Bosco Parrasio – Accademia dell’Arcadia
Il Bosco Parrasio è la sede storica dell'Accademia dell'Arcadia, sul fianco orientale del Gianicolo, dentro il rione Trastevere: l'ingresso è sulla Salita del Bosco Parrasio 8, il vicolo in salita che si stacca da via Garibaldi poco prima di arrivare a Porta San Pancrazio, fra il muro del giardino di Palazzo Riario Corsini e il convento annesso a San Pietro in Montorio. Il giardino non è un museo e non ha biglietteria: si entra soltanto con le visite guidate organizzate dall'Accademia, gratuite, su prenotazione tramite il calendario pubblicato dall'Accademia dell'Arcadia, in gruppi di massimo quindici persone, il venerdì dalle 11:00 alle 12:00, con chiusura a luglio e agosto e la firma di una liberatoria all'ingresso. Il percorso riguarda soltanto il giardino, non l'edificio abitato, e non ci sono servizi igienici. Al momento le visite risultano sospese: il calendario sul sito ufficiale dell'Accademia dell'Arcadia è l'unica fonte da controllare prima di mettersi in cammino, perché la riapertura dipende da una proprietà che è insieme accademica e privata. Con i mezzi pubblici la linea di autobus 115 percorre via Garibaldi e collega la zona con viale di Trastevere e il Lungotevere; da piazza Sonnino, capolinea naturale di chi arriva in tram lungo viale di Trastevere, si sale a piedi in una ventina di minuti abbondanti, tutti in pendenza. Chi arriva dall'alto, cioè dalla passeggiata panoramica, scende invece da Porta San Pancrazio e trova il cancello sulla destra.
Un avvertimento pratico che vale più di qualunque descrizione: il Bosco Parrasio non si vede dalla strada. Chi passa in via Garibaldi vede un portone e un muro, e tira dritto. È uno dei pochissimi luoghi di Roma in cui un intero teatro all'aperto del Settecento, con le sue gradinate, la sua grotta e la sua edicola, resta invisibile a due passi da una via percorsa ogni giorno da migliaia di persone dirette al Gianicolo.

Dove si trova il Bosco Parrasio e come ci si arriva
L'indirizzo e l'ingresso del Bosco Parrasio
La salita che porta il nome del luogo si apre a metà di via Garibaldi, la strada che da Trastevere sale tornante dopo tornante verso il Fontanone dell'Acqua Paola e verso Porta San Pancrazio. Il numero civico indicato dal Comune di Roma per il complesso è Salita del Bosco Parrasio 8; in alcune fonti il medesimo compendio compare accorpato alla numerazione di via di Porta San Pancrazio, perché la proprietà si affaccia su due fronti e ha avuto nel tempo accessi diversi. Chi prenota riceve dall'Accademia l'indicazione del punto di ritrovo: è il caso di attenersi a quella e di arrivare con dieci minuti di margine, perché il gruppo è piccolo e l'orario è un'ora secca.
Il fronte su strada inganna. Dietro il portone il terreno sale ripido e in pochi metri si passa dal rumore del traffico a un silenzio quasi campestre, interrotto soltanto dalle campane di San Pietro in Montorio e dai gabbiani. È esattamente l'effetto che gli Arcadi cercavano nel 1725: una finta campagna a dieci minuti dal centro, dove fingere di essere pastori senza rinunciare a rientrare a piedi verso Ponte Sisto per cena.
Come arrivare al Bosco Parrasio con i mezzi
L'autobus 115 è la linea che serve davvero questo tratto: è una circolare di piccole dimensioni, adatta alle curve di via Garibaldi, che nel suo percorso tocca via Garibaldi, via Goffredo Mameli, via Emilio Morosini, via Dandolo, viale Glorioso e viale di Trastevere. Le vetture sono medie, la frequenza si aggira sui dieci o venti minuti e il servizio copre la fascia diurna: per una visita alle 11:00 non ci sono problemi di orario, ma nemmeno margini di ritardo se si prende l'ultimo utile.
La seconda strada è quella di chi arriva a Trastevere lungo viale di Trastevere e poi sale. Dal quadrivio di piazza Sonnino si imbocca via della Lungaretta oppure si costeggia il tratto basso di via Garibaldi: sono circa venticinque minuti di salita continua, con il tratto finale in tornante. Non è una passeggiata da fare in ciabatte ad agosto, ma in autunno è uno dei percorsi più belli di Roma, perché a ogni tornante la città si abbassa sotto il muro di cinta.
Un consiglio da chi accompagna gruppi: chi ha problemi di deambulazione faccia il percorso al contrario. Si sale in autobus fino alla zona di Porta San Pancrazio e si scende a piedi verso il cancello, evitando del tutto la rampa. Il giardino stesso, però, resta una successione di scale e terrazzamenti: non è accessibile in carrozzina, e questo va messo in conto prima di prenotare.
Prenotare la visita al Bosco Parrasio
La prenotazione passa dal calendario dell'Accademia dell'Arcadia, che apre le date disponibili e chiede la compilazione di una liberatoria. L'ingresso non si paga. Il numero massimo di quindici persone per turno non è una formalità: le terrazze sono strette e il gruppo si muove in fila indiana. Le visite si fermano nei mesi di luglio e agosto e, in generale, il calendario può restare chiuso per periodi lunghi. Non esiste una biglietteria alternativa, non esiste un canale di rivendita, non esiste un ingresso a pagamento che scavalchi la lista: chi promette accessi immediati non ha titolo per farlo.
Domande frequenti su Bosco Parrasio , Accademia dell'Arcadia
Dove si trova esattamente il Bosco Parrasio?
Il Bosco Parrasio si trova sul fianco orientale del Gianicolo, nel rione Trastevere a Roma, con ingresso sulla Salita del Bosco Parrasio 8, un vicolo che si stacca da via Garibaldi poco prima di Porta San Pancrazio, fra il giardino di Palazzo Riario Corsini e il convento di San Pietro in Montorio.
Quanto costa visitare il Bosco Parrasio?
L'ingresso al Bosco Parrasio è gratuito: non esiste una biglietteria e non esiste un canale di vendita per il biglietto, perché l'accesso avviene su prenotazione tramite il calendario dell'Accademia dell'Arcadia, l'istituzione che ancora oggi gestisce il giardino.
Quando si può visitare il Bosco Parrasio?
La finestra di apertura del Bosco Parrasio è stretta per definizione: un solo turno alla settimana, il venerdì dalle 11:00 alle 12:00, quando il calendario dell'Accademia è aperto, con chiusura nei mesi di luglio e agosto. La stagione migliore per la visita è la primavera avanzata, fra la seconda metà di aprile e i primi di maggio.
Che cos'era l'Accademia dell'Arcadia che ha sede al Bosco Parrasio?
L'Accademia dell'Arcadia era un'istituzione letteraria fondata a Roma nel 1690 per riportare la poesia italiana a forme più semplici e pure, ispirandosi ai nomi, agli usi e al calendario dei pastori greci. È tuttora attiva, trasformata nel 1925 in istituto di studi storici e letterari con il sottotitolo di Accademia Letteraria Italiana, e ha oggi sede operativa alla Biblioteca Angelica.
Il Bosco Parrasio è adatto a una visita con i bambini?
Il Bosco Parrasio funziona con i bambini a due condizioni: l'età, perché sotto i sei anni la salita, i gradini irregolari e l'assenza di parapetti continui rendono la visita faticosa, e il racconto, perché spiegando prima che qui degli adulti si travestivano da pastori greci con nomi inventati il percorso diventa più coinvolgente.
