Eur Social Park
Eur Social Park
Via di Val Fiorita, Roma
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Ci sono posti a Roma che nascono da un progetto grandioso e altri che nascono da una scorciatoia mentale: qualcuno guarda un pezzo di verde lasciato a se stesso, si accorge che gli alberi sono ancora tutti in piedi, e decide che intorno a quegli alberi si può rimettere in moto qualcosa. Eur Social Park appartiene alla seconda categoria. Si trova lungo Via di Val Fiorita, in una piega poco vistosa del quartiere Eur, ed è uno spazio estivo cresciuto tra le chiome di quella che in zona tutti chiamavano la Bibliotechina. Musica, bar, cucina: la giornata qui comincia quando il sole comincia a calare, e la struttura del posto è pensata esattamente per quel momento in cui Roma smette di essere una città da attraversare e torna a essere una città da abitare.
Scrivo di spazi estivi romani da diversi anni e ho imparato a diffidare delle presentazioni troppo brillanti. Un posto estivo si giudica da tre cose molto banali: quanta ombra ha, quanto rumore fa arrivare ai palazzi intorno, e se dopo le nove di sera ti viene voglia di restare oppure di andartene. Eur Social Park, per come l'ho visto funzionare, ha una risposta discreta a tutte e tre. L'ombra ce la mettono gli alberi, che erano già lì e che nessuno ha dovuto piantare. Il rumore resta contenuto, perché il quartiere intorno ha una conformazione che disperde più di quanto rimandi indietro. E la voglia di restare arriva presto, di solito verso quel quarto d'ora in cui il cielo sopra l'Eur passa dall'arancione al blu e le luci del bar diventano improvvisamente la cosa più luminosa nel raggio di cento metri.
Vale la pena dire subito una cosa sul contesto, perché senza quella il posto si capisce a metà. L'Eur non è un quartiere come gli altri di Roma. È un pezzo di città progettato negli anni Trenta per ospitare un evento che non si è mai svolto, l'Esposizione Universale prevista per il 1942, saltata per lo scoppio della seconda guerra mondiale. Da quel progetto interrotto è rimasta una griglia urbanistica larghissima, marciapiedi profondi, viali che sembrano sempre un po' sovradimensionati rispetto al traffico che ci passa, e una quantità di verde piantumato che nei decenni successivi è diventata adulta. Il completamento del quartiere è arrivato dopo la guerra, con modifiche e ampliamenti rispetto al disegno originario, e questo spiega perché all'Eur convivono edifici monumentali in travertino e palazzine degli anni Sessanta e Settanta che con quel monumentalismo non hanno niente da spartire. Via di Val Fiorita fa parte della seconda Roma, quella residenziale, non di quella da cartolina. Ed è proprio per questo che uno spazio estivo qui ha senso: perché serve a un quartiere che di posti dove passare la sera ne ha sempre avuti pochi rispetto al numero di persone che ci vivono.
Dove si trova, e perché la posizione conta più di quanto sembri
Via di Val Fiorita corre nella parte dell'Eur che guarda verso il Laurentino, in una fascia di quartiere fatta di condomini, scuole, campi sportivi e piccoli giardini di risulta. Non è la spina monumentale del quartiere, quella dove passano i pullman turistici. È la parte dove la gente vive davvero, quella dove alle sette di sera vedi i genitori che tornano con le buste della spesa e i ragazzini che si passano il pallone sul marciapiede. Chi conosce l'Eur solo per il Palazzo della Civiltà Italiana e per il laghetto, quando arriva da queste parti rimane sempre un po' spiazzato: non ci sono le prospettive imperiali, ci sono strade normali, alberi grandi e un silenzio che in centro non esiste più.
Questa collocazione produce due effetti concreti. Il primo è che l'acustica del posto si comporta bene. In centro uno spazio estivo è quasi sempre incastrato tra muri alti e cortili chiusi, e il suono rimbalza fino a diventare un problema per chi abita sopra. Qui gli edifici sono distanziati, le chiome degli alberi assorbono, e il volume percepito a cinquanta metri è già molto più basso di quello che senti stando dentro. Il secondo effetto è che il posto non intercetta passaggio casuale. Da Via di Val Fiorita non ci passi per caso mentre vai da qualche altra parte: ci vai perché hai deciso di andarci. Questo cambia completamente la composizione del pubblico. Non trovi il turista che si è stancato di camminare e si siede al primo tavolino libero. Trovi gente del quartiere, gente dei quartieri confinanti, e persone che dal resto di Roma hanno fatto mezz'ora di macchina apposta.
La conseguenza è un posto che ha una sua temperatura sociale particolare. Nei locali estivi del centro, e lo dico senza polemica, c'è sempre una quota di persone che non sa esattamente dove si trova. Qui no. Qui, se la serata funziona, funziona perché le persone presenti volevano essere presenti. E si sente, nel modo in cui la gente ascolta la musica, nel modo in cui si parla ai tavoli, nel fatto che nessuno ha fretta di passare al posto successivo.
Che cosa è, concretamente, questo spazio tra gli alberi
La struttura fisica di Eur Social Park è quella di un giardino riattivato. Il nucleo è il verde preesistente, con alberi adulti che formano una copertura discontinua ma abbondante, e sotto quella copertura si è costruito il minimo indispensabile: un bancone per il bar, una cucina, dei tavoli, un palco o comunque uno spazio dedicato alla musica, e una serie di punti luce che di sera trasformano il giardino in una stanza all'aperto. Il principio è quello classico degli spazi estivi romani ben fatti: costruisci poco, illumina bene, lascia che siano le piante a fare la scenografia.
La parte gastronomica e il bar aprono verso il tramonto e accompagnano tutta la serata. Non dispongo di dati verificati sui menu della stagione in corso e quindi evito di elencare piatti che magari non ci sono più: la formula, in ogni caso, è quella di una cucina da spazio estivo, pensata per essere consumata seduti a un tavolo di legno, con piatti che reggono il caldo e che si dividono facilmente in due o in quattro. Su questo fronte i posti come questo vivono di passaparola e cambiano gestione della cucina anche di anno in anno, quindi il consiglio più onesto resta quello di guardare i canali dello spazio prima di uscire.
