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Ponte Sisto

Ponte Sisto è il ponte pedonale che collega via dei Pettinari, nel rione Regola, a piazza Trilussa in Trastevere, e fu ricostruito da papa Sisto IV fra il 1473 e il 1479 sulle rovine di un ponte romano crollato nell’alto Medioevo. È l’unico ponte di Roma costruito ex novo fra l’antichità e l’Ottocento, e il motivo per cui venne ordinato ha a che fare con l’ordine pubblico prima che con l’architettura: il 19 dicembre 1450, durante il giubileo di Niccolò V, le spallette di Ponte Sant’Angelo cedettero sotto la calca dei pellegrini e morirono decine di persone. Roma aveva un solo attraversamento comodo verso il Vaticano, e quel giorno si capì che non bastava. Le righe che seguono raccontano che cosa c’era prima, quando e perché il ponte fu rifatto, chi lo abbia progettato davvero (la risposta più diffusa è quasi certamente sbagliata), a che cosa serve il grande foro circolare che si vede nel pilone di mezzo, che cosa dicono le lapidi, come l’Ottocento lo ha cambiato e poi il restauro di fine Novecento lo ha riportato indietro, e come funziona oggi il ponte più attraversato a piedi della città.

Ponte Sisto (Rome)
Foto: Livioandronico2013, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Dove si trova Ponte Sisto e come raggiungerlo

Ponte Sisto attraversa il Tevere fra lungotevere dei Vallati e lungotevere della Farnesina, nel tratto compreso fra l’Isola Tiberina a valle e ponte Mazzini a monte. Sulla riva sinistra sbocca in via dei Pettinari, che sale verso via Giulia e verso Campo de’ Fiori; sulla riva destra si apre su piazza Trilussa, l’ingresso nord di Trastevere. La distanza fra le due testate è breve: si attraversa in due o tre minuti di passo normale, meno se non ci si ferma a guardare il fiume.

A piedi dal centro storico

Da piazza Navona si arriva in una decina di minuti scendendo per corso Vittorio Emanuele II e poi per via dei Pettinari. Da Campo de’ Fiori bastano cinque minuti: si imbocca via dei Giubbonari, si arriva a largo dei Librari e si prosegue dritti fino al fiume. Chi parte dal Ghetto o dalla Sinagoga percorre lungotevere de’ Cenci e lungotevere dei Vallati in un quarto d’ora scarso, con il ponte sempre in vista. Da largo di Torre Argentina conviene scendere per via Arenula fino a ponte Garibaldi e poi risalire il lungotevere sulla sponda di Trastevere: si arriva a piazza Trilussa da sotto, che è anche il modo migliore per vedere il ponte per intero.

Con i mezzi pubblici

La fermata di superficie che porta il nome giusto si chiama Piazza Trilussa ed è su lungotevere della Farnesina, servita dalle linee che percorrono la sponda destra, fra cui la 280. Sul lato opposto del fiume, via Arenula è il corridoio di riferimento: qui passano il tram 8 e la linea H, che collegano largo di Torre Argentina e viale Trastevere attraversando ponte Garibaldi, a circa trecento metri da Ponte Sisto. Le linee e i percorsi vengono modificati con una certa frequenza per cantieri e deviazioni, quindi conviene controllare il percorso aggiornato sul sito o sull’applicazione dell’azienda di trasporto il giorno stesso.

La metropolitana non serve direttamente questa zona. La stazione più vicina della linea B è Circo Massimo, da cui si cammina venti minuti abbondanti passando davanti alla Bocca della Verità; sulla linea A la fermata utile è Spagna o Barberini, ma da lì il tragitto a piedi supera la mezz’ora. Chi arriva in treno a Roma Trastevere ha davanti un tratto di circa due chilometri e mezzo lungo viale Trastevere, oppure un cambio con tram 8.

