Casina delle Civette – Musei di Villa Torlonia

La Casina delle Civette è dentro Villa Torlonia, a Via Nomentana 70, 00161 Roma, sul lato sinistro del parco venendo dall'ingresso principale: si entra dal cancello di Via Nomentana, si prende il viale che scende verso destra e in tre minuti di cammino il villino compare fra i lecci, riconoscibile dai tetti in lavagna grigia e dalle tegole smaltate. Il museo apre dal martedì alla domenica, dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura; è chiuso il lunedì, il 1 maggio e il 25 dicembre, mentre il 24 e il 31 dicembre l'orario è ridotto alle 9.00-14.00 e il 1 gennaio l'apertura slitta alle 11.00-20.00. Il biglietto per la sola Casina delle Civette, nel periodo in cui ospita una mostra temporanea, è di 10,50 euro intero e 7,00 euro ridotto. Il cumulativo dei Musei di Villa Torlonia costa 17,00 euro intero e 13,00 euro ridotto quando sono aperti tutti e quattro i siti, e scende a 14,00 euro intero e 11,00 euro ridotto nei mesi di luglio e agosto, quando il complesso della Serra Moresca resta chiuso al pubblico. L'audioguida costa 4,00 euro ed esiste in italiano, inglese e francese. I residenti a Roma e nella Città metropolitana entrano gratuitamente nei musei civici esibendo un documento di identità, e lo stesso vale per chi possiede la MIC card; le tariffe delle mostre temporanee possono però variare, quindi conviene controllare il listino aggiornato sul sito dei Musei di Villa Torlonia prima di partire. La prenotazione non è obbligatoria per la visita libera. Il call center dei musei civici risponde al numero 060608, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Ci si arriva con la metropolitana linea B, scendendo a Bologna o a Policlinico e camminando una decina di minuti; con il tram 3 e il tram 19, fermata Viale Regina Margherita/Nomentana; con gli autobus che percorrono Via Nomentana, cioè le linee 60, 62, 66, 82 e 90, oppure con quelli di Via Bari, cioè 61, 490, 495 e 649. In automobile è un incubo: Via Nomentana ha divieti quasi ovunque e le strisce blu del quartiere Nomentano si liberano di rado. Il consiglio più concreto che vi do su questa pagina è di lasciare la macchina a casa e di arrivare con il tram 3, che scarica a duecento metri dal cancello.

Il villino fa parte del sistema museale di Villa Torlonia, insieme al Casino Nobile e al Casino dei Principi; per orientarvi nel panorama più ampio dei musei civici e statali della città potete partire dalla pagina dedicata ai musei di Roma.

Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia
Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia

Che cosa si visita alla Casina delle Civette

Chi entra per la prima volta si aspetta una casa di bambola e trova invece un museo vero, con una collezione precisa e un tema unico al mondo: la vetrata artistica italiana del primo Novecento, raccontata dentro l'edificio per cui quelle vetrate furono disegnate. Il percorso si sviluppa su due livelli e venti stanze, con pitture parietali, stucchi, mosaici, maioliche e boiseries; il patrimonio esposto comprende cinquantaquattro vetrate originarie della Casina, ricollocate nella loro posizione dopo il restauro, diciotto vetrate acquisite in seguito ed esposte su supporti autoportanti, e centocinque fra bozzetti e cartoni preparatori. È una densità che nessuna altra abitazione al mondo può vantare per questa tecnica, ed è la ragione per cui gli storici dell'arte applicata arrivano qui da mezza Europa mentre molti romani, che pure passano ogni giorno su Via Nomentana, non ci sono mai entrati.

La Casina delle Civette fu la dimora del principe Giovanni Torlonia junior fino al 1938, anno della sua morte. È un dato che va preso sul serio, perché spiega tutto il resto: quello che vedete non è un padiglione da giardino decorato per capriccio, ma la casa in cui un uomo ricchissimo e schivo scelse di vivere, rifiutando la residenza ufficiale della famiglia, e che si fece cucire addosso stanza per stanza nell'arco di vent'anni.

Dalla Capanna Svizzera di Jappelli alla Casina delle Civette

Il 1840, Giuseppe Jappelli e il capanno rustico

All'origine di tutto c'è un edificio completamente diverso. Nel 1840 il principe Alessandro Torlonia commissionò a Giuseppe Jappelli, architetto e ingegnere idraulico padovano, una capanna svizzera da collocare ai margini del parco, nascosta dietro una collinetta artificiale. Jappelli era l'uomo giusto: veniva dall'esperienza del giardino paesaggistico all'inglese, aveva già lavorato per i Torlonia alla sistemazione romantica della villa e conosceva il repertorio del capriccio architettonico, cioè quelle costruzioni finte-rustiche che nei parchi ottocenteschi servivano a interrompere la simmetria dei viali. Il risultato era un rustico capanno svizzero con paramenti esterni a bugne di tufo e interni dipinti a tempera, a imitazione di rocce e tavolati di legno: una finzione dichiarata, una scenografia abitabile.

La funzione era esplicita, e conviene tenerla presente perché è la chiave di lettura di tutto l'edificio successivo: la Capanna Svizzera nasceva come luogo di evasione rispetto all'ufficialità della residenza principale. Il Casino Nobile serviva a ricevere, a rappresentare, a mostrare la potenza economica di una famiglia che in tre generazioni era passata dal commercio di tessuti al rango principesco. La capanna, invece, serviva a sparire. Chi visita la Casina delle Civette senza sapere questo la scambia per un esercizio di stile Liberty; chi lo sa capisce che la stranezza dell'edificio è programmatica, non decorativa.

Il 1908 e la trasformazione in Villaggio Medioevale

Dal 1908 la Capanna Svizzera cominciò a subire una trasformazione progressiva e radicale per volontà di Giovanni Torlonia junior, nipote di Alessandro. L'edificio assunse l'aspetto e il nome di Villaggio Medioevale, e i lavori furono diretti dall'architetto Enrico Gennari, che rimase legato al cantiere per decenni. Il piccolo capanno divenne una residenza raffinata, con grandi finestre, loggette, porticati, torrette, decorazioni a maioliche, vetrate colorate, boiseries e simboli.

La parola Villaggio non è casuale. Gennari non ampliò un edificio: ne moltiplicò i corpi, come se sul posto si fossero accumulate nei secoli costruzioni diverse, aggiunte da generazioni successive. È il principio del pittoresco applicato all'architettura domestica, lo stesso che in quegli stessi anni produceva a Roma le fantasie del quartiere Coppedè, a un quarto d'ora di cammino da qui. La differenza è che Gino Coppedè lavorava per una società immobiliare e doveva vendere appartamenti, mentre Gennari lavorava per un committente unico che voleva una casa a sua immagine.

Dal 1917 Vincenzo Fasolo e il fronte meridionale

Nel 1917 entrò in scena l'architetto Vincenzo Fasolo, che aggiunse le strutture del fronte meridionale della Casina elaborando un apparato decorativo di fantasia in stile Liberty. L'impronta di Fasolo si riconosce nella scelta dei volumi, che si aggregano e si intersecano prendendo corpo in una grande varietà di materiali e di particolari decorativi. Fasolo era un dalmata di Spalato formatosi a Roma, destinato a una lunga carriera accademica e a opere ben più monumentali, e qui si concesse un divertimento raro: costruire senza doversi giustificare con nessuno.

L'elemento che tiene insieme questo accumulo di soluzioni architettoniche è cromatico prima ancora che formale: la tonalità grigia del manto di finitura delle coperture, per il quale fu utilizzata la lavagna in lastre sottili, variamente sagomate, contrapposta alla vivace policromia delle tegole in cotto smaltato. Guardate i tetti dal prato prima di entrare, con la luce di taglio del tardo pomeriggio: il grigio opaco della lavagna e il verde bottiglia e il giallo delle maioliche compongono un accordo che regge l'intero edificio. È la parte del progetto che i visitatori guardano meno e che i restauratori considerano più fragile.