La musica è l'altro pilastro. Qui la parola chiave è varietà: dj set, concerti dal vivo, serate a tema, appuntamenti costruiti intorno a un genere. Il luogo, per come è fatto, non è un club: è un giardino con la musica dentro. Questo significa che il volume resta a un livello che ti permette ancora di parlare, che la gente balla senza che ci sia una pista vera e propria, e che chi vuole restare seduto a chiacchierare può farlo senza urlare. Chi cerca la serata di puro ballo, con l'impianto che ti entra nello sterno, probabilmente qui non trova quello che vuole. Chi cerca una serata in cui la musica c'è, si sente, ma non impedisce di avere una conversazione, qui è nel posto giusto.
C'è poi una dimensione che chiamerei civica, e che spiega la parola social nel nome. Spazi come questo, nelle intenzioni di chi li mette in piedi, non sono solo locali: sono tentativi di restituire una funzione a un pezzo di verde rimasto inutilizzato. Nel caso dell'Eur, dove il verde pubblico è tantissimo ma la vita serale è storicamente poca, questa operazione ha un senso evidente. Il quartiere ha decine di migliaia di residenti e, per anni, un numero di posti dove passare una sera d'estate che si contava sulle dita di una mano.
Una curiosità su Eur Social Park
La curiosità riguarda il nome del luogo prima che diventasse uno spazio estivo: la Bibliotechina. È un diminutivo affettuoso, di quelli che a Roma si attaccano ai posti senza che nessuno li abbia mai decisi ufficialmente, e racconta molto più di quanto sembri. Una biblioteca piccola, di quartiere, dentro un giardino: è l'idea di servizio pubblico degli anni in cui l'Eur si stava riempiendo di famiglie e le nuove palazzine avevano bisogno di attrezzature di prossimità. Non un grande contenitore culturale, ma un presidio minuscolo, a misura di bambino che torna da scuola e di pensionato che va a leggere il giornale.
Quel diminutivo, chinina, è tipicamente romano nel modo in cui mescola tenerezza e ridimensionamento. A Roma le cose piccole si chiamano così non per sminuirle, ma per adottarle. Ed è interessante che il nome sia sopravvissuto alla funzione: la gente del quartiere continua a dire la Bibliotechina anche quando indica un posto dove ormai si beve e si ascolta musica. I toponimi informali sono più resistenti di quelli ufficiali, perché non dipendono da una delibera ma dall'abitudine, e l'abitudine si tramanda tra vicini di casa con una tenacia che nessuna targa stradale riesce a eguagliare.
La vicenda amministrativa precisa di quel presidio resta fuori dalla mia portata documentale, e quindi mi fermo qui invece di raccontarti una storia che suonerebbe bene ma che non sarei in grado di sostenere con una fonte. Quello che si può dire con tranquillità è che il passaggio da un piccolo servizio culturale a uno spazio estivo con musica e cucina è un passaggio tipico della Roma degli ultimi vent'anni, dove parecchi contenitori pubblici dismessi hanno trovato una seconda vita grazie a progetti privati o misti, con tutti i pregi e tutti i limiti che questa formula porta con sé.
C'è un terzo strato in questa curiosità, ed è quello più piacevole da raccontare. Gli alberi che oggi fanno ombra ai tavoli sono, con ogni probabilità, gli stessi che facevano ombra ai lettori. Un albero adulto in un giardino di quartiere è una macchina del tempo lenta: sopravvive ai cambi di destinazione d'uso, alle gestioni, alle mode passeggere. Quando ti siedi sotto una di quelle chiome, la cosa più vecchia che hai intorno non è l'edificio, non è il bancone, non è l'impianto luci. È l'albero.
Come ci si arriva, in macchina, in metro e con le gambe
L'Eur è uno dei pochi quartieri romani dove la macchina non è automaticamente un errore. Le strade sono larghe, le zone di sosta esistono, e nelle sere d'estate, quando mezza città è altrove, trovare posto lungo le vie residenziali intorno a Via di Val Fiorita risulta più facile che in qualunque altro quadrante della capitale. Detto questo, le regole di sosta vanno lette sul posto e cambiano da strada a strada: non ti do indicazioni che rischierebbero di costarti una multa.
Il trasporto pubblico è la scelta più sensata se vieni dal centro. La linea B della metropolitana serve tutto l'asse dell'Eur con più fermate, e da ciascuna di quelle fermate si arriva nella zona di Val Fiorita con una camminata oppure con un breve tratto di superficie. Camminare all'Eur d'estate, dopo il tramonto, è una esperienza che consiglio a prescindere: i marciapiedi sono enormi, gli alberi coprono, il traffico serale è modesto e il quartiere ha una qualità di silenzio che nel resto di Roma si trova soltanto dentro le ville storiche. Le distanze però ingannano. Le proporzioni dell'urbanistica razionalista fanno sembrare vicino quello che vicino non è: quello che dalla mappa sembra un isolato, sul posto diventano quattrocento metri buoni. Metti scarpe comode e calcola qualche minuto in più di quello che ti dice il navigatore.
Per il ritorno, il ragionamento cambia a seconda dell'orario. Se la serata finisce presto, il trasporto pubblico è la soluzione naturale. Se finisce tardi, conviene organizzarsi prima: l'Eur di notte fonda è un quartiere tranquillo ma poco servito, e trovarsi a cercare un mezzo alle due del mattino in una via residenziale non è il modo migliore di chiudere una bella serata. Le soluzioni sono le solite: macchina condivisa, un passaggio concordato, oppure semplicemente decidere in partenza a che ora si torna.
Una cosa che non ti dice nessuno su Eur Social Park
La cosa che nessuno ti dice è che questo posto va vissuto guardando in alto, e non soltanto davanti a te. Mi spiego. In quasi tutti gli spazi estivi romani il campo visivo è orizzontale: guardi il palco, guardi il bancone, guardi le persone. Qui, se ti siedi e alzi lo sguardo, trovi un secondo spazio completamente diverso dal primo. Le chiome degli alberi illuminate dal basso dalle luci del giardino formano una volta irregolare, con zone verdissime dove la luce batte piena e zone quasi nere dove non arriva niente. È un soffitto che cambia con il vento, cosa che nessun soffitto costruito riesce a fare.
