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Coppedè

Il quartiere Coppedè occupa l'isolato compreso fra via Tagliamento, via Arno, via Ombrone, via Serchio, via Reno, via Clitunno e via Adige fino a piazza Trasimeno, nel quartiere Trieste, a nord est del centro di Roma. Il centro geometrico e sentimentale è piazza Mincio. Non si paga alcun biglietto: Coppedè è un pezzo di città aperto, percorribile ventiquattro ore su ventiquattro, senza tornelli, senza orari e senza prenotazione, perché si visita camminando su strade pubbliche. Gli edifici, invece, sono tutti privati: portoni, androni, cortili e scale non sono visitabili, e nessun custode vi farà entrare. L'ingresso monumentale è l'arco che scavalca via Dora fra i due Palazzi degli Ambasciatori, sul lato di via Tagliamento, ai civici 8-12. In metropolitana la fermata utile è Sant'Agnese/Annibaliano, sulla diramazione B1 della linea B, aperta al pubblico il 13 giugno 2012: da lì si prosegue a piedi verso via Tagliamento. Le linee di superficie che servono viale Regina Margherita e via Nomentana cambiano numerazione e percorso con una certa frequenza, quindi conviene controllare il tragitto aggiornato sul sito dell'azienda di trasporto prima di partire.

Chi arriva qui aspettandosi un museo resta spiazzato per i primi tre minuti, poi capisce. Coppedè è un condominio gigantesco travestito da fiaba, un pezzo di Firenze medievale che ha litigato con un tempio babilonese e ha fatto pace grazie a una fontana piena di rane. Nel raggio di duecento metri si passa dal leone di San Marco alla lupa capitolina, dal Santo Graal a un cavallo con l'incudine, da un orologio zodiacale a un ragno di pietra. È l'unico angolo di Roma dove l'eclettismo primo Novecento è stato applicato a un intero isolato invece che a una villa isolata, e questo lo rende, dal punto di vista architettonico, un caso di studio senza rivali in Italia.

Se state costruendo un itinerario romano fuori dai circuiti obbligati, questa zona si combina bene con villa Torlonia e con la Casina delle Civette, che di questo stesso gusto decorativo sono la variante nobiliare e più antica.

Dove si trova Coppedè e come ci si arriva

Il primo equivoco da smontare riguarda il nome. Coppedè non è un quartiere nel senso amministrativo del termine: è un comparto edilizio privato costruito dentro il quartiere Trieste, il Q. XVII, istituito il 24 maggio 1926 con il nome di Savoia e ribattezzato in seguito. Nessuna delibera ha mai creato un quartiere Coppedè: il nome è nato dall'uso comune dei romani, che hanno battezzato l'isolato con il cognome dell'architetto che lo ha immaginato. Sulle mappe ufficiali, quindi, cercatelo come area interna al quartiere Trieste, a ridosso del confine con la zona Salaria e a poca distanza dai Parioli.

L'indirizzo esatto di Coppedè

L'indirizzo da dare a chi vi accompagna è piazza Mincio, Roma. Da lì si irradiano le sette strade che compongono il comparto: via Dora, via Brenta, via Tanaro, via Aterno, via Olona, via Ombrone e via Arno. Tutte portano nomi di fiumi italiani, e questa non è una civetteria di Coppedè ma il risultato del criterio toponomastico adottato per l'intero quartiere Trieste, dove le strade prendono il nome dai corsi d'acqua della penisola. L'accesso più scenografico resta quello da via Tagliamento: si arriva camminando lungo una strada del tutto ordinaria, con negozi, portoni novecenteschi e traffico, e all'improvviso si è sotto un arco che sembra uscito da un'illustrazione per bambini.

Coppedè con la metropolitana B1

La stazione Sant'Agnese/Annibaliano appartiene alla diramazione B1 della linea B, quella che si stacca dalla stazione Bologna e prosegue verso nord con le fermate Libia, Conca d'Oro e Jonio. Il tratto fino a Conca d'Oro è entrato in servizio il 13 giugno 2012, il prolungamento fino a Jonio il 21 aprile 2015. Le stazioni della diramazione sono state progettate dallo studio ABDR, e questo per un visitatore attento è già un piccolo antipasto: si esce da un'architettura contemporanea di vetro e cemento e in un quarto d'ora a piedi si entra in un carnevale di torrette e bifore costruito un secolo prima.

A Coppedè a piedi, partendo da villa Torlonia

Il modo migliore per arrivarci, se avete tempo, è a piedi lungo via Nomentana, partendo dal cancello di villa Torlonia. Si attraversa il parco, si guarda il Casino Nobile e ci si ferma davanti alla Casina delle Civette, poi si esce sul lato di viale Regina Margherita e si punta verso via Tagliamento. Il percorso dura circa venti minuti e ha un vantaggio che nessun taxi vi darà: fa capire, camminando, come Roma sia cresciuta in quegli anni, isolato dopo isolato, con le palazzine umbertine che lasciano spazio alle prime sperimentazioni del primo Novecento.

Quanto costa visitare Coppedè e quando conviene andarci

Costa zero. È la risposta breve, ed è anche il motivo per cui Coppedè andrebbe messo in cima alla lista di chi visita Roma con un budget stretto. Non esiste un biglietto, non esiste un ridotto, non esiste una prima domenica del mese: si entra e basta, perché si tratta di strade comunali aperte al pubblico. Quello che non si compra, e che nessuno vende, è l'ingresso negli edifici. Chi vi promette una visita agli interni dei Palazzi degli Ambasciatori o dei Villini delle Fate vi sta raccontando una favola: sono condomini abitati, con famiglie che ci vivono, e l'unica architettura che potete legittimamente osservare è quella esterna.

Le regole non scritte per visitare Coppedè

Ci sono comportamenti che qui fanno la differenza fra un visitatore e un problema. Le finestre dei Villini delle Fate danno su strade strette: fotografare con il teleobiettivo dentro un salotto altrui è maleducazione, e i residenti se ne accorgono. I portoni non si spingono. I cortili non si attraversano. La Fontana delle Rane non è una piscina, e l'episodio del 1965 di cui parleremo più avanti non autorizza nessuno a ripeterlo. Sul marciapiede di piazza Mincio, infine, i gruppi vanno tenuti compatti: la piazza è piccola, il traffico locale passa davvero, e trenta persone sparpagliate diventano un ingorgo in trenta secondi.

L'ora giusta per vedere Coppedè

Il giudizio è netto: Coppedè va visto la mattina presto, fra le otto e le dieci, oppure nell'ultima ora di luce. Il motivo è tecnico e riguarda le facciate. Le decorazioni dipinte e i graffiti dei Villini delle Fate sono a bassissimo rilievo: con il sole alto a picco appiattiscono e si perdono, mentre con la luce radente si staccano e si leggono uno per uno. Nelle ore centrali di una giornata d'estate, oltretutto, piazza Mincio è una padella: non c'è ombra, non c'è un bar sulla piazza e non c'è una panchina. Il momento peggiore in assoluto è il primo pomeriggio di luglio. Il migliore, per chi non ha paura dell'umidità, è una mattina di novembre dopo la pioggia, quando le maioliche brillano.