I due corpi di fabbrica della Casina delle Civette

Il complesso architettonico che si visita oggi consta di due edifici, il villino principale e la dipendenza, collegati tra loro da una piccola galleria in legno e da un passaggio sotterraneo. Di quel romantico rifugio di sapore alpestre ideato nell'Ottocento da Jappelli restano poche cose, e sono cose strutturali: le murature dei due corpi di fabbrica principali, disposti a L, l'impronta volutamente rustica, l'uso dei diversi materiali costruttivi lasciati a vista e la copertura a falde inclinate. Tutto il resto è invenzione del Novecento. La galleria in legno e il passaggio sotterraneo, in particolare, dicono qualcosa del carattere del proprietario: due modi diversi per spostarsi da un edificio all'altro senza mai attraversare il prato, senza mai essere visti.

Giovanni Torlonia junior, il principe che abitò la Casina delle Civette

Giovanni Torlonia junior è uno dei personaggi meno raccontati della Roma di primo Novecento, e uno dei più interessanti. Uomo scontroso, amante dei simboli esoterici, preferì la Casina al Casino Nobile e ci visse in solitudine, circondato da un vocabolario di immagini che aveva scelto una per una. Le stanze portano nomi che sono la memoria delle sue fantasie e delle sue fissazioni: la stanza delle civette, la stanza del chiodo, il salottino dei satiri, la stanza dei ciclamini, il balcone delle rose. Non sono etichette museali inventate dopo: sono i nomi d'uso della casa.

Nel 1925 il Casino Nobile fu concesso a Benito Mussolini come residenza romana, e la famiglia Torlonia continuò a occupare gli altri edifici del parco. Il principe rimase nella sua Casina fino alla morte, nel 1938. Chi cerca l'aneddoto piccante troverà molte pagine su Mussolini inquilino dei Torlonia; a me interessa di più il fatto che a poche centinaia di metri dal capo del governo vivesse un aristocratico che aveva speso trent'anni a costruirsi un rifugio pieno di civette, ciclamini e simboli d'iniziazione, e che di quel vicinato ingombrante non volle sapere nulla.

Perché si chiama Casina delle Civette

Dal 1916 l'edificio cominciò a essere chiamato Villino delle Civette. Il nome nacque per due ragioni convergenti: la presenza della vetrata con due civette stilizzate tra tralci d'edera, eseguita da Duilio Cambellotti già nel 1914, e il ricorrere quasi ossessivo del tema della civetta nelle decorazioni e nel mobilio, voluto dal principe Giovanni. La civetta compare sui vetri, sui ferri battuti, sulle maioliche, sugli intarsi dei mobili, sopra l'uscio d'ingresso. Chi entra distratto ne conta tre o quattro; chi entra con gli occhi aperti smette di contarle dopo la prima sala.

La civetta fra superstizione e sapienza

La civetta è sempre stata un animale controverso. Le abitudini notturne, gli occhi tondi e ravvicinati che le danno un'espressione vagamente umana e inquietante, il verso lugubre: tutto ha concorso a farne la protagonista di una serie lunghissima di superstizioni, miti e leggende. Il denominatore comune è la credenza che questo animale porti sfortuna e che il suo canto presagisca morte e sventure assortite.

Gli egizi credevano che presagisse la morte e la consideravano simbolo del Sole che sparisce all'orizzonte, cioè dell'oscurità. Per i giapponesi portava fame e malattie. Nel medioevo le civette furono legate a doppio filo con la stregoneria, sia perché si credeva che le streghe ne assumessero le sembianze per girare indisturbate, sia perché parti del loro corpo, piume, cuore, occhi, erano usate come ingrediente di filtri magici e di pozioni poco raccomandabili. Insomma, la civetta ha sempre causato inquietudine nell'uomo comune e nel tempo è stata associata a disgrazia, trame oscure e patti diabolici.

Eppure per i greci e per i romani, presso i quali pure simboleggiava la morte, la civetta era anche espressione della saggezza, dell'intuizione e della sapienza: Atena, e la Minerva che ne raccoglie l'eredità latina, viene spesso rappresentata con una civetta o un gufo sulla spalla, e il piccolo rapace finisce sulle monete di Atene come marchio della città. Questa doppiezza è precisamente il motivo per cui un uomo colto e appassionato di simboli, all'inizio del Novecento, poteva sceglierla come emblema personale: la civetta dice sapienza a chi sa leggerla e dice minaccia a chi non sa.

Il significato esoterico della civetta secondo il principe

Che Giovanni Torlonia junior abbia sfruttato queste credenze popolari costruendo la sua Casina fiabesca per tutelare la propria privacy e tenere lontano chi non voleva avere vicino è un'ipotesi affascinante e va presentata per quello che è: un'ipotesi, non un fatto documentato. Quello che invece è documentato è la sua passione per i simboli esoterici e la sistematicità con cui li fece entrare in casa. Accanto alle civette compaiono edera, che nella tradizione simbolica vale come attaccamento e come immortalità vegetale, farfalle, che valgono come metamorfosi e come anima, satiri, pavoni, migratori. Nessuno di questi motivi è neutro nella cultura simbolista europea di quegli anni, e nessuno di essi è lì per riempire uno spazio.

La mia opinione, dopo averci portato dentro molti gruppi: la lettura esoterica della Casina delle Civette è spesso spinta troppo in là dalla divulgazione, che ci vede messaggi cifrati dove c'è invece il gusto colto e malinconico di un uomo del suo tempo. Il Liberty europeo è pieno di edera, farfalle e uccelli notturni; la differenza qui è la coerenza. Il principe non decorò una stanza, decorò una vita.

Le vetrate della Casina delle Civette, una per una

Le vetrate della casa furono eseguite nel giro di un decennio scarso, fra il 1910 e i primi anni Venti, cioè negli anni d'oro del Liberty italiano, e uscirono dal laboratorio di Cesare Picchiarini su disegni di Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto. La loro presenza è così prevalente da costituire la cifra distintiva dell'edificio e un caso unico nel panorama artistico internazionale. Qui sotto le racconto una per una, con la stanza di appartenenza, l'autore e la datazione: è il modo migliore per non attraversare il museo come si attraversa un corridoio.

Le vetrate geometriche del passetto, 1910-1912

Sono le più antiche del complesso e le meno vistose, e per questo quasi nessuno si ferma a guardarle. Uscite dal laboratorio Picchiarini fra il 1910 e il 1912, decorano il passetto, cioè uno degli ambienti di collegamento della Casina. Il disegno è puramente geometrico, senza figure: losanghe, riquadri, campiture di colore piatto tenute insieme dal profilo di piombo. Contano perché documentano il punto di partenza, quando la vetrata italiana era ancora un fatto artigianale di modello nordico e non aveva trovato la propria lingua. Guardatele all'inizio della visita e poi tornate col ricordo davanti alle civette di Cambellotti: fra le une e le altre passano quattro anni e un salto di categoria.

I pavoni di Umberto Bottazzi nella stanza dei ciclamini, 1912

La vetrata dei pavoni è del 1912 ed è opera di Umberto Bottazzi. Si trova nella stanza dei ciclamini ed è, cronologicamente, la prima grande vetrata figurata della casa. Il pavone è un animale che il simbolismo di fine Ottocento amava alla follia: coda a occhi, immortalità nella tradizione paleocristiana, vanità nella lettura moralistica, decorazione perfetta per la linea curva del Liberty. Bottazzi lo tratta con un gusto ancora vicino all'illustrazione e alla grafica, cioè al campo in cui aveva costruito la propria carriera. Se l'occhio è allenato, la differenza con Cambellotti si vede in due secondi: Bottazzi disegna un motivo, Cambellotti costruisce una scena.

