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Hotel Butterfly

In breve. Musica, cibo, arte, mixology, shopping, hairstylist, tattoo, design e ancora musica: la formula di Hotel Butterfly si legge tutta in questa fila di parole, ed è una fila che dice più di quanto sembri.

Hotel Butterfly
Piazza Lauro de Bosis, 3
Roma

Musica, cibo, arte, mixology, shopping, hairstylist, tattoo, design e ancora musica: la formula di Hotel Butterfly si legge tutta in questa fila di parole, ed è una fila che dice più di quanto sembri. Uno spazio per l’estate firmato dalla Goa Family, ospitato dentro il perimetro del Foro Italico, con ingresso sull’asse di Piazza Lauro de Bosis. Non un locale nel senso classico del termine, non un festival nel senso stretto: una cosa intermedia, che a Roma ha una tradizione lunga e che d’estate diventa quasi una categoria urbanistica a sé.

Gli spazi estivi sono una delle poche cose romane su cui è difficile dare indicazioni definitive, perché cambiano pelle ogni stagione. Cambiano sede, cambiano nome, cambiano formula. Quello che invece non cambia è il contesto in cui certi spazi si installano, ed è questo il motivo per cui vale la pena raccontare Hotel Butterfly a partire dal luogo prima ancora che dal programma. Il pezzo di città in cui l’indirizzo si colloca è uno dei più carichi di storia, di ideologia e di marmo di tutta Roma, e chi ci arriva la sera con la sola intenzione di ascoltare musica si perde metà del motivo per cui vale la pena venire fin qui.

Nelle righe che seguono provo a mettere insieme le due cose. Da una parte la natura di questo spazio estivo, il modo in cui è pensato, la logica della Goa Family che lo firma, il senso di un programma che tiene insieme cucina e tatuaggi, dischi e design. Dall’altra il contenitore: il Foro Italico, il viale mosaicato, l’obelisco di Carrara, lo Stadio dei Marmi e le sue sessanta statue, il Tevere che scorre a cento metri, il ponte del 1939 che fa da ingresso monumentale, e la piazza intitolata a un poeta che nel 1931 volò su Roma per lanciare quattrocentomila manifestini e non tornò indietro. Chi conosce tutto questo, in quella zona, la sera ci arriva diverso.

Che cosa è Hotel Butterfly, e perché il nome

Partiamo dall’evidenza: non è un albergo. Il nome gioca con l’idea dell’albergo nello stesso modo in cui tanti spazi temporanei giocano con parole prese in prestito da altri mondi: un hotel è un posto dove si entra, si sosta, si incontra gente che non si conosce, e poi si riparte. Applicato a un’area estiva all’aperto il concetto funziona benissimo, perché descrive il modo in cui la gente usa davvero questi posti. Nessuno arriva alle nove e riparte alle tre restando fermo nello stesso punto: si gira, si cambia stanza, si passa dal banco del cibo al banco dei dischi, dalla pedana del ballo al tavolo dove qualcuno tatua.

La seconda parola, butterfly, aggiunge l’idea della leggerezza e della stagione breve. Una farfalla dura poco, e uno spazio estivo dura quanto l’estate. È una dichiarazione di intenti onesta: questi posti nascono per essere effimeri, e la loro qualità va misurata su quel metro lì, non su quello dei locali che aprono per restare dieci anni.

La differenza fra uno spazio estivo e un locale

Vale la pena chiarirlo, perché condiziona tutto il resto dell’esperienza. Un locale ha muri, un impianto fisso, una cucina attrezzata, un guardaroba, bagni in muratura. Uno spazio estivo ha un’area recintata, strutture smontabili, un impianto montato per la stagione, cucine mobili, bagni chimici o prefabbricati. Questo significa tre cose pratiche: che il suono si comporta in modo diverso, perché all’aperto non rimbalza e si disperde; che le code si formano dove non te le aspetti, perché i punti di servizio sono meno numerosi; e che il meteo pesa moltissimo, perché non esiste un dentro dove rifugiarsi.

Significa anche, però, una cosa bella: che lo spazio si adatta al posto in cui viene montato invece di imporgli una forma. Un’area estiva dentro un complesso monumentale respira quel complesso. Si cammina su una superficie che di giorno è altro, si guarda in alto e si vedono alberi veri e non un controsoffitto, il tramonto lo si vede accadere. Chi ha frequentato entrambe le cose sa che la differenza non è marginale.

La Goa Family, cioè la firma

Dietro Hotel Butterfly c’è la Goa Family. È il nome collettivo con cui si muove l’ambiente nato attorno al Goa, storico club romano della zona Ostiense, uno dei riferimenti della musica elettronica italiana degli ultimi decenni. Nel corso del tempo quel nucleo ha prodotto una quantità di progetti paralleli: serate itineranti, spazi stagionali, collaborazioni con cucine e con marchi, format che escono dal club e vanno a occupare aree della città per qualche mese.

La logica di fondo è sempre la stessa, e conviene averla chiara prima di andarci: chi organizza viene da una cultura di club, quindi la musica non è sottofondo. Non parlo di volume, parlo di attenzione: la selezione musicale è considerata contenuto, non arredamento. Questo si traduce in una programmazione che fa scelte, che non mette la playlist generalista per accontentare tutti, e che in certe serate chiede a chi ascolta un minimo di disponibilità verso qualcosa che non conosce già.

Attorno alla musica, la formula aggiunge tutto il resto: banchi di cibo, un’area dedicata alla miscelazione, spazi per il piccolo commercio indipendente, postazioni di hairstylist e di tatuaggio, oggetti di design e artigianato. È un impianto che a Roma si è visto crescere negli ultimi quindici anni un po’ ovunque, e che funziona quando le parti dialogano davvero e non quando sono banchetti messi in fila.

Che cosa aspettarsi, senza inventarsi niente

Qui serve un punto di metodo, perché è importante. Il calendario di uno spazio estivo, i nomi di chi suona sera per sera, gli orari di apertura, le eventuali quote di ingresso e la sede effettiva di ogni singola stagione sono informazioni che pubblica chi organizza, quando le ha, e che cambiano da un’edizione all’altra. Gli spazi estivi romani hanno una caratteristica strutturale: traslocano. Un’area disponibile un anno può non esserlo l’anno dopo, un bando può andare diversamente, un cantiere può cambiare le carte. Il consiglio più utile che posso dare, e lo do subito così poi non ci torniamo, è di controllare i canali ufficiali dell’organizzazione prima di mettersi in strada, esattamente come si fa per qualsiasi rassegna a cielo aperto.

L’indirizzo: Piazza Lauro de Bosis, 3

L’indirizzo vale una sosta a sé, perché dice moltissimo. Piazza Lauro de Bosis è lo spiazzo che si apre all’ingresso monumentale del Foro Italico, dal lato del fiume, in asse con il ponte. Al civico corrispondono gli accessi all’area del complesso sportivo, e attorno c’è il cuore istituzionale dello sport italiano: la sede del CONI occupa il Palazzo H, che di questo pezzo di città è l’edificio capostipite.

