Casa dell’Architettura
Ci sono edifici a Roma che si fanno riconoscere subito, e altri che ti chiedono di fermarti. Casa dell'Architettura appartiene alla seconda categoria, e per un motivo semplice: si trova in un pezzo di città che quasi nessuno attraversa lentamente. Piazza Manfredo Fanti sta a due passi dalla stazione Termini, in quella fascia dell'Esquilino dove la gente cammina con il trolley, guarda l'orologio, cerca un taxi. Eppure basta entrare nel giardino recintato, fare venti metri e alzare gli occhi, e ti trovi davanti a un edificio ellittico coperto di conchiglie, tritoni e cariatidi, costruito alla fine dell'Ottocento per contenere pesci e finito per contenere architetti.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Io ci porto le persone apposta, e la reazione è sempre la stessa: un attimo di silenzio, poi la domanda. Ma questo che cos'è? La risposta corta è che è l'Acquario Romano. La risposta lunga richiede il tempo di una passeggiata, perché dentro questa costruzione ci sono almeno cinque storie diverse: una speculazione edilizia, un sogno scientifico, un fallimento commerciale spettacolare, mezzo secolo di abbandono e un restauro lunghissimo. Mettiamoci comodi.
Casa dell'Architettura, ovvero l'Acquario Romano di piazza Manfredo Fanti
Partiamo dal nome doppio, perché è la prima cosa che confonde. L'edificio nasce come Acquario Romano ed è con quel nome che compare nelle guide, nelle mappe storiche, nelle carte del Comune. Dal 2002 ospita la Casa dell'Architettura, la sede dell'Ordine degli Architetti di Roma dedicata alle attività culturali, alle mostre, ai convegni, ai premi. Le due denominazioni convivono: la proprietà dell'immobile è pubblica, di Roma Capitale, mentre la gestione culturale è legata all'Ordine. Quindi se qualcuno ti dice l'Acquario e qualcun altro ti dice Casa dell'Architettura, stanno parlando dello stesso edificio, dello stesso indirizzo, dello stesso giardino.
Trovo che questa doppiezza sia molto romana. La città non butta via quasi niente, riusa, sovrappone, cambia destinazione e tiene il nome vecchio come un soprannome affettuoso. Il Colosseo si chiamava Anfiteatro Flavio, Castel Sant'Angelo era un mausoleo, e l'Acquario Romano oggi è un luogo dove si discute di progetti urbani. Non è una contraddizione: è il modo in cui Roma tiene insieme i propri strati.
Un edificio che si vede solo se lo cerchi
La posizione è il primo dato da capire. Casa dell'Architettura non affaccia su una strada di passaggio: sta al centro di un isolato verde, arretrata rispetto al perimetro della piazza, circondata da alberi e da una cancellata. Chi passa lungo i lati di piazza Manfredo Fanti vede una massa scura tra le chiome e tira dritto. Chi entra dal cancello scopre invece una scena completa: il vialetto, il prato, i resti antichi sulla sinistra, e poi la mole ellittica con il suo pronao.
È un effetto voluto, e non è nemmeno un'invenzione italiana. Alla fine dell'Ottocento la moda urbanistica europea era quella dello square, la piazza-giardino di modello parigino e londinese: un isolato sottratto all'edificazione, chiuso da una recinzione, attrezzato con vialetti, panchine, aiuole e, quando possibile, un piccolo padiglione. Piazza Fanti nasce esattamente così, come polmone ricreativo dentro il tessuto compatto dei palazzi umbertini.
Perché vale la pena parlarne a lungo
C'è una ragione per cui questo edificio merita più di una fotografia. L'Acquario Romano è uno dei pochissimi luoghi in cui si legge, in un colpo solo, che cosa fu la febbre edilizia di Roma capitale: l'entusiasmo, l'improvvisazione, il gusto per lo spettacolo, la fragilità finanziaria, il crollo. Se vuoi capire com'era Roma tra il 1870 e il 1890, i palazzi ministeriali ti raccontano solo la parte ufficiale. Questo edificio ti racconta la parte imprenditoriale, quella dove qualcuno ci ha rimesso i soldi.
Dove si trova Casa dell'Architettura e com'è fatta la piazza
Casa dell'Architettura occupa il centro di piazza Manfredo Fanti, nel rione Esquilino, il quindicesimo rione di Roma. La piazza è un rettangolo verde inserito nella maglia ortogonale del quartiere costruito dopo il 1870, quella che ha come baricentro piazza Vittorio Emanuele II. Siamo a poche centinaia di metri dalla stazione Termini, in un settore che oggi è densissimo di hotel, ristoranti, botteghe, e che conserva la geometria rigida dei piani regolatori postunitari.
La dedica è a Manfredo Fanti, generale e ministro della guerra del Regno, uno di quei nomi risorgimentali che l'urbanistica della nuova capitale distribuì a piene mani. Anche la toponomastica, qui, è un documento: intorno trovi vie e piazze intitolate a battaglie, statisti, generali. Roma stava scrivendo la propria biografia nazionale sui cartelli stradali.
L'orientamento sul terreno
Il modo più semplice per orientarsi è questo: se hai Termini alle spalle e scendi verso piazza Vittorio, piazza Fanti resta sulla tua destra, un isolato verde che interrompe la sequenza dei palazzi. Il giardino ha più ingressi lungo la cancellata perimetrale; il fronte principale dell'edificio, quello con il pronao, guarda verso il lato della piazza in cui il giardino si allarga.
Un dettaglio che consiglio sempre di notare: il terreno non è piatto. C'è un dislivello e ci sono terrazzamenti, ed è proprio quel dislivello a rendere possibile la sorpresa archeologica di cui parleremo più avanti, cioè l'affioramento delle Mura Serviane e dei resti romani addossati a esse.
Il contesto: un'isola dentro l'Esquilino
Ti dico com'è l'esperienza reale. Fuori dalla cancellata hai il traffico, il rumore dei bus, il flusso continuo verso la stazione. Dentro, il livello sonoro scende di parecchi decibel, gli alberi filtrano la luce e il tempo cambia ritmo. È uno dei contrasti più netti che conosca nel centro di Roma, ed è il motivo per cui, quando ho una mezz'ora di buco tra due appuntamenti in zona Termini, vengo a sedermi qui.
Perché Casa dell'Architettura si chiama anche Acquario Romano
Il nome non è decorativo: l'edificio fu progettato per essere davvero un acquario. Non un acquario nel senso moderno, con vetri panoramici e squali, ma un impianto ottocentesco che teneva insieme due funzioni: da un lato uno stabilimento di piscicoltura, con finalità produttive e didattiche, dall'altro un luogo di esposizione e di spettacolo aperto al pubblico pagante.
Quella combinazione era tipica del secolo. L'Ottocento europeo è il secolo dei grandi acquari pubblici: Londra, Berlino, Napoli, Parigi. L'acquario era insieme laboratorio scientifico, attrazione popolare e simbolo di modernità. Vedere pesci vivi dietro un vetro, nel 1880, era una meraviglia tecnologica: significava saper controllare l'ossigenazione, il ricambio dell'acqua, la temperatura, la luce. Era, in scala ridotta, la stessa promessa delle Esposizioni Universali.
La scienza come spettacolo
Mi piace ricordare che in quegli anni il confine tra divulgazione e intrattenimento era volutamente labile. Un acquario ottocentesco ti vendeva insieme la conoscenza e la meraviglia: cartellini con i nomi latini delle specie e, nella stessa serata, un concerto o una festa nella sala centrale. L'Acquario Romano nasce esattamente su questo doppio binario, e la sua architettura lo dichiara: ha la solennità di un tempio e la teatralità di una sala da spettacolo.
Un nome che è sopravvissuto a tutto
La cosa curiosa è che le vasche funzionarono pochissimo, ma il nome ha resistito oltre un secolo. L'edificio è stato magazzino, ufficio, sala per esposizioni, e nel linguaggio dei romani è rimasto sempre l'Acquario. Trovo che sia la prova di quanto sia potente un'immagine ben costruita: il repertorio decorativo marino, scolpito nella pietra e nello stucco, ha continuato a raccontare la funzione originaria molto dopo che la funzione era sparita.
Pietro Garganico, l'ittiologo che immaginò Casa dell'Architettura
Dietro l'edificio c'è una persona, e vale la pena nominarla: Pietro Garganico, ittiologo. Intorno al 1880 presentò al Comune di Roma un progetto per realizzare una struttura destinata insieme a stabilimento di piscicoltura e ad acquario. La prima ipotesi di collocazione non era l'Esquilino: si pensava a via Nazionale, l'arteria che in quegli anni stava diventando il salotto rappresentativo della nuova capitale, con il Palazzo delle Esposizioni in costruzione e le grandi facciate in travertino.
Poi il progetto si spostò. Nel 1882 il Comune concesse gratuitamente a Garganico il terreno destinato a verde di piazza Manfredo Fanti, un isolato che, restando libero da costruzioni residenziali, poteva diventare uno spazio a carattere soprattutto ricreativo, sul modello degli square parigini. Non fu un regalo disinteressato: intorno c'erano società immobiliari che stavano costruendo nel quartiere e che avevano tutto l'interesse a dotare l'area di un'attrazione capace di alzare il valore degli appartamenti.
La concessione gratuita e il calcolo immobiliare
Qui bisogna essere onesti: l'operazione ha una logica commerciale evidente. Un quartiere nuovo, appena tracciato, fatto di palazzi tutti uguali, ha bisogno di un'ancora, di qualcosa che gli dia identità e attiri visitatori. Un acquario pubblico dentro un giardino recintato era esattamente quel tipo di ancora: portava gente, giustificava il verde, dava un motivo per dire che l'Esquilino non era solo un dormitorio per impiegati statali.
È il motivo per cui alla sistemazione della piazza e alla realizzazione dell'edificio furono probabilmente cointeressate le società immobiliari attive nella zona. Non è un dettaglio marginale: spiega la generosità dell'investimento decorativo e, insieme, la fragilità del modello economico che ne seguì.
Il destino dell'idea
Garganico aveva ragione sulla tendenza e torto sui numeri. Gli acquari erano il futuro dell'intrattenimento colto, ma richiedevano competenze tecniche continue, costi di gestione alti e un bacino di pubblico stabile. Roma, nel 1887, aveva poco più di trecentomila abitanti, un turismo ancora elitario e una crisi edilizia alle porte. La matematica non tornava, e infatti non tornò.
La Roma umbertina che fa da sfondo a Casa dell'Architettura
Non si capisce Casa dell'Architettura senza capire il momento in cui nasce. Roma diventa capitale del Regno d'Italia nel 1871, dopo la breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870. Da un giorno all'altro una città di poco più di duecentomila abitanti, organizzata attorno alla corte pontificia, ai conventi e alle grandi ville patrizie, deve ospitare ministeri, uffici, caserme, tribunali, e soprattutto l'esercito di impiegati che quelle istituzioni si portano dietro, in gran parte piemontesi, lombardi, emiliani.