In auto: non conviene, e spesso non si può

Il ponte è chiuso al traffico veicolare dal 2000 e le due testate ricadono in aree a traffico limitato: la zona centro storico sulla riva sinistra e la ZTL Trastevere sulla riva destra, quest’ultima attiva anche in fasce serali e notturne nei fine settimana. I varchi elettronici, gli orari e le deroghe cambiano nel tempo e vanno verificati sul sito dell’agenzia per la mobilità di Roma Capitale prima di mettersi in macchina. La sosta lungo i lungotevere è a pagamento e nelle sere di maggiore affluenza è praticamente introvabile. Il consiglio operativo è semplice: si lascia l’auto fuori e si arriva a piedi o con i mezzi.

Che cos’è Ponte Sisto: un ponte quattrocentesco su fondazioni romane

Ponte Sisto ha quattro arcate in muratura rivestite di travertino e un grande foro circolare nel pilone centrale, ed è l’unico ponte romano costruito fra la fine dell’impero e l’età napoleonica. Tutti gli altri ponti storici della città sono antichi (come il Ponte Rotto o i due ponti dell’Isola Tiberina), oppure ottocenteschi e novecenteschi, nati con i muraglioni e con la Roma capitale. In mezzo, per quasi mille e cinquecento anni, c’è solo questo cantiere.

Le misure, e perché le fonti non concordano

Sulla lunghezza del ponte le schede divergono: alcune indicano circa 108 metri, altre arrivano a 130. La differenza dipende quasi certamente da dove si misura, cioè se si contano o no i raccordi con le banchine e le testate rifatte nell’Ottocento. Sulla larghezza c’è invece un dato storico abbastanza solido: la carreggiata quattrocentesca era più stretta di quella attuale, e l’ampliamento a circa undici metri arriva con i lavori del 1877, quando furono aggiunti due marciapiedi pensili in ghisa sostenuti da mensoloni. Chi trova una misura sola, riportata senza fonte, la prenda con prudenza.

Il ponte romano che c’era prima: Aurelius, Antoninus o Agrippa

Sul sito di Ponte Sisto esisteva un ponte romano, ma il suo nome è una delle questioni più intricate della topografia antica di Roma e le fonti moderne si dividono. La ricostruzione più diffusa lo fa risalire a Marco Vipsanio Agrippa, morto nel 12 avanti Cristo, e lo chiama pons Agrippae; una seconda tradizione lo identifica con il pons Aurelius, dal nome della porta Aurelia che si apriva poco più a monte; una terza lo dice pons Antoninus, perché sarebbe stato rifatto sotto Antonino Pio intorno al 147 dopo Cristo. Quasi tutti gli studiosi ritengono che si tratti dello stesso attraversamento, chiamato in modi diversi in epoche diverse, ma chi scrive che la questione sia chiusa dice più di quanto le fonti consentano.

Il nome di Valentiniano e l’arco perduto

Un quarto nome compare nel tardo impero: pons Valentiniani, dal restauro condotto fra il 366 e il 367 dopo Cristo sotto gli imperatori Valentiniano I e Valente, con il prefetto urbano Lucio Aurelio Avianio Simmaco a seguire i lavori. In quell’occasione sulla testata di sinistra fu eretto un arco onorario con statue bronzee. L’arco è scomparso, ma alcuni frammenti riferiti a quel complesso riaffiorarono durante gli scavi per i muraglioni, nel 1878 e nel 1892, e sono conservati al Museo Nazionale Romano. È uno dei pochi casi in cui i lavori ottocenteschi che hanno cancellato il paesaggio del fiume hanno restituito qualcosa.

Il crollo e i secoli da rudere

Il ponte antico fu danneggiato da una piena fra il 589 e il 590 e cedette definitivamente in un’altra piena, che le fonti collocano nel 791 o nel 792. Da quel momento restò per quasi settecento anni un moncone in mezzo al fiume, e i romani del Medioevo gli diedero i nomi che si danno alle cose rotte: pons Ruptus, pons Fractus, pons Tremulus, cioè ponte rotto, ponte spezzato, ponte che trema. Nel punto in cui il ponte non c’era più funzionava un traghetto fra la spiaggia dell’Arenula, sulla riva sinistra, e quella della Renella, sulla riva di Trastevere: i due toponimi, entrambi legati alla sabbia del fiume, sopravvivono ancora oggi nei nomi di via Arenula e di via della Renella.