Chi ci arriva per la prima volta la sera fatica a farsi un’idea delle proporzioni, perché il buio taglia via le distanze. Di giorno il colpo d’occhio è un altro: un viale lunghissimo, interamente lastricato a mosaico bianco e nero, un obelisco di marmo bianco che chiude la prospettiva verso il ponte, e dietro il verde di Monte Mario che fa da fondale a tutto il complesso. È uno dei pochi punti di Roma in cui l’architettura degli anni Trenta si vede intera, senza stratificazioni successive che la confondano.

Un punto di città che cambia funzione ogni sera

La zona ha una particolarità che a Roma hanno in pochi altri posti: è un’area che di giorno funziona come parco sportivo urbano, con gente che corre, che porta i figli in palestra, che va agli allenamenti, e che poi la sera, quando c’è un evento, si riempie di un pubblico completamente diverso. Nello stesso identico spazio fisico, nell’arco di dodici ore, si alternano due città che non si incontrano mai.

Il risultato pratico è che i riferimenti cambiano a seconda dell’ora. Il bar che al mattino serve i nuotatori la sera è chiuso. Il parcheggio che alle sei di pomeriggio è semivuoto alle nove è pieno. Le indicazioni che una persona del posto dà a mezzogiorno non valgono a mezzanotte. Chi organizza la serata farebbe bene a tenerne conto.

Chi era Lauro de Bosis, e perché la piazza porta il suo nome

La storia dell’uomo a cui la piazza è intitolata è una delle più straordinarie del Novecento italiano, ed è anche una delle meno raccontate a chi passa di qui. Merita spazio, perché dà una profondità imprevista a un indirizzo che sulla carta sembra solo un numero civico.

La famiglia, gli studi, la poesia

Adolfo Lauro De Bosis, chiamato semplicemente Lauro, nasce a Roma il 9 dicembre 1901, ultimo di sette figli. Il padre, Adolfo De Bosis, è poeta e dirigente d’azienda, e fonda una rivista letteraria, «Il Convito», su cui pubblicano firme del calibro di Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli e Giosuè Carducci. La madre, Lilian Vernon, è statunitense, figlia di un pastore metodista, scrittrice a sua volta. In casa si legge e si scrive, e il bilinguismo è naturale: sarà decisivo.

La famiglia è di origine anconetana e conserva nelle Marche una vecchia torre di guardia sulla riva del mare, sotto le rupi del Conero, la Torre Clementina di Portonovo, che diventa luogo di ritrovo per gli amanti della poesia. Anche D’Annunzio ci passa. Lauro ci va a cercare ispirazione.

Finiti gli studi classici al liceo Torquato Tasso di Roma, si laurea in chimica nel 1922, anche se i suoi interessi sono chiaramente altrove. Nel 1923 una sua traduzione dell’Edipo re di Sofocle viene rappresentata allo stadio del Palatino, e l’anno dopo esce a stampa. Alla fine del 1924 lo invitano negli Stati Uniti per un ciclo di conferenze sulla situazione italiana. Da quel momento la sua vita si divide fra New York e Roma.

La medaglia olimpica per un’opera di poesia

Qui c’è il dettaglio che spiega perché la piazza intitolata a lui si trovi proprio davanti alla sede del CONI, e che sorprende chiunque lo scopra. Nel 1927 De Bosis scrive Icaro, un dramma in versi, la sua unica opera poetica compiuta. Nel 1928 quell’opera vince la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Amsterdam, nella categoria letteratura drammatica.

Sì, alle Olimpiadi. All’epoca i Giochi comprendevano anche competizioni artistiche accanto a quelle sportive, e la letteratura era una delle discipline. In quell’edizione l’oro non fu assegnato, il che rende quell’argento di fatto il primo premio. Lauro de Bosis è quindi un medagliato olimpico italiano, e per questo il suo nome compare nel luogo che è il quartier generale dello sport nazionale. Chi cammina su questa piazza senza saperlo pensa che il nome sia lì per l’antifascismo. C’è anche quello, ma la ragione formale è la medaglia.

Il soggetto del dramma glielo aveva suggerito la madre, a partire da un sonetto del poeta francese Philippe Desportes su Icaro caduto, reso attuale in quegli anni dalla trasvolata atlantica di Lindbergh. Nell’opera, Icaro è un poeta che sacrifica la vita per la libertà negata dal tiranno. Scritto nel 1927, pubblicato nel 1930. Quattro anni dopo la scrittura, l’autore avrebbe fatto esattamente la stessa cosa.

Dall’America all’opposizione

Ottimo conoscitore dell’inglese, dal 1926 insegna italiano a Harvard, a Cambridge in Massachusetts. Traduce molto: Il ramo d’oro di Frazer nel 1925, l’Antigone di Sofocle nel 1927, Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder nel 1929, il Prometeo incatenato di Eschilo nel 1930. La scelta dell’Antigone non è casuale: è il testo classico sulla ribellione morale del cittadino alle leggi crudeli dello Stato, ed è lì che si vede il suo cambiamento politico.

Perché De Bosis, all’inizio, il fascismo non lo aveva giudicato negativamente. Ci arriva contro per gradi, e ci arriva soprattutto dall’estero, indignato dalla propaganda che all’estero presenta il regime come un governo illuminato. Le sue posizioni restano quelle di un liberale conservatore e monarchico: il suo progetto è mettere insieme contro il fascismo la monarchia, i cattolici e i liberali. Una linea che gli procura diffidenza fra gli antifascisti in esilio, e che non convincerà mai i fratelli Rosselli.

Nel 1928 diventa segretario della Italy America Society. Nello stesso periodo si lega sentimentalmente all’attrice statunitense Ruth Draper, che ha diciassette anni più di lui. Sarà con lui, in un certo senso, fino alla fine e oltre.

L’Alleanza Nazionale per la Libertà

Nel 1930 prende contatto a Londra con don Luigi Sturzo e in luglio, a Roma, fonda insieme a Mario Vinciguerra un’associazione clandestina, l’Alleanza Nazionale per la Libertà. Il metodo è semplice e per l’epoca pericolosissimo: spedire per posta volantini antifascisti, chiedendo a chi li riceve di ricopiarli e rispedirli a sua volta. Una catena di lettere contro il regime.

Aderiscono nomi non da poco: il senatore Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, Umberto Zanotti Bianco, il banchiere Romolo Ferlosio, il gesuita padre Enrico Rosa. Si avvicina anche Gaetano Salvemini, socialista, che pure diffida della sua linea monarchica. Benedetto Croce esprime vicinanza e collabora brevemente.

Nell’ottobre del 1930, mentre De Bosis è di nuovo negli Stati Uniti per un giro di conferenze, l’associazione viene scoperta. Arrestano Vinciguerra, il giornalista Renzo Rendi e la madre di Lauro. Al processo del 22 dicembre i primi due prendono quindici anni di reclusione; la madre viene assolta dopo aver scritto una lettera di sottomissione a Mussolini. Si scoprirà che su una trentina di aderenti, quindici erano infiltrati dell’OVRA, la polizia politica del regime. È il colpo che lo amareggia di più.