Il Lago con il cigno, laboratorio Picchiarini, 1914

La vetrata con il lago e il cigno, del 1914, esce dal laboratorio Picchiarini ed è uno dei pezzi in cui si misura meglio la maestria tecnica della bottega. Il tema è un paesaggio d'acqua, con il bianco dell'animale che galleggia su una gamma di verdi e azzurri. In una vetrata il paesaggio è il banco di prova più duro, perché le sfumature dell'acqua e del cielo non si dipingono: si ottengono scegliendo vetri già colorati in pasta e tagliandoli in modo che il piombo segua l'andamento naturale della forma anziché contraddirla. Qui il piombo lavora come una linea di disegno, e questo è merito del vetraio prima ancora che del disegnatore.

Le vetrate con foglie e tralci d'uva della sala da pranzo, 1914 circa

Nella sala da pranzo il laboratorio Picchiarini realizzò intorno al 1914 le vetrate con foglie e tralci d'uva. La scelta del soggetto è di una logica limpida, quasi didascalica: la vite in una stanza dove si mangia e si beve. Vale la pena fermarsi sul verde, che nella luce del mattino diventa acido e nel pomeriggio si scalda; la sala da pranzo della Casina delle Civette è uno degli ambienti in cui l'orario della visita cambia davvero quello che vedete.

Il Chiodo con tralci e uva nella stanza del chiodo, Cambellotti, 1914-1915

La stanza del chiodo prende il nome dalla sua vetrata, disegnata da Duilio Cambellotti fra il 1914 e il 1915, in cui compare un chiodo attorno a cui si avvolgono tralci e grappoli d'uva. È l'immagine più enigmatica della casa e quella su cui le guide raccontano le cose più fantasiose. Il chiodo appartiene al repertorio simbolico della fissità, del punto fermo, e nell'iconografia cristiana rimanda alla Passione; l'uva rimanda al vino e quindi al sangue, ma anche semplicemente alla fertilità della vite. Che il principe intendesse un rebus preciso o un accostamento di gusto non è stabilito da alcun documento noto, e chi ve lo racconta come certezza vi sta vendendo una storia. Guardatela per quello che è: un pezzo di grafica potentissima, con una linea che tiene testa a qualunque manifesto dell'epoca.

Le rondini, laboratorio Picchiarini, 1914 circa

La stanza delle rondini deve il nome alle vetrate uscite dal laboratorio Picchiarini intorno al 1914. Le rondini in volo sono un motivo che l'Art Nouveau ha usato ovunque, dai manifesti alle ceramiche, perché consente di riempire una superficie con una diagonale dinamica senza appesantirla. Qui la lettura è più intima: la rondine è l'uccello che parte e torna, e in una casa costruita da un uomo che detestava muoversi la scelta ha un sapore particolare.

Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia
Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia

La vetrata delle Civette di Duilio Cambellotti, 1914

È la vetrata che ha dato il nome all'edificio e al museo, ed è del 1914. Cambellotti vi dispone due civette stilizzate fra tralci d'edera, in un equilibrio di simmetria e di scarto che è il segreto della sua efficacia: gli animali si fronteggiano, ma non sono identici. La stilizzazione è spinta al punto in cui la forma naturale diventa segno grafico e insieme resta riconoscibile; il piombo, invece di tagliare arbitrariamente il disegno, corre lungo i contorni delle penne e dei rami, così che la struttura portante della vetrata coincide con il disegno stesso. È il motivo per cui questa vetrata funziona anche in fotografia, dove tante altre si spengono.

Se avete poco tempo e volete vedere una sola cosa alla Casina delle Civette, è questa. Vi dico anche quando: nelle ore in cui la luce non batte diretta sul vetro, perché il sole pieno brucia i toni e appiattisce l'edera in una macchia unica. La luce diffusa di una giornata coperta, che i visitatori considerano una sfortuna, è per le vetrate la condizione migliore.

La fata nella stanza della Torretta, Cambellotti, 1917

Del 1917 è la vetrata della fata, sempre di Duilio Cambellotti, collocata nella stanza della Torretta. È il pezzo più narrativo della casa, e il più vicino al mondo del teatro, che per Cambellotti fu un mestiere quanto le arti applicate: la figura femminile alata appartiene al repertorio della scena simbolista e delle illustrazioni per le fiabe che in quegli anni circolavano in tutta Europa. La Torretta è anche l'ambiente più alto e più raccolto dell'edificio, con la scala stretta che ci porta e il ballatoio da cui si vede il parco: la fata governa uno spazio che sembra costruito apposta per lei. Fra tutte le vetrate della Casina delle Civette è quella che colpisce più a fondo i bambini, e su questo tornerò più avanti.

L'Edera e nastri nel salottino dei satiri, Cambellotti, 1918

Nel salottino dei satiri Cambellotti firma nel 1918 la vetrata con edera e nastri. L'edera torna qui come motivo autonomo, non più solo come supporto delle civette: rampicante, tenace, sempreverde, è la pianta che nella simbolica antica vale come fedeltà e come vita che non si interrompe. I nastri servono a introdurre nel disegno una linea libera, che non deriva dalla natura ma dall'ornato: è il gioco tipico del Liberty maturo, che accosta il dato botanico osservato e l'arabesco puro. Il nome della stanza viene invece dall'apparato decorativo dei satiri, e ricorda che nella Casina il vetro non lavora mai da solo, ma dentro un ambiente che gli risponde con stucchi, legni e pitture.

L'Idolo di Vittorio Grassi nella camera da letto del principe, 1918

La camera da letto di Giovanni Torlonia junior è illuminata dalla vetrata dell'Idolo, disegnata nel 1918 da Vittorio Grassi. Grassi era pittore, incisore e disegnatore di francobolli, e portò nella vetrata una sensibilità grafica diversa da quella di Cambellotti, più tesa e più asciutta. Il soggetto è quello che il titolo dichiara: una figura idolica, arcaica, frontale, che nella camera di un uomo solo e appassionato di simboli assume un peso che nessun fiore avrebbe avuto. È la vetrata che i visitatori guardano più a lungo in silenzio, e capisco perché.

I Migratori sulla scala delle quattro stagioni, Cambellotti, 1918

Sulla scala delle quattro stagioni, sempre nel 1918, Cambellotti dispone la vetrata dei migratori. La collocazione è la parte migliore dell'idea: gli uccelli in viaggio accompagnano chi sale e chi scende, e il movimento del corpo lungo i gradini mette in moto il disegno. La scala prende il nome dal ciclo delle stagioni che ne governa la decorazione, e il tema dei migratori vi si innesta con esattezza, perché la migrazione è il modo in cui gli animali misurano l'anno. È uno dei punti della Casina delle Civette in cui architettura, decorazione e percorso di visita coincidono, e uno dei pochi che io consiglio di percorrere due volte, in salita e in discesa.

Rose, nastri e farfalle di Paolo Paschetto sul balcone delle rose, 1920

Il balcone delle rose ospita la vetrata con rose, nastri e farfalle disegnata da Paolo Paschetto nel 1920. Paschetto è il nome che sorprende sempre i visitatori quando lo si spiega: è l'autore dell'emblema della Repubblica Italiana, quello con la stella, la ruota dentata, il ramo d'ulivo e la quercia, adottato nel 1948. Vent'otto anni prima disegnava rose e farfalle per il principe Torlonia, con la stessa mano ferma e la stessa attenzione al contorno che gli avrebbe fatto vincere quel concorso. La farfalla, nel repertorio simbolico, è l'anima che si trasforma, e accostata alla rosa e al nastro compone un pezzo di pura grazia decorativa, il più solare della casa. Guardatelo di primo pomeriggio, quando il rosa dei vetri si accende.