Il risultato è una delle più violente ondate di trasformazione urbana della storia europea moderna. In vent'anni Roma cambia scala. Si aprono strade nuove, si sventrano quartieri, si lottizzano le ville storiche, si costruiscono interi rioni sopra terreni che fino a ieri erano orti, vigne e giardini nobiliari. L'Esquilino è il campo di battaglia principale: la villa Montalto-Peretti, la villa Palombara, i grandi possedimenti conventuali vengono divisi in lotti e riempiti di palazzi a cinque o sei piani.
La febbre edilizia e la bolla del 1887-1890
Quello che accade tra il 1880 e il 1888 ha tutti i tratti di una bolla speculativa da manuale. Nascono decine di società immobiliari, spesso finanziate da banche fragili, che comprano terreni, li lottizzano, costruiscono e rivendono contando su una domanda che si dà per infinita. Le banche prestano contro garanzie gonfiate. Il credito si allunga. La città si riempie di cantieri.
Poi arriva il crollo. Tra il 1887 e il 1890 la bolla si sgonfia, molte società falliscono, i cantieri si fermano e per anni l'Esquilino resta punteggiato di edifici incompiuti, scheletri di mattoni con le impalcature marcite. È il momento in cui Roma scopre che l'entusiasmo non è un piano industriale. L'Acquario Romano viene completato proprio sul crinale, nel 1887, e la sua vicenda commerciale sarà travolta dalla stessa onda.
Lo stile umbertino: cos'è davvero
Si chiama umbertino, dal regno di Umberto I, e indica il linguaggio architettonico dominante in questi decenni: eclettico, cioè costruito assemblando citazioni da repertori storici diversi, con una preferenza per il classicismo di derivazione rinascimentale e per una decorazione abbondante ma standardizzata. I palazzi umbertini dell'Esquilino hanno cortili interni, portoni con bugnato, cornicioni marcapiano, mascheroni, balconcini in ferro battuto.
Il difetto dello stile umbertino, quando è fatto male, è la ripetitività industriale: stessi stampi, stessa gamma di elementi decorativi, applicati chilometri di facciata. Il pregio, quando è fatto bene, è la capacità di dare dignità urbana a costruzioni speculative. Casa dell'Architettura appartiene alla fascia alta della produzione di quegli anni, perché il tema — un acquario — permetteva un'invenzione iconografica specifica invece del solito catalogo.
Ettore Bernich, l'architetto di Casa dell'Architettura
Il progetto è firmato da Ettore Bernich, architetto attivo nella seconda metà dell'Ottocento. Non è un nome che gli itinerari turistici pronunciano spesso, e questo è ingiusto, perché l'edificio di piazza Fanti è una delle cose più intelligenti costruite a Roma in quel decennio. Bernich appartiene a quella generazione di progettisti eclettici formati sull'antico e sul repertorio archeologico, capaci di lavorare come storici oltre che come costruttori.
Quello che colpisce, nell'Acquario Romano, è la coerenza tematica. Bernich non prende un padiglione qualunque e ci appiccica dei pesci: costruisce un edificio la cui forma, la cui pianta e il cui apparato decorativo raccontano tutti la stessa cosa. È un pensiero da architetto vero, non da decoratore, e in un'epoca di cataloghi prefabbricati è quasi un atto di resistenza.
La cultura archeologica di un progettista dell'Ottocento
Un architetto formato in quegli anni aveva in testa un archivio preciso: i rilievi delle terme imperiali, le tavole delle case di Pompei ed Ercolano, i repertori di ornato pubblicati a Parigi e a Berlino, le incisioni piranesiane. Non copiava, ricombinava. Quando vedi a Casa dell'Architettura un fregio marino accanto a una cariatide accanto a un medaglione, non stai guardando confusione: stai guardando un lessico usato con consapevolezza, dove ogni elemento arriva da una fonte identificabile.
Un progetto su misura per una funzione fragile
C'è un limite, però, ed è interessante quanto i pregi. L'edificio è talmente costruito attorno alla funzione di acquario che, quando quella funzione salta, la struttura si ritrova bellissima e ingombrante. Una pianta ellittica con vasca centrale non si converte facilmente in uffici, né in magazzino, né in appartamenti. È una delle ragioni per cui il Novecento lo ha maltrattato: non sapeva che farsene.
Il cantiere 1885-1887: come nasce Casa dell'Architettura
La costruzione avviene tra il 1885 e il 1887. Due anni, che per l'epoca e per la complessità dell'opera sono pochi: significa maestranze numerose, materiali disponibili in zona e una committenza che aveva fretta di aprire e incassare. Bisogna immaginare piazza Fanti in quel momento come un cantiere dentro un cantiere: l'isolato del giardino si sistemava mentre tutto attorno si tiravano su i palazzi residenziali.
Il programma non riguardava solo l'edificio. Comprendeva l'intera sistemazione dello spazio verde: vialetti, aiuole, alberature, e un apparato di arredi acquatici all'esterno, tra cui un laghetto e dei ponticelli. Cioè il tema dell'acqua non restava confinato dentro le vasche, ma si estendeva al giardino, costruendo una scenografia continua che accompagnava il visitatore dal cancello fino al pronao.
Il laghetto, i ponticelli e il gusto del pittoresco
Quel laghetto merita un paragrafo. Il gusto tardo-ottocentesco per il giardino pittoresco prevedeva specchi d'acqua irregolari, rocce artificiali, piccoli ponti, rovine vere o finte. L'idea era offrire, dentro pochi metri quadrati, una successione di scene diverse: l'ombra, la radura, l'acqua, il rudere. Piazza Fanti aveva un vantaggio enorme rispetto ai giardini concorrenti: le rovine non doveva inventarsele, ce le aveva già sotto terra.
Il piccolo giardino circostante è stato da sempre un elemento caratterizzante dell'impianto, originariamente incentrato proprio sul carattere pittoresco dato dalla presenza del laghetto e dei ruderi romani. Chi progettò quello spazio capì immediatamente che i resti antichi non erano un ostacolo al progetto: erano il progetto.
Materiali e tecniche
La costruzione è in muratura, con un ricchissimo apparato di elementi plastici. Nell'edilizia romana di fine Ottocento si lavorava molto con lo stucco e con i getti di malta modellati su forme, tecniche che permettevano di replicare decorazioni complesse a costi accettabili. È anche il motivo per cui questi apparati soffrono terribilmente l'abbandono: basta che entri l'acqua dal tetto e il modellato si sfarina in pochi inverni. Il degrado novecentesco dell'Acquario Romano è in buona parte la storia di questa vulnerabilità.
La pianta ellittica di Casa dell'Architettura
Veniamo alla forma, che è la vera invenzione. Casa dell'Architettura ha pianta ellittica. Non rettangolare, non quadrata, non a croce: ellittica, cioè un cerchio schiacciato con due fuochi. È una scelta che ha conseguenze enormi su tutto il resto, e che si spiega perfettamente con la funzione.
In un acquario ottocentesco il percorso ideale è anulare: il visitatore entra, gira lungo un corridoio periferico, guarda le vasche disposte sul lato interno o esterno del corridoio, e torna al punto di partenza senza mai tornare indietro sui propri passi. La pianta centrale con galleria perimetrale è esattamente questo: una macchina per far camminare la gente in cerchio davanti a delle vetrine.
Perché l'ellisse e non il cerchio
L'ellisse, rispetto al cerchio puro, offre due vantaggi. Il primo è pratico: consente di avere un asse maggiore e un asse minore, quindi di distinguere un fronte principale, dove metti l'ingresso monumentale, da un fondo. Il cerchio perfetto è democratico e disorientante; l'ellisse ti dice dove entrare e dove guardare. Il secondo vantaggio è teatrale: l'ellisse è la pianta delle sale da spettacolo, dei teatri all'italiana, delle arene. Bernich costruisce, insieme, un contenitore per pesci e una sala per pubblico.
C'è poi un terzo elemento, meno tecnico ma non secondario: l'ellisse ha una lunghissima tradizione romana e barocca. Dall'Anfiteatro Flavio alla piazza di San Pietro, dalle chiese ellittiche del Seicento alle sale termali, questa figura appartiene al DNA visivo della città. Usarla nel 1885 significava dichiarare una continuità.
Come si legge la pianta dall'esterno
Ti do un esercizio pratico da fare sul posto. Mettiti al cancello, guarda l'edificio di fronte e comincia a camminargli attorno lungo il vialetto. Nota come la curva non è mai costante: c'è una zona dove il fianco si distende quasi in linea retta e due estremità dove la curvatura si stringe. Quella variazione è l'ellisse che si rivela. In un cerchio la sensazione sarebbe identica in ogni punto; qui invece l'edificio sembra ruotare mentre lo percorri, e cambia continuamente proporzione.
Il pronao e la facciata di Casa dell'Architettura
Sul corpo ellittico si innesta un pronao, cioè un avancorpo porticato che segna l'ingresso. È il gesto classico per eccellenza: davanti a un tempio antico c'è sempre un pronao con colonne, e chi costruiva nell'Ottocento sapeva che quel dispositivo comunica immediatamente solennità e istituzione. Applicato a un acquario, produce un effetto quasi ironico, che io trovo delizioso: si entra a vedere le triglie attraversando il portico di un tempio.
Il pronao presenta edicole, cioè nicchie architettonicamente inquadrate, pensate per accogliere statue. L'edicola è un elemento di enorme forza scenica: crea profondità, produce ombre nette, moltiplica i piani della facciata. Quando la luce del pomeriggio taglia il fronte, queste cavità diventano macchie scure che scandiscono il ritmo dell'ingresso.
Le statue e le decorazioni marine
Il punto interessante è che le decorazioni di ambiente marino si inseriscono tra le statue presenti nelle edicole. Non c'è separazione tra il registro classico e quello acquatico: si compenetrano. Una figura in nicchia, nel repertorio ottocentesco, evoca la statuaria antica; ma il contorno, i fregi, i riempitivi appartengono al mondo dell'acqua. Il risultato è un cortocircuito visivo voluto, dove il tempio e il mare si sovrappongono.
Il fronte come promessa
Ogni facciata ottocentesca è un manifesto pubblicitario. Questa doveva convincere il romano del 1887 — che di templi ne aveva visti abbastanza — che dentro c'era qualcosa di nuovo. Ecco perché la soluzione non è né un tempio puro né un padiglione da fiera, ma un ibrido: abbastanza autorevole da sembrare un'istituzione, abbastanza bizzarro da incuriosire. In termini di comunicazione, era esattamente il messaggio giusto.