Il volo del 3 ottobre 1931

Dalla Svizzera, poi da Parigi, dove lavora come portiere d’albergo per mantenersi, De Bosis prepara un’altra mossa. Finanziato dal quotidiano liberale belga Le Soir, nell’aprile del 1931 comincia a prendere lezioni di pilotaggio in un campo privato vicino a Versailles. Il primo volo lo fa il 24 maggio.

Il primo piano fallisce: l’11 luglio l’apparecchio si danneggia atterrando in Corsica e i manifestini si sparpagliano, rivelando tutto. Lui non molla. Si fa passare per un inglese di nome Morris, in agosto compra un altro piccolo apparecchio da turismo, un Klemm L 25, e si allena con due istruttori tedeschi. Il 2 ottobre l’apparecchio arriva all’aeroporto di Marignane, vicino a Marsiglia, dove lui aspetta.

Nel primo pomeriggio del 3 ottobre 1931 decolla verso Roma. Ci arriva di sera, sorprendendo completamente la Regia Aeronautica, e sulla città lancia circa quattrocentomila manifestini. I testi diffusi sono tre. Uno è rivolto al re Vittorio Emanuele III, e gli chiede di essere degno degli antenati che fecero l’Italia. Uno è tratto dal decalogo dell’Alleanza Nazionale ed è diretto ai cittadini, monarchici e repubblicani insieme. Il terzo è la Storia della mia morte, scritta in francese nella notte fra il 2 e il 3 ottobre e spedita quella stessa mattina a un amico e all’editore belga, con una frase che è rimasta: «Varrò più da morto che da vivo».

Sorvola Roma per circa mezz’ora, poi punta verso il mare. L’apparecchio, con ogni probabilità rimasto senza carburante, precipita nel Tirreno. Il relitto e il corpo non furono mai ritrovati. Aveva sette ore e mezza di esperienza di volo da solo. Il regime censurò la notizia in Italia; all’estero fece enorme scalpore.

Che cosa resta

Harvard gli ha intitolato dal 1934 la cattedra di Civiltà Italiana, la Lauro de Bosis lectureship, e un premio annuale. Nel 1938 fu proprio Ruth Draper a tenere alcune di quelle lezioni. Al liceo Tasso di Roma, dove si era diplomato, c’è una lapide con un’epigrafe tratta da Icaro. Sul Gianicolo, vicino al faro, c’è un suo busto marmoreo, collocato accanto ai busti degli eroi garibaldini ma separato da una fascia di verde, quasi a dire che continua quella tradizione pur appartenendo a un’altra epoca.

Piero Calamandrei gli dedicò un saggio intitolato proprio con la sua frase. Thornton Wilder, di cui aveva tradotto un romanzo, gli dedicò Le Idi di Marzo nel 1948. Iris Origo lo raccontò in Bisogno di testimoniare. Nel 2021 Giovanni Grasso gli ha dedicato il romanzo Icaro, il volo su Roma. E a Roma, il suo nome è su questa piazza.

Vale la pena fermarsi un attimo sulla coincidenza, perché è quasi troppo bella per essere vera: il complesso monumentale costruito dal regime per celebrare sé stesso ha l’ingresso principale su una piazza dedicata a un poeta che quel regime lo combatté fino a morirne. Non credo sia stato progettato come ironia. Funziona comunque.

Il Foro Italico, cioè il contenitore

Adesso il posto. Il Foro Italico è un vasto complesso sportivo ai piedi di Monte Mario, ideato e realizzato da Enrico Del Debbio fra il 1927 e il 1933 e completato dopo la guerra, fra il 1956 e il 1968. Nasce con il nome di Foro Mussolini e lo cambia nell’agosto del 1943, all’indomani della caduta del regime, quando il CONI lo ribattezza definitivamente.

La scelta del luogo, e la bonifica

Il promotore dell’operazione fu Renato Ricci, sottosegretario all’Educazione Nazionale e fondatore dell’Opera nazionale Balilla. Prima di scegliere questa zona ne furono valutate altre tre: il Tiburtino, dove nel 1935 sarebbe sorta la Città universitaria, Casal Palocco, e i Parioli, dove negli anni Cinquanta sarebbe stato costruito il villaggio olimpico. Tutte e tre scartate.

La scelta cadde su un’area lungo il Tevere che allora era un pantano, e che dovette essere bonificata per diventare edificabile. È un dettaglio che quasi nessuno conosce e che cambia il modo di guardare il posto: il marmo bianco, le gradinate, il viale mosaicato, tutto questo poggia su terreno strappato all’acqua. La collina di Monte Mario che chiude l’orizzonte fu vincolata dalla Soprintendenza alle Belle Arti proprio per garantire al complesso uno sfondo verde permanente. In altre parole: anche il paesaggio che si vede alzando gli occhi è parte del progetto.

Le prime opere, inaugurate il 4 novembre 1932

Il 4 novembre 1932 furono inaugurate le prime opere del complesso: il Palazzo H, sede dell’Accademia fascista maschile di educazione fisica e dal 1951 del CONI; la stele intitolata a Mussolini; lo Stadio dei Marmi; e lo stadio dei Cipressi, che sarebbe diventato lo stadio dei Centomila e infine l’odierno Stadio Olimpico.

Fra il 1936 e il 1941 Luigi Moretti, che aveva già firmato l’Accademia di scherma, elaborò progetti di espansione del Foro verso Tor di Quinto, inglobando il piano urbanistico già realizzato da Del Debbio. Quei progetti non furono mai costruiti. È interessante immaginare come sarebbe questa parte di città se lo fossero stati.

Il viale mosaicato e l’obelisco

L’ingresso principale del Foro è a sud-est, esattamente in asse con il ponte Duca d’Aosta. Davanti si apre un ampio viale interamente mosaicato a tessere bianche e nere, originariamente chiamato piazzale dell’Impero e oggi viale del Foro Italico. Chi ci cammina sopra attraversa una superficie continua di tessere che raccontano, per immagini e per iscrizioni, la narrazione che il regime faceva di sé stesso: date, imprese, parole d’ordine.

A chiudere la prospettiva verso il fiume c’è un enorme obelisco in marmo di Carrara, alto 17,5 metri senza contare la base, intitolato a Mussolini e recante ancora le scritte originali. Nel 2015 l’allora Presidente della Camera propose di rimuovere quelle scritte: la proposta incontrò forti obiezioni da parte di periti architettonici e storici e non ebbe seguito. Il dibattito è tornato più volte. Lo storico Hannes Obermair ha parlato del Foro come di una sorta di brutalità scolpita nella pietra, sostenendo che invece di essere rimosso andrebbe ricontestualizzato, sul modello di quanto è stato fatto in situazioni analoghe a Bolzano, in modo che quell’estetica non continui a dominare lo spazio pubblico senza essere commentata né contraddetta.