Gli artisti e il laboratorio: chi ha fatto le vetrate della Casina delle Civette

Cesare Picchiarini, il vetraio

La storia della vetrata italiana del Novecento comincia in una bottega romana. Cesare Picchiarini è il maestro vetraio che eseguì materialmente le vetrate della Casina, su disegno altrui, e il suo ruolo va capito bene perché rischia sempre di essere sottovalutato. Nel vetro artistico il disegnatore fornisce un cartone in scala, ma la traduzione in opera è un mestiere autonomo: scegliere le lastre giuste, tagliarle, decidere dove passa il piombo e dove no, dove serve la grisaglia dipinta e cotta e dove basta il colore in pasta. Un cattivo vetraio può distruggere un buon cartone. Picchiarini fu il contrario: la sua bottega restituì ai disegnatori possibilità che quelli, da soli, non avrebbero neanche immaginato, e formò una generazione. Se la Casina delle Civette è un unicum, lo è perché un committente ricco e ostinato incontrò un artigiano di quel livello.

Duilio Cambellotti, l'artista totale

Duilio Cambellotti è il nome che domina la casa: sua è la vetrata delle civette, sue la fata, l'edera e nastri, i migratori, il chiodo con tralci e uva. Romano, formatosi al Museo Artistico Industriale, fu illustratore, scultore, ceramista, scenografo, autore di manifesti e di mobili; lavorò per il teatro greco di Siracusa e per la bonifica dell'Agro Pontino, e portò dentro tutte queste esperienze una stessa idea di arte come lavoro utile e come segno chiaro. Nelle vetrate della Casina delle Civette si vede il suo tratto essenziale: linee poche e decise, forme naturali ridotte all'ossatura, nessun compiacimento. È il motivo per cui il suo Liberty non è invecchiato come quello di tanti contemporanei.

Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto

Accanto a Cambellotti operarono altri tre disegnatori di primo piano. Umberto Bottazzi, autore dei pavoni del 1912, veniva dal mondo dell'illustrazione e della decorazione e fu fra i primi in Italia a prendere sul serio la vetrata come genere artistico autonomo. Vittorio Grassi, che firma l'Idolo del 1918, fu pittore, incisore e disegnatore di francobolli, e portò nella casa un registro più severo. Paolo Paschetto, autore delle rose del 1920, era un valdese piemontese, figlio di pastore, che avrebbe legato il proprio nome all'emblema della Repubblica. Quattro disegnatori, un solo vetraio: la Casina delle Civette è anche il campionario più completo che esista di come artisti diversi affrontarono la stessa tecnica negli stessi anni e nella stessa bottega.

Stanza per stanza: il percorso di visita della Casina delle Civette

Gli spazi interni sono disposti su due livelli e sono tutti particolarmente curati nelle opere di finitura. Decorazioni pittoriche, stucchi, mosaici, maioliche policrome, legni intarsiati, ferri battuti, stoffe parietali e sculture in marmo mostrano l'attenzione del principe per il comfort abitativo, che era una preoccupazione moderna e per nulla scontata in una dimora aristocratica dei primi del Novecento. Le venti stanze del percorso hanno nomi che nascono dalle loro decorazioni, e attraversarle in ordine significa ripercorrere il modo in cui la casa fu pensata.

L'ingresso e i primi ambienti

Il rapace dagli occhi tondi vi accoglie già sopra l'uscio dell'entrata: è il primo segnale che la casa dà di sé, e conviene fermarsi prima di varcare la soglia per guardare come i materiali si accostano, il tufo, il cotto smaltato, il ferro battuto, il legno. Dentro, i primi ambienti servono a orientare: la pianta a L dei due corpi di fabbrica non è immediatamente leggibile, e nei primi minuti quasi tutti si perdono. È voluto. Un edificio che vuole nascondere chi ci abita non può avere una distribuzione chiara.

La sala da pranzo

La sala da pranzo è uno degli ambienti più compiuti, con le vetrate a foglie e tralci d'uva del laboratorio Picchiarini e un apparato di legni e stoffe che gli fa da cornice. Qui si capisce bene una cosa che sfugge a chi guarda solo i vetri: nella Casina delle Civette la vetrata non è un quadro appeso, è un elemento architettonico. Regola la luce, colora l'aria della stanza, cambia il colore delle superfici di legno che ha intorno. Toglietela e la sala diventa un'altra stanza.

La stanza delle civette

È il cuore iconografico dell'edificio, la stanza da cui viene il nome dell'intera casa, impreziosita dalle vetrate istoriate con l'animale appollaiato su tralci d'edera. Il tema non resta confinato al vetro: torna nei ferri, nei legni, negli elementi di arredo, con quella insistenza che ai contemporanei doveva sembrare eccentrica e che a noi appare come una firma. Prendetevi qui i vostri dieci minuti, perché è l'ambiente che giustifica il biglietto.

La stanza del chiodo e il salottino dei satiri

La stanza del chiodo, con la vetrata di Cambellotti del 1914-1915, e il salottino dei satiri, con l'edera e nastri del 1918, formano una coppia che vale la pena leggere insieme. Il primo ambiente è secco, quasi araldico; il secondo è morbido, vegetale, avvolgente. Il passaggio dall'uno all'altro mostra la libertà con cui il principe e i suoi architetti trattavano il tema decorativo: nessuna coerenza di stile imposta dall'alto, ma una sequenza di stanze ciascuna con il proprio carattere, come capitoli di un libro scritti in momenti diversi.

La stanza dei ciclamini e la stanza delle rondini

La stanza dei ciclamini, che ospita i pavoni di Bottazzi del 1912, e la stanza delle rondini, con le vetrate del laboratorio Picchiarini di circa il 1914, appartengono alla fase più antica della decorazione figurata. Il ciclamino è un fiore d'ombra, che nasce sotto gli alberi e fiorisce quando le altre piante rallentano: un'altra scelta che nella casa di un uomo solitario suona meno casuale di quanto sembri. Le rondini portano invece nell'edificio il tema del viaggio e del ritorno, che tornerà con i migratori sulla scala.

La camera da letto del principe

La camera da letto, con l'Idolo di Vittorio Grassi del 1918, è l'ambiente più privato e il più rivelatore. Chi sceglie di svegliarsi ogni mattina davanti a una figura idolica non arreda: si dichiara. È anche la stanza in cui il rapporto fra vetro e mobilio si legge meglio, perché gli arredi disegnati per la casa e la vetrata parlano la stessa lingua formale.

La scala delle quattro stagioni e la stanza della Torretta

La scala delle quattro stagioni, con i migratori di Cambellotti del 1918, porta alla stanza della Torretta, dove si trova la fata del 1917. È la parte più verticale e più scenografica della visita, quella che i bambini ricordano e che gli adulti fotografano male, perché la scala è stretta e la luce cambia a ogni gradino. Salite lentamente. La Casina delle Civette premia chi rallenta.

Il balcone delle rose e il passetto

Il balcone delle rose, con la vetrata di Paschetto del 1920, è l'ambiente più luminoso e il più leggero; il passetto, con le vetrate geometriche del 1910-1912, è quello più tecnico e più trascurato. Metteteli in fila mentalmente e avrete il percorso completo della vetrata italiana in un decennio: dalla geometria astratta dell'esordio alla piena maturità figurativa.

Mobili, maioliche, mosaici e ferri battuti

Ridurre la Casina delle Civette alle sue vetrate è l'errore più comune. La casa è un organismo decorativo completo, e le arti applicate vi convivono tutte. Le maioliche policrome rivestono superfici esterne e interne e legano l'edificio al gusto ceramico che in quegli anni attraversava tutta l'Europa; i mosaici lavorano sui pavimenti e su alcune superfici parietali; gli stucchi modellano soffitti e cornici; i legni intarsiati e le boiseries rivestono le pareti e costruiscono gli arredi fissi; i ferri battuti disegnano ringhiere, inferriate e dettagli d'uso. Le stoffe parietali, che sono la componente più fragile e quella che i restauri devono continuamente sorvegliare, davano alle stanze il calore che oggi si può solo immaginare. E poi le sculture in marmo, distribuite con parsimonia.