Le cariatidi e i medaglioni di Casa dell'Architettura
Se dovessi indicare il dettaglio che fa capire subito la qualità dell'edificio, sceglierei le cariatidi. Alcuni medaglioni sono posti tra le cariatidi, e questa alternanza — figura, medaglione, figura — costruisce il ritmo del fronte. La cariatide è una figura femminile che sostituisce la colonna: sopporta un peso con il corpo. Viene dall'Eretteo di Atene, ha attraversato il Rinascimento e il Neoclassicismo, e nell'Ottocento è uno degli elementi più ricorrenti dell'architettura urbana europea.
Il medaglione è invece un tondo o un ovale a rilievo, incorniciato, che contiene una figura, un profilo, una scena o un motivo ornamentale. Nell'apparato di Casa dell'Architettura funziona come una punteggiatura: interrompe la sequenza verticale delle figure con un accento circolare, e mantiene il tema decorativo su un piano più leggero.
Come guardarle davvero
Il consiglio pratico che do sempre: non guardarle da lontano, avvicinati. Da distanza media leggi solo la sagoma; da vicino cominci a distinguere il modellato, la resa dei panneggi, il modo in cui le mani o le braccia si articolano. E soprattutto vedi i segni del tempo: le superfici corrose dall'inquinamento, i punti in cui il restauro è intervenuto con un'integrazione, le patine differenti. Un edificio restaurato racconta due storie sovrapposte, l'originale e il recupero, e le si legge sulla pelle.
Il significato della figura portante
C'è un contenuto simbolico che vale la pena esplicitare. La cariatide dice: questo edificio è sorretto da corpi, non da elementi astratti. In un contesto marino, il rimando è alle figure mitologiche legate all'acqua, alle ninfe, alle divinità marine che nella tradizione classica popolano fontane e ninfei. La scelta non è casuale: l'architettura dei ninfei romani antichi — grotte artificiali decorate di conchiglie e statue — è uno dei riferimenti più diretti di tutto questo edificio.
Tritoni, conchiglie, alghe e pesci: il bestiario di Casa dell'Architettura
Adesso arriviamo alla parte che diverte tutti. L'apparato decorativo dell'Acquario Romano è costruito su un repertorio di ambiente marino, e vale la pena capire da dove viene ogni pezzo, perché non è un catalogo casuale ma un vocabolario preciso, ereditato dall'antichità e riorganizzato nell'Ottocento.
Il tritone è la figura chiave. Nella mitologia greca è figlio di Poseidone e Anfitrite, messaggero del mare, e ha corpo umano nella parte superiore e coda di pesce in quella inferiore. Il suo attributo caratteristico è la conchiglia usata come tromba: soffiandoci dentro calma o agita le onde. A Roma il tritone è un personaggio di casa: lo trovi nella fontana del Bernini a piazza Barberini, lo trovi nelle vasche seicentesche, lo trovi nei mosaici antichi. Metterlo sulla facciata di un acquario significa dichiarare la funzione senza scrivere un cartello.
La conchiglia, o il modo più antico di dire acqua
La conchiglia è l'elemento più versatile del repertorio. Può essere una valva a ventaglio, con le nervature che si aprono a raggiera, oppure una spirale. La prima forma è quella che il Rinascimento e il Barocco hanno usato ossessivamente per riempire il fondo delle nicchie: quel motivo a raggiera dentro una calotta lo hai visto mille volte senza sapere che si chiama conchiglia. La seconda forma, la spirale, torna nei corni marini e nelle trombe dei tritoni.
Nell'antichità la conchiglia aveva anche un valore simbolico legato alla nascita di Venere dalle acque, e per questo il motivo attraversa i secoli con un'aura di fertilità e di rinascita. In un edificio dedicato alla vita acquatica, è la scelta più ovvia e più giusta.
Alghe, festoni vegetali e il problema di scolpire il molle
Le alghe sono il tema più difficile da tradurre in scultura, e per questo il più interessante. Un'alga non ha struttura rigida: ondeggia, si piega, si intreccia. Renderla in stucco o in pietra significa inventare una convenzione, cioè una forma che il nostro occhio accetta come alga pur essendo tutt'altro. Gli ornatisti ottocenteschi risolsero il problema mescolando l'alga con il repertorio dell'acanto e dei girali vegetali classici, ottenendo motivi ibridi che stanno a metà tra la pianta terrestre e quella marina.
Guardali con attenzione e ti accorgerai che molti festoni, sull'edificio, potrebbero essere letti in entrambi i modi: alghe o foglie, a seconda del contesto in cui li inserisci. È una ambiguità voluta, che permetteva di usare stampi e mestieri già collaudati adattandoli al tema nuovo.
I pesci
Il pesce, nel repertorio decorativo, ha un vantaggio enorme: è una forma chiusa, allungata, immediatamente riconoscibile anche a distanza e anche in rilievo bassissimo. Basta la sagoma, la pinna caudale e l'occhio. Per questo compare in tutti i fregi marini dall'antichità in poi, dai mosaici pavimentali di età romana ai pavimenti cosmateschi, fino alle decorazioni ottocentesche. Su questo edificio i pesci funzionano come firma: sono la conferma finale che quello che stai guardando è, senza possibilità di equivoco, un acquario.
Semicolonne, paraste e il ritmo delle pareti di Casa dell'Architettura
Il corpo ellittico dell'edificio è scandito da semicolonne e paraste. Sono due parole tecniche che vale la pena chiarire, perché una volta imparate cambiano il modo in cui guardi qualsiasi facciata a Roma.
La semicolonna è una colonna incorporata nel muro per circa metà del suo diametro: sporge, ha volume, produce un'ombra curva e morbida. La parasta, invece, è un elemento piatto, un pilastro appena rilevato rispetto alla parete, con base e capitello: sporge pochissimo, produce un'ombra netta e sottile. La differenza è tutta lì, ed è una differenza di temperatura: la semicolonna è calda e plastica, la parasta è secca e grafica.
Perché alternarle
Alternare i due elementi permette di gerarchizzare la superficie. Dove vuoi enfasi, metti la semicolonna; dove vuoi solo scandire, metti la parasta. È il modo in cui un architetto ottocentesco costruisce una musica sulla facciata: non tutte le battute hanno lo stesso accento. Su un edificio curvo, poi, l'effetto si moltiplica, perché camminando cambia continuamente l'angolo di vista e quindi il gioco di luce e ombra.
Il consiglio dell'ora giusta
Questa lettura funziona bene solo con la luce radente, cioè al mattino presto o nel tardo pomeriggio. A mezzogiorno il sole verticale appiattisce tutto: le ombre spariscono e la facciata sembra disegnata invece che scolpita. Se hai la possibilità di scegliere l'orario, scegli quando il sole è basso: l'edificio raddoppia di intensità.
L'interno di Casa dell'Architettura: vasca centrale, galleria anulare, lucernari
L'interno segue la logica della pianta. Al centro c'è lo spazio principale, storicamente organizzato attorno alla vasca; attorno corre una galleria anulare, cioè un percorso continuo che segue il perimetro dell'ellisse. Questa distribuzione è ciò che rendeva l'edificio efficiente come acquario e ciò che, oggi, lo rende straordinario come spazio espositivo.
Il funzionamento originario era semplice e intelligente. Il visitatore percorreva l'anello, che poteva essere tenuto in penombra, e osservava le vasche illuminate. Un acquario si guarda meglio al buio: la luce deve stare dietro il vetro, non davanti, altrimenti il vetro riflette e il pesce sparisce. Chi ha progettato l'edificio conosceva bene questo principio ottico, e la distribuzione degli spazi lo rispetta.
I lucernari e la luce dall'alto
La luce zenitale è il grande tema di tutti gli edifici a pianta centrale. Se la sala principale non ha finestre laterali, l'illuminazione deve arrivare dall'alto, attraverso lucernari. È la lezione del Pantheon, ripresa infinite volte, e ha una qualità particolare: la luce dall'alto è diffusa, cade sugli oggetti in modo uniforme e non ha una direzione narrativa. Rende gli spazi solenni e leggermente irreali.
Per un acquario, questa scelta ha anche una funzione biologica: le vasche hanno bisogno di luce naturale regolata, e la luce zenitale è quella che meglio simula la condizione dell'acqua sotto il cielo aperto. Per una sala espositiva contemporanea, invece, la luce dall'alto è semplicemente la condizione ideale: illumina le opere senza riflessi laterali e lascia libere le pareti.
Lo spazio come esperienza
Ti anticipo la sensazione, perché è la ragione principale per cui vale la pena entrare quando c'è una mostra. Dentro, la percezione è quella di stare in un luogo unitario, senza angoli, dove il soffitto sembra più alto di quanto sia e dove i suoni girano. La curva continua elimina i punti di riferimento abituali: non ci sono spigoli su cui appoggiare lo sguardo, e questo produce un leggero effetto di sospensione. Non è un caso che l'edificio funzioni benissimo per installazioni, performance, proiezioni.
La flessibilità di uno spazio unico
Uno spazio ellittico privo di partizioni fisse è una benedizione per chi allestisce. Puoi metterci un anello di pannelli lungo il perimetro, un'unica opera al centro, un tavolo circolare per un convegno, una passerella, un palco. La stessa caratteristica che nel Novecento lo rendeva impossibile da riconvertire in uffici — l'assenza di stanze — oggi lo rende perfetto per la cultura contemporanea, che di stanze non ha bisogno.
Lo stile eclettico di Casa dell'Architettura, tra neoclassico e pompeiano
Definire lo stile di questo edificio richiede qualche cautela, perché la parola eclettismo è spesso usata come sinonimo di confusione. Non lo è. L'eclettismo ottocentesco è una posizione culturale precisa: dopo secoli in cui ogni epoca aveva il suo linguaggio obbligato, il XIX secolo si trova per la prima volta padrone di tutta la storia dell'architettura, resa disponibile dalle campagne di scavo, dalla fotografia, dai repertori a stampa. E decide di usarla tutta, scegliendo per ogni edificio il linguaggio più adatto alla sua funzione.
Questo principio si chiama convenienza del carattere. Una banca deve sembrare solida, quindi rinascimentale fiorentino. Una chiesa deve sembrare devota, quindi neogotica o neoromanica. Un teatro deve sembrare festoso, quindi barocco. E un acquario? Un acquario deve sembrare antico e marino insieme, quindi classico con innesti pompeiani e ninfeali. La costruzione classicheggiante di Bernich risponde esattamente a questa logica.
La componente neoclassica
Il registro neoclassico dà all'edificio la sua struttura portante: il pronao, le colonne, le edicole, la simmetria, le proporzioni misurate, la preferenza per superfici chiare e ordinate. È il linguaggio della autorevolezza, quello che dice al passante che il luogo è serio. Senza questa base l'edificio scivolerebbe nel padiglione da luna park; con questa base resta un monumento.