Coppedè
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Chi era Gino Coppedè, l'uomo che ha firmato il quartiere

Luigi Coppedè, che tutti conoscono come Gino, nacque a Firenze il 26 settembre 1866, figlio di Mariano Coppedè e di Antonietta Bizzarri, e fratello dell'architetto Adolfo. Morì a Roma il 20 settembre 1927, per una gangrena polmonare sopravvenuta a complicare un intervento chirurgico: aveva sessant'anni compiuti da quattro giorni, e il quartiere romano che porta il suo nome era ancora un cantiere aperto.

Dalla bottega del padre all'Accademia di Firenze

La formazione di Coppedè spiega quasi tutto quello che si vede a piazza Mincio. Studiò alla Scuola professionale di arti decorative industriali di Firenze e fra il 1885 e il 1890 lavorò nella bottega paterna, dove imparò l'intaglio del legno. Non arrivò all'architettura dalla matematica o dall'ingegneria, ma dall'artigianato: dalla mano che scava un mobile, che disegna un ferro battuto, che decide come una foglia d'acanto deve girare su uno spigolo. Il diploma in disegno architettonico all'Accademia di Belle Arti di Firenze arrivò nel 1891, dopo. Chi guarda Coppedè con l'occhio dell'accademia lo trova sregolato; chi lo guarda con l'occhio dell'artigiano capisce che ogni centimetro di quelle facciate è stato pensato come si pensa un intaglio.

Il Castello Mackenzie e la stagione genovese

Nel 1889 sposò Beatrice Romanelli, figlia dello scultore Pasquale Romanelli, ed ebbe tre figlie. Insegnò al Regio Orfanotrofio Puccini di Pistoia, poi intorno al 1890 si trasferì a Genova, e lì costruì la propria fortuna professionale. L'opera che lo impose fu il Castello Mackenzie, realizzato fra il 1897 e il 1902, un colossale esercizio di neomedievalismo commissionato da un assicuratore scozzese. Genova gli diede committenze in serie, incarichi nelle commissioni municipali e, soprattutto, un metodo: costruire quartieri interi con un linguaggio riconoscibile, in modo che l'operazione immobiliare diventasse anche un'operazione di immagine. Fra le altre sue opere si ricorda villa La Gaeta sul lago di Como, completata nel 1921, oltre a ville sparse in Italia e in Svizzera e a lavori a Messina.

L'incarico romano del 1915

A Roma Coppedè arrivò chiamato dai finanzieri Cerruti e Becchi, che con lui volevano ripetere nella capitale l'operazione già avviata a Genova. L'incarico è del 1915. Il dizionario architettonico di Pevsner, Fleming e Honour indica il 1912 come data del progetto, ma la prima presentazione ufficiale risulta del 19 ottobre 1916, e questo riporta la progettazione vera e propria al 1915. Su questa discrepanza non vale la pena accapigliarsi: quello che conta è che fra il 1915 e il 1916 un architetto fiorentino formatosi fra Firenze e Genova ottenne di disegnare da solo un intero isolato romano, cosa che a nessun altro è più riuscita.

Come nasce il quartiere Coppedè

Nel 1915 la Società Anonima Edilizia Moderna, con sede in piazza di Pietra e con Aonzo Arnaldo come amministratore delegato, immagina una nuova zona abitativa a Roma, adiacente a piazza Quadrata, che oggi si chiama piazza Buenos Aires, ai confini dei Parioli e fra i quartieri Salario e Trieste, allora nuovissimi. Il progetto viene affidato a Gino Coppedè. Il piano dell'opera prevede diciotto palazzi e ventisette fra palazzine e villini, disposti attorno al nucleo centrale di piazza Mincio.

Il piano regolatore di Sanjust di Teulada

L'operazione si innesta sul piano regolatore dell'ingegner Edmondo Sanjust di Teulada del 1909, approvato sotto il sindaco Ernesto Nathan. Quel piano divideva la città in zone con densità edilizia differenziata e assegnava a quest'area la destinazione a palazzine e villini, cioè a un'edilizia signorile e non a caseggiati popolari. È una precisazione che sembra burocratica e invece è decisiva: senza quella destinazione, Coppedè non avrebbe potuto disegnare torrette, logge e giardinetti, e piazza Mincio sarebbe oggi un isolato di case a sei piani identiche a mille altre.

Il braccio di ferro con la commissione edilizia

Il cantiere procedette fra difficoltà e contrasti continui fra la commissione edilizia e l'architetto, con vincoli imposti dalla sovrintendenza. Nel 1918, su concessione dell'allora assessore all'urbanistica Galassi, si sbloccò la questione del lotto di via Po. Nel febbraio dello stesso 1918 venne approvato il progetto dei Palazzi degli Ambasciatori, ma a una condizione precisa: chiudere la via diagonale, l'attuale via Dora, e trasformarla in strada privata. Nel 1920 la commissione rifiutò la costruzione dei Villini delle Fate in via Rubicone. Il documento più interessante di tutta la vicenda porta però la data del 23 agosto 1917, quando la commissione edilizia chiese formalmente a Coppedè di dare al quartiere un'impronta romana.

La richiesta di romanità e come Coppedè la aggirò

Coppedè obbedì e disobbedì insieme, che è poi il modo in cui lavorano gli architetti intelligenti quando ricevono un ordine che non condividono. Adottò il tema della Roma antica nelle cornici e nelle modanature di gusto imperiale e progettò un arcone che richiama gli archi di trionfo dei Fori. Scelse il travertino, la pietra romana per eccellenza, proprio in omaggio alla romanità richiesta. Poi, sotto quell'involucro obbediente, continuò a fare quello che voleva: bifore toscane, leoni veneziani, graffiti fiorentini, api barberiniane, orologi zodiacali. La commissione ottenne la forma; Coppedè si tenne la sostanza.

Il quartiere dopo la morte di Coppedè

Nel 1921 vengono terminati i Palazzi degli Ambasciatori, che sono il fronte monumentale dell'intera operazione. Coppedè muore nel 1927 lasciando il complesso incompiuto, e il completamento passa a Paolo Emilio André. Chi cammina oggi per via Ombrone e via Olona vede il risultato di questo passaggio di consegne: alcuni edifici hanno l'esuberanza decorativa del maestro, altri una compostezza maggiore, quasi un raffreddamento del linguaggio. Non è un difetto, è una firma doppia, e riconoscerla è uno dei piccoli piaceri della visita.

L'arco d'ingresso di Coppedè su via Tagliamento

L'ingresso principale del quartiere Coppedè, dal lato di via Tagliamento, è un grande arco che congiunge i due Palazzi degli Ambasciatori scavalcando via Dora. Poco prima dell'arco si trova un'edicola con una statua della Madonna con Bambino, dettaglio che quasi nessuno nota e che invece dice molto sul modo in cui l'operazione volle inserirsi nella devozione di quartiere. Sotto l'arco, oltre a due balconi, pende un grande lampadario in ferro battuto, l'oggetto più fotografato dell'intero comparto.

Il lampadario di ferro battuto

Il lampadario appeso sotto l'arco è la firma dell'artigiano che c'è dentro l'architetto. Coppedè veniva dall'intaglio e dalla bottega, e in quel pezzo di ferro lavorato ci ha messo lo stesso tipo di attenzione che un ebanista mette in una cornice. Guardatelo da sotto, in asse, e poi spostatevi di due metri: cambia completamente, perché il disegno non è simmetrico. È il primo indizio della regola che governa tutto il quartiere.