Ne parlo perché credo che chi viene qui per una serata di musica abbia diritto di sapere su che cosa cammina. Non è un dettaglio decorativo. È un manufatto politico, tuttora leggibile, e la cosa più interessante che si possa fare non è ignorarlo né indignarsi in astratto, ma guardarlo bene, capire come è fatto e che cosa voleva ottenere. La città attorno, nel frattempo, gli è passata sopra in tutti i sensi.

Gli edifici del complesso

Vale la pena avere in testa i nomi, perché nel buio di una serata estiva le sagome si confondono. Gli edifici del progetto originario sono il Palazzo H di Del Debbio, costruito fra il 1928 e il 1932, che dal 1951 ospita il CONI; il Palazzo delle Terme di Costantini, del 1930-36, che oltre alle piscine coperte comprende anche l’Accademia di musica della GIL, dal 1995 diventata Auditorium Rai del Foro Italico, e l’Istituto superiore di educazione fisica, che nel 2008 è diventato l’Università degli Studi di Roma Foro Italico; e l’Accademia di scherma di Luigi Moretti, del 1934-36.

Gli impianti sportivi, oltre allo Stadio Olimpico e allo Stadio dei Marmi, comprendono il complesso natatorio, lo Stadio Centrale del Tennis, la Grand Stand Arena, lo Stadio Nicola Pietrangeli, la SuperTennis Arena e il Circolo del Tennis. Tutto questo dentro lo stesso perimetro. È una densità di funzioni che a Roma ha pochi paragoni.

Lo Stadio dei Marmi, che è la cosa più bella qui dentro

Se dovessi indicare una sola costruzione da vedere in questa zona, indicherei lo Stadio dei Marmi, oggi intitolato anche a Pietro Mennea. Costruito fra il 1928 e il 1932 su progetto di Del Debbio, nasce come estensione dell’Accademia fascista maschile di educazione fisica, per gli allenamenti quotidiani degli allievi. Dal 12 settembre 2013 porta accanto al nome originale quello del velocista che tenne il record mondiale sui 200 metri per diciassette anni.

Le gradinate perimetrali sono in marmo bianco di Carrara, ottenute sopraelevando il terreno di cinque metri e mezzo. Sopra le gradinate corrono sessanta statue marmoree che raffigurano diverse attività sportive, più altre quattro in bronzo. Quasi tutte furono offerte da una delle province d’Italia, che nel 1935 erano novantaquattro, e ciascuna porta sul piedistallo il nome della provincia che la donò. È un catalogo geografico oltre che sportivo: la statua del giavellotto arriva da Perugia, quella del pallone col bracciale da Forlì.

Il progetto prevedeva esplicitamente che l’impianto potesse servire solo a manifestazioni ginnico-sportive e non al calcio, e per il calcio fu poi costruito accanto lo stadio dei Centomila, nel 1953. La capienza è di circa 5.280 posti, cioè pochissimi per gli standard odierni, e proprio per questo ci si sente dentro qualcosa di misurato sull’uomo, non sulla folla.

Dalla fine degli anni Cinquanta il campo fu destinato all’hockey su prato in vista dei Giochi del 1960, e durante le Olimpiadi ospitò partite dei gironi e delle semifinali. Nel 2024 è stato riqualificato e usato come area di riscaldamento per i campionati europei di atletica leggera che si svolgevano nello stadio accanto. Dall’anno successivo è entrato fra le sedi di gara degli Internazionali d’Italia di tennis.

Che cosa è successo qui, in termini di eventi

L’elenco degli appuntamenti internazionali ospitati negli impianti del Foro è lungo e dà la misura del posto: i Giochi della XVII Olimpiade nel 1960, gli europei di calcio nel 1968, gli europei di atletica nel 1974, l’Universiade nel 1975, di nuovo gli europei di calcio nel 1980, gli europei di nuoto nel 1983, i mondiali di atletica nel 1987, i mondiali di calcio nel 1990, i mondiali di nuoto nel 1994 e poi ancora nel 2009, i primi Giochi mondiali militari nel 1995, i mondiali di beach volley nel 2011 e nel 2022, gli europei di calcio nel 2021, gli europei di nuoto nel 2022, gli europei di atletica nel 2024. Dal 1949 nei campi del Foro si giocano gli Internazionali d’Italia di tennis. Dal 2012 lo stadio ospita le partite casalinghe della nazionale italiana di rugby nel Sei Nazioni.

E poi c’è la Walk of Fame, inaugurata il 7 maggio 2015 sul viale delle Olimpiadi: cento targhe incastonate nella pavimentazione con i nomi di altrettante leggende dello sport italiano, scelte dalla Commissione atleti del CONI. Se si arriva con un’ora di margine, camminare lungo quel percorso leggendo i nomi è un passatempo migliore di quello che si potrebbe immaginare.

Il Tevere e il ponte Duca d’Aosta

Il fiume passa a un centinaio di metri dall’ingresso, e il ponte che collega il Foro al quartiere Flaminio è parte integrante del progetto originario. Del Debbio lo aveva previsto fin dal 1927 come ingresso scenografico al complesso, in asse con la stele di marmo.

Nel 1935 il Ministero dei lavori pubblici bandì un concorso-appalto, al quale furono presentati diciotto progetti firmati da nomi importanti dell’architettura italiana: Vittorio Ballio Morpurgo, Pietro Aschieri, Giuseppe Vaccaro, e lo stesso Del Debbio. Vinse il progetto di Vincenzo Fasolo, con la collaborazione dell’ingegnere strutturale Aurelio Aureli. I lavori cominciarono il 21 giugno 1936 e durarono circa tre anni; l’inaugurazione fu il 26 marzo 1939.

Tecnicamente è cemento armato interamente rivestito di travertino di Tivoli: 222,3 metri di lunghezza, 30 di larghezza, di cui 21 di manto stradale e due marciapiedi da quattro metri ciascuno. Tre arcate a sesto ribassato, quella centrale con una linea d’intradosso di cento metri che scavalca il fiume, le altre due lunghe venticinque metri e concepite come sfiatatoi per le acque di piena.

La parte che consiglio di guardare da vicino è un’altra: ai quattro angoli, a livello strada, ci sono quattro cippi larghi tre metri e mezzo e alti cinque, rivestiti in marmo e illuminati in cima, le cui facciate portano altorilievi degli scultori Ercole Drei, Domenico Ponzi, Oddo Aliventi e Vico Consorti. Raffigurano scene di battaglie della Prima guerra mondiale combattute presso il Sile, il Piave, il Tagliamento e l’Isonzo dalla Terza Armata comandata da Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, il duca d’Aosta a cui il ponte è intitolato. Sono quattro pannelli che si possono leggere in cinque minuti e che quasi nessuno guarda, perché tutti passano in macchina.