Chi ha progettato il Bosco Parrasio?
Il Bosco Parrasio fu progettato dall'architetto romano Antonio Canevari, socio dell'Accademia dell'Arcadia che rinunciò al compenso perché lavorava per l'istituzione in quanto arcade, con la collaborazione del giovane Nicola Salvi, futuro autore della Fontana di Trevi. I lavori furono finanziati dai quattromila scudi donati nel 1724 da Giovanni V del Portogallo.
Cosa si vede vicino al Bosco Parrasio?
A meno di cinque minuti a piedi dal Bosco Parrasio, salendo, si trova San Pietro in Montorio con il Tempietto di Bramante nel cortile del convento, il luogo esatto in cui l'Accademia dell'Arcadia fu fondata nel 1690. Poco più su si raggiunge il Fontanone dell'Acqua Paola, con una terrazza panoramica su mezza città.
Per gruppi organizzati e per chi vuole inserire il Bosco Parrasio dentro un itinerario più ampio sul Gianicolo conviene appoggiarsi a professionisti abilitati, come la rete di accompagnatori di TourLeaderPro a Roma, che conoscono i tempi reali di risposta dell'Accademia e sanno costruire un piano B credibile per la stessa mattinata.
Che cosa è stata l'Accademia dell'Arcadia
Il vuoto lasciato da Cristina di Svezia
Per capire il Bosco Parrasio bisogna partire da una morte. Cristina di Svezia, la regina che aveva abdicato, si era convertita e si era stabilita a Roma a Palazzo Riario alla Lungara, muore nell'aprile del 1689 lasciando orfano il circolo di letterati, musicisti e prelati che si riuniva intorno a lei. Quella corte informale era stata per anni il centro intellettuale più libero della città. Sparita la regina, i suoi frequentatori si trovano senza casa e senza protettrice.
La risposta arriva l'anno dopo. Il 5 ottobre 1690, nel convento annesso alla chiesa di San Pietro in Montorio, quattordici letterati fondano l'Accademia dell'Arcadia. I promotori sono Gian Vincenzo Gravina e Giovanni Mario Crescimbeni, affiancati da Paolo Coardi. Con loro ci sono gli umbri Giuseppe Paolucci di Spello, Vincenzo Leonio da Spoleto e Paolo Antonio Viti di Orvieto, i romani Silvio Stampiglia e Jacopo Vicinelli, i genovesi Pompeo Figari e Paolo Antonio del Nero, i toscani Melchiorre Maggio di Firenze e Agostino Maria Taia di Siena, Giambattista Felice Zappi di Imola e il cardinale Carlo Tommaso Maillard di Tournon, nizzardo.
Non è dettaglio da poco che il luogo della fondazione sia proprio San Pietro in Montorio, cioè il punto del Gianicolo dove sorge il Tempietto di Bramante. Trentacinque anni dopo l'Accademia comprerà il proprio terreno a poche centinaia di metri da lì. Il cerchio si chiude sulla stessa collina.
Un movimento, non un salotto
L'Arcadia non è una scuola di pensiero e nemmeno un club di amici che si leggono i versi. È un movimento letterario che nel Settecento si diffonde in tutta Italia, con una polemica precisa: la reazione a quello che i suoi soci consideravano il cattivo gusto del Barocco. Metafore gonfie, concetti storti, erudizione esibita per il gusto di esibirla. Contro tutto questo l'Arcadia propone la semplicità pastorale, la chiarezza, il ritorno ai classici.
Il nome nasce quasi per caso, durante un'adunata ai Prati di Castello, che a fine Seicento erano davvero un paesaggio agreste di canneti e pascoli sotto Castel Sant'Angelo. La tradizione, riportata dalle cronache ottocentesche dell'Accademia, racconta la scena così: passeggiando fuori città e recitando versi a turno all'ombra delle piante e al mormorare dei ruscelli, uno dei presenti esclamò che pareva di far rivivere l'antica Arcadia. Fu Agostino Maria Taia a fissare il nome. Il critico Giuseppe Baretti, che dell'Arcadia fu nemico feroce, definì ironicamente magiche quelle parole, perché da esse nacque l'idea di fondare un'accademia.
Pastori, siringa di Pan e nomi arcadici
I soci si chiamano Pastori. Il protettore scelto è Gesù Bambino, adorato per primo dai pastori di Betlemme: un'operazione che concilia il mito greco con la devozione romana e mette al riparo l'Accademia da sospetti di paganesimo. L'insegna è la siringa del dio Pan, il flauto di canne, cinta di rami di alloro e di pino. Ogni socio deve assumere uno pseudonimo di ispirazione pastorale greca, e con quello viene registrato nei cataloghi.
È un travestimento collettivo che oggi fa sorridere e che allora aveva una funzione sociale precisa: dentro l'Arcadia i titoli venivano lasciati alla porta. Un cardinale e un maestro di scuola sedevano sugli stessi gradini di legno con due nomi greci inventati. In una Roma di corti, precedenze e livree, era una piccola rivoluzione praticata sotto forma di gioco.
Trentacinque anni senza casa: le sedi dell'Arcadia prima del Bosco Parrasio
L'errore più comune è immaginare l'Arcadia nata già dentro il Bosco Parrasio. Fra la fondazione e la sede definitiva passano trentacinque anni di ospitalità precarie, sfratti e teatri improvvisati. È la parte meno raccontata della vicenda ed è quella che spiega perché, quando finalmente arrivarono i soldi, gli Arcadi vollero un giardino tutto loro e lo progettarono con tanta cura.
I giardini del duca di Paganica
Le prime adunanze si tengono nei giardini del duca di Paganica, presso San Pietro in Vincoli. Non c'è nessun teatro: i Pastori si siedono per terra o sui sassi e recitano i loro versi. È l'immagine fondativa dell'Arcadia, quella che i soci ameranno ricordare quando avranno gradinate di marmo.
Palazzo Riario, dove tutto era cominciato
Dal 27 maggio 1691 le riunioni si spostano nel giardino di Palazzo Riario alla Lungara, l'ex residenza di Cristina di Svezia: oggi quello stesso edificio ospita Palazzo Corsini con la Galleria Nazionale d'Arte Antica, e il suo giardino storico confina con l'Orto Botanico. Lì gli Arcadi hanno a disposizione una sorta di fosso rotondo che ha almeno la parvenza di un teatro. Il ritorno nella casa della regina morta è un gesto di continuità dichiarata.
Gli Orti Palatini e il teatro di fronde
Nel 1693 si trasferiscono ancora, ospiti del duca di Parma, agli Orti Palatini, cioè sul colle Palatino. Il duca concede il permesso di costruire un teatro agreste di forma circolare, a due ordini di posti realizzati in legno e terra e rivestiti di fronde di alloro. È il primo tentativo di dare all'Arcadia un'architettura propria, per quanto effimera: un teatro fatto di rami che dura una stagione.
Il teatro scavato del duca Salviati
Nel 1699 arriva l'ospitalità del duca Antonio Salviati, che fa scavare in una collinetta del proprio giardino un teatro all'antica. Qui l'Arcadia trova la sistemazione più dignitosa dei suoi primi anni. Dura poco: alla morte del duca, nel gennaio del 1704, gli eredi sfrattano gli accademici senza tanti complimenti.
Gli anni Ruspoli, fra Esquilino e Aventino
Nel luglio del 1705, per celebrare i Giochi Olimpici arcadici, i Pastori devono chiedere ospitalità al principe Vincenzo Giustiniani. Poi, dall'11 settembre 1707, entra in scena Francesco Maria Ruspoli, principe di Cerveteri, uno dei grandi mecenati musicali della Roma del primo Settecento. Ruspoli mette a disposizione un parco sull'Esquilino in attesa che sia pronto un anfiteatro in un'altra sua villa, sull'Aventino. Quell'anfiteatro diventa la sede fissa delle adunanze fino al 1725.
