sale, cataloghi.

Nella formulazione attuale i compiti dell'ente vengono declinati in modo più articolato, con l'aggiunta della promozione e del progresso degli studi e della gestione delle strutture affidate. L'Istituto opera attraverso la sede centrale e i comitati territoriali, che il nuovo statuto definisce coincidenti con una o più province oppure con le città metropolitane. È una modifica sensata: la vecchia articolazione provinciale rifletteva la geografia amministrativa del Regno d'Italia, non quella della Repubblica dopo la riforma degli enti locali.

Gli organi dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

La struttura di governo prevede un vertice nominato dal Ministero, un consiglio con una robusta componente accademica, un organo di revisione contabile e un comitato scientifico. Nella configurazione consolidata degli ultimi decenni il consiglio di presidenza contava diciotto membri: tredici docenti universitari di storia del Risorgimento e di discipline affini, o studiosi di riconosciuta fama, e cinque membri eletti dalla Consulta, cioè dall'assemblea dei rappresentanti dei comitati territoriali. Il consiglio nominava a sua volta un vicepresidente e un segretario generale, in carica per un triennio e rinnovabili. La presidenza coordina inoltre i gruppi esteri, che sono l'antenna internazionale dell'ente.

Il dato che consiglio di tenere a mente è quel rapporto tredici a cinque. Significa che l'accademia pesa più del territorio, ma che il territorio ha voce in capitolo: cinque consiglieri su diciotto non sono un ornamento. È l'eredità della forma associativa ereditata dalla Società milanese del 1906, e resta la caratteristica più originale dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano rispetto agli altri istituti storici nazionali, che sono strutture puramente accademiche.

La Consulta e i Comitati territoriali dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

La rete dei comitati è la parte meno conosciuta e, a mio giudizio, la più viva di tutto l'organismo. Sono decine, distribuiti in tutta la penisola e nelle isole, dal Piemonte alla Sicilia, con nuclei storicamente robusti a Torino, Milano, Napoli, Palermo, Cosenza, Treviso, e presenze in città piccole dove un gruppo di appassionati tiene in piedi conferenze, mostre e ricerche locali con mezzi minimi. Ogni comitato ha i propri soci, la propria attività, spesso un proprio sito e una propria collana di pubblicazioni. La Consulta è l'organo che li rappresenta presso il vertice romano ed elegge una quota dei consiglieri.

Questa struttura periferica produce un effetto che chi studia il Risorgimento conosce bene: una parte consistente della ricerca locale sull'Ottocento italiano, quella che scava negli archivi comunali e nelle carte di famiglia di provincia, passa da questi comitati. Sono loro a pubblicare il volumetto sul moto del 1848 in una determinata città, a censire le lapidi, a organizzare il convegno per l'anniversario. Il patrimonio archivistico prodotto dai comitati stessi, del resto, è conservato a Roma insieme all'archivio storico dell'ente: le carte dei comitati sono a loro volta una fonte per la storia della memoria risorgimentale nel Novecento.

I Gruppi esteri

Meno noti ancora sono i gruppi esteri, coordinati direttamente dalla presidenza. Il Risorgimento è stato un fenomeno europeo, non italiano: si è fatto con l'esilio a Londra, a Parigi, a Marsiglia, in Svizzera, con le legioni in Sud America, con le reti massoniche e le società segrete transnazionali, con la stampa d'opinione inglese e francese. Esiste quindi una comunità internazionale di studiosi che lavora su questa materia, e i gruppi esteri servono a tenerla collegata all'Istituto. È anche il canale attraverso cui arrivano contributi e recensioni straniere alla rivista dell'ente.

Come si diventa soci dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Si diventa soci aderendo a un comitato territoriale oppure alla sede centrale, con una quota annuale e una domanda di ammissione: le modalità e gli importi sono indicati nella sezione dedicata del sito ufficiale, insieme al modulo. Il vantaggio più concreto dell'adesione, per chi lavora sulla materia, è ricevere la rivista e restare dentro il circuito degli inviti a convegni e presentazioni. Il vantaggio meno concreto ma più reale è sostenere un ente che, con quel bilancio, non ha grandi alternative: le quote sociali non pagano gli stipendi, ma pagano una parte delle pubblicazioni.

Ala Brasini + Museo Centrale del Risorgimento - Complesso del Vittoriano
Ala Brasini + Museo Centrale del Risorgimento - Complesso del Vittoriano

L'archivio dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Qui arriviamo al cuore del discorso, ed è la ragione per cui questo indirizzo esiste. L'archivio conserva un patrimonio documentario e iconografico che copre l'arco compreso fra la seconda metà del Settecento e la fine della prima guerra mondiale, e che la guida ai fondi quantifica in circa un milione di documenti. È una delle fonti principali per lo studio dell'Italia e del contesto internazionale in quel periodo, e non ha equivalenti nella penisola per densità di carte private risorgimentali riunite in un solo luogo.

Un milione di documenti all'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano: che cosa significa davvero

Il numero, da solo, non dice nulla. Un milione di documenti significa lettere, moltissime lettere, e poi circolari, manifesti, proclami, diari personali, giornali di viaggio, album commemorativi, fotografie, carta moneta e documenti monetari, biglietti, ricevute, appunti di riunioni clandestine, minute mai spedite. La guida ai fondi definisce l'insieme un campione tipologico eccezionale della documentazione ottocentesca e primonovecentesca, e la definizione è esatta: non c'è quasi genere documentario del periodo che qui non sia rappresentato.

Il valore, per chi fa ricerca, sta in due caratteristiche. La prima è la provenienza privata: sono in gran parte carte di famiglia, arrivate per dono o per lascito testamentario, cioè materiali che negli archivi di Stato non si trovano perché non sono mai passati per un ufficio pubblico. La seconda è la trasversalità geografica: nello stesso deposito convivono le carte di un patriota lucano, di un cardinale sardo, di una famiglia toscana e di un volontario lombardo, il che permette confronti che altrove richiederebbero mesi di viaggi.

Come è organizzato l'archivio dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

L'ordinamento distingue tre grandi categorie. La prima è quella degli archivi familiari e personali: i fondi che portano il nome di una persona o di un casato. La seconda comprende gli archivi di istituzioni: enti, comitati, associazioni, società. La terza raccoglie le collezioni, cioè gli insiemi costruiti artificialmente da un collezionista o dall'ente stesso attorno a un tema, a una tipologia o a un soggetto. È una tripartizione classica della disciplina archivistica e non è pedanteria: capire in quale delle tre categorie ricade il materiale che cerchi cambia il modo in cui devi interrogare gli inventari.

La descrizione dei fondi segue gli standard internazionali ISAD, che regola la descrizione archivistica, e ISAAR, che regola la descrizione dei soggetti produttori. Alla descrizione si affianca un sistema di indicizzazione che consente di arrivare al documento per soggetti, per nomi di persona e per luoghi. Tradotto in linguaggio umano: puoi cercare "Aspromonte" e trovare tutte le carte in cui quel luogo compare, dentro fondi diversi, senza sapere in anticipo chi le abbia scritte. È esattamente quello che serve a chi lavora su un evento e non su un personaggio.

I fondi personali dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Scorrere la guida ai fondi è un esercizio che consiglio a chiunque abbia una curiosità storica seria, perché rivela la geografia sociale del Risorgimento meglio di qualunque manuale. Alcuni esempi che vale la pena citare per capire di che materiale si parla.

Il fondo Amat conserva le carte di Luigi Amat di San Filippo, cardinale sardo di grande peso nella curia dell'Ottocento, e conta oltre milleduecento unità archivistiche fra corrispondenza con personalità ecclesiastiche e civili. È una fonte preziosa e poco battuta, perché permette di guardare il processo unitario dal lato di chi lo subì: la Chiesa. Chi studia la questione romana e il rapporto fra Stato e Santa Sede trova qui materiali di prima mano.