Il mobilio merita un discorso a parte, perché fu concepito insieme alla casa e non comprato per arredarla. Il tema della civetta ricorre negli intarsi, negli schienali, nelle maniglie, e questa continuità fra architettura, decorazione fissa e mobile è precisamente ciò che la cultura del Liberty europeo perseguiva come ideale di opera d'arte totale. Pochi edifici in Italia ci sono arrivati vicino quanto questo. Se vi interessa il confronto, il Casino Nobile conserva i mobili della camera da letto di Giovanni Torlonia, poi usati da Mussolini, ritrovati in un deposito governativo e riportati nella villa: due modi opposti di abitare lo stesso parco.

La collezione della Casina delle Civette: vetrate, bozzetti e cartoni

Il museo custodisce cinquantaquattro vetrate originarie della Casina, ricollocate nel sito per cui erano state pensate dopo il lavoro di restauro, e diciotto vetrate acquisite in un secondo tempo ed esposte su supporti autoportanti, cioè leggibili da entrambi i lati e illuminate artificialmente. A queste si aggiungono centocinque fra bozzetti e cartoni preparatori.

Sui bozzetti e sui cartoni conviene spendere due parole, perché sono la parte del museo che i visitatori attraversano più in fretta e che invece spiega tutto il resto. Il bozzetto è lo studio preliminare, spesso a colori, in cui il disegnatore fissa l'idea; il cartone è il disegno in scala reale su cui il vetraio lavora, con le linee che indicano dove passerà il piombo. Metterli accanto alle vetrate finite significa mostrare il pensiero prima dell'opera: dove il disegno è stato semplificato, dove un colore è stato cambiato perché il vetro disponibile non rendeva, dove il piombo ha imposto una soluzione che il cartone non prevedeva. Non conosco in Italia un altro luogo dove questo confronto sia possibile su questa scala, ed è la ragione per cui considero la Casina delle Civette un museo per addetti ai lavori travestito da casa delle fiabe.

Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia
Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia

Dal 1944 al 1997: rovina, incendio e rinascita della Casina delle Civette

L'occupazione delle truppe anglo-americane

La distruzione dell'edificio cominciò nel 1944, con l'occupazione delle truppe anglo-americane, durata oltre tre anni. Non fu un bombardamento a rovinare la Casina: fu l'uso quotidiano di una casa fragile da parte di centinaia di persone che non avevano alcun motivo di trattarla con riguardo. Le vetrate, che sono la parte più delicata di qualunque edificio, pagarono per prime. Chi conosce la storia dei palazzi romani del dopoguerra sa che questo copione si è ripetuto decine di volte, e che i danni di allora sono ancora oggi il capitolo più costoso di qualunque restauro.

Il 1978 e l'acquisizione da parte del Comune di Roma

Quando nel 1978 il Comune di Roma acquisì Villa Torlonia, sia gli edifici sia il parco erano in condizioni disastrose. Il parco fu aperto al pubblico e cominciò lentamente a tornare un giardino; gli edifici restarono per anni chiusi, transennati, abitati da vegetazione infestante. Chi ha visto Villa Torlonia negli anni Ottanta ricorda un luogo bellissimo e sfasciato, con i vetri rotti e il tetto sfondato. Vale la pena tenerlo a mente attraversando oggi il prato davanti alla Casina: quello che si visita non è sopravvissuto, è stato riportato indietro.

L'incendio del 1991

L'incendio del 1991 aggravò le condizioni di degrado della Casina, che nel frattempo aveva subito anche furti e vandalismi. Fu il punto più basso della storia dell'edificio e, paradossalmente, il fatto che ne determinò la salvezza: la perdita rischiava di diventare definitiva, e questo mise in moto un cantiere che altrimenti avrebbe continuato a slittare. È una dinamica che a Roma si è vista molte volte, e che non fa onore a nessuno.

Il restauro dal 1992 al 1997

L'immagine odierna della Casina delle Civette è il risultato di un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, eseguito dal 1992 al 1997, che con quanto ancora conservato e sulla base delle numerose fonti documentarie ha permesso di restituire alla città uno dei manufatti più singolari e interessanti dei primi anni del secolo scorso. Il metodo merita rispetto: le vetrate superstiti furono smontate, consolidate e ricollocate nella posizione originaria; quelle perdute furono documentate attraverso bozzetti, cartoni e fotografie d'archivio; le lacune furono trattate senza inventare, distinguendo l'antico dall'integrazione. Dal 1997 l'edificio ospita il museo dedicato alla vetrata artistica, con opere realizzate fra il 1910 e il 1925.

Come si visita la Casina delle Civette: durata e percorso

Contate un'ora per una visita normale e un'ora e mezza se vi fermate sui bozzetti e sui cartoni. Il percorso è a senso unico ragionevolmente chiaro, con la scala che porta al livello superiore e il rientro al piano terra; gli ambienti sono piccoli, e questo significa che con un gruppo numeroso davanti si crea coda. L'audioguida, a 4,00 euro in italiano, inglese e francese, è una spesa che consiglio a chi visita da solo: senza un filo conduttore, il rischio è di uscire con la sensazione di aver visto tanti bei vetri e nessuna storia.

Il consiglio operativo che do sempre: abbinate la Casina delle Civette al Casino Nobile nella stessa mattinata, prendendo il biglietto cumulativo. Sono due edifici a cinque minuti l'uno dall'altro dentro lo stesso parco, e raccontano due Rome che non si parlavano. Se avete ancora energia, il Casino dei Principi, sede dell'Archivio della Scuola Romana, chiude il quadro. In una giornata piena si fa tutto e si mangia sul prato.

La Casina delle Civette con i bambini

Funziona, e funziona bene, a patto di impostare la visita nel modo giusto. Un bambino di sei o sette anni davanti a una vetrata Liberty non pensa alla storia delle arti applicate: vede una casa delle fiabe con le civette, la fata, i pavoni, le rondini e le farfalle. Trasformate il percorso in una caccia: quante civette riuscite a trovare fra vetri, ferri, legni e maioliche. Vi assicuro che il conteggio dura più della vostra pazienza.

Due avvertenze pratiche. Gli ambienti sono stretti e ricchi di superfici fragili, quindi il passeggino è scomodo e i bambini vanno tenuti vicini; e la durata giusta con i piccoli è quaranta minuti, non un'ora e mezza, dopodiché conviene uscire sul prato. Villa Torlonia, da questo punto di vista, è una delle ville storiche romane più generose: prato ampio, ombra, spazio per correre. Il combinato museo più parco è la ragione per cui porto qui le famiglie più volentieri che alla Villa Borghese, dove le distanze sono lunghe e i musei affollati.

Accessibilità della Casina delle Civette

Qui serve onestà. La Casina delle Civette è un edificio storico di primo Novecento, articolato su due livelli, con scale strette, dislivelli interni, passaggi minuti e soglie: è, per sua natura, l'opposto di un museo progettato per l'accessibilità. Il piano terra è percorribile con maggiore facilità, mentre il livello superiore, compresa la Torretta, presenta difficoltà oggettive per chi si muove in sedia a rotelle o ha problemi di deambulazione. Il parco di Villa Torlonia e i viali di accesso sono invece pianeggianti e in buone condizioni. Chi ha esigenze specifiche faccia una telefonata preventiva al call center 060608, che è il canale più rapido per sapere quali ambienti sono raggiungibili al momento della visita e quali servizi di assistenza sono attivi.