Diciotto anni sull'Aventino sono la stagione più lunga della fase nomade. Quando la donazione portoghese permette finalmente l'acquisto, l'Arcadia lascia una collina per un'altra collina, e passa dalla riva sinistra alla riva destra del Tevere.
Il Bosco Parrasio e la donazione di Giovanni V di Portogallo
Quattromila scudi da Lisbona
Il denaro arriva nel 1724 da Giovanni V del Portogallo, sovrano lui stesso ascritto all'Arcadia e mecenate di dimensioni europee, che dona all'istituzione quattromila scudi. È la cifra che cambia la storia dell'Accademia: consente di comprare un terreno e di costruirci sopra. Il re portoghese, che in quegli anni finanziava anche opere romane di ben altra scala, entra così nella toponomastica sentimentale del Gianicolo.
Il nome scelto per la nuova sede è Bosco Parrasio, dal Parrasio, regione montuosa dell'Arcadia greca legata al culto di Pan e di Zeus Liceo. Non è un vezzo erudito: è la coerenza di un'accademia che aveva già scelto la siringa di Pan come insegna e i nomi greci per i suoi soci. La sede doveva chiamarsi come il paesaggio che i Pastori fingevano di abitare.
L'Orto dei Livi
Il terreno acquistato è l'antico Orto dei Livi, un appezzamento in forte pendenza sul fianco del Gianicolo, incastrato fra il giardino di Palazzo Riario e la proprietà dei religiosi di San Pietro in Montorio. Una scelta apparentemente scomoda: un versante ripido, esposto, difficile da coltivare e difficilissimo da costruire. In realtà è la scelta perfetta, perché quella pendenza permette di realizzare in poche decine di metri quadrati un giardino a piani sovrapposti, cioè esattamente il genere di scenografia teatrale che serviva.

Antonio Canevari e il progetto del Bosco Parrasio
Il progetto è affidato ad Antonio Canevari, architetto romano che era anche socio dell'Accademia. Il dato che merita di essere ricordato è che Canevari non accettò compenso: lavorò per l'Arcadia in quanto arcade. Con lui collaborò il giovane Nicola Salvi, che pochi anni dopo avrebbe firmato il progetto della Fontana di Trevi. Il Bosco Parrasio è quindi, fra le altre cose, un cantiere di formazione per uno degli architetti che daranno il volto alla Roma tardobarocca.
Le tre terrazze del Bosco Parrasio
Canevari organizza il terreno in tre ripiani sovrapposti, raccordati da rampe di gradini alternativamente concave e convesse. È la soluzione che dà al complesso il suo carattere: un movimento sinuoso che accompagna la salita e che cita, in scala minore e in chiave campestre, la scalinata di Trinità dei Monti, aperta proprio in quegli anni. Chi sale non percorre una scala diritta, ma una successione di curve che allunga il tragitto e moltiplica i punti di vista.
Il gioco di concavo e convesso è la firma architettonica del luogo. Vale la pena fermarsi a metà rampa e guardare indietro: la geometria del disegno si legge tutta da lì, molto meglio che dall'alto.
Il teatro ovale
Sul primo terrazzamento, quello più basso, Canevari costruisce un teatro di forma ovale con tre ordini di sedili e un leggio di marmo al centro. È il cuore funzionale del Bosco Parrasio: qui i Pastori si sedevano, qui uno alla volta si portavano al leggio a recitare. La forma ovale non è capriccio decorativo, è acustica applicata: raccoglie la voce e la restituisce ai gradini senza bisogno di alcun accorgimento.
Il leggio di marmo è l'oggetto più commovente del complesso. Non c'è palcoscenico, non c'è sipario, non c'è quinta: c'è un piano di pietra su cui appoggiare un foglio. Tutto il resto è il giardino.
La grotta e l'edicola commemorativa
Al secondo livello si trova una finta grotta arcadica, ombreggiata da un pino di dimensioni notevoli, e una fontana. La grotta artificiale è un tema classico dei giardini italiani, ma qui ha un significato letterario diretto: è l'antro pastorale, il rifugio del mito, l'ingresso simbolico nel paesaggio dell'Arcadia. Al terzo e ultimo livello Canevari colloca un'edicola commemorativa dedicata alla donazione di Giovanni V del Portogallo. Sul ripiano inferiore, inoltre, si legge l'iscrizione del 1726 che ricorda il dono del sovrano, e sull'ingresso compare la dicitura Accademia degli Arcadi.
La sequenza è un percorso iniziatico travestito da passeggiata: si entra dal basso, si recita nel teatro, si sale alla grotta, si arriva alla memoria del benefattore. Il visitatore compie una salita che è insieme fisica, poetica e cerimoniale.
Il Serbatoio
Accanto al giardino sorge il Serbatoio, l'edificio che ospitava l'archivio e la segreteria dell'Accademia: il luogo dove si conservavano i cataloghi dei Pastori, gli atti delle adunanze, le rime e le prose dei soci. La forma che vediamo oggi, con la facciata a esedra, è il risultato dell'intervento di Giovanni Azzurri, che ristruttura l'edificio nel 1838. Il nome merita una spiegazione: il Serbatoio non è un deposito d'acqua, è il serbatoio delle carte, la memoria scritta di un'accademia che di sé conservava tutto.
La vegetazione del Bosco Parrasio
Il verde non è contorno, è materia costruttiva. Il giardino è impostato su maestosi lauri, magnolie, cipressi, pini, oleandri e glicini. L'alloro ha un ruolo doppio: è la pianta di Apollo e la corona dei poeti, e insieme la siepe che chiude visivamente le terrazze. I glicini regalano il momento migliore dell'anno, in aprile, quando il grappolo copre le rampe. I pini fanno il resto, cioè l'ombra.
Se qualcuno vi dice che il Bosco Parrasio è un bosco, correggetelo: è un giardino terrazzato di dimensioni contenute, e la parola bosco è un programma letterario, non una descrizione botanica.
L'inaugurazione del 1726 e i Giochi Olimpici arcadici
Il complesso viene inaugurato il 9 settembre 1726, in occasione della celebrazione dei Giochi Olimpici dell'Accademia. Sono la festa quadriennale dell'Arcadia, modellata sul calendario greco: durante quelle giornate si rinnovavano le cariche, si leggevano i componimenti migliori, si ammettevano nuovi Pastori. Che il Bosco Parrasio venga aperto proprio in quell'occasione non è casualità organizzativa: è la scelta di far coincidere la nascita della sede con il rito più solenne dell'istituzione.
Trentasei anni dopo la fondazione, l'Arcadia aveva finalmente un teatro di pietra costruito su misura. Ed è il caso di dirlo con franchezza: quel giorno è il vero apice della storia dell'Accademia. Dopo, ci saranno un secolo di attività, molte pagine e molti soci, ma mai più un momento di così perfetta coincidenza fra l'idea e il luogo.
Il programma letterario dell'Accademia dell'Arcadia
Le fonti ottocentesche dell'Accademia riassumono il programma dei fondatori in modo netto: prendendo i nomi, gli usi e persino il calendario dei pastori greci, essi vollero muovere guerra alle gonfiezze del secolo e riportare la poesia italiana, per mezzo della pastorale, alle sue forme pure. Fingendosi pastori, immaginando di vivere in campagna, bandito ogni fasto e tolto ogni titolo di preminenza, studiando i classici greci, latini e italiani, gli Arcadi ottennero che cadessero da sé le metafore ampollose, i concetti stravolti e lo smodato lusso di erudizione che formava la delizia dei poeti e degli oratori sacri più applauditi, e su cui si riponeva stoltamente la sede del sublime e del bello.