La componente pompeiana
Il richiamo pompeiano è la parte più affascinante e la meno ovvia. Gli scavi di Pompei ed Ercolano, avviati nel Settecento e proseguiti per tutto l'Ottocento, avevano restituito all'Europa non i templi solenni ma le case private: pareti dipinte a colori accesi, decorazioni sottili, candelabri, animali marini, paesaggi in miniatura, grottesche. Il gusto pompeiano è domestico, colorato, leggero, giocoso. Esattamente il contrasto di cui l'Acquario aveva bisogno per non risultare pesante.
C'è di più: nelle case romane di età imperiale l'acqua era un tema decorativo centrale. Ninfei, fontane, peschiere, mosaici con fauna marina. Il repertorio marino ottocentesco pesca a piene mani proprio da lì, e quindi il gusto pompeiano non è una citazione arbitraria: è la fonte storicamente corretta per il tema dell'edificio.
La lezione dei ninfei
Il ninfeo antico era una sala o una grotta artificiale dedicata alle ninfe, decorata con conchiglie vere e finte, mosaici di paste vitree, giochi d'acqua. Molte ville romane ne avevano uno; il Rinascimento e il Barocco li hanno reinventati nei giardini di Tivoli, di Frascati, di Roma. L'Acquario Romano è, in un certo senso, un ninfeo diventato edificio pubblico: la stessa idea di grotta meravigliosa, portata in scala urbana e messa a pagamento.
Il giardino di piazza Fanti e Casa dell'Architettura
Ho detto che il giardino non è una cornice ma parte del progetto, e voglio insistere. La sistemazione a verde dell'isolato fu concepita insieme all'edificio, con il preciso intento di creare uno spazio ricreativo sul modello degli square parigini. Lo square è un'invenzione urbanistica ottocentesca: un lotto verde recintato, di dimensioni contenute, incastonato in un tessuto residenziale denso, destinato al riposo, ai bambini, alla passeggiata breve.
La differenza fra uno square e un parco è la scala e il rapporto con l'edificato. Il parco è un'alternativa alla città; lo square è un pezzo di città che respira. Piazza Fanti appartiene alla seconda categoria: non ti porta fuori dall'Esquilino, ti dà un intervallo dentro l'Esquilino.
Il verde come strumento immobiliare
Ripeto il punto perché è illuminante: destinare un intero isolato a giardino, in una zona in piena espansione edilizia, sembra un atto di generosità e invece è anche una mossa economica. Un appartamento che affaccia sul verde vale di più. Le società immobiliari che stavano costruendo intorno lo sapevano benissimo, e infatti l'operazione dell'acquario fu probabilmente cointeressata a loro. La bellezza pubblica e il calcolo privato hanno collaborato, come spesso accade nelle città.
Il giardino oggi
Il carattere pittoresco originario, con laghetto e ponticelli, appartiene ormai alla storia dell'impianto più che alla sua condizione attuale, e le vicende novecentesche hanno inevitabilmente modificato l'assetto. Quello che resta, e che è tanto, è la struttura: un recinto verde, alberature mature, vialetti, panchine, e soprattutto la presenza archeologica sul lato dove il terreno cambia quota. È un giardino di quartiere, frequentato da chi ci abita, non un giardino monumentale, e a me questo piace molto: significa che il luogo è vivo.
Le Mura Serviane accanto a Casa dell'Architettura
Ed eccoci al capitolo che quasi tutti si perdono. Nel giardino di piazza Fanti affiorano le Mura Serviane, cioè la più antica cinta urbana di Roma. La tradizione le attribuisce a Servio Tullio, sesto re di Roma, che avrebbe regnato nel VI secolo a.C.; l'archeologia moderna colloca la maggior parte di ciò che vediamo in un'epoca successiva, attorno al IV secolo a.C., dopo il trauma dell'invasione gallica.
Sono realizzate in grandi blocchi squadrati di tufo, disposti a filari alternati, secondo la tecnica dell'opera quadrata. Il tufo proviene in gran parte dalle cave dell'area di Veio e di Grotta Oscura, un materiale vulcanico tenero e leggero, facile da tagliare e sorprendentemente durevole. Il colore è giallastro, poroso, riconoscibilissimo: una volta che impari a distinguerlo, lo ritrovi in mezza Roma repubblicana.
Dove passavano e perché proprio qui
Il tracciato serviano abbracciava le alture della città arcaica e, sul versante orientale, doveva affrontare il problema più serio: l'Esquilino e il Viminale non sono difesi da pendii ripidi ma da un pianoro aperto. Per questo, in quel settore, la muratura era rinforzata da un enorme terrapieno, l'agger, con un fossato antistante. Era l'unico punto in cui un esercito poteva schierarsi comodamente davanti a Roma, e la città si attrezzò di conseguenza.
Ecco perché intorno a Termini se ne trovano tratti in più punti: dentro la stazione, nei sotterranei di alcuni edifici, in piazza dei Cinquecento, e appunto nel giardino di piazza Fanti. Non sono frammenti sparsi a caso: sono i resti del fronte fortificato più impegnativo dell'intera cinta.
L'edificio di età imperiale addossato alle mura
C'è poi un dettaglio che rende il tratto di piazza Fanti particolarmente istruttivo: nel giardino si conservano i resti di un edificio di età imperiale addossato alle Mura Serviane. Cioè, secoli dopo la costruzione della cinta, quando le mura non servivano più a difendere niente perché la città si era espansa ben oltre, qualcuno le usò come muro di appoggio per costruirci contro.
Trovo che sia una lezione perfetta di urbanistica romana. Una struttura militare diventa un muro portante gratuito. Non c'è nostalgia, non c'è tutela: c'è riuso. È la stessa mentalità che nei secoli successivi trasformerà i templi in chiese, i mausolei in fortezze, i teatri in palazzi. E ricorda molto da vicino quello che è successo all'Acquario stesso: costruito per una funzione, riusato per altre dieci.
La tutela in fase di restauro
Vale la pena sapere che, durante i lavori di restauro dell'edificio, le emergenze archeologiche del giardino sono state prese in carico dall'Ufficio Monumenti Antichi e Scavi della Soprintendenza Comunale. È un dettaglio burocratico che però dice una cosa importante: l'intervento non ha trattato il giardino come un contorno paesaggistico, ma come un sito archeologico da gestire con competenze specifiche.
Il fallimento: perché l'acquario di Casa dell'Architettura non funzionò
Adesso la parte amara, che è anche la più istruttiva. L'iniziativa economica ebbe una vita confusa e non fortunata. La struttura fu presa in gestione da una società anonima che fallì presto; la proprietà dell'impianto tornò al Comune; e le vasche per i pesci non durarono più di una decina d'anni.
Dieci anni. Un edificio costruito in due anni, con un investimento decorativo notevolissimo, progettato interamente attorno a una funzione, e quella funzione sopravvive un decennio scarso. È uno dei fallimenti più rapidi e più eleganti dell'architettura romana moderna, e le ragioni sono almeno quattro.
Ragione prima: la tecnologia
Gestire un acquario nel 1890 significava affrontare problemi tecnici enormi. L'acqua va ossigenata, filtrata, mantenuta a temperatura, ricambiata. Servono pompe affidabili, energia, personale competente. Le specie marine, poi, richiedono acqua salata, e Roma non è sul mare: rifornirsi significava trasportare acqua o ricostituirla artificialmente, con costi e complicazioni continue. Ogni guasto significava perdere animali, cioè perdere l'attrazione.
Ragione seconda: il mercato
Un'attrazione a pagamento vive di visite ripetute o di un flusso costante di nuovi visitatori. Roma alla fine dell'Ottocento non aveva né l'una né l'altra cosa in misura sufficiente. Il turismo esisteva, ma era stagionale ed elitario, e veniva a Roma per l'antico e per il Vaticano, non per i pesci. La popolazione locale, dopo la prima curiosità, non aveva motivo di tornare: un acquario non cambia programma come un teatro.
Ragione terza: il crollo edilizio
Il colpo di grazia arriva dal contesto. Tra il 1887 e il 1890 la bolla immobiliare romana esplode. Le società immobiliari che avevano interesse nell'operazione entrano in crisi, le banche stringono il credito, i capitali evaporano. Un'impresa fragile come quella dell'acquario, che avrebbe avuto bisogno di anni di investimenti pazienti per andare a regime, si trova senza ossigeno finanziario proprio nel momento peggiore.
Ragione quarta: la rigidità dell'edificio
E infine il paradosso: l'edificio era troppo ben progettato per la sua funzione. Una struttura ellittica con vasca centrale e galleria anulare, pensata per il percorso museale, non si converte in nient'altro senza violenza. Quando l'acquario chiude, il Comune si ritrova con un contenitore magnifico e sostanzialmente inutilizzabile per scopi ordinari. Da lì comincia il lungo Novecento del riuso improvvisato.
Feste, teatro, cinema e circo: la seconda vita di Casa dell'Architettura
Chiuse le vasche, l'edificio non fu abbandonato: fu usato. Nel frattempo la struttura ospitò varie iniziative — mostre, feste, spettacoli teatrali, cinematografici, anche circensi. È un elenco che vale la pena leggere lentamente, perché descrive un ventaglio impressionante di attività per un edificio nato per ben altro.
Ha una sua logica. Uno spazio unico, ampio, coperto, con pianta ellittica e galleria perimetrale, è di fatto un'arena. Togli le vasche e hai una platea circolare con un anello di pubblico attorno: il dispositivo del circo, del teatro in tondo, della sala da ballo. Quello che era stato progettato per far girare i visitatori davanti ai pesci si rivelò perfetto per far girare gli spettatori attorno a un palco.
Il cinema delle origini
La menzione degli spettacoli cinematografici colloca l'edificio dentro una vicenda affascinante. Nei primi decenni del Novecento il cinema non aveva ancora sale proprie: si proiettava dove capitava, in teatri, in caffè, in padiglioni fieristici, in sale polifunzionali. Un ambiente come questo, con un fondo utilizzabile come schermo e uno spazio capace di accogliere sedie, era una sala di proiezione naturale. Roma, che di lì a poco sarebbe diventata una capitale del cinema, faceva pratica in luoghi come questo.
Feste, mostre e la vocazione mondana
Le feste e le mostre sono l'uso che ha attraversato tutta la biografia dell'edificio, dall'inizio a oggi. È interessante notare la continuità: nel 1890 ci si faceva una festa, nel 2025 ci si fa un vernissage. Cambiano gli abiti, cambia il linguaggio, ma la macchina spaziale è la stessa e continua a funzionare per la stessa ragione: un ambiente circolare crea automaticamente il senso dell'evento. Non hai un fronte e un retro, hai un centro. E il centro è dove succede qualcosa.