Attenzione a non confonderlo con il Ponte Rotto di oggi

Qui nasce un equivoco che circola anche su pubblicazioni serie. Il monumento che oggi tutti chiamano Ponte Rotto, cioè l’arcata isolata che si vede accanto all’Isola Tiberina, è il resto del pons Aemilius, un ponte del II secolo avanti Cristo che cedette per l’ultima volta nella piena del Natale 1598 e che ha ereditato quel soprannome in modo stabile. Il rudere su cui Sisto IV costruì il suo ponte era un altro, un chilometro più a monte, e portava lo stesso nomignolo tre secoli prima. La lapide quattrocentesca murata sul ponte lo dice esplicitamente, chiamandolo con il nome che la gente gli dava: rotto. Chi legge le cronache medievali deve quindi guardare la data e il contesto, perché per un lungo periodo a Roma c’erano due ponti rotti contemporaneamente.

Perché Sisto IV ordinò un ponte nuovo: il disastro del 1450

La decisione di costruire Ponte Sisto nasce da un incidente di massa avvenuto venticinque anni prima, il 19 dicembre 1450, quando le spallette di Ponte Sant’Angelo cedettero sotto la pressione della folla dei pellegrini in arrivo per il giubileo di Niccolò V e un numero elevato di persone morì schiacciata o annegata nel Tevere. La cifra più citata dalle cronache romane è di 172 vittime, altre ricostruzioni parlano di circa duecento morti, e le schede più prudenti si limitano a indicare un numero imprecisato. Quel giorno rese evidente un problema strutturale della città: un solo ponte praticabile per portare centinaia di migliaia di persone verso la basilica di San Pietro.

Che cosa cambia rispetto alla pagina su Ponte Sant’Angelo

La dinamica del crollo, il ruolo del mulo imbizzarrito nelle cronache, le demolizioni delle cappelle che seguirono e il conteggio delle vittime sono raccontati nel dettaglio nella nostra scheda su Ponte Sant’Angelo, dove quell’episodio è il centro della storia. Qui interessa la conseguenza urbanistica, cioè la ragione per cui a Roma fu aggiunto un secondo ponte: è lo stesso fatto letto dall’altra estremità della catena causale.

Chi pagò

Il finanziamento dell’opera pesò sulle casse pontificie e, secondo una tradizione ripetuta da molte fonti locali, anche su una tassa straordinaria imposta alle cortigiane romane. Questa seconda notizia va trattata come tradizione erudita più che come dato contabile verificato: compare in letteratura antiquaria e in guide ottocentesche, e la sua documentazione archivistica è discussa. La riportiamo perché la si incontra ovunque, segnalando che non è un fatto accertato.

Il cantiere del 1473-1479: come fu costruito

I lavori di Ponte Sisto durarono sei anni, dal 1473 al 1479, con l’apertura al passaggio in tempo per il giubileo del 1475. Il ponte fu impostato sulle fondazioni del ponte romano, riutilizzando i piloni antichi dove erano ancora solidi: è una scelta costruttiva che spiega insieme la rapidità del cantiere e alcune anomalie geometriche della struttura, come le luci delle arcate che non sono perfettamente uguali fra loro.

Materiali: travertino fuori, reimpiego dentro

Il rivestimento esterno è in travertino, la pietra di Tivoli che a Roma compare in quasi ogni cantiere monumentale. La muratura interna è in gran parte di reimpiego, con materiale prelevato da edifici antichi in rovina, secondo una prassi che nel Quattrocento romano era la norma e che rendeva il travertino di cava una spesa da limitare alle superfici a vista. Sopra il foro centrale, sul lato di monte, è murato lo stemma della famiglia della Rovere, con la quercia che dà il nome al casato; in tutto sul ponte si contano cinque stemmi papali in marmo.

La larghezza originaria e la strettoia

Il ponte quattrocentesco era più stretto di quello che si attraversa oggi. Le fonti indicano una carreggiata di poco più di sei metri, ricavata su una struttura più larga, ed è una misura che nel Quattrocento bastava per due carri affiancati e per i pellegrini a piedi. Quando Roma diventa capitale e il traffico cambia scala, quella larghezza diventa il problema che l’Ottocento cercherà di risolvere prima con le passerelle metalliche e poi, per un momento, con l’idea di buttare giù tutto.

