Ex Snia

Ci sono luoghi a Roma che si spiegano da soli: un tempio, un obelisco, una scalinata. E poi c'è Ex Snia, che non si spiega affatto e proprio per questo merita di essere raccontato con calma. Qui, a un paio di chilometri dalla Porta Maggiore, dentro un quadrilatero di palazzine, officine e capannoni, c'è un lago. Non un laghetto ornamentale scavato da un architetto per compiacere un principe, non una vasca di villa nobiliare: un lago vero, profondo, alimentato da una falda, con i canneti, gli aironi, i pesci e il rumore ovattato che fa l'acqua quando la città le gira intorno senza accorgersene. Un lago che nessuno ha voluto, che nessuno ha progettato e che nessuno, per almeno vent'anni, ha saputo bene come classificare.

Confronta le esperienze a Roma

Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Lo dico subito, perché è la cosa che colpisce di più chi lo vede per la prima volta: il lago di Ex Snia è nato da un errore. Da uno scavo di cantiere, negli anni Novanta, che è andato troppo in profondità e ha bucato una falda acquifera. L'acqua è salita e non se n'è più andata. Da lì in avanti la storia diventa un romanzo urbano con dentro tutto: una fabbrica di seta artificiale degli anni Venti, migliaia di operaie, il carbonio solforato, quarant'anni di rovine, un progetto edilizio, un contenzioso lunghissimo, un quartiere che si mette di traverso, un parco pubblico, un centro sociale, un decreto della Regione Lazio e infine — perché la vita è più bizzarra della fantasia — un gemellaggio con un lago belga.

Vi accompagno dentro questa vicenda passo per passo, provando a fare quello che una guida dovrebbe sempre fare: separare i fatti accertati dalle interpretazioni, dare i nomi e le date quando ci sono, e dire chiaramente quando invece siamo nel campo delle rivendicazioni, delle memorie orali e delle posizioni politiche. Perché Ex Snia è anche, inevitabilmente, un luogo politico, e fingere che non lo sia sarebbe un modo elegante di non capirlo.

Ex Snia: che cosa si vede e perché vale la pena

Immaginate di camminare lungo via Prenestina all'altezza di largo Preneste. Traffico, tram, saracinesche, il tessuto ordinario di una Roma che lavora. Poi entrate in un varco, superate qualche decina di metri di verde disordinato, e vi trovate davanti uno specchio d'acqua ampio, verdastro e stranamente silenzioso, chiuso da un cordone di canne palustri, con dietro la sagoma spezzata di edifici industriali in laterizio. Le finestre non hanno più i vetri. Sui cornicioni ci sono i rapaci. Qualcuno, sulla riva, sta guardando dentro un binocolo.

Questa dissonanza è il cuore dell'esperienza. Ex Snia non è bello nel senso in cui è bella Villa Borghese: è bello nel senso in cui è bella una cosa che non doveva accadere e che invece si è imposta. La qualità estetica del luogo nasce dalla frizione tra tre strati sovrapposti: l'archeologia industriale del primo Novecento, il cantiere interrotto degli anni Novanta con i suoi pilastri e i suoi muri in cemento armato, e la natura spontanea che si è ripresa tutto senza chiedere permesso.

Un paesaggio a tre tempi

Il primo tempo è quello della fabbrica: mattoni, capriate, ciminiere, il lessico architettonico dell'industria italiana quando l'industria italiana era ottimista. Il secondo tempo è quello del cantiere fermo: getti di calcestruzzo che finiscono nel nulla, ferri d'armatura arrugginiti, quote di scavo che ora sono fondali. Il terzo tempo è l'acqua e ciò che l'acqua ha chiamato: canneti, salici, pioppi, e una quantità di uccelli che in una città come Roma, a questa distanza dal centro, non ci si aspetta.

Vi assicuro che l'effetto è più forte di qualunque descrizione. Ho accompagnato qui persone che avevano visto i Fori, la Cappella Sistina e Castel Sant'Angelo nella stessa settimana, e che davanti a questo bacino d'acqua verde hanno taciuto per un minuto buono. Non per commozione paesaggistica: per spaesamento. È una Roma che non compare nelle cartoline e che però racconta il Novecento della città meglio di molti monumenti ufficiali.

Perché lo consiglio anche a chi ha poco tempo

Se avete tre giorni a Roma, capisco che Ex Snia non sia in cima alla lista, e non farò finta del contrario. Ma se avete già visto la Roma antica e barocca, o se tornate in città per la seconda o terza volta, questo posto vi restituisce qualcosa che gli itinerari classici non hanno: il senso di una città viva, contesa, che discute di se stessa. E poi si visita in un'ora, è gratuito, e sta in un quadrante — Prenestino, Pigneto, Portonaccio — che da solo vale un pomeriggio.

Dove si trova Ex Snia e come ci si arriva

Siamo nel quadrante est di Roma, nel Municipio V, in quella fascia compresa tra la via Prenestina e la via Tiburtina che nel Novecento è stata il vero motore produttivo della città. L'area dell'ex stabilimento occupa un grande isolato affacciato su largo Preneste e su via di Portonaccio, a poche centinaia di metri dallo scalo ferroviario di Roma Prenestina e dal fascio di binari che serpeggia verso Tiburtina.

Con i mezzi pubblici

Il modo più semplice per arrivare a Ex Snia è il tram che percorre la Prenestina: si scende a largo Preneste e si è praticamente arrivati. In alternativa ci sono le linee di superficie che collegano Porta Maggiore e la stazione Termini con il Prenestino, e le stazioni ferroviarie della cintura urbana. Chi viene dal centro storico può prendere il tram a Porta Maggiore e godersi dieci minuti di città autentica: i binari che si incuneano tra i palazzi, le botteghe, i mercati rionali.

Un avvertimento pratico che do sempre: le linee di superficie romane cambiano percorso più spesso di quanto i turisti si aspettino, per cantieri e deviazioni. Prima di partire controllate il percorso aggiornato sull'applicazione dell'azienda di trasporto o sui pannelli in fermata, invece di fidarvi di una mappa stampata l'anno scorso. Vale per Ex Snia come per qualunque altra destinazione fuori dal circuito centrale.

A piedi, in bici, in auto

A piedi dal Pigneto sono venti minuti scarsi, e sono venti minuti interessanti: si attraversa il ponte sui binari, si costeggiano officine e depositi, si passa davanti a una sequenza di edifici popolari che raccontano la crescita del quartiere tra le due guerre. In bicicletta è ancora più comodo, anche se la Prenestina non è una ciclabile e va affrontata con attenzione: meglio le strade interne.

In auto, il mio consiglio è semplice: non venite in auto. Il parcheggio in zona è un esercizio di pazienza, la sosta è quasi tutta occupata dai residenti, e l'area è servita bene dal trasporto pubblico. Se proprio dovete, valutate di lasciare la macchina in una delle stazioni della metropolitana con parcheggio di scambio e completare il tragitto con i mezzi.

Gli accessi all'area

L'accesso pubblico all'area del monumento naturale avviene dal lato di via di Portonaccio, dal civico 230, mentre il Parco delle Energie — il grande spazio verde pubblico che confina con il lago — ha i suoi ingressi sul versante di largo Preneste e via Prenestina. Non tutta l'area dell'ex fabbrica è pubblica e liberamente accessibile: alcune porzioni sono ancora private o interdette, e su questo tornerò più avanti perché è esattamente il punto in cui la storia si fa complicata. Gli orari di apertura variano nel corso dell'anno e con le attività in programma: verificateli prima di partire sui canali ufficiali dell'ente gestore o del parco, invece di dare per scontato che sia sempre tutto aperto.

Il nome: perché si dice Lago Bullicante ex Snia

Il nome completo con cui questo posto è conosciuto in città è "Lago Bullicante ex Snia", e ogni pezzo del nome ha una sua ragione precisa. Vale la pena smontarlo, perché è un piccolo esercizio di toponomastica romana che spiega molto.

"Snia" viene dalla fabbrica

Snia è l'acronimo con cui si conosceva la Società Nazionale Industria Applicazioni Viscosa, uno dei grandi gruppi chimico-tessili italiani del Novecento, specializzato nella produzione di fibre artificiali derivate dalla cellulosa: quello che all'epoca si chiamava rayon o, con espressione da pubblicità, "seta artificiale". Lo stabilimento romano non nacque però direttamente sotto quel marchio: l'opificio fu della Cisa Viscosa, e solo più tardi, con le fusioni societarie del gruppo, i terreni confluirono formalmente nel patrimonio della Snia Viscosa. Nel linguaggio del quartiere, però, la fabbrica è sempre stata "la Snia", e da lì "l'ex Snia" quando la fabbrica non c'è più stata.

"Bullicante" viene da molto prima

Il termine "bullicante" non l'hanno inventato gli attivisti degli anni Duemila: è un toponimo antico di questa parte di Roma. C'è una via dell'Acqua Bullicante che attraversa il quartiere, e il nome deriva dalle acque che in questa zona affioravano gorgogliando — "bollendo", da cui bullicante — per via della circolazione idrica sotterranea legata al vulcanismo dei Colli Albani. È una di quelle coincidenze che sembrano scritte da un romanziere pigro: il quartiere si chiamava così per l'acqua che ribolliva sottoterra, e proprio lì, secoli dopo, una ruspa ha bucato la falda e l'acqua è tornata a galla.

Nella cartellonistica e negli atti ufficiali troverete anche la dizione "Lago ex Snia — Viscosa", che è quella adottata dal provvedimento regionale di tutela. Nel parlato romano restano in circolazione tutte le varianti: il lago dell'ex Snia, il Bullicante, il laghetto della Snia. Se chiedete indicazioni a un passante del Prenestino, qualunque di queste formule funzionerà.

Prima della fabbrica: il Prenestino che non c'era

Per capire Ex Snia bisogna fare un passo indietro e immaginare questa parte di città quando città non era. Fino ai primi del Novecento, fuori dalle mura aureliane e oltre Porta Maggiore, la via Prenestina correva in aperta campagna: vigne, casali, marrane, qualche osteria ai bordi della strada consolare che portava verso Palestrina, l'antica Praeneste. Il tessuto era agricolo, punteggiato da resti antichi — acquedotti, sepolcri, sostruzioni — che i contadini usavano come stalle o depositi senza troppa reverenza archeologica.

La spinta industriale del primo Novecento

Le cose cambiano rapidamente tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del secolo successivo. Roma, diventata capitale nel 1871, cresce a ritmi che il suo apparato produttivo non riesce a seguire; la città è amministrativa, ecclesiastica, edilizia, ma industrialmente debole rispetto al triangolo del Nord. Quando l'industria arriva, si insedia dove ci sono tre cose: spazio, acqua e ferrovia. Il quadrante orientale, tra Prenestina, Casilina e Tiburtina, le aveva tutte e tre.

Nascono così, in pochi anni, gli impianti che daranno il volto a questa Roma: officine meccaniche, vetrerie, depositi ferroviari, stabilimenti chimici. Intorno alle fabbriche crescono le case degli operai, spesso costruite senza piano, a volte con le borgate abusive che negli anni Trenta e Quaranta diventeranno un tratto identitario dell'urbanistica romana. Il Prenestino, il Pigneto, il Quadraro, il Tiburtino: la geografia operaia della capitale si disegna qui.

L'acqua sotto i piedi

C'è però un dato che è bene tenere a mente fin da adesso, perché diventerà decisivo. Il sottosuolo di questa parte di Roma non è asciutto. Le colate laviche e i depositi piroclastici dell'apparato vulcanico dei Colli Albani hanno creato una struttura idrogeologica complessa, con acquiferi che circolano a poca profondità e che in più punti danno sorgenti, polle e affioramenti. L'Acqua Bullicante è uno di questi. L'Acqua Santa, l'Acqua Sacra, l'Acqua Acetosa sono toponimi della stessa famiglia, sparsi in vari quadranti della città.

In altre parole: chiunque scavi in profondità in questa zona sta giocando con l'acqua. Nel 1992 qualcuno lo ha scoperto nel modo più spettacolare possibile.

1923: nasce lo stabilimento della Cisa Viscosa

Lo stabilimento di largo Preneste apre i battenti nei primi anni Venti — la data che ricorre nella memoria del quartiere e nella pubblicistica locale è il 1923 — come opificio per la produzione di fibra tessile artificiale. Non era una fabbrichetta: era un complesso industriale di grandi dimensioni, con capannoni di produzione, magazzini, uffici, servizi, alloggi per il personale, una centrale termica, un impianto per il trattamento delle acque. Occupava un isolato intero, e quell'isolato è ancora oggi il perimetro dell'area di cui stiamo parlando.