Questa osservazione non è soltanto estetica, ha una ricaduta pratica. Se scegli un tavolo in una zona dove la copertura è fitta, la temperatura percepita è sensibilmente più bassa, perché l'albero continua a rilasciare freschezza anche dopo il tramonto e perché durante il giorno ha impedito al suolo di accumulare calore. Le zone scoperte, al contrario, restituiscono per ore il caldo assorbito. Nelle sere di settembre la differenza si avverte meno, ma tra luglio e agosto la scelta del tavolo vale più di qualunque ventilatore.
La seconda cosa che nessuno ti dice riguarda il pubblico, e mi rendo conto che è una osservazione che può sembrare snobistica mentre invece è affettuosa. Un posto come questo, all'Eur, non produce il pubblico uniforme dei locali di tendenza. Produce un misto che in centro non vedi quasi mai: ventenni del quartiere, quarantenni che abitano a tre isolati, gruppi di amici di lunga data che si conoscono dai tempi del liceo qui vicino, e una quota non trascurabile di persone arrivate apposta dall'altra parte della città perché hanno letto di una serata specifica. Questa composizione mista rende le serate meno prevedibili e, secondo me, molto più interessanti.
Terza cosa. L'Eur, di sera, cambia colore. Il travertino degli edifici storici del quartiere, con la luce artificiale, assume un bianco caldo che di giorno non ha. Le vie residenziali invece diventano scure e verdi. Chi arriva a piedi attraversando il quartiere fa un percorso che vale la serata quanto la serata stessa: è un passaggio dal monumentale al domestico che in pochi minuti ti racconta tutta la doppia natura di questo pezzo di Roma.
Gli alberi, i pini e il verde: perché all'Eur sono una cosa seria
Se dovessi indicare la caratteristica meno celebrata dell'Eur, direi senza esitare il patrimonio arboreo. Il quartiere è stato progettato con una attenzione al verde che nella Roma coeva era eccezionale: filari lungo i viali, giardini pubblici ampi, aree alberate di collegamento tra i comparti edilizi. Il risultato, novant'anni dopo, è che l'Eur ha una copertura arborea adulta che compete con quella delle grandi ville storiche, con la differenza che qui gli alberi convivono con condomini, uffici e scuole invece di stare dentro un recinto.
Il pino domestico è la specie simbolo, e all'Eur ha un ruolo scenografico preciso: la sua chioma a ombrello, posata su un fusto alto e spoglio, è l'unico elemento naturale che regge il confronto con la geometria rigida dell'architettura razionalista. Il rapporto tra i pini e gli edifici del quartiere è una delle cose più fotografate di Roma senza che quasi nessuno ci pensi: ogni volta che vedi una immagine dell'Eur con il cielo pulito e un edificio squadrato, quasi sempre c'è un pino che entra in campo da un lato e che serve a spezzare la durezza della linea.
Accanto ai pini ci sono lecci, platani, cedri e una quantità di specie ornamentali introdotte nelle diverse fasi di sistemazione del quartiere. Nei giardini minori, quelli di prossimità come quello che oggi ospita Eur Social Park, la piantumazione è più eterogenea, perché rispondeva a esigenze diverse: ombra per i bambini, siepi di separazione dalla strada, alberature da fiore per dare colore in primavera. Camminare in un giardino simile con un minimo di attenzione botanica è un piccolo piacere aggiuntivo: riconosci le stratificazioni, capisci quale parte è originaria e quale è stata aggiunta dopo.
Il verde ha anche un effetto termico misurabile, ed è la ragione per cui d'estate la sera all'Eur si respira meglio che in altri quadranti. Una massa arborea adulta abbassa la temperatura locale di diversi gradi rispetto a una superficie pavimentata equivalente, sia per ombreggiamento sia per evapotraspirazione. Quando ti chiedi perché una serata in un giardino alberato è sopportabile mentre la stessa serata in una piazza di sanpietrini è insostenibile, la risposta non è psicologica: è fisica.
Il consiglio che ti do per visitare Eur Social Park
Il consiglio è uno solo e lo riassumo in una frase: arriva prima del tramonto, non dopo. So che suona controintuitivo per un posto che apre verso sera e che vive di notte, ma ha una logica precisa. Se arrivi quando il sole è ancora sopra la linea degli alberi, assisti a una transizione che dura una ventina di minuti ed è la cosa più bella che questo giardino sappia fare. La luce passa attraverso le chiome e cade a chiazze sui tavoli, poi si abbassa, si arrossa, e per qualche minuto tutto il verde diventa dorato. Poi il sole sparisce, parte l'illuminazione artificiale, e il posto cambia identità davanti ai tuoi occhi. Chi arriva alle undici trova soltanto la seconda metà del film.
Arrivare presto ha anche tre vantaggi ordinari e per niente romantici. Primo: scegli il tavolo, e come ho detto la scelta del tavolo qui pesa. Secondo: non fai fila al bancone, perché il picco di affluenza arriva più tardi. Terzo: hai il tempo di capire come funziona il posto, dove sono i servizi, dove si ordina, dove suona la musica, così da non passare la prima mezz'ora a orientarti.
Secondo consiglio: informati sulla serata specifica prima di uscire. Uno spazio estivo con un programma musicale non è un locale a formula fissa. La stessa settimana può ospitare una serata tranquilla con musica di sottofondo e una serata con un live che riempie tutto. Se cerchi conversazione e ti ritrovi in mezzo a un concerto, la colpa non è del posto. I canali social e il programma pubblicato restano la fonte migliore, perché cambiano in corsa e vengono tenuti in ordine da chi il posto lo gestisce.
Terzo consiglio, stagionale e molto concreto visto il periodo. Siamo a settembre, e settembre agli spazi estivi romani fa uno scherzo che si ripete ogni anno: le giornate sono ancora calde ma le sere si raffreddano rapidamente, soprattutto dentro un giardino alberato dove l'umidità del terreno resta alta. Portati qualcosa da mettere sulle spalle, anche se quando esci di casa sembra una precauzione ridicola. Alle undici di sera, sotto gli alberi, non lo sarà più.
Quarto consiglio, sul rispetto del contesto. Un posto del genere vive in mezzo alle case. La sua sopravvivenza dipende anche dal fatto che i residenti lo tollerino e possibilmente lo apprezzino. Uscire parlando a voce bassa, non lasciare bicchieri sui muretti della strada, non suonare il clacson salutando gli amici alle due del mattino: sono gesti minuscoli che decidono se uno spazio estivo torna l'anno dopo oppure no. Lo dico perché a Roma ho visto chiudere posti bellissimi per ragioni che nascevano non dentro ma fuori dal cancello.