Il repertorio popolare
Gli usi più popolari — il circo, le manifestazioni sportive, le riunioni di ogni genere che uno spazio del genere attira — appartengono alla vita ordinaria di un contenitore comunale in un quartiere denso. Non c'è nulla di romantico in questa fase: l'edificio è semplicemente uno spazio disponibile in una città che ne aveva pochi, e viene usato per quello che serve, di volta in volta. È l'anticamera del degrado, perché ogni uso lascia segni e nessuno si prende la responsabilità della manutenzione.
Il lungo declino: magazzini e uffici a Casa dell'Architettura
Dagli anni Trenta la parabola si abbassa. L'edificio divenne una sorta di deposito polifunzionale: magazzino per il vicino Teatro dell'Opera e sede di uffici comunali di seconda linea, tra cui servizi elettorali e servizi di assistenza. Nel frattempo si susseguivano proposte di riuso, ma anche di demolizione.
Fermiamoci un secondo su quel magazzino per il Teatro dell'Opera, perché è un'immagine potentissima. Il Teatro dell'Opera è a pochi minuti a piedi, in via Firenze. Un teatro produce quantità industriali di scenografie, fondali, praticabili, attrezzeria, costumi, e tutto questo materiale deve stare da qualche parte quando non è in scena. Immagina l'interno ellittico dell'Acquario Romano riempito di fondali dipinti arrotolati, colonne finte, troni di cartapesta, sipari.
L'ironia del deposito
C'è una simmetria quasi letteraria in questa vicenda. Un edificio nato come spettacolo diventa il magazzino di uno spettacolo altrui: conserva la scenografia degli altri dopo aver perso la propria. E lo fa avendo addosso, sulle facciate, tritoni e conchiglie che continuano imperterriti ad annunciare un acquario che non esiste più da decenni. Non credo che si possa raccontare meglio che cosa significhi, per un edificio, sopravvivere alla propria funzione.
Gli uffici di seconda linea
L'altra destinazione — servizi elettorali, servizi di assistenza — dice esattamente in quale considerazione fosse tenuto il fabbricato. Sono uffici che non hanno bisogno di rappresentanza, che non ricevono pubblico importante, che si mettono dove c'è posto. Significa scrivanie, tramezzi, controsoffitti, cavi, tutto montato dentro un ambiente monumentale senza il minimo riguardo per la sua architettura. Chiunque abbia visto edifici storici trattati così sa che cosa succede: la decorazione sparisce dietro pannelli, gli spazi vengono spezzati, gli impianti passano dove capita.
Le proposte di demolizione
E poi la parte più dura: le proposte di demolizione. Per larga parte del Novecento l'architettura dell'Ottocento eclettico è stata considerata, dalla cultura ufficiale, un errore di gusto. Il moderno guardava all'Ottocento come si guarda a un parente imbarazzante: troppo decorato, troppo derivativo, troppo borghese. Migliaia di edifici umbertini sono stati demoliti in Italia con questa motivazione estetica, spesso mascherata da esigenze di viabilità o di igiene.
Che l'Acquario Romano sia sopravvissuto a quella stagione è, francamente, una fortuna. Bastava un progetto di piazza più aggressivo, un'esigenza di parcheggi, un'amministrazione più decisa, e oggi al centro di piazza Fanti ci sarebbe un prato liscio con qualche panchina. Ogni tanto, in una città, la salvezza di un monumento dipende dal fatto che nessuno ha trovato il tempo di distruggerlo.
Lo sgombero del 1984 e il rischio scomparsa di Casa dell'Architettura
Il momento decisivo arriva nel 1984, quando l'edificio viene sgomberato. È una data che segna una soglia: da quel momento la costruzione smette di essere un contenitore usato male e diventa un problema aperto, cioè un oggetto su cui bisogna decidere.
Lo sgombero di un edificio storico è sempre un passaggio ambiguo. Da un lato libera la struttura dagli usi impropri e permette di studiarla; dall'altro la espone al vuoto, che per un fabbricato è la condizione più pericolosa in assoluto. Un edificio abitato, anche male, viene riparato quando piove dentro. Un edificio vuoto no. L'acqua entra, il degrado accelera, e in pochi anni si perde più di quanto si sia perso nei decenni precedenti.
Che cosa vuol dire degrado su un edificio così
Sulle strutture ottocentesche a forte apparato decorativo il danno segue sempre lo stesso copione. Il manto di copertura cede in un punto; l'acqua raggiunge le strutture lignee o i solai; l'umidità risale nelle murature; gli stucchi si distaccano; i rilievi esterni, esposti a inquinamento e cicli di gelo, si corrodono; il ferro degli elementi metallici si ossida e, gonfiandosi, spacca le malte che lo contengono. Ogni inverno il conto si aggrava.
La coscienza che cambia
La cosa importante, però, è che negli anni Ottanta era cambiato il clima culturale. La rivalutazione dell'architettura ottocentesca era ormai avviata, gli studi sull'eclettismo si moltiplicavano, la storiografia aveva smesso di trattare l'umbertino come un incidente. Quando l'edificio viene sgomberato, non è più un rudere imbarazzante: è un monumento riconosciuto, di cui si discute il recupero. La differenza tra il 1954 e il 1984 non sta nell'edificio, sta in chi lo guarda.
Il restauro dal 1985 al 2002: come è rinata Casa dell'Architettura
Il restauro comincia nel 1985 e si conclude nel 2002. Diciassette anni. È un numero che va detto senza pudore, perché racconta la realtà dei grandi interventi pubblici italiani: finanziamenti a tranche, interruzioni, riprese, cambi di indirizzo, procedure lunghe. Ma racconta anche la complessità reale del cantiere, che non era soltanto un problema di ripristino.
L'obiettivo dichiarato era restituire all'edificio la sua immagine originale. È una formula impegnativa. Significa rimuovere le superfetazioni novecentesche — tramezzi, controsoffitti, impianti, aggiunte —, consolidare le strutture, recuperare l'apparato decorativo dove ancora leggibile, e restituire la percezione unitaria dello spazio interno che i decenni da magazzino avevano cancellato.
Il problema delle integrazioni
Nel restauro di un apparato scultoreo la domanda più difficile è sempre la stessa: fin dove ricostruire? Se un tritone ha perso metà del volto, lo rifai? Se lo rifai, produci un falso; se non lo rifai, lasci una ferita che disturba la lettura dell'insieme. La teoria del restauro italiana, che su questi temi ha una tradizione fra le più raffinate del mondo, insegna a intervenire in modo riconoscibile: l'integrazione si fa, ma si deve poter distinguere da vicino restando invisibile da lontano.
Ecco perché, guardando le decorazioni esterne con attenzione, si notano differenze di superficie, di grana, di tono. Non sono difetti: sono la firma onesta del restauro. Un edificio in cui non riesci a distinguere l'originale dall'integrazione è, in genere, un edificio in cui qualcuno ha barato.
Gli impianti, il nemico invisibile
La sfida meno visibile e più insidiosa è quella impiantistica. Un edificio destinato a ospitare pubblico deve avere impianti elettrici a norma, climatizzazione, rilevazione incendi, illuminazione museale, uscite di sicurezza, accessibilità. Tutto questo va inserito in una struttura ottocentesca senza cavedi, senza controsoffitti utilizzabili, con superfici decorate ovunque. È un lavoro di chirurgia in cui ogni passaggio di cavo è una decisione di progetto.
Il giardino e l'archeologia nel cantiere
Il cantiere non riguardò solo il fabbricato. Le emergenze archeologiche presenti nel giardino furono prese in carico dall'Ufficio Monumenti Antichi e Scavi della Soprintendenza Comunale, il che significa scavo controllato, documentazione, consolidamento dei blocchi di tufo, protezione dei resti dell'edificio imperiale addossato alle mura. Un intervento che ha dovuto conciliare tre scale temporali: il IV secolo a.C., il 1887 e il presente.
L'Ordine degli Architetti di Roma e la nascita di Casa dell'Architettura
Dal 2002, completato il restauro iniziato nel 1985, il Comune di Roma e l'Ordine degli Architetti di Roma hanno adibito l'edificio a sede della Casa dell'Architettura. La proprietà resta pubblica, di Roma Capitale; la vocazione culturale è affidata all'Ordine professionale, che vi ha collocato le proprie attività di divulgazione, mostra, dibattito, formazione.
È una soluzione che trovo intelligente per almeno due motivi. Il primo è di merito: un edificio salvato da un restauro esemplare diventa il luogo dove si discute di come si progetta e si restaura. Il contenitore e il contenuto parlano della stessa cosa, e questa coincidenza dà al posto una densità particolare. Il secondo è di metodo: destinare un monumento recuperato a una funzione che ne richiede la manutenzione continua e la frequentazione quotidiana è il modo migliore per garantirne la conservazione nel tempo. Un edificio usato si mantiene; un edificio celebrato e chiuso si degrada.
Che cos'è una Casa dell'Architettura
La formula non è italiana in origine: in molte città europee esistono istituzioni analoghe, centri dedicati alla cultura architettonica che non sono musei ma piattaforme. Ospitano mostre di progetti, premi, presentazioni di libri, conferenze, dibattiti sulle trasformazioni urbane, workshop, esposizioni di fotografia di architettura. Il pubblico è misto: professionisti, studenti, curiosi, abitanti interessati alle scelte urbanistiche della propria città.
Il ruolo nel dibattito su Roma
Roma è una città che discute molto della propria forma, e non sempre in modo sereno. Questioni come il rapporto tra centro storico e periferie, la mobilità, il destino delle grandi aree dismesse, la rigenerazione dei quartieri popolari, il rapporto tra archeologia e città contemporanea sono materia di dibattito permanente. Un luogo dedicato a questi temi, collocato peraltro in un quartiere che è esso stesso un laboratorio urbano, ha un valore che va oltre la categoria professionale.
Come si visita Casa dell'Architettura: non è un museo permanente
Questa è la cosa più importante da capire prima di venire, e la dico chiaramente per evitarti una delusione: Casa dell'Architettura non è un museo. Non c'è una collezione permanente, non c'è un percorso espositivo stabile, non c'è una biglietteria che apre tutti i giorni con lo stesso orario. È una sede di eventi. Si visita quando c'è qualcosa: una mostra, un convegno, una presentazione, una manifestazione.
Questo cambia radicalmente il modo di programmare la visita. Non funziona il ragionamento andiamo lì e vediamo. Funziona il ragionamento vediamo cosa c'è e, se c'è qualcosa che ci interessa o che comunque ci fa entrare, andiamo. La differenza tra una giornata in cui l'edificio è aperto per una mostra e una giornata qualunque è enorme: nel primo caso vedi l'interno, che è il cuore della faccenda; nel secondo vedi il giardino e l'esterno.