Il fondo Albini raccoglie le carte di Giacinto Albini, l'uomo che organizzò l'insurrezione lucana dell'agosto 1860, quando la Basilicata si sollevò prima ancora che Garibaldi arrivasse sul continente. È uno dei capitoli meno raccontati del 1860 e uno dei più interessanti, perché mostra che il Mezzogiorno non fu soltanto conquistato: in alcune zone si mosse da solo, e con una regia politica precisa.

Il fondo Andreini conserva manoscritti storici raccolti da Rinaldo Andreini, fra cui il cosiddetto Colombario Italico, e appartiene a quella categoria di raccolte erudite ottocentesche che oggi valgono soprattutto come documento della mentalità di chi le mise insieme. Il fondo della famiglia Ademollo riunisce materiali di più componenti del casato attivi nelle vicende risorgimentali, ed è un buon esempio di archivio familiare stratificato su generazioni.

Accanto a questi ci sono decine di altri nuclei, e la logica di formazione è quasi sempre la stessa: un discendente che negli anni Venti, Trenta o Cinquanta decide di non lasciare le carte del bisnonno in una cantina e le porta al Vittoriano. Questa è la ragione per cui l'archivio dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano esiste: la generosità di famiglie private, moltiplicata per un secolo.

L'archivio storico dell'ente e le carte dei comitati

Oltre ai fondi acquisiti, l'Istituto conserva il proprio archivio storico a partire dalla fondazione e la documentazione relativa all'attività dei comitati territoriali. È materiale che a prima vista sembra burocratico e che invece è oro per una linea di ricerca ormai matura, quella sulla costruzione novecentesca della memoria risorgimentale: come si scelsero le date da celebrare, quali personaggi si preferì mettere in primo piano e quali si lasciò nell'ombra, come cambiò il discorso pubblico sul Risorgimento fra età liberale, fascismo e Repubblica. Chi vuole scrivere la storia della storia patria trova qui le carte del cantiere.

Consultare online l'archivio dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Il sito ufficiale mette a disposizione una sezione dedicata alla consultazione dell'archivio in rete e una descrizione dei fondi, con la guida scaricabile. Il consiglio operativo è di lavorare su quegli strumenti prima di chiedere l'appuntamento: arrivare in sala di studio sapendo già quale fondo e quali unità archivistiche ti servono cambia completamente il rendimento della giornata. Una parte del materiale, inoltre, è confluita in progetti nazionali di digitalizzazione: le raccolte iconografiche dell'ente compaiono nei portali culturali pubblici insieme a quelle della Biblioteca di storia moderna e contemporanea, in particolare nel filone dedicato alle immagini della Grande Guerra.

La raccolta iconografica dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Accanto alle carte c'è l'immagine, e la parte iconografica di questo archivio è, per un divulgatore, la più spendibile in assoluto.

Ventimila fra stampe, incisioni e disegni

La raccolta comprende circa ventimila pezzi fra stampe, incisioni e disegni. Sono le immagini che hanno costruito l'immaginario risorgimentale prima che esistesse la fotografia di massa: ritratti di patrioti diffusi in litografia, vedute di battaglie, caricature politiche, allegorie dell'Italia turrita, manifesti. Chi si occupa di storia della propaganda politica trova in questo materiale una miniera, perché mostra come si fabbricava il consenso in un'epoca senza radio e senza cinema. Le caricature, in particolare, sono un genere sottovalutato: dicono sull'opinione pubblica dell'Ottocento più di molti trattati.

Settantacinquemila fotografie

Il fondo fotografico conta circa settantacinquemila pezzi databili fra la prima metà dell'Ottocento e il secondo decennio del Novecento, organizzati in nuclei omogenei per tipologia o per soggetto. L'arco cronologico è quello che rende la raccolta straordinaria: si parte dai primissimi anni della fotografia, quando ritrarre una persona richiedeva pose lunghissime e attrezzature ingombranti, e si arriva alle immagini della Grande Guerra, cioè al momento in cui la fotografia diventa strumento di documentazione di massa. In mezzo c'è tutta la parabola tecnica del mezzo e tutta la storia visiva dell'Italia unita.

Ti dico quello che cerco io quando lavoro su questi materiali: non i ritratti ufficiali dei protagonisti, che sono noti e ristampati ovunque, ma le fotografie dei volontari qualunque, quelle con la dedica sul retro, quelle di gruppo scattate prima di una partenza. Lì si vede la faccia vera del Risorgimento, che era fatto di ragazzi di vent'anni e non di monumenti.

Cimeli, bandiere e oggetti

L'ente eredita dai due organismi del 1906 anche un patrimonio artistico e di cimeli, che è la base delle collezioni museali: uniformi, armi, bandiere, oggetti personali, medaglie. La parte esposta si vede nel percorso del museo; la parte non esposta, come in ogni istituzione di questo tipo, è molto più ampia di quella visibile. Le bandiere, in particolare, costituiscono un nucleo di enorme valore identitario, ed è un tipo di manufatto tessile fragilissimo, che richiede conservazione al buio, umidità controllata e rotazione delle esposizioni. Se ti capita di trovare in mostra un vessillo che non avevi mai visto, non è un caso: è il ciclo di rotazione.

Una cosa che non ti dice nessuno su Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Nessuno ti dice che questa biblioteca ha un limite cronologico dichiarato, e che quel limite è il vero segreto per usarla bene. L'anagrafe nazionale delle biblioteche classifica il patrimonio dell'Istituto come specializzato in storia italiana del periodo compreso fra il 1796 e il 1870. Non è una formula burocratica: è la dichiarazione di una politica di acquisizione. Il 1796 è l'anno della prima campagna d'Italia di Bonaparte, il momento in cui la penisola smette di essere un mosaico di antichi regimi e comincia a muoversi; il 1870 è Porta Pia. Dentro quel settantennio la copertura bibliografica è capillare fino all'ossessione. Fuori da quel settantennio, la biblioteca si assottiglia rapidamente, anche se l'archivio arriva fino al 1918.

La conseguenza pratica è netta. Se lavori sul Quarantotto, sulla Repubblica Romana, sulle guerre d'indipendenza, sulla spedizione dei Mille, sul brigantaggio postunitario, questa è la prima biblioteca italiana da consultare, e trovi opuscoli, memorie, edizioni ottocentesche e periodici che nessun catalogo universitario possiede. Se invece lavori sull'età giolittiana o sulla Grande Guerra, la biblioteca ti aiuta poco e ti conviene puntare direttamente sull'archivio, integrando la parte a stampa altrove, per esempio alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma o alla Biblioteca di storia moderna e contemporanea.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda la consistenza reale. I numeri registrati nell'anagrafe delle biblioteche parlano di circa venticinquemila volumi, oltre mille manoscritti, seicentoventitré testate di periodici, trentaduemila stampe e venticinquemila fra fotografie e incisioni. Venticinquemila volumi sono pochi, se li confronti con una biblioteca universitaria; sono moltissimi se pensi che riguardano un solo settantennio di storia di un solo Paese. Questa è la differenza fra una biblioteca generalista e una biblioteca specialistica, ed è il motivo per cui a Roma ci si viene: non per la quantità, per la densità. Il migliaio abbondante di manoscritti, poi, colloca l'istituzione in una fascia diversa da quella delle normali biblioteche di ricerca, accanto a raccolte storiche come la Biblioteca Casanatense, la Biblioteca Angelica e la Biblioteca Vallicelliana, con le quali condivide la logica del fondo antico e non quella del prestito corrente.