Da ciascuna testata del ponte scendono ampie gradinate marmoree che dal piano stradale arrivano alla quota dell’arcata minore, e da lì altre rampe più piccole raggiungono il fiume. Sul fianco sud-est la rampa vicina alla riva è crollata nel tempo e la vegetazione spontanea l’ha ricoperta. È un dettaglio malinconico e molto romano: la natura che si riprende il travertino monumentale mentre nessuno guarda.

Una curiosità su Hotel Butterfly

La curiosità più bella riguarda proprio il nome della piazza su cui si trova l’indirizzo, e ha più senso dopo aver raccontato la storia di Lauro de Bosis. Uno spazio estivo che si chiama Hotel Butterfly, cioè che prende il nome da una farfalla, ha come recapito una piazza dedicata al primo italiano che sorvolò Roma per lanciare parole invece che bombe, autore di un dramma in versi su Icaro, l’uomo che volò con ali che non erano sue.

Farfalla e Icaro. Volo leggero e volo tragico. Una stagione che dura pochi mesi e un volo che durò poche ore. Non c’è nessun progetto dietro questa coincidenza, i nomi degli spazi estivi nascono per ragioni tutte loro, ma chi arriva sapendola porta a casa una serata di qualità diversa.

Una seconda curiosità, di contorno

La seconda riguarda il suolo. Tutto il complesso in cui lo spazio si installa poggia su un’area che prima degli anni Venti era un pantano lungo il Tevere, resa edificabile con una bonifica. Chi balla su questa superficie balla su terreno strappato all’acqua meno di un secolo fa. E se una sera d’estate qui l’umidità sembra più insistente che in centro, la ragione non è soltanto la vicinanza del fiume: è la conformazione stessa del posto.

C’è poi un terzo elemento che quasi nessuno collega. L’Accademia di musica della GIL, dentro il Palazzo delle Terme, dal 1995 è l’Auditorium Rai del Foro Italico, una sala da concerto vera, con una propria programmazione. Vuol dire che in questo perimetro la musica non è arrivata con gli spazi estivi: c’era un edificio pensato per farla già negli anni Trenta. Cambia il genere, cambia il pubblico, cambiano i decibel. Il perimetro è lo stesso.

La formula, parola per parola

L’elenco con cui questo spazio si presenta è una specie di indice: musica, cibo, arte, mixology, shopping, hairstylist, tattoo, design e ancora musica. Vale la pena smontarlo, perché ciascuna voce corrisponde a un modo diverso di occupare la serata, e chi arriva sapendo che cosa aspettarsi sceglie meglio l’ora in cui venire.

Musica, all’inizio e alla fine dell’elenco

Il fatto che la musica compaia due volte, in apertura e in chiusura, non è un errore di battitura: è la dichiarazione che tutto il resto sta dentro una cornice sonora. In uno spazio di matrice club la console non è un accessorio, è il punto attorno a cui ruota la topografia dell’area. Il resto dei servizi si dispone in funzione di quello: più ci si allontana dalla pedana, più si può parlare.

Questo ha una conseguenza pratica che consiglio di tenere a mente. Se lo scopo della serata è chiacchierare con qualcuno, conviene arrivare presto e occupare una zona periferica prima che si riempia. Se lo scopo è ascoltare, conviene arrivare più tardi, quando il volume sale e la parte centrale si compatta. Le due cose difficilmente convivono nello stesso punto e nella stessa ora.

Cibo

La ristorazione negli spazi estivi romani ha fatto passi da gigante negli ultimi dieci anni. Si è passati dalla piastra generalista a una logica di banchi tematici, spesso affidati a insegne che il resto dell’anno lavorano altrove in città. La conseguenza, per chi frequenta, è che conviene mangiare presto: i banchi hanno quantità limitate e le cose migliori finiscono prima del picco serale.

Un’altra avvertenza che vale ovunque all’aperto: le code si formano tutte insieme, perché il pubblico si muove a ondate legate ai cambi in console. Chi va a prendere da mangiare cinque minuti prima dell’ondata risparmia venti minuti di fila. Basta guardare il palco per capire quando conviene muoversi.

Mixology

La parola indica un banco dove la miscelazione è trattata come una disciplina, con ricette costruite, ingredienti freschi e una persona che sa che cosa sta facendo. Dico subito la cosa più utile: in un’area estiva romana di luglio, con l’umidità che sale dal fiume, la bevanda che serve davvero è acqua, e conviene alternarla a qualsiasi altra cosa si scelga. Il caldo notturno romano è insidioso proprio perché non sembra tale: la temperatura scende poco e l’aria resta ferma. Chi passa quattro ore in piedi all’aperto disidrata più di quanto creda.

Arte e design

Gli spazi estivi ospitano volentieri installazioni, allestimenti, piccole esposizioni. In un contesto come questo, dove l’architettura circostante è già fortissima, l’allestimento contemporaneo funziona quando dialoga con il marmo invece di far finta che non ci sia. Il gioco interessante, per chi guarda, è proprio questo: notare come un oggetto di design del ventunesimo secolo si comporta a venti metri da una statua del 1932.

Shopping, hairstylist, tattoo

Sono le tre voci che sorprendono di più chi non frequenta questi posti, e sono anche quelle che ne definiscono il carattere. Il piccolo commercio indipendente, i banchi di artigianato, i marchi che vendono direttamente: tutto questo trasforma la serata in qualcosa che assomiglia a un mercato notturno più che a una discoteca all’aperto.

Le postazioni di hairstylist e di tatuaggio sono l’elemento più caratteristico. Qui una raccomandazione la faccio volentieri, da persona che ha visto parecchie decisioni prese di notte: un tatuaggio è permanente e una serata no. Chi ci pensa, ci pensa da sveglio e da lucido, guarda il portfolio, chiede delle condizioni igieniche, e se ha dubbi rimanda. Il disegno non scappa. Per i capelli il ragionamento è più leggero, ma il principio resta.

Come si arriva

La zona del Foro Italico ha una caratteristica che confonde chi arriva da fuori: sulla mappa sembra vicinissima al centro, e in linea d’aria lo è, ma i collegamenti diretti sono meno comodi di quanto il disegno suggerisca. Conviene mettere in conto più tempo del previsto.

Con i mezzi pubblici

La linea di metropolitana utile è la A, con discesa alla fermata Ottaviano oppure a Lepanto, e poi autobus o una camminata considerevole. In alternativa, dal lato opposto del fiume, il quartiere Flaminio ha la fermata Flaminio della metro A e, da lì, il tram e la ferrovia Roma-Viterbo verso nord. Diverse linee di superficie servono la zona lungo il lungotevere e il viale.

La raccomandazione riguarda il ritorno: gli orari del servizio serale sono più limitati di quelli diurni, e chi esce a tarda notte deve avere un piano che non dipenda dall’ultima corsa. Verificare prima è una noia di cinque minuti che risparmia un’ora di attesa.