Biglietti, MIC card e cumulativi dei Musei di Villa Torlonia

Il sistema tariffario di Villa Torlonia è articolato perché i musei sono quattro e le mostre temporanee incidono sul prezzo. Il biglietto per la sola Casina delle Civette, con la mostra temporanea in corso, è di 10,50 euro intero e 7,00 euro ridotto. Il Casino Nobile costa 11,00 euro intero e 6,50 ridotto; il Casino dei Principi con la mostra in corso 8,00 euro intero e 5,00 ridotto; la Serra Moresca con la Torre Moresca 8,00 euro intero e 5,00 ridotto; il Bunker e i rifugi antiaerei 12,00 euro intero e 6,00 ridotto, con visita guidata su prenotazione obbligatoria.

Il cumulativo conviene quasi sempre. Nel periodo in cui la Serra Moresca è chiusa, cioè luglio e agosto, il biglietto che comprende Casino Nobile, Casino dei Principi e Casina delle Civette costa 14,00 euro intero e 11,00 ridotto. Nel resto dell'anno, con la Serra Moresca inclusa, si sale a 17,00 euro intero e 13,00 ridotto. Fate il conto: già due musei su tre lo ripagano.

Sulla MIC card il discorso è semplice e vale la pena ripeterlo perché molti non la conoscono: con 5 euro dà accesso gratuito per dodici mesi al Sistema Musei di Roma Capitale, oltre a riduzioni sulle mostre. È riservata a chi risiede o studia a Roma. Se vivete in città e nell'arco di un anno pensate di entrare in almeno due musei civici, la carta si ripaga alla prima visita. Per i residenti a Roma e nella Città metropolitana l'ingresso ai musei civici è gratuito esibendo un documento di identità; per le mostre temporanee possono valere condizioni diverse, quindi verificate il listino aggiornato sul sito dei Musei di Villa Torlonia prima di mettervi in fila.

Quando andare alla Casina delle Civette

Le vetrate hanno bisogno di luce, ma di luce giusta. Il momento migliore per la visita è la mattina di una giornata luminosa ma non abbagliante, oppure una giornata coperta: la luce diffusa attraversa i vetri senza bruciarli e restituisce i colori pieni. Il sole basso e diretto di gennaio, che entra orizzontale, produce effetti spettacolari su alcune vetrate e ne cancella altre. D'estate il primo pomeriggio è la fascia peggiore, sia per la luce sia per il caldo dentro un edificio piccolo.

Sul calendario: martedì e mercoledì mattina sono le fasce più tranquille, la domenica pomeriggio è la peggiore. Il lunedì il museo è chiuso, e ogni volta c'è qualcuno che arriva fino al cancello per scoprirlo. Tenete conto che luglio e agosto tolgono dal biglietto cumulativo la Serra Moresca, e che il complesso della Serra resta chiuso al pubblico dal 1 luglio al 31 agosto: se il vostro interesse è quello, spostate la visita.

Cosa c'è intorno alla Casina delle Civette

Dentro il parco, oltre ai tre musei, ci sono cose che quasi nessuno cerca e che valgono la passeggiata: gli obelischi di Villa Torlonia, fatti erigere da Alessandro Torlonia in memoria dei genitori, il Teatro, il Tempio di Saturno, la Tribuna con fontana, il complesso della Serra Moresca con la Torre. Sotto il Casino Nobile si trovano il rifugio antigas e il bunker fatti realizzare da Mussolini, visitabili con visite guidate su prenotazione.

Fuori dal cancello, in dieci minuti a piedi, si arriva alla casa museo di Luigi Pirandello in via Antonio Bosio, dove lo scrittore visse gli ultimi anni; al quartiere Coppedè, con la fontana delle rane e il palazzo del Ragno, che è il naturale complemento architettonico di una visita alla Casina; e al MACRO di via Nizza, il museo d'arte contemporanea ricavato nell'ex birreria Peroni. Poco più a nord, lungo la Nomentana, si aprono le catacombe di Priscilla, e sull'altro versante del quartiere il grande parco di Villa Ada. È uno dei settori di Roma con la maggiore densità di cose interessanti per metro quadro, e uno dei meno battuti dai visitatori stranieri.

Una curiosità su Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia

La vetrata con le rose, i nastri e le farfalle che illumina il balcone porta la firma di Paolo Paschetto e la data 1920. Lo stesso Paolo Paschetto, ventotto anni più tardi, avrebbe disegnato l'emblema della Repubblica Italiana, quello con la stella, la ruota dentata, il ramo d'ulivo e il ramo di quercia che oggi compare su ogni documento ufficiale dello Stato. Vuol dire che dentro questa casa, costruita per un principe schivo e appassionato di simboli esoterici, lavorava un artista destinato a dare la propria mano al simbolo civile più ufficiale che l'Italia possieda. È un cortocircuito che vale la pena tenere in testa mentre si guarda quel vetro rosa: la stessa attenzione al contorno netto, alla composizione chiusa, all'equilibrio fra elementi naturali e geometria, che nel 1920 serve a comporre un mazzo di rose e nel 1948 servirà a costruire uno stemma.

La seconda curiosità riguarda l'origine dell'edificio, e sorprende praticamente tutti. Quello che oggi sembra un villaggio medievale di fantasia nacque nel 1840 come capanna svizzera, cioè come un capriccio da parco all'inglese, con bugne di tufo all'esterno e finti tavolati di legno dipinti a tempera all'interno. Un falso rustico ottocentesco. Le mura portanti di quel capanno sono ancora lì, dentro l'edificio, come lo scheletro di un animale diverso. La Casina delle Civette è quindi una finzione costruita sopra un'altra finzione, e questo è forse il dato più onesto che si possa dire sul suo fascino: non è un luogo antico travestito da moderno, è un luogo moderno travestito da antico due volte di seguito.

Una cosa che non ti dice nessuno su Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia

Nessuno vi dice che una parte di quello che vedete non appartiene alla casa. Delle vetrate esposte, cinquantaquattro sono le originarie della Casina, ricollocate dopo il restauro nella posizione per cui erano state disegnate; diciotto invece sono state acquisite in un secondo tempo e sono esposte su supporti autoportanti, cioè come opere da museo, illuminate e leggibili da entrambi i lati. La distinzione è importante per capire quello che si guarda: nel primo caso la vetrata è ancora un pezzo di architettura, filtra la luce vera del parco e cambia con le ore; nel secondo è un quadro di vetro, isolato dal suo contesto. Imparare a riconoscere le due situazioni cambia completamente la visita, e nessuna didascalia ve lo grida in faccia.

La seconda cosa che quasi nessuno racconta è che il museo possiede centocinque fra bozzetti e cartoni preparatori. Il cartone è il disegno in scala reale su cui il vetraio lavorava, con le linee che segnavano il percorso del piombo; il bozzetto è lo studio a colori che precedeva tutto. Confrontare uno di questi fogli con la vetrata corrispondente significa vedere l'opera pensata accanto all'opera eseguita, e capire quanto di ciò che ammiriamo appartenga al disegnatore e quanto al vetraio.

Terza informazione, questa del tutto pratica e capace di far risparmiare denaro: il biglietto cumulativo di Villa Torlonia cambia prezzo secondo la stagione, perché in luglio e agosto la Serra Moresca è chiusa e il cumulativo scende da 17,00 a 14,00 euro. Chi compra il singolo senza chiedere il cumulativo, spesso, paga di più per vedere di meno.

Il consiglio che ti do per visitare Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia

Andateci con il cielo coperto. È il consiglio più controintuitivo che do sul mio lavoro e il più efficace: la vetrata artistica dà il meglio con la luce diffusa, che attraversa il vetro in modo uniforme e restituisce i colori pieni, mentre il sole diretto brucia le tinte chiare e trasforma le campiture in una macchia di luce. Chi arriva qui in una mattina d'agosto alle due del pomeriggio vede la metà di quello che c'è.

Secondo consiglio: comprate il cumulativo e non il singolo, anche se pensate di visitare un solo museo. Vi capiterà quasi certamente di cambiare idea una volta dentro il parco, e i tre edifici sono a pochi minuti di cammino l'uno dall'altro. Terzo: prendete l'audioguida a 4,00 euro se siete soli. La Casina è piccola e senza un filo narrativo si esce con la testa piena di immagini e vuota di storia.