Musica, cucina e il ritmo di una serata
Una serata in uno spazio come questo ha una curva riconoscibile. Nella prima fase, quella che va dall'apertura fino al buio pieno, il posto funziona come un giardino con il bar: la musica è presente ma di accompagnamento, i tavoli si riempiono lentamente, e la maggior parte delle persone è lì per mangiare qualcosa e parlare. È la fase che preferisco, perché è quella in cui si riesce a vedere il luogo per quello che è, senza la folla che lo copre.
La seconda fase comincia quando la parte musicale prende il centro della scena. A seconda del programma può essere un dj set, un concerto, una selezione dedicata a un genere. Il pubblico si sposta, i tavoli si svuotano parzialmente, e l'area davanti alla zona musicale si riempie di gente in piedi. È il momento in cui il posto raggiunge il massimo di energia, ed è anche quello in cui la fila al bancone si allunga.
La terza fase è la coda, ed è quella in cui un posto mostra il suo carattere. Nei locali costruiti soltanto per il consumo, la coda è una dispersione veloce: finisce la musica, escono tutti. In uno spazio come questo, con i tavoli e gli alberi, la coda è lunga e morbida: gruppi che restano seduti, conversazioni che continuano, gente che non ha voglia di andarsene. Ho passato più di una serata a notare che l'ultima mezz'ora è quella in cui il giardino torna a essere un giardino, con meno persone e più spazio, e con quel silenzio relativo in cui si sentono di nuovo le foglie.
Sulla cucina faccio un discorso generale, perché i menu degli spazi estivi cambiano e non voglio scrivere cose che poi non trovi. La formula tipica alterna proposte da condividere e piatti singoli, con una attenzione crescente, negli ultimi anni, alle opzioni vegetariane e a quelle che reggono bene il caldo. Il consiglio pratico: ordina presto. Nelle serate affollate la cucina va in pressione nella fascia centrale della sera, e mangiare alle otto invece che alle dieci fa la differenza tra una attesa breve e una lunga.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è questo: l'Eur esiste per una esposizione universale che non è mai avvenuta. Lo sanno tutti, si legge ovunque, ed è diventato quasi un aneddoto da quiz. Quello che si cita molto meno è la conseguenza concreta di quella mancata esposizione sulla forma fisica del quartiere e quindi sul modo in cui oggi ci si vive dentro.
Un quartiere costruito per una esposizione universale viene progettato per assorbire una folla enorme in un periodo limitato. Servono viali larghissimi, perché devono smaltire flussi di visitatori. Servono piazze sovradimensionate, perché devono contenere accumuli. Servono percorsi lunghi e chiari, perché il visitatore non deve perdersi. Quando l'esposizione non si fa, tutta quella infrastruttura resta, ma il flusso per cui era stata dimensionata non arriva mai. Ed ecco il paradosso su cui l'Eur vive da ottant'anni: un quartiere pensato per la folla che di folla non ne ha quasi mai avuta.
Questo produce l'effetto più caratteristico del posto, quello che colpisce chiunque ci arrivi la prima volta: una sensazione di spazio in eccesso. Marciapiedi dove potrebbero camminare venti persone affiancate e ne camminano due. Piazze dove il vuoto è la cosa più evidente. Strade dove la distanza tra un lato e l'altro è tale che le persone sui due marciapiedi opposti si vedono ma non si sentono. Per molti questa qualità risulta straniante e vagamente malinconica, e non a caso il cinema italiano ha usato l'Eur decine di volte come luogo dell'alienazione moderna. Per altri, e io sono tra questi, quel vuoto è esattamente il motivo per cui il quartiere è piacevole da attraversare d'estate: perché l'aria circola, perché il verde ha spazio per crescere, e perché non ti senti mai addosso la compressione che hai nel centro storico.
Il secondo aspetto poco citato è che l'Eur non è un quartiere finito negli anni Quaranta, ma un cantiere lungo settant'anni. Il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi, progettato da Adalberto Libera e iniziato nel 1938, è stato completato soltanto nel 1954. Il Palazzo della Civiltà Italiana, concepito dal 1936 e progettato nel 1937, ha visto iniziare i lavori nel luglio del 1938 e una inaugurazione, a edificio ancora incompleto, nel 1940; i lavori si sono poi fermati nel 1943 e sono stati ultimati nel dopoguerra. Il Palazzo dello Sport è arrivato con le Olimpiadi del 1960. La Nuvola di Fuksas è stata realizzata a partire dal 2008. Vuol dire che chi cammina all'Eur attraversa, in poche centinaia di metri, tre o quattro epoche architettoniche diverse, tutte convinte di stare completando lo stesso disegno.
Il terzo aspetto, il più concreto per chi ci va di sera, riguarda la proprietà. Gran parte degli edifici del quartiere appartiene alla società omonima a controllo pubblico, e anche questo ha modellato il quartiere: un proprietario unico su scala così vasta produce una manutenzione e una uniformità che a Roma, dove la frammentazione della proprietà è la regola, non si vedono quasi da nessuna altra parte.
L'Eur al cinema, e perché questo quartiere sembra sempre un set
Chi arriva all'Eur per la prima volta ha spesso la sensazione di avere già visto quei luoghi, e non si sbaglia. Il quartiere è stato utilizzato come ambientazione cinematografica un numero enorme di volte, e per una ragione tecnica molto semplice: offre a costo zero quello che uno scenografo dovrebbe costruire. Prospettive pulite, superfici chiare che riflettono bene la luce, geometrie ripetitive, e soprattutto assenza di quella stratificazione disordinata che rende il centro di Roma bellissimo ma difficilissimo da inquadrare senza che entri in campo qualcosa di fuori periodo.
Il risultato è che l'Eur ha funzionato per decenni come la Roma futura, come la Roma astratta, come la Roma dell'alienazione. Alcuni registi lo hanno usato per rappresentare il vuoto esistenziale della modernità; altri lo hanno usato semplicemente come sfondo elegante; altri ancora, in anni più recenti, lo hanno usato per la fantascienza, perché quelle architetture razionaliste con un filtro freddo diventano credibilmente il futuro di qualunque cosa. Non ti faccio elenchi di titoli e di registi, perché ogni volta che si compila una lista del genere si finisce per attribuire a un film una scena girata altrove, e preferisco non aggiungere confusione a un tema già pieno di leggende. Il punto generale, quello sì documentato e verificabile guardando le immagini, è che la riconoscibilità visiva dell'Eur è altissima.