Il giardino è comunque accessibile
La buona notizia è che anche senza eventi la trasferta non è sprecata. Il giardino di piazza Fanti è uno spazio verde pubblico, e da lì si gode l'esterno dell'edificio, l'apparato decorativo, il pronao, e soprattutto si vedono i resti delle Mura Serviane e della costruzione imperiale addossata. Molte persone che ci abitano vicino frequentano il giardino ogni giorno senza essere mai entrate nell'edificio, e vivono benissimo lo stesso.
Eventi privati e usi commerciali
Va detto per completezza che la struttura viene utilizzata anche per eventi non aperti al pubblico: convention, cene aziendali, presentazioni di prodotti, performance, riprese cinematografiche, sfilate di moda. È una consuetudine consolidata per gli spazi monumentali romani, e ha una funzione economica precisa, perché contribuisce a sostenere i costi di gestione di un edificio storico. La conseguenza pratica, per chi arriva da fuori, è che l'edificio può risultare occupato e non accessibile anche in giorni in cui apparentemente succede qualcosa.
Il consiglio operativo
Verifica sempre in anticipo che cosa è in programma e se l'accesso è libero. E se scopri che nei giorni della tua permanenza a Roma non c'è nulla di aperto, mettila così: passa comunque dal giardino, dedicagli venti minuti, guardati l'esterno con calma e le mura antiche. Sono venti minuti che valgono più di molte code.
Casa dell'Architettura e l'Esquilino di oggi
Il rione Esquilino è il quindicesimo rione di Roma, indicato con la sigla R. XV, e si trova nell'area est del centro storico. Confina a nord con il rione Castro Pretorio, a ovest con il rione Monti, a est e sud-est con i quartieri Tiburtino, Prenestino-Labicano e Tuscolano. È, insieme, uno dei luoghi più antichi della città e uno dei più recenti nella forma costruita.
Oggi l'Esquilino è il rione più multiculturale di Roma. Comunità cinesi, bangladesi, indiane, africane, sudamericane, dell'Est europeo si sono insediate qui a partire dagli anni Ottanta e Novanta, trasformando il commercio, la ristorazione, il paesaggio sonoro delle strade. Nelle vie intorno a piazza Vittorio trovi negozi all'ingrosso, ristoranti di dieci cucine diverse, alimentari specializzati, sartorie, botteghe.
Un quartiere con due reputazioni
Ti dico la verità che sento ripetere di continuo, con parole diverse: l'Esquilino ha la reputazione di zona difficile. La vicinanza alla stazione, la densità, il commercio informale, la microcriminalità di strada alimentano un racconto negativo che circola da decenni. È un racconto parziale. La realtà quotidiana è quella di un quartiere abitato, popolato, con scuole, mercati, associazioni, comitati, dove convivono famiglie storiche romane e comunità arrivate da vent'anni.
Il consiglio che darei è lo stesso che darei per la zona stazione di qualunque grande capitale europea: attenzione ordinaria agli effetti personali, prudenza nelle ore notturne più tarde nelle strade meno frequentate, e per il resto naturalezza. L'Esquilino non è pericoloso, è denso. Sono due cose diverse che vengono spesso confuse.
La stratificazione storica sotto i piedi
C'è un dato che mi affascina: sotto le case dell'Esquilino c'è più storia che sotto quasi qualunque altro rione. Nell'antichità, l'area oltre l'agger delle mura repubblicane era una vastissima discarica dei rifiuti della città e sede di un cimitero, diviso in un'area per gli schiavi e una per i cittadini di modeste condizioni, che potevano però permettersi il posto in un colombario. L'archeologo Rodolfo Lanciani descrive la scoperta e l'esplorazione di una settantina di questi puticoli nelle vicinanze di quella che è oggi la stazione Termini.
Poi la riforma urbana voluta da Augusto seppellì sotto una decina di metri di terra di riporto quei terreni inquinati e pestilenziali; il terrapieno delle antiche mura divenne una sorta di passeggiata pubblica e su quei terreni sorsero gli Orti di Mecenate, splendidi giardini che contenevano fra l'altro un'alta torre dalla quale, secondo Svetonio, Nerone assistette all'incendio di Roma. Proprio qui, nel 1874, fu riportato alla luce il cosiddetto Auditorium di Mecenate.
Aggiungo il finale amaro, perché spiega tutto il resto: l'aula faceva parte di un complesso molto più ampio, che fu interamente demolito per rendere edificabile il terreno. La nuova capitale aveva bisogno di alloggi, e i suoi costruttori non andavano per il sottile. Quando cammini nelle vie intorno a Casa dell'Architettura, stai camminando sopra ciò che si è deciso di sacrificare.
Da dove viene il nome Esquilino
Una delle etimologie proposte fa derivare il nome dal termine latino esquiliae, che indicava i sobborghi. Il rione, con i suoi tre colli — il Cispio, l'Oppio e il Fagutale —, è stato per secoli una sorta di territorio di confine: inizialmente al margine delle Mura Serviane, di cui conteneva l'agger, in età imperiale incluso nelle Mura Aureliane, ma sempre marginale rispetto alla città propriamente intesa. Duemila anni dopo, la percezione di zona di frontiera non è del tutto scomparsa, e in questo c'è una continuità quasi comica.
Piazza Vittorio, il mercato Esquilino e i dintorni di Casa dell'Architettura
A pochi minuti a piedi da Casa dell'Architettura c'è piazza Vittorio Emanuele II, il cuore del rione e una delle piazze più grandi di Roma. È interamente circondata da portici, una scelta di gusto torinese che gli urbanisti postunitari importarono nella nuova capitale insieme a molte altre abitudini sabaude, e che ancora oggi la rende inconfondibile nel panorama romano.
Al centro c'è un giardino pubblico, e nel giardino ci sono due cose che consiglio di non mancare. La prima sono i cosiddetti Trofei di Mario, i resti monumentali di una grande fontana di età imperiale, un ninfeo che fungeva da terminale di un acquedotto: una mole di mattoni imponente, sopravvissuta in mezzo al verde. La seconda è la Porta Alchemica.
La Porta Alchemica
Questa merita da sola una sosta. Fu edificata nella seconda metà del Seicento in villa Palombara, la proprietà del marchese Massimiliano Palombara, appassionato di alchimia, ed è oggi ricollocata nei giardini di piazza Vittorio. È una porta di marmo coperta di simboli alchemici e di iscrizioni latine, l'unica superstite di quelle che, secondo la tradizione, delimitavano la villa.
La leggenda racconta di un pellegrino ospitato dal marchese che avrebbe cercato l'erba miracolosa per la trasmutazione, sarebbe sparito lasciando dietro di sé oro e un foglio con la formula, e che il marchese avrebbe fatto incidere sulla porta i simboli nella speranza che qualcuno riuscisse a decifrarli. Nessuno ci è riuscito, il che è probabilmente il modo migliore in cui una storia del genere possa finire.
Il mercato Esquilino
Il mercato del rione, storicamente ospitato sotto i portici della piazza e poi trasferito nella sede coperta di via Filippo Turati e via Principe Amedeo, è uno dei luoghi più straordinari della Roma contemporanea. Vi si trovano spezie, pesce, verdure e frutti che nei mercati romani tradizionali non compaiono mai, macellerie con tagli e usanze diverse, banchi gestiti da persone di provenienze lontanissime.
Ci vado spesso e lo consiglio a chiunque voglia capire com'è fatta davvero Roma oggi. È un mercato di quartiere vero, non un mercato ricostruito per i visitatori: la gente ci fa la spesa, si contratta, si parla in molte lingue. Combinato con la visita a Casa dell'Architettura fa un pomeriggio perfetto, perché mette insieme l'Ottocento monumentale e il presente in movimento a distanza di cinquecento metri.
Termini, i palazzi umbertini e il paesaggio intorno a Casa dell'Architettura
La stazione Termini è la vicina ingombrante di Casa dell'Architettura, e il rapporto tra le due merita qualche parola. Termini è il principale nodo ferroviario italiano, attraversato ogni giorno da centinaia di migliaia di persone, e la sua presenza determina l'economia, il ritmo e la reputazione di tutto il settore circostante. Ogni cosa, qui, è misurata in minuti di cammino dalla stazione.
L'edificio della stazione che vediamo oggi è il risultato di una vicenda complicata: un primo scalo ottocentesco, poi un progetto monumentale di età fascista rimasto incompiuto — di cui restano le lunghe ali laterali in travertino lungo via Giolitti e via Marsala —, infine il grande fronte con la pensilina ondulata inaugurato negli anni Cinquanta, uno dei capolavori dell'architettura italiana del dopoguerra. Un architetto, a Roma, la usa spesso come esempio didattico.
Il tessuto dei palazzi
Intorno a piazza Fanti il paesaggio è quello dell'edilizia umbertina di buon livello: isolati compatti, cinque o sei piani, cortili interni, facciate scandite da cornici marcapiano, portali con bugnato, mensole e balconcini. Sono edifici costruiti in serie, negli stessi anni dell'Acquario, dalle stesse società, per lo stesso pubblico di impiegati e piccola borghesia della capitale.
Guardarli con attenzione è un esercizio che consiglio, perché fa capire per contrasto quanto sia speciale Casa dell'Architettura. I palazzi hanno pianta rettangolare, allineamento continuo sulla strada, decorazione da catalogo. L'Acquario ha pianta ellittica, sta isolato nel verde, ha un apparato inventato su misura. È l'eccezione che spiega la regola: in mezzo alla città seriale, un oggetto unico.
Il verde nascosto dell'Esquilino
Un altro esercizio: prova a contare quanti spazi verdi ci sono in questo quadrante. Il giardino di piazza Vittorio, il giardino di piazza Fanti, qualche slargo alberato, e non molto altro. In un rione tra i più densi di Roma, questi due isolati verdi fanno un lavoro enorme. È il motivo per cui, quando li si maltratta, il quartiere se ne accorge subito, e per cui i comitati di abitanti li difendono con un'energia che a un visitatore può sembrare sproporzionata.
Il valore di Casa dell'Architettura per chi ama l'architettura
Se sei una persona che viaggia anche per guardare edifici, questo posto ti dà tre cose che raramente si trovano insieme.
La prima è un caso di studio completo sull'eclettismo ottocentesco. Non un frammento, non una facciata isolata: un organismo intero, con pianta coerente, apparato decorativo tematico, rapporto studiato con il giardino. Sono pochi gli edifici di quella stagione che si possono leggere così integralmente, perché la maggior parte è stata trasformata, tagliata, ricostruita.