Detto in prosa moderna: l'Arcadia dichiara guerra al concettismo. Sostituisce la meraviglia con la misura. Ha ragione nella diagnosi e, spesso, produce una poesia debole nella cura: è il paradosso che i critici le rimprovereranno per due secoli.
Gian Vincenzo Gravina
Gravina, calabrese, giurista e teorico, vedeva nell'Accademia il motore di un rinnovamento non soltanto letterario ma culturale. La sua concezione della poesia era alta e severa: la poesia come veicolo di verità essenziali. Proponeva come modelli Omero e Dante, cioè i due autori più lontani dalla grazia salottiera. Mal sopportava la deriva mondana che l'Arcadia stava prendendo, con le sue dame ammesse per acclamazione e i suoi cardinali onorari.
Giovanni Mario Crescimbeni
Crescimbeni, maceratese, fu Custode generale per trentotto anni ed è il vero costruttore politico dell'Accademia. Il suo programma era più moderato: reagire al disordine barocco ripristinando il buon gusto, senza rifondare la cultura. Puntava a un classicismo raggiungibile, con una poesia chiara e regolare di matrice petrarchesca, ispirata alle forme metriche di Gabriello Chiabrera.
Prevalse Crescimbeni, e non per intrigo: la maggioranza dei soci non voleva una nuova cultura, voleva una nuova poesia, semplice e aggraziata. La longevità del suo mandato spiega anche la solidità dell'istituzione: trentotto anni alla guida bastano a dare a un'accademia archivi, regole, colonie e, alla fine, una sede.
La scissione del 1711 e l'Accademia de' Quirini
Il dissidio fra i due fondatori esplode nel 1711 con una scissione: gli scolari di Gravina fondano una Seconda Arcadia, che tre anni dopo prende il nome di Accademia de' Quirini. La frattura dura otto anni. Nel 1719 i due rami si ricompattano, per omaggiare Gravina, morto l'anno precedente. È un finale civile, quasi elegante, per una lite che aveva diviso la Roma letteraria.
Classicisti in estetica, razionalisti in filosofia
Sul piano estetico gli scrittori dell'Arcadia sono classicisti; su quello filosofico sono razionalisti e guardano a Cartesio. È una combinazione che spiega molte cose del Settecento italiano, e che si legge bene nel percorso di Pietro Metastasio, allievo di Gravina. I teorici del movimento furono soprattutto Gravina e Crescimbeni; fra i poeti di maggior rispetto vanno ricordati Carlo Innocenzo Frugoni, Paolo Rolli, Jacopo Vittorelli, Ludovico Savioli e lo stesso Metastasio.
Fra i soci si contarono anche musicisti di primo piano, da Arcangelo Corelli ad Alessandro Scarlatti, e più tardi Carlo Goldoni. L'Arcadia non fu soltanto una faccenda di versi: fu una rete di relazioni che teneva insieme poesia, musica e teatro nell'Europa del Settecento.
Come si entrava in Arcadia: regole, cariche e nomi
L'organigramma dell'Accademia dell'Arcadia
L'Arcadia si dava una forma quasi repubblicana. Sovrana era l'assemblea dei membri, tenuta a riunirsi almeno due volte in inverno e una in estate. A convocarla e presiederla era preposto un Custode, eletto a scrutinio segreto ogni quattro anni, durante la celebrazione dei Giochi Olimpici. Il Custode nominava, fra gli Arcadi residenti a Roma, un collegio di dodici Vicecustodi, rinnovati per metà ogni anno. Sempre di nomina del Custode erano due Sottocustodi con funzioni di cancellieri e un Vicario, detto anche Protocustode, incaricato di sostituire il facente funzioni in caso di impedimento.
Una struttura di questo tipo, in una Roma pontificia dove quasi tutto era di nomina dall'alto, era già di per sé una dichiarazione. Il voto segreto, in particolare, era la garanzia che nemmeno un cardinale potesse imporre un nome.
I cinque modi di ammissione
L'Accademia era a numero chiuso e per entrarvi servivano tre requisiti: aver compiuto ventiquattro anni, godere di reputazione e storia personale rispettabili, ed essere riconosciuti esperti in qualche area del sapere. Per i candidati maschi era richiesta in aggiunta la competenza in una disciplina letteraria. L'ammissione avveniva in cinque forme distinte a seconda del candidato.
- Per acclamazione. Riservata a cardinali, principi, viceré e ambasciatori. Proposto il nome, ogni Arcade dava assenso o diniego ad alta voce durante un'assemblea a porte chiuse.
- Per annoverazione. Riservata alle signore. Il Collegio dei Vicecustodi proponeva le candidate all'assemblea, che decideva a porte chiuse e a voce alta.
- Per rappresentazione. Riservata ai giovani nobili. L'assemblea delegava una commissione ristretta che decideva al suo posto.
- Per surrogazione. Riservata a tutti gli altri. Per coprire i posti resi vacanti da morte o malattia, l'assemblea decideva a scrutinio segreto.
- Per destinazione. Integrazione della precedente, pensata per non tenere fuori troppo a lungo personaggi di rilievo.
La destinazione merita una spiegazione, perché è il meccanismo più curioso. Tenere il conto esatto degli Arcadi defunti era difficile, e i posti vacanti restavano incerti. Con voto segreto dell'assemblea si dava dunque via libera all'associazione di nuovi membri, assegnando loro il nome arcadico in anticipo. Costoro diventavano membri effettivi, cioè partecipanti alle manifestazioni, soltanto quando il Custode, ricevuta notizia certa della scomparsa di un vecchio socio, li convocava e procedeva alla nomina ufficiale. In pratica esisteva una lista d'attesa a nomina già avvenuta.
Un dettaglio da non lasciar cadere: l'ammissione delle donne era prevista da regolamento, con una procedura sua. In un'accademia europea di fine Seicento non era affatto scontato.
Il nome arcadico
Al momento dell'ingresso il neofita riceveva dall'assemblea un nome nuovo, con cui sarebbe stato conosciuto in Arcadia. Il nome era composto da due parti: la prima veniva assegnata per sorteggio, la seconda, l'epiteto, era scelta dal candidato e approvata dall'adunanza, purché rimandasse a un luogo dell'Arcadia mitologica o geografica, o vi fosse comunque collegato.
Metà caso e metà scelta: è forse il congegno più intelligente inventato dall'Accademia. Il sorteggio impediva di costruirsi un'identità su misura, l'epiteto lasciava un margine di autoritratto. Chi oggi consulta i cataloghi dei Pastori conservati dall'Arcadia legge migliaia di questi doppi nomi, che sono l'anagrafe parallela della cultura italiana del Settecento.
Le colonie arcadiche
L'Arcadia non resta a Roma. Le colonie sono adunanze di Arcadi in altre città che, pur tenendo recite e congregazioni proprie, si regolano con le leggi della ragunanza romana. Ciascuna ha un vicecustode che presiede al governo, e prende il nome dalla città in cui è fondata, oppure dalle accademie principali del luogo, oppure da altre ragioni interne. Quando in una colonia si liberavano posti, vi si surrogavano altri cittadini o accademici.