Per chi passa una sera in un giardino di Val Fiorita, questa dimensione cinematografica ha un risvolto divertente: bastano dieci minuti a piedi in direzione della spina monumentale per passare da un contesto domestico e verde a un contesto che sembra letteralmente una scenografia. È una passeggiata che consiglio di fare prima di entrare, con ancora la luce, perché di giorno le superfici in travertino restituiscono un bianco che la sera si perde.
Il cinema, le rassegne e la vita culturale dello spazio
Uno spazio estivo che vuole essere qualcosa di più di un bar con la musica deve mettere in programma anche cose che non portano incasso immediato. Eur Social Park, da questo punto di vista, ha ospitato rassegne culturali strutturate: tra queste Schermi di piombo, ombre e poteri, una rassegna di cinema civile. È un dettaglio che dice parecchio sull'ambizione del progetto: proiettare cinema civile in un giardino di quartiere significa scommettere che il pubblico dell'Eur abbia voglia di qualcosa di più impegnativo di una serata leggera.
Il cinema all'aperto, a Roma, ha una tradizione lunga e una fragilità cronica. Funziona quando il luogo ha le caratteristiche giuste: buio sufficiente, silenzio sufficiente, sedute comode, e un pubblico disposto a stare fermo novanta minuti in una sera d'estate. Un giardino alberato ha un vantaggio, il buio, e uno svantaggio, l'acustica dispersa. Chi organizza proiezioni in questo tipo di spazio lo sa e di solito compensa con un impianto ben calibrato e con una programmazione che non punta ai titoli di cassetta ma a un pubblico motivato.
Questo aspetto distingue anche gli spazi estivi che durano da quelli che spariscono dopo una stagione. Un posto che offre soltanto consumo dipende interamente dalla moda del momento; un posto che costruisce anche una programmazione culturale si crea un pubblico affezionato che torna per le cose che si trovano solo lì. Nei quartieri residenziali questo secondo modello è quasi obbligatorio, perché il passaggio casuale non esiste e la fedeltà conta tutto.
La foto giusta da fare a Eur Social Park
La foto giusta non è quella del palco, non è quella del bancone e non è quella del tavolo con i piatti. È la foto verso l'alto, fatta da seduto, con le chiome degli alberi illuminate dal basso che occupano tutto il fotogramma e uno spicchio di cielo ancora blu che entra da uno squarcio tra i rami. Si fa nella fascia oraria giusta, e la fascia oraria giusta è stretta: quei venti o trenta minuti dopo il tramonto in cui il cielo non è ancora nero ma le luci artificiali sono già accese. In fotografia quel momento ha un nome, ora blu, e in un giardino illuminato produce un contrasto che a occhio nudo non si percepisce nemmeno: il verde caldo delle foglie illuminate contro il blu freddo del cielo.
Le indicazioni tecniche sono poche e semplici. Appoggia il telefono o la macchina su qualcosa di stabile, perché la luce è poca e a mano libera ti viene mossa. Non usare il flash, che ti brucia le foglie vicine e lascia nero tutto il resto. Se il telefono ha la modalità notte, lasciala lavorare e resta fermo fino a quando non ha finito. E soprattutto non correggere troppo il bilanciamento del bianco in fase di scatto: la differenza tra il caldo delle luci e il freddo del cielo è il soggetto della foto, se la neutralizzi ti resta una immagine piatta.
La seconda foto che consiglio è diversa e va fatta fuori, prima di entrare. Le vie residenziali dell'Eur al tramonto, con i pini che si stagliano contro un cielo ancora chiaro e le facciate delle palazzine che prendono luce laterale, sono un soggetto molto più interessante di quanto sembri. È la Roma che non finisce mai nelle fotografie, quella normale, e proprio per questo ha una forza documentaria che le cartoline del centro hanno perso da decenni.
La terza, se hai voglia di camminare, è la foto classica e monumentale: gli edifici in travertino con un pino in primo piano. Funziona quasi sempre, funziona meglio al tramonto e funziona benissimo di notte con l'illuminazione artificiale. È un cliché, lo ammetto, ma è un cliché diventato tale perché il rapporto tra quelle architetture e quegli alberi è visivamente perfetto.
Ultima raccomandazione, che vale più di tutte le altre: le foto di persone si fanno chiedendo. In un posto piccolo, dove la gente si conosce, mettersi a fotografare tavoli altrui è il modo più rapido di renderti antipatico. Un giardino di quartiere non è un set a disposizione.
Come cambia il posto nel corso della stagione
Uno spazio estivo non è uguale a se stesso da giugno a settembre, e chi ci va abitualmente lo sa. A giugno il posto è fresco in tutti i sensi: le sere sono ancora lunghe, la temperatura è gradevole, il pubblico è in fase di scoperta e il programma sta prendendo forma. È il periodo in cui l'affluenza è più bassa e in cui, paradossalmente, si sta meglio.
Luglio è il mese pieno. Caldo al massimo, giardino al massimo della sua utilità, affluenza alta, programma denso. È il mese in cui la scelta del tavolo sotto la chioma diventa strategica e in cui arrivare presto smette di essere un consiglio e diventa una necessità.
Agosto è il mese anomalo. Roma si svuota in una misura che chi non ci vive fatica a immaginare, e gli spazi estivi si dividono in due categorie: quelli che chiudono e quelli che restano aperti e diventano rifugi per chi in città ci resta. I posti che restano aperti ad agosto sviluppano una atmosfera particolare, più rilassata e più familiare, con un pubblico ridotto e molto più disposto a parlare con gli sconosciuti. Chi ha la possibilità di provare un giardino romano a Ferragosto dovrebbe farlo almeno una volta.