Perché a Roma

La scelta di Roma non era ovvia. L'industria della viscosa era concentrata soprattutto al Nord, vicino alle fonti di energia idroelettrica e ai distretti tessili. Ma la capitale offriva altri vantaggi: manodopera abbondante e a basso costo, un mercato interno in crescita, la vicinanza al potere politico in una stagione in cui le grandi imprese chimiche italiane erano molto attente a coltivare il rapporto con lo Stato, e — questo è il punto tecnico — la disponibilità di acqua. La produzione della viscosa è idroesigente in modo quasi ossessivo: serve acqua per la preparazione delle soluzioni, per i bagni di filatura, per i lavaggi, per il raffreddamento.

Il sottosuolo del Prenestino, con la sua falda generosa, era esattamente ciò che serviva. C'è una simmetria quasi perfetta in questa storia: la fabbrica è venuta qui per l'acqua, e quando la fabbrica non c'era più, è stata l'acqua a riprendersi il posto.

Un pezzo di città dentro la città

Gli stabilimenti di quella generazione non erano solo luoghi di lavoro: erano organismi urbani. Avevano mensa, infermeria, spacci, spesso alloggi. Il ritmo delle sirene scandiva la giornata del quartiere. Le case costruite intorno erano abitate in larghissima parte da chi lavorava dentro. Chi ha memoria familiare del Prenestino racconta di nonni e bisnonni che misuravano il tempo in turni, e di un rapporto con la fabbrica che era insieme dipendenza economica e identità collettiva.

Va detto con onestà: la fabbrica non era amata per se stessa. Era faticosa, spesso nociva, e come vedremo la chimica della viscosa aveva costi sanitari pesanti. Ma dava lavoro in una città che ne aveva poco, e dava lavoro soprattutto alle donne, in un'epoca in cui l'occupazione femminile salariata era ancora una faccenda socialmente complicata.

Come si faceva il rayon: la chimica che ha costruito Ex Snia

Vale la pena spendere qualche riga su che cosa si producesse davvero qui dentro, perché senza capirlo non si capiscono né la fortuna della fabbrica né le ragioni per cui il quartiere la ricorda con sentimenti misti.

Dalla cellulosa al filo

Il rayon viscosa è una fibra artificiale: non sintetica, cioè non costruita da zero a partire dal petrolio, ma ricavata da una materia prima naturale, la cellulosa, trasformata chimicamente. Si parte da paste di legno o da linter di cotone. La cellulosa viene trattata con soda caustica, ottenendo la cosiddetta alcalicellulosa; questa viene fatta maturare, quindi messa a reagire con solfuro di carbonio, che genera il xantogenato di cellulosa, un composto giallo-arancio che si scioglie in soluzione alcalina dando un liquido denso e viscoso — la "viscosa", appunto, da cui il nome del procedimento.

La soluzione viene poi filtrata, maturata, e infine estrusa attraverso filiere: piastrine forate con centinaia di micro-orifizi, immerse in un bagno acido di rigenerazione a base di acido solforico e sali. A contatto con il bagno, il filamento si rigenera in cellulosa pura e diventa filo. Da lì si passa allo stiro, al lavaggio, all'imbianchimento, all'essiccazione, alla torcitura e alla rocchettatura.

Perché fu una rivoluzione commerciale

Il rayon nasce come surrogato della seta, e per decenni fu venduto esattamente così: la lucentezza e la morbidezza della seta a una frazione del prezzo. In un'Italia che voleva vestirsi meglio di quanto potesse permettersi, il successo fu enorme. Calze, fodere, camicie, biancheria, tende, e poi impieghi tecnici: la fibra rinforzata per i pneumatici, il cordonetto per applicazioni industriali. Negli anni Trenta la politica autarchica del regime fascista diede un'ulteriore spinta alla fibra nazionale, presentata come alternativa italiana alle importazioni.

C'è un dettaglio che racconto sempre e che di solito diverte: il rayon fu la prima fibra artificiale di massa, e ha anticipato di un ventennio il nylon. Quando oggi si parla di "moda sostenibile" e di fibre a base cellulosica, si sta riscoprendo — con chimica molto più pulita — una famiglia di materiali che a Roma si produceva industrialmente cento anni fa, in un capannone che adesso ha i falchi sul tetto.

Le operaie di Ex Snia

Se dovessi indicare la ragione principale per cui questa fabbrica merita un posto nella storia sociale di Roma, non direi il rayon: direi le donne. La lavorazione della viscosa, come gran parte del tessile, impiegava manodopera femminile in proporzione schiacciante. Le mansioni di filatura, torcitura, controllo del filo, annodatura, imbobinatura richiedevano mani rapide, attenzione continua e sopportazione della monotonia; e venivano pagate meno di quelle maschili, il che nella logica industriale dell'epoca era il vero argomento decisivo.

Un'occupazione femminile di massa

Le cifre che circolano sulla forza lavoro dello stabilimento romano variano molto a seconda delle fonti e del periodo considerato, e vanno prese con la prudenza che si deve a numeri ricostruiti a posteriori: si parla nell'ordine delle migliaia di addetti nei momenti di massima attività, con una netta prevalenza femminile. Al di là della cifra esatta, il punto sociologico è chiaro: per una generazione di romane del quadrante est, la Snia fu la prima esperienza di salario proprio, di orario, di contratto, di sindacato.

Significava alzarsi prima dell'alba, timbrare, fare turni anche notturni, tornare a casa e trovare la seconda giornata di lavoro domestico ad aspettare. Ma significava anche avere in mano una busta paga, e questo, in una società che considerava normale la dipendenza economica femminile, era un fatto rivoluzionario che nessuno all'epoca chiamava così.

La memoria orale

Molto di ciò che sappiamo della vita quotidiana dentro lo stabilimento viene da testimonianze raccolte tardi, da figli e nipoti, e da lavori di ricerca condotti negli ultimi decenni da associazioni di quartiere e da studiosi di storia del lavoro. È materiale prezioso e va trattato per quello che è: memoria, con la sua carica affettiva e i suoi inevitabili slittamenti. Quando vi diranno che "qui lavoravano duemila donne", accettate il numero come ordine di grandezza, non come dato di archivio.

Una cosa però la memoria la restituisce con coerenza sorprendente: l'odore. Chi ha vissuto qui negli anni della produzione ricorda un odore acre e dolciastro insieme, che nelle giornate senza vento si spandeva su tutto il rione. Era l'odore della chimica della viscosa, ed è il punto da cui bisogna partire per parlare della faccia oscura di questa storia.

Il solfuro di carbonio: il prezzo nascosto della seta artificiale

Non si può raccontare una fabbrica di viscosa senza affrontare la questione sanitaria, e non lo faccio per gusto della denuncia ma perché è storia documentata della medicina del lavoro, indipendente da qualunque posizione politica.

Che cosa fa il solfuro di carbonio

Il solfuro di carbonio — chiamato anche disolfuro di carbonio, formula CS2 — è il reagente chiave del processo viscosa. È un liquido volatile, altamente infiammabile e neurotossico. L'esposizione cronica ai suoi vapori è associata in letteratura scientifica a un quadro clinico che comprende disturbi neurologici periferici e centrali, alterazioni psichiche, danni vascolari, effetti sulla riproduzione. L'idrogeno solforato che si sviluppa nei bagni di filatura ha una tossicità propria, e gli ambienti di lavoro dell'epoca erano caldi, umidi e scarsamente ventilati.

Nella storia industriale europea, le fabbriche di viscosa sono un capitolo classico della letteratura sulle malattie professionali. Non è una peculiarità italiana né tantomeno romana: è la firma di un processo produttivo che, con le tecnologie e le norme di allora, esponeva sistematicamente i lavoratori a sostanze pericolose. Quello che è cambiato negli ultimi decenni non è la chimica, ma il modo di contenerla: cicli chiusi, recupero dei solventi, aspirazioni, limiti di esposizione, sorveglianza sanitaria.

Come tenerne conto quando si visita

Racconto questa parte perché mi sembra un antidoto necessario alla nostalgia industriale. È facile, davanti a un capannone in rovina, provare quel sentimento romantico che i tedeschi chiamerebbero volentieri con una parola lunga: la malinconia per il lavoro che non c'è più. Il lavoro che c'era qui era duro e, per gli standard odierni, pericoloso. Ricordarlo non toglie nulla alla dignità di chi lo faceva: gliela restituisce, perché lo colloca in una storia di conquiste faticose invece che in un'immagine da cartolina seppiata.

C'è anche una conseguenza concreta e attuale, di cui parlerò più avanti: un'area che ha ospitato per decenni una produzione chimica pesante è un'area su cui le questioni ambientali del sottosuolo non sono mai banali, e questo è uno dei nodi tecnici che accompagnano da anni la vicenda dell'ex Snia.

Snia Viscosa, Gualino e Marinotti: l'impero della fibra

Il marchio che ha dato il nome popolare a questo luogo appartiene a una delle vicende imprenditoriali più rocambolesche del Novecento italiano, e vale la pena riassumerla perché spiega come mai la sigla "Snia" sia rimasta appiccicata a un isolato del Prenestino per un secolo.

Da compagnia di navigazione a colosso chimico

La sigla Snia nasce come Società di Navigazione Italo-Americana, creatura del finanziere e industriale piemontese Riccardo Gualino, uno di quei personaggi che sembrano usciti da un romanzo: collezionista d'arte, mecenate, spregiudicato costruttore di partecipazioni incrociate. Nel primo dopoguerra, con il crollo dei noli marittimi, la società viene riconvertita alla nuova frontiera industriale della fibra artificiale, e diventa Snia Viscosa. In pochi anni il gruppo assume una posizione dominante nel settore in Italia e una rilevanza internazionale.

La parabola di Gualino si interrompe bruscamente nel 1930, quando il suo impero finanziario crolla e il regime fascista lo colpisce duramente, arrivando al confino a Lipari. È una lezione di storia economica che si commenta da sola: nell'Italia degli anni Trenta, la fortuna di un capitano d'industria dipendeva dal rapporto con il potere politico quanto dai bilanci.

L'era Marinotti

Il nome che domina la fase successiva è quello di Franco Marinotti, alla guida del gruppo dalla fine degli anni Trenta e per decenni protagonista assoluto della chimica tessile italiana. Sotto la sua direzione la Snia Viscosa attraversa l'autarchia, la guerra, la ricostruzione e il boom, diversificando dalla viscosa verso le fibre sintetiche e la chimica. È un'epoca in cui il gruppo è una delle maggiori imprese private del Paese.

Va detto con chiarezza, per evitare fraintendimenti: quando la Snia Viscosa diventa formalmente proprietaria dei terreni romani, per effetto delle fusioni societarie del gruppo, la fabbrica di largo Preneste aveva già cessato la produzione da anni. Il passaggio è del 1969, e riguarda un patrimonio immobiliare, non un impianto attivo. La cosa ha una sua ironia amara: il nome che tutti usano per questo posto è quello dell'azienda che ci ha prodotto meno.

La guerra, il dopoguerra e la chiusura del 1954

Il quadrante orientale di Roma non uscì indenne dalla Seconda guerra mondiale. Gli scali ferroviari e le aree industriali erano obiettivi militari, e i bombardamenti del 1943 e del 1944 colpirono duramente il settore compreso tra San Lorenzo, il Tiburtino, il Prenestino e il Casilino. Il bombardamento di San Lorenzo del 19 luglio 1943 è il più noto e il più tragico, ma non fu l'unico episodio a interessare questo pezzo di città.

Una fabbrica dentro la Resistenza urbana

I quartieri operai dell'est romano ebbero un ruolo nella Resistenza cittadina che la storiografia ha documentato ampiamente: il Quadraro con il rastrellamento del 17 aprile 1944, il Pigneto e il Prenestino con le loro reti di sostegno, gli scioperi e le manifestazioni per il pane. È il contesto in cui va collocata la fabbrica, senza attribuirle meriti che non le competono: le fabbriche non fanno la Resistenza, la fanno le persone che ci lavorano dentro e che abitano intorno.

Il 1954: la produzione si ferma

Lo stabilimento chiude nel 1954. Le ragioni sono quelle classiche della dismissione industriale: impianti invecchiati, costi, riorganizzazione della produzione del gruppo su altri siti, mutamenti del mercato della fibra. Il rayon, che era stato una rivoluzione, cominciava a subire la concorrenza delle fibre sintetiche derivate dal petrolio, e la geografia industriale italiana si stava ridisegnando.