La propagazione comincia presto: le fonti dell'Accademia collocano l'avvio della diffusione a due anni dalla fondazione romana, ed entro il 1726 si contano quaranta colonie e quattro rappresentanze arcadiche, dentro e fuori d'Italia. È il dato che spiega perché l'Arcadia sia stata, per il Settecento italiano, molto più di un cenacolo capitolino: fu la prima rete letteraria nazionale, con statuto comune e affiliazioni ufficiali, un secolo e mezzo prima dell'Unità.
Chi si occupa di storia culturale trova qui il vero lascito dell'Accademia. Non i versi, che invecchiarono male. La struttura: un modello associativo capace di far parlare la stessa lingua letteraria a Napoli, a Bologna e a Palermo.

Pietro Metastasio, il pastore che conquistò l'Europa
Nel 1709 Gian Vincenzo Gravina si imbatte in un ragazzino romano che recita versi improvvisati per strada. Si chiama Pietro Trapassi, è nato a Roma il 3 gennaio 1698. Gravina lo prende con sé, gli fa studiare latino e diritto, lo introduce nei circoli letterari e gli cambia il nome: ellenizza Trapassi in Metastasio, dal greco methistemi, che allude al passaggio. Il gesto è insieme affettuoso e programmatico: un cognome romano diventa greco, come tutta l'Arcadia.
Gravina muore nel 1718 lasciando all'allievo diciottomila scudi, un patrimonio. Metastasio diventa il librettista più eseguito d'Europa. Nel settembre del 1729 accetta l'incarico di poeta cesareo al teatro imperiale di Vienna, succedendo ad Apostolo Zeno con tremila fiorini l'anno, e nell'aprile del 1730 lascia l'Italia. Vive nel Grosses Michaelerhaus sul Kohlmarkt fino alla morte, il 12 aprile 1782, e nei suoi ultimi decenni insegna italiano alla giovane arciduchessa Maria Antonietta.
Ecco la mia opinione, e non è generosa verso il turismo letterario corrente: se il Bosco Parrasio ha diritto a una targa nella storia della cultura europea, quel diritto passa più per Metastasio che per l'intera produzione poetica degli altri Pastori. I suoi drammi per musica furono intonati da centinaia di compositori per un secolo. Nessun altro arcade ha lasciato un'impronta paragonabile.
Declino, battaglia e abbandono del Bosco Parrasio
Il secolo di splendore e la caduta
Dopo l'inaugurazione del 1726 il Bosco Parrasio vive la sua stagione migliore. Poi, verso la fine del Settecento, il declino: mutano i gusti, l'Arcadia diventa bersaglio di satire, le finanze si assottigliano e il giardino finisce miseramente abbandonato. Un versante scosceso senza manutenzione si degrada in fretta: le rampe si dissestano, il terreno scivola, le murature cedono.
Il restauro di Giovanni Azzurri
Il recupero arriva nell'Ottocento per mano dell'architetto Giovanni Azzurri, che ristruttura il Serbatoio nella forma odierna, dotandolo della facciata a esedra, e riporta in ordine il complesso. Le fonti oscillano fra il 1838 e il 1839 per la conclusione dei lavori e la riapertura: la data prudente da tenere a mente è la fine degli anni Trenta dell'Ottocento.
Il 1849, quando il giardino diventò fronte
Lo splendore ritrovato dura pochissimo. Nel 1849, durante la difesa della Repubblica Romana, il Gianicolo è il fronte principale dell'assedio francese: la linea di Porta San Pancrazio, il Vascello, le ville sul crinale sono l'epicentro dei combattimenti. Il Bosco Parrasio, che di quel crinale occupa il fianco, si trova dentro la battaglia. Un giardino letterario costruito per recitare egloghe diventa terreno di artiglieria. Chi vuole capire quei giorni ha, a pochi minuti a piedi, il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina dentro Porta San Pancrazio.
1891: la resa
Nel 1891 l'Accademia abbandona definitivamente la sede per lo stato fatiscente degli edifici. Da allora la villa viene affittata a privati: fra gli inquilini novecenteschi si ricorda Susanna Agnelli, e oggi il complesso è abitato dalla famiglia di Franco Carraro. La proprietà, però, resta dell'Accademia dell'Arcadia: è questa la ragione per cui il giardino si visita soltanto con l'Accademia e soltanto nei giorni che essa stabilisce.
L'Arcadia oggi, dal Bosco Parrasio alla Biblioteca Angelica
L'Accademia è tuttora in attività. Nel 1925 fu trasformata in istituto di studi storici e letterari e assunse il sottotitolo di Accademia Letteraria Italiana; è retta da uno statuto approvato il primo maggio 1972. La sede operativa, dagli anni Quaranta del Novecento, è la Biblioteca Angelica, dove l'Accademia tiene regolarmente incontri e conferenze e dove, nel vestibolo, sono esposti i ritratti di arcadi illustri.
Il deposito presso l'Angelica comprende circa quattordicimila volumi a stampa, quarantuno grossi volumi manoscritti miscellanei con rime e prose dei soci fra il 1690 e il 1800, e l'Archivio storico dell'Accademia: sette volumi di Atti Arcadici con i verbali delle assemblee e nove volumi con il Catalogo dei Pastori arcadi dal 1690 al 1824. La Quadreria è invece depositata al Museo di Roma a Palazzo Braschi.
Dalla fine dell'Ottocento l'Arcadia ha pubblicato anche una propria rivista, a periodicità irregolare e con diversi cambi di testata:
- L'Arcadia: periodico mensile di scienze lettere ed arti (1889-1897);
- Giornale arcadico: rivista mensile di lettere scienze ed arti (1898-1916);
- L'Arcadia. Atti dell'Accademia e scritti dei soci (1917-1926);
- Atti dell'Accademia degli Arcadi e scritti dei soci (1927-1941);
- Atti e memorie dell'Arcadia (1948-1988/1989).
Chi non riesce a entrare nel giardino ha dunque una alternativa concreta e quasi sempre disponibile: andare all'Angelica, in piazza Sant'Agostino, e chiedere della sala dove l'Arcadia si riunisce. È l'altra metà della stessa storia, ed è aperta molto più spesso.
Una curiosità su Bosco Parrasio – Accademia dell’Arcadia
La curiosità che quasi nessuno racconta riguarda il compenso dell'architetto: Antonio Canevari progettò e diresse i lavori senza farsi pagare, perché era socio dell'Accademia. In un cantiere romano del 1725, con quattromila scudi contati arrivati da Lisbona, la rinuncia alla parcella del progettista non è aneddoto sentimentale, è la voce di bilancio che rese possibile l'opera. Il denaro del re di Portogallo bastò per il terreno e per le murature proprio perché la prestazione intellettuale fu gratuita.
C'è una seconda curiosità nascosta nel nome. Parrasio non è un aggettivo poetico generico: il Parrasio è una regione montuosa dell'Arcadia greca, legata al culto di Pan e di Zeus Liceo. Gli Arcadi non scelsero un nome che suonasse bene, scelsero una coordinata geografica del mito, coerente con l'insegna della siringa di Pan che l'Accademia aveva adottato fin dalla fondazione. Chi conosce il greco, leggendo l'insegna sull'ingresso, capiva subito di trovarsi davanti a una messa in scena colta e non a un capriccio bucolico.
La terza, la più sorprendente: la scenografia che vedete non ha nulla di casuale nemmeno nel disegno delle rampe. Il gioco di gradini alternativamente concavi e convessi è la citazione ridotta e campestre della scalinata di Trinità dei Monti, cantiere quasi contemporaneo. Un'accademia che predicava la semplicità pastorale si costruì la casa citando la scalinata più mondana di Roma. La contraddizione è tutta lì, sotto i piedi di chi sale, e vale da sola il biglietto che non si paga.