Terza cosa, e la dico perché fa risparmiare un viaggio a vuoto: il prestito locale non è previsto. Si consulta in sede, si può chiedere la riproduzione entro i limiti fissati dal regolamento, si ottengono informazioni bibliografiche dal personale. Nessun volume esce dall'edificio. Chi è abituato alle biblioteche comunali arriva convinto di poter portare a casa il libro per una settimana e resta spiazzato.

La biblioteca dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Fondata insieme all'ente nel 1935, con nuclei che risalgono alle due istituzioni del 1906, la biblioteca è l'altra metà di questo indirizzo. Il recapito registrato è piazza Venezia, il telefono +39 06 6793526, la posta elettronica istituto@risorgimento.it.

Che cosa conserva la biblioteca dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Il patrimonio si divide in tre grandi blocchi. Il primo è la monografia storica: le opere degli storici del Risorgimento, dalle memorie dei protagonisti pubblicate a caldo fino alla produzione accademica contemporanea. Il secondo è la pubblicistica minore, cioè opuscoli, discorsi, orazioni funebri, statuti di società, relazioni di comitati: materiale effimero che le biblioteche generaliste hanno storicamente scartato e che invece qui è stato raccolto sistematicamente. Il terzo blocco è la periodicistica: oltre seicento testate, che significano giornali, riviste, bollettini di associazioni patriottiche, fogli d'esilio.

La pubblicistica minore, a mio parere, è la parte più preziosa e la meno frequentata. Un opuscolo di sedici pagine stampato a Napoli nel 1861 per celebrare l'ingresso di Vittorio Emanuele II vale, per capire il clima di quei mesi, quanto un intero volume scritto cent'anni dopo. E di quegli opuscoli, spesso, sopravvivono pochissimi esemplari in tutta Italia.

La biblioteca digitale dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Da alcuni anni l'ente ha aperto una biblioteca digitale che rende consultabili in rete volumi delle proprie collane e materiali d'epoca, con l'accesso dalla sezione dedicata del sito. Vi si trovano, fra l'altro, volumi storici della Biblioteca Scientifica dell'Istituto e tomi dell'Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, digitalizzati con riconoscimento ottico del testo. Per chi lavora da fuori Roma è un cambiamento sostanziale: consente di preparare la ricerca a distanza e di ridurre la permanenza in sala di studio a quello che davvero richiede la carta originale.

Servizi, riproduzioni, informazioni bibliografiche

I servizi registrati sono la consultazione in sede, la riproduzione e l'informazione bibliografica del personale. Quest'ultima è una risorsa che gli utenti sottovalutano quasi sempre. In una biblioteca specialistica il bibliotecario conosce il fondo, e una conversazione di dieci minuti con chi lavora lì da anni può risparmiarti settimane di ricerche cieche. Chiedere non costa nulla e, nella mia esperienza, in questo genere di istituti si risponde volentieri: chi ci lavora ha scelto una materia di nicchia e apprezza chi la prende sul serio.

Come si accede alla sala di studio dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Questa è la parte pratica che serve davvero, e la scrivo nell'ordine in cui vanno fatte le cose.

Chi può entrare all'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

L'accesso è classificato come riservato: non è una biblioteca di pubblica lettura e non ci si entra per curiosità generica. Serve una motivazione di studio, che può essere una tesi di laurea, una ricerca dottorale, un lavoro professionale, una pubblicazione, ma anche una ricerca personale seria e circostanziata. Non serve essere iscritti a un'università. Serve sapere che cosa si cerca.

Come si prenota

Si scrive a istituto@risorgimento.it oppure si telefona ai numeri della sede, indicando chi si è, su che cosa si lavora e quale materiale interessa. La segreteria conferma il giorno, l'orario e l'ingresso da utilizzare. Prenotare non è una formalità: la sala ha pochi posti, il personale è ridotto e i pezzi vanno estratti dai depositi, operazione che richiede tempo. Presentarsi senza appuntamento significa quasi certamente trovare la porta chiusa.

Orari e chiusure

L'anagrafe nazionale delle biblioteche registra un'apertura articolata sui cinque giorni feriali, con la mattina sempre disponibile e due o tre pomeriggi infrasettimanali, chiusura il sabato e la domenica e chiusura annuale nel mese di agosto. Sono orari tipici degli istituti di ricerca romani e vanno confermati con la segreteria al momento della prenotazione, perché variano con i turni del personale e con i lavori in corso nel complesso. La regola che do sempre a chi mi chiede: punta sulla mattina, arriva all'apertura, e considera che il tempo utile reale in una giornata di consultazione è di quattro o cinque ore, non di otto.

Che cosa portare e che cosa lasciare fuori

Documento d'identità valido, matita, computer portatile. Le penne, in una sala di consultazione di materiale antico, non si usano: è la regola universale di ogni archivio e si applica anche qui. Borse e zaini restano fuori dalla sala. Per fotografare i documenti serve l'autorizzazione, che dipende dallo stato di conservazione del pezzo e dalla sua eventuale destinazione editoriale: chiedila in anticipo, per posta elettronica, insieme alla prenotazione. E lascia perdere lo scanner portatile, che in questo genere di istituzioni non è quasi mai ammesso.

Gli errori da non fare alla prima visita

Il primo errore è arrivare senza aver letto gli inventari: si perde la mattinata a capire dove si è. Il secondo è chiedere troppi pezzi insieme, perché la sala ha limiti di consegna giornaliera e si finisce per avere sul tavolo materiale che non si riesce a leggere. Il terzo è confondere l'archivio con il museo e presentarsi alla biglietteria del Vittoriano chiedendo della sala di studio: sono due catene di comando diverse e il personale della biglietteria non ha competenza sull'archivio. Il quarto, il più frequente, è pensare che il Risorgimento sia un argomento esaurito. Non lo è affatto: interi filoni, dalla storia delle donne patriote alla storia sociale del volontariato, dalla circolazione internazionale delle idee alla dimensione religiosa del processo unitario, hanno ancora fondi interi da esplorare in questo archivio.

Il consiglio che ti do per visitare Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Il consiglio è di smettere di considerarlo una visita e cominciare a considerarlo un appuntamento. Chi arriva al Vittoriano con l'idea di "visitare l'Istituto" esce insoddisfatto, perché non c'è nulla da visitare: gli uffici sono uffici, la sala di studio è una sala di studio, e il percorso espositivo appartiene al museo. Chi arriva invece con una domanda scritta su un foglio, un fondo individuato e un appuntamento confermato, esce con una giornata di lavoro alle spalle e con l'impressione, giustissima, di aver toccato la storia d'Italia con le mani.

La sequenza che consiglio a chiunque, studente o appassionato, è questa. Primo passo, a casa: naviga la sezione dell'archivio online sul sito ufficiale e scarica la guida ai fondi, che è un documento corposo e ben fatto. Secondo passo: individua due o tre fondi pertinenti alla tua ricerca e annota le segnature. Terzo passo: scrivi alla segreteria spiegando in cinque righe chi sei, che cosa cerchi e che cosa vorresti consultare, e chiedi un appuntamento indicando due o tre date alternative. Quarto passo: mentre aspetti la risposta, leggi almeno un saggio recente sull'argomento, così da non arrivare digiuno di bibliografia. Quinto passo: presentati puntuale la mattina, con documento e matita.

Un consiglio in più, per chi viene da fuori e vuole far fruttare il viaggio. Piazza Venezia è un punto di partenza formidabile per una giornata risorgimentale vera. La mattina in archivio, il pomeriggio al Museo Centrale del Risorgimento per vedere gli oggetti, e se resta tempo una salita al Gianicolo fino al Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, che racconta il 1849 nel luogo esatto in cui si combatté. Tre tappe, tre registri diversi sullo stesso tema: il documento, l'oggetto, il territorio. È il modo migliore che conosco per capire questo periodo, e vale per un adulto quanto per un ragazzo delle superiori.