Da quel momento, l'isolato di largo Preneste entra in un lungo limbo. Non viene demolito, non viene riconvertito, non viene restituito alla città. Rimane lì, chiuso, mentre intorno il quartiere continua a crescere e a riempirsi. È una condizione che chiunque conosca le periferie industriali europee riconoscerà immediatamente: il vuoto recintato in mezzo al pieno, l'area che tutti attraversano con lo sguardo e nessuno può attraversare con i piedi.

Quarant'anni di abbandono: Ex Snia come rovina industriale

Tra il 1954 e i primi anni Novanta passa quasi mezzo secolo. Sono gli anni in cui l'area diventa quello che gli urbanisti chiamano con espressione tecnica un "vuoto urbano", e che gli abitanti chiamavano semplicemente "la fabbrica".

Che cosa succede a un'area dismessa

Succedono tre cose, sempre le stesse, in tutte le città del mondo. La prima è il degrado fisico: i tetti cedono, i vetri saltano, le strutture si ossidano, la vegetazione infestante colonizza i cortili. La seconda è l'occupazione informale: depositi abusivi, ricoveri di fortuna, discariche improvvisate, e in qualche caso attività che con la legalità hanno un rapporto elastico. La terza è la speculazione dell'attesa: chi possiede l'area non ha interesse a fare nulla finché il valore fondiario non sale abbastanza da giustificare un'operazione immobiliare.

Tutte e tre si sono verificate qui. Ed è importante dirlo perché il racconto affettuoso che oggi si fa dell'ex Snia rischia di dimenticare quanto quell'area sia stata, per decenni, un problema e non una risorsa per chi ci abitava accanto.

La catena dei passaggi di proprietà

La ricostruzione documentale dei passaggi immobiliari è meno noiosa di quanto sembri, perché è la spina dorsale di tutta la vicenda successiva. Nel 1969 i terreni entrano nel patrimonio della Snia Viscosa per effetto di una fusione. Nel 1982 la proprietà passa a una società immobiliare collegata al gruppo. Nel marzo del 1990 l'area viene ceduta a un'altra società, e nel novembre dello stesso anno finisce nelle mani dell'imprenditore edile Antonio Pulcini, attraverso una sua società.

Nell'aprile del 1990 era stata rilasciata una concessione edilizia per un intervento con destinazione produttiva. È da qui che parte il capitolo più controverso della storia, quello su cui si sono scritte carte, ordinanze, ricorsi e sentenze per trent'anni.

1990: il progetto edilizio che doveva cambiare l'area

Arriviamo al nodo. All'inizio degli anni Novanta l'area dell'ex fabbrica è oggetto di un'operazione immobiliare che, nelle intenzioni della proprietà, doveva trasformarla in un complesso commerciale con annessi parcheggi interrati. È il modello che in quegli anni si applicava ovunque in Europa alle aree industriali dismesse dentro le città: si demolisce, si scava, si costruisce un centro commerciale, si vende.

Il titolo edilizio e la controversia sulla destinazione

Qui comincia la parte in cui bisogna essere precisi e non tirare la coperta da nessuna parte. La concessione edilizia rilasciata nell'aprile del 1990 riguardava un intervento con destinazione produttiva. Secondo la ricostruzione fatta negli anni dagli uffici comunali e dai comitati, i lavori effettivamente avviati andarono oltre quel titolo, configurando di fatto la realizzazione di una struttura commerciale con parcheggio interrato — cosa che la destinazione produttiva non consentiva.

Questa è la sostanza dell'abuso contestato: non tanto "hanno costruito senza permesso", quanto "hanno costruito una cosa diversa da quella per cui il permesso era stato dato". È una distinzione tecnica che sembra sottile e invece è centrale, perché è su di essa che si è avvitato il contenzioso.

Il contesto normativo dell'epoca

Va anche detto, per equilibrio, che i primi anni Novanta sono un momento particolare per l'urbanistica romana: il piano regolatore in vigore risaliva al 1962, la città stava discutendo di rigenerazione delle aree dismesse, e la prassi amministrativa in materia di varianti e destinazioni d'uso era, per usare un eufemismo, elastica. Non sto giustificando nulla: sto dicendo che quella vicenda non fu un'anomalia isolata in un panorama immacolato, ma un episodio dentro una stagione in cui il rapporto tra iniziativa privata e controllo pubblico sull'edilizia era strutturalmente sbilanciato.

1992: lo scavo, la falda, l'allagamento

Nel 1992 le ruspe scavano per realizzare il parcheggio sotterraneo. A circa dieci metri sotto il piano di campagna intercettano la falda acquifera. L'acqua entra nello scavo e comincia a salire. Non è un rivolo: è una portata consistente, alimentata in continuo dalla circolazione idrica sotterranea.

Il tentativo di scaricare l'acqua e l'allagamento di largo Preneste

La reazione del cantiere fu quella che chiunque avrebbe previsto: pompare l'acqua fuori e mandarla in fognatura. Il problema è che la rete fognaria urbana non è dimensionata per ricevere la portata continua di una falda. Le condotte andarono in sovraccarico e cedettero, con conseguente allagamento della zona di largo Preneste. È l'episodio che nella memoria del quartiere segna l'inizio di tutto: l'acqua che invece di sparire nel sottosuolo si riversa in strada, sotto gli occhi di tutti.

Da quel momento la situazione diventa ingovernabile per il cantiere. Non c'è modo economicamente sostenibile di tenere all'asciutto uno scavo alimentato da una falda: si sarebbe dovuto realizzare un sistema di impermeabilizzazione e drenaggio permanente di costo enorme, con smaltimenti autorizzati e gestione a vita. I lavori si fermano. L'acqua sale. E resta.

Come si forma un lago

Il bacino che si forma occupa la cavità dello scavo e si stabilizza a un livello determinato dalla quota piezometrica della falda: in pratica, il lago è la parte visibile di una superficie d'acqua sotterranea che qualcuno ha scoperchiato. Le dimensioni sono ragguardevoli per un contesto urbano: uno specchio d'acqua nell'ordine di alcune migliaia di metri quadrati, con profondità che nelle parti centrali raggiungono diversi metri. È il più esteso bacino lacustre all'interno dell'anello ferroviario di Roma, più grande del laghetto di Villa Borghese.

Il livello oscilla stagionalmente, come è normale per un corpo idrico di alimentazione freatica: sale nei mesi piovosi, cala in estate. Chi frequenta il posto da anni ha imparato a leggere quelle oscillazioni sulle rive, dove il canneto avanza e indietreggia seguendo l'acqua.

L'acqua che viene dai Colli Albani

Uno degli aspetti che rende Ex Snia interessante anche per chi non ha alcun interesse per le vicende urbanistiche è la natura dell'acqua che riempie il bacino. Non è acqua piovana ristagnante, non è acqua di scarico: è acqua di falda, proveniente dal grande serbatoio idrogeologico legato all'apparato vulcanico dei Colli Albani, quello che i geologi chiamano Vulcano Laziale.

Un po' di geologia, senza spaventarsi

Il Vulcano Laziale ha costruito, nel corso di centinaia di migliaia di anni, un edificio vulcanico i cui prodotti — tufi, pozzolane, colate laviche — si estendono fin dentro il territorio urbano di Roma. Questi materiali hanno permeabilità molto diverse tra loro: alcuni lasciano passare l'acqua, altri la trattengono. Il risultato è un sistema di acquiferi sovrapposti, che nella parte orientale della città circolano a profondità modeste e che in vari punti emergono naturalmente.

Le sorgenti minerali dei Castelli, le acque acidule e ferruginose di diverse località del quadrante est, il toponimo stesso dell'Acqua Bullicante: sono tutte manifestazioni dello stesso fenomeno. L'acqua che riempie il lago di Ex Snia appartiene a questa famiglia, ed è per questo che nelle descrizioni del sito si parla di acqua di buona qualità, alimentata da una circolazione profonda e non da scorrimenti superficiali inquinati.

Un'acqua sorprendentemente pulita

È uno dei fatti che più spiazzano i visitatori: in mezzo a un'area industriale dismessa, dentro una metropoli di quasi tre milioni di abitanti, c'è un bacino la cui acqua è descritta come limpida e di buona qualità, tanto che si è discusso — a livello di dibattito pubblico e di proposte, non di regolamenti — della sua potenziale balneabilità. Sul lago si è navigato in canoa in occasione di iniziative organizzate.

Mi tocca però aggiungere subito il contrappunto, perché è mio dovere di guida: il lago non è una piscina pubblica e non ci si va a fare il bagno. Le sponde sono in larga parte costituite da manufatti di cantiere non messi in sicurezza, la profondità cresce rapidamente, e l'accesso all'acqua è regolato dalle disposizioni dell'ente gestore dell'area protetta. Ammirarlo dalla riva è già molto.

L'ordinanza di demolizione e il contenzioso infinito

Nel 1993 l'amministrazione municipale interviene: con l'ordinanza numero 155 della allora Sesta Circoscrizione del Comune di Roma viene disposta la demolizione delle opere realizzate. Sulla carta, la vicenda avrebbe potuto chiudersi lì. Nella realtà, quell'ordinanza è l'inizio di un percorso giudiziario e amministrativo che si trascina per decenni.

Il ricorso e l'inerzia amministrativa

La proprietà impugna il provvedimento. Il ricorso viene parzialmente accolto nel 2010, e — questo è il punto che ha alimentato la polemica pubblica — un elemento rilevante nella decisione fu la mancata difesa in giudizio da parte dell'amministrazione comunale. In altre parole: non fu tanto la fondatezza nel merito delle ragioni della proprietà a pesare, quanto il fatto che il Comune non si presentò a sostenere le proprie.

Nel corso degli anni successivi emergono ulteriori elementi di irregolarità nelle opere realizzate, tra cui contestazioni relative alla documentazione planimetrica presentata. Sono passaggi che i comitati di quartiere hanno rilanciato costantemente nel dibattito pubblico, e che è corretto riportare indicandone la natura: si tratta di elementi emersi in sede amministrativa e giudiziaria, non di illazioni.

Perché è una storia italiana esemplare

Racconto sempre questo passaggio ai visitatori stranieri, perché è il momento in cui capiscono qualcosa dell'Italia che nessun libro di storia spiega bene. Un'ordinanza di demolizione del 1993 che nel 2020 non ha ancora prodotto la rimozione dei manufatti; un contenzioso che sopravvive a sei o sette sindaci; un'amministrazione che perde una causa per non essersi costituita. Non è corruzione da film: è entropia amministrativa, che nel lungo periodo produce effetti altrettanto sostanziali.

Va anche detto, per completezza e per equilibrio, che dal punto di vista della proprietà la vicenda si presenta in modo diverso: un'operazione immobiliare avviata con un titolo edilizio rilasciato dall'amministrazione, bloccata da un evento imprevisto, e poi sottoposta a un regime di incertezza trentennale che ha impedito qualunque valorizzazione dell'area. Anche questa è, dal suo punto di vista, una storia di malfunzionamento pubblico. Che poi il risultato finale — un lago e un'oasi urbana — sia oggi considerato un bene collettivo prezioso, è uno di quei paradossi che la storia produce senza chiedere il permesso a nessuno.

Il quartiere scopre Ex Snia

Per qualche anno il lago rimane una voce, una cosa che si sa e non si vede: dietro i muri di cinta c'era dell'acqua, ma nessuno poteva verificarlo. Poi, progressivamente, l'area comincia a essere frequentata. Sono i ragazzi del quartiere che entrano dai varchi, gli abitanti che si affacciano, i gruppi organizzati che iniziano a prendersi cura di pezzi di verde.

Gli anni Novanta e la stagione dei centri sociali

Metà anni Novanta: Roma vive una delle stagioni più intense di occupazione di spazi dismessi a fini sociali e culturali. In tutta la città, edifici abbandonati diventano centri sociali, spazi di aggregazione, sale prove, palestre popolari, doposcuola. È un fenomeno che ha avuto e continua ad avere letture opposte — chi lo considera riappropriazione civica di beni abbandonati, chi lo considera occupazione illegittima di proprietà altrui — e che comunque ha inciso profondamente sulla geografia culturale della capitale.

Anche a Ex Snia una porzione del complesso viene occupata e diventa un centro sociale. Da quel nucleo prendono forma, negli anni, le attività che hanno accompagnato la vicenda del lago: assemblee, iniziative pubbliche, concerti, attività sportive popolari, ricerca storica sul quartiere, monitoraggio ambientale.