L'asimmetria come regola dell'arco di Coppedè

L'arco è decorato con moltissimi elementi architettonici disposti in modo deliberatamente asimmetrico. Non è approssimazione: è un principio. In un edificio accademico gli elementi si specchiano a destra e a sinistra di un asse; qui no. Una bifora a sinistra non ha la gemella a destra, un rilievo non trova il proprio riflesso, una finestra si sposta di mezzo metro rispetto a quella del piano sotto. L'occhio, abituato alla simmetria del classicismo romano, resta permanentemente in movimento e non trova mai un punto di riposo. Il senso di irrealtà che tutti provano entrando a Coppedè nasce da qui, non dalle decorazioni.

La Vittoria alata e le aquile del grande arco

Il grande arco centrale è decorato con pitture che raffigurano una Vittoria alata e con mosaici che raffigurano aquile. All'interno dell'arco si trova la dedica a Coppedè. Al terzo piano compare una decorazione con una coppa che ricorda il Santo Graal, e questo basta a spiegare perché il quartiere abbia attirato negli anni ogni sorta di lettura esoterica. Sulla torretta d'angolo di via Tagliamento corre la scritta «Anno Domini MCMXXI», che indica verosimilmente la data di costruzione, accompagnata da bassorilievi con figure antropomorfe.

I Palazzi degli Ambasciatori di Coppedè

I Palazzi degli Ambasciatori sono in via Tagliamento 8-12, via Brenta 2-2a, piazza Mincio 1, via Dora 1-2 e via Tanaro 5. Il complesso è composto da due blocchi a pianta triangolare separati da via Dora e suddivisi in cinque livelli. Presso l'angolo fra via Arno e via Tagliamento si alzano due torrette, mentre la copertura è risolta con un terrazzo. Fra i due blocchi triangolari sono ricavati i locali di servizio e cinque pozzi scala destinati agli ascensori: un dato che, nel 1921, indicava un livello di comfort da abitazione di lusso.

Il lato di via Tanaro è scandito da corpi aggettanti su vari livelli, con finestre differenti per ogni piano. Anche qui la regola è la variazione continua: non esistono due aperture uguali, e la facciata si legge come una sequenza di episodi invece che come un ordine ripetuto. Il nome del complesso viene dalle sedi diplomatiche che nel tempo si sono insediate nella zona; l'ambasciata del Sudafrica è in via Tanaro, mentre in via Brenta si trovano quelle del Marocco e della Bolivia.

Coppedè
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La Fontana delle Rane in piazza Mincio

Superato l'arco si arriva a piazza Mincio, il centro del quartiere, e al centro della piazza sorge la Fontana delle Rane, progettata e realizzata da Gino Coppedè nel 1924. È l'unica opera del comparto che appartenga a tutti: gli edifici sono privati, la fontana è pubblica, e attorno a lei si organizza tutta la vita della piazza.

Com'è fatta la Fontana delle Rane

La fontana è costituita da una vasca centrale, di pochi centimetri più alta del livello stradale, con quattro coppie di figure: ognuna sostiene una conchiglia sulla quale è posata una rana dalla cui bocca zampilla l'acqua verso l'interno della vasca. Dal centro si innalza una seconda vasca, alta circa due metri, il cui bordo è sormontato da altre otto rane. Il conto finale è dunque di dodici rane, quattro in basso sulle conchiglie e otto in alto sul catino, e sulla parte inferiore corrono quattro mascheroni. La composizione è disposta su una piattaforma quadrilobata e il registro stilistico è un neobarocco pieno, senza mezze misure.

L'omaggio alla Fontana delle Tartarughe

Chi conosce Roma riconosce subito il modello. L'insieme ricorda molto la Fontana delle Tartarughe di piazza Mattei, alla quale sembra voler rendere omaggio: stessa idea di piccoli animali posati sul bordo del catino, stessa scala domestica, stessa scelta di giocare con l'acqua invece di celebrarla. Le conchiglie e un'ape scolpita sul bordo rimandano invece al repertorio delle fontane berniniane, quelle stesse che si ammirano nella Fontana del Tritone e nella Fontana dei Quattro Fiumi. Coppedè, che non era romano, cita Roma con l'entusiasmo di chi la ha scelta.

Il bagno dei Beatles, fra cronaca e leggenda

Sulla vasca circola da decenni il racconto più celebre del quartiere: i Beatles, dopo una serata al Piper, si sarebbero tuffati nella fontana. Il Piper Club di via Tagliamento venne inaugurato il 17 febbraio 1965 e si trova proprio di fronte all'ingresso di Coppedè, il che rende la geografia della storia perfettamente plausibile. La cronaca documentata, però, non conferma il bagno: la vicenda va raccontata per quello che è, cioè una leggenda urbana di ottima qualità, nata dalla vicinanza fisica fra il tempio del beat romano e la fontana più fotogenica del quartiere. Che poi, a pensarci, è già una storia migliore di tante verificate.

Il Palazzo del Ragno di Coppedè

Il Palazzo del Ragno è in piazza Mincio 4 e risale al 1916-1926, quindi copre quasi per intero la vicenda costruttiva del comparto. Il nome deriva dalla decorazione posta sopra il portone d'ingresso principale: un ragno di grandi dimensioni, che chiunque abbia visto una volta non dimentica più. L'edificio è suddiviso in quattro piani, ha una torretta e al terzo livello un balconcino con loggia.

Il ragno, il cavallo e la parola Labor

Sopra il balconcino corre un dipinto in ocra e nero che raffigura un cavallo sormontato da un'incudine fra due grifoni, con la scritta «Labor». È il manifesto ideologico dell'intera operazione: il ragno che tesse senza sosta, l'incudine del fabbro, il cavallo da lavoro e la parola latina che significa fatica. Nella Roma del 1916, dove la retorica corrente celebrava le legioni e gli imperatori, un committente che sceglie di celebrare il lavoro artigiano sopra il proprio portone fa una scelta di campo. Il ragno, poi, nella tradizione simbolica è l'animale che costruisce con quello che produce da sé, e per un architetto che veniva dalla bottega paterna è quasi un autoritratto.

Il motto di via Tanaro

Sul prospetto di via Tanaro è effigiato il motto «Maiorum exempla ostendo/artis praecepta recentis», che si può rendere come «mostro gli esempi degli antichi e i precetti dell'arte recente». È la dichiarazione di poetica più esplicita che Coppedè abbia lasciato in pagina, ed è anche la chiave per capire perché il quartiere non sia un falso storico ma una costruzione consapevolmente moderna che usa il passato come repertorio. Chi accusa Coppedè di aver fatto scenografia dovrebbe leggere quel motto: l'architetto lo aveva messo in facciata proprio per rispondere in anticipo all'accusa.

I Villini delle Fate, il capolavoro di Coppedè

I cosiddetti Villini delle Fate sono in via Aterno 4, piazza Mincio 3 e via Brenta 7-11. Sono l'edificio che tutti fotografano e quello che quasi nessuno guarda davvero, perché richiede tempo e un minimo di metodo. Le facciate esterne sono realizzate con una finezza tale che in certi punti sembrano tessute in seta e ricamate d'oro: la definizione è vecchia quanto il quartiere e resta la più esatta. Fra i materiali impiegati ci sono marmo, laterizi, travertino, terracotta e vetro, mentre il cancello è in legno e ferro battuto.