Una cosa che non ti dice nessuno su Bosco Parrasio – Accademia dell’Arcadia
Che il Bosco Parrasio sia stato per trentasei anni un progetto senza terreno. L'Accademia nasce nel 1690 e compra casa soltanto grazie alla donazione del 1724: in mezzo ci sono cinque traslochi, uno sfratto vero e proprio deciso dagli eredi del duca Salviati nel gennaio del 1704, e una lunga ospitalità dei Ruspoli fra Esquilino e Aventino durata dal 1707 al 1725. La storia che si racconta di solito comincia dal giardino; la storia vera comincia da quindici uomini seduti sui sassi nel giardino del duca di Paganica.
La seconda cosa che non vi dirà nessuno è che il complesso non è visitabile come un museo e non lo sarà mai. Il giardino appartiene all'Accademia, ma la villa è abitata: l'accesso riguarda solo la parte verde, il gruppo è limitato a quindici persone, l'orario è un'ora sola alla settimana e la firma di una liberatoria è obbligatoria. Non ci sono servizi igienici, non c'è bookshop, non c'è personale di custodia continuativo. Chi arriva pensando di trovare un sito attrezzato resta spiazzato: qui si entra in un luogo privato che apre per cortesia istituzionale.
La terza, la più utile: le visite possono essere sospese per mesi. Accade e sta accadendo. Il calendario ufficiale dell'Accademia è l'unico riferimento, e va guardato prima di costruirci sopra una giornata. Il mio consiglio operativo è di trattare il Bosco Parrasio come un bonus e non come un pilastro dell'itinerario: se apre, si aggiunge; se non apre, il Gianicolo offre abbastanza da riempire una mattinata senza rimpianti.
Il consiglio che ti do per visitare Bosco Parrasio – Accademia dell’Arcadia
Prenotate la prima data utile che il calendario dell'Accademia rende disponibile e organizzate la mattinata intorno a quell'ora, non il contrario. Il turno è il venerdì dalle 11:00 alle 12:00, quindi la giornata si costruisce così: partenza da Trastevere alle 9:30, salita lenta per via Garibaldi con sosta al belvedere del Fontanone, dieci minuti davanti al Tempietto del Bramante nel cortile di San Pietro in Montorio, arrivo al cancello alle 10:50. Dopo mezzogiorno si prosegue verso la passeggiata del Gianicolo, si assiste al colpo di cannone e si scende su Villa Farnesina o sulla Basilica di Santa Maria in Trastevere per il pranzo.
Scarpe chiuse con suola che tenga. Il giardino è tutto in pendenza, i gradini sono antichi e in alcuni punti irregolari, e dopo la pioggia le rampe di pietra diventano scivolose. Niente tacchi, niente sandali da spiaggia. Portate acqua: non c'è nessun punto di ristoro e nemmeno un bagno, e l'ora piena in salita d'estate si sente.
Il periodo migliore è la seconda metà di aprile, per i glicini sulle rampe, oppure ottobre, quando la luce radente entra fra i pini e il caldo non aggredisce. Luglio e agosto sono esclusi d'ufficio, perché il calendario chiude. Evitate il pieno mezzogiorno di giugno: il terrazzamento superiore non ha ombra continua e il gruppo si muove lentamente.
Ultima raccomandazione, e la faccio da professionista: non presentatevi senza prenotazione sperando nel posto libero. Quindici persone significa quindici, e chi non ha compilato la liberatoria non entra. Se viaggiate con un gruppo più grande, l'unica strada corretta è dividerlo su turni diversi oppure costruire l'itinerario intorno ad altre tappe del Gianicolo, come fanno gli accompagnatori professionisti della rete di TourLeaderPro per i piccoli gruppi.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che l'Accademia dell'Arcadia esiste ancora, e non come sigla dormiente. È tuttora attiva, trasformata nel 1925 in istituto di studi storici e letterari con il sottotitolo di Accademia Letteraria Italiana, retta da uno statuto approvato il primo maggio 1972, e tiene regolarmente incontri e conferenze presso la Biblioteca Angelica. Molti visitatori arrivano al Bosco Parrasio convinti di guardare il relitto di una cosa finita nel Settecento, e invece stanno camminando in un giardino di proprietà di un'istituzione viva, che decide chi entra e quando.
Il secondo fatto poco citato riguarda la dispersione del patrimonio arcadico su tre indirizzi romani diversi. Il giardino e gli edifici sono al Gianicolo; i libri, i manoscritti e l'Archivio storico sono depositati alla Biblioteca Angelica; la Quadreria, cioè la raccolta dei ritratti dei Pastori, è al Museo di Roma a Palazzo Braschi. Chi vuole capire davvero l'Arcadia deve fare tre visite in tre punti della città, e la maggior parte delle guide si ferma alla prima.
Terzo fatto: la fondazione avvenne al convento di San Pietro in Montorio, cioè sullo stesso colle dove trentacinque anni dopo l'Accademia avrebbe comprato il proprio terreno. Il Gianicolo è il luogo di nascita e il luogo di residenza dell'Arcadia. Non è una coincidenza da poco per un'accademia che aveva fatto del paesaggio il proprio programma.
La foto giusta da fare a Bosco Parrasio – Accademia dell’Arcadia
La fotografia che rende è una sola e non è quella dall'alto. Fermatevi a metà della rampa che collega il primo al secondo ripiano, giratevi verso il basso e inquadrate la successione dei gradini concavi e convessi con il teatro ovale sullo sfondo. Da lì si legge in un solo scatto tutto il progetto di Canevari: il movimento sinuoso, la compressione dello spazio, il modo in cui il giardino simula una profondità che non ha. Con un obiettivo grandangolare moderato la curva si apre; con un teleobiettivo si schiaccia e l'effetto scompare.
La seconda inquadratura che vale è verticale: il leggio di marmo al centro del teatro ovale, con i tre ordini di sedili che salgono dietro. È l'immagine che spiega a chi non c'è stato che cosa fosse un'adunanza arcadica meglio di qualunque didascalia. Mettetevi bassi, quasi all'altezza del piano di pietra.
La terza è la grotta con il pino del secondo livello, in controluce nel primo pomeriggio, quando i raggi filtrano fra i rami e la finta cavità si stacca in ombra netta. In aprile aggiungete il glicine sulle rampe: è l'unico momento dell'anno in cui il colore fa da protagonista.
Due avvertenze pratiche. La prima: il complesso è privato e abitato, quindi si fotografa il giardino e non le finestre della casa. È una questione di educazione prima che di regolamento. La seconda: chiedete conferma sull'uso delle immagini a chi vi accompagna, perché per la pubblicazione commerciale valgono condizioni diverse dallo scatto personale. Per lo scatto ricordo, in ogni caso, la luce migliore è quella di metà mattina, che è poi l'unica compatibile con l'orario di visita.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è l'inaugurazione del 9 settembre 1726, celebrata insieme ai Giochi Olimpici arcadici, la festa quadriennale durante la quale si rinnovavano le cariche e si leggevano i componimenti migliori. Fu il giorno in cui l'Accademia smise di essere ospite di qualcuno. Sul ripiano inferiore venne posta l'iscrizione che ricorda la donazione di Giovanni V del Portogallo, e sull'ingresso comparve la dicitura Accademia degli Arcadi, che si legge ancora.
Il secondo avvenimento è la lunga stagione delle adunanze settecentesche: decenni di recite pubbliche nel teatro ovale, con i Pastori seduti sui tre ordini di sedili e l'oratore di turno al leggio di marmo. Fu qui che il modello letterario arcadico si mostrò alla Roma dei cardinali e degli ambasciatori, ed è da qui che il modello si diffuse verso le quaranta colonie censite entro il 1726.