Il Forum Territoriale Permanente Parco delle Energie

Il soggetto che compare più spesso nella cronaca di questa vicenda è il Forum Territoriale Permanente Parco delle Energie, una realtà di quartiere nata per seguire le sorti dell'area e del parco pubblico adiacente. Nel corso degli anni ha svolto una funzione che vale la pena descrivere con precisione, perché è più articolata dello stereotipo dell'attivismo di piazza: raccolta e sistemazione di documentazione amministrativa, promozione di studi naturalistici, attività di educazione ambientale, interlocuzione con Comune e Regione, organizzazione di iniziative pubbliche.

Che si condivida o meno l'impostazione politica di questo tipo di esperienze, un dato è difficile da contestare: senza una pressione organizzata e continua dal basso, un lago nato per errore dentro un'area privata oggetto di contenzioso avrebbe con ogni probabilità fatto la fine di molte altre anomalie urbane, cioè sarebbe stato colmato, tombato o dimenticato. Il fatto che oggi sia un monumento naturale regionale è il risultato di un processo in cui la mobilitazione locale ha avuto un peso determinante, riconosciuto anche negli atti pubblici.

Il Parco delle Energie e la Casa del Parco

Accanto al lago, e in parte intorno a esso, si estende il Parco delle Energie, uno spazio verde pubblico che rappresenta la parte "normalizzata" di questa vicenda: prati, alberature, percorsi, aree gioco, spazi per lo sport. È qui che il quartiere vive il proprio pezzo di verde quotidiano, quello in cui si porta il cane, si fa jogging, si accompagnano i bambini.

Un parco nato da una battaglia

Il parco non è caduto dal cielo. Nasce dall'acquisizione pubblica di una porzione dell'ex area industriale, ed è il primo risultato tangibile della lunga vertenza sull'ex Snia. In termini urbanistici è un caso di scuola di quello che si chiama "standard urbanistico recuperato": un quartiere ad altissima densità edilizia, con dotazione di verde storicamente insufficiente, che riconquista superficie libera attraverso la trasformazione di un'area dismessa.

Il nome è programmatico e va spiegato, perché a prima vista sembra vagamente New Age. "Delle Energie" rimanda alla storia energetica e produttiva del sito e a un'idea di parco come luogo di sperimentazione ambientale e sociale: risparmio idrico, gestione naturalistica del verde, educazione ecologica. È un'intitolazione che porta il segno del periodo in cui è stata scelta, con la sua fiducia nella sostenibilità come progetto collettivo.

La Casa del Parco

All'interno dell'area si trova la Casa del Parco, un edificio recuperato che funziona come punto di riferimento per le attività: informazione, iniziative culturali, laboratori, incontri, ospitalità per gruppi e scolaresche, archivio della memoria del quartiere. È il tipo di presidio che fa la differenza tra un'area verde e un luogo vissuto: senza qualcuno che apra una porta, accenda una luce e organizzi qualcosa, un parco è solo erba.

Le attività e gli orari variano nel corso dell'anno e dipendono dalla programmazione: se avete intenzione di partecipare a una visita guidata, a un'iniziativa di educazione ambientale o a un evento, informatevi prima attraverso i canali ufficiali. Vi risparmierete la delusione di trovare tutto chiuso in un pomeriggio infrasettimanale di agosto.

Il muro, il varco e "il lago che combatte"

Nella cronologia della vertenza c'è un momento che è diventato quasi iconografico nel racconto locale: quello del muro. La separazione fisica tra la parte pubblica e la parte in cui si trova il lago è stata per anni una questione centrale, perché determinava chi potesse vedere l'acqua e chi no.

Apertura di un passaggio

Negli anni Dieci la mobilitazione di quartiere ha portato all'apertura di un passaggio che ha reso il lago effettivamente raggiungibile da chi frequentava il parco. È un episodio che i protagonisti raccontano come atto di riappropriazione collettiva e che, dal punto di vista della proprietà privata coinvolta, è stato letto in modo evidentemente opposto. Riporto la doppia lettura perché è onesto farlo: un varco aperto in un muro è, a seconda del punto di vista, un diritto esercitato o una violazione commessa, e la vicenda giudiziaria e amministrativa che ne è seguita riflette questa ambivalenza.

Quello che è certo, ed è verificabile da chiunque oggi visiti il posto, è che l'accessibilità del lago ha cambiato radicalmente il suo statuto simbolico. Un lago che non si vede è una curiosità catastale; un lago che si vede diventa un bene comune percepito, e da lì la strada verso la tutela istituzionale si accorcia moltissimo.

Il lago in musica

Nel 2014 il gruppo romano Assalti Frontali, insieme a Il Muro del Canto, ha dedicato al sito il brano "Il lago che combatte". È un dato di cronaca culturale che vale la pena registrare, perché segna il momento in cui la vicenda esce dal perimetro del quartiere ed entra nell'immaginario cittadino più ampio. Nel 2017 il fumettista Zerocalcare ha dedicato al lago un calendario, contribuendo ulteriormente alla sua notorietà presso un pubblico giovane e non necessariamente militante.

Questi passaggi non sono decorazioni: nella storia dei conflitti urbani, il momento in cui un luogo acquista una rappresentazione culturale condivisa — una canzone, un disegno, un documentario — è spesso il momento in cui la sua difesa smette di essere una questione di pochi e diventa un tema di città. È esattamente ciò che è accaduto qui.

2020: il decreto e il Monumento Naturale

Il punto di arrivo istituzionale della vicenda porta una data e un numero di protocollo, ed è bene citarli con precisione perché sono il fatto più solido di tutta questa storia. Il 30 giugno 2020 il Presidente della Regione Lazio ha emanato il decreto numero T00108 con cui è stato istituito il monumento naturale denominato "Lago Ex SNIA — Viscosa".

Che cosa significa "monumento naturale"

Nel sistema italiano delle aree protette, il monumento naturale è una categoria specifica, prevista dalla legge quadro sulle aree protette e declinata dalle normative regionali. Serve a tutelare elementi naturali di particolare pregio — una formazione geologica, un albero monumentale, una sorgente, un ecosistema puntuale — che per estensione o caratteristiche non giustificherebbero l'istituzione di un parco o di una riserva, ma che meritano comunque protezione.

È lo strumento giusto per un caso come questo: un'area di dimensioni contenute, dentro il tessuto urbano, con un valore ecologico e paesaggistico riconosciuto. L'istituzione comporta un regime di tutela con vincoli sulle trasformazioni, l'individuazione di un ente gestore, e la definizione di norme di salvaguardia.

Chi lo gestisce

La gestione del monumento naturale è affidata a RomaNatura, l'ente regionale che amministra il sistema delle aree naturali protette all'interno del territorio del Comune di Roma. RomaNatura gestisce un insieme di riserve e monumenti che comprende, tra gli altri, la Valle dell'Aniene, la Marcigliana, la Valle dei Casali, Monte Mario, la Tenuta dei Massimi: una rete che fa di Roma, per estensione di aree protette dentro i confini comunali, un caso quasi unico tra le grandi capitali europee.

Nella descrizione ufficiale del sito viene sottolineata una funzione precisa: il lago rappresenta un tassello di corridoio ecologico che contribuisce a connettere la Riserva naturale della Valle dell'Aniene con il Parco dell'Appia Antica. In un paesaggio urbano fortemente frammentato, questa funzione di connessione è tutt'altro che simbolica: determina la possibilità concreta per molte specie di spostarsi, alimentarsi e riprodursi.

Che cosa il decreto non ha risolto

Serve però una precisazione, e la faccio senza giri di parole perché è la parte che più spesso viene taciuta nei racconti entusiastici. L'istituzione del monumento naturale non ha comportato la rimozione dei manufatti realizzati durante il cantiere degli anni Novanta, che sono tuttora presenti nell'area. E non ha risolto in un colpo solo la questione della proprietà e della destinazione di tutte le porzioni dell'isolato. Il vincolo protegge; non trasforma automaticamente in pubblico ciò che è privato, e non demolisce ciò che è stato costruito.

La flora spontanea del lago di Ex Snia

Passiamo alla parte che, per un naturalista, è la più sorprendente. Le indagini condotte sull'area hanno censito un numero di specie vegetali che in un contesto urbano di questo tipo ha dell'incredibile: si parla di 358 specie spontanee, a cui si aggiungono 133 specie coltivate presenti nell'area, per un totale di quasi cinquecento entità floristiche. Le comunità vegetali individuate sono undici.

Il canneto e la fascia ripariale

Il carattere dominante del bordo lago è dato dal canneto a cannuccia di palude, la Phragmites australis, la stessa che forma i canneti dei laghi e delle paludi costiere. È una pianta straordinariamente efficiente: consolida le sponde, filtra i nutrienti, offre rifugio e sito di nidificazione a un gran numero di uccelli, e produce quel suono continuo, secco e cartaceo, che è la colonna sonora del posto quando c'è vento.

Accanto al canneto si sono insediati spontaneamente il salice bianco, il pioppo bianco e il pioppo nero: la triade classica della vegetazione ripariale dell'Italia centrale. Il fatto che si siano insediati da soli, senza piantumazioni, è il dettaglio che rende il posto un laboratorio di ecologia della successione: qui si può osservare che cosa succede quando la natura ricolonizza un'area urbana senza progetto.

Le altre presenze

Nel resto dell'area sono presenti specie mediterranee come il pino d'Aleppo e l'alaterno, insieme a un corteggio di erbacee spontanee che comprende entità come il trifoglio scabro e la costolina annuale. Convivono elementi della macchia mediterranea, elementi ruderali tipici dei suoli disturbati, elementi igrofili legati all'acqua: una stratificazione che riflette esattamente la storia del luogo, fatta di suoli rimaneggiati, di riporti di cantiere e di una falda che ha cambiato tutto.

Vi consiglio, se vi interessa l'aspetto botanico, di visitare l'area tra aprile e giugno: è il momento in cui la componente erbacea dà il meglio, il canneto è al culmine della crescita e i salici hanno la chioma piena. In pieno agosto la vegetazione erbacea è largamente secca e il colpo d'occhio è meno generoso.

Gli uccelli di Ex Snia: aironi, martin pescatore, falchi pellegrini

Se c'è un dato che da solo giustifica il vincolo di tutela, è quello ornitologico. Sull'area sono state censite quasi novanta specie di uccelli. Novanta. Dentro un isolato urbano del Municipio V, a due passi dalla via Prenestina.

Le specie di interesse comunitario

Tra le specie osservate ce ne sono nove di interesse comunitario, cioè inserite negli elenchi della normativa europea sulla conservazione degli uccelli selvatici: il mignattaio, il tarabusino, la nitticora, la sgarza ciuffetto, l'airone rosso, la garzetta, il falco di palude, il martin pescatore e il falco pellegrino. Per chi non ha familiarità con questi nomi, provo a tradurre l'impressione che fanno a un ornitologo: è l'elenco che ci si aspetterebbe da una zona umida costiera protetta, non da un cratere di cantiere in mezzo a Roma.

La nitticora e la sgarza ciuffetto sono aironi notturni e crepuscolari, elusivi, legati alle zone umide con vegetazione ripariale fitta. Il tarabusino è il più piccolo airone europeo, un uccello che sa rendersi praticamente invisibile immobilizzandosi verticale tra le canne. Il mignattaio, con il suo piumaggio scuro dai riflessi metallici e il becco ricurvo, è una presenza che in Italia centrale fa notizia ogni volta. Il martin pescatore è la freccia turchese che chiunque abbia passato mezz'ora in silenzio in riva a un'acqua ferma spera di vedere.

I falchi pellegrini nei ruderi

Il dettaglio più cinematografico riguarda però il falco pellegrino, che nei ruderi della fabbrica ha trovato le condizioni per nidificare. È un fenomeno documentato in molte città europee: il pellegrino, che in natura nidifica su pareti rocciose verticali, ha imparato che i grattacieli, i campanili, i silos e i capannoni industriali sono pareti rocciose costruite dall'uomo, con l'ulteriore vantaggio di una popolazione stabile di piccioni a disposizione.

Vedere il rapace più veloce del mondo — in picchiata supera abbondantemente i trecento chilometri orari — usare come falesia i resti di uno stabilimento di rayon degli anni Venti è il tipo di immagine che condensa tutto quello che c'è da dire su Ex Snia. Nell'area sono state segnalate anche le civette, che nelle cavità dei muri trovano condizioni ideali.