La seconda è un caso di studio sul riuso. La biografia di questo edificio — acquario, sala per spettacoli, teatro, cinema, deposito, uffici, rovina, monumento restaurato, centro culturale — è un manuale di che cosa succede a un'architettura quando la sua funzione muore. Ogni progettista che si occupa di rigenerazione dovrebbe passarci un pomeriggio.
La terza è un caso di studio sulla stratificazione. In cinquanta metri hai le Mura Serviane del IV secolo a.C., una costruzione di età imperiale che le riusa come appoggio, un edificio del 1887 che le incorpora nel proprio giardino pittoresco, e un allestimento contemporaneo dentro la sala. Quattro epoche in un colpo solo, senza prendere un mezzo pubblico.
Un antidoto all'idea che Roma sia solo antica
C'è un pregiudizio duro a morire, secondo cui a Roma conta l'antico e il barocco, e tutto il resto è riempitivo. È un pregiudizio che impoverisce moltissimo l'esperienza della città. Roma ha una storia urbana straordinaria anche negli ultimi centocinquant'anni: il rione umbertino, i quartieri del primo Novecento, l'EUR, i complessi residenziali del dopoguerra, gli interventi contemporanei. Casa dell'Architettura è una porta d'ingresso perfetta a questa Roma meno raccontata.
Per chi viaggia con bambini
Piccola nota pratica. I bambini reagiscono benissimo a questo posto, e la ragione è semplice: c'è un giardino dove correre e c'è un edificio pieno di mostri marini da cercare. Trasformalo in una caccia al tesoro — trova un pesce, trova una conchiglia, trova la signora che regge il muro con la testa — e avrai venti minuti di attenzione totale, il che davanti a un edificio ottocentesco è un risultato notevole.
Le stagioni e la luce a Casa dell'Architettura
Il giardino cambia molto durante l'anno, e con lui cambia il modo in cui si vede l'edificio. Vale la pena saperlo per scegliere il momento.
In inverno, con gli alberi spogli, l'edificio è massimamente visibile: si vede l'intera sagoma ellittica, si leggono le facciate senza schermi vegetali, e la luce bassa di gennaio scolpisce i rilievi in modo splendido. È la stagione migliore per guardare l'architettura, anche se il giardino è meno accogliente.
In primavera il giardino esplode e la costruzione comincia a nascondersi tra le fronde. È il momento più piacevole per sedersi, ma la lettura dell'edificio si complica: lo si vede a pezzi, tra i rami. In compenso si ottengono scorci molto belli, con la pietra che appare e scompare dietro il verde.
In estate, e va detto con franchezza, la zona Termini a luglio e agosto è dura: caldo, asfalto, riverbero. L'ombra degli alberi di piazza Fanti diventa allora un bene prezioso, e non a caso il giardino si riempie. La luce di mezzogiorno, però, è la peggiore possibile per guardare i rilievi: appiattisce tutto.
In autunno arriva il mio momento preferito. Le chiome si diradano, la luce si fa dorata e obliqua, l'edificio riemerge lentamente, e la stagione culturale riparte, il che significa che le probabilità di trovare una mostra aperta salgono parecchio rispetto ai mesi estivi.
La regola pratica sulla luce
Sintetizzo: mattina presto e tardo pomeriggio per l'architettura, ore centrali per il giardino e l'ombra. Se puoi scegliere una sola combinazione, prendi un tardo pomeriggio di fine ottobre o di novembre. Non te ne pentirai.
Casa dell'Architettura e la vasca: come funzionava davvero un acquario ottocentesco
Torno un momento sulla tecnica, perché quando racconto questa parte le persone si illuminano. Un acquario del 1887 era una macchina idraulica complessa e piuttosto fragile, e capirne il funzionamento aiuta a leggere l'edificio.
Il principio base è il ricambio: l'acqua di una vasca chiusa si esaurisce, si carica di sostanze azotate e perde ossigeno. Nell'Ottocento si affrontava il problema con sistemi di circolazione a caduta, serbatoi in quota, ricadute che ossigenavano l'acqua per contatto con l'aria, filtri a sabbia e ghiaia. Serviva quindi una rete di tubazioni, un serbatoio, e spesso una macchina a vapore per il sollevamento.
Il vetro, protagonista invisibile
Non si costruisce un acquario senza cristalli spessi e grandi, e quella era tecnologia di punta. Il vetro doveva resistere alla pressione dell'acqua senza deformare l'immagine, e la tenuta tra vetro e struttura andava garantita con mastici capaci di sopportare l'immersione permanente. Ogni perdita significava rifare la vasca. La grande stagione degli acquari pubblici coincide non a caso con il perfezionamento industriale della produzione del vetro in lastra.
L'acqua salata, il problema romano
Per le specie marine serviva acqua di mare. Le città portuali risolvevano pescandola direttamente; le città interne dovevano trasportarla o ricostituirla con sali. In entrambi i casi era costoso e delicato, perché la composizione chimica va mantenuta stabile o gli animali muoiono. Roma è a una trentina di chilometri dalla costa: abbastanza vicina da rendere l'idea plausibile, abbastanza lontana da renderla insostenibile su scala commerciale, anno dopo anno.
Perché tutto questo si vede nell'architettura
Quando sai queste cose, l'edificio ti parla diversamente. Capisci perché serviva uno spazio unico e coperto, perché la luce doveva venire dall'alto e non dai lati, perché il percorso è anulare e la penombra era funzionale, perché la struttura ha bisogno di volumi tecnici. L'architettura di Bernich non è un involucro decorato: è la carrozzeria di una macchina.
Una curiosità su Casa dell'Architettura
La curiosità che preferisco riguarda l'indirizzo che questo edificio non ha mai avuto. Quando Pietro Garganico presentò al Comune, attorno al 1880, il progetto di una struttura destinata insieme a stabilimento di piscicoltura e ad acquario, la collocazione prevista non era l'Esquilino: era via Nazionale. Cioè l'arteria che in quegli anni stava diventando la vetrina rappresentativa della capitale, la strada del Palazzo delle Esposizioni, dei grandi alberghi, delle facciate in travertino allineate come una parata.
Fermati un istante su questa ipotesi e prova a immaginarla. Un edificio ellittico coperto di tritoni e conchiglie, con un giardino romantico intorno e un laghetto con i ponticelli, piazzato in mezzo alla strada più solenne della Roma umbertina. Sarebbe stata una delle stranezze urbane più clamorose d'Europa, e probabilmente una delle più fotografate. Invece il progetto emigrò, e nel 1882 il Comune concesse gratuitamente a Garganico il terreno destinato a verde di piazza Manfredo Fanti.
Quel trasferimento ha cambiato tutto, e non solo la geografia. In via Nazionale l'acquario sarebbe stato un monumento di rappresentanza, esposto, obbligato a competere con edifici istituzionali. All'Esquilino è diventato altra cosa: il centro di uno square, un padiglione dentro il verde, un oggetto da scoprire invece che da esibire. La sua fortuna commerciale ne ha sofferto — meno passaggio, meno pubblico spontaneo — ma la sua qualità architettonica ci ha guadagnato moltissimo, perché il rapporto con il giardino e con i ruderi antichi è precisamente ciò che rende speciale l'insieme.
E c'è un dettaglio finale che aggiunge sapore. Il terreno fu concesso gratuitamente. Non venduto, non affittato a prezzo di mercato: dato. In una fase in cui ogni metro quadrato dell'Esquilino veniva conteso, lottizzato e rivenduto con margini enormi, un intero isolato viene regalato per farci un giardino con un acquario dentro. Se questo non ti fa sospettare che qualcuno, tra i costruttori dei palazzi circostanti, avesse un interesse molto concreto a quell'operazione, allora hai più fiducia nell'urbanistica ottocentesca di quanta ne abbia io.
Una cosa che non ti dice nessuno su Casa dell'Architettura
Ecco la cosa che nessuno ti dice, e che ti farebbe risparmiare un viaggio a vuoto: Casa dell'Architettura non è un museo, e per la maggior parte dei giorni dell'anno l'interno non è visitabile. Non c'è una collezione permanente da vedere, non c'è una biglietteria che apre la mattina e chiude la sera, non c'è un percorso stabile. È una sede di eventi. Si entra quando c'è una mostra, un convegno, una presentazione, una manifestazione, e non si entra quando non c'è nulla o quando lo spazio è occupato da un evento privato.
Questa informazione manca quasi sempre dai racconti entusiastici che si trovano in giro, e produce delusioni evitabilissime. Ho visto persone arrivare da lontano convinte di trovare un acquario storico visitabile, restare venti minuti davanti a un cancello e ripartire arrabbiate. Non è colpa dell'edificio: è colpa di come viene raccontato. Verifica sempre prima che cosa è in programma e se l'ingresso è aperto al pubblico.
C'è però una seconda cosa che nessuno ti dice, ed è molto più consolante: nel giardino, sul lato dove il terreno cambia quota, affiorano le Mura Serviane, e contro di esse si conservano i resti di un edificio di età imperiale che le usò come muro d'appoggio. Sono lì, all'aperto, dentro uno spazio verde pubblico, e la stragrande maggioranza delle persone che attraversano il giardino non le degna di uno sguardo. Passano davanti a blocchi di tufo del IV secolo avanti Cristo pensando ad altro.
Quindi il quadro reale è questo, e ribalta la delusione. L'edificio, che è la cosa che tutti vogliono vedere, spesso non si può visitare. L'archeologia, che è la cosa che nessuno viene a vedere, è quasi sempre lì, gratuita e accessibile. Chi lo sa in anticipo organizza la visita al contrario rispetto a come farebbe istintivamente, e torna a casa soddisfatto invece che frustrato.
Il consiglio che ti do per visitare Casa dell'Architettura
Il mio consiglio si articola in tre mosse, e la prima è la più noiosa e la più decisiva: controlla il programma prima di uscire di casa. Non c'è modo di aggirare questo passaggio. Se c'è una mostra o un evento aperto, la visita diventa completa e vedi l'interno, che è il vero premio. Se non c'è nulla, sai in anticipo che stai andando a vedere il giardino e l'esterno, e regoli le aspettative e il tempo di conseguenza.
La seconda mossa riguarda l'orario. Scegli il tardo pomeriggio, o in alternativa la mattina presto. Con il sole basso la luce arriva radente sulle facciate, e allora l'apparato decorativo si accende: le cariatidi acquistano volume, i medaglioni proiettano un'ombra netta, le semicolonne si distinguono chiaramente dalle paraste, e la curva dell'ellisse diventa leggibile mentre cammini. A mezzogiorno, con il sole a picco, lo stesso edificio sembra un disegno su carta: piatto, senza rilievo, senza carattere. È la differenza tra vedere e guardare.