Il terzo avvenimento è drammatico e riguarda il 1849. Durante l'assedio francese alla Repubblica Romana il Gianicolo è il fronte, e il crinale fra Porta San Pancrazio e il Vascello diventa il settore più colpito dell'intera città. Il giardino degli Arcadi, appena restaurato da Giovanni Azzurri alla fine degli anni Trenta, si ritrova in mezzo alla linea di fuoco. Pochi luoghi di Roma hanno subito un rovesciamento di senso così brutale: da teatro di egloghe a terreno di artiglieria nel giro di dieci anni.
Il quarto è la resa del 1891, quando l'Accademia lascia definitivamente la sede per lo stato fatiscente degli edifici. Da quel momento il complesso viene affittato a privati, con inquilini che nel Novecento comprendono Susanna Agnelli e, oggi, la famiglia di Franco Carraro. Il quinto avvenimento, meno spettacolare ma decisivo, è il trasferimento delle carte: dagli anni Quaranta del Novecento libri, manoscritti e Archivio storico dell'Arcadia sono depositati alla Biblioteca Angelica, dove l'Accademia continua a riunirsi.
Chi è passato da Bosco Parrasio – Accademia dell’Arcadia
Il nome che pesa di più è quello di Pietro Metastasio, allievo di Gian Vincenzo Gravina, il ragazzo romano che il maestro battezzò con un cognome greco e che divenne il librettista più eseguito d'Europa, poeta cesareo a Vienna dal 1730 fino alla morte, nel 1782. Metastasio è il prodotto più alto della fucina arcadica ed è la ragione per cui il nome dell'Accademia arriva fino ai libretti di Mozart e Haydn.
Poi ci sono i due fondatori. Gian Vincenzo Gravina, giurista e teorico, morto nel 1718, il severo, quello che voleva Omero e Dante come modelli e che disprezzava la deriva mondana. E Giovanni Mario Crescimbeni, Custode generale per trentotto anni, il costruttore paziente che diede all'Arcadia regole, cataloghi, colonie e infine una sede. Senza Crescimbeni il Bosco Parrasio non sarebbe mai esistito.
Sui gradini del teatro ovale e nelle adunanze dell'Accademia passarono i poeti che il Settecento considerava maggiori: Carlo Innocenzo Frugoni, Paolo Rolli, Jacopo Vittorelli, Ludovico Savioli. Fra i soci figurarono anche musicisti di rango europeo, da Arcangelo Corelli ad Alessandro Scarlatti, e più tardi Carlo Goldoni. L'Arcadia fu una tessera comune fra ambienti che altrimenti non si sarebbero parlati.
Da ricordare anche i protettori e i benefattori, perché senza di loro l'Accademia sarebbe rimasta senza tetto: il duca di Paganica, il duca di Parma, il duca Antonio Salviati, il principe Vincenzo Giustiniani, Francesco Maria Ruspoli principe di Cerveteri e, sopra tutti, Giovanni V del Portogallo, il sovrano arcade che con quattromila scudi comprò a un'accademia di poeti la propria casa. Nel Novecento, infine, la villa ha avuto inquilini di nome noto: Susanna Agnelli fra tutti, e oggi la famiglia di Franco Carraro. E all'origine di tutto, senza esservi mai entrata perché morta l'anno prima della fondazione, c'è Cristina di Svezia: il circolo che si riuniva intorno a lei a Palazzo Riario è il seme da cui l'Arcadia germogliò.
Cosa vedere intorno al Bosco Parrasio
Il vantaggio di questo indirizzo è che si trova al centro di uno dei tratti più densi di Roma. A meno di cinque minuti a piedi, salendo, c'è San Pietro in Montorio con il Tempietto di Bramante nel cortile del convento, cioè il luogo esatto in cui l'Arcadia fu fondata il 5 ottobre 1690. Poco più su, il Fontanone dell'Acqua Paola, la mostra terminale dell'acquedotto paolino, con la terrazza da cui si vede mezza città.
Superata Porta San Pancrazio si entra nel parco di Villa Doria Pamphilj, il più grande di Roma, e dentro la porta stessa si visita il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, che racconta l'assedio del 1849 con i documenti e le armi di quei mesi. Scendendo invece verso il fiume si arriva alla Lungara: Palazzo Corsini con la Galleria Nazionale d'Arte Antica, l'Orto Botanico nel suo giardino storico, e di fronte Villa Farnesina con le Logge di Raffaello.
Dentro Trastevere restano la basilica di Santa Maria in Trastevere con i mosaici absidali, la basilica di Santa Cecilia con il Giudizio di Pietro Cavallini e il Museo di Roma in Trastevere in piazza Sant'Egidio. Con una giornata piena si mette insieme un itinerario che va dal mito arcadico ai mosaici medievali senza mai prendere un mezzo.
Chi prepara un viaggio a Roma e ragiona in inglese trova un inquadramento generale nella guida best things to do in Rome e un piano di tre giorni già montato in Rome itinerary in 3 days: entrambe dedicano spazio al Gianicolo e a Trastevere e servono per capire dove incastrare una mattinata come questa.
Per chi organizza il viaggio da fuori Italia, la panoramica in inglese sulle destinazioni italiane e sui tempi di spostamento è raccolta su ItalyPlanner, mentre le richieste di accompagnamento professionale per gruppi si inoltrano dalla pagina contatti di TourLeaderPro, che indica tempi di risposta entro ventiquattro ore lavorative.
Quando andare al Bosco Parrasio
La finestra è stretta per definizione: un turno alla settimana, il venerdì dalle 11:00 alle 12:00, quando il calendario è aperto, con chiusura nei mesi di luglio e agosto. All'interno di questo vincolo la stagione migliore è la primavera avanzata, fra la seconda metà di aprile e i primi di maggio, quando i glicini sono in fiore e la temperatura permette la salita a piedi senza sacrificio. Il secondo periodo buono è ottobre, con la luce bassa e i pini che filtrano il sole.
Sconsiglio il pieno inverno, non per il freddo ma per il fango: il terreno in pendenza dopo giorni di pioggia trattiene l'acqua e i gradini diventano insidiosi. Sconsiglio anche giugno inoltrato, perché l'ora di visita cade nel momento più caldo della mattina e in giardino non ci sono soste all'ombra garantite. Un ultimo elemento che quasi nessuno considera: il venerdì mattina via Garibaldi è trafficata dai mezzi in salita verso l'ospedale e il traffico rallenta l'autobus. Calcolate un margine di venti minuti.
Il Bosco Parrasio con i bambini e questioni di accessibilità
Con i bambini funziona a due condizioni. La prima è l'età: sotto i sei anni la salita, i gradini irregolari e l'assenza di parapetti continui rendono la visita faticosa da gestire, e il gruppo di quindici persone si muove compatto. La seconda è il racconto: se ai ragazzini si spiega prima che qui degli adulti si travestivano da pastori greci, si davano nomi inventati e recitavano poesie sedendosi sui gradini, il posto diventa comprensibile e divertente. Se si arriva senza contesto, per un bambino è un giardino in salita e basta.
Sull'accessibilità va detta la verità senza giri di parole: il Bosco Parrasio non è accessibile a chi usa la sedia a rotelle e mette in difficoltà chi ha problemi articolari seri. Il complesso è costruito sulla pendenza, il percorso è fatto di rampe e terrazzamenti e non esistono alternative pianeggianti. Non ci sono servizi igienici in loco: il bagno più vicino va cercato nei locali di via Garibaldi o al belvedere. Chi ha esigenze particolari faccia presente la situazione al momento della prenotazione, in modo che l'Accademia possa dire subito se la visita è sostenibile.