Come e quando osservarli

Le prime ore del mattino sono di gran lunga il momento migliore: gli uccelli acquatici sono attivi, la luce è radente, il rumore urbano è al minimo. Il tardo pomeriggio funziona per gli aironi crepuscolari. Portate un binocolo — anche modesto, un 8x42 va benissimo — e soprattutto portate pazienza: la fauna non si esibisce a comando, e chi arriva rumoroso e frettoloso non vede niente e conclude che non c'è niente.

Regola non negoziabile: non si entra nel canneto, non si avvicinano i siti di nidificazione, non si usano richiami sonori. Il disturbo in un'area di queste dimensioni ha effetti immediati, e un uccello che abbandona il nido per la vostra fotografia è un costo che non vale nessuno scatto.

Libellule, pipistrelli e le altre presenze minori

La fauna di Ex Snia non finisce con gli uccelli, e anzi il dato che mi ha personalmente colpito di più riguarda gli insetti.

Trenta specie di libellule

Nell'area sono state censite trenta specie di odonati, cioè di libellule e damigelle: quasi un terzo di tutte quelle note per l'Italia. È un numero che merita di essere spiegato, perché non è un dettaglio da entomologi. Gli odonati sono indicatori ecologici di prima qualità: hanno larve acquatiche che vivono nell'acqua per mesi o anni, sono sensibili all'inquinamento e alla struttura della vegetazione ripariale, e la loro diversità dice moltissimo sullo stato di salute di un corpo idrico.

Trenta specie in un bacino urbano significano acqua di buona qualità, sponde vegetate, assenza di pressioni chimiche significative. Significano, in una parola, che questo lago funziona come ecosistema e non come vasca ornamentale.

I chirotteri

Quattro specie di pipistrelli sono osservate regolarmente: il pipistrello pigmeo, il pipistrello di Savi, il pipistrello albolimbato e il pipistrello nano. Anche questo è un indicatore di qualità: i chirotteri hanno bisogno di rifugi — e i ruderi ne offrono in quantità — e di abbondanza di insetti volanti, che uno specchio d'acqua garantisce nelle sere estive. Al tramonto, in giugno, si può assistere alla caccia sopra la superficie del lago: un balletto rapido, silenzioso, difficilissimo da fotografare e bellissimo da guardare.

Mammiferi e altre presenze

Nell'area sono state segnalate sporadicamente le volpi, e nei prati circostanti nidificano i fagiani. La volpe urbana è un fenomeno ormai consolidato in tutta Europa e Roma non fa eccezione: l'animale ha una plasticità comportamentale che gli consente di adattarsi a contesti antropizzati, purché disponga di rifugi e di risorse alimentari. Il fagiano, di origine alloctona ma naturalizzato da secoli, trova nei prati incolti condizioni favorevoli.

Nelle acque del lago sono presenti pesci, la cui composizione è però il risultato di immissioni non controllate e non di una colonizzazione naturale — un lago isolato non ha modo di popolarsi di pesci da solo. È uno degli aspetti su cui la gestione naturalistica di un ecosistema nato per caso pone problemi genuinamente nuovi: che cosa si conserva, quando ciò che si conserva è a sua volta un artefatto involontario?

Il lago come corridoio ecologico

Vorrei insistere su un concetto che oggi è centrale nell'ecologia urbana e che Ex Snia illustra meglio di qualunque manuale: quello di connettività.

Perché non basta proteggere le isole

Per decenni la conservazione della natura ha ragionato per isole: si delimita un'area di pregio, la si protegge, si spera che basti. Poi si è capito che le popolazioni animali e vegetali confinate in isole troppo piccole e troppo distanti tra loro si impoveriscono geneticamente e si estinguono localmente. Servono connessioni: corridoi lungo i quali gli individui possano spostarsi, disperdersi, ricolonizzare.

Nel contesto urbano i corridoi sono i corsi d'acqua, le fasce ferroviarie, i filari, i parchi in sequenza. Roma, per la sua conformazione, ne ha di eccezionali: la valle dell'Aniene, la valle del Tevere, il cuneo verde dell'Appia Antica, l'arco dei parchi periurbani. Il lago di Ex Snia si colloca come tassello di connessione tra il sistema dell'Aniene, a nord, e il sistema dell'Appia, a sud.

Una zona umida di sosta

Per gli uccelli acquatici in migrazione, una zona umida urbana funziona come area di sosta e alimentazione lungo rotte che attraversano il Mediterraneo. Un airone che risale la penisola in primavera ha bisogno di fermarsi, mangiare, riposare. Ogni specchio d'acqua in più lungo il percorso aumenta le probabilità di successo del viaggio. È per questo che le zone umide, anche piccole, anche artificiali, anche accidentali, hanno un valore conservazionistico sproporzionato rispetto alla loro superficie.

Detto in modo brutale: questo lago, nato da un errore di cantiere, oggi svolge una funzione ecologica reale per specie che sono protette a livello europeo. È il tipo di ironia che rende la storia naturale più interessante di qualunque narrazione ideologica.

Ex Snia, il Pigneto e il Prenestino

Non si può parlare di questo luogo senza parlare del suo contesto, perché Ex Snia è comprensibile solo dentro la geografia sociale del quadrante est di Roma.

Il Pigneto, da borgata a quartiere di tendenza

A poche centinaia di metri, dall'altra parte dei binari, c'è il Pigneto: la borgata operaia che Pier Paolo Pasolini scelse come scenario per "Accattone" nel 1961 e che negli anni Duemila ha attraversato una trasformazione radicale, diventando uno dei quartieri più frequentati della vita notturna e culturale romana. La via del Pigneto pedonale con il suo mercato, i bar, i locali di musica dal vivo, le librerie: il campionario completo di quello che gli urbanisti chiamano gentrificazione e che gli abitanti chiamano, a seconda dell'anagrafe e del reddito, rinascita oppure espulsione.

Nel quartiere sopravvivono luoghi storici, primo fra tutti il vecchio bar sotto il ponte della ferrovia che compare nelle immagini pasoliniane e che è diventato un riferimento della memoria cinematografica romana. Andarci e fare un caffè, dopo aver visitato il lago, è un modo intelligente di chiudere il pomeriggio.

Il Prenestino e Portonaccio

Sul lato opposto, il Prenestino e Portonaccio conservano un carattere più schiettamente popolare e produttivo: officine, magazzini, palazzine anni Cinquanta e Sessanta, mercati rionali. È la Roma che lavora e che non si mette in posa, quella che i turisti attraversano di solito solo in treno guardando fuori dal finestrino tra Tiburtina e Termini.

Sono quartieri con una storia politica intensa, e questo aiuta a capire perché la vertenza sul lago abbia trovato qui il terreno per durare trent'anni. Il tessuto associativo, i comitati, le sezioni, le parrocchie, le scuole: c'era un'infrastruttura sociale capace di sostenere una battaglia lunga. In un quartiere senza quella infrastruttura, il lago sarebbe stato interrato nel 1994 e nessuno se ne sarebbe accorto.

La tensione che resta

Sarebbe scorretto dipingere un quadro idilliaco. Questi quartieri convivono con problemi seri: pressione immobiliare, spaccio, degrado di alcune aree, carenza di servizi, conflitti sull'uso degli spazi pubblici. Anche l'ex Snia, come tutti gli spazi semi-abbandonati, ha conosciuto usi impropri e situazioni di insicurezza. Chi vi racconta questo posto come un'utopia realizzata vi sta vendendo un'immagine; chi ve lo racconta come una zona da evitare vi sta vendendo l'immagine opposta. La realtà, come quasi sempre, sta nel mezzo e cambia di ora in ora.

Il gemellaggio con il Marais Wiels di Bruxelles

Nel settembre del 2022 è avvenuta una cosa che, se non fosse documentata, sembrerebbe inventata: il lago di Ex Snia è stato gemellato con un altro lago, il Marais Wiels, che si trova nel comune di Forest, nella Regione di Bruxelles-Capitale, in Belgio.

Due storie parallele

Il motivo del gemellaggio è che le due storie sono quasi identiche. Anche il Marais Wiels — la "palude Wiels" — è uno specchio d'acqua di origine antropica non intenzionale, formatosi in un'area di cantiere in seguito all'affioramento della falda, in un contesto urbano denso, e anche lì la formazione spontanea di una zona umida ha dato luogo a un ecosistema di valore e a una mobilitazione di quartiere per la sua conservazione.

Il rito di gemellaggio celebrato a Roma è stato un gesto insieme simbolico e strategico: mette in rete esperienze simili, consente scambi di conoscenze tecniche sulla gestione di questi ecosistemi anomali, e — non ultimo — offre a entrambe le vertenze un argomento in più nel confronto con le istituzioni, mostrando che non si tratta di una stranezza locale ma di un fenomeno urbano europeo.

Una categoria nuova di paesaggio

Lo dico da appassionato della materia: stiamo assistendo alla nascita di una categoria di paesaggio che cent'anni fa non esisteva. Non è natura, non è artificio, non è rovina, non è parco. È l'esito ecologico non pianificato dell'abbandono industriale, e le città europee ne sono piene: le lagune delle cave dismesse, i boschi spontanei degli scali ferroviari, le praterie delle aree portuali abbandonate. La letteratura anglosassone li chiama con un termine efficace, "novel ecosystems", ecosistemi nuovi. Ex Snia ne è forse l'esempio italiano più leggibile.

Che cosa resta aperto: l'esproprio, la proprietà, il futuro

Se venite qui pensando di visitare una vicenda conclusa, vi sbagliate. Ex Snia è un cantiere politico ancora aperto, e trovo giusto raccontarvi con precisione dove sta il punto di attrito, senza fare il tifo.

Che cosa è pubblico e che cosa no

L'isolato dell'ex fabbrica non è un blocco omogeneo. Una parte è stata acquisita al patrimonio pubblico e ospita il Parco delle Energie. Una parte è oggi tutelata come monumento naturale, il che vincola le trasformazioni ma non coincide automaticamente con la proprietà pubblica. Altre porzioni sono rimaste private e non espropriate. È questa mappa a macchia di leopardo il vero problema irrisolto.

Nel novembre del 2023 i comitati cittadini si sono rivolti nuovamente all'amministrazione comunale chiedendo l'esproprio completo dell'area, motivando la richiesta con il rischio che progetti edilizi a elevata densità sulle porzioni non ancora acquisite compromettano l'ecosistema del lago. È una posizione chiara e legittima, e va riportata per quello che è: una rivendicazione, non un fatto compiuto.

Le ragioni dell'altra parte

Per equilibrio, va enunciata anche la posizione opposta, che nel dibattito pubblico romano viene spesso trascurata. Dal punto di vista di un proprietario privato, un'area acquistata regolarmente, con un titolo edilizio rilasciato dall'amministrazione, resa inutilizzabile da un evento imprevisto e poi progressivamente vincolata da provvedimenti pubblici, pone un problema reale di tutela della proprietà e di indennizzo. L'esproprio non è gratuito: comporta il pagamento di un'indennità, e la determinazione di quell'indennità su un'area con una storia urbanistica così contorta è tutt'altro che semplice.

C'è poi la questione, per nulla teorica, delle risorse pubbliche: acquisire l'intero isolato significa impegnare denaro che ha usi alternativi. Chi si oppone all'esproprio integrale usa argomenti di questo tipo, e liquidarli come pretestuosi non aiuta a capire perché la vicenda sia ancora lì dopo trent'anni.

Il nodo tecnico dei manufatti e del sottosuolo

C'è infine un aspetto tecnico che raramente entra nel dibattito ma che è decisivo. I manufatti del cantiere degli anni Novanta sono ancora nell'area. La loro rimozione, ordinata sulla carta da un'ordinanza del 1993, non è un'operazione banale: si tratta di strutture in cemento armato in parte sommerse, la cui demolizione in presenza di un corpo idrico e di un ecosistema tutelato richiederebbe uno studio di impatto serio. Paradossalmente, oggi demolire potrebbe fare più danno che lasciare.

Analogamente, il sottosuolo di un'area che ha ospitato per trent'anni una produzione chimica pesante pone questioni di caratterizzazione ambientale che qualunque intervento futuro dovrà affrontare. Non sto dicendo che ci sia un problema conclamato: sto dicendo che è una delle variabili tecniche che rendono ogni ipotesi di trasformazione più complicata e più costosa di quanto appaia da lontano.