Il programma decorativo dei Villini è una piccola geografia d'Italia. Firenze viene esaltata con la scritta «FIORENZA BELLA» e con decorazioni fiorentine che raffigurano Dante e Petrarca; il lato di via Brenta è dedicato a Venezia con il leone di San Marco; Roma compare con la lupa e i gemelli. Coppedè, fiorentino di nascita e genovese di carriera, arrivato a Roma su commissione di finanzieri del Nord, ha messo in facciata esattamente il proprio percorso biografico.

Il lato di via Aterno dei Villini delle Fate

Sul lato di via Aterno la partizione a fasce orizzontali domina la parte sinistra: nella zona bassa, presso il primo piano, corre una decorazione geometrica, mentre al secondo piano si apre un dipinto con figure umane collocate nelle bifore, che richiama i disegni di uomini e donne illustri della Villa Carducci alla Legnaia di Andrea del Castagno. Le figure riprodotte sono cinque: una donna togata, una donna con peplo, una donna con vestiti all'antica, un uomo con barba, armatura e scimitarra, e un uomo con spada e cappello. Il rimando ad Andrea del Castagno non è casuale: il ciclo della Legnaia, dipinto attorno al 1450, è uno dei manifesti dell'umanesimo figurativo fiorentino, e citarlo su una facciata romana del Novecento significa rivendicare una discendenza precisa.

Il prospetto di via Aterno è composto da più corpi aggettanti. Il primo corpo a sinistra ha una quadrifora fra i ritratti di Petrarca e Dante; una firma con data 1954 è da ritenersi verosimilmente connessa a un restauro, non alla realizzazione originaria. Al piano rialzato si apre una finestra con due colonnette e un dipinto con festone e putti, oltre a una decorazione a rilievo che rappresenta un'ape. Il secondo corpo presenta una serie di tre finestre separate da piccole colonne; al secondo piano il dipinto raffigura Firenze con la scritta «FIORENZA BELLA», in un angolo compare un personaggio a cavallo, il piano è concluso da un arcone con rilievi di api e stemmi, e sotto la loggia si trova una decorazione con un falconiere e il suo falcone. Il terzo corpo si alza in una torretta con festoni e putti: sotto una bifora è collocato un orologio con motivi zodiacali, in basso uno stemma con un biscione, al secondo piano un dipinto con una processione di monache e frati francescani, e all'angolo una scala d'accesso con loggiato, decorato a sua volta con angeli.

Il lato di via Brenta dei Villini delle Fate

Il lato di via Brenta è composto da tre corpi aggettanti. Il primo a sinistra è una torretta che al secondo piano porta le decorazioni con il leone alato di San Marco e l'aquila di San Giovanni: sotto l'aquila corre una processione, sotto il leone un veliero, e completano la facciata festoni e puttini. Il secondo corpo ha una piccola loggia con decorazioni floreali, due arconi con rilievi di api e grappoli d'uva sull'archivolto, stemmi e piccole foglie all'interno, e un finto graffito con due angioletti. Il terzo corpo porta putti in alto; nel piano centrale un balconcino con la lupa che allatta Romolo e Remo; nel piano basso putti e foglie stilizzate.

Il consiglio pratico per questa facciata è uno solo: mettetevi sul marciapiede opposto e alzate lo sguardo per gradi, un piano alla volta, invece di scattare una foto d'insieme che non conterrà niente di leggibile. I quattro evangelisti compaiono qui in forma allusiva attraverso i loro simboli, il leone e l'aquila, e la loro presenza accanto a un veliero mercantile e a un grappolo d'uva racconta il modo in cui Coppedè mescolava sacro, commercio e natura senza gerarchia.

Il prospetto di via Olona e l'albero della vita

Sul prospetto di via Olona compare una raffigurazione dell'albero della vita, e al centro un dipinto con una meridiana. Fra le altre decorazioni si riconosce una scena di battaglia accompagnata dalla scritta «Domus pacis», casa della pace, e poi le iscrizioni «Domino laetitia praebeo» e «E paetre/ex arte venustas», mentre sotto l'angolo del tetto a capanna è ricavata una colombaia. L'accostamento fra una battaglia dipinta e la parola pace non è una svista: è il tipo di cortocircuito colto che Coppedè amava, e che va letto come un augurio, non come una descrizione.

Coppedè
Coppedè

Gli altri edifici di Coppedè, uno per uno

Tutti gli immobili progettati dall'architetto Coppedè sono orientati a una visione moderna degli ambienti: suddivisione fra zona giorno e zona notte, rivisitazione degli spazi in funzione delle richieste della clientela, cura minuziosa delle decorazioni interne, con mosaici nei bagni, soffitti a cassettoni, caldaie in rame, cucine con lavatoi in marmo, citofoni e garage. Chi legge questo elenco pensando che sia ordinaria amministrazione dimentica di che anni si parla: il citofono e il garage, negli anni Venti romani, erano lusso puro.

Il palazzo di via Olona 7

Risale al 1925 circa e ha una planimetria a L. La facciata è suddivisa in quattro corpi aggettanti: il corpo centrale si sviluppa su cinque piani, quelli laterali su quattro. All'ultimo piano e intorno ai balconi corrono decorazioni geometriche. È uno degli edifici in cui si avverte il raffreddamento del linguaggio rispetto ai Villini delle Fate, e vale la pena guardarlo proprio per il confronto: stessa mano, temperatura diversa.

Il villino di via Brenta 26

È sede del liceo scientifico statale Amedeo Avogadro. L'edificio è suddiviso in due livelli e alla destra della facciata si apre l'ingresso con loggia. Al primo piano un mosaico raffigura un gallo, una coppa e tre dadi con i numeri uno, tre e cinque. Il mosaico dei dadi è il dettaglio che preferisco di tutto il quartiere, perché è l'unico che dichiari apertamente il caso: in un comparto costruito da un uomo che controllava ogni centimetro, qualcuno ha voluto mettere in facciata tre dadi già lanciati.

Il villino di via Ombrone 7

La costruzione ha pianta quadrilatera e si articola su due livelli oltre a un seminterrato. Il primo livello è a bugnato, mentre al livello dell'attico corrono rilievi che raffigurano api. Le api tornano in tutto il quartiere, sui Villini delle Fate come qui, e non sono un semplice ornamento naturalistico: nel repertorio romano l'ape è l'insegna dei Barberini, il che le rende una citazione barocca; nel repertorio simbolico generale è l'animale della laboriosità collettiva, e quindi un parente stretto del ragno del palazzo di piazza Mincio.

Il villino di via Ombrone 8

L'edificio è a due livelli più seminterrato e presenta, sulla sinistra, una piccola loggia. È fra i più sobri del comparto e proprio per questo utile: mostra la struttura sotto la decorazione, cioè come Coppedè risolveva la pianta di un villino borghese quando non doveva stupire nessuno.

Il villino di via Ombrone 11

L'edificio ha pianta quadrangolare ed è suddiviso in due piani più un seminterrato. Gli esterni presentano vari tipi di bugnato, mentre le finestre sono ad arco con decorazioni a stemmi. La varietà di bugnato su un solo prospetto è un esercizio di virtuosismo tecnico: sono tagli di pietra diversi, con effetti d'ombra diversi, montati sullo stesso muro per ottenere una superficie che vibra.