A piedi, dal Flaminio

È l'opzione migliore, ed è anche la più bella. Chi arriva da Piazzale Flaminio o dalla zona dell’Auditorium può risalire verso nord lungo il fiume e attraversare il ponte Duca d’Aosta, entrando nel complesso esattamente dall’asse per cui è stato progettato, con l’obelisco che cresce davanti a mano a mano che ci si avvicina. È una passeggiata di venti o venticinque minuti dalla zona dell’Auditorium, piana, e regala l’unico ingresso che restituisce il senso dell’impianto originario. Farlo al tramonto, con il travertino che diventa arancione, vale da solo il tempo speso.

In auto, in taxi, in bicicletta

In auto la zona si raggiunge dal lungotevere della sponda destra o dalla Olimpica. Il problema non è arrivare, è parcheggiare: nelle sere di eventi la sosta si allarga a macchia d’olio nelle vie del quartiere Della Vittoria, e il rientro verso il centro diventa lento. Il taxi funziona bene all’andata e peggio al ritorno.

La bicicletta è una buona idea, perché il lungotevere è piano e la pista ciclabile lungo il fiume copre gran parte del percorso dal centro. Serve una catena seria e un punto di sosta illuminato.

Una cosa che non ti dice nessuno su Hotel Butterfly

La cosa che non si legge da nessuna parte riguarda il rapporto fra questi spazi e le loro sedi, ed è la ragione per cui scrivo questo pezzo concentrandomi sul luogo più che sul calendario.

Gli spazi estivi romani traslocano

A Roma uno spazio estivo è quasi sempre un progetto senza casa propria. Vive di aree concesse per una stagione, di bandi, di accordi con chi gestisce un’area pubblica o privata. Il risultato è che il marchio resta e l’indirizzo cambia. Ci sono format romani storici che in quindici anni hanno cambiato quattro o cinque sedi, spostandosi da un capo all’altro della città, e ogni volta il pubblico ha dovuto reimparare come arrivarci.

Chi frequenta questi posti da anni lo sa e lo dà per scontato. Chi ci arriva la prima volta, invece, tende a trattare l’indirizzo come se fosse quello di un ristorante. Non funziona così. Prima di uscire di casa conviene sempre controllare i canali ufficiali dell’organizzazione per la stagione in corso: sede, giorni di apertura, orari, condizioni di ingresso. Cinque minuti di verifica evitano un viaggio a vuoto.

La seconda: il perimetro condiziona l’acustica

Un’area all’aperto dentro un complesso monumentale ha regole acustiche precise e poco negoziabili. Le superfici dure di marmo e travertino riflettono, il verde assorbe, l’assenza di un soffitto disperde le frequenze alte verso l’alto e lascia camminare quelle basse lungo il suolo. Il risultato è che il punto migliore per ascoltare non è quasi mai davanti alla console.

Il posto giusto, di norma, si trova un po’ arretrato rispetto alla prima fila e leggermente laterale, dove il suono diretto e quello riflesso si sono già ricomposti. Lo si trova camminando: bastano tre minuti di prova, fermandosi in quattro punti diversi. Chi lo fa passa una serata sonoramente migliore di chi si piazza al centro e non si muove più.

La terza: il vento dal fiume

La vicinanza del Tevere produce, nelle notti di luglio e agosto, un movimento d’aria leggero che nelle ore centrali della serata non si sente e che dopo l’una comincia a farsi notare. Chi resta fino a tardi, soprattutto se ha ballato e ha la maglietta bagnata, se ne accorge. Una camicia leggera nello zaino è uno di quei dettagli banali che fanno la differenza fra tornare a casa bene e tornare a casa con il raffreddore in agosto.

Il consiglio che ti do per visitare Hotel Butterfly

Il consiglio principale è uno solo e lo riassumo così: arrivare presto e trattare il Foro Italico come parte della serata, non come il parcheggio della serata.

Costruire il pomeriggio

D’estate a Roma il tramonto arriva tardi, e nelle settimane centrali della stagione la luce vera si spegne solo dopo le nove di sera. Questo apre una finestra che quasi nessuno sfrutta: arrivare in zona un’ora e mezza prima dell’apertura dello spazio, quando il complesso è ancora percorribile e la luce è quella buona.

Il percorso che consiglio è semplice. Si arriva al Flaminio, si prende il lungotevere verso nord, si sale sul ponte Duca d’Aosta e ci si ferma sui cippi agli angoli a leggere gli altorilievi. Si attraversa, si entra nel viale mosaicato e lo si percorre tutto guardando le tessere sotto i piedi. Si arriva all’obelisco e lo si gira attorno. Poi, se l’accesso è consentito in quel momento, si fa una deviazione allo Stadio dei Marmi per vedere le statue con il sole basso, che è la condizione in cui il marmo bianco rende di più. A quel punto sono passate due ore, il sole è andato giù e la serata può cominciare.

Che cosa portare e che cosa lasciare a casa

Scarpe chiuse e comode, perché si passano ore in piedi su superfici dure e irregolari. Una maglia leggera a maniche lunghe per la seconda parte della notte. Una borraccia o comunque l’abitudine a bere acqua con regolarità. Una batteria esterna, perché il telefono con poco segnale e molte foto si scarica prima del previsto e la si usa anche per tornare a casa.

Da lasciare a casa: borse ingombranti, oggetti di valore che non servono, e l’idea di poter parcheggiare a cento metri dall’ingresso. Sui regolamenti di accesso specifici, cioè che cosa è ammesso e che cosa no, l’unica fonte affidabile è chi organizza, e cambia da stagione a stagione.

Il momento di uscire

La regola generale degli spazi all’aperto è che l’uscita si concentra tutta in venti minuti, ed è il momento peggiore per cercare un taxi o un autobus. Chi non ha un vincolo di orario preciso può semplicemente lasciar passare la prima ondata, rimanere dentro un quarto d’ora in più e uscire quando il flusso si è già rotto. Chi invece deve prendere un mezzo a un’ora precisa faccia il contrario, e anticipi.

Il quartiere attorno

Il Foro Italico si colloca fra due quartieri che hanno caratteri molto diversi, e conoscerli aiuta a organizzare le ore prima e dopo.

Della Vittoria e Monte Mario

Sulla sponda destra del fiume, alle spalle del complesso, c’è il quartiere Della Vittoria, residenziale, ordinato, con palazzine degli anni Trenta e Cinquanta e una vita commerciale di prossimità. Salendo verso l’alto si arriva a Monte Mario, che è la collina più alta di Roma e offre uno dei panorami più ampi sulla città. Non è una zona di locali notturni: è una zona dove si abita. Questo significa due cose: che dopo una certa ora il rumore è un tema serio per chi ci vive, e che chi esce da un evento farebbe la cortesia di attraversarla parlando a voce normale.

Flaminio, sull’altra riva

Sulla sponda sinistra, oltre il ponte, c’è il Flaminio, che negli ultimi vent’anni è diventato uno dei quartieri più interessanti di Roma sul piano culturale. Qui ci sono l’Auditorium Parco della Musica, il museo nazionale delle arti del ventunesimo secolo, il Palazzetto dello Sport di Nervi e Vitellozzi, il villaggio olimpico del 1960 con la sua architettura su pilotis. È il posto giusto per passare il pomeriggio se si arriva presto, e ha una densità di bar e ristoranti molto superiore a quella della riva opposta.