Come mi regolo io, raccontandolo

Quando accompagno qualcuno qui, provo a fare tre cose. Primo: distinguere ciò che è documentato — l'ordinanza, il decreto, le date, i censimenti faunistici — da ciò che è interpretazione. Secondo: dare voce alle posizioni in campo senza attribuire a nessuna il monopolio della ragione. Terzo: ricordare che il risultato che oggi tutti ammiriamo, cioè il lago, non è stato il progetto di nessuno. Non lo voleva il costruttore, non lo aveva previsto il Comune, non lo immaginavano gli abitanti. È accaduto. Ciò che è stato scelto, e su cui si può legittimamente discutere, è che cosa farne dopo.

Come si visita Ex Snia oggi

Passiamo al pratico, perché una guida che racconta la storia e poi vi lascia davanti a un cancello chiuso non ha fatto il suo lavoro.

Ingressi e accessibilità

L'accesso pubblico all'area del monumento naturale è possibile dal civico 230 di via di Portonaccio. Il Parco delle Energie ha invece i suoi ingressi sul fronte di largo Preneste. Le due parti sono contigue ma non identiche, e l'apertura dell'area del lago può seguire modalità e orari specifici, legati anche alla presenza di personale e alla programmazione delle attività.

Il consiglio operativo è sempre lo stesso: verificate prima. I canali dell'ente gestore e quelli del parco pubblicano le informazioni aggiornate, e nei periodi di manutenzione o di condizioni meteo avverse l'accesso può essere sospeso. Considerate anche che, essendo un'area naturale con sponde non completamente attrezzate, la percorribilità non è ovunque quella di un giardino cittadino: scarpe chiuse, sempre.

Quanto tempo serve

Per il giro del lago e uno sguardo ai ruderi bastano quaranta minuti. Se volete abbinare il Parco delle Energie, arrivate a un'ora e mezza. Se venite per osservare gli uccelli, mettete in conto almeno due ore e portate qualcosa da bere. Se aggiungete una passeggiata al Pigneto, avete un pomeriggio intero ben speso.

Visite guidate e attività

Nel corso dell'anno si svolgono visite guidate, attività di educazione ambientale, iniziative culturali e giornate di volontariato ambientale organizzate dall'ente gestore, dalle scuole e dalle realtà associative del quartiere. Se avete la possibilità di inserirvi in una di queste occasioni, fatelo: la differenza tra guardare uno specchio d'acqua e capirlo è tutta nella persona che ve lo spiega mentre lo state guardando.

Regole di comportamento

Valgono le regole di qualunque area protetta, con qualche accento specifico. Non si abbandonano rifiuti, nemmeno organici. Non si accendono fuochi. Non si raccolgono piante. Non si disturbano gli animali e non si entra nel canneto. Non si fa il bagno né si immettono imbarcazioni al di fuori delle iniziative autorizzate. I cani vanno tenuti al guinzaglio, sia per rispetto della fauna sia per la loro sicurezza, visto che l'area presenta manufatti di cantiere e sponde ripide. E non si immettono animali nel lago: la fauna acquatica di un ecosistema isolato è fragilissima e ogni introduzione produce squilibri.

Ex Snia stagione per stagione

Il carattere del posto cambia moltissimo nel corso dell'anno, e chi ci torna in stagioni diverse ha l'impressione di visitare luoghi differenti.

Primavera

È la stagione migliore in assoluto. Da marzo a giugno la vegetazione esplode, il canneto si rialza, gli uccelli sono in piena attività riproduttiva e il passo migratorio porta presenze inattese. Le libellule cominciano a sfarfallare da aprile. Le temperature consentono di stare fermi a osservare senza soffrire. Se dovete scegliere un solo momento dell'anno, scegliete la seconda metà di aprile.

Estate

L'estate romana è severa e questo posto non fa eccezione: dalle undici alle diciassette l'ombra è scarsa e l'afa notevole. Però le prime ore del mattino sono splendide, con la nebbiolina sull'acqua e il silenzio, e la sera al tramonto si assiste alla caccia dei pipistrelli. È anche la stagione in cui il quartiere organizza più iniziative all'aperto, e in cui il Parco delle Energie diventa un rifugio serale per le famiglie del rione.

Autunno

Ottobre e novembre sono sottovalutati. La luce diventa dorata e bassa, i pioppi ingialliscono, l'acqua riprende quota dopo l'estate e il passo migratorio autunnale porta di nuovo movimento. È anche il periodo in cui le fotografie riescono meglio, perché il contrasto tra la vegetazione calda e il grigio dei ruderi è al massimo.

Inverno

D'inverno il canneto è secco e color paglia, la vegetazione si dirada e il paesaggio industriale riemerge in tutta la sua durezza. È la stagione in cui il posto è più severo e più leggibile: si vede la struttura, si vedono le geometrie del cantiere, si vede che cosa c'era prima che la natura coprisse tutto. Per chi viene per la storia industriale, e non per gli aironi, è il momento giusto.

Ex Snia con i bambini, in bici, con il cane

Con i bambini

Funziona benissimo, a patto di impostarla nel modo giusto. Ai bambini il racconto "c'era una fabbrica, poi hanno scavato e per sbaglio è uscita l'acqua e adesso ci vivono gli aironi" arriva immediatamente e li conquista: è una storia con una sorpresa dentro. Portate un binocolo e trasformate la visita in una caccia agli avvistamenti. Il Parco delle Energie offre spazi attrezzati per il gioco, quindi si può combinare la parte contemplativa con quella liberatoria.

Attenzione però: le sponde del lago non sono un parco giochi. Ci sono manufatti di cantiere, dislivelli, zone dove il fondo scende rapidamente. I bambini vanno tenuti d'occhio e non lasciati correre liberi verso l'acqua.

In bicicletta

La zona è pianeggiante e si presta. Il quadrante est ha una rete ciclabile incompleta ma in crescita, e le strade interne del Prenestino e del Pigneto sono percorribili con relativa tranquillità. Evitate di affrontare in bici i grandi assi di scorrimento nelle ore di punta. All'interno delle aree verdi rispettate i percorsi e moderate la velocità: si condivide lo spazio con pedoni, bambini e cani.

Con il cane

Il cane è il benvenuto negli spazi in cui è consentito, sempre al guinzaglio. Ricordo che ci troviamo in un'area di interesse naturalistico con fauna nidificante a terra e tra le canne: un cane libero che entra nel canneto in primavera può fare danni molto seri, del tutto involontariamente. È una di quelle regole che sembrano pignoleria e invece hanno un fondamento ecologico preciso.

Mangiare e bere intorno a Ex Snia

Non c'è ristorazione dentro l'area naturale, quindi conviene organizzarsi. La buona notizia è che siamo in uno dei quadranti gastronomicamente più vivaci della Roma non turistica.

Il Pigneto

A un quarto d'ora a piedi, il Pigneto offre la concentrazione più alta di locali della zona: caffè, forni, trattorie di quartiere, cucina romana tradizionale e cucina contemporanea, birrerie, enoteche, e una vita notturna che nel fine settimana diventa intensa. Il tratto pedonale di via del Pigneto con il mercato è il posto giusto per una sosta a metà pomeriggio.

Un riferimento storico che vale la pena citare perché appartiene alla memoria culturale della città: il vecchio locale sotto il cavalcavia della ferrovia, attivo da quasi un secolo, legato alle riprese di "Accattone" e diventato negli anni un simbolo del quartiere. È il tipo di luogo in cui il caffè costa quello che deve costare e la storia è compresa nel prezzo.

Prenestino e Portonaccio

Sul versante opposto la proposta è più popolare e meno in vetrina: forni, pizze al taglio, gastronomie, bar di quartiere dove si fa colazione alle sei del mattino insieme a chi va al lavoro. Se cercate l'esperienza autentica di una Roma che non recita se stessa, è qui che la trovate. Non aspettatevi carte dei vini elaborate: aspettatevi supplì fatti bene.

Un consiglio di metodo

Evitate di prenotare in anticipo sulla base di classifiche viste online: in questi quartieri la qualità cambia rapidamente e il passaparola locale batte qualunque graduatoria. Fate due passi, guardate dove sono seduti i romani a pranzo in un giorno feriale, ed entrate lì. Funziona quasi sempre.

Un itinerario a piedi che parte da Ex Snia

Vi propongo un percorso di mezza giornata che usa il lago come punto di partenza e trasforma una visita puntuale in una lettura del quadrante est. È un itinerario che faccio spesso e che funziona bene anche con chi conosce già Roma.

Prima tappa: Porta Maggiore

Se venite dal centro, cominciate da Porta Maggiore, uno dei nodi più straordinari e meno frequentati della Roma antica. Qui convergono gli acquedotti Claudio e Anio Novus, incorporati in una porta monumentale del I secolo, e accanto si trova il sepolcro del fornaio Marco Virgilio Eurisace, con il suo fregio che racconta la panificazione romana in ogni dettaglio. È un monumento che parla di lavoro, ed è il preludio perfetto a una giornata che parla di lavoro.

Seconda tappa: il Pigneto

Da lì, imboccando la Casilina o la Prenestina, si entra nel Pigneto. Attraversatelo a piedi, passate sotto il cavalcavia ferroviario, guardate le villette basse degli anni Venti e Trenta che si alternano ai palazzi, cercate i murales. È un quartiere che si legge camminando e che raccontato in astratto non significa nulla.

Terza tappa: il lago di Ex Snia

Il ponte sui binari vi porta dall'altra parte, verso largo Preneste. Qui entra in scena il nostro luogo: il parco, i ruderi, l'acqua. Prendetevi il tempo necessario, fate il giro, sedetevi dieci minuti in silenzio sulla riva. È il cuore dell'itinerario e va vissuto senza fretta.

Quarta tappa: verso l'Aniene

Chi ha ancora energie può proseguire verso nord, in direzione di Portonaccio e della valle dell'Aniene, per completare il quadro del corridoio ecologico di cui il lago fa parte. La Riserva naturale della Valle dell'Aniene offre percorsi lungo il fiume e una prospettiva del tutto diversa sulla natura urbana romana: non più un'anomalia dentro un isolato, ma un sistema fluviale continuo.

Varianti

Se preferite restare sul tema industriale, potete abbinare la visita a una ricognizione delle altre testimonianze del Novecento produttivo romano nel quadrante: gli scali ferroviari, i depositi, gli edifici della manifattura. Se invece volete chiudere in bellezza, spostatevi al tramonto verso il Verano o verso San Lorenzo, altro quartiere in cui storia operaia, università e vita notturna si intrecciano.

Ex Snia e l'archeologia industriale romana

Vale la pena collocare questo sito nel panorama più ampio delle testimonianze industriali della capitale, perché Roma ha un patrimonio di archeologia industriale che quasi nessuno associa alla città dei Cesari e dei papi.

Il modello Ostiense

Il caso più noto è quello dell'Ostiense: la Centrale Montemartini, ex centrale termoelettrica del 1912, oggi sede museale in cui le sculture antiche dialogano con le turbine e i motori diesel, è probabilmente l'operazione di riuso industriale più riuscita d'Italia. Poco distante ci sono i Mercati Generali, il Gazometro con la sua struttura reticolare alta oltre ottanta metri, gli ex Mattatoi di Testaccio riconvertiti a spazi culturali e universitari.

È il modello classico del recupero: si conserva il contenitore, si cambia il contenuto, si restituisce alla città. Funziona quando c'è un investimento pubblico o privato, un progetto e una destinazione d'uso sostenibile nel tempo.

Perché Ex Snia è un caso diverso

A Ex Snia non è successo niente di tutto questo, ed è precisamente questo il punto. Qui non c'è stato un progetto di riuso: c'è stato un fallimento di progetto seguito da una colonizzazione naturale. Il valore del sito non sta nel restauro degli edifici — che sono ruderi non consolidati e in larga parte non visitabili — ma nell'ecosistema che si è formato tra di essi.

È una lezione che l'urbanistica contemporanea sta imparando faticosamente: non tutte le aree dismesse devono essere trasformate. In alcuni casi la scelta migliore, ecologicamente e perfino economicamente, è lasciare che la successione naturale faccia il suo corso e limitarsi a gestire l'accessibilità e la sicurezza. In inglese si parla di "wilding" urbano; in italiano, più prosaicamente, di rinaturalizzazione spontanea.

Che cosa si conserva davvero

Resta una domanda affascinante e irrisolta, che consegno a chi visita. In un luogo come questo, l'oggetto della tutela sono i muri della fabbrica o l'acqua che li circonda? La memoria del lavoro o la biodiversità? Sono valori che possono confliggere: consolidare i ruderi per renderli visitabili significa cantierizzare l'area e disturbare la fauna; lasciare tutto com'è significa accettare che la memoria industriale si sgretoli. Non c'è una risposta giusta, e chiunque vi dica il contrario sta semplificando.