Quarto, e riguarda l'ordine della visita: cominciate dalle vetrate geometriche del passetto, quelle del 1910-1912 che tutti attraversano senza guardare, e solo dopo andate alla stanza delle civette. Vedere prima il punto di partenza rende visibile il salto compiuto in quattro anni, e la vetrata di Cambellotti del 1914 vi apparirà per quello che è, cioè un atto di rottura, invece che per una bella decorazione.

Quinto: martedì o mercoledì mattina, appena aperto, alle nove. Gli ambienti sono minuscoli e bastano due comitive per rendere impossibile fermarsi davanti a un vetro. Se avete i bambini, invertite: fate prima mezz'ora di prato, poi entrate. Un bambino che ha corso guarda; un bambino che non ha corso scalpita.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che la casa è stata restaurata. Pochissimi si rendono conto di quanto profonda fosse la ferita e di quanto sia recente la guarigione. La rovina cominciò nel 1944, con l'occupazione delle truppe anglo-americane, che durò oltre tre anni: non un bombardamento, ma l'usura quotidiana di un edificio fragile usato come alloggio. Quando nel 1978 il Comune di Roma acquisì Villa Torlonia, gli edifici e il parco erano in condizioni disastrose. Poi arrivarono i furti e i vandalismi, e infine, nel 1991, l'incendio, che aggravò un degrado già avanzato.

Il cantiere di restauro fu condotto dal 1992 al 1997 e restituì alla città uno dei manufatti più singolari e interessanti dei primi anni del Novecento, lavorando su quanto ancora si conservava e sulle numerose fonti documentarie disponibili. Dal 1997 l'edificio ospita il museo dedicato alla vetrata artistica, con opere realizzate fra il 1910 e il 1925.

Fate il conto degli anni: dal 1944 al 1997 sono cinquantatré anni di abbandono, saccheggio e cantiere. Un cittadino romano nato nel 1950 ha potuto entrare in questa casa solo dopo i quarantasette anni. È un dato che dice molto sul rapporto della città con il proprio patrimonio del Novecento, considerato per decenni troppo recente per meritare attenzione e troppo fragile per essere difeso. Ed è anche la ragione per cui, quando qualcuno mi chiede se valga la pena pagare il biglietto per una casa piccola, rispondo che il biglietto non paga i metri quadri: paga cinquant'anni di lavoro per non perderla.

La foto giusta da fare a Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia

La fotografia che quasi tutti fanno è la facciata frontale con la torretta, presa dal viale, con il sole alle spalle. Viene sempre piatta, perché il sole diretto azzera i rilievi e schiaccia i materiali in una superficie unica. La foto giusta è un'altra, ed è doppia.

All'esterno, mettetevi sul prato in posizione laterale nel tardo pomeriggio, quando la luce arriva radente, e inquadrate i tetti: il grigio opaco delle lastre di lavagna, sagomate in forme diverse, e la policromia delle tegole in cotto smaltato compongono l'accordo cromatico che tiene insieme tutto l'edificio, ed è la cosa che i visitatori guardano di meno e che i fotografi bravi cercano per prima. Includete un ramo dei lecci nell'inquadratura: il verde scuro fa risaltare il cotto.

All'interno, la fotografia che porta a casa il senso del luogo non è il primo piano della vetrata. È il controcampo: inquadrate la luce colorata che il vetro proietta sul pavimento, sul legno di una boiserie, su un muro chiaro. La vetrata è un dispositivo che colora l'aria, e quella colorazione è il vero soggetto. Se volete comunque la vetrata delle civette in primo piano, aspettate una giornata coperta, appoggiatevi a una parete per stabilizzare, non usate il flash, che ammazza il vetro, e sottoesponete di poco per non bruciare i toni chiari dell'edera.

Una nota di buona educazione, che vale in tutti i musei civici: cavalletti, bastoni per selfie e riprese professionali seguono regole proprie e vanno concordati. Con il telefono in mano e senza flash, invece, si lavora benissimo.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è del 1840: il principe Alessandro Torlonia commissiona a Giuseppe Jappelli una capanna svizzera ai margini del parco, nascosta da una collinetta artificiale, e la fa costruire con bugne di tufo all'esterno e finti tavolati dipinti a tempera all'interno. Nasce come luogo di evasione rispetto all'ufficialità della residenza principale, e questa vocazione non la perderà mai.

Il secondo è del 1908, quando Giovanni Torlonia junior avvia la trasformazione progressiva e radicale dell'edificio, che diventa Villaggio Medioevale sotto la direzione dell'architetto Enrico Gennari, con grandi finestre, loggette, porticati, torrette, maioliche, vetrate colorate, boiseries e simboli. Nel 1914 Duilio Cambellotti disegna la vetrata con le due civette fra i tralci d'edera; nel 1916 l'edificio comincia a essere chiamato Villino delle Civette. Nel 1917 Vincenzo Fasolo aggiunge le strutture del fronte meridionale con un apparato decorativo di fantasia in stile Liberty.

Il 1938 è l'anno della morte di Giovanni Torlonia junior, che nella Casina aveva vissuto fino all'ultimo. Il 1944 porta l'occupazione delle truppe anglo-americane, che dura oltre tre anni e apre la stagione della rovina. Nel 1978 il Comune di Roma acquisisce Villa Torlonia, trovando edifici e parco in condizioni disastrose. Nel 1991 l'incendio aggrava un degrado già segnato da furti e vandalismi.

Fra il 1992 e il 1997 si svolge il restauro, lungo, paziente e meticoloso, che ricostruisce l'edificio sulla base di quanto restava e delle fonti documentarie. Dal 1997 la Casina ospita il museo dedicato alla vetrata artistica. Centocinquantasette anni fra la prima pietra e la prima biglietteria: pochi edifici romani hanno una biografia altrettanto accidentata in così poco tempo.

Chi è passato da Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia

Il primo nome è quello di Giuseppe Jappelli, l'architetto e ingegnere padovano che nel 1840 ideò la Capanna Svizzera per Alessandro Torlonia. Jappelli era il maggiore interprete italiano del giardino paesaggistico, l'uomo del Caffè Pedrocchi di Padova, e a Villa Torlonia lasciò l'impronta romantica che il parco conserva ancora.

Poi ci sono i due architetti del Novecento: Enrico Gennari, che dal 1908 diresse la trasformazione in Villaggio Medioevale e restò legato al cantiere per anni, e Vincenzo Fasolo, che dal 1917 aggiunse il fronte meridionale con il suo apparato Liberty. Fasolo, dalmata di formazione romana, avrebbe avuto una lunga carriera accademica e progetti ben più ufficiali; qui si concesse la libertà che un committente privato consentiva.

La schiera degli artisti è la più importante. Cesare Picchiarini, maestro vetraio, eseguì nella sua bottega tutte le vetrate della casa. Duilio Cambellotti, illustratore, scultore, ceramista e scenografo, disegnò la vetrata delle civette del 1914, il chiodo con tralci e uva del 1914-1915, la fata del 1917, l'edera e nastri e i migratori del 1918. Umberto Bottazzi firmò i pavoni nel 1912, Vittorio Grassi l'Idolo nel 1918, Paolo Paschetto le rose con nastri e farfalle nel 1920.

Il committente vero, però, resta lui: Giovanni Torlonia junior, uomo scontroso, amante dei simboli esoterici, che scelse questa casa invece del Casino Nobile e ci visse fino al 1938. È il personaggio che manca in tutte le guide di Roma e senza il quale la Casina non esisterebbe.

Un'ultima presenza va nominata per precisione storica, perché genera sempre confusione: nel 1925 il Casino Nobile di Villa Torlonia fu concesso a Benito Mussolini come residenza romana, e sotto quell'edificio furono ricavati il rifugio antigas e il bunker antiaereo oggi visitabili. La Casina delle Civette, invece, restò la casa del principe. Due edifici nello stesso parco, due storie che non vanno mescolate.