Chi ha progettato Ponte Sisto: la risposta corrente è probabilmente sbagliata

L’architetto di Ponte Sisto non è noto, e l’attribuzione che si legge quasi ovunque, quella a Baccio Pontelli, è stata respinta dagli studi moderni. La sua origine è precisa: Giorgio Vasari, nelle Vite, assegna il ponte a Pontelli, e da lì il nome è passato in tre secoli di guide senza che nessuno lo verificasse. Il problema è insieme cronologico e documentario, perché Baccio Pontelli, architetto fiorentino nato intorno al 1450, risulta attivo a Roma solo dopo la costruzione del ponte e nessun documento di cantiere lo collega all’opera. La scheda della Sovrintendenza Capitolina considera l’attribuzione superata.

Le alternative proposte

Gli studi hanno fatto altri nomi, nessuno dei quali si è imposto: fra questi Meo del Caprina da Settignano, architetto toscano documentato nei cantieri romani di quegli anni, e in generale la cerchia di maestranze fiorentine e lombarde che Sisto IV impiegava sui propri lavori. C’è anche chi sostiene che il progetto vada attribuito alla direzione tecnica della fabbrica pontificia più che a un singolo autore, ipotesi ragionevole per un’opera di ingegneria idraulica dove contano le maestranze e i capimastri più della firma. Allo stato delle ricerche la voce corretta da scrivere accanto alla parola architetto è: ignoto.

Un secondo nome che compare per errore

Su alcune pagine si trova anche l’attribuzione a Bartolomeo Rossellino, che è insostenibile per una ragione elementare: Rossellino morì nel 1464, nove anni prima dell’apertura del cantiere. Quando un nome del genere compare in una scheda, di solito è il segnale che quella scheda ha copiato da una fonte non controllata.

Una curiosità sul Ponte Sisto

Il ponte cambiò nome per decreto del committente, e la lapide lo dichiara senza giri di parole. Nel testo murato sul ponte si legge che Sisto IV rifece dalle fondamenta il ponte che a buon diritto chiamavano Rotto, per utilità del popolo romano e della moltitudine dei pellegrini in arrivo per il giubileo, e volle che dal suo nome fosse chiamato Sisto. È una delle prime operazioni di intitolazione pubblica esplicita della Roma moderna: non una dedica postuma decisa da altri, ma una firma apposta dal committente sull’opera mentre la consegna alla città.

La seconda lapide chiede una preghiera in cambio

Accanto a quella celebrativa ce n’è un’altra, datata 1475, che si rivolge direttamente a chi attraversa: tu che passi, per merito di Sisto IV prega il Signore che conservi a lungo e in buona salute il pontefice. È un pedaggio spirituale al posto di quello in denaro, e si legge bene come un documento sul rapporto fra opera pubblica e consenso nella Roma del Quattrocento. Chi finanzia un ponte chiede in cambio non una tassa ma un’orazione, e la incide nella pietra perché resti.

Dove sono le lapidi originali

Le lastre che si leggono oggi sul ponte sono riproduzioni: durante il restauro di fine Novecento le iscrizioni originali di Sisto IV furono staccate e musealizzate per proteggerle dal degrado, e i testi furono trascritti sui nuovi parapetti. Chi cerca la pietra quattrocentesca a portata di mano resterà deluso. Chi cerca il testo, invece, lo trova esattamente dove è sempre stato, in copia fedele.

L’occhialone: il foro circolare che misura le piene

L’occhialone di Ponte Sisto è l’apertura circolare ricavata nel pilone centrale del ponte, e ha una funzione idraulica precisa: quando il Tevere cresce, l’acqua che raggiunge il foro ci passa attraverso invece di premere sulla massa muraria, riducendo la spinta sulla struttura e il rischio di sfondamento. È allo stesso tempo un dispositivo di sfogo e uno strumento di misura, perché il livello raggiunto rispetto al foro dice a colpo d’occhio quanto è grave la piena in corso.