Il palazzo di via Olona 2

Ospita uffici della rappresentanza polacca a Roma. Sul lato destro compare una raffigurazione di caccia, mentre sulla loggia si alternano ovali con colombe e un ovale con San Giorgio. La paternità di Coppedè, per questo edificio, è considerata dubbia dagli studiosi: va quindi trattato come un'attribuzione incerta e non come opera documentata del maestro. Chi lo guarda con attenzione nota una mano più secca, meno propensa all'affollamento decorativo.

Coppedè
Coppedè

Come sono fatte le case dentro Coppedè

Gli interni non si visitano, ma sapere come sono fatti cambia il modo di guardare le facciate. Il travertino fu scelto per gli esterni in omaggio alla romanità imposta dalla commissione edilizia; dentro, invece, il repertorio cambia completamente: maiolica smaltata per le cucine, parquet in legno per i soggiorni, mosaici in stile pompeiano per i bagni. Gli spazi di soggiorno erano separati dagli ambienti privati quasi a formare, secondo la definizione dell'epoca, dei «quartieri di ricevimento» e dei «sacrari di vita privata».

Quella distinzione è il vero contenuto moderno del progetto. La casa borghese ottocentesca era un'enfilade di stanze che si attraversavano una dopo l'altra; qui la pianta separa in modo netto la parte pubblica dell'abitazione da quella intima, e lo fa vent'anni prima che la cosa diventasse normale in Italia. Il mosaico pompeiano nel bagno, poi, dice quanto fosse recente la conquista del bagno come stanza autonoma e degna di decorazione: un secolo prima non esisteva proprio.

Coppedè al cinema

Per la sua architettura fuori scala il quartiere è diventato molto presto un set. Il caso meglio documentato è Inferno, girato da Dario Argento nel 1980, secondo capitolo della trilogia delle Tre Madri iniziata con Suspiria nel 1977 e ispirata al Suspiria de profundis di Thomas De Quincey: la dimora della Mater Lacrimarum è un palazzo del quartiere Coppedè, mentre gli ambienti newyorkesi furono interamente ricostruiti a Cinecittà. La colonna sonora è di Keith Emerson. Chi arriva a piazza Mincio conoscendo il film riconosce immediatamente le inquadrature, e capisce perché Argento avesse bisogno proprio di questo posto: gli serviva un'architettura che sembrasse vera e non lo fosse del tutto.

La filmografia legata al quartiere è però più lunga e va maneggiata con qualche cautela, perché fra i titoli che gli appassionati citano circolano attribuzioni non sempre verificabili. Vi si ricordano L'uccello dalle piume di cristallo, esordio alla regia dello stesso Argento uscito il 19 febbraio 1970 con Tony Musante, Suzy Kendall, Enrico Maria Salerno ed Eva Renzi, i cui esterni romani furono girati in larga parte nel quartiere Flaminio, attorno a via Donatello; Il presagio di Richard Donner del 1976, che apre la propria vicenda a Roma prima di spostarsi a Londra; Il profumo della signora in nero, noir del 1974 diretto da Francesco Barilli e uscito il 29 marzo di quell'anno; e Il cielo in una stanza di Carlo Vanzina. In piazza Mincio, insomma, si cammina dentro un immaginario che il cinema di genere italiano ha contribuito a costruire quanto l'architetto.

Sul tema, chi vuole approfondire il rapporto fra Roma e la settima arte trova materia alla Casa del Cinema, dentro villa Borghese.

Una curiosità su Coppedè

La curiosità più bella riguarda una data e un rifiuto. Nel 1920 la commissione edilizia respinse la costruzione dei Villini delle Fate in via Rubicone. Il progetto che oggi tutti fotografano, quello con Dante e Petrarca, il leone di San Marco e l'orologio zodiacale, era stato pensato per una strada diversa da quella in cui si trova: solo dopo il rifiuto le Fate emigrarono verso via Aterno, piazza Mincio e via Brenta, dove le vediamo. Il capolavoro del quartiere è quindi il risultato di un no burocratico, il che dovrebbe consolare chiunque abbia mai avuto una pratica bloccata al protocollo.

Non è l'unico caso in cui la burocrazia ha riscritto il progetto. Nel febbraio 1918 i Palazzi degli Ambasciatori furono approvati alla condizione che la via diagonale, l'attuale via Dora, diventasse strada privata: senza quella clausola l'arco monumentale non avrebbe potuto scavalcarla e l'ingresso più teatrale di Roma novecentesca semplicemente non esisterebbe. E nel 1917, come si è visto, fu ancora la commissione a imporre l'impronta romana che portò al travertino e all'arcone di gusto trionfale.

La curiosità vera, allora, è questa: il quartiere che passa per il capriccio di un architetto visionario è in realtà il prodotto di una lunga trattativa fra un progettista testardo, una società immobiliare che doveva vendere appartamenti e una commissione comunale che diceva no. Tre soggetti che nessuno mette mai nella stessa frase con la parola fiaba. Chi cammina sotto l'arco crede di guardare un sogno; guarda un compromesso riuscito, che è una cosa molto più rara.

Una cosa che non ti dice nessuno su Coppedè

Che Coppedè non è Liberty. La targa mentale che quasi tutti gli attaccano addosso, quartiere Liberty di Roma, è comoda e sbagliata. Il Liberty italiano, cioè la versione nostrana dell'Art Nouveau, lavora su linee curve continue, motivi vegetali stilizzati, ferro e vetro, e ha il proprio momento fra la fine dell'Ottocento e i primissimi anni Dieci. Qui invece la sintassi è un'altra: bifore e quadrifore medievali, bugnati rinascimentali, graffiti fiorentini del Quattrocento, leoni marciani, cornici imperiali romane, mascheroni barocchi. È eclettismo storicista, cioè il montaggio consapevole di repertori storici diversi, e arriva quando in Europa il Liberty era già passato di moda.

La conseguenza pratica è che a Coppedè bisogna guardare in modo diverso da come si guarda una casa Liberty milanese o palermitana. Non cercate la linea che scorre: cercate la citazione. Ogni elemento viene da un altrove preciso, e il gioco consiste nel riconoscerlo. Il ciclo di Andrea del Castagno alla Legnaia per le figure nelle bifore, la Fontana delle Tartarughe per la fontana, gli archi di trionfo dei Fori per l'arcone, le api dei Barberini per i rilievi, il Santo Graal per la coppa del terzo piano.

C'è poi un secondo fatto che raramente viene detto: nulla di tutto questo fu costruito per il turismo o per la cultura. La Società Anonima Edilizia Moderna doveva vendere appartamenti di lusso in una zona periferica e senza storia, e Coppedè costruì l'unica cosa che potesse dare a quel vuoto un'identità immediata: un passato inventato. Funzionò allora e funziona ancora, il che è la migliore lezione di marketing urbano che Roma abbia da offrire.

Il consiglio che ti do per visitare Coppedè

Fate il giro al contrario. Il novantacinque per cento dei visitatori entra da via Tagliamento, passa sotto l'arco, arriva in piazza Mincio, fotografa la fontana e se ne va: venti minuti, e il quartiere resta praticamente inesplorato. Conviene entrare da via Ombrone o da via Olona, cioè dal retro, dove i villini sono più sobri e la scala è quella domestica, e percorrere il comparto risalendo verso piazza Mincio. In questo modo l'arco lo vedrete alla fine e dall'interno, che è l'inquadratura che i fotografi di architettura cercano e che quasi nessun turista scatta.