Domande veloci su Casina delle Civette - Musei di Villa Torlonia

Dove si trova la Casina delle Civette?

Dentro il parco di Villa Torlonia, a Via Nomentana 70, 00161 Roma. Si entra dal cancello principale su Via Nomentana e si segue il viale verso destra per circa tre minuti a piedi.

Quanto costa il biglietto della Casina delle Civette?

Nel periodo in cui ospita una mostra temporanea, 10,50 euro intero e 7,00 euro ridotto. Il listino aggiornato è pubblicato sul sito dei Musei di Villa Torlonia.

Quali sono gli orari della Casina delle Civette?

Dal martedì alla domenica, dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.00. Il 24 e il 31 dicembre l'orario è 9.00-14.00, il 1 gennaio 11.00-20.00.

Quando è chiusa la Casina delle Civette?

Tutti i lunedì, il 1 maggio e il 25 dicembre.

Conviene il biglietto cumulativo di Villa Torlonia?

Sì, quasi sempre. Costa 17,00 euro intero e 13,00 ridotto quando sono aperti tutti i siti, e 14,00 euro intero e 11,00 ridotto in luglio e agosto, quando la Serra Moresca è chiusa. Già con due musei su tre si rientra della spesa.

Che cosa comprende il biglietto cumulativo?

Casino Nobile, Casino dei Principi e Casina delle Civette, più la Serra Moresca con la Torre Moresca nei mesi in cui è aperta. Il Bunker e i rifugi antiaerei hanno biglietto e prenotazione separati.

La MIC card vale per la Casina delle Civette?

Sì. La MIC card costa 5 euro, dura dodici mesi, dà ingresso gratuito nel Sistema Musei di Roma Capitale ed è riservata a chi risiede o studia a Roma.

I residenti a Roma entrano gratis?

I residenti a Roma e nella Città metropolitana entrano gratuitamente nei musei civici esibendo un documento di identità. Per le mostre temporanee possono valere condizioni diverse: il dettaglio è sul sito dei Musei di Villa Torlonia.

Serve prenotare per visitare la Casina delle Civette?

Per la visita libera no, si acquista il biglietto in loco. La prenotazione è obbligatoria per il Bunker e per le visite scolastiche.

Quanto dura la visita alla Casina delle Civette?

Un'ora per una visita normale, un'ora e mezza se vi fermate sui bozzetti e sui cartoni preparatori. Con bambini piccoli, quaranta minuti.

C'è l'audioguida?

Sì, costa 4,00 euro ed è disponibile in italiano, inglese e francese.

Si possono fare fotografie dentro la Casina delle Civette?

Con il telefono o con la macchina a mano, senza flash, si fotografa senza problemi. Cavalletti, bastoni per selfie e riprese professionali seguono regole proprie e vanno concordati con il museo.

Perché si chiama Casina delle Civette?

Per la vetrata con due civette stilizzate fra tralci d'edera eseguita da Duilio Cambellotti nel 1914 e per il ricorrere del tema della civetta in tutte le decorazioni e nel mobilio. Dal 1916 l'edificio cominciò a essere chiamato Villino delle Civette.

Quante vetrate ci sono alla Casina delle Civette?

Cinquantaquattro vetrate originarie ricollocate nella loro posizione dopo il restauro e diciotto vetrate acquisite in seguito, esposte su supporti autoportanti, oltre a centocinque fra bozzetti e cartoni preparatori.

Chi ha realizzato le vetrate della Casina delle Civette?

Tutte uscirono dal laboratorio del maestro vetraio Cesare Picchiarini, su disegni di Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto.

Qual è la vetrata più importante?

Quella delle civette, disegnata da Cambellotti nel 1914, che ha dato il nome all'edificio. Se avete tempo per una sola cosa, è quella.

La Casina delle Civette è adatta ai bambini?

Molto, se la impostate come una caccia alle civette nascoste fra vetri, ferri, legni e maioliche. Gli ambienti sono però stretti e fragili: il passeggino è scomodo e i bambini vanno tenuti vicini.

La Casina delle Civette è accessibile in sedia a rotelle?

Il piano terra è percorribile con maggiore facilità, mentre il livello superiore e la Torretta presentano scale strette e dislivelli che rendono difficile l'accesso. Il parco e i viali sono invece pianeggianti. Per informazioni aggiornate conviene telefonare al call center 060608.

Come si arriva alla Casina delle Civette con i mezzi?

Metro B, fermate Bologna o Policlinico, poi dieci minuti a piedi; tram 3 e 19, fermata Viale Regina Margherita/Nomentana; autobus 60, 62, 66, 82 e 90 su Via Nomentana, oppure 61, 490, 495 e 649 su Via Bari.

Si può parcheggiare vicino alla Casina delle Civette?

Con difficoltà. Via Nomentana ha divieti quasi ovunque e le strisce blu del quartiere si liberano di rado. Il tram 3 resta la soluzione migliore.

Che differenza c'è fra la Casina delle Civette e il Casino Nobile?

Il Casino Nobile era la residenza ufficiale della famiglia Torlonia e ospita oggi il Museo della Villa e la collezione della Scuola Romana, oltre al bunker nel seminterrato; la Casina delle Civette era la casa privata di Giovanni Torlonia junior ed è oggi il museo della vetrata artistica. Due edifici, due funzioni, due storie.

Che cos'è la Serra Moresca e perché a volte è esclusa?

È il complesso con la Torre Moresca, altro edificio storico del parco, che resta chiuso al pubblico dal 1 luglio al 31 agosto. In quei due mesi il biglietto cumulativo scende di prezzo perché comprende un sito in meno.

Qual è il momento migliore per visitare la Casina delle Civette?

La mattina presto di un giorno feriale, meglio se con cielo coperto: la luce diffusa attraversa le vetrate in modo uniforme e restituisce i colori pieni, mentre il sole diretto le brucia.

Che cosa si può vedere nei dintorni?

Dentro il parco gli obelischi di Villa Torlonia, il Teatro, il Tempio di Saturno e la Serra Moresca; fuori, in dieci minuti a piedi, la casa museo di Pirandello, il quartiere Coppedè, il MACRO di via Nizza, e poco più a nord le catacombe di Priscilla.

Quanto costa il Bunker di Villa Torlonia?

12,00 euro intero e 6,00 euro ridotto, con visita guidata e prenotazione obbligatoria. Il ridotto vale per i ragazzi dai 6 ai 18 anni, per i possessori di MIC card e Roma Pass e per le persone con disabilità con accompagnatore.

Alla fine, quello che consiglio è di trattare la Casina delle Civette come si tratta una persona riservata: senza fretta, senza pretendere che si spieghi subito. Ci sono musei che si visitano e musei che si frequentano, e questo appartiene alla seconda categoria. Io ci torno una volta l'anno, sempre in una giornata grigia, e ogni volta trovo un vetro che non avevo guardato bene. Vale il biglietto, vale il tram, e vale soprattutto l'ora che le dedicate senza guardare il telefono.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoLa Casina delle Civette a Villa Torlonia, dimora del principe Giovanni Torlonia jr. fino al 1938, anno della sua morte, è il risultato di una serie di trasformazioni e aggiunte apportate alla ottocentesca Capanna Svizzera che, collocata ai bordi del parco e nascosta da una collinetta artificiale, costituiva in origine un luogo di evasione rispetto all'ufficialità della residenza principale.
TagsCasina delle CivetteMIC cardMusei Civici di RomaMusei in Comune RomaMuseoMuseo Civico di RomaVilla Torlonia

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IndirizzoVia Nomentana, 70, 00161 Roma RM 161
CategorieMostreMusei
Telefono+39 06 0608
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