Ex Snia nel dibattito sui beni comuni

Questo luogo è diventato, negli anni, uno dei riferimenti del dibattito italiano sui cosiddetti beni comuni urbani, e conviene spendere qualche riga per spiegare di che cosa si tratta, perché è un lessico che si sente spesso e si capisce di rado.

Il concetto

La categoria dei beni comuni indica risorse il cui valore d'uso è collettivo e la cui gestione non si lascia ridurre né alla proprietà privata né all'amministrazione pubblica tradizionale: acqua, aria, spazi urbani, patrimoni culturali. Nel dibattito italiano degli ultimi vent'anni il tema ha avuto una fortuna notevole, alimentato dalla riflessione giuridica e da una serie di vertenze cittadine su teatri, spazi dismessi, aree verdi.

L'applicazione a questo caso

Chi sostiene la lettura dell'ex Snia come bene comune argomenta così: un ecosistema di valore riconosciuto, nato spontaneamente, la cui esistenza dipende da una risorsa collettiva come la falda acquifera, non può essere trattato come un semplice lotto edificabile; la sua gestione deve coinvolgere gli abitanti che se ne sono presi cura per decenni; e la mobilitazione di quartiere ha svolto una funzione di supplenza rispetto a un'amministrazione inerte.

Chi contesta questa lettura obietta che il concetto di bene comune, applicato in modo estensivo, rischia di erodere le garanzie costituzionali sulla proprietà e di sostituire alle procedure democratiche formali la legittimazione di gruppi organizzati non elettivi. È un'obiezione seria, che merita di essere riportata senza caricature.

La sintesi possibile

Mi limito a osservare un fatto: l'esito concreto di questa vicenda è stato un provvedimento regionale, cioè un atto di un'istituzione democraticamente legittimata, che ha recepito una domanda di tutela emersa dal basso e l'ha tradotta in una categoria giuridica esistente. Dal punto di vista del funzionamento istituzionale, questo è esattamente il modo in cui il sistema dovrebbe funzionare, quali che siano le simpatie di ciascuno per i soggetti coinvolti. Il fatto che ci siano voluti quasi trent'anni è un altro discorso, e non è un discorso allegro.

Errori da non fare a Ex Snia

Chiudo la parte pratica con un elenco di scivoloni che ho visto commettere, con l'idea di risparmiarveli.

Arrivare senza informarsi sugli accessi

È l'errore numero uno. Non è un parco cittadino aperto ventiquattro ore: è un'area protetta con modalità di accesso proprie e un contesto in cui alcune porzioni non sono visitabili. Una telefonata o un controllo online prima di partire evita una trasferta a vuoto.

Aspettarsi un lago da cartolina

Chi arriva immaginando Bracciano resta deluso. Questo è un bacino urbano circondato da ruderi, con manufatti di cantiere in vista, in un contesto industriale. La sua bellezza è di un altro genere e va incontrata con le aspettative giuste. Se venite per la fotografia patinata, sbagliate posto; se venite per capire una città, siete nel posto giusto.

Trattarlo come un'attrazione da consumare in dieci minuti

Un luogo così ha bisogno di tempo e di silenzio per restituire qualcosa. Dieci minuti bastano per una fotografia e per non aver capito niente. Mettetevi seduti, guardate l'acqua, ascoltate: nel giro di un quarto d'ora comincerete a distinguere i movimenti nel canneto e i richiami degli uccelli, e la percezione del posto cambierà completamente.

Sposare una versione dei fatti prima di conoscerli

È l'errore più sottile. Questo posto è carico di significati politici, e sia chi lo racconta come simbolo di resistenza sia chi lo racconta come esempio di illegalità tollerata tende a selezionare i fatti che gli servono. Fatevi raccontare le date, i numeri di protocollo, i censimenti. I documenti esistono e sono pubblici: l'ordinanza del 1993, il decreto del 2020, gli studi naturalistici. La cronaca verificabile è più interessante di qualunque narrazione militante, da qualunque parte provenga.

Dare per scontato che la storia sia finita

Non lo è. Le porzioni non espropriate, il destino dei manufatti, gli assetti di gestione: sono tutte partite aperte. Chi visita questo luogo sta guardando un processo in corso, non un monumento concluso. Ed è forse la ragione principale per cui vale la pena venirci.

Una curiosità su Ex Snia

La curiosità che preferisco riguarda il nome, e più precisamente quella coincidenza toponomastica che ho anticipato e su cui adesso mi soffermo, perché è di quelle che fanno sorridere anche i visitatori più distratti. Il quartiere in cui si trova Ex Snia ospita da secoli il toponimo dell'Acqua Bullicante: c'è una strada che porta questo nome, e la ragione è che in questa zona affioravano acque che gorgogliavano, "bollivano", per effetto della circolazione sotterranea legata al vulcanismo dei Colli Albani. Il nome ha attraversato indenne i secoli, la trasformazione della campagna in borgata e della borgata in quartiere, sopravvivendo come pura targa stradale, un fossile linguistico che non significava più niente per nessuno.

Poi, nel 1992, una ruspa scava per un parcheggio sotterraneo, buca la falda a una decina di metri di profondità, e l'acqua torna a galla. Il toponimo, all'improvviso, ridiventa descrittivo. La strada si chiamava dell'Acqua Bullicante perché lì l'acqua ribolliva, e adesso lì l'acqua c'è di nuovo, in quantità tale da formare il più esteso specchio lacustre dentro l'anello ferroviario di Roma. È come se la città avesse conservato per secoli, in un nome, l'informazione geologica che i progettisti del cantiere non avevano considerato.

Aggiungo un secondo livello alla curiosità, che è ancora più bello. La fabbrica era venuta qui, negli anni Venti, proprio per l'acqua: la produzione della viscosa richiede quantità enormi di acqua di processo, e la falda del Prenestino era una risorsa preziosa. Quindi l'acqua ha chiamato la fabbrica; la fabbrica ha chiuso e ha lasciato un vuoto; il vuoto ha attirato un cantiere; il cantiere ha ritrovato l'acqua. Il ciclo si chiude, e a chiuderlo è l'elemento che c'era prima di tutti e che è rimasto dopo tutti. Raccontata così, la storia di Ex Snia sembra una parabola scritta da qualcuno con un notevole senso dell'umorismo geologico.

Una cosa che non ti dice nessuno su Ex Snia

Nei racconti che circolano su Ex Snia c'è un elemento che viene sistematicamente sfumato, e non per malafede: perché è scomodo per tutti. È questo: l'ordinanza di demolizione delle opere abusive, emessa nel 1993, non è mai stata eseguita, e il ricorso della proprietà fu parzialmente accolto nel 2010 anche in ragione dell'inerzia dell'amministrazione comunale, che non si costituì adeguatamente in giudizio a difesa del proprio provvedimento.

Ci si pensi un momento. Il Comune emette un atto, la proprietà lo impugna, e il Comune non va a difenderlo. Non è una sconfitta nel merito: è un forfait. In una vicenda in cui l'ente pubblico viene spesso rappresentato come vittima o come arbitro imparziale, questo dettaglio racconta una realtà diversa e più opaca, fatta di uffici sotto organico, di priorità che cambiano con le giunte, di fascicoli che si perdono nella successione dei dirigenti. Non è complotto: è amministrazione ordinaria italiana, che nel lungo periodo produce effetti che nessuna volontà politica avrebbe potuto produrre così efficacemente.

La seconda cosa che raramente si dice, e che completa il quadro, è che i manufatti realizzati durante quel cantiere non sono stati rimossi nemmeno dopo l'istituzione del monumento naturale nel 2020. Sono ancora lì, in parte sommersi, in parte affioranti, e fanno ormai strutturalmente parte del paesaggio che tutti vengono ad ammirare. Alcuni di essi offrono posatoi e ripari alla fauna. È una situazione paradossale che nessuna delle parti in causa ha interesse a evidenziare: per chi difende il lago, ammettere che l'abuso edilizio è diventato parte dell'ecosistema è imbarazzante; per chi rivendica il diritto a costruire, ricordare che quelle strutture sono formalmente oggetto di un ordine di demolizione mai eseguito lo è altrettanto.

Da guida, trovo che sia proprio questo il livello di complessità che rende il posto interessante. Un luogo dove l'illecito si è trasformato in habitat protetto costringe a rivedere qualunque schema morale semplice. Non racconto Ex Snia per dare una lezione: lo racconto perché è un caso in cui la realtà ha superato tutte le categorie che avevamo preparato per interpretarla.

Il consiglio che ti do per visitare Ex Snia

Il consiglio più utile che posso darvi è di venire presto la mattina, in un giorno feriale, e di dedicare i primi venti minuti esclusivamente a stare fermi. Lo so che suona come un consiglio da monaco, ma ha una ragione tecnica precisa: la fauna di un'area urbana di queste dimensioni è abituata a una presenza umana costante ma prevedibile, e reagisce al movimento più che alla presenza. Se arrivate, camminate lentamente fino a un punto della riva, vi sedete e non vi muovete più, nel giro di un quarto d'ora l'ecosistema riprende a comportarsi come se non ci foste. Gli aironi tornano sul bordo, il martin pescatore attraversa, le gallinelle escono dal canneto.

Se invece fate il giro del lago camminando e parlando, vedrete un lago con delle canne intorno e ve ne andrete convinti che a Ex Snia non ci sia gran che. È esattamente la differenza tra guardare e osservare, ed è la ragione per cui i birdwatcher passano ore immobili con un'aria da posseduti.

Gli accessori che fanno la differenza

Portate un binocolo, anche economico. Portate scarpe chiuse, perché i percorsi non sono ovunque asfaltati e i manufatti di cantiere rendono il terreno irregolare. Portate acqua, perché non ci sono punti di ristoro all'interno. In estate portate un cappello e in primavera un repellente per zanzare, che in prossimità di un canneto sono una presenza garantita. E portate, se possibile, una persona del posto: la memoria orale del quartiere aggiunge a questo luogo una dimensione che nessun pannello informativo può dare.

Il consiglio sul metodo

Il secondo consiglio riguarda il modo di raccontarvelo. Prima di venire, leggete due o tre fonti di orientamento diverso: la documentazione dell'ente gestore per la parte naturalistica, la cronaca giornalistica per la parte urbanistica e giudiziaria, e i materiali prodotti dalle realtà di quartiere per la parte di memoria sociale. Poi confrontatele. Le discrepanze che troverete non sono un fastidio: sono la parte più istruttiva. Un luogo conteso si capisce leggendo i punti in cui i racconti divergono, non quelli in cui coincidono.

E infine, tornateci

Ex Snia non è un posto da visitare una volta. È un posto da vedere in due stagioni diverse, meglio se una primaverile e una invernale, perché la trasformazione del paesaggio è tale che la seconda visita sembra riguardare un altro luogo. In aprile è una zona umida mediterranea; in gennaio è una rovina industriale con dell'acqua dentro. Sono entrambe vere.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che la fabbrica di Ex Snia chiuse nel 1954. Lo dicono tutte le ricostruzioni, compare in ogni pannello, lo ripetono le guide. Quello che quasi nessuno svolge fino in fondo è la conseguenza di quella data: significa che l'area è rimasta abbandonata per quasi quarant'anni prima che si aprisse il cantiere degli anni Novanta, e che l'intera generazione cresciuta nel quartiere tra gli anni Sessanta e Ottanta ha convissuto con un enorme vuoto recintato senza che questo fosse un tema pubblico per nessuno.

Quarant'anni sono tantissimi. Sono il tempo che separa la ricostruzione postbellica dalla caduta del Muro di Berlino. In quei decenni Roma è cresciuta a dismisura, ha costruito interi quartieri, ha ospitato un'Olimpiade, ha vissuto il boom e la crisi, e per tutto quel tempo un isolato industriale di dimensioni notevoli nel Municipio V è rimasto lì, inutilizzato, in attesa che il mercato immobiliare rendesse conveniente farne qualcosa. Non è un dettaglio: è il meccanismo economico fondamentale che spiega la vicenda. Il capitale fondiario non ha fretta. Aspettare costa poco e rende molto, quando il valore dei suoli cresce.

La seconda conseguenza poco citata riguarda la memoria. Quarant'anni di abbandono significano che quando, negli anni Novanta, il quartiere ha cominciato a mobilitarsi, gli operai e le operaie della fabbrica erano ormai anziani o scomparsi. La battaglia per il lago non è stata condotta da chi aveva lavorato lì dentro: è stata condotta da persone che avevano ereditato un luogo, non un'esperienza. Questo spiega perché la memoria industriale del sito sia stata ricostruita a posteriori, attraverso ricerche, testimonianze raccolte tardivamente e lavoro d'archivio, invece di essere trasmessa in continuità.