Ultima raccomandazione, che riguarda le aspettative. Non chiedere all'archivio quello che l'archivio non può darti. Se cerchi una risposta secca del tipo "il mio bisnonno era con i Mille?", metti in conto che l'elenco dei volontari della spedizione ha una storia editoriale complicata e che l'identificazione richiede lavoro su più fonti. Se invece cerchi il contesto, le lettere, la mentalità, il linguaggio, questo è il posto giusto e ne uscirai con più di quanto sperassi.

Le pubblicazioni dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Un ente di ricerca si giudica da quello che pubblica, e su questo terreno l'Istituto ha una storia rispettabile e lunga più di un secolo.

La Rassegna storica del Risorgimento, la rivista dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

La rivista dell'ente esce dal 1914 con il titolo di Rassegna storica del Risorgimento, nata come organo della Società Nazionale per la storia del Risorgimento italiano e passata poi all'Istituto. È una delle riviste storiche italiane più antiche ancora in vita, ha cadenza periodica regolare e pubblica saggi, edizioni di documenti, note critiche, recensioni e una rassegna bibliografica che per gli studiosi del settore funziona da bollettino di aggiornamento. L'archivio delle annate storiche è consultabile in biblioteca e, per una parte, in rete attraverso le raccolte digitali pubbliche.

Se dovessi indicare a uno studente un solo strumento per capire lo stato dell'arte su un tema risorgimentale, indicherei l'indice per annate di questa rivista. Cento e passa anni di fascicoli sono la mappa completa di come è cambiata l'interpretazione del Risorgimento: dalla lettura patriottica e celebrativa degli anni Dieci alla rilettura nazionalista degli anni Trenta, dal revisionismo del dopoguerra alla storia sociale, fino agli approcci più recenti sul genere, sulle emozioni politiche e sulle reti transnazionali. Un secolo di storiografia in un unico scaffale.

Le collane dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Accanto alla rivista l'ente pubblica una serie di collane che compongono la sua Biblioteca Scientifica. Le linee editoriali storiche sono gli Atti dei congressi, che raccolgono i lavori dei convegni nazionali; le Fonti, dedicate alle edizioni critiche di documenti; le Memorie, che ospitano monografie e studi; una collana di taglio internazionale con testi in più lingue; e i Repertori, cioè strumenti di consultazione, indici, bibliografie, censimenti. È l'armamentario classico di un istituto storico nazionale: il congresso produce gli atti, la ricerca produce le memorie, l'archivio produce le fonti e i repertori.

Le Fonti sono, per un ricercatore, la collana che conta di più. Pubblicare una fonte in edizione critica significa trascriverla integralmente, collazionare i testimoni, annotare i nomi e i riferimenti, ricostruire il contesto: un lavoro lentissimo e poco gratificante che però mette a disposizione della comunità scientifica un materiale altrimenti accessibile solo a chi può venire fisicamente a Roma. È la funzione pubblica più alta di un ente come questo.

L'Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi

L'impresa editoriale più impegnativa dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano è l'Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, un progetto che raccoglie in serie l'intera produzione scritta del generale: le memorie, i romanzi, gli scritti politici e soprattutto l'epistolario, che è la parte più voluminosa e più utile. La serie ha superato la ventina di tomi e prosegue ancora oggi, con volumi recenti disponibili anche attraverso la libreria dell'ente.

Sull'epistolario garibaldino vale la pena spendere due parole, perché è un caso di studio. Garibaldi scriveva moltissimo, a chiunque, in un italiano personale e in un francese approssimativo, e le sue lettere si sono disperse in centinaia di collezioni pubbliche e private in tutto il mondo. Ricostruire il corpus ha significato censire, richiedere, trascrivere e datare migliaia di documenti sparsi fra Roma, Genova, Caprera, Montevideo, Londra e New York. Il risultato restituisce un personaggio molto diverso da quello dei monumenti: pratico, ostinato, spesso irritato, attentissimo al denaro e alla logistica, capace di passare dalla strategia militare alla richiesta di un paio di stivali nella stessa pagina. I volumi dell'Edizione Nazionale sono in parte disponibili anche nella biblioteca digitale dell'ente, ed è la lettura che consiglio a chiunque pensi di conoscere già Garibaldi perché ne ha visto la statua al Gianicolo.

La libreria e le pubblicazioni in vendita

Il sito ufficiale ospita una libreria in rete dalla quale si acquistano i volumi delle collane e i numeri della rivista, con una sezione dedicata alla Biblioteca del Risorgimento. Per chi costruisce una bibliografia è il canale più diretto: molte di queste edizioni non passano dalla distribuzione libraria commerciale e nelle librerie generaliste non si trovano.

I congressi e i convegni dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

La terza gamba dell'attività, dopo l'archivio e le pubblicazioni, è l'organizzazione scientifica. L'ente promuove un congresso nazionale con cadenza regolare, tradizionalmente biennale, ospitato ogni volta in una città diversa e affidato alla collaborazione del comitato territoriale locale. La formula è antica e funziona: porta gli studiosi nei luoghi di cui si parla, coinvolge le istituzioni cittadine, produce un volume di atti che resta.

Il congresso nazionale, da Milano 1906 a oggi

La serie parte dal congresso milanese del 1906, che coincide con la fondazione della Società, e prosegue senza interruzioni salvo le parentesi belliche. Il sessantesimo si tenne a Rieti nell'ottobre del 2000 e fu dedicato a un bilancio di cento anni di storiografia sul Risorgimento; il volume degli atti, pubblicato a Roma nel 2002, contiene fra l'altro un saggio dedicato proprio all'organizzazione degli studi storici in Italia che è la lettura di riferimento per capire come funzionano questi enti. Sono più di cento anni di congressi: una continuità che in Italia hanno pochissime istituzioni culturali.

Convegni, mostre itineranti e premi

L'attività corrente è fatta di iniziative più agili. Il calendario recente comprende convegni monografici, fra cui uno dedicato al rapporto fra Giovanni Gentile e il Risorgimento, che è argomento delicato e interessante proprio perché Gentile fu presidente del Comitato Nazionale negli anni Trenta; mostre itineranti portate nelle città sedi di comitato, come quella dedicata alla presenza femminile nella storia nazionale, ospitata anche a Rieti; e un premio nazionale intitolato al Risorgimento, giunto alla terza edizione, che serve a intercettare ricerche giovani. C'è poi l'attività di acquisizione, che continua: fra le entrate recenti nelle collezioni figura un raro album legato alla Società Nazionale Dante Alighieri.

La mia opinione su questo capitolo è netta: la parte convegnistica di questo ente è meglio della sua comunicazione. Le iniziative ci sono, sono serie e sono quasi sempre gratuite, ma vengono annunciate su canali che il pubblico non frequenta. Se ti interessa la materia, la cosa da fare è iscriversi alla sezione delle notizie del sito ufficiale e controllarla ogni tanto: le presentazioni di volumi e i seminari si tengono spesso in sale del complesso del Vittoriano che nessun turista vedrà mai.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che il Vittoriano ospita il Museo Centrale del Risorgimento. Quasi nessuno collega quel museo al fatto che l'edificio nacque proprio per contenerlo. Quando nel 1878 morì Vittorio Emanuele II e il Parlamento decise di dedicargli un monumento a Roma, il programma non prevedeva soltanto una statua equestre e una scalinata: prevedeva un luogo della memoria nazionale, e dentro quel luogo doveva trovare posto la raccolta dei documenti e dei cimeli del processo unitario. Il monumento e l'istituzione scientifica nascono dalla stessa idea, a pochi decenni di distanza, e la coincidenza cronologica lo dimostra: il Vittoriano viene inaugurato nel 1911 per il cinquantenario dell'Unità, il Comitato Nazionale e la Società Nazionale nascono nel 1906, in piena preparazione di quell'anniversario.