Ponte Milvio

Poco più a nord si trova Ponte Milvio, che è insieme un monumento antichissimo e uno dei nodi della vita notturna romana. Il ponte esisteva già nel secondo secolo avanti Cristo nella sua versione in pietra, e nel 312 dopo Cristo fu teatro della battaglia fra Costantino e Massenzio che cambiò il corso della storia religiosa europea. Oggi la zona attorno è piena di locali e di gente. Per chi vuole allungare la serata o cercare qualcosa da mangiare a tarda ora è il riferimento più vicino.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: il Foro Italico non è finito nel 1933. È un cantiere che si è chiuso nel 1968, cioè trentacinque anni dopo, e questo significa che quello che si vede oggi è il prodotto di due epoche storiche opposte, sovrapposte sullo stesso terreno.

La prima fase, fra il 1927 e il 1933, è quella del regime: Del Debbio, il Palazzo H, lo Stadio dei Marmi, l’obelisco, il viale mosaicato, la retorica classicista, il marmo bianco come materiale ideologico. La seconda fase, fra il 1956 e il 1968, è quella della Repubblica: la preparazione dei Giochi del 1960, il completamento degli impianti, il linguaggio architettonico del dopoguerra italiano, con altri materiali e altre intenzioni.

Questa doppia natura è visibile a occhio nudo, ed è la cosa che consiglio di cercare a chi ha mezz’ora di tempo prima di entrare. Basta osservare due edifici affiancati e notare come cambiano gli spessori, le finiture, il modo di trattare gli spigoli. Un complesso che sembra monolitico, e che tutti descrivono come tale, in realtà racconta una frattura storica enorme, semplicemente costruendola.

La stessa cosa vale per il nome. Foro Mussolini fino all’agosto 1943, Foro Italico da allora in poi, per decisione del CONI presa all’indomani della caduta del regime. Un cambio di nome che non ha cancellato niente delle pietre ma ha cambiato la cornice dentro cui vanno lette, e che continua a generare discussione ottant’anni dopo.

La foto giusta da fare a Hotel Butterfly

Ne indico tre, in ordine di difficoltà crescente, e nessuna delle tre è la foto della console con le mani alzate, che viene uguale in tutto il mondo.

La prima: il viale mosaicato in prospettiva

Ci si mette al centro del viale del Foro Italico, si abbassa il telefono fino quasi a terra, e si inquadra la pavimentazione a tessere bianche e nere che fugge verso l’obelisco. La geometria fa tutto da sola: le tessere creano linee di fuga fortissime e l’obelisco chiude la composizione in verticale. L’ora giusta è quella del tramonto, quando la luce radente esalta il rilievo delle tessere invece di appiattirlo. Se si arriva dopo il buio, la stessa foto funziona ancora grazie all’illuminazione artificiale, ma serve appoggiare il telefono su qualcosa, perché i tempi si allungano.

La seconda: le statue dello Stadio dei Marmi controluce

Se l’accesso è possibile nel momento in cui ci si trova in zona, le sessanta statue sulle gradinate viste da sotto, con il cielo dietro, danno un’immagine che a Roma non si ottiene in nessun altro posto. Il trucco è mettersi in basso, sul campo o comunque a livello del terreno di gioco, e inquadrare una singola statua contro il cielo invece che l’intera fila: la fila fa una foto documentaria, la singola figura fa una foto. Con il cielo di un tramonto estivo il bianco di Carrara diventa rosa.

La terza: dal ponte, verso il complesso

La più difficile e la più bella. Ci si mette in mezzo al ponte Duca d’Aosta, sul marciapiede lato monte, e si inquadra l’asse che dal ponte entra nel viale e arriva all’obelisco, con Monte Mario verde sullo sfondo. È la prospettiva esatta per cui il ponte è stato progettato nel 1936, ed è la ragione per cui esiste. Farla all’ora blu, cioè nei venti minuti dopo il tramonto, quando il cielo è ancora luminoso e le luci artificiali sono già accese, dà il risultato migliore. Attenzione al traffico: il marciapiede è largo quattro metri, non serve mettersi in carreggiata per nessun motivo.

Una nota sul contesto

Le foto notturne in mezzo alla gente hanno due problemi ricorrenti: poca luce e persone che non hanno chiesto di essere fotografate. Il primo si risolve rinunciando allo zoom. Il secondo con il buon senso: architettura, dettagli, oggetti, e lasciar perdere i volti altrui.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il perimetro in cui questo spazio si installa ha una cronologia densa, e vale la pena ripercorrerla perché chi la conosce cammina diversamente.

1927-1933: la costruzione

Il progetto di Enrico Del Debbio parte nel 1927 su impulso di Renato Ricci. L’area, un pantano lungo il Tevere, viene bonificata. Il 4 novembre 1932 si inaugurano le prime opere: Palazzo H, la stele, lo Stadio dei Marmi, lo stadio dei Cipressi. Nel 1933 la rivista «Architettura» dedica un fascicolo intero al complesso, con saggi di Marcello Piacentini e Mario Paniconi: è il momento in cui l’operazione viene consacrata come manifesto architettonico.

1936-1939: il ponte

Nel 1935 il concorso-appalto per il ponte, nel 1936 l’inizio dei lavori, il 26 marzo 1939 l’inaugurazione, nel corso delle celebrazioni per il ventennale della fondazione dei Fasci di combattimento. Il complesso acquisisce l’ingresso scenografico per cui era stato pensato.

Agosto 1943: il cambio di nome

Caduto Mussolini, il CONI ribattezza il complesso Foro Italico. Le pietre restano, la cornice cambia.

1953-1960: la fase olimpica

Nel 1953 viene completato lo stadio dei Centomila, destinato al calcio, accanto allo Stadio dei Marmi che per progetto non poteva ospitarlo. Nel 1960 Roma organizza i Giochi della XVII Olimpiade: lo Stadio dei Marmi, con il campo destinato all’hockey su prato, ospita partite dei gironi e delle semifinali. È l’edizione che cambia la percezione internazionale dell’Italia del dopoguerra.

Dal 1949 a oggi: il tennis

Dal 1949 nei campi del Foro si giocano gli Internazionali d’Italia, che nel tempo sono diventati uno degli appuntamenti principali del circuito mondiale. Per due settimane all’anno questo pezzo di città diventa il centro del tennis europeo, con una quantità di pubblico che nessun altro evento qui produce con la stessa regolarità.

1974, 1987, 2024: l’atletica

Campionati europei di atletica nel 1974, campionati mondiali nel 1987, di nuovo europei nel 2024, con lo Stadio dei Marmi riqualificato e usato come area di riscaldamento e allenamento. Tre date che segnano la continuità sportiva del posto.

1990 e 2021: il calcio

Nel 1990 il complesso ospita partite dei Campionati mondiali di calcio, con la ristrutturazione dello stadio che gli dà la copertura in teflon che ancora oggi lo caratterizza. Nel 2021 arrivano i Campionati europei.