Come si leggeva la piena

La regola tramandata dai romani è semplice: quando l’acqua arriva a toccare l’occhialone, il fiume è in piena; quando comincia a entrarci dentro, la situazione è seria; quando il foro sparisce sotto l’acqua, le banchine e le strade basse sono già allagate. Prima dei sistemi idrometrici moderni, in una città dove le esondazioni erano un fatto ricorrente, un indicatore visibile da lontano e comprensibile da chiunque valeva più di una scala graduata. È una forma di comunicazione del rischio, costruita in muratura nel Quattrocento e ancora perfettamente leggibile.

Che cosa non è l’occhialone

Si legge ogni tanto che il foro servisse a far passare le barche, oppure che fosse una scelta decorativa ispirata agli acquedotti romani. La prima ipotesi non regge: l’apertura è troppo in alto rispetto al pelo dell’acqua ordinaria e troppo stretta per il traffico fluviale, che passava comodamente sotto le arcate. La seconda confonde l’effetto con la causa. L’alleggerimento dei piloni con aperture circolari è una tecnica costruttiva romana, usata nei ponti antichi per ridurre peso e resistenza all’acqua, e il cantiere quattrocentesco la riprende sapendo che cosa fa.

Dove si vede bene

Dall’impalcato del ponte l’occhialone è invisibile, perché sta sotto i piedi di chi cammina. I punti buoni per vederlo sono tre: ponte Mazzini, a monte, da cui si inquadra tutto il fianco del ponte; la banchina bassa del Tevere, quando è aperta e non allagata; e il marciapiede di lungotevere dei Tebaldi o di lungotevere dei Vallati, sporgendosi dal parapetto verso valle. Con il fiume basso, in agosto, il foro si vede per intero e con parte della muratura sottostante.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Ponte Sisto

Sotto l’impalcato di Ponte Sisto passa ancora acqua potabile: il ponte è il punto in cui l’acquedotto Paolo, riattivato da Paolo V nel primo Seicento sulle tracce dell’antico acquedotto Traiano, attraversa il Tevere per servire la riva sinistra. Le condotte corrono lungo la struttura e il ponte funziona da viadotto idraulico oltre che da passaggio pedonale. Nessuna scheda turistica lo dice, e nessun cartello sul posto lo segnala.

Il collegamento con il Fontanone del Gianicolo

L’acquedotto Paolo ha la sua mostra monumentale sul Gianicolo, cioè la Fontana dell’Acqua Paola che i romani chiamano il Fontanone, inaugurata nel 1612. Quella che chiude piazza Trilussa porta lo stesso nome ufficiale e appartiene allo stesso sistema, ma è un’altra cosa e ha un’altra storia: le teniamo su due pagine distinte proprio per questo motivo, e più avanti spieghiamo perché il nome si ripete.

Le lapidi, gli stemmi e le iscrizioni

Sul ponte si contano due iscrizioni quattrocentesche datate 1475, riprodotte oggi sui parapetti, cinque stemmi papali in marmo e due iscrizioni ottocentesche legate allo spostamento della fontana. Messe insieme sono il libretto di istruzioni del monumento: dicono chi lo ha voluto, perché, quando, e che cosa gli è successo dopo.

La dedica di Sisto IV

Il testo celebrativo è quello già citato, in cui il papa dichiara di aver rifatto dalle fondamenta il ponte chiamato Rotto, a utilità del popolo romano e dei pellegrini del giubileo, e di volerlo intitolare al proprio nome. La formula latina è costruita con cura e ripete due parole chiave della committenza pontificia quattrocentesca: utilitas, cioè il vantaggio pubblico, e impensa, cioè la spesa sostenuta. Dire quanto si è speso, nella retorica delle iscrizioni papali, è parte del merito.

Le due lapidi dell’Ottocento

A queste si aggiungono le iscrizioni apposte dopo il 1898 sulla fontana ricostruita a piazza Trilussa, che documentano lo smontaggio e la ricollocazione del monumento a seguito dei lavori per gli argini. Sono testi burocratici, poco letti, e sono l’unica testimonianza incisa di una vicenda che altrimenti resterebbe solo negli atti: senza quelle righe, nessuno capirebbe che la fontana di piazza Trilussa è nata dall’altra parte del fiume.