Settembre, il mese in cui siamo adesso, è la coda. Le giornate si accorciano visibilmente, il caldo cede, le sere si raffreddano e il pubblico torna numeroso perché la città si riempie di nuovo. Per gli spazi estivi è una fase delicata: si lavora bene, ma la stagione va verso la fine e le condizioni meteorologiche diventano imprevedibili. Il primo temporale serio di settembre, a Roma, è quello che di solito segna la chiusura anticipata di parecchi giardini. Le date esatte di apertura e chiusura della stagione in corso non me le invento: controlla i canali ufficiali prima di metterti in viaggio, perché a questa altezza dell'anno una serata può saltare per ragioni banalissime.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Parlare di avvenimenti storici a proposito di un giardino di Val Fiorita richiede una precisazione di metodo: la storia grande non è passata dentro questo specifico recinto di alberi, e sarebbe disonesto sostenere il contrario. È passata però tutto intorno, a distanza di pochi minuti a piedi, con una densità che pochi quartieri romani moderni possono vantare. Ti racconto quella, che è documentata, invece di gonfiare quella che non c'è.
Il primo avvenimento è la decisione stessa di costruire il quartiere. Negli anni Trenta si progetta di realizzare a sud di Roma la sede dell'Esposizione Universale del 1942, quella che avrebbe dovuto collocare la città sulla mappa delle grandi capitali espositive. La sigla E42 nasce lì, e da lì deriva l'acronimo che ancora oggi dà il nome al quartiere. Il progetto implica la trasformazione di una area sostanzialmente agricola in una città nuova, con un asse di collegamento verso il centro e verso il mare.
Il secondo avvenimento è la cancellazione. L'Esposizione non si tiene mai, a causa dell'inizio della seconda guerra mondiale. È un fatto che nella storia urbanistica italiana ha pochi equivalenti: una intera città costruita per un evento che non arriva. I cantieri si fermano, gli edifici restano a metà, e per qualche anno il quartiere è un luogo sospeso. I lavori sul Palazzo della Civiltà Italiana si interrompono nel 1943.
Il terzo avvenimento è il dopoguerra, cioè la decisione di non abbandonare il quartiere ma di completarlo cambiandogli funzione. Da sede espositiva l'Eur diventa un quartiere direzionale e residenziale, con ministeri, sedi di grandi aziende, condomini. Il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi, iniziato nel 1938, viene completato nel 1954. È in questa fase che nascono le vie residenziali come quella di Val Fiorita, ed è in questa fase che il verde piantumato comincia a diventare adulto.
Il quarto avvenimento sono i Giochi della XVII Olimpiade, cioè le Olimpiadi di Roma del 1960, svoltesi dal 25 agosto all'11 settembre di quell'anno. L'Eur ne è uno dei poli principali. Il Palazzo dello Sport, progettato nel 1956 da Marcello Piacentini con la consulenza strutturale di Pier Luigi Nervi e realizzato tra il 1958 e il 1960, ospita le competizioni olimpiche di pallacanestro e di pugilato. Il Palazzo dei Congressi, per la sua ampiezza e per i suoi volumi liberi, viene destinato alle gare di scherma. Le Olimpiadi sono il momento in cui il quartiere, nato per una esposizione mancata, ottiene finalmente l'evento internazionale per cui era stato concepito, con diciotto anni di ritardo e con un altro nome.
Il quinto avvenimento è la lunga stagione della normalità, cioè i decenni in cui l'Eur smette di essere un progetto e diventa semplicemente un posto dove si vive. È la fase in cui aprono le scuole, i negozi, le biblioteche di quartiere, i campi sportivi. È la fase che ha prodotto, tra le altre cose, la piccola biblioteca da cui questo giardino ha preso il soprannome.
Il sesto avvenimento è recente ed è architettonico: la realizzazione del Nuovo Centro Congressi, la Nuvola, progettato dallo Studio Fuksas e costruito a partire dal 2008, con una superficie complessiva di circa 55000 metri quadrati tra via Cristoforo Colombo, viale Europa, viale Shakespeare e viale Asia, un auditorium da 1850 posti e, nel 2012, il premio Best Building Site del Royal Institute of British Architects. È il segno che il quartiere continua a essere un laboratorio e non un museo.
Il settimo, infine, riguarda il presente e ha a che fare proprio con posti come questo. Negli ultimi anni Roma ha visto una proliferazione di spazi estivi in aree periferiche e semiperiferiche, con una logica opposta a quella dei decenni precedenti, quando la vita notturna si concentrava quasi interamente nel centro storico e a Trastevere. Non è un avvenimento con una data, ma è una trasformazione reale, ed Eur Social Park ne fa parte a pieno titolo.
Chi è passato da Eur Social Park
Rispondo a questa domanda con onestà, perché è quella in cui si mente più spesso. Un elenco verificato di artisti e ospiti che si sono esibiti in questo giardino non è nella mia disponibilità, e mettermi a snocciolare nomi che non posso documentare sarebbe il modo più rapido di rendere inutile tutto quello che ho scritto finora. Quello che posso dirti con certezza è di che tipo di passaggio si tratta, e secondo me è una informazione più utile di una lista.
Per gli spazi estivi romani di questa taglia il programma si costruisce su tre categorie. La prima è quella dei dj e dei selector della scena romana, gente che gira tra i giardini e i locali estivi della città e che porta con sé un pubblico proprio. La seconda è quella dei progetti musicali dal vivo di dimensione media e piccola, dalle formazioni jazz ai gruppi che si muovono tra cantautorato ed elettronica: sono i live che funzionano meglio in un giardino, perché non hanno bisogno di volumi da stadio. La terza è quella delle collaborazioni con realtà culturali del territorio, associazioni, collettivi, rassegne, che portano nel giardino cose che non sono musica: proiezioni, presentazioni, incontri.
Chi è passato da qui in modo meno spettacolare ma più costante sono i residenti. In un quartiere come questo, uno spazio estivo diventa in fretta il punto di riferimento serale di un pezzo di popolazione che altrimenti dovrebbe prendere la macchina per andare da qualche altra parte. Il pubblico abituale di un giardino di quartiere è fatto di famiglie nella prima parte della serata, di ragazzi nella seconda, e di quella fascia trasversale di trentenni e quarantenni che occupa entrambe. Non è una risposta glamour, ma è quella vera.