Secondo consiglio, sul tempo. Un giro onesto di Coppedè richiede almeno quaranta minuti, e un'ora e un quarto se volete leggere davvero le facciate dei Villini delle Fate. Portate un binocolo leggero o usate lo zoom del telefono: metà del programma decorativo è al secondo piano e al livello dell'attico, fuori dalla portata dell'occhio nudo. Le figure nelle bifore, i tre dadi del villino di via Brenta 26, le api dell'attico di via Ombrone 7 e i mascheroni della fontana si perdono tutti, se non li andate a cercare.

Terzo consiglio, quello che nessuno vi darà. Non organizzate qui una visita con un gruppo numeroso a voce alta. Coppedè è abitato, le strade sono strette, l'eco fra le facciate è notevole e i residenti convivono da anni con un flusso continuo di visitatori. Un gruppo di dieci persone che parla piano è benvenuto; quaranta persone con il megafono sono una molestia. E se volete un caffè, sappiate che dentro il comparto non lo troverete: i bar sono su via Tagliamento e su viale Regina Margherita.

Coppedè
Coppedè

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il quartiere è incompiuto. Lo sanno tutti e non lo dice quasi nessuno, perché rovina la cartolina. Il piano dell'opera prevedeva diciotto palazzi e ventisette fra palazzine e villini; Gino Coppedè morì il 20 settembre 1927 e il complesso rimase interrotto, con il completamento affidato a Paolo Emilio André. Quello che oggi si ammira come un insieme organico è in realtà un progetto amputato, portato a termine da un'altra mano e con un'altra temperatura.

Questo spiega parecchie cose che il visitatore nota senza saperle spiegare. Spiega perché l'intensità decorativa cali bruscamente allontanandosi da piazza Mincio, perché alcuni prospetti di via Olona e di via Ombrone sembrino tirati via rispetto ai Villini delle Fate, perché il comparto non abbia un fronte conclusivo dalla parte opposta all'arco. Coppedè aveva costruito il biglietto da visita e stava lavorando al resto quando la gangrena polmonare lo fermò.

C'è anche una seconda incompiutezza, di natura diversa. Le fonti non concordano nemmeno sulla data di nascita del progetto: il dizionario architettonico di Pevsner, Fleming e Honour indica il 1912, la prima presentazione documentata è del 19 ottobre 1916, l'incarico dai finanzieri Cerruti e Becchi risale al 1915. Su un'opera di un secolo fa, costruita da una società privata e non da un ente pubblico, questa nebbia documentaria è normale, e va detta: chi vi racconta la storia di Coppedè con date perentorie al giorno preciso sta arrotondando. La forma onesta è quella prudente, con l'arco di anni 1915-1927 come cornice e le date puntuali riservate ai fatti che i documenti reggono.

La foto giusta da fare a Coppedè

La foto che tutti fanno è la fontana in piazza Mincio con i palazzi sullo sfondo, ed è una foto morta: troppo cielo, troppa piazza, soggetto piccolo al centro. La foto giusta è un'altra, e va cercata sotto l'arco di via Dora. Ci si mette in asse con il lampadario in ferro battuto, si abbassa il punto di vista, si tiene il lampadario in alto a un terzo dell'inquadratura e si lascia che il volto interno dell'arco, con la Vittoria alata e i mosaici delle aquile, occupi la parte alta. Il fondo si riempie con lo scorcio di piazza Mincio che si apre oltre. In una sola immagine entrano il ferro battuto, la pittura, il mosaico e la piazza, cioè tutto il quartiere.

La luce migliore per questa inquadratura è la prima mattina, quando il sole arriva radente da est e illumina l'intradosso dell'arco senza bruciare la piazza dietro. Nelle ore centrali il contrasto fra l'ombra dell'arco e il pieno sole della piazza è ingestibile per qualsiasi sensore, e il risultato è un lampadario nero su un fondo bianco.

La seconda foto da portare a casa, quella che nessuno ha, è un dettaglio: il ragno sopra il portone di piazza Mincio 4, isolato, con lo zoom, senza contesto. Funziona perché è illeggibile finché non si sa che cosa sia, e allora diventa memorabile. Chi ha pazienza aggiunga il mosaico del gallo, della coppa e dei tre dadi al villino di via Brenta 26 e le figure nelle bifore di via Aterno: tre dettagli valgono più di dieci panoramiche. Una raccomandazione, però, sulla quale non transigo: mai fotografare dentro le finestre. Le case sono abitate, e il diritto alla riservatezza dei residenti viene prima di qualunque scatto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è amministrativo e sembra noioso, ma è quello che ha reso possibile tutto il resto: l'approvazione del piano regolatore dell'ingegner Edmondo Sanjust di Teulada nel 1909, sotto il sindaco Ernesto Nathan. Quel piano destinò l'area a palazzine e villini e aprì la strada all'operazione immobiliare che la Società Anonima Edilizia Moderna avviò nel 1915.

Il secondo è la richiesta della commissione edilizia del 23 agosto 1917: dare al quartiere un'impronta romana. È il momento in cui un'istituzione pubblica interviene sul gusto di un progetto privato, e il travertino delle facciate ne è la conseguenza diretta.

Il terzo è del febbraio 1918, con l'approvazione dei Palazzi degli Ambasciatori subordinata alla privatizzazione di via Dora. Il quarto è il 1920, con il rifiuto dei Villini delle Fate in via Rubicone e il conseguente trasferimento del progetto nelle strade attuali. Il quinto è il 1921, anno in cui i Palazzi degli Ambasciatori vengono completati, come conferma la scritta «Anno Domini MCMXXI» sulla torretta d'angolo di via Tagliamento. Il sesto è il 1924, quando viene realizzata la Fontana delle Rane.

Il settimo è il 20 settembre 1927, la morte di Gino Coppedè a Roma, che lascia il quartiere incompiuto e ne consegna il completamento a Paolo Emilio André. L'ottavo appartiene a un'altra epoca ed è il 17 febbraio 1965, l'inaugurazione del Piper Club in via Tagliamento, proprio di fronte all'ingresso del quartiere: da quel momento l'isolato di Coppedè si ritrova, senza averlo cercato, al centro della vita notturna della Roma beat. Il nono è il 1980, con le riprese di Inferno di Dario Argento, che consegnano il quartiere all'immaginario horror internazionale. Il decimo è il 13 giugno 2012, con l'apertura della stazione Sant'Agnese/Annibaliano della B1, che per la prima volta collega la zona alla rete metropolitana.

Chi è passato da Coppedè

Il residente più celebre è Beniamino Gigli, il tenore marchigiano che in una delle villette del quartiere aveva la propria casa romana. Gigli fu una delle voci italiane più note del Novecento, e la sua presenza qui dice esattamente che tipo di clientela la Società Anonima Edilizia Moderna stesse cercando: professionisti, artisti affermati, alta borghesia in ascesa, gente che poteva permettersi un appartamento con garage e citofono negli anni Venti.

Poi ci sono i diplomatici, che hanno dato il nome ai Palazzi degli Ambasciatori e che continuano a frequentare la zona: l'ambasciata del Sudafrica è in via Tanaro, quelle del Marocco e della Bolivia in via Brenta, e in via Olona 2 hanno sede uffici della rappresentanza polacca. Camminare per queste strade significa incrociare targhe, bandiere e automobili con targa diplomatica, il che aggiunge al quartiere un'atmosfera di riservatezza che nessun'altra zona di Roma possiede allo stesso modo.