Passeggini: sconsigliati, meglio lo zaino porta bambino. E poiché la visita dura un'ora piena senza possibilità di uscire e rientrare, conviene arrivare con la borraccia già riempita.
Perché il Bosco Parrasio merita la fatica
Roma ha centinaia di giardini storici e quasi tutti raccontano il potere: cardinali, famiglie, papi. Il Bosco Parrasio racconta un'altra cosa, cioè un'idea letteraria che si è fatta architettura. Un gruppo di uomini decise che la poesia italiana andava riportata alla semplicità, si inventò un paesaggio mitico, e poi lo costruì davvero su un versante scosceso del Gianicolo, con tre terrazze, un teatro ovale e una grotta finta. Non conosco molti altri casi in cui una polemica di gusto abbia prodotto un luogo fisico visitabile trecento anni dopo.
Aggiungo un elemento che di solito sfugge: il Bosco Parrasio è piccolo. Chi si aspetta la scala di Villa Doria Pamphilj o dell'Orto Botanico rimane sorpreso dalle dimensioni contenute. Ma la scala ridotta è il punto: tutto è pensato per quindici o venti persone che si ascoltano, non per una folla. Visitarlo oggi in un gruppo di quindici significa, per una volta, stare in un luogo storico nel numero esatto per cui era stato progettato.
Domande veloci su Bosco Parrasio – Accademia dell’Arcadia
Dove si trova esattamente il Bosco Parrasio?
Sul fianco orientale del Gianicolo, nel rione Trastevere, con ingresso sulla Salita del Bosco Parrasio 8, vicolo che si stacca da via Garibaldi poco prima di Porta San Pancrazio, fra il giardino di Palazzo Riario Corsini e il convento di San Pietro in Montorio.
Quanto costa visitare il Bosco Parrasio?
L'ingresso è gratuito. Non esiste biglietteria e non esiste alcun canale di vendita: si accede soltanto con le visite organizzate dall'Accademia dell'Arcadia, previa prenotazione.
Come si prenota la visita al Bosco Parrasio?
Attraverso il calendario delle visite pubblicato dall'Accademia dell'Arcadia sul proprio sito ufficiale, con compilazione di una liberatoria prima dell'ingresso.
Quali sono i giorni e gli orari di apertura?
Quando il calendario è attivo, il turno è il venerdì dalle 11:00 alle 12:00, con sospensione nei mesi di luglio e agosto. Le visite possono essere sospese anche per periodi lunghi: il calendario ufficiale è l'unico riferimento affidabile.
Quante persone possono entrare per turno?
Il gruppo massimo è di quindici persone. Il limite dipende dalle dimensioni delle terrazze e non è negoziabile.
Si visita anche la villa o solo il giardino?
Solo il giardino. Gli edifici sono abitati e non rientrano nel percorso.
Il Bosco Parrasio è accessibile in sedia a rotelle?
No. Il complesso è costruito su tre terrazzamenti collegati da rampe di gradini e non esiste un percorso alternativo in piano.
Ci sono servizi igienici al Bosco Parrasio?
No. Conviene organizzarsi prima, in uno dei locali di via Garibaldi o nella zona del belvedere.
Si possono fare fotografie?
Per lo scatto personale in giardino non risultano divieti generali, ma il complesso è privato e abitato: si evitano le finestre della casa e si chiede conferma a chi accompagna, soprattutto per usi diversi da quello personale.
Quanto dura la visita al Bosco Parrasio?
Un'ora, che è anche la durata del turno. Considerate a parte il tempo di salita, che da piazza Sonnino è di circa venticinque minuti a piedi.
Come si arriva al Bosco Parrasio con i mezzi pubblici?
La linea di autobus 115 percorre via Garibaldi e collega la zona con viale di Trastevere. In alternativa si arriva a Trastevere lungo viale di Trastevere e si sale a piedi per via Garibaldi.
Si può arrivare in auto?
Sconsigliato. Via Garibaldi è stretta, in salita e con parcheggio quasi inesistente; la Salita del Bosco Parrasio è un vicolo privo di sosta.
Chi ha progettato il Bosco Parrasio?
L'architetto Antonio Canevari, socio dell'Accademia, che non accettò compenso, con la collaborazione del giovane Nicola Salvi, futuro autore della Fontana di Trevi.
Chi ha pagato la costruzione del Bosco Parrasio?
Giovanni V del Portogallo, sovrano ascritto all'Arcadia, con una donazione di quattromila scudi nel 1724.
Quando fu inaugurato il Bosco Parrasio?
Il 9 settembre 1726, in occasione dei Giochi Olimpici arcadici.
Quando è stata fondata l'Accademia dell'Arcadia?
Il 5 ottobre 1690, nel convento annesso a San Pietro in Montorio, da quattordici letterati del circolo che si riuniva intorno a Cristina di Svezia.
L'Accademia dell'Arcadia esiste ancora?
Sì. Dal 1925 è un istituto di studi storici e letterari con il sottotitolo di Accademia Letteraria Italiana, retta da uno statuto approvato il primo maggio 1972, e tiene incontri e conferenze alla Biblioteca Angelica.
Dove sono conservati l'archivio e la biblioteca dell'Arcadia?
Alla Biblioteca Angelica: circa quattordicimila volumi a stampa, quarantuno volumi manoscritti miscellanei con rime e prose dei soci fra 1690 e 1800, sette volumi di Atti Arcadici e nove volumi con il Catalogo dei Pastori arcadi dal 1690 al 1824.
Dove si trova la Quadreria dell'Arcadia?
Depositata al Museo di Roma a Palazzo Braschi.
Di chi è oggi la proprietà del Bosco Parrasio?
Dell'Accademia dell'Arcadia. Gli edifici sono concessi in affitto a privati e oggi vi abita la famiglia di Franco Carraro.
Perché si chiama Bosco Parrasio?
Dal Parrasio, regione montuosa dell'Arcadia greca legata al culto di Pan, coerente con l'insegna dell'Accademia, la siringa del dio Pan cinta di alloro e pino.
Che cosa erano i Giochi Olimpici arcadici?
La celebrazione quadriennale dell'Accademia, durante la quale si eleggeva a scrutinio segreto il Custode e si tenevano le letture solenni.
Il Bosco Parrasio è adatto ai bambini?
Dai sei o sette anni in su, e a patto di raccontare prima che cosa fossero i Pastori arcadi. Sotto quell'età la salita e i gradini irregolari rendono la visita faticosa.
Che cosa vedo se le visite sono sospese?
La Biblioteca Angelica, dove l'Arcadia si riunisce e conserva le proprie carte, e il Museo di Roma a Palazzo Braschi per la Quadreria. Sul posto restano visitabili San Pietro in Montorio con il Tempietto e il Fontanone dell'Acqua Paola.
Qual è il periodo migliore dell'anno per andarci?
La seconda metà di aprile, per i glicini, oppure ottobre. Luglio e agosto sono esclusi perché il calendario chiude.
Vi lascio con l'unica cosa che conta: al Bosco Parrasio non si va per vedere un capolavoro, si va per capire un'idea. Quella di un gruppo di letterati che, per curare la poesia italiana dal barocchismo, si costruì un paesaggio finto e ci recitò dentro per un secolo. Salite le rampe piano, fermatevi al leggio di marmo, immaginate quindici persone sedute sui gradini a sentire un uomo leggere versi. Se riuscite a farlo, avete visto il Gianicolo meglio di chi si è limitato al belvedere.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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