La terza mossa è geografica: non venire qui per venire solo qui. Piazza Fanti sta dentro una passeggiata che si costruisce da sola e che dura un pomeriggio pieno. Parti dal giardino di piazza Fanti, prenditi il tempo per l'edificio e per le mura antiche, poi scendi verso piazza Vittorio Emanuele II e dedicale una sosta vera: i portici, il giardino, i Trofei di Mario, la Porta Alchemica con i suoi simboli indecifrati. Da lì entra nel mercato Esquilino, che è l'antidoto perfetto a qualunque idea stereotipata di Roma, e chiudi risalendo verso Santa Maria Maggiore.
Ultima raccomandazione, di quelle pratiche. Siamo a pochi minuti da Termini, e vale la regola di ogni zona stazione di ogni grande città europea: borsa chiusa e davanti, telefono non appoggiato sul tavolino del bar, attenzione ordinaria e nessuna paranoia. Il quartiere è denso e vissuto, non ostile. Comportati come ti comporteresti a Barcellona vicino a Sants o a Parigi vicino a Gare du Nord, e non avrai il minimo problema.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: per una lunga fase del Novecento, dagli anni Trenta in avanti, l'Acquario Romano fu il magazzino del Teatro dell'Opera. Chi si occupa di storia urbana lo sa benissimo, è scritto nelle schede e nelle enciclopedie della città, e tuttavia quasi nessuno lo racconta, perché è un dettaglio che rovina la narrazione romantica del monumento.
Eppure è il dettaglio che spiega tutto il resto. L'edificio divenne una sorta di deposito polifunzionale: magazzino per il vicino Teatro dell'Opera e sede di uffici comunali di seconda linea, dai servizi elettorali ai servizi di assistenza. Nel frattempo si susseguivano proposte di riuso, ma anche di demolizione. Cioè per decenni la questione aperta non è stata come valorizzarlo, ma se valesse la pena tenerlo in piedi.
Prova a visualizzare la scena. Dentro una sala ellittica costruita per esporre pesci vivi sotto la luce dei lucernari, si accatastano fondali dipinti arrotolati, praticabili, colonne di cartapesta, troni, sipari, casse di attrezzeria. Fuori, sulle facciate, i tritoni continuano a soffiare nelle loro conchiglie e le cariatidi continuano a reggere il loro peso, annunciando a chiunque passi un acquario che non esiste più da una generazione. È una delle immagini più malinconiche e più esatte che conosca sul destino degli edifici.
Il punto interessante non è il pittoresco, però. È che quella fase da deposito ha probabilmente salvato la costruzione. Un edificio usato, anche malissimo, ha un tetto che qualcuno ripara quando piove dentro, ha porte che si chiudono, ha qualcuno che ci passa. Se l'Acquario Romano fosse stato semplicemente abbandonato negli anni Trenta invece che riempito di scenografie, avrebbe attraversato la guerra e il dopoguerra da rudere, e le proposte di demolizione avrebbero avuto molta più facilità a passare. A volte la sopravvivenza di un monumento non dipende dal rispetto, ma dall'utilità.
La foto giusta da fare a Casa dell'Architettura
La fotografia che tutti tentano è quella frontale al pronao, presa dal vialetto, con l'edificio centrato. È una foto corretta e completamente inutile: schiaccia la profondità, cancella la curvatura dell'ellisse e restituisce una specie di tempietto anonimo che potrebbe stare in qualunque città d'Europa. Se hai a disposizione un solo scatto, non sprecarlo così.
La foto giusta è quella di tre quarti, presa in diagonale, con il sole basso di lato. Ti sposti lungo il vialetto finché il pronao non si stacca dal corpo curvo dell'edificio: a quel punto vedi contemporaneamente il fronte dell'ingresso e il fianco che si allontana curvando, e la macchina fotografica finalmente capisce che quella pianta è ellittica. Aggiungi la luce radente, che scava le edicole e stacca le cariatidi dallo sfondo, e hai un'immagine che racconta l'architettura invece di limitarsi a registrarla. Metti in primo piano un ramo o il bordo di un'aiuola: serve a dare profondità e a ricordare che l'edificio sta dentro un giardino, che è metà della sua identità.
Il secondo scatto da portare a casa è di tutt'altra natura: un dettaglio ravvicinato dell'apparato decorativo. Scegli una cariatide con il medaglione accanto, avvicinati fino a riempire l'inquadratura, e lascia che si vedano le superfici, le patine, i punti in cui il restauro ha integrato e quelli in cui la pietra è corrosa. È una foto che quasi nessuno fa, ed è quella che, riguardata a mesi di distanza, ti restituirà davvero la sensazione di essere stato lì.
Il terzo scatto, per chi vuole essere ambizioso, è quello che nessuno pensa di fare: i blocchi di tufo delle Mura Serviane in primo piano e, sfocata sullo sfondo, la mole ottocentesca dell'edificio. Duemilaquattrocento anni e centoquaranta anni nello stesso fotogramma, con il verde a fare da collante. È la sintesi visiva di tutto quello che ti ho raccontato fin qui, e si ottiene semplicemente abbassandosi di un metro e mezzo e scegliendo il punto giusto. Per l'orario, ripeto: gennaio con gli alberi spogli e il sole delle quattro del pomeriggio è la combinazione perfetta.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questo luogo si legge come un romanzo in sette capitoli, e conviene percorrerla in ordine. Il primo passaggio è attorno al 1880, quando l'ittiologo Pietro Garganico presenta al Comune di Roma il progetto di una struttura destinata insieme a stabilimento di piscicoltura e ad acquario, inizialmente prevista in via Nazionale. Il secondo è il 1882, l'anno della decisione che rende tutto possibile: il Comune concede gratuitamente a Garganico il terreno destinato a verde di piazza Manfredo Fanti, un isolato che, restando libero da costruzioni residenziali, diventa uno spazio a carattere soprattutto ricreativo sul modello degli square parigini, arricchito anche all'esterno da arredi acquatici come il laghetto e i ponticelli.
Il terzo capitolo è il biennio 1885-1887, il cantiere: l'edificio progettato da Ettore Bernich viene messo in opera in due anni, in piena febbre edilizia umbertina, con la probabile cointeressenza delle società immobiliari che stavano costruendo nel quartiere. Il quarto è il fallimento, ed è rapidissimo: la gestione viene affidata a una società anonima che fallisce presto, la proprietà dell'impianto torna al Comune, e le vasche per i pesci non durano più di una decina d'anni. Nel frattempo la struttura viene utilizzata per iniziative di ogni genere, dalle mostre alle feste, dagli spettacoli teatrali a quelli cinematografici, fino a quelli circensi.
Il quinto capitolo comincia negli anni Trenta, quando l'edificio si trasforma in una sorta di deposito polifunzionale: magazzino per il vicino Teatro dell'Opera e sede di uffici comunali di seconda linea, mentre si susseguono proposte di riuso ma anche di demolizione. Il sesto è il 1984, l'anno dello sgombero, che chiude definitivamente la stagione degli usi impropri e apre quella della decisione. Il settimo comincia nel 1985 con l'avvio di un restauro inteso a restituire all'edificio la sua immagine originale, e si chiude nel 2002, quando i lavori sono completati e il Comune di Roma insieme all'Ordine degli Architetti di Roma destina la struttura a sede della Casa dell'Architettura.
Vale la pena mettere accanto a questa cronologia un evento che non è avvenuto dentro l'edificio ma pochissimo lontano, e che ne spiega il contesto: nel 1874, appena undici anni prima del cantiere dell'Acquario, in questa zona dell'Esquilino fu riportato alla luce l'Auditorium di Mecenate, un'aula che faceva parte di un complesso molto più ampio, interamente demolito per rendere edificabile il terreno. È il promemoria di che cosa significasse costruire qui in quegli anni: ogni fondazione incontrava l'antico, e l'antico quasi sempre perdeva. Che nel giardino di piazza Fanti le Mura Serviane e i resti dell'edificio imperiale addossato siano invece sopravvissuti, e siano poi stati presi in carico durante il restauro dall'Ufficio Monumenti Antichi e Scavi della Soprintendenza Comunale, è un'eccezione che non va data per scontata.
Chi è passato da Casa dell'Architettura
Il primo nome è quello dell'uomo senza il quale niente di tutto questo esisterebbe: Pietro Garganico, ittiologo, che intorno al 1880 ebbe l'idea e la portò al Comune. È una figura che mi sta simpatica proprio perché la sua impresa fallì. Aveva capito con anticipo che gli acquari sarebbero stati un genere culturale di massa — e aveva ragione, basta vedere che cosa sono oggi gli acquari di Genova, di Valencia, di Lisbona — ma lo aveva capito nella città sbagliata e nel decennio sbagliato. La storia è piena di persone che avevano ragione troppo presto.
Il secondo è Ettore Bernich, l'architetto, che di quell'idea fece una forma. Il suo lavoro qui è quello di un progettista colto: la pianta ellittica, il pronao con le edicole, la scansione del corpo curvo con semicolonne e paraste, l'apparato marino intrecciato alle statue, i medaglioni tra le cariatidi. È un edificio che continua a fare il proprio mestiere centoquarant'anni dopo, in una funzione che il suo autore non poteva nemmeno immaginare, e non conosco complimento più grande per un architetto.
Poi ci sono le persone senza nome, che sono la maggioranza e a mio avviso la parte più interessante. I romani del 1888 che pagavano il biglietto per vedere i pesci dietro il vetro e uscivano raccontandolo come si racconta oggi un film in tre dimensioni. Il pubblico delle feste, delle mostre, degli spettacoli teatrali e circensi che occuparono la sala quando le vasche erano ormai vuote. Gli spettatori delle prime proiezioni cinematografiche, in un tempo in cui il cinema non aveva ancora sale proprie e si accomodava dove trovava spazio. I magazzinieri del Teatro dell'Opera che per decenni hanno spinto fondali arrotolati sotto i lucernari. Gli impiegati dei servizi elettorali e dei servizi di assistenza che hanno timbrato pratiche dentro un monumento senza probabilmente accorgersene.
E poi ci sono i restauratori, i tecnici, gli archeologi e i funzionari che tra il 1985 e il 2002 hanno tenuto aperto un cantiere lungo diciassette anni. Non li nomina nessuno, non hanno targhe, e sono quelli che hanno impedito che al centro di piazza Manfredo Fanti oggi ci fosse un prato liscio. Oggi, dal 2002, passano di qui gli architetti, gli studenti, i curatori, i visitatori delle mostre, i partecipanti ai convegni, i fotografi, e le persone del quartiere che entrano nel giardino con il cane o con i bambini. La lista completa di chi è passato da Casa dell'Architettura è, a conti fatti, un ritratto in miniatura di centoquarant'anni di vita romana: ittiologi ottimisti, architetti colti, speculatori edilizi, circensi, proiezionisti, magazzinieri, impiegati comunali, restauratori pazienti e, finalmente, di nuovo un pubblico.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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