Sul fronte del cinema, il passaggio meglio documentato è quello di Dario Argento, che nel 1980 girò qui parte di Inferno facendo di un palazzo del quartiere la dimora della Mater Lacrimarum. Prima di lui, il quartiere aveva già attirato registi di genere: il nome di Francesco Barilli è legato al Profumo della signora in nero del 1974, quello di Richard Donner al Presagio del 1976, quello di Carlo Vanzina al Cielo in una stanza. Sono passaggi che gli appassionati citano da decenni e che hanno costruito la reputazione inquietante del posto.

Infine i Beatles, che ci passarono forse davvero e forse no. La tradizione li vuole nella vasca della Fontana delle Rane dopo una serata al Piper, nel 1965. Il Piper esisteva, era a due passi, l'epoca è quella giusta. Documenti che confermino il bagno non ce ne sono, e quindi la storia va tenuta al suo posto: leggenda urbana, raccontata con il sorriso, non spacciata per cronaca. Che sia stata inventata proprio qui, del resto, è coerente con un quartiere costruito da un architetto che il passato se lo era inventato per mestiere.

Cosa vedere intorno a Coppedè in dieci minuti a piedi

Il comparto si esaurisce in tre quarti d'ora, quindi conviene inserirlo in un percorso più ampio. A pochi minuti, lungo via Nomentana, c'è villa Torlonia con la Casina delle Civette, che per gusto decorativo è la cugina più anziana e più raffinata di Coppedè: vetrate policrome, maioliche, legni intagliati. Chi vuole capire davvero l'eclettismo romano dovrebbe vedere le due cose nella stessa mattinata, in quest'ordine.

Risalendo la via Salaria si arriva alle catacombe di Priscilla, uno dei complessi cimiteriali paleocristiani più importanti della città, e più avanti si apre villa Ada, il grande parco di questa parte di Roma. Verso ovest, oltre viale Regina Margherita, si scende al quartiere Flaminio, dove il MAXXI e l'Auditorium Parco della Musica raccontano l'architettura contemporanea con la stessa ambizione con cui Coppedè raccontava il passato. La Galleria Borghese è a un quarto d'ora di mezzi pubblici, e il confronto fra le fontane di piazza Mincio e le sculture berniniane della collezione chiude bene la giornata.

Se invece volete verificare di persona la dichiarazione di romanità imposta dalla commissione edilizia nel 1917, andate a vedere gli originali che Coppedè citava, cioè gli archi e le cornici imperiali dei Mercati di Traiano: guardare l'imitazione dopo aver guardato il modello è un esercizio che chiarisce tutto.

Coppedè con i bambini

È una delle poche tappe romane che funziona davvero con i bambini, e il motivo è banale: non c'è niente da leggere, niente da rispettare in silenzio e niente da pagare. Si cammina in strada, si cercano animali sulle facciate e si vince. Il gioco che funziona sempre è la caccia agli animali di pietra: il ragno di piazza Mincio 4, le rane della fontana, il leone alato di via Brenta, l'aquila, la lupa con i gemelli, il biscione dello stemma, le api dell'attico di via Ombrone, il gallo del mosaico di via Brenta 26, il veliero, il falcone del falconiere, le colombe di via Olona 2. Sono undici bersagli, bastano per tenere occupato un bambino di otto anni per tutta la visita.

Attenzione a due cose. La prima è il traffico: piazza Mincio e via Dora sono percorse da automobili, i marciapiedi sono stretti e non esiste un'isola pedonale, quindi i più piccoli vanno tenuti per mano. La seconda è l'acqua: la Fontana delle Rane non è balneabile e la vasca inferiore è a pochi centimetri dal livello stradale, quindi è facilissimo che un bambino ci finisca dentro con una scarpa.

Accessibilità di Coppedè

Il comparto è pianeggiante e questo è la sua fortuna: chi si muove in sedia a rotelle o con un passeggino non incontra scalinate né salite significative, e l'intero percorso si svolge su strade e marciapiedi urbani. I punti critici sono altri: i marciapiedi in alcuni tratti di via Dora e via Aterno sono stretti e le auto in sosta li restringono ulteriormente, per cui capita di dover scendere in carreggiata. Gli scivoli agli attraversamenti esistono ma non sono uniformi.

La stazione Sant'Agnese/Annibaliano della B1 è una stazione moderna, dotata di ascensori, ma per gli impianti in servizio nel giorno della visita conviene sempre una verifica preventiva sul sito dell'azienda di trasporto, perché i guasti agli ascensori delle metropolitane romane sono frequenti. Sedersi, invece, è un problema serio: in piazza Mincio non ci sono panchine e non esiste un bar sulla piazza. Chi ha bisogno di pause programmate faccia base su via Tagliamento, dove i locali ci sono.

Domande frequenti su Coppedè

Quanto costa entrare a Coppedè?

L'ingresso a Coppedè non costa niente, perché il quartiere si compone di strade comunali aperte al pubblico e si percorre liberamente, senza biglietto, senza prenotazione e senza orari di apertura. Quello che non si può fare è entrare negli edifici, che restano abitazioni private.

Coppedè è un vero quartiere di Roma?

Coppedè non è un quartiere nel senso amministrativo del termine, ma un comparto edilizio privato costruito dentro il quartiere Trieste, il Q. XVII, istituito il 24 maggio 1926 con il nome di Savoia. Il nome Coppedè è nato dall'uso comune dei romani, che hanno battezzato l'isolato con il cognome dell'architetto che lo progettò.

Come si arriva a Coppedè e quanto tempo serve per visitarlo?

Coppedè si trova nel quartiere Trieste di Roma, vicino a piazza Buenos Aires, fra i quartieri Salario e Parioli. Per visitarlo bastano circa tre quarti d'ora, il tempo giusto per abbinarlo ad altre tappe della zona, come villa Torlonia con la Casina delle Civette lungo via Nomentana.

Chi era Gino Coppedè, l'architetto del quartiere?

Gino Coppedè, all'anagrafe Luigi Coppedè, nacque a Firenze il 26 settembre 1866 e morì a Roma il 20 settembre 1927. Fu incaricato nel 1915 dalla Società Anonima Edilizia Moderna di progettare il nuovo comparto residenziale romano che oggi porta il suo nome, rimasto incompiuto alla sua morte e completato dall'architetto Paolo Emilio André.

Coppedè è adatto a una gita con bambini?

Coppedè è una delle poche tappe romane che funziona bene con i bambini, perché non c'è niente da leggere né da pagare e si cammina semplicemente in strada. Un gioco efficace è la caccia agli animali di pietra scolpiti sulle facciate: il ragno di piazza Mincio 4, le rane della fontana, il leone alato di via Brenta.

Coppedè è accessibile con la sedia a rotelle o con il passeggino?

Coppedè è pianeggiante, quindi chi si muove in sedia a rotelle o con un passeggino non incontra scalinate né salite significative lungo le strade comunali del comparto. I punti critici sono i marciapiedi stretti in alcuni tratti di via Dora e via Aterno, ulteriormente ridotti dalle auto in sosta.

Che cos'è la Fontana delle Rane di Coppedè?

La Fontana delle Rane è l'opera pubblica al centro di piazza Mincio, progettata e realizzata da Gino Coppedè nel 1924. È l'unica parte del comparto che appartiene a tutti, mentre gli edifici circostanti restano privati, e attorno a lei si organizza gran parte della vita della piazza.