Ponte Sisto (Rome)
Foto: Livioandronico2013, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Il consiglio che ti do per visitare il Ponte Sisto

Il consiglio operativo è uno solo: non attraversare Ponte Sisto, guardalo. Il ponte è un monumento che si legge di fianco e dal basso, e chi si limita a passarci sopra vede un selciato, due parapetti e la folla. Il percorso che consigliamo dura venti minuti: si parte da lungotevere dei Vallati, si scende sul ponte fino a metà per leggere le lapidi e gli stemmi, si arriva a piazza Trilussa, si gira a destra lungo lungotevere Sanzio e ci si ferma su ponte Mazzini, da cui il fianco del ponte con l’occhialone si vede per intero.

L’orario giusto

Le due fasce migliori sono la prima mattina, fra le sette e le nove, e il tardo pomeriggio d’inverno. Di mattina presto il ponte è quasi vuoto, la luce arriva da est e illumina il fronte di Trastevere, e piazza Trilussa è nelle condizioni in cui si può guardare senza aggirare gruppi. Fra le dieci e le diciannove il passaggio è continuo tutto l’anno. Dalle ventuno in poi, nei mesi caldi, piazza Trilussa diventa un luogo di ritrovo serale molto affollato e il ponte funziona da corridoio.

Il giudizio: che cosa è sopravvalutato e che cosa no

La vista serale da piazza Trilussa verso il ponte illuminato è il cliché fotografico della zona e, francamente, è sopravvalutata: la si ottiene in mezzo a centinaia di persone, con i lampioni che bruciano l’esposizione e i gruppi seduti sulla scalinata che entrano in ogni inquadratura. Vale molto di più la stessa vista alle sette di mattina, con il fiume fermo e il ponte deserto. Sottovalutato, invece, è il fianco del ponte visto da ponte Mazzini: è l’unica posizione da cui si capisce che cosa si sta guardando, e non c’è quasi mai nessuno.

Con i bambini

Il ponte è pedonale e quindi tranquillo per chi cammina con bambini piccoli, ma i parapetti sono in muratura piena e non permettono di vedere il fiume ai più bassi: per affacciarsi bisogna essere presi in braccio. Il tratto è breve, senza ombra, e d’estate a metà giornata il travertino riflette molto calore. La sosta più comoda con i bambini è piazza Trilussa nelle ore diurne, oppure la banchina del fiume quando è aperta.

L’Ottocento: i muraglioni, l’allargamento e il rischio demolizione

Fra il 1876 e i primi anni del Novecento il Tevere dentro Roma fu incanalato fra argini in muratura alti fino a dodici metri, i muraglioni, progettati dopo la piena catastrofica del dicembre 1870 e realizzati sotto la direzione dell’ingegner Raffaele Canevari. L’opera salvò la città dalle inondazioni e nello stesso movimento cancellò il rapporto fra Roma e il suo fiume: sparirono le banchine con i porti, i mulini galleggianti, le case che scendevano fino all’acqua, gli approdi del Tevere. Ponte Sisto sopravvisse, ma cambiò pelle.

1877: i marciapiedi pensili di Angelo Vescovali

Nel 1877 la carreggiata del ponte fu allargata a circa undici metri con l’aggiunta di due passerelle metalliche sospese su mensoloni, progettate dall’ingegnere Angelo Vescovali e realizzate in ferro e ghisa. Era una soluzione tipicamente ottocentesca: invece di toccare la struttura storica, le si appendeva ai fianchi un’estensione in metallo, reversibile e rapida da montare. Il risultato, nelle fotografie d’epoca, è un ponte quattrocentesco con due balconi industriali, con i parapetti in ghisa traforata che nascondono il profilo delle arcate.

L’ipotesi di abbatterlo

Intorno al 1875, nel dibattito sugli argini, fu avanzata la proposta di demolire Ponte Sisto e sostituirlo con un ponte nuovo, più largo e con luci maggiori, per migliorare il deflusso del fiume. È una proposta coerente con la logica idraulica del progetto Canevari, che considerava i piloni dei ponti storici un ostacolo