2015: la Walk of Fame

Il 7 maggio 2015 sul viale delle Olimpiadi vengono inaugurate cento targhe dedicate alle leggende dello sport italiano, scelte dalla Commissione atleti del CONI, con l’annuncio che negli anni successivi altre se ne sarebbero aggiunte. Un modo per stratificare memoria recente su un suolo progettato per celebrare un’altra memoria.

3 ottobre 1931: il volo

Fuori dal perimetro ma dentro la storia di questo indirizzo, la sera del 3 ottobre 1931 Lauro de Bosis sorvola Roma e lascia cadere quattrocentomila manifestini, poi si dirige verso il mare e scompare. Il Foro, allora Foro Mussolini, era stato inaugurato l’anno prima nelle sue prime opere. La piazza che oggi porta il nome del poeta si apre proprio sull’ingresso di quel complesso.

Chi è passato da Hotel Butterfly

Qui devo essere preciso, perché su questa voce si scrivono più sciocchezze che su qualunque altra. I nomi di chi suona in uno spazio estivo cambiano ogni sera e ogni stagione, e chiunque li elenchi senza avere davanti il programma ufficiale di quella specifica edizione sta scrivendo un romanzo. Il programma lo pubblica chi organizza, e lì va cercato.

Quello che invece si può dire con certezza riguarda la tradizione da cui questo spazio nasce e il suolo su cui si installa.

L’ambiente della Goa Family

Il nucleo che firma questo progetto viene dal Goa, club romano della zona Ostiense che da decenni è uno dei riferimenti italiani per la musica elettronica. Un club di quel tipo, nell’arco della sua storia, ha ospitato centinaia di selezionatori italiani e internazionali e ha formato una comunità di pubblico che si riconosce in un modo di ascoltare più che in un nome singolo. Quando questa comunità si sposta all’aperto per l’estate, porta con sé quella cultura di ascolto, ed è quello il tratto che si riconosce entrando.

Chi è passato per questo suolo

Sul piano storico, invece, l’elenco di chi è transitato da questo pezzo di città è impressionante e verificabile. Qui si sono allenati e hanno gareggiato generazioni di atleti italiani, dai Giochi del 1960 in poi. Qui hanno giocato i tennisti che dal 1949 passano ogni anno dagli Internazionali. Qui hanno corso gli atleti dei mondiali del 1987 e degli europei del 1974 e del 2024. Lungo il viale delle Olimpiadi sono incastonate le targhe di cento leggende dello sport italiano. E lo stadio accanto, nel 1960 e nel 1990 e nel 2021, ha ospitato il mondo intero.

Sul piano architettonico sono passati di qui Enrico Del Debbio, Luigi Moretti, Vincenzo Fasolo, Costantini, oltre agli scultori che firmarono le sessanta statue e i quattro cippi del ponte: Ercole Drei, Domenico Ponzi, Oddo Aliventi, Vico Consorti. Nomi che si leggono ancora sui piedistalli, per chi si abbassa a guardarli.

E infine, sopra tutto questo, la sera del 3 ottobre 1931 è passato in volo un poeta con quattrocentomila fogli di carta. Non si fermò, ma la piazza porta il suo nome.

Domande frequenti su Hotel Butterfly

Cos'è Hotel Butterfly, nonostante il nome?

Hotel Butterfly non è un albergo, ma uno spazio estivo all'aperto a Roma che prende in prestito il nome e l'idea dell'hotel come luogo di passaggio, dove si entra, si sosta, si incontra gente e poi si riparte. Il nome gioca sull'idea della farfalla applicata a una serata estiva.

Dove si trova Hotel Butterfly?

Hotel Butterfly si trova in Piazza Lauro de Bosis 3, lo spiazzo che si apre all'ingresso monumentale del Foro Italico, sul lato del fiume, in asse con il ponte. Nella stessa area si trova la sede del CONI, nel Palazzo H.

Come si arriva a Hotel Butterfly con i mezzi pubblici?

Per raggiungere Hotel Butterfly conviene prendere la metro A e scendere alla fermata Ottaviano oppure Lepanto, per poi proseguire con l'autobus o a piedi fino al Foro Italico. I collegamenti diretti sono meno comodi di quanto la vicinanza sulla mappa possa far pensare, quindi conviene mettere in conto più tempo del previsto.

Cosa si può fare a Hotel Butterfly?

Hotel Butterfly propone una formula che unisce musica, cibo, arte, mixology, shopping, hairstylist, tattoo e design. Ogni voce corrisponde a un modo diverso di occupare la serata, e chi arriva sapendo cosa aspettarsi sceglie meglio l'ora in cui venire.

Qual è il momento migliore per andare a Hotel Butterfly?

Conviene arrivare presto a Hotel Butterfly e trattare il Foro Italico come parte della serata, non solo come punto d'arrivo. D'estate a Roma il tramonto arriva tardi, e nelle settimane centrali della stagione la luce si spegne solo dopo le nove di sera, il che apre una finestra utile per godersi anche l'area del complesso sportivo.

Che quartiere circonda Hotel Butterfly?

Il Foro Italico, dove si trova Hotel Butterfly, si colloca fra due quartieri con caratteri molto diversi: sulla sponda destra del Tevere c'è Della Vittoria, residenziale e ordinato, mentre salendo si arriva a Monte Mario.

Chi suona a Hotel Butterfly?

I nomi di chi suona a Hotel Butterfly cambiano ogni sera e ogni stagione, quindi il programma va cercato sui canali ufficiali di chi organizza l'evento. Non è possibile indicare con certezza artisti specifici senza avere davanti il calendario aggiornato di quella particolare edizione.

Se la serata è dentro un viaggio più lungo

Chi viene a Roma per qualche giorno e inserisce una sera come questa nel programma fa bene, a una condizione: trattarla come una serata romana e non come una parentesi. Il pomeriggio al Flaminio, la passeggiata sul ponte al tramonto, il viale mosaicato con la luce bassa, e poi la musica. Chi vuole allungare lungo il fiume trova un altro appuntamento estivo nelle serate lungo il Tevere fra Ponte Sublicio e Ponte Sisto, che è la stessa idea di città all’aperto applicata a un tratto molto più centrale.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private, Aziendali e V.I.P. Chi desidera una passeggiata guidata nel Foro Italico e nel quartiere Flaminio, fra architettura degli anni Trenta e architettura contemporanea, con una guida abilitata, scrive dalla pagina contatti di TourLeaderPro. Per agenzie e operatori che costruiscono programmi serali e musicali su Roma è attivo un servizio dedicato nell’area riservata ai tour operator.

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Fonte

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RiassuntoHotel Butterfly Piazza Lauro de Bosis, 3 Roma Musica, cibo, arte, mixology, shopping, hairstylist, tattoo, design e ancora musica. Uno spazio per l’estate firmato dalla Goa Family, quest’anno dentro il Foro Italico.
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