Il fatto poco citato, quindi, è questo: l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano non è un inquilino capitato per caso dentro un monumento. È la parte scientifica di un progetto che aveva una parte monumentale e una parte documentaria, pensate insieme. Il marmo botticino di Brescia serviva a celebrare; le carte servivano a dimostrare. Che poi la parte celebrativa abbia divorato l'attenzione del pubblico e la parte documentaria sia finita in penombra è un'altra storia, molto italiana.

Vale la pena aggiungere un dettaglio amministrativo che chiude il cerchio. I locali del Vittoriano, quelli del museo e quelli dell'archivio sono beni demaniali conferiti in uso all'ente: l'Istituto non possiede l'immobile, lo utilizza. Questo spiega perché nel corso degli anni gli spazi disponibili per l'archivio e per la sala di studio siano cambiati più volte, e perché la convivenza fra le funzioni scientifiche e le funzioni espositive e turistiche del complesso abbia prodotto tensioni ricorrenti. Chi conosce l'edificio sa che, negli ultimi vent'anni, la vocazione a grande contenitore di mostre temporanee ha compresso più di una volta gli spazi della ricerca. È il genere di conflitto che non finisce mai su un giornale e che decide la vita quotidiana di chi in quegli spazi lavora.

Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e Museo Centrale del Risorgimento: che differenza c'è

È la domanda che mi fanno più spesso davanti alla scalinata, e merita una risposta ordinata.

Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e museo: due funzioni, un solo edificio

L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano è l'ente: persona giuridica pubblica, vigilata dal Ministero della Cultura, dotata di statuto, organi, soci, bilancio, archivio, biblioteca e attività editoriale. Il Museo Centrale del Risorgimento è il suo museo: il percorso espositivo che rende visibili al pubblico una selezione delle collezioni. L'uno è la struttura, l'altro il servizio al pubblico. Un paragone che uso spesso con i gruppi: l'ente è l'editore, il museo è la vetrina della libreria. Nella pratica, poi, il museo si visita insieme al resto del complesso monumentale con il biglietto unico del circuito che gestisce il Vittoriano e Palazzo Venezia, mentre l'archivio e la biblioteca dell'ente si consultano gratuitamente su appuntamento. Due porte, due logiche, due pubblici.

Che cosa vedi al museo e che cosa trovi in archivio

Al museo vedi gli oggetti: bandiere, armi, uniformi, cimeli garibaldini, opere d'arte, documenti esposti in vetrina, apparati multimediali. Il percorso è tematico e cronologico, e va dall'età napoleonica alla prima guerra mondiale. In archivio non vedi nulla di tutto questo: chiedi una busta, ti viene consegnata, la apri e leggi carte manoscritte. Il museo ti dà l'immagine complessiva; l'archivio ti dà la prova documentaria e, quasi sempre, ti complica il quadro che il museo ti aveva semplificato. Per me è la combinazione ideale, ed è il motivo per cui consiglio sempre di fare le due cose nella stessa giornata, in quest'ordine: prima le carte, poi gli oggetti. Chi fa il contrario tende a leggere i documenti cercandovi conferme di quello che ha già visto.

E il resto del complesso

Il biglietto del circuito comprende anche gli altri ambienti del monumento e il museo di Palazzo Venezia, dall'altro lato della piazza. Se vuoi approfondire le singole parti, trovi le pagine dedicate all'Altare della Patria, all'Ala Brasini del Vittoriano e al Museo Nazionale del Palazzo Venezia. Sono quattro esperienze molto diverse dentro un raggio di duecento metri, e la stanchezza si accumula più in fretta di quanto si creda: mettere tutto in un pomeriggio è un errore classico.

Il Vittoriano come contenitore dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Sacconi, il cantiere, la forma dell'edificio

Il monumento nasce da un concorso internazionale vinto dall'architetto marchigiano Giuseppe Sacconi, e il cantiere impegna la città per oltre un quarto di secolo, dalla posa della prima pietra all'inaugurazione del 1911, con lavori di completamento che proseguono per decenni. Per aprire lo spazio si demolisce un intero pezzo di città medievale e rinascimentale sul fianco settentrionale del Campidoglio, operazione che all'epoca suscitò proteste e che oggi verrebbe considerata inammissibile. Il risultato è un edificio che i romani hanno chiamato per un secolo con soprannomi poco affettuosi e che, visto dall'alto della terrazza, si rivela per quello che è: una macchina scenografica costruita per essere guardata da lontano.

Dentro quella macchina ci sono ambienti che il pubblico non immagina: depositi, uffici, sale di consultazione, laboratori. La parte museale ne occupa una porzione; l'ente scientifico un'altra. L'Ala Brasini, costruita successivamente su progetto di Armando Brasini sul fianco verso i Fori, è oggi lo spazio delle grandi mostre temporanee e ha una storia edilizia autonoma rispetto al corpo sacconiano.

Perché l'ente è finito qui

La collocazione nel monumento nazionale non fu una scelta logistica: fu una dichiarazione di intenti. Mettere l'archivio del Risorgimento dentro il monumento al primo re d'Italia significava affermare che la memoria documentaria e la memoria monumentale erano la stessa cosa. Nel bene e nel male, quella scelta ha condizionato tutto il resto: ha garantito all'ente una sede prestigiosa e gratuita, e gli ha imposto la convivenza con un flusso turistico che non ha alcun interesse per la ricerca storica. Chi lavora in quella sala di studio sente, attraverso i muri, il rumore delle scolaresche sulla scalinata. È un contrasto che, ogni volta che ci entro, mi diverte e mi fa riflettere.

Museo centrale del Risorgimento di Roma
Museo centrale del Risorgimento di Roma

La foto giusta da fare a Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Comincio con una premessa che vale per tutti gli archivi del mondo: dentro la sala di studio non si fotografa liberamente. La riproduzione dei documenti richiede autorizzazione, dipende dallo stato di conservazione del pezzo e va concordata in anticipo. Quindi la fotografia da portare a casa non la fai sulla carta ottocentesca: la fai fuori, e ci sono tre inquadrature che secondo me valgono il viaggio.

La prima è la meno ovvia e la preferisco a tutte. Non fotografare il Vittoriano dalla piazza, dove lo fanno diecimila persone al giorno con lo stesso identico risultato. Sali sulla scalinata dell'Ara Coeli, quella lunghissima e ripida che porta alla basilica di Santa Maria in Aracoeli, fermati a metà, girati e inquadra il fianco del monumento in diagonale. Ottieni una prospettiva radente che mostra la stratificazione delle colonne e, con la luce del tardo pomeriggio, un marmo che vira sull'oro. È la faccia dell'edificio dietro la quale lavorano l'archivio e la biblioteca, e quasi nessuno la fotografa.

La seconda inquadratura è dall'interno, dalla terrazza panoramica che si raggiunge con l'ascensore: da lassù, verso sud, si compone in un solo fotogramma la sequenza che spiega Roma meglio di qualunque didascalia, con il Campidoglio in primo piano, i Fori Imperiali al centro e il Colosseo sullo sfondo. Vai nell'ultima ora di apertura, quando la luce radente stacca i piani; il venerdì, con il prolungamento serale, si arriva fino al buio e la città si accende sotto di te. È l'unico caso in cui accetto di consigliare un punto panoramico affollato: qui l'affollamento è ripagato.

La terza è un dettaglio, e i dettagli sono quello che distingue una fotografia di viaggio da una cartolina. Cerca le targhe, le iscrizioni e le insegne di servizio del complesso, quelle che indicano gli uffici, l'archivio, la biblioteca. Una porta di servizio con una targa in ottone dentro un monumento nazionale racconta esattamente la doppia natura di questo luogo: dove il turista vede retorica, qui si lavora. Se poi capiti in una giornata di convegno e trovi il manifesto affisso all'ingresso, quella è la fotografia migliore di tutte, perché documenta un'istituzione viva e non un fondale.

Una nota tecnica, da chi ci porta gente da vent'anni: la piazza è quasi sempre in controluce nelle ore centrali e il marmo bianco brucia le alte luci. Se hai una macchina fotografica, sottoesponi di uno stop; se hai il telefono, tocca il punto più luminoso dello schermo per bloccare l'esposizione. E se vuoi il monumento senza folla, l'unico momento possibile è la prima mezz'ora del mattino.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Questo luogo ha una doppia cronologia: quella del monumento, che è pubblica e clamorosa, e quella dell'istituzione scientifica, che è silenziosa e altrettanto densa. Vale la pena tenerle insieme.

1878. Alla morte di Vittorio Emanuele II il Parlamento delibera l'erezione di un monumento nazionale a Roma. È l'atto che genera l'intero complesso e, indirettamente, la futura sede dell'ente.

Maggio 1906. Il Regio Decreto 17 maggio, numero 212, istituisce il Comitato Nazionale per la storia del Risorgimento, con il compito di raccogliere, preparare e ordinare documenti, libri e memorie del processo unitario. Alla presidenza va Giuseppe Biancheri, presidente della Camera dei deputati.

9 novembre 1906. A Milano nasce la Società Nazionale per la storia del Risorgimento, ente privato in forma associativa, presieduto da Bassano Gabba. Nello stesso anno si tiene il primo congresso di storia del Risorgimento italiano, che fonda la disciplina come campo di studi organizzato.

1911. Inaugurazione del Vittoriano per il cinquantenario dell'Unità. Il monumento entra in funzione come luogo simbolico della nazione e, progressivamente, come contenitore delle raccolte risorgimentali.

1914. Esce il primo fascicolo della Rassegna storica del Risorgimento, organo della Società Nazionale. La rivista attraverserà indenne due guerre mondiali, un regime, una repubblica e più di un secolo di dibattito storiografico.

1915-1932. Paolo Boselli presiede il Comitato Nazionale per diciassette anni, compreso il periodo in cui è capo del governo italiano durante la Grande Guerra. È il momento in cui la memoria risorgimentale viene ufficialmente saldata all'interventismo e alla guerra in corso.

1933-1934. Giovanni Gentile assume la presidenza del Comitato Nazionale, mentre alla Società arriva Cesare Maria de Vecchi. È la fase in cui il regime prende il controllo diretto della gestione della memoria nazionale.

20 giugno 1935. Un regio decreto trasforma la denominazione della Società Nazionale in Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Il nuovo organismo eredita il patrimonio documentario e artistico delle due istituzioni precedenti e ne conserva la forma associativa. È l'atto di nascita dell'ente nella configurazione attuale.

1944. Con la caduta del regime la presidenza passa a un commissario, e la scelta cade su Gaetano De Sanctis, grande storico dell'antichità che aveva rifiutato il giuramento di fedeltà al fascismo nel 1931. È un cambio di segno preciso: l'ente viene affidato a uno dei pochissimi accademici italiani che avevano detto no. De Sanctis resterà in carica fino al 1951.

1952-1983. Trentun anni di presidenza di Alberto Maria Ghisalberti. È la stagione più lunga e più fertile: si consolidano le collane, si sistemano gli archivi, si costruisce la rete dei comitati, si forma una generazione di studiosi. Chi conosce la materia sa che l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano che vediamo oggi è in larga parte opera sua.

1983-1995. La presidenza di Emilia Morelli. Una donna alla guida di un istituto storico nazionale, negli anni Ottanta, era una rarità assoluta nel panorama accademico italiano, e Morelli era una mazziniana di prim'ordine.

1995-2010. Presidenza di Giuseppe Talamo, che porta l'ente attraverso il passaggio di secolo e la riapertura del museo.

2001. Riapre al pubblico il Museo Centrale del Risorgimento dopo un lungo periodo di chiusura. Il Vittoriano, negli stessi anni, viene riaperto integralmente ai visitatori e diventa sede di grandi mostre.

2010-2017. Presidenza di Romano Ugolini, che copre le celebrazioni del centocinquantenario dell'Unità.

2011. Per i centocinquant'anni dell'Unità il museo viene riallestito nella configurazione che si vede oggi, con opere, cimeli, filmati d'epoca e percorsi sonori costruiti su brani ottocenteschi. È l'ultimo grande intervento espositivo sulle collezioni.

2017-2024. Una lunga stagione irregolare, segnata da commissariamenti e da avvicendamenti rapidi al vertice: un commissario straordinario dal 2017 al 2020, una presidenza dal gennaio 2021 al febbraio 2022, un nuovo commissariamento, e infine la nomina di Alessandro Campi, prima come commissario e poi, dal 22 febbraio 2024, alla guida ordinaria dell'ente. Sette anni di governance provvisoria sono tanti per qualunque istituzione, e si sono visti sulla continuità delle attività.

Fine 2023. Viene approvato il nuovo statuto, che ridisegna i compiti e riorganizza la rete territoriale sostituendo la vecchia articolazione provinciale con comitati coincidenti con una o più province o con le città metropolitane.

Anni recenti. Apre la biblioteca digitale dell'ente, che mette in rete volumi delle collane e materiali d'epoca; si avvia un premio nazionale dedicato al Risorgimento, arrivato alla terza edizione; continuano le acquisizioni, fra cui un raro album legato alla Società Nazionale Dante Alighieri; proseguono convegni e mostre itineranti nelle città dei comitati.

Chi è passato da Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Un ente di ricerca non ha visitatori illustri nel senso turistico del termine: ha una genealogia di persone che lo hanno diretto, frequentato, alimentato con le proprie carte. Ed è un elenco che, letto per intero, racconta un secolo di vita intellettuale e politica italiana.

Giuseppe Biancheri, primo presidente del Comitato Nazionale nel 1906, era stato più volte presidente della Camera dei deputati: un uomo del Risorgimento vero, entrato in Parlamento nel Regno di Sardegna. Gaspare Finali, che gli succede, aveva fatto in tempo a essere ministro con la Destra storica ed era stato segretario di Marco Minghetti.

Paolo Boselli è il nome più pesante della prima fase. Presidente del Comitato dal 1915 al 1932, fu presidente del Consiglio dei ministri dal giugno 1916 all'ottobre 1917, cioè negli anni più duri della Grande Guerra, e morì quasi centenario nel 1932. Che l'uomo che guidava il governo italiano durante la guerra presiedesse contemporaneamente l'ente incaricato di scrivere la storia del Risorgimento dice molto sul rapporto fra potere e memoria in quegli anni.

Giovanni Gentile, presidente del Comitato Nazionale nel 1933 e 1934, è il filosofo del fascismo, il riformatore della scuola italiana, l'organizzatore dell'Enciclopedia Italiana. Il suo rapporto con la storiografia risorgimentale è tuttora oggetto di studio, tanto che l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano gli ha dedicato di recente un convegno specifico.

Cesare Maria de Vecchi, primo presidente dell'ente unificato dal 1935 al 1943, era quadrumviro della marcia su Roma e ministro dell'educazione nazionale. La sua gestione coincide con la fase in cui il Risorgimento viene riletto in chiave di premessa del regime.

Gaetano De Sanctis, commissario dal 1944 al 1951, è la figura moralmente più alta di questa serie. Storico dell'antichità di statura europea, autore della monumentale Storia dei Romani, fu uno degli undici professori universitari italiani che nel 1931 rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo, perdendo la cattedra. Affidargli l'Istituto dopo la guerra fu un gesto di riparazione e insieme una scelta di metodo.

Alberto Maria Ghisalberti guida l'ente dal 1952 al 1983: trentun anni. È lo studioso che ha costruito il Risorgimento come disciplina accademica moderna in Italia, e il suo nome ricorre in tutta la bibliografia del settore. Chiunque abbia studiato questa materia in università lo ha incontrato.

Emilia Morelli, presidente dal 1983 al 1995, è stata una delle maggiori studiose italiane di Giuseppe Mazzini e ha lavorato per decenni sulle sue carte. Giuseppe Talamo, dal 1995 al 2010, storico dell'Ottocento e del giornalismo politico, ha traghettato l'ente nel nuovo secolo. Romano Ugolini, dal 2010 al 2017, ha guidato l'istituzione durante il centocinquantenario. Alla direzione attuale, dal 2024, siede Alessandro Campi, politologo e docente universitario.

Accanto ai vertici ci sono i donatori, che meriterebbero un elenco a parte. I fondi dell'archivio portano i nomi di famiglie che hanno scelto di consegnare allo Stato le carte dei propri antenati: gli Amat, con le carte del cardinale Luigi Amat di San Filippo; i discendenti di Giacinto Albini, l'organizzatore dell'insurrezione lucana del 1860; gli Ademollo; Rinaldo Andreini con la sua raccolta di manoscritti. Nessuno di loro è famoso quanto i personaggi delle sale del museo, ma senza quei gesti privati questo archivio non esisterebbe.

E poi ci sono le migliaia di ricercatori che in novant'anni hanno consumato le loro giornate su quei tavoli. È un passaggio meno spettacolare di quello di un re o di un dittatore, ma è quello che dà senso all'edificio.

A chi serve davvero l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano per studenti e tesisti

È il pubblico ideale. Una tesi di laurea magistrale su un tema ottocentesco fatta su fonti inedite di questo archivio vale, in sede di discussione, il doppio di una tesi compilativa. Il suggerimento operativo è di scegliere un fondo piccolo e non ancora sfruttato, magari un archivio familiare di provincia, e di lavorarlo per intero: si ottiene una ricerca originale con uno sforzo compatibile con i tempi universitari. Andare a cercare l'ennesima lettura di Cavour o di Mazzini, al contrario, significa competere con una bibliografia sterminata.

Ricercatori, dottorandi, professionisti

Per chi fa ricerca strutturata l'Istituto è una tappa quasi inevitabile. La combinazione fra archivio privato, biblioteca specialistica e raccolta iconografica nello stesso edificio permette di chiudere in pochi giorni ricerche che altrove richiederebbero tre sedi diverse. Chi cura mostre, poi, trova qui immagini e documenti in numero sufficiente a costruire un intero percorso espositivo, con il vantaggio non piccolo di avere un unico interlocutore per i diritti di riproduzione.

Appassionati, collezionisti, genealogisti

Il pubblico degli appassionati è benvenuto se arriva preparato. Chi colleziona cartoline, medaglie, stampe o autografi ottocenteschi trova nell'archivio i termini di confronto per datare e attribuire i propri pezzi. Chi cerca un antenato deve invece regolare le aspettative: questo non è un archivio anagrafico e non sostituisce gli archivi di Stato, le parrocchie o l'archivio militare. Può però restituire il contesto e, con fortuna, il nome in una lista o in una lettera.

Insegnanti e scuole

Per una classe di scuola superiore la combinazione più efficace è la visita al museo abbinata a un laboratorio sui documenti, quando l'ente lo propone. Il complesso dispone di una sala didattica e di servizi per i gruppi. Il valore formativo, per un ragazzo di diciassette anni, è enorme: vedere che la storia sui libri nasce da fogli scritti a mano, spesso in una grafia difficile da decifrare, cambia il rapporto con la materia più di dieci lezioni frontali.

Che cosa c'è intorno all'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

A dieci minuti a piedi dall'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

La posizione è la più centrale che si possa immaginare. Salendo la cordonata si arriva in piazza del Campidoglio e ai Musei Capitolini. Sull'altro lato, la scalinata dell'Ara Coeli porta a Santa Maria in Aracoeli, che conserva il Bambinello e la cappella Bufalini affrescata dal Pinturicchio. Scendendo verso i Fori si incontrano il Carcere Mamertino e la chiesa di San Pietro in Carcere, poi il Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano. Verso Corso Vittorio si arriva in pochi minuti a Largo Argentina e alla Crypta Balbi. A duecento metri, sul Corso, c'è la Galleria Doria Pamphilj, che è la collezione privata più bella di Roma.

Per restare in tema risorgimentale

Chi vuole prolungare il filo dell'Ottocento ha due mete obbligate oltre il museo del Vittoriano. La prima è il Museo Napoleonico, a Palazzo Primoli, che racconta la Roma dei Bonaparte e la fase napoleonica da cui tutto comincia. La seconda è il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina a Porta San Pancrazio, sul Gianicolo, dove si combatté nel 1849. Per chi ha interessi più specialistici esiste anche il Museo storico e Archivio di Fiume, che documenta una vicenda di primo Novecento strettamente legata alla cultura nazionalista uscita dal Risorgimento.

Dove fermarsi fra una consultazione e l'altra

Piazza Venezia è circondata da locali tarati sul turismo di passaggio, con i prezzi che ne conseguono. Il consiglio che do sempre è di allontanarsi di trecento metri: verso via dei Funari e il Ghetto, oppure verso via del Gesù e piazza della Minerva, si trovano bar normali a prezzi normali. Il complesso monumentale dispone di una caffetteria interna, comoda per chi non vuole uscire e rientrare, e di un bookshop.

Quando andare all'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e quando evitarlo

Per la sala di studio la stagione migliore è l'autunno, da fine settembre a dicembre: l'anno accademico è cominciato, il personale è al completo, la sala non è ancora affollata dai tesisti di primavera. Da evitare agosto, che è il mese di chiusura annuale, e la seconda metà di luglio, quando le attività si diradano. Anche la settimana intorno al 17 marzo, anniversario dell'Unità, e i giorni del 2 giugno e del 4 novembre sono complicati: il monumento entra in regime di cerimonia, l'area viene chiusa per motivi di sicurezza e l'accesso agli uffici diventa problematico.

Per il museo e per il complesso, invece, il momento buono è la prima ora del mattino o la fascia serale del venerdì. La prima domenica del mese si entra gratis, e proprio per questo è il giorno peggiore per chi cerca una visita tranquilla: le sale si riempiono e la coda alla terrazza si allunga. Se hai poco tempo e non hai vincoli di budget, paga il biglietto in un giorno feriale.

Accessibilità dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Il complesso del Vittoriano dispone di ascensori e di servizi di assistenza per i visitatori con disabilità, e l'ingresso al museo è gratuito per le persone con disabilità. Il monumento resta però un edificio del primo Novecento pieno di dislivelli, scalinate e percorsi lunghi: chi ha difficoltà motorie faccia bene i conti con le distanze interne e chieda in anticipo il percorso accessibile. Per l'accesso alla sala di studio e alla biblioteca conviene segnalare le proprie esigenze già nella richiesta di appuntamento, così che il personale possa indicare l'ingresso più comodo e organizzare la consegna del materiale. La struttura è piccola e, nella mia esperienza con questo genere di istituti, la flessibilità del personale conta più della segnaletica.

Domande veloci su Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano si può visitare?

Non come si visita un museo. È un ente di ricerca: si accede all'archivio e alla biblioteca su appuntamento e per motivi di studio. Il percorso aperto al pubblico è quello del Museo Centrale del Risorgimento, che si visita con il biglietto del complesso.

Quanto costa entrare all'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano?

La consultazione dell'archivio e della biblioteca è gratuita. Il biglietto serve invece per il museo e per il resto del complesso monumentale: intero 18 euro, ridotto 5 euro per i giovani maggiorenni fino a venticinque anni, gratuito sotto i diciotto anni e per le persone con disabilità.

Qual è l'indirizzo esatto dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano?

Complesso del Vittoriano, piazza Venezia, 00187 Roma. Non esiste un numero civico: il monumento occupa un intero isolato.

Che differenza c'è fra l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e il Museo Centrale del Risorgimento?

L'Istituto è l'ente pubblico di ricerca che possiede e governa le collezioni; il museo è il percorso espositivo che ne rende visibile una parte. Uno si consulta su appuntamento, l'altro si visita con il biglietto.

Come si prenota la sala di studio?

Scrivendo a istituto@risorgimento.it o telefonando alla sede, indicando chi si è, l'oggetto della ricerca e il materiale che interessa. La segreteria conferma giorno, orario e ingresso.

Quali sono gli orari dell'archivio e della biblioteca?

L'apertura è distribuita sui giorni feriali, con le mattine sempre disponibili e alcuni pomeriggi infrasettimanali; sabato e domenica sono chiusi e ad agosto c'è la chiusura annuale. Gli orari precisi vanno confermati con la segreteria al momento della prenotazione.

Serve essere universitari per consultare l'archivio?

No. Serve una motivazione di studio documentabile e una richiesta circostanziata. Anche un ricercatore indipendente o un appassionato con un progetto preciso viene ammesso.

Si possono fotografare i documenti?

La riproduzione è soggetta ad autorizzazione e dipende dallo stato di conservazione del pezzo e dall'uso che se ne intende fare. Va chiesta in anticipo, insieme alla prenotazione.

I libri della biblioteca si possono prendere in prestito?

No. Il prestito locale non è previsto: si consulta in sede. Sono disponibili la riproduzione entro i limiti del regolamento e l'informazione bibliografica del personale.

Quanti documenti conserva l'archivio dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano?

La guida ai fondi parla di circa un milione di documenti, dalla seconda metà del Settecento alla fine della prima guerra mondiale, ai quali si aggiungono circa ventimila fra stampe, incisioni e disegni e circa settantacinquemila fotografie.

Che tipo di libri contiene la biblioteca?

È una biblioteca specialistica di storia italiana, con il nucleo forte sul periodo compreso fra il 1796 e il 1870: circa venticinquemila volumi, oltre mille manoscritti e più di seicento testate di periodici, oltre a una consistente raccolta di stampe e fotografie.

Esiste una biblioteca digitale?

Sì. L'ente ha messo in rete una biblioteca digitale che rende consultabili volumi delle proprie collane e materiali d'epoca, accessibile dalla sezione dedicata del sito ufficiale.

Che cos'è la Rassegna storica del Risorgimento?

È la rivista scientifica dell'ente, pubblicata dal 1914. Ospita saggi, edizioni di documenti, note e recensioni, ed è uno dei periodici storici italiani più longevi.

Che cos'è l'Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi?

È il progetto editoriale che raccoglie in serie tutta la produzione scritta di Garibaldi, memorie, scritti politici ed epistolario. Ha superato la ventina di volumi ed è tuttora in corso.

Quanti comitati ha l'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano?

Sono decine, distribuiti in tutta Italia. Il nuovo statuto li definisce comitati territoriali coincidenti con una o più province oppure con le città metropolitane; l'elenco aggiornato è pubblicato sul sito ufficiale.

Come ci si associa?

Aderendo a un comitato territoriale o alla sede centrale, con domanda di ammissione e quota annuale. Modalità e importi sono indicati nella sezione dedicata del sito.

L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano è adatto ai bambini?

L'archivio no, il museo sì. Per i più piccoli funzionano bene le bandiere, le uniformi e i cimeli garibaldini; l'ascensore panoramico, poi, mette d'accordo tutti. Sotto i diciotto anni l'ingresso è gratuito.

Quanto tempo serve per la visita al museo?

Un'ora e mezza per il percorso espositivo se lo si guarda con attenzione, due ore abbondanti se si aggiungono la terrazza e gli altri ambienti del complesso. Per una giornata in archivio, invece, considera quattro o cinque ore utili.

Il biglietto quanto vale?

Il titolo di ingresso del circuito è valido sette giorni dalla data scelta e comprende il Vittoriano, il museo, il Museo Nazionale del Palazzo Venezia e le mostre temporanee in corso.

Si entra gratis la prima domenica del mese?

Sì, l'ingresso al museo è gratuito la prima domenica di ogni mese. Aspettati però parecchia gente e code all'ascensore panoramico.

Come si arriva all'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano con i mezzi pubblici?

Metropolitana linea B, fermata Colosseo, e dieci minuti a piedi lungo via dei Fori Imperiali; tram 8 con capolinea in piazza Venezia durante il giorno; molte linee di autobus sulla piazza e nelle vie limitrofe. Il cantiere della metro C sposta di frequente le fermate: controlla il giorno stesso.

Ci si può arrivare in auto?

Sconsigliato. L'area è dentro la zona a traffico limitato del centro storico e i parcheggi in superficie sono inesistenti. Se proprio devi, usa un parcheggio di scambio e prosegui con la metropolitana.

C'è il guardaroba?

Il complesso monumentale dispone dei servizi al pubblico tipici di un museo statale, fra cui bookshop e caffetteria. Per la sala di studio, borse e zaini non si portano al tavolo di consultazione: chiedi al personale dove lasciarli.

L'archivio è accessibile in sedia a rotelle?

Il complesso dispone di ascensori e di assistenza per i visitatori con disabilità. Per la sala di studio conviene segnalare le proprie esigenze già nella richiesta di appuntamento, così da concordare l'ingresso più comodo.

Si trova materiale sulla Grande Guerra?

Sì, e in abbondanza sul versante archivistico e fotografico, perché il perimetro dell'ente arriva fino al 1918. La biblioteca, invece, è più forte sul periodo precedente al 1870.

Che cosa conviene leggere prima di venire?

La guida ai fondi pubblicata dall'ente, per capire che cosa c'è; e almeno un saggio recente sul tema che ti interessa, per non arrivare senza bibliografia. Le annate della rivista dell'Istituto sono lo strumento migliore per orientarsi nella storiografia.

L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano organizza eventi aperti al pubblico?

Sì: convegni, presentazioni di volumi, mostre itineranti nelle città dei comitati e un premio nazionale dedicato alla materia. Le iniziative sono quasi sempre gratuite e vengono annunciate nella sezione delle notizie del sito ufficiale.

Chiudo con l'opinione che mi sono fatto in vent'anni di lavoro su questa città. Piazza Venezia è il luogo di Roma dove più si fatica a vedere quello che conta: il monumento è enorme, la retorica è ingombrante, il traffico distrae. Ma dentro quel marmo bianco lavora, con pochi soldi e poco clamore, una delle istituzioni culturali più serie del Paese, e chi si prende la briga di scrivere una mail, aspettare un appuntamento e sedersi a un tavolo con una matita in mano scopre un'Italia diversa da quella dei libri di testo: più incerta, più litigiosa, più umana. Se sei uno studente, non rimandare. Se sei un appassionato, prova a formulare una domanda seria e portala qui. Questo è uno dei pochissimi indirizzi romani dove la risposta arriva sotto forma di carta scritta a mano da qualcuno che quella storia l'ha vissuta davvero.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoL'istituto per la Storia del Risorgimento Italiano nel complesso del Vittoriano, ha sede nel Museo Centrale del Risorgimento che, oltre a ospitare collezioni permanenti, organizza anche mostre tematiche.
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IndirizzoPiazza Venezia, 00187 Roma RM, Italia 187
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