Ci sono infine i passaggi involontari, che sono la parte più divertente di ogni spazio estivo romano: il vicino di casa che scende in ciabatte perché ha sentito la musica dalla finestra, il gruppo che arriva per sbaglio cercando un altro posto e decide di restare, il turista fuori rotta che ha prenotato un appartamento all'Eur convinto che fosse il centro e che si ritrova, con suo enorme vantaggio, nella Roma normale invece che in quella da cartolina. Se passi una serata qui e ti metti ad ascoltare le conversazioni intorno, ne senti almeno una di queste storie.
Cosa vedere a due passi, se arrivi con calma
Un consiglio che do sempre, e che vale in modo particolare per l'Eur: non arrivare direttamente al cancello. Questo quartiere è uno dei pochi di Roma che si gode meglio camminando senza una meta precisa, e nel tardo pomeriggio di settembre è ancora più vero, perché la luce bassa fa il lavoro migliore sulle superfici chiare.
Il primo punto è il Colosseo quadrato, cioè il Palazzo della Civiltà Italiana, l'edificio più riconoscibile del quartiere. Ha pianta quadrata, si presenta come un parallelepipedo con quattro facce uguali, ha struttura in cemento armato e rivestimento interamente in travertino, e conta 54 archi per facciata, disposti su nove archi in linea e sei in colonna: da qui il soprannome che tutti usano. È dichiarato edificio di interesse culturale ed è vincolato a usi espositivi e museali; dal luglio del 2013 è concesso in affitto a un gruppo di alta moda. Visto da sotto, con la luce radente del tramonto, è uno degli oggetti architettonici più impressionanti di Roma, che ti piaccia o no la stagione storica che lo ha prodotto.
Il secondo punto è il laghetto dell'Eur, con il parco che lo circonda. È un bacino artificiale, realizzato nella sistemazione postbellica del quartiere, ed è diventato il luogo di ritrovo per eccellenza dei residenti: gente che corre, gente che porta i cani, famiglie con i passeggini, ragazzi seduti sul prato. Al tramonto la superficie dell'acqua restituisce il cielo e i profili degli edifici, ed è uno dei posti dove Roma sembra meno Roma e più una capitale nordeuropea. Intorno al lago, nel corso dell'estate, si concentrano diverse iniziative, tra cui il Ninfeo Village, e nel vicino parco Rosati si svolge storicamente Fiesta, il festival di musica latina.
Il terzo punto è la Nuvola di Fuksas, il Nuovo Centro Congressi, il contributo contemporaneo più discusso del quartiere. Realizzato a partire dal 2008 dallo Studio Fuksas, occupa circa 55000 metri quadrati e racchiude dentro una teca di vetro e acciaio un volume sospeso che dà il nome all'edificio. Piaccia o non piaccia, il confronto con le architetture razionaliste a poche decine di metri è istruttivo: due idee di monumentalità separate da settant'anni, entrambe convinte di rappresentare il futuro.
Il quarto punto è il Palazzo dello Sport, il PalaEur, con la sua cupola progettata da Piacentini e con la consulenza strutturale di Nervi. Dall'esterno, di sera, la struttura ha una presenza quasi astratta. È sempre stato, e continua a essere, il grande contenitore di eventi e concerti del quadrante sud della città.
Il quinto è il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera, con la sua grande sala e il pronao che guarda il viale. È l'edificio che meglio di tutti racconta il passaggio tra il progetto degli anni Trenta e il completamento degli anni Cinquanta.
Il sesto, per chi ha tempo e voglia di un percorso diverso, è il Museo delle Civiltà, il polo museale che raccoglie collezioni preistoriche, etnografiche e di arti e tradizioni popolari. È uno dei musei meno frequentati e più ricchi della città, e chi ci entra ne esce quasi sempre stupito da quanto materiale contenga.
Domande che mi fanno sempre su questo posto
Si può andare con i bambini? Nella prima parte della serata, prima che la musica prenda il centro della scena, un giardino alberato è uno dei contesti più adatti che ci siano: c'è spazio, c'è ombra, ci sono tavoli. Più tardi il contesto cambia e diventa una serata per adulti. La regola empirica che do ai genitori è semplice: fino al tramonto è un giardino, dopo il buio pieno è un locale.
Si può andare da soli? Sì, e in posti come questo si sta meglio da soli che in molti locali del centro. Un bancone, un tavolo piccolo, la musica di sottofondo e un libro sono una combinazione perfettamente sostenibile per una sera di settembre. Nessuno ti guarderà in modo strano.
Si mangia o si beve soltanto? Entrambe le cose. La cucina fa parte della proposta fin dall'inizio della serata e non è un accessorio. Detto questo, se hai un appuntamento importante a tavola, uno spazio estivo con programma musicale non è la scelta più prudente: la cucina lavora in condizioni da giardino e il contesto sonoro può cambiare a metà cena.
Serve prenotare? Dipende interamente dalla serata. Per una serata qualunque di inizio settimana, di solito no. Per una serata con un live annunciato, meglio informarsi. La risposta seria resta sempre la stessa: controlla i canali dello spazio prima di uscire, perché le regole di accesso e di prenotazione degli spazi estivi cambiano anche a stagione in corso.
È accessibile? Un giardino su terreno naturale ha per definizione qualche irregolarità di superficie, e questo va considerato da chi si muove con una carrozzina o ha difficoltà motorie. Informazioni verificate e aggiornate sui percorsi accessibili dello spazio non sono nella mia disponibilità, e quindi il consiglio è di chiedere direttamente prima di andare, invece di fidarsi di una descrizione generica.
Ci si sta bene se non si beve alcol? Certo, e vale la pena dirlo. La proposta di un bar estivo comprende sempre una parte analcolica, e in un posto dove il centro della serata è la musica e la conversazione, nessuno ti chiede conto di quello che hai nel bicchiere. Aggiungo la cosa ovvia: se sei venuto in macchina, è l'unica scelta ragionevole.
Perché uno spazio come questo conta per Roma
Faccio una considerazione più generale, perché credo sia la parte più interessante della vicenda. Roma ha un problema antico con il suo verde: ne ha tantissimo, per estensione probabilmente il più grande patrimonio di verde urbano tra le capitali europee, ma ne usa una frazione minima. Parchi enormi chiusi al tramonto, giardini di quartiere abbandonati, aree verdi di risulta che diventano discariche. Ogni volta che un pezzo di questo patrimonio torna a essere frequentato, anche solo per una stagione e anche solo di sera, succede una cosa che vale più del singolo locale: quel pezzo di verde smette di essere un vuoto e torna a essere un luogo.