C'è infine un terzo aspetto, il più concreto. Quarant'anni di abbandono, in un contesto di produzione chimica dismessa, sono anche quarant'anni durante i quali nessuno ha bonificato niente. Questo rende oggi più complessa qualunque ipotesi di trasformazione dell'area, e paradossalmente rafforza l'opzione conservativa: lasciare che l'ecosistema continui a funzionare com'è costa molto meno che intervenire, e comporta meno rischi ambientali. Il tempo, in questa storia, è stato un attore protagonista, e nessuno lo aveva invitato.

La foto giusta da fare a Ex Snia

La fotografia più efficace di Ex Snia non è quella del lago da solo, e non è quella dei ruderi da soli: è quella che mette nello stesso fotogramma l'acqua e il cemento. È l'unica inquadratura che racconta la storia senza bisogno di didascalia. Cercate un punto della riva accessibile da cui si veda in primo piano la superficie dell'acqua con il canneto, e sullo sfondo la sagoma spezzata degli edifici industriali o un pilastro del cantiere che emerge. Quel contrasto è il soggetto.

La luce

Le due ore dopo l'alba sono le migliori in assoluto: la luce radente accende il canneto, l'acqua è ferma e fa da specchio, e le foschie mattutine di primavera e autunno regalano quella qualità sfumata che l'ora centrale distrugge. Il tardo pomeriggio funziona bene in inverno, quando il sole basso scalda i mattoni degli edifici. Evitate il mezzogiorno estivo: luce piatta, contrasti impossibili, colori slavati.

Gli errori tecnici da evitare

Il primo errore è la sovraesposizione dell'acqua: se misurate sul canneto, la superficie riflettente vi va bruciata. Misurate sulle alte luci e recuperate le ombre in post-produzione, oppure usate un filtro polarizzatore, che qui fa miracoli perché elimina i riflessi e restituisce il colore reale dell'acqua e la vegetazione sommersa lungo il bordo.

Il secondo errore è cercare a tutti i costi il primo piano di un airone con un obiettivo che non ce la fa. Con un teleobiettivo modesto otterrete una macchia grigia in mezzo a un rettangolo verde. Meglio rinunciare al ritratto faunistico e puntare sul paesaggio, che qui è molto più forte. Se invece avete l'attrezzatura giusta, ricordate la regola non negoziabile: nessuna fotografia vale l'avvicinamento a un nido o l'ingresso nel canneto.

Un suggerimento controcorrente

Provate il bianco e nero. Sembra un consiglio da esteti, e invece ha una logica: privato del verde, il paesaggio di Ex Snia rivela la sua struttura geometrica, il rapporto tra le masse edilizie e la superficie dell'acqua, la tessitura dei mattoni contro quella delle canne. In bianco e nero questo posto sembra una fotografia di archeologia industriale mitteleuropea, e la somiglianza non è casuale: appartiene alla stessa famiglia di paesaggi.

E infine, la fotografia che nessuno fa e che io consiglio sempre: quella verso l'esterno. Mettetevi con le spalle al lago e fotografate i palazzi del quartiere che si affacciano sull'area. È l'immagine che spiega dove siamo davvero, e senza la quale il lago sembra un posto qualunque in campagna invece che un'anomalia nel cuore di una metropoli.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Provo a mettere in fila, con le date verificabili, gli avvenimenti che hanno fatto di questo isolato quello che è oggi. È una cronologia densa, e conviene tenerla presente mentre si cammina lungo la riva, perché ogni elemento del paesaggio corrisponde a un passaggio di questa sequenza.

Gli anni Venti: l'apertura dello stabilimento

Il primo avvenimento è l'insediamento industriale stesso. Nei primi anni Venti — la data che ricorre nelle ricostruzioni locali è il 1923 — apre l'opificio della Cisa Viscosa, destinato alla produzione di fibra artificiale. È l'evento fondativo: da quel momento l'isolato è una fabbrica, e il quartiere che gli cresce intorno è un quartiere di fabbrica. Migliaia di persone, in larghissima maggioranza donne, ci lavoreranno nei decenni successivi.

Il 1954: la chiusura

Il secondo avvenimento è la cessazione della produzione, nel 1954. È la data che apre il lunghissimo abbandono. Da lì in avanti l'area entra in una dimensione puramente immobiliare: nel 1969 i terreni confluiscono nel patrimonio della Snia Viscosa in seguito a una fusione societaria, nel 1982 passano a una società immobiliare collegata, nel marzo del 1990 vengono ceduti a un'altra società e nel novembre dello stesso anno arrivano all'imprenditore edile Antonio Pulcini attraverso una sua società.

Il 1990: la concessione edilizia

Nell'aprile del 1990 viene rilasciata una concessione edilizia per un intervento con destinazione produttiva. È l'atto da cui discende tutto il contenzioso successivo, perché i lavori avviati configurarono nei fatti la realizzazione di un complesso commerciale con parcheggio interrato, destinazione che quel titolo non consentiva.

Il 1992: la falda e l'allagamento

È l'avvenimento centrale, quello che cambia la natura del luogo. Durante gli scavi per il parcheggio sotterraneo viene intercettata la falda acquifera a circa dieci metri di profondità. Il tentativo di scaricare l'acqua in fognatura provoca il sovraccarico e il cedimento delle condotte, con l'allagamento della zona di largo Preneste. I lavori si fermano, lo scavo si riempie, nasce il lago. Nessuno lo aveva progettato, nessuno lo voleva, e da trent'anni non se n'è più andato.

Il 1993: l'ordinanza di demolizione

Con l'ordinanza numero 155 della Sesta Circoscrizione del Comune di Roma viene disposta la demolizione delle opere realizzate. La proprietà ricorre. Nel 2010 il ricorso viene parzialmente accolto, anche a causa della mancata difesa in giudizio da parte dell'amministrazione comunale. Le opere, a oggi, non sono state rimosse.

Gli anni Novanta e Duemila: il quartiere entra in scena

Una porzione del complesso viene occupata e diventa un centro sociale; nasce e si struttura il Forum Territoriale Permanente Parco delle Energie; l'acquisizione pubblica di una parte dell'area consente la realizzazione del Parco delle Energie, con la Casa del Parco come presidio delle attività. È la fase in cui una vertenza immobiliare si trasforma in una questione di quartiere e poi di città.

Il 2014 e il 2017: il lago entra nell'immaginario

Nel 2014 gli Assalti Frontali insieme a Il Muro del Canto dedicano al sito il brano "Il lago che combatte". Nel 2017 Zerocalcare dedica al lago un calendario. Sono gli anni in cui la mobilitazione ottiene l'apertura di un passaggio che rende il lago effettivamente raggiungibile dal parco, passaggio letto come riappropriazione dalla parte del quartiere e in modo opposto dalla proprietà.

Il 30 giugno 2020: il decreto

Il Presidente della Regione Lazio emana il decreto numero T00108 che istituisce il monumento naturale "Lago Ex SNIA — Viscosa". È il riconoscimento istituzionale definitivo del valore naturalistico dell'area, affidata alla gestione di RomaNatura. Il vincolo tutela, ma non rimuove i manufatti e non risolve la questione delle porzioni ancora private.

Il settembre 2022: il gemellaggio

A Roma si celebra il rito di gemellaggio con il Marais Wiels, lago di analoga origine antropica involontaria situato nel comune di Forest, nella Regione di Bruxelles-Capitale. Due incidenti di cantiere diventati ecosistemi si riconoscono a vicenda: è, a modo suo, un evento diplomatico.

Il novembre 2023: la richiesta di esproprio integrale

I comitati cittadini tornano a rivolgersi all'amministrazione comunale chiedendo l'esproprio completo dell'area, motivando la richiesta con il timore che progetti edilizi ad alta densità sulle porzioni non ancora acquisite compromettano l'ecosistema. La partita, a oggi, resta aperta.

Chi è passato da Ex Snia

La domanda su chi sia passato da Ex Snia ha una risposta meno glamour e più interessante di quella che si darebbe per un monumento del centro. Qui non sono passati imperatori, papi e viaggiatori del Grand Tour. Qui è passata la Roma che lavora, e poi la Roma che discute, e infine la Roma che osserva gli uccelli.

Le operaie, prima di tutti

Le protagoniste assolute di questo luogo sono le lavoratrici dello stabilimento, migliaia di donne che tra gli anni Venti e i primi anni Cinquanta hanno attraversato ogni giorno i cancelli di largo Preneste. Non conosciamo quasi nessuno dei loro nomi, ed è esattamente il punto: sono la parte di storia italiana che non ha lasciato lapidi. Il lavoro di ricerca condotto negli ultimi decenni da studiosi e realtà associative del quartiere ha recuperato testimonianze, fotografie e frammenti di memoria familiare, ma il grosso di quelle biografie è perduto. Quando si cammina qui, si cammina sopra un archivio scomparso.

I nomi dell'industria

Sul versante imprenditoriale, la storia si intreccia con quella della Snia Viscosa e delle figure che ne hanno segnato la parabola: Riccardo Gualino, il finanziere piemontese che trasformò una società di navigazione nel maggior gruppo italiano della fibra artificiale, e Franco Marinotti, che ne guidò le sorti dalla fine degli anni Trenta attraverso l'autarchia, la guerra e la ricostruzione. Vale la pena precisare, per correttezza, che il legame di questi nomi con l'isolato romano è societario più che biografico: lo stabilimento operò come Cisa Viscosa e i terreni entrarono nel patrimonio Snia Viscosa solo nel 1969, quando la produzione era cessata da tre lustri.

L'imprenditore del cantiere

Il nome che compare in tutti gli atti della fase moderna è quello di Antonio Pulcini, l'imprenditore edile che acquisì l'area nel novembre del 1990 attraverso una sua società e che avviò il cantiere da cui, involontariamente, è nato il lago. È una figura che nel racconto di quartiere occupa il ruolo dell'antagonista, e mi sembra corretto ricordare che dietro quel ruolo c'è una posizione giuridica ed economica che ha avuto le sue sedi di rappresentanza e i suoi esiti processuali, alcuni dei quali favorevoli. Raccontare una vertenza significa riportare che le parti erano due.

Gli artisti

Il lago ha attirato l'attenzione di una parte della scena culturale romana. Nel 2014 gli Assalti Frontali, storico gruppo rap della città, insieme al gruppo di musica popolare Il Muro del Canto, gli hanno dedicato "Il lago che combatte". Nel 2017 il fumettista Zerocalcare, tra le voci più riconoscibili del racconto delle periferie romane, gli ha dedicato un calendario. Sono passaggi che hanno portato questo posto fuori dai confini del Municipio V e dentro la conversazione culturale della città.

Il vicinato illustre

Una precisazione che faccio sempre, perché prima o poi qualcuno lo chiede: Pier Paolo Pasolini non risulta legato a questo isolato, ma girò "Accattone" nel 1961 a poche centinaia di metri da qui, nelle strade del Pigneto, e la sua opera resta il ritratto più penetrante che esista di questo quadrante di Roma nel momento del passaggio dalla borgata al quartiere. Chi viene a Ex Snia sta camminando nello stesso paesaggio umano che Pasolini raccontò, semplicemente sessant'anni dopo e dall'altra parte dei binari. Non attribuisco al luogo una frequentazione che non ha avuto: segnalo una contiguità che aiuta a capire dove ci si trova.

Chi ci passa oggi

Oggi da Ex Snia passano i tecnici e i naturalisti che curano i censimenti faunistici e floristici, gli operatori dell'ente gestore, gli insegnanti con le classi in visita di educazione ambientale, i fotografi, i birdwatcher con i loro binocoli, gli abitanti che attraversano il parco per andare al lavoro, i corridori, i cani, i bambini. E nel settembre del 2022 ci è passata anche una delegazione belga, venuta a celebrare il gemellaggio con il Marais Wiels di Bruxelles: due laghi nati per sbaglio che si scambiano gli onori di casa. Se cercate una lista di visitatori celebri, questa non è la scheda giusta. Se cercate un luogo che continua a essere attraversato da persone reali che ne determinano il destino, siete esattamente dove dovete essere.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoEx Snia Via Prenestina, 173 Roma
TagsSpazi Sociali - Roma

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IndirizzoEx Snia Ex Snia
Via Prenestina, 173
Roma Roma Città, Roma Città
CategorieSpazi Sociali
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