Coppedè è considerato un quartiere Liberty?

No, definire Coppedè come quartiere Liberty di Roma è un'etichetta comoda ma imprecisa. Il Liberty italiano lavora su linee curve continue, motivi vegetali stilizzati, ferro e vetro, mentre a Coppedè la sintassi architettonica combina bifore e quadrifore medievali con elementi decorativi di ispirazione diversa.

Perché Coppedè vale la deviazione

Roma ha un difetto che nessuno ammette: satura. Dopo tre giorni di marmi imperiali e cupole barocche l'occhio smette di distinguere, e il quarto giorno tutto sembra uguale. Coppedè è l'antidoto, perché rompe la sequenza. Non è antico, non è sacro, non è celebre, non ha una biglietteria e non compare nella lista dei dieci luoghi da vedere. È un pezzo di città costruito da un uomo che veniva dalla bottega di suo padre e che ha convinto una società immobiliare a lasciarlo giocare con diciotto palazzi.

Per chi organizza viaggi di gruppo, poi, è una carta preziosa: gratuita, sempre aperta, a prova di sciopero dei musei, con un impatto visivo immediato e una storia da raccontare che non richiede conoscenze pregresse. Chi vuole costruire un itinerario romano su misura, o farsi accompagnare da un professionista che conosca queste strade una per una, trova la struttura giusta in TourLeaderPro, e in particolare nella pagina dei contatti per una richiesta diretta. Chi invece viaggia in inglese o accompagna amici stranieri può appoggiarsi alla guida delle cose da fare a Roma e all'itinerario di tre giorni di ItalyPlanner, che incastrano bene una deviazione come questa dentro un programma già pieno.

Domande veloci su Coppedè

Quanto costa entrare a Coppedè?

Niente. Coppedè si compone di strade pubbliche e si percorre liberamente, senza biglietto, senza prenotazione e senza orari di apertura.

Coppedè è un quartiere di Roma?

Non nel senso amministrativo. È un comparto edilizio privato costruito dentro il quartiere Trieste, il Q. XVII, istituito il 24 maggio 1926 con il nome di Savoia. Il nome Coppedè è nato dall'uso comune.

Quanto tempo serve per visitare Coppedè?

Quaranta minuti per un giro corretto, un'ora e un quarto se volete leggere in dettaglio le facciate dei Villini delle Fate.

Si possono visitare gli interni degli edifici di Coppedè?

No. Tutti gli immobili sono privati e abitati. Androni, cortili e scale non sono accessibili e non esistono visite guidate agli interni.

Come si arriva a Coppedè con la metropolitana?

Con la diramazione B1 della linea B, fermata Sant'Agnese/Annibaliano, aperta il 13 giugno 2012, e poi a piedi verso via Tagliamento.

Dov'è esattamente l'ingresso di Coppedè?

Sotto il grande arco che scavalca via Dora fra i due Palazzi degli Ambasciatori, sul lato di via Tagliamento, ai civici 8-12.

Chi ha progettato Coppedè?

Gino Coppedè, architetto fiorentino nato il 26 settembre 1866 e morto a Roma il 20 settembre 1927. Il completamento è di Paolo Emilio André.

Quando è stato costruito il quartiere Coppedè?

L'incarico è del 1915, la prima presentazione ufficiale del progetto del 19 ottobre 1916, i Palazzi degli Ambasciatori sono del 1921 e la Fontana delle Rane del 1924. Il cantiere restò incompiuto alla morte dell'architetto nel 1927.

Da quanti edifici è composto Coppedè?

Il piano prevedeva diciotto palazzi e ventisette fra palazzine ed edifici, disposti attorno al nucleo centrale di piazza Mincio.

Coppedè è in stile Liberty?

Viene chiamato così per comodità, ma il linguaggio è quello dell'eclettismo storicista: elementi medievali, rinascimentali, barocchi e romano imperiali montati insieme, non le linee curve continue dell'Art Nouveau.

Quante rane ci sono nella Fontana delle Rane?

Dodici: quattro posate sulle conchiglie sostenute dalle coppie di figure della vasca inferiore e otto sul bordo del catino superiore, alto circa due metri.

È vero che i Beatles fecero il bagno nella Fontana delle Rane?

È una leggenda urbana legata al Piper Club di via Tagliamento, inaugurato il 17 febbraio 1965 di fronte al quartiere. Documenti che la confermino non risultano.

Perché si chiama Palazzo del Ragno?

Per la grande decorazione a forma di ragno collocata sopra il portone principale, in piazza Mincio 4. L'edificio risale al 1916-1926.

Che cosa sono i Villini delle Fate?

Il gruppo di edifici di via Aterno 4, piazza Mincio 3 e via Brenta 7-11, decorati con dipinti e graffiti dedicati a Firenze, Venezia e Roma: è la parte più elaborata del quartiere.

Si può fotografare a Coppedè?

Sì, dalle strade pubbliche. Va evitato di fotografare dentro le finestre e dentro i portoni: le case sono abitate e la riservatezza dei residenti va rispettata.

Coppedè è accessibile in sedia a rotelle?

Il percorso è pianeggiante e privo di scalinate, ma alcuni marciapiedi sono stretti e occupati dalle auto in sosta, e gli scivoli agli attraversamenti non sono uniformi.

Qual è l'ora migliore per visitare Coppedè?

La prima mattina o l'ultima ora di luce: la luce radente fa emergere i graffiti e i bassorilievi che il sole a picco appiattisce. Da evitare il primo pomeriggio d'estate.

Ci sono bar o servizi igienici dentro Coppedè?

No. Non ci sono locali né servizi all'interno del comparto: i bar si trovano su via Tagliamento e su viale Regina Margherita.

Quali film sono stati girati a Coppedè?

Il caso meglio documentato è Inferno di Dario Argento del 1980, dove un palazzo del quartiere è la dimora della Mater Lacrimarum. Gli appassionati legano al quartiere anche Il profumo della signora in nero, Il presagio e Il cielo in una stanza.

Coppedè è adatto ai bambini?

Molto. La caccia agli animali scolpiti e dipinti sulle facciate, dal ragno alle rane al leone alato, funziona meglio di qualsiasi audioguida. Va tenuta d'occhio la circolazione delle automobili.

Che differenza c'è fra Coppedè e la Casina delle Civette?

La Casina delle Civette, dentro villa Torlonia, è una residenza nobiliare visitabile con biglietto e con interni conservati; Coppedè è un comparto residenziale privato che si guarda solo dall'esterno, gratuitamente.

Vale la pena visitare Coppedè di sera?

Sì, per l'illuminazione dell'arco e del lampadario in ferro battuto, che di notte fa un effetto notevole. Le decorazioni delle facciate, però, di sera non si leggono.

Un ultimo consiglio: non trattate Coppedè come una fotografia da spuntare. Fermatevi cinque minuti in piedi accanto alla fontana senza telefono in mano e guardate un edificio alla volta, dal basso verso l'alto. È l'unico modo per accorgersi che nessuna finestra è uguale a un'altra, e quando ve ne accorgete il quartiere cambia natura sotto i vostri occhi: smette di essere una stranezza carina e diventa quello che è, cioè il lavoro ostinato di un uomo che non ha mai accettato di ripetersi.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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