Un giardino frequentato è un giardino manutenuto, illuminato, guardato. Un giardino vuoto è un giardino che si degrada. Questa è la ragione per cui, pur con tutte le riserve che si possono avere sulla formula commerciale, gli spazi estivi nei giardini pubblici o semipubblici hanno una funzione urbana concreta. Il tema, semmai, è la reversibilità: uno spazio ben fatto lascia il verde come lo ha trovato, o meglio di come lo ha trovato, e non ci costruisce sopra strutture permanenti.
La seconda considerazione riguarda il decentramento. Per decenni la vita serale romana si è concentrata in pochi quadranti, con il risultato che quei quadranti sono stati consumati fino allo sfinimento e tutto il resto della città è rimasto a guardare. Il fatto che oggi si possa passare una bella serata all'Eur, alla Garbatella, al Pigneto, a Centocelle, a Montesacro, senza dover arrivare per forza dentro le mura, è una notizia buona per la città e anche per i quartieri storici, che possono tirare il fiato.
La terza considerazione è sul tempo. Gli spazi estivi hanno una fragilità strutturale: durano una stagione, dipendono da concessioni, da autorizzazioni, da equilibri con i residenti, dal meteo. Chi ci lavora lo sa e costruisce di conseguenza, con strutture leggere e investimenti prudenti. Per chi ci va, questo significa una cosa sola: se ti piace un posto, vacci mentre esiste. Non dare per scontato che l'anno prossimo sia ancora lì, nella stessa forma e con la stessa gestione.
Il mio giudizio, in breve
Eur Social Park è un posto che consiglio a tre categorie di persone. Alla prima appartiene chi abita all'Eur o nei quartieri intorno e cerca un luogo dove passare una sera senza mettersi in macchina: qui il valore è ovvio e non ha bisogno di essere argomentato. Alla seconda appartiene chi ama i giardini e sopporta male i locali chiusi, e che in una sera d'estate romana cerca soprattutto aria, ombra e alberi. Alla terza appartiene chi ha una curiosità urbanistica, e cioè chi trova interessante l'idea di passare una serata in un quartiere progettato per una esposizione universale mai svolta, e di farlo in un giardino di prossimità invece che sotto i monumenti.
Lo sconsiglio, o meglio lo ridimensiono, per chi cerca la serata di ballo compatto, per chi si aspetta una offerta gastronomica da ristorante, e per chi arriva tardi la sera pensando di trovare un locale notturno pieno: la curva di questo posto è diversa e il momento buono viene prima.
E poi c'è la ragione per cui ci torno io, che è la meno argomentabile di tutte. Ci sono giardini in cui la sera hai la sensazione che gli alberi ti stiano facendo un favore. Questo è uno di quelli. Le chiome sopra la testa, il rumore lontano di una città che ha abbassato il volume, una conversazione che dura più di quanto avevi previsto: per me una serata riuscita a Roma è fatta esattamente di questi tre ingredienti, e in un giardino di Val Fiorita si trovano tutti e tre senza doverli cercare.
Se hai in programma una giornata piena all'Eur, il modo migliore di costruirla è mettere in fila le cose in ordine di luce: i musei e gli interni nel pomeriggio, la passeggiata monumentale nell'ora del tramonto, il giardino dopo il buio. Se invece all'Eur ci arrivi soltanto per la sera, allarga comunque di venti minuti: attraversa una via residenziale a piedi, guarda i pini contro il cielo, e poi entra. Il posto ti sembrerà più bello, perché avrai capito dove si trova.
Domande frequenti su Eur Social Park
Dove si trova Eur Social Park?
Eur Social Park si trova in via di Val Fiorita, nella parte del quartiere Eur che guarda verso il Laurentino, in una fascia residenziale fatta di condomini, scuole e piccoli giardini, lontana dalla spina monumentale turistica del quartiere.
Che cos'è esattamente Eur Social Park?
Eur Social Park è un giardino riattivato dell'Eur, costruito attorno al verde preesistente con un bancone bar, una cucina, tavoli e uno spazio dedicato alla musica dal vivo sotto la copertura degli alberi adulti. Il nome del luogo, prima che diventasse uno spazio estivo, era la Bibliotechina, una piccola biblioteca di quartiere che dava il nome affettuoso al giardino.
Si può andare a Eur Social Park con i bambini?
Sì, nella prima parte della serata a Eur Social Park, prima che la musica prenda il centro della scena, il giardino alberato risulta uno dei contesti più adatti che ci siano per i bambini, con spazio, ombra e tavoli. La regola empirica è che fino al tramonto il posto funziona come un giardino, mentre dopo il buio pieno diventa una serata più orientata agli adulti.
Come ci si arriva a Eur Social Park in macchina?
A Eur Social Park si può arrivare comodamente anche in macchina, perché l'Eur è uno dei pochi quartieri romani dove parcheggiare non è automaticamente un problema: le strade sono larghe e le zone di sosta più facili da trovare rispetto ad altri quadranti della città, soprattutto nelle sere d'estate. Le regole di sosta, però, vanno lette sul posto perché cambiano da strada a strada.
Qual è il periodo migliore per andare a Eur Social Park?
A Eur Social Park giugno è il mese più fresco e con l'affluenza più bassa, ideale per chi vuole scoprire il posto con calma, mentre luglio è il mese pieno, con caldo al massimo e giardino al massimo dell'affollamento. Chi cerca un'atmosfera più raccolta può quindi preferire l'inizio della stagione.
Eur Social Park ha una programmazione culturale oltre alla musica?
Sì, Eur Social Park ha ospitato anche rassegne culturali strutturate, tra cui Schermi di piombo, ombre e poteri, una rassegna di cinema civile proiettata nel giardino. È un dettaglio che segnala l'ambizione del progetto di essere qualcosa di più di un semplice bar con la musica.
Qual è il momento migliore della giornata per arrivare a Eur Social Park?
Il momento migliore per arrivare a Eur Social Park è prima del tramonto, non dopo, perché quando il sole è ancora sopra la linea degli alberi si assiste a una transizione di luce che dura una ventina di minuti ed è tra le cose più belle che il giardino sa offrire. La luce che passa attraverso le chiome cade a terra in un modo che di sera non si vede più.
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