Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina occupa Porta San Pancrazio, a Largo di Porta San Pancrazio, 00153 Roma, sulla sommità del Gianicolo, nel punto in cui via Garibaldi finisce e comincia via di San Pancrazio. Ingresso gratuito. Orari: dal martedì al venerdì 10.00-14.00, sabato e domenica 10.00-18.00, chiuso il lunedì; il 24 e il 31 dicembre l'apertura è ridotta alle 10.00-14.00; chiusura annuale il 1 maggio e il 25 dicembre. L'ultimo ingresso è consentito un'ora prima della chiusura. Informazioni e prenotazioni al numero 060608, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Ci si arriva con l'autobus 115, la circolare del Gianicolo che ferma a Carini/San Pancrazio, oppure con l'870, che ha una fermata a piazza San Pancrazio; dal basso, il tram 8 e i bus di viale di Trastevere lasciano a piazza Sonnino, e da lì si sale a piedi per via Garibaldi in un quarto d'ora abbondante di salita vera. Non serve prenotare per la visita individuale; i gruppi tra le cinque e le venticinque persone prenotano al 060608, e la prenotazione è gratuita. La visita completa dei quattro livelli chiede tra i cinquanta minuti e l'ora e mezza, a seconda di quanti video si guardano per intero.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Se il programma della giornata comprende la salita al colle, conviene leggere prima la pagina dedicata al Gianicolo: il museo è il capitolo al chiuso di una passeggiata che all'aperto continua per due chilometri di busti, terrazze e monumenti. Il biglietto non esiste, la coda quasi mai, e il numero di romani che ci sono entrati almeno una volta resta imbarazzantemente basso.

Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina
Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Dove si trova e come si arriva al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

L'indirizzo è uno solo, Largo di Porta San Pancrazio, e ha il pregio di essere inequivocabile: il museo è dentro la porta, letteralmente. Non c'è un edificio accanto alla porta, non c'è un padiglione moderno costruito nel giardino. Si entra nel varco laterale del monumento seicentesco ricostruito nell'Ottocento e si sale per le scale ricavate nei due torrioni. Chi arriva dall'alto, cioè da piazzale Giuseppe Garibaldi, percorre trecento metri in leggera discesa lungo la passeggiata; chi arriva dal basso, da Trastevere, se li guadagna tutti con le gambe.

In autobus fino al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

La linea più comoda è la 115, una circolare piccola che parte da via Paola, sale per via del Gianicolo, tocca l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, passa per piazzale Garibaldi e scende per via Garibaldi verso viale di Trastevere: la fermata utile è quella di Carini/San Pancrazio, a una cinquantina di metri dalla porta. La frequenza dichiarata oscilla tra i nove e gli undici minuti nella fascia 7.00-22.00, ma il mezzo è piccolo e nelle ore di punta si riempie. La seconda linea è l'870, che ha capolinea al Trullo e termina a via Paola: serve piazza San Pancrazio e piazzale Garibaldi, e per chi viene da fuori centro è spesso la soluzione più diretta. Consiglio pratico di chi accompagna gruppi: se siete in più di dieci, l'autobus del Gianicolo non è una buona idea. Meglio salire a piedi in colonna da via Garibaldi, che è più lento ma prevedibile.

A piedi verso il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina da Trastevere e da San Pietro

Da piazza Trilussa si imbocca via Garibaldi e si sale con calma: quindici minuti buoni, con un dislivello che alla fine di una giornata di camminate si sente. Il percorso ripaga, perché attraversa esattamente il terreno dell'assedio del 1849. Si passa davanti alla chiesa di San Pietro in Montorio con il Tempietto di Bramante nel primo chiostro, si costeggia la Fontana dell'Acqua Paola, il Fontanone dei romani, e si arriva alla porta. Da San Pietro e dal Vaticano la salita comincia invece da piazza della Rovere e prosegue per via del Gianicolo: più lunga, meno ripida, con il vantaggio di sbucare al piazzale del monumento equestre. Da largo di Porta San Pancrazio, dall'altra parte, in dieci minuti si è all'ingresso di Villa Doria Pamphilj, che nel 1849 fu il campo di battaglia principale.

In auto, in taxi e con i mezzi turistici

Il Gianicolo non ha metropolitana e non l'avrà: il colle è un banco di argille e sabbie plioceniche pieno di cavità e di acqua, e la galleria che passa sotto la collina, il traforo Principe Amedeo Savoia Aosta, fu già un'impresa notevole nel 1902. In automobile si arriva, ma il parcheggio in zona è una lotteria: le strisce blu di via Carini e di via Dandolo sono quasi sempre occupate, e la sosta lungo la passeggiata è regolamentata. Il taxi arriva senza problemi fino al largo. I bus turistici scaricano di norma al piazzale Garibaldi, non davanti alla porta.

Quanto tempo serve per visitare il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Un'ora è la misura onesta per un visitatore che legga i pannelli principali e guardi per intero il video del salone al secondo piano. Chi si mette a leggere ogni bando, ogni proclama e ogni scheda biografica dei touch screen ci mette due ore e non se ne accorge. Chi entra con i bambini e punta al plastico interattivo del Gianicolo e alle animazioni della battaglia ne esce in quaranta minuti soddisfatto. La mia opinione, dopo averci portato decine di gruppi: il museo va visitato all'inizio della passeggiata, non alla fine. Uscire dalla porta con la cronologia dell'assedio ancora in testa e poi vedere il Vascello, i busti e il monumento equestre cambia completamente il senso della camminata. Il contrario, cioè arrivare al museo stanchi dopo due ore di sole, produce visite frettolose e cattivi ricordi.

Orari, ingresso e biglietti del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

L'ingresso è gratuito per tutti. Non è una promozione temporanea né un'apertura straordinaria: il museo appartiene al Sistema Musei di Roma Capitale e rientra tra le sedi civiche a ingresso libero. Le informazioni sull'accesso sono esposte in italiano e in inglese alla postazione di accoglienza, dove si ritira comunque il tagliando di ingresso: serve al conteggio dei visitatori, non al pagamento.

Gli orari settimanali del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Dal martedì al venerdì il museo apre alle 10.00 e chiude alle 14.00. Il sabato e la domenica l'orario si allunga fino alle 18.00, ed è la fascia in cui conviene andare se si vuole tempo davvero. Il lunedì è chiuso, come quasi tutte le sedi civiche romane. Chiusure annuali il 1 maggio e il 25 dicembre; il 24 e il 31 dicembre l'apertura si ferma alle 14.00. L'ultimo ingresso è consentito un'ora prima dell'orario di chiusura, il che nei giorni feriali significa che alle 13.00 l'accesso viene chiuso. È un dettaglio che manda a vuoto più visite di quante si immagini: chi arriva alle 13.20 di un mercoledì trova personale gentile e un cortese diniego. Per le aperture straordinarie e le eventuali variazioni il riferimento è la pagina degli avvisi del sito ufficiale, museodellarepubblicaromana.it.

La MIC card al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina e nel Sistema Musei

La MIC card costa 5 euro, vale dodici mesi e apre gratuitamente le sedi del Sistema Musei di Roma Capitale ai residenti, ai domiciliati e agli studenti universitari della città. Qui non serve, perché l'ingresso è già libero, ma serve eccome se si costruisce una giornata che comprende Musei Capitolini, Museo di Roma a Palazzo Braschi o Museo Napoleonico. La prima domenica di ogni mese le sedi civiche e le aree archeologiche comunali sono a ingresso gratuito per tutti: qui la differenza non si vede sul portafoglio, si vede sulla folla, perché le domeniche gratuite spingono al Gianicolo anche chi altrimenti non ci salirebbe.

Gruppi, scuole e visite accompagnate al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

I gruppi da cinque a venticinque persone accedono su prenotazione gratuita al numero 060608. Le scolaresche prenotano allo stesso modo, e il museo offre visite didattiche e laboratori: il programma comprende percorsi tematici, incontri per docenti e studenti universitari e itinerari accessibili come il viaggio sensoriale dedicato alla Repubblica Romana del 1849, pensato per chi visita con difficoltà visive. Le visite guidate in varie lingue si prenotano allo stesso numero e sono a pagamento; la visita individuale, invece, resta libera. Una raccomandazione da professionista: se accompagnate un gruppo scolastico, dividetelo in due. Il salone del secondo piano regge quaranta persone, le scale dei torrioni no.

Porta San Pancrazio, l'edificio che ospita il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

La sede non è un contenitore neutro. È il documento più grande della collezione, e va guardata da fuori prima di entrare. La porta ha due facce diverse, una rivolta verso la città e una verso la campagna, e la faccia esterna porta ancora incisa la retorica del potere che l'ha ricostruita.

Dalla porta Aurelia alle mura di Urbano VIII

Il varco più antico in questo punto del colle si chiamava porta Aurelia e apparteneva alla cinta delle Mura Aureliane, costruite tra il 271 e il 275 sotto l'imperatore Aureliano. Non occupava esattamente il sedime attuale: era leggermente arretrata rispetto alla porta di oggi, e da lì usciva la via Aurelia verso il litorale tirrenico e verso la Gallia. Il nome cambiò nel Medioevo per via del cimitero e della basilica di San Pancrazio, il ragazzo martire sepolto poco fuori, e la porta divenne per tutti quella di San Pancrazio. Nel 1643, durante la guerra di Castro, il varco fu teatro degli scontri tra le truppe pontificie e quelle granducali toscane.

La porta di Marcantonio De Rossi per Urbano VIII

Il salto di scala avviene con papa Urbano VIII Barberini, che tra il 1642 e il 1644 fece costruire una nuova cinta bastionata a difesa del Gianicolo e del Vaticano, le cosiddette mura gianicolensi o urbaniane. La porta seicentesca, ricostruita nel 1642 nel quadro di quelle fortificazioni, è attribuita a Marcantonio De Rossi e sostituì la vecchia porta romana spostandone leggermente la posizione. Le fonti del museo riferiscono per quel cantiere anche la data 1648: una di quelle piccole discordanze che nel Seicento romano capitano spesso, fra avvio dei lavori e collaudo finale. Quel che conta è la logica militare, e non è cambiata in duemila anni: da qui passa la strada che sale al punto più alto della riva destra, e chi tiene il Gianicolo domina Roma con l'artiglieria. Lo capirono i papi nel Seicento, lo capirono i francesi nel 1849, lo capirono i tedeschi nel 1943.

La ricostruzione di Virginio Vespignani, 1854-1857

Nel giugno del 1849 la porta seicentesca fu ridotta a un cumulo di macerie dall'artiglieria francese: era il bersaglio principale, perché dietro c'era la strada per il centro. Tornato a Roma nell'aprile del 1850, Pio IX affidò la ricostruzione a Virginio Vespignani, l'architetto che negli stessi anni lavorava alle basiliche romane e sarebbe diventato il progettista di fiducia della corte pontificia. Il cantiere si svolse tra il 1854 e il 1857. Vespignani non ricostruì la porta com'era: la reinventò in chiave neocinquecentesca, con un solo fornice, un bugnato severo, due corpi laterali e una dedica che celebra il pontefice restaurato. Il risultato è un monumento politico. Chi lo guarda dall'esterno, dalla parte di via di San Pancrazio, legge in pietra la vittoria della Restaurazione sulla Repubblica; chi lo guarda dall'interno, dalla parte di via Garibaldi, vede l'edificio che oggi racconta la Repubblica sconfitta. La mia opinione: pochi luoghi in Italia hanno un cortocircuito simbolico così netto, e nessuno lo dichiara con altrettanta discrezione.

Il restauro del Giubileo 2000 e la struttura che ospita il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

La porta fu restaurata integralmente in occasione del Giubileo del 2000. In quell'occasione venne inserito un corpo ascensore per superare le barriere architettoniche, mantenendo intatta l'immagine esterna del monumento. La struttura si compone di due corpi laterali che si sviluppano su quattro livelli, ciascuno con il proprio corpo scala, e di un salone centrale che collega i due corpi al secondo livello: è la ragione per cui il percorso del museo funziona come una spirale, salendo da una parte e scendendo dall'altra. Il grande intervento di recupero e valorizzazione per l'apertura museale, finanziato dall'Unità Tecnica di Missione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha comportato la pulitura delle facciate esterne e dei due prospetti interni e l'ampliamento della zona di rispetto esterna, per permettere ai visitatori di fermarsi senza avere le automobili addosso. L'importo dichiarato dei lavori è di 1.049.737 euro.

Come nasce il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

La vocazione museale della porta ha una storia lunga, e comincia molto prima del 2011.

1951: i veterani garibaldini prendono possesso della porta

Il 19 aprile 1951 l'Amministrazione comunale consegnò i locali di Porta San Pancrazio all'Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini. Era una scelta di continuità: negli stessi anni, sul Gianicolo, la memoria risorgimentale veniva riorganizzata attorno al Mausoleo Ossario inaugurato nel 1941. I veterani cominciarono l'ordinamento dei materiali e della documentazione che possedevano, cimeli, divise, fotografie, bandiere, con l'idea di farne un museo.

1976: il primo museo garibaldino a Porta San Pancrazio

Il museo aprì al pubblico nel 1976 con due sezioni. La prima riguardava la storia garibaldina risorgimentale, la seconda la storia e le vicende della Divisione italiana partigiana Garibaldi, l'unità formata in Montenegro nel 1943 dai reparti italiani che scelsero di combattere con i partigiani jugoslavi dopo l'armistizio. Quella doppia anima, Ottocento e Novecento, è sopravvissuta al riallestimento e continua a essere il tratto più originale del museo di oggi.

2011: nasce il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina per il centocinquantesimo dell'Unità

Il 17 marzo, al termine di un ampio intervento di recupero, il complesso monumentale di Porta San Pancrazio riaprì e con esso fu inaugurato il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina, entrato a far parte del Sistema Musei Civici di Roma Capitale. La data non è casuale: il 17 marzo 2011 cadeva il centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Regno d'Italia. Il progetto fu ideato dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale, dall'Unità Tecnica di Missione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, con la collaborazione dell'Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini, che ha mantenuto la propria sede nell'edificio, della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma e del Comitato Gianicolo. Se il tema del Risorgimento vi interessa oltre il singolo museo, il riferimento nazionale è l'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano con il Museo Centrale del Risorgimento al Vittoriano.

Chi ha progettato l'allestimento del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

L'allestimento porta la firma di Studio Next Urban Solution, che ha lavorato con la Sovraintendenza e con l'area progettazione di Zetema Progetto Cultura. La scelta dichiarata fu di puntare su tecnologie allora all'avanguardia, touch screen, schermi al plasma per proiezioni video, simulazioni di scene di battaglia, mantenendo invariate le caratteristiche architettoniche e storiche del monumento. Gli allestimenti multimediali furono realizzati da Infobyte, le opere edili e impiantistiche da Baglioni, gli allestimenti da Meloni Fabrizio, la grafica da Operaprima, la produzione video da Tetratkys, la creatività per la comunicazione da Signdesign. Vale la pena dirlo, perché il museo appartiene a una generazione precisa di musei italiani, quella del bicentenario e del centocinquantenario, in cui il video ha sostituito la vetrina come strumento narrativo principale. Chi si aspetta una collezione sterminata di reperti resta deluso; chi cerca un racconto costruito bene, con gli oggetti come punteggiatura, trova esattamente quel che cerca.

Il percorso di visita del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina, piano per piano

Il percorso espositivo si snoda lungo i quattro piani dell'edificio e racconta ambiente per ambiente le vicende della Repubblica Romana e della tradizione garibaldina. Busti, dipinti, incisioni e cimeli garibaldini, insieme ai plastici e a un apparato multimediale molto ricco, guidano il visitatore attraverso i luoghi, le date e i protagonisti. Le sezioni tematiche sono sei, e i loro titoli sono già un riassunto della vicenda: Moti del Quarantotto, Pio IX, Roma Repubblica venite, Eroi a vent'anni, L'assedio, La Costituzione. Poi si passa nell'altro corpo dell'edificio, dove la storia esce dal 1849 e arriva al Novecento.

Sala Moti del Quarantotto: l'Europa che si rivolta

La prima sezione colloca Roma dentro l'anno più agitato del secolo. Il 1848 comincia a Palermo il 12 gennaio, prosegue a Parigi in febbraio con la caduta di Luigi Filippo, esplode a Vienna e a Berlino in marzo, produce le Cinque Giornate di Milano dal 18 al 22 marzo e la sollevazione di Venezia con Daniele Manin. In pochi mesi quasi tutti i sovrani europei concedono una costituzione, e quasi tutti la ritirano entro un anno. Le incisioni e i bandi esposti in questa sezione servono a far capire una cosa che i manuali scolastici tendono a comprimere: la Repubblica Romana non fu un episodio isolato di fanatismo mazziniano, fu il capitolo romano di un movimento continentale. Guardate con attenzione i fogli a stampa. La tipografia era l'arma politica dell'epoca, e la velocità con cui i proclami venivano composti, stampati e affissi racconta della modernità di quella rivoluzione più di qualunque ritratto.

Sala Pio IX: il papa liberale che cambia idea

La seconda sezione affronta il personaggio più scomodo della storia, Giovanni Maria Mastai Ferretti, eletto papa il 16 giugno 1846 con il nome di Pio IX. I primi due anni del suo pontificato furono un'apertura vera: amnistia per i detenuti politici, consulta di Stato, riforma della stampa, guardia civica, e nel marzo del 1848 lo Statuto fondamentale per il governo temporale degli Stati della Chiesa. Fu un fenomeno europeo: si parlò di neoguelfismo, e in mezza Italia si gridava evviva Pio IX credendo che il papa si sarebbe messo alla testa dell'indipendenza nazionale. La rottura arriva con l'allocuzione del 29 aprile 1848, quando il pontefice dichiara di non poter muovere guerra all'Austria cattolica. Da quel momento la parabola precipita: il 15 novembre 1848 il ministro Pellegrino Rossi viene assassinato con una pugnalata alla gola sulla scalinata della Cancelleria, e nove giorni dopo il papa lascia Roma. La sezione fa quello che un museo civico deve fare, cioè spiegare la contraddizione senza appiattirla: lo stesso uomo che nel 1846 aprì le carceri politiche nel 1850 rimise in vigore la pena di morte e riportò gli ebrei nel ghetto.

La fuga a Gaeta raccontata al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

La fuga del 24 novembre 1848 è uno dei passaggi più romanzeschi dell'Ottocento italiano e il museo lo racconta con i documenti. Pio IX lasciò il Quirinale travestito da semplice sacerdote, con occhiali scuri, salì su una carrozza e raggiunse il territorio del Regno delle Due Sicilie, fermandosi a Gaeta sotto la protezione di Ferdinando II di Borbone. Da lì, il 1 gennaio 1849, lanciò la scomunica contro chi avesse partecipato alle elezioni per l'Assemblea Costituente. Il gesto ebbe due conseguenze opposte: privò la Repubblica di ogni legittimazione religiosa e nello stesso tempo la liberò dalla necessità di trattare. Il vuoto di potere lasciato dalla fuga è la premessa di tutto quello che segue, e chi visita il museo senza aver messo a fuoco questo punto rischia di leggere la Repubblica Romana come un colpo di mano. Non lo fu: fu il riempimento legale di un potere che si era autoescluso.

Sala Roma Repubblica venite: la nascita della Repubblica

Il titolo della sezione riprende il telegramma con cui Goffredo Mameli chiamò Giuseppe Mazzini a Roma il 9 febbraio 1849: tre parole, Roma, Repubblica, venite. Le elezioni per l'Assemblea Costituente si erano tenute il 21 e il 22 gennaio 1849 a suffragio universale maschile, con affluenza alta nonostante la scomunica papale, e avevano eletto centosettantanove Rappresentanti del popolo. L'Assemblea si riunì il 5 febbraio sotto la presidenza di Giuseppe Galletti, con Aurelio Saffi e Luigi Masi vicepresidenti. Nella notte fra l'8 e il 9 febbraio, all'una, si votò il decreto fondamentale: centodiciotto voti favorevoli, otto contrari, dodici astenuti. Il testo è secco e vale la pena ricordarlo per esteso: il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano; al pontefice sono garantite tutte le necessarie guarentigie per l'indipendenza nel suo potere spirituale; la forma di governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura, e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana. La proclamazione avvenne dal Campidoglio quella stessa mattina.

Il triumvirato di Mazzini, Saffi e Armellini al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Dopo la sconfitta piemontese di Novara del 23 marzo 1849, l'Assemblea affidò i pieni poteri a un triumvirato: Giuseppe Mazzini, deputato di Ferrara e di Roma, Aurelio Saffi, deputato di Forlì, e Carlo Armellini, deputato di Roma. Tre uomini molto diversi. Mazzini era il teorico e il capo morale, arrivato a Roma il 5 marzo dopo trent'anni di esilio, che si fece assegnare un alloggio modesto e uno stipendio da funzionario. Saffi, romagnolo, trentenne, era l'organizzatore e il ministro dell'Interno di fatto. Armellini era un avvocato romano di sessantadue anni, un notabile che dava alla giunta rivoluzionaria un volto di legalità cittadina. Il museo li presenta con ritratti e stampe, e il confronto vale la sosta: nel 1849 il potere esecutivo di uno Stato di tre milioni di abitanti fu esercitato da un cospiratore genovese, da un giovane romagnolo e da un avvocato del foro romano. Fu, letteralmente, la repubblica degli avvocati e dei letterati, e resse per centoquarantasei giorni sotto assedio.

Cosa fece davvero la Repubblica Romana in cinque mesi

Qui il museo insiste, e fa bene, perché è il capitolo che si dimentica sempre. In pochi mesi la Repubblica abolì la pena di morte e la tortura, cancellò il tribunale dell'Inquisizione, proclamò la libertà di culto e la laicità dello Stato, abolì la censura preventiva, introdusse il suffragio universale maschile, avviò una riforma fiscale che alleggeriva le imposte sui generi di prima necessità e mise mano ai beni ecclesiastici incamerandoli per assegnare terre in enfiteusi ai contadini del Lazio e della Romagna. Aprì i conventi dismessi come alloggi per i senza casa. Riorganizzò la sanità cittadina. Fece tutto questo con i francesi alle porte, con la cassa vuota, con la moneta di carta che perdeva valore ogni settimana. La mia opinione netta: giudicare la Repubblica Romana dai suoi risultati economici è come giudicare un chirurgo dai risultati di un'operazione interrotta da un bombardamento. Il metro giusto è un altro, ed è la qualità delle leggi che fece in fretta e sotto pressione.

Sala Eroi a vent'anni: chi difese Roma

La sezione dedicata ai difensori è quella che colpisce di più i visitatori giovani, e il motivo è aritmetico. Goffredo Mameli morì a ventuno anni. Colomba Antonietti a ventidue. Luciano Manara a ventiquattro. Emilio Dandolo aveva vent'anni quando comandava una compagnia di bersaglieri lombardi e ne aveva ventitré quando scrisse il libro che ancora oggi è la fonte migliore su quei giorni. A Roma nella primavera del 1849 confluirono volontari da tutta la penisola e da fuori: i bersaglieri lombardi di Manara, la Legione Italiana di Garibaldi con i reduci del Rio Grande e di Montevideo, gli studenti romani, i reggimenti pontifici passati alla Repubblica, i legionari polacchi, i volontari svizzeri e francesi. Il museo li racconta con un impianto iconografico di dipinti e stampe e con video interattivi che ne ricostruiscono i profili. Guardate le età sui cartellini. È il dato che spiega perché quella difesa fu condotta con una temerarietà che qualunque manuale militare giudicherebbe irragionevole.

Il salone del secondo piano del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina e il panorama di Léon Philippet

È l'ambiente più grande e più significativo del complesso, il salone che collega i due corpi dell'edificio al secondo livello, ed è il cuore del museo. Su una parete un video di forte impatto fa scorrere le immagini dell'assedio con cui i francesi strinsero la città fra la primavera e l'estate del 1849. Sotto, un plastico ricostruisce la battaglia del 30 aprile. L'elemento più singolare, però, è un'animazione che parte dalle fotografie e dal grande panorama dipinto dal belga Léon Philippet: il dipinto restituisce la battaglia del 1849 vista da Villa Savorelli, cioè dall'attuale Villa Aurelia, che fu il quartier generale di Garibaldi. Il panorama originale si compone di dodici tele conservate presso la città di Seraing, in Belgio; accostate una all'altra restituiscono la sensazione di un'immersione a trecentosessanta gradi nello spazio della battaglia. Il fatto che l'unico grande panorama dipinto dell'assedio di Roma si trovi in una città industriale della Vallonia è una di quelle stranezze che meritano di essere raccontate ad alta voce ai propri compagni di visita.

Il plastico interattivo del Gianicolo al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Dalla parte opposta del salone c'è il plastico del Gianicolo. Non è un modellino da guardare: con modalità interattive si accendono i luoghi significativi e si ripercorrono cronologicamente le fasi salienti dell'assedio, mentre sulla parete sovrastante scorrono le immagini che documentano quei giorni. Per chi vuole capire la battaglia, questo è il pezzo più utile dell'intero museo, e vi consiglio di dedicargli almeno dieci minuti pieni. La geografia dell'assedio è controintuitiva: si tende a immaginare i francesi che salgono dal Tevere, e invece arrivarono da ovest, dalla campagna, occupando le ville sul crinale, e la battaglia si giocò tutta sui trecento metri fra Villa Corsini, il Vascello e la porta. Vedere quelle distanze in scala spiega in un istante perché la difesa costò così cara.

L'album fotografico virtuale delle erme del Gianicolo

C'è una postazione che raramente viene segnalata dalle guide e che invece è la più bella idea dell'allestimento: gli eroi ricordati nelle erme della passeggiata del Gianicolo vengono raccontati attraverso una postazione che funziona come un album fotografico virtuale, dove si sfogliano le storie dei singoli personaggi. Serve a due cose. Primo, a dare un volto e una biografia a quei busti che tutti superano camminando senza leggere il nome. Secondo, a preparare la passeggiata: chi esce dal museo dopo aver sfogliato l'album guarda i busti in modo completamente diverso. Chi accompagna qualcuno, faccia scegliere a ciascuno un personaggio da cercare poi lungo il viale. Funziona con gli adulti quanto con i ragazzi.

Sala L'assedio: i giorni del bombardamento

La sezione dedicata all'assedio racconta la fase più dura, quella fra il 3 giugno e il 30 giugno 1849, con incisioni, bandi storici e materiale fotografico. E qui va detta una cosa che quasi nessuno sa: l'assedio di Roma del 1849 è il primo reportage fotografico di guerra della storia. A realizzarlo fu Stefano Lecchi, fotografo attivo a Roma, che dopo la caduta della Repubblica percorse il Gianicolo con l'attrezzatura da calotipia e fissò su carta salata le opere di difesa, i segni dei combattimenti, la devastazione delle ville e delle mura. Precede di sei anni il celebre reportage di Roger Fenton sulla guerra di Crimea del 1855. Le sue carte salate sono state ritrovate a più riprese: quarantuno alla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma nel 1997, venti alla Civica raccolta di Milano nel 1998, altre quarantuno al Getty Research Institute di Los Angeles. La sezione mostra anche la vita civile sotto le bombe: gli ospedali improvvisati, le processioni di feriti che scendevano da via Garibaldi verso Trastevere, i decreti dell'Assemblea che continuava a riunirsi mentre i proiettili cadevano.

Sala La Costituzione: il testo del 3 luglio 1849

Le ultime sale del primo corpo sono dedicate ai protagonisti che persero la vita nella difesa e alla Costituzione della Repubblica Romana, un testo di straordinaria modernità promulgato con grande fierezza in Campidoglio quando le truppe francesi erano ormai entrate in città. Il museo lo espone e lo commenta, e ha ragione a dedicargli uno spazio a sé: è il documento che giustifica l'esistenza stessa di questo museo. Alla Costituzione dedico più avanti un capitolo intero, perché merita di essere letta articolo per articolo.

Il secondo corpo del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina: la memoria garibaldina dal 1849 al Novecento

Il percorso prosegue nell'altro corpo della porta, e qui il museo cambia registro. Attraverso divise, cimeli, dipinti, armi e ricordi fotografici viene mostrata la continuità di vita della tradizione garibaldina, che dopo aver partecipato alla difesa della Repubblica fu protagonista di molta storia del Novecento. La camicia rossa attraversa la spedizione dei Mille del 1860, l'Aspromonte del 1862, Mentana del 1867, la campagna dei Vosgi del 1870-71 in aiuto della Francia repubblicana, le Argonne del 1914-15 con i nipoti di Garibaldi, la guerra di Spagna con la Brigata Garibaldi, fino alla Divisione italiana partigiana Garibaldi in Montenegro e alle brigate partigiane in Italia. È la sezione che l'Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini ha di fatto costruito nel corso di settant'anni, e la sua presenza dentro un museo civico è a suo modo un documento storico. Chi cerca oggetti veri, e non schermi, trovi il tempo per queste vetrine: le divise, le sciabole e le fotografie di gruppo sono il materiale più fisico dell'intero museo.

Cosa non aspettarsi dal Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Un avvertimento onesto, perché evita delusioni. Non è un museo di grandi opere d'arte: chi cerca una pinacoteca deve andare altrove. Non è un museo enciclopedico del Risorgimento: quello è il Museo Centrale del Risorgimento al Vittoriano. Non ha una collezione di armi paragonabile a quelle dei musei militari. Ha invece una cosa che nessun altro possiede: il luogo. Le pareti che si toccano salendo le scale sono quelle contro cui i francesi tirarono per quattro settimane, e il panorama che si vede dalle finestre è il campo di battaglia. Su questo, il museo è imbattibile.

La Repubblica Romana del 1849 raccontata mese per mese al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Chi esce dal museo dovrebbe portarsi via una cronologia. La vicenda dura poco più di cinque mesi, dal 9 febbraio al 4 luglio 1849, e ogni settimana conta. Ecco la sequenza, con le date verificate, nell'ordine in cui il museo la racconta.

Novembre 1848: l'assassinio di Pellegrino Rossi e la fuga del papa

Il 15 novembre 1848 Pellegrino Rossi, ministro dell'Interno di Pio IX, giurista di fama europea e uomo di mediazione, viene ucciso con una coltellata alla carotide mentre sale la scalinata del palazzo della Cancelleria per l'apertura del Consiglio dei Deputati. L'assassino non fu mai identificato con certezza. Il giorno dopo la folla assedia il Quirinale e ottiene un ministero democratico. Il 24 novembre il papa fugge a Gaeta. In nove giorni lo Stato Pontificio perde il ministro più capace e il sovrano.

Gennaio 1849: le elezioni a suffragio universale

Il 21 e il 22 gennaio 1849 si vota per l'Assemblea Costituente. Il diritto di voto spetta a tutti i maschi dai ventuno anni compiuti, senza requisiti di censo: per l'Italia dell'epoca è una novità assoluta. La scomunica lanciata da Gaeta il 1 gennaio non ferma l'affluenza. Vengono eletti centosettantanove Rappresentanti del popolo, tra cui avvocati, medici, docenti, alcuni sacerdoti e qualche artigiano.

9 febbraio 1849: il decreto fondamentale e la proclamazione dal Campidoglio

La votazione si tiene nella notte fra l'8 e il 9 febbraio, all'una. Il decreto fondamentale passa con centodiciotto voti a favore, otto contrari, dodici astenuti. All'alba la Repubblica viene proclamata solennemente dal Campidoglio. Mameli telegrafa a Mazzini le tre parole rimaste celebri. La bandiera tricolore viene issata sul palazzo senatorio.

Marzo 1849: Mazzini arriva a Roma, Novara, il triumvirato

Mazzini arriva a Roma il 5 marzo, accolto come cittadino romano per decreto dell'Assemblea. Il 23 marzo l'esercito piemontese di Carlo Alberto viene battuto a Novara da Radetzky: la ripresa della guerra all'Austria è finita in ventiquattro ore, Carlo Alberto abdica e Roma resta l'ultima piazza rivoluzionaria della penisola con Venezia. Alla fine di marzo l'Assemblea nomina il triumvirato con pieni poteri: Mazzini, Saffi, Armellini.

Aprile 1849: Oudinot sbarca a Civitavecchia

La Francia della Seconda Repubblica, presieduta da Luigi Napoleone Bonaparte, decide di intervenire per restaurare il papa e per non lasciare l'operazione agli austriaci. Il 24 aprile 1849 sbarcano a Civitavecchia circa settemila uomini al comando del generale Charles Oudinot de Reggio, figlio del maresciallo napoleonico. La ferocia dell'ironia storica non sfuggì a nessuno: una repubblica che marcia contro un'altra repubblica per rimettere sul trono un sovrano assoluto. Oudinot era convinto che Roma lo avrebbe accolto come liberatore. Ordinò alle truppe di non caricare i cannoni da assedio.

30 aprile 1849: la prima vittoria romana

È la giornata che il museo racconta con il plastico e con il video. I francesi avanzano da ovest verso le mura gianicolensi, convinti di trovare porte aperte. Garibaldi, che dispone la difesa sul crinale, li lascia avvicinare e poi contrattacca dal Vaticano e dal Gianicolo con la Legione Italiana, gli studenti romani e i lancieri di Angelo Masina. Lo scontro si combatte fra Villa Pamphili, Villa Corsini e le vigne. I francesi vengono respinti e ripiegano su Civitavecchia lasciando sul terreno oltre cinquecento uomini fra morti e feriti e trecentosessantacinque prigionieri. Garibaldi, ferito di striscio al fianco, chiese di inseguire e distruggere il corpo di spedizione. Mazzini disse di no, per non dare alla Francia il pretesto di una guerra totale, e i prigionieri francesi vennero trattati con ostentata generosità, rifocillati e rimandati indietro. È la decisione politica più discussa dell'intera vicenda. La mia opinione, che è quella di molti storici militari: sul piano tattico Garibaldi aveva ragione, sul piano politico Mazzini stava tentando l'unica carta che aveva. Nessuno dei due poteva vincere.

Maggio 1849: Palestrina, Velletri e la tregua di Lesseps

Mentre i francesi si riorganizzano, la Repubblica deve fronteggiare anche i borbonici che risalgono dal sud. Garibaldi li batte a Palestrina il 9 maggio e a Velletri il 19 maggio. Il 16 maggio Luciano Manara esce da Roma con i bersaglieri e occupa Anagni e Frosinone. Nel frattempo Parigi manda a Roma Ferdinand de Lesseps, il futuro costruttore del canale di Suez, con l'incarico di trattare. Lesseps negozia in buona fede e il 31 maggio firma con Mazzini una convenzione che prevede una tregua e l'impegno francese alla non ingerenza. Era già carta straccia: il 29 maggio Luigi Napoleone aveva revocato la missione a Lesseps e ordinato a Oudinot di procedere all'assedio.

3 giugno 1849: la giornata più sanguinosa

Alle tre del mattino del 3 giugno, in anticipo di un giorno sui termini della tregua e senza dichiarazione formale, le colonne francesi di Mollière e Levaillant occupano di sorpresa Villa Doria Pamphilj e Villa Corsini, cioè le posizioni chiave sul crinale. Garibaldi capisce che senza Villa Corsini la difesa è perduta e lancia una serie di contrattacchi frontali contro il Casino dei Quattro Venti, un edificio a tre piani in cima a una salita, con un viale stretto e un cancello che costringeva gli assalitori a passare in fila. Sei o sette assalti in una giornata, circa seimila uomini contro sedicimila francesi ben schierati. La villa fu presa e persa più volte, e alla fine restò ai francesi. Su quel viale cadde il fiore della gioventù italiana: Angelo Masina, comandante dei lancieri bolognesi, morì alla carica; Goffredo Mameli fu colpito alla gamba sinistra; Enrico Dandolo, fratello maggiore di Emilio, fu ucciso in uno degli assalti. Il giorno dopo Manara assunse l'incarico di capo di stato maggiore. La mia opinione, e non è nuova: il 3 giugno fu un errore tattico costosissimo. Ma va detto con onestà che, perduta Villa Corsini all'alba, qualunque comandante avrebbe tentato di riprenderla.

Giugno 1849: quattro settimane di bombardamenti

Dal 4 giugno l'assedio diventa metodico. Oudinot dispone di circa trentamila uomini e settantacinque cannoni. I francesi aprono trincee, avanzano per parallele secondo il manuale di Vauban, e dal 13 giugno sette batterie martellano il Vascello, le mura e progressivamente la città. Fra il 21 e il 22 giugno la breccia è aperta e i bastioni presso Porta Portese cedono: i francesi entrano nel perimetro esterno di Trastevere. Le bombe cadono su via Garibaldi, sulle case di Trastevere, sui tetti attorno a piazza Santa Maria. In città funzionano ospedali improvvisati organizzati anche da Cristina Trivulzio di Belgiojoso, che dirige il servizio sanitario, e nei quali lavorano volontarie tra cui la giornalista americana Margaret Fuller.

30 giugno 1849: Villa Spada, la morte di Manara, la fine della difesa

L'assalto finale si concentra su Villa Spada e Villa Savorelli. Luciano Manara cade a Villa Spada colpito a morte, a ventiquattro anni: il suo amico Emilio Dandolo lo assiste fino all'ultimo e ne lascerà il racconto. Nelle stesse ore muore Andrea Aguyar, il compagno d'armi che Garibaldi aveva portato con sé da Montevideo e che i romani chiamavano il moro di Garibaldi, ucciso da una granata secondo il racconto tramandato dai reduci. La linea di difesa è compromessa. La sera del 30 giugno l'Assemblea si riunisce e Garibaldi entra in aula ancora sporco di polvere per dire che ogni ulteriore resistenza è impossibile e che si può solo uscire e continuare la guerra altrove.

2-4 luglio 1849: io esco da Roma

Il 2 luglio Garibaldi raduna in piazza San Pietro chi vuole seguirlo e pronuncia il discorso più citato del Risorgimento, quello in cui non promette né paga né alloggio né munizioni, ma fame, sete, marce forzate, battaglie e morte. Circa quattromila uomini escono da Roma verso l'Umbria e la Toscana. Il 3 luglio l'Assemblea, riunita in Campidoglio, promulga la Costituzione. Il 4 luglio i francesi completano l'occupazione della città; il triumvirato si era già dimesso e l'Assemblea approva un decreto che prende atto della forza senza rinunciare formalmente alla Repubblica. Nessuna capitolazione fu mai firmata. Il 12 aprile 1850 Pio IX rientrò a Roma e abrogò lo Statuto del 1848, ripristinò la pena di morte e reintrodusse le restrizioni per gli ebrei del ghetto. Il governo pontificio si resse da allora sulle baionette francesi fino al 1870.

La Costituzione del 3 luglio 1849 esposta al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

È il testo che dà senso a tutto. Approvato e promulgato il 3 luglio 1849 dall'Assemblea Costituente riunita in Campidoglio, mentre i francesi occupavano la città, non entrò mai in vigore un solo giorno. Eppure è uno dei documenti costituzionali più avanzati dell'Europa del suo tempo, e alcune sue formule sono passate quasi letteralmente nella Costituzione italiana del 1948.

Gli otto Principi fondamentali

Il testo si apre con otto Principi fondamentali, e già la scelta di anteporli all'articolato è moderna: quasi nessuna costituzione europea dell'epoca lo faceva. Il primo stabilisce che la sovranità è per diritto eterno nel popolo e che il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica. Il secondo indica come regola del regime democratico l'eguaglianza, la libertà e la fraternità, e vieta i titoli nobiliari. Il terzo impegna la Repubblica a promuovere con le leggi e con le istituzioni il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini: è un principio di eguaglianza sostanziale, un secolo prima dell'articolo 3 della Costituzione repubblicana italiana. Il quarto guarda fuori dai confini e dichiara che la Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità e propugna l'italiana. Gli altri principi affrontano la garanzia delle persone e delle proprietà, l'organizzazione dei municipi e il rapporto con il capo della Chiesa.

L'abolizione della pena di morte e della confisca

Fra le garanzie del titolo dedicato ai diritti e ai doveri dei cittadini si legge una formula asciutta: le pene di morte e di confisca sono proscritte. Nel 1849, in Europa, la pena capitale era in vigore praticamente ovunque, e nello Stato Pontificio era eseguita in pubblico dal boia Mastro Titta a ponte Sant'Angelo. Cancellarla in una costituzione, e in una costituzione scritta sotto assedio, è un gesto che vale da solo la visita al museo. Il Granducato di Toscana l'aveva abolita nel 1786 con la riforma leopoldina, prima al mondo, ma l'aveva poi reintrodotta; la Repubblica Romana la vieta come principio costituzionale, senza deroghe.

Libertà di pensiero, di culto e di insegnamento

La manifestazione del pensiero è libera e la legge ne punisce l'abuso senza alcuna censura preventiva: in uno Stato che fino a tre anni prima aveva l'Indice e l'imprimatur, è una rivoluzione. L'insegnamento è libero, il che significa fine del monopolio ecclesiastico sulle scuole. La libertà di culto è garantita, e questo in una repubblica nata sul territorio del papa. Il domicilio e il segreto delle lettere sono inviolabili. L'associazione e la riunione pacifica sono ammesse. Sono libertà che oggi diamo per scontate; nel 1849, in quella città, erano il capovolgimento di un ordinamento millenario.

Il diritto di voto e l'organizzazione dei poteri

Ogni cittadino che gode dei diritti civili e politici a ventun anni è elettore, a venticinque è eleggibile. Il suffragio è universale maschile, diretto e segreto, e non prevede requisiti di censo, di istruzione o di proprietà: nell'Europa del 1849 lo si trovava in Francia dopo il febbraio 1848 e in pochissimi altri luoghi. Il potere legislativo spetta all'Assemblea, il potere esecutivo a un Consolato di tre membri, i giudici sono indipendenti e inamovibili, la giustizia è gratuita. È previsto un sistema di municipi con ampie competenze locali, cioè un impianto decentrato che il Regno d'Italia unitario, dodici anni dopo, non adottò.

Il papa e le guarentigie

Il punto più delicato è il rapporto con il pontefice, e la Repubblica lo affrontò senza vendette. Già il decreto fondamentale del 9 febbraio garantiva al papa tutte le necessarie guarentigie per l'esercizio indipendente del suo potere spirituale, e i Principi fondamentali della Costituzione ribadiscono che il capo della Chiesa cattolica avrà dalla Repubblica tutte le garanzie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale. Vale la pena fermarsi su questa formula: è la separazione fra Stato e Chiesa proposta da chi aveva appena tolto al papa il trono, e anticipa di ventun anni la legge delle Guarentigie del Regno d'Italia del 1871. La Repubblica Romana non fu antireligiosa. Fu anticlericale nel senso politico del termine, cioè contraria al potere temporale, e attentissima a non toccare il culto.

Perché la Costituzione del 1849 è considerata fra le più avanzate d'Europa

Riassumo il confronto, che è la cosa che i visitatori chiedono sempre. Lo Statuto Albertino del 1848, che sarà la costituzione dell'Italia unita fino al 1948, è una carta ottriata, cioè concessa dal re, modificabile con legge ordinaria, con voto censitario ristretto a poche decine di migliaia di elettori, con la religione cattolica come sola religione di Stato e senza alcuna abolizione della pena capitale. La Costituzione della Repubblica Romana è invece votata da un'assemblea eletta a suffragio universale, proclama l'eguaglianza sostanziale, abolisce la pena di morte, garantisce la libertà di culto e di stampa senza censura preventiva, prevede l'istruzione libera e la giustizia gratuita. Non entrò in vigore nemmeno per un'ora. Ma quando i costituenti del 1946 e del 1947 cercarono precedenti italiani a cui appoggiarsi, andarono a rileggere questo testo. La mia opinione, netta: è il documento politico italiano più bello dell'Ottocento, e il fatto che sia stato promulgato mentre l'esercito nemico entrava in città lo rende anche il più commovente.

I luoghi della battaglia intorno al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Il museo è la chiave di lettura di un campo di battaglia che si attraversa ancora oggi in dieci minuti a piedi. Ecco i luoghi, nell'ordine in cui conviene vederli uscendo dalla porta.

Villa Corsini e il Casino dei Quattro Venti, a due passi dal Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Usciti dalla porta e imboccata via di San Pancrazio, il primo edificio importante sulla destra era il Casino dei Quattro Venti, la parte alta della villa dei Corsini, un palazzetto a più piani in cima a una salita con un viale rettilineo e un cancello. La sua posizione dominava tutto il tratto di mura fino alla porta, ed è la ragione per cui il 3 giugno 1849 vi si combatté una delle giornate più sanguinose della difesa della Repubblica Romana: chi teneva quel palazzo poteva battere con l'artiglieria la porta e la strada dietro. Il casino fu ridotto in rovina dai combattimenti e non venne ricostruito; i terreni del giardino furono incorporati in Villa Doria Pamphilj nel 1856. L'Arco dei Quattro Venti che si vede oggi all'ingresso di villa Pamphilj da via Aurelia Antica venne eretto poco dopo riutilizzando elementi del casino distrutto. Se cercate un unico punto in cui la Repubblica Romana perse la guerra, è quello.

Il Vascello e la resistenza di Giacomo Medici

Scendendo per via di San Pancrazio, sulla sinistra, si vedono i resti scenografici di Villa del Vascello, oggi sede del Grande Oriente d'Italia. La villa fu progettata nel 1663 dai fratelli Plautilla e Basilio Bricci per l'abate Elpidio Benedetti, agente di Luigi XIV a Roma, e prese il nome dalla forma bizzarra del palazzo principale, che sembrava un vascello in navigazione. Plautilla Bricci è, tra l'altro, una delle prime donne architetto documentate della storia europea: già questo basterebbe a fermarsi. Nel giugno 1849 il Vascello divenne l'ultimo baluardo dei difensori davanti alle mura, e a tenerlo fu Giacomo Medici con i suoi volontari. Resistette per settimane sotto il fuoco concentrato delle batterie francesi, fra macerie che franavano ogni giorno, e abbandonò l'edificio solo il 30 giugno, quando ormai era un cumulo di pietre. Medici fu poi generale del Regno d'Italia e nel 1877 acquistò la proprietà, facendo restaurare gli edifici minori e dando alla villa l'aspetto attuale; il titolo di marchese del Vascello gli fu concesso proprio per quella difesa. La facciata rovinata che si intravede dalla strada è autentica: sono i danni del 1849, conservati come monumento.

Villa Savorelli, oggi Villa Aurelia: il quartier generale di Garibaldi

Subito dentro la porta, sulla sinistra salendo verso il piazzale, c'è Villa Aurelia, che nel 1849 si chiamava Villa Savorelli e fu il quartier generale di Garibaldi. Dalla sua terrazza si vede tutto il fronte occidentale, e da lì il belga Léon Philippet ricavò il grande panorama dipinto che il museo utilizza per l'animazione del salone. La villa fu gravemente danneggiata dal bombardamento e in seguito ricostruita; oggi appartiene all'American Academy in Rome e non è normalmente visitabile, ma dal muro di cinta si capisce benissimo la posizione. È il luogo in cui Garibaldi dormì, o più esattamente non dormì, per quattro settimane.

Villa Spada e Villa Doria Pamphilj

Villa Spada, sull'attuale via Giacomo Medici, fu l'ultimo posto di comando della difesa e il luogo in cui il 30 giugno 1849 cadde Luciano Manara. Oggi ospita l'ambasciata d'Irlanda presso la Santa Sede. Poco più a ovest si apre il grande parco di Villa Doria Pamphilj, il più esteso di Roma, che nel 1849 era terreno di manovra francese: il casino del Bel Respiro e i suoi giardini furono occupati fin dal primo giorno di ogni attacco. Chi ha tempo faccia il giro completo, perché camminare oggi su quei prati con in testa la cronologia dell'assedio è un esercizio che vale una lezione di storia.

Le mura gianicolensi e i bastioni

Il tratto di cinta urbaniana che parte dalla porta e scende verso sud è ancora leggibile. I bastioni numerati, che i difensori chiamavano per numero, furono il bersaglio sistematico dell'artiglieria francese: fra il 21 e il 22 giugno la breccia aperta presso Porta Portese consentì l'ingresso in Trastevere. Chi vuole approfondire il sistema difensivo romano nel suo insieme trova il capitolo antico al Museo delle Mura di Porta San Sebastiano, che racconta la cinta di Aureliano: le due porte museo, San Pancrazio e San Sebastiano, si guardano da due estremi della città e insieme spiegano milleseicento anni di difesa di Roma.

I caduti raccontati al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Il museo dedica le ultime sale del primo corpo ai protagonisti che persero la vita nella difesa. Vale la pena arrivarci con i nomi già in testa.

Goffredo Mameli nelle sale del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Nato a Genova il 5 settembre 1827, figlio di un ammiraglio sardo, aveva scritto a vent'anni il testo del Canto degli Italiani che oggi è l'inno nazionale. Arrivò a Roma dopo l'assassinio di Rossi e la fuga del papa, entrò nel Consiglio del governo provvisorio occupandosi soprattutto di organizzazione militare, e il 9 febbraio 1849 mandò a Mazzini il celebre dispaccio di tre parole. Fu ferito alla gamba sinistra il 3 giugno 1849, durante gli assalti a Villa Corsini. Le versioni sul colpo sono due, una ferita accidentale di baionetta da parte di un commilitone e un colpo francese, e la seconda è la più accreditata. Portato all'ospedale della Trinità dei Pellegrini, fu curato dal medico Pietro Maestri; la cancrena si manifestò dopo quattro giorni e il 19 giugno era arrivata quattro dita sotto il ginocchio. Il chirurgo Paolo Maria Baroni amputò. Mameli morì di setticemia il 6 luglio 1849 alle sette e mezza del mattino: aveva ventun anni, e la Repubblica per cui era venuto era caduta due giorni prima. Sepolto dapprima a Santa Maria in Monticelli, poi al Verano, dal 1941 riposa nel Mausoleo Ossario Garibaldino sul Gianicolo, a quattrocento metri dal museo.

Luciano Manara e i bersaglieri lombardi

Milanese, nato il 25 marzo 1825, Manara aveva combattuto nelle Cinque Giornate e aveva organizzato di tasca propria un corpo di volontari, i bersaglieri lombardi, cinquecento uomini con una disciplina che nel volontariato risorgimentale era rara. Dopo l'armistizio di Salasco e l'esilio, il 22 aprile 1849 partì da Portofino con seicento bersaglieri e il 29 raggiunse Roma, cioè il giorno prima della battaglia. Promosso tenente colonnello e poi colonnello, il 16 maggio uscì da Roma occupando Anagni e Frosinone. Dal 3 giugno Garibaldi lo volle come capo di stato maggiore. Cadde a Villa Spada il 30 giugno 1849, a ventiquattro anni, assistito dall'amico Emilio Dandolo. La salma fu portata prima a Vezia, presso Lugano, e nel 1853 trasferita a Barzanò. Emilio Dandolo scrisse poi Il volontario italiano, il libro di memorie che resta la fonte più viva su quei mesi: se dovessi consigliare una sola lettura dopo la visita, sarebbe quella.

Colomba Antonietti, l'unica donna con un busto al Gianicolo

Nata a Bastia Umbra il 19 ottobre 1826, figlia di un fornaio, aveva sposato il 13 dicembre 1846 il tenente Luigi Porzi in una cerimonia notturna a Foligno, quasi senza parenti, perché il matrimonio fra un nobile e una popolana era considerato uno scandalo. Nel 1849 si tagliò i capelli, indossò l'uniforme da bersagliere e seguì il marito nei corpi volontari: combatté a Palestrina e a Velletri, soccorse i feriti, restò in linea. Il 13 giugno 1849, sotto il fuoco dell'artiglieria francese, fu colpita da una palla di cannone proprio nel settore di Porta San Pancrazio e morì fra le braccia del marito. Aveva ventidue anni. Sepolta a San Carlo ai Catinari, nel 1941 fu traslata al Mausoleo Ossario Garibaldino. Il suo busto, collocato al Gianicolo nel 1911, resta l'unico busto femminile della passeggiata. Cercatelo: è il monumento più eloquente del colle proprio per la sua solitudine.

Angelo Masina, Andrea Aguyar, Ugo Bassi e gli altri

Angelo Masina, bolognese, comandava i lancieri, un reparto di cavalleria leggera formato in gran parte da studenti emiliani: morì il 3 giugno 1849 in una carica contro Villa Corsini. Andrea Aguyar, arrivato con Garibaldi da Montevideo, cadde il 30 giugno. Ugo Bassi, barnabita di Cento, era il cappellano dei garibaldini: predicatore famosissimo, seguì Garibaldi nella ritirata, fu catturato dagli austriaci il 3 agosto 1849 nei pressi di Comacchio e fucilato l'8 agosto a Bologna, presso l'arco del Meloncello, senza processo, insieme a Giovanni Livraghi. Angelo Brunetti detto Ciceruacchio, il carrettiere di Ripetta che era stato il tribuno popolare del 1848, fu preso con lo stesso gruppo e fucilato a mezzanotte del 10 agosto 1849 a Ca' Tiepolo, sul delta del Po, insieme al figlio Lorenzo, che aveva tredici anni, e ad altri sette compagni. Il monumento a Ciceruacchio, opera di Ettore Ximenes del 1907, fu trasferito al Gianicolo e inaugurato il 16 marzo 2011, alla vigilia dell'apertura del museo.

Anita Garibaldi, la ritirata e la fine raccontate al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

La storia che il museo racconta non finisce alla porta. Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, nata il 30 agosto 1821 a Morrinhos, nel Brasile meridionale, aveva incontrato Garibaldi nel 1839 a Laguna durante la guerra dei Farrapos e da allora era stata con lui in America e in Europa. Raggiunse Garibaldi a Rieti il 24 febbraio 1849 e lo seguì a Roma. Il 2 luglio uscì dalla città con la colonna, in abiti maschili, con i capelli tagliati, incinta del quinto figlio e già malata. La ritirata attraversò l'Umbria e la Toscana inseguita da quattro eserciti, trovò rifugio a San Marino il 31 luglio, ripartì per mare da Cesenatico verso Venezia con i bragozzi, fu intercettata dalle vedette austriache all'altezza del delta del Po. Anita morì il 4 agosto 1849 nella fattoria Guiccioli alle Mandriole, in provincia di Ravenna, di febbre e sfinimento; le accuse postume di strangolamento, messe in giro dalla propaganda avversa, furono smentite dalle perizie. Fu sepolta sul posto, riesumata nel 1859 e portata a Nizza. Le sue spoglie arrivarono definitivamente a Roma il 2 dicembre 1932 e furono deposte nel basamento del monumento equestre a lei dedicato al Gianicolo. Fra tutte le tombe romane, quella è la più insolita: una donna brasiliana sepolta dentro il piedistallo della propria statua, a duecento metri dalla porta che il marito difese.

Il Gianicolo intorno al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Uscendo dal museo comincia la parte all'aperto, e senza il museo quella passeggiata resta un bel panorama e poco più. Con il museo diventa la cronaca di una battaglia scolpita in marmo.

I busti dei garibaldini sulla passeggiata sopra il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Lungo il viale ci sono decine di erme marmoree e bronzee dedicate ai combattenti del 1849 e alle campagne garibaldine, collocate a partire dal 1886 e cresciute per decenni con donazioni di comitati, comuni e famiglie. Fra i più noti, il busto di Goffredo Mameli, posto nel 1887 e rifatto nel 1926, quello di Menotti Garibaldi del 1907 e quello di Colomba Antonietti del 1911. Un grande restauro complessivo del 2010 ha interessato l'intera serie. Camminate leggendo i nomi: troverete polacchi, ungheresi, francesi, sudamericani. La difesa di Roma fu un fatto internazionale, e quei busti lo dicono meglio di qualunque pannello.

Il monumento equestre a Giuseppe Garibaldi

Al piazzale, trecento metri sopra il museo, c'è il monumento equestre inaugurato il 20 settembre 1895, opera dello scultore Emilio Gallori, con quattro gruppi bronzei al basamento in cui compaiono le allegorie dell'Europa e dell'America, i bersaglieri e i combattenti di Calatafimi. La data non fu scelta a caso: il 20 settembre 1895 cadeva il venticinquesimo anniversario della presa di Roma. I romani raccontano da sempre che il generale a cavallo sia rivolto verso San Pietro con intenzione polemica; l'orientamento è quello, la lettura appartiene alla tradizione orale della città più che ai documenti del cantiere.

Il monumento ad Anita Garibaldi

Poco più avanti, verso il Vaticano, c'è il monumento equestre ad Anita, opera di Mario Rutelli inaugurata nel 1932: la figura è colta nel momento del galoppo, con un bambino in un braccio e una pistola nell'altra, la criniera del cavallo sollevata. È una scultura teatrale, molto novecentesca, che divide i gusti. A me piace, e il motivo è semplice: è uno dei pochissimi monumenti equestri al mondo dedicati a una donna in armi, e conserva le spoglie della persona che rappresenta.

Il faro del Gianicolo

Sopra la terrazza che guarda la città si alza il faro, dono degli italiani emigrati in Argentina alla madrepatria, progettato dall'architetto Manfredo Manfredi e inaugurato con una cerimonia del 19 settembre, nel clima delle celebrazioni per il cinquantenario dell'Unità. La lanterna, quando è accesa, gira sui tre colori della bandiera. Non è un faro marittimo: è un faro simbolico, e per generazioni di emigrati fu un segno preciso, la luce di Roma vista dal mare della memoria. Va guardato di sera, e non è affatto scontato che sia acceso.

Il cannone di mezzogiorno a cinque minuti dal Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Ogni giorno, a mezzogiorno, dal terrazzo sotto il piazzale parte un colpo a salve. È la tradizione più amata del colle e ha una storia precisa. Il segnale orario a cannone fu istituito da Pio IX nel 1847 per mettere d'accordo gli orologi e le campane della città, che battevano il mezzogiorno ciascuna per conto proprio, e il primo colpo partì da Castel Sant'Angelo. Nel 1903 la postazione fu spostata per pochi mesi a Monte Mario, e il 24 gennaio 1904 arrivò definitivamente al Gianicolo. Lo sparo fu sospeso durante la seconda guerra mondiale e ripristinato il 21 aprile 1959, nel giorno del Natale di Roma. Il pezzo in servizio oggi è un obice da 105 servito da personale dell'Esercito. Consiglio operativo per chi visita il museo in settimana: entrate alle 10.30, uscite alle 11.45, risalite al piazzale e prendetevi il colpo di cannone. È il modo migliore per chiudere la mattina, e i bambini se lo ricordano per anni. Portateli davanti, ma tenete lontani i più piccoli dalla balaustra al momento dello sparo: è forte davvero.

Il Mausoleo Ossario Garibaldino

Poco distante, sul colle, c'è il Mausoleo Ossario Gianicolense, costruito su progetto di Giovanni Jacobucci e inaugurato nel 1941, che raccoglie i resti dei caduti per Roma dal 1849 al 1870 e oltre. Vi riposano, fra gli altri, Goffredo Mameli e Colomba Antonietti. È un edificio di architettura littoria, massiccio, che a molti non piace; ma è il completamento naturale della visita al museo, e la cripta merita il rispetto del silenzio. Nel 2026 il mausoleo ha subito una chiusura temporanea, quindi conviene verificarne l'apertura prima di salire.

Righetto e i monumenti minori

Vicino al monumento di Ciceruacchio è collocato il monumento a Righetto, installato nel 2005: Righetto è il ragazzino trasteverino che, secondo il racconto tramandato, raccoglieva le bombe francesi cadute e le gettava nel Tevere prima che esplodessero, finché una gli scoppiò in mano. Storia documentata o leggenda popolare, il monumento è dedicato a tutti i ragazzi caduti nella difesa del 1849, e i romani lo trattano come una cosa vera. Con i bambini funziona più di dieci pannelli.

Una curiosità su Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

La curiosità più bella riguarda un dipinto che non è a Roma e che il museo mostra soltanto in animazione. Il grande panorama dell'assedio dipinto dal belga Léon Philippet, la veduta a trecentosessanta gradi presa da Villa Savorelli, cioè dal quartier generale di Garibaldi, si compone di dodici tele conservate a Seraing, città industriale della Vallonia, sulla Mosa, a pochi chilometri da Liegi. Non a Roma, non a Torino, non a Milano: a Seraing. Nel salone del secondo piano quelle dodici tele vengono ricomposte in digitale e messe in movimento insieme alle fotografie d'epoca, ed è l'unico modo in cui oggi si può vedere l'assedio dagli occhi di chi lo guardava dalla terrazza di Garibaldi.

C'è poi una seconda curiosità, che riguarda l'edificio ed è di natura ironica. Il museo che celebra la Repubblica Romana abita dentro la porta che quella Repubblica vide crollare, ricostruita dall'architetto di fiducia del papa tornato al potere, per volontà di quello stesso papa, con una dedica che ne esalta il ritorno. Ogni visitatore, quando entra, attraversa fisicamente il monumento della Restaurazione per andare a leggere la Costituzione democratica del 1849. Aggiungete un terzo elemento: nell'edificio ha ancora sede l'Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini, che dal 1951 non se n'è più andata. In un unico immobile romano convivono la pietra della vittoria pontificia, il racconto della repubblica sconfitta e l'associazione dei suoi eredi. Non conosco altri musei italiani che si reggano su una contraddizione così esatta, e questa contraddizione, più di ogni pannello, è la ragione per cui vale la pena entrare.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Nessuno vi dirà che nei giorni feriali il museo ha una vita brevissima. Dal martedì al venerdì apre alle 10.00 e chiude alle 14.00, e poiché l'ultimo ingresso è consentito un'ora prima della chiusura, la porta smette di accogliere alle 13.00 in punto. Quattro ore di apertura, tre di accesso effettivo. Chi organizza una giornata romana mettendo il Gianicolo nel pomeriggio, come farebbe chiunque per via della luce sul panorama, arriva davanti a un portone chiuso. Il sabato e la domenica, invece, si arriva fino alle 18.00: il fine settimana è l'unico momento in cui questo museo si può visitare con calma, e va detto perché nessuna guida lo scrive.

La seconda informazione poco nota riguarda la struttura. L'edificio ha due corpi separati, uno per torrione, ciascuno con la propria scala, collegati soltanto dal salone al secondo livello. Chi entra distratto sale un corpo, guarda le sale, ridiscende e se ne va convinto di aver visto il museo: ha visto metà. La sezione garibaldina dal 1849 al Novecento, quella con le divise, le armi, le fotografie dei reduci e la Divisione Garibaldi in Montenegro, è nell'altro corpo, e ci si passa attraversando il salone. Se qualcuno vi racconta che il museo si visita in venti minuti, ha sbagliato scala.

Terza cosa, e la dico da accompagnatore: questo è uno dei pochissimi musei del Sistema Musei di Roma Capitale a ingresso completamente gratuito, e proprio per questo non compare nei circuiti commerciali, non ha code, non ha pacchetti. Il risultato è che a metà mattina di un martedì potete trovarvi soli nel salone con il video dell'assedio. In una città dove per stare cinque minuti da soli davanti a qualcosa di importante bisogna alzarsi all'alba, un'ora di silenzio dentro un monumento è merce rara, e qui non costa nulla.

Il consiglio che ti do per visitare Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Il consiglio è uno solo e riguarda l'ordine delle cose. Salite da Trastevere a piedi, entrate nel museo per primo, uscite e camminate verso il piazzale. Mai il contrario. La ragione è che il Gianicolo, senza la cronologia dell'assedio in testa, è un belvedere con dei busti; con quella cronologia diventa una mappa. Se avete un'ora e mezza, il programma perfetto è questo: partenza da piazza Trilussa alle 9.40, salita per via Garibaldi con sosta al Fontanone, ingresso al museo alle 10.10, un'ora dentro con dieci minuti pieni davanti al plastico interattivo, uscita alle 11.15, cinque minuti davanti al Vascello, poi risalita al piazzale in tempo per il colpo di cannone di mezzogiorno.

Il secondo consiglio è sul giorno. Andateci di sabato mattina presto, oppure di domenica: il museo resta aperto fino alle 18.00 e il colle nel fine settimana ha un'aria diversa, con i romani che portano i bambini e i giostrai vicino al piazzale. Evitate le domeniche di ingresso gratuito ai musei civici se cercate silenzio, non perché qui si paghi comunque qualcosa, ma perché il Gianicolo in quelle giornate si riempie. Evitate le prime ore del pomeriggio d'estate: la salita di via Garibaldi in agosto, alle due, è una cattiveria che non merita nessuno.

Terzo consiglio, quello che conta di più con i gruppi e con le famiglie: dividete le forze. Il museo si affronta meglio in due tempi, prima la parte del 1849 nel corpo principale, poi il salone, poi la parte garibaldina nel secondo corpo, con una pausa in mezzo alle finestre. E se avete bambini fra gli otto e i dodici anni, date a ciascuno un nome da cercare: Mameli, Manara, Colomba Antonietti, Righetto. Sfoglieranno l'album virtuale delle erme per trovarlo e poi, sul viale, cercheranno il busto. Ho visto ragazzini annoiati diventare implacabili in dieci minuti con questo semplice espediente.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti in Italia sanno le parole di Fratelli d'Italia. Le cantano allo stadio, alle premiazioni, il 2 giugno. Pochissimi collegano quelle parole a questo pezzo di collina. Goffredo Mameli scrisse il Canto degli Italiani a Genova nell'autunno del 1847, a vent'anni; poco più di un anno e mezzo dopo fu colpito a una gamba a trecento metri da qui, negli assalti a Villa Corsini del 3 giugno 1849, e morì di setticemia il 6 luglio all'ospedale della Trinità dei Pellegrini, a ventun anni, quattro giorni dopo che Garibaldi era uscito da Roma. Dal 1941 le sue ossa riposano nel Mausoleo Ossario sul Gianicolo, a pochi minuti di cammino dal museo. Il fatto è arcinoto, il nesso quasi mai: l'inno nazionale italiano ha un autore morto ragazzo difendendo una repubblica che durò centoquarantasei giorni, e la collina dove morì è la stessa dove i romani portano i figli a vedere il cannone.

C'è un secondo fatto della stessa specie. Tutti sanno che la Costituzione italiana del 1948 vieta la pena di morte. Quasi nessuno ricorda che la prima carta costituzionale italiana a proscriverla senza eccezioni fu quella della Repubblica Romana, promulgata il 3 luglio 1849 in Campidoglio mentre le truppe francesi entravano in città, in uno Stato dove fino a tre anni prima il boia lavorava in pubblico a ponte Sant'Angelo. Quel testo non fu mai applicato nemmeno per un giorno. Novantanove anni dopo, i costituenti italiani lo tennero sul tavolo come precedente. È una linea di continuità che passa da questa porta, e il museo la mostra con la discrezione di chi sa che i documenti parlano da soli.

La foto giusta da fare a Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

La fotografia che quasi tutti sbagliano è quella della porta. Ci si mette davanti, dal lato di via Garibaldi, si inquadra il fornice e viene fuori un edificio giallastro schiacciato dal traffico. Il punto giusto è dall'altra parte, sul lato esterno, lungo via di San Pancrazio: da lì la porta si presenta come la volle Vespignani, con il bugnato, il fornice unico e l'iscrizione dedicatoria, e le automobili restano fuori campo se ci si abbassa un poco. Andateci nel tardo pomeriggio, quando il sole viene da ovest e prende in pieno la facciata esterna: la pietra passa dal grigio all'ocra e il rilievo del bugnato si legge tutto.

La seconda fotografia, quella che nessuno fa, si scatta da dentro. Dalle finestre del salone al secondo piano e dalle feritoie dei torrioni si vede il fronte occidentale, cioè esattamente il terreno dell'assedio: Villa Corsini, il crinale, gli alberi di villa Pamphilj. Inquadrate lo strapiombo del davanzale insieme al paesaggio, con la pietra della porta in primo piano e la campagna dietro, e avrete una fotografia che vale più di dieci panorami del piazzale, perché racconta il punto di vista dell'assediato. È consentito fotografare e filmare per uso personale, escluse le mostre temporanee, senza cavalletto, senza asta per selfie e senza luci aggiuntive; per le riprese professionali serve l'autorizzazione della Sovrintendenza Capitolina.

La terza inquadratura, per chi ha pazienza, è a cento metri dal museo: i resti della facciata del Vascello, con le crepe e le ferite del 1849 lasciate a vista, fotografati dal marciapiede di via di San Pancrazio con un teleobiettivo corto per comprimere il piano. Se volete la fotografia della giornata, però, aspettate mezzogiorno al piazzale e mettete a fuoco la folla un attimo prima del colpo di cannone, non il cannone. Le facce dei bambini che si tappano le orecchie sono il ritratto migliore di questo colle.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è antichissimo e riguarda la strada. Da questo varco, quando ancora si chiamava porta Aurelia e apparteneva alla cinta di Aureliano, usciva la via Aurelia verso Cerveteri, Civitavecchia, la Toscana e la Gallia: per secoli, chi lasciava Roma verso nordovest passò di qui, dai legionari ai pellegrini diretti alle basiliche, dai corrieri pontifici agli eserciti. Nel 1643, durante la guerra di Castro, la porta fu teatro degli scontri fra le truppe di Urbano VIII e quelle del granduca di Toscana. Pochi anni prima, fra il 1642 e il 1644, lo stesso Urbano VIII aveva fatto costruire attorno al Gianicolo la nuova cinta bastionata che ancora oggi definisce la sommità del colle.

Il 30 aprile 1849 davanti a questa porta si combatté la prima battaglia della difesa di Roma: i settemila francesi sbarcati a Civitavecchia sei giorni prima furono respinti con oltre cinquecento fra morti e feriti e trecentosessantacinque prigionieri, e Garibaldi, ferito di striscio, chiese invano di inseguirli. Il 3 giugno, alle tre del mattino, i francesi ruppero la tregua e presero Villa Corsini e Villa Pamphilj: in quella sola giornata caddero Angelo Masina ed Enrico Dandolo e fu ferito a morte Goffredo Mameli. Il 13 giugno, sotto il bombardamento, in questo stesso settore fu uccisa da una palla di cannone Colomba Antonietti, ventidue anni, l'unica donna che abbia oggi un busto sulla passeggiata del Gianicolo. Fra il 21 e il 22 giugno i francesi aprirono la breccia e occuparono i bastioni verso Porta Portese. Il 30 giugno cadde Luciano Manara a Villa Spada e la difesa finì. Il 2 luglio Garibaldi uscì da Roma con quattromila uomini, il 3 luglio l'Assemblea promulgò la Costituzione dal Campidoglio, il 4 luglio i francesi completarono l'occupazione. Di questa porta, dopo un mese di cannoneggiamento, restavano macerie.

Gli avvenimenti successivi sono di ricostruzione e di memoria. Fra il 1854 e il 1857 Virginio Vespignani rialzò la porta per Pio IX. Nel 1849, subito dopo la caduta, Stefano Lecchi percorse queste rovine con l'attrezzatura fotografica e realizzò quello che è considerato il primo reportage di guerra della storia. Il 19 aprile 1951 il Comune consegnò i locali ai veterani garibaldini; nel 1976 aprì il primo museo; il 17 marzo, nel centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Regno d'Italia, il complesso restaurato riaprì come Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina.

Chi è passato da Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Da questa porta è passato Giuseppe Garibaldi decine di volte fra l'aprile e il luglio del 1849, perché il suo quartier generale di Villa Savorelli era a poche decine di metri e il fronte cominciava subito fuori. Ci passò Anita, che lo raggiunse a Roma dopo Rieti e che il 2 luglio uscì dalla città con la colonna. Ci passò Giuseppe Mazzini, triumviro, che nei giorni dell'assedio saliva a ispezionare le posizioni. Ci passò Luciano Manara alla testa dei bersaglieri lombardi il 29 aprile 1849, il giorno prima della battaglia, e ci passò per l'ultima volta il 30 giugno andando verso Villa Spada, dove morì. Ci passò Goffredo Mameli, che di qui fu portato ferito verso l'ospedale della Trinità dei Pellegrini. Ci passò Colomba Antonietti in uniforme da bersagliere, e proprio in questo settore fu uccisa il 13 giugno.

Ci passarono Giacomo Medici, che dal Vascello a duecento metri tenne la posizione per settimane, Angelo Masina con i suoi lancieri bolognesi, Emilio Dandolo, che di quei giorni scrisse il libro di memorie più letto, Nino Bixio, ferito nella difesa, Ugo Bassi, il cappellano dei garibaldini, e Andrea Aguyar, arrivato da Montevideo. Ci passò Angelo Brunetti detto Ciceruacchio, il tribuno popolare di Ripetta, con i figli. Ci lavorò, sul fronte degli ospedali, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, che organizzò il servizio sanitario della Repubblica, e con lei la giornalista americana Margaret Fuller, corrispondente del New York Tribune, che assistette i feriti e raccontò l'assedio ai lettori d'oltreoceano.

Dall'altra parte della barricata passò il generale Charles Oudinot de Reggio, figlio di un maresciallo di Napoleone, che comandò il corpo di spedizione francese, e passarono i suoi ufficiali del genio, che qui applicarono i manuali d'assedio ottocenteschi. Ci passò Ferdinand de Lesseps, il diplomatico che tentò la mediazione di maggio prima di essere richiamato, e che quindici anni dopo avrebbe aperto il canale di Suez. Ci passò, con la macchina fotografica, Stefano Lecchi. Ci lavorò Virginio Vespignani, che la porta la ricostruì. E ci passò, in un certo senso, anche il pittore belga Léon Philippet, che da Villa Savorelli fissò su dodici tele il panorama della battaglia. Poi ci sono passati tutti gli altri, quelli senza nome: i pellegrini della via Aurelia diretti alle basiliche, i carrettieri dei Castelli con il vino, le famiglie trasteverine salite a prendere aria la domenica. Chi entra oggi cammina su una soglia molto frequentata.

Il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina con i bambini

Funziona, e funziona meglio di quanto il tema lascerebbe pensare. La ragione è l'allestimento: i bambini reagiscono al plastico interattivo del Gianicolo, alle animazioni della battaglia e ai touch screen molto più che a una vetrina di sciabole. La fascia ideale va dagli otto ai quattordici anni. Sotto i sei anni il museo ha poco da offrire, se non le scale e le finestre, che comunque hanno il loro fascino; i passeggini sono ammessi in tutto il percorso.

Come raccontare il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina ai ragazzi

Il trucco è l'età dei protagonisti. Se dite a un tredicenne che qui si combatté una battaglia, sbadiglia; se gli dite che il ragazzo che ha scritto l'inno che canta agli Europei è morto qui accanto a ventun anni, e che una ragazza di ventidue si era tagliata i capelli per potersi arruolare ed è stata uccisa da una cannonata in questo punto, cambia faccia. Righetto, il ragazzino che secondo la tradizione trasteverina buttava nel Tevere le bombe inesplose, è il personaggio che funziona con i più piccoli. Un secondo espediente utile: fate contare le finestre e le feritoie dall'esterno, poi chiedete di ritrovarle dall'interno. Il museo è un edificio militare, e i bambini lo capiscono con il corpo prima che con la testa.

Cosa fare prima e dopo con i più piccoli

Prima: il colpo di cannone di mezzogiorno al piazzale, con l'accortezza di tenersi a qualche metro dalla balaustra perché il rumore è forte. Dopo: la passeggiata verso il monumento equestre, la ricerca dei busti assegnati a ciascuno, e il vecchio teatrino delle marionette del Gianicolo, che quando è in attività resta uno degli spettacoli più antichi e caparbi della città. Se il tempo tiene, l'Orto Botanico a valle, sul versante di via Corsini, chiude la giornata perfettamente: si scende dal colle, si passa dai monumenti al giardino, e i bambini si sfogano.

Accessibilità del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Il complesso è stato restaurato per il Giubileo del 2000 e in quell'occasione venne inserito un corpo ascensore per il superamento delle barriere architettoniche. All'interno del museo è disponibile una carrozzina per chi ha difficoltà di deambulazione. Il museo aderisce ai progetti accessibili del Sistema Musei e propone percorsi come il viaggio sensoriale dedicato alla Repubblica Romana del 1849, costruito per chi visita attraverso il tatto e l'udito. Restano i limiti fisici di un edificio militare seicentesco ricostruito nell'Ottocento: le scale dei torrioni sono strette e ripide, e la circolazione fra i due corpi passa dal salone del secondo livello. Per una visita programmata con esigenze specifiche, il consiglio pratico è telefonare in anticipo al 060608 e concordare l'accoglienza: il personale della sede è abituato e collabora.

Servizi al visitatore del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

All'ingresso si trova un piccolo punto vendita con le pubblicazioni del museo; guide e cataloghi del Sistema Musei sono acquistabili anche online. Le informazioni sulle condizioni di accesso sono esposte in italiano e in inglese. Il personale in sala fornisce indicazioni in inglese. Non sono ammessi bagagli ingombranti, ombrelli, animali salvo cani di piccola taglia nel trasportino, cibi e bevande; il divieto di fumo vale in tutto l'edificio. Le fotografie e i video per uso personale sono consentiti, escluse le mostre temporanee, senza cavalletto, senza asta e senza illuminazione aggiuntiva.

Cosa vedere intorno al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Il raggio di dieci minuti a piedi da questa porta è uno dei più densi della città, e quasi nessuno lo sfrutta.

Sul colle, sopra il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Salendo verso nord si incontrano il piazzale con il monumento a Garibaldi, i busti, il faro, il monumento ad Anita, il Mausoleo Ossario, la terrazza da cui si vede tutta la città con la cupola di San Pietro alle spalle. È la passeggiata del Gianicolo propriamente detta, due chilometri di viale alberato che si percorrono in mezz'ora abbondante camminando piano.

Scendendo verso Trastevere

In discesa per via Garibaldi, in ordine: la Fontana dell'Acqua Paola, il grande prospetto voluto da Paolo V nel 1612 come mostra terminale dell'acquedotto Traiano-Paolo; la chiesa di San Pietro in Montorio con il Tempietto di Bramante, uno dei manifesti del Rinascimento maturo, e con la Flagellazione di Sebastiano del Piombo su disegno di Michelangelo; poi il tessuto di Trastevere con la Basilica di Santa Maria in Trastevere, i mosaici di Pietro Cavallini, e la Basilica di Santa Cecilia con il Giudizio Universale di Cavallini nel coro delle monache. Sul versante nord, sotto il colle, la Villa Farnesina di Baldassarre Peruzzi con la Galatea di Raffaello, e l'Orto Botanico nel giardino di palazzo Corsini.

Sul versante opposto, verso Monteverde

Uscendo dalla porta verso ovest, in dieci minuti si è agli ingressi di Villa Doria Pamphilj, centottanta ettari di parco storico con il casino del Bel Respiro, i giardini seicenteschi e i prati dove nel 1849 manovravano le colonne francesi. Lungo la strada si passa davanti al Vascello. Se vi interessa il filo risorgimentale, il museo si abbina bene con il Museo di Roma in Trastevere, che racconta la Roma popolare dell'Ottocento con gli acquerelli di Ettore Roesler Franz, e con il Museo Napoleonico sull'altra riva, dedicato alla Roma bonapartista da cui, per vie tortuose, uscì anche il presidente francese che ordinò l'assedio.

Quando andare al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

La stagione migliore è quella di mezzo: aprile e maggio, ottobre e novembre. Il colle in primavera ha una luce che nessun'altra parte di Roma restituisce, e in autunno i platani della passeggiata cambiano colore. D'estate la salita è dura e il museo, che è dentro una massa di muratura, resta comunque più fresco della strada. D'inverno la mattina del sabato è quasi sempre deserta.

Le date in cui vale la pena esserci

Il 9 febbraio è l'anniversario della proclamazione della Repubblica Romana e sul Gianicolo si tengono cerimonie e deposizioni di corone. Il 30 aprile e il 3 giugno sono gli anniversari delle due battaglie. Il 2 luglio ricorda l'uscita di Garibaldi da Roma, il 3 luglio la promulgazione della Costituzione. Il 20 settembre è l'anniversario della breccia di Porta Pia e del monumento equestre. Chi capita a Roma in una di queste date trovi il tempo di salire: la memoria risorgimentale romana è viva, presidiata da associazioni e comitati, e assistere a una commemorazione al Gianicolo è un'esperienza diversa da qualunque visita.

Gli orari da evitare al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Nei giorni feriali, dopo le 13.00, l'accesso è chiuso. Il lunedì il museo non apre. Il 1 maggio e il 25 dicembre è chiuso. Il 24 e il 31 dicembre chiude alle 14.00. Nelle domeniche di ingresso gratuito ai musei civici il colle si affolla di famiglie: bellissimo per l'atmosfera, meno buono per la concentrazione. E se cercate il tramonto dal Gianicolo, sappiate che quando la luce diventa perfetta il museo ha già chiuso da un pezzo: sono due cose diverse, e si fanno in due momenti diversi.

Domande veloci su Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina

Quanto costa il biglietto del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

Niente. L'ingresso è gratuito per tutti. Al banco si ritira comunque un tagliando, che serve al conteggio dei visitatori.

Quali sono gli orari del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

Dal martedì al venerdì 10.00-14.00, sabato e domenica 10.00-18.00. Chiuso il lunedì. Il 24 e il 31 dicembre 10.00-14.00. Chiuso il 1 maggio e il 25 dicembre. L'ultimo ingresso è consentito un'ora prima della chiusura.

Dove si trova esattamente il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

A Largo di Porta San Pancrazio, 00153 Roma, dentro Porta San Pancrazio, sulla sommità del Gianicolo, dove via Garibaldi diventa via di San Pancrazio.

Serve prenotare per visitare il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

No per la visita individuale. Sì per i gruppi fra cinque e venticinque persone, con prenotazione gratuita al numero 060608, e per le scolaresche.

Quanto dura la visita al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

Da quaranta minuti a due ore. Un'ora è la misura giusta per una visita completa senza fretta.

Il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina è adatto ai bambini?

Sì, soprattutto fra gli otto e i quattordici anni, grazie al plastico interattivo, alle animazioni della battaglia e ai touch screen. I passeggini sono ammessi.

Si possono fare fotografie dentro il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

Sì, per uso personale, escluse le mostre temporanee, senza cavalletto, senza asta per selfie e senza luci aggiuntive. Le riprese professionali richiedono l'autorizzazione della Sovrintendenza Capitolina.

Il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina è accessibile in sedia a rotelle?

Il complesso è dotato di un corpo ascensore inserito con il restauro del Giubileo del 2000 ed è disponibile in sede una carrozzina. Trattandosi di un edificio storico restano limiti fisici: per esigenze particolari conviene telefonare prima al 060608.

Serve la MIC card per entrare al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

No, perché l'ingresso è già gratuito. La MIC card, che costa 5 euro e vale dodici mesi, è utile per le altre sedi civiche a pagamento.

Come si arriva al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina con i mezzi pubblici?

Con l'autobus 115, fermata Carini/San Pancrazio, o con l'870, fermata a piazza San Pancrazio. In alternativa tram 8 o bus fino a Trastevere e quindici minuti di salita a piedi per via Garibaldi.

Ci sono visite guidate al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

Sì, in varie lingue, a pagamento e su prenotazione al 060608, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. La visita individuale resta libera.

C'è un guardaroba o un deposito bagagli?

Non è previsto un deposito per bagagli ingombranti, che non sono ammessi all'interno insieme a ombrelli, cibi e bevande. Presentatevi leggeri.

Si aspetta in coda al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

Praticamente mai. È uno dei musei meno frequentati del centro storico, e la sua tranquillità è uno dei suoi pregi.

Che differenza c'è fra il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina e il Museo Centrale del Risorgimento?

Il Museo Centrale del Risorgimento racconta l'intero processo di unificazione nazionale, dal Settecento al 1918, con una collezione documentaria imponente. Qui il campo è ristretto a un solo episodio, la Repubblica Romana del 1849, e alla tradizione garibaldina, ma raccontato nel luogo esatto in cui accadde. Sono complementari: il primo dà il quadro, il secondo dà il terreno.

C'è un bookshop?

Sì, un piccolo punto vendita all'ingresso con le pubblicazioni del museo. Guide e cataloghi del Sistema Musei si trovano anche online.

Il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina apre la prima domenica del mese?

Sì, con l'orario festivo 10.00-18.00. La prima domenica del mese le sedi civiche e le aree archeologiche comunali sono a ingresso gratuito per tutti; qui la novità non riguarda il prezzo, che è già zero, ma l'afflusso, che aumenta.

Si può visitare il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina in mezz'ora?

Si può, ma si vede metà edificio. Il percorso occupa due corpi separati collegati dal salone del secondo livello: chi ha fretta salta la sezione garibaldina del Novecento.

Il cannone di mezzogiorno si spara tutti i giorni?

Sì, ogni giorno a mezzogiorno dal terrazzo sotto il piazzale Garibaldi, servito da personale dell'Esercito. Non fa parte del museo, ma è a cinque minuti di cammino e vale la coincidenza d'orario.

Dov'è sepolto Goffredo Mameli?

Nel Mausoleo Ossario Garibaldino sul Gianicolo, dove le sue spoglie furono traslate nel 1941. In precedenza era stato sepolto a Santa Maria in Monticelli e poi al cimitero del Verano.

Si può vedere la Costituzione del 1849 al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

Il museo dedica una sezione intera alla Costituzione della Repubblica Romana promulgata il 3 luglio 1849, con documenti e apparati che ne illustrano il contenuto. Il testo è quello che abolì la pena di morte, garantì la libertà di culto e di stampa e riconobbe il suffragio universale maschile.

Che rapporto c'è fra il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina e il Vascello?

Il Vascello è la villa seicentesca a duecento metri dalla porta che Giacomo Medici tenne per settimane sotto il fuoco francese nel giugno 1849. Oggi ospita il Grande Oriente d'Italia e non è di norma visitabile, ma i resti della facciata danneggiata si vedono dalla strada e completano il racconto del museo.

Quanti piani ha il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

Quattro livelli, distribuiti su due corpi laterali con scala propria e collegati da un salone centrale al secondo livello.

Ci sono mostre temporanee al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina?

Il museo organizza mostre, eventi, incontri e attività didattiche durante l'anno. Il calendario aggiornato e gli avvisi sono pubblicati sul sito ufficiale del museo.

Si può abbinare la visita ad altri musei civici?

Sì, e conviene. Una giornata sensata comprende questo museo la mattina e nel pomeriggio il Museo di Roma in Trastevere, oppure, passando il fiume, Palazzo Braschi e il Museo Napoleonico.

Un'ultima cosa

Di tutti i musei civici romani, questo è quello che difendo con più convinzione quando qualcuno mi dice che i musei piccoli non valgono il tempo. Il tempo che chiede è un'ora. Quello che restituisce è la capacità di guardare una collina che tutti attraversano per il panorama e vederci sopra una battaglia, una costituzione scritta sotto le bombe e una generazione di ventenni che ci lasciò la pelle. Se dovessi indicare un solo momento della visita, sarebbe la finestra del salone al secondo piano: da lì si vede il campo, e alle spalle si ha il testo della Costituzione del 3 luglio. Guardate l'uno e leggete l'altro. Poi uscite, andate a mezzogiorno al piazzale, aspettate il colpo di cannone e datevi il tempo di pensarci su. Non è un museo che si visita: è un museo che si usa, e serve a capire il resto della città.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina - Largo di Porta S. Pancrazio, 00153 Roma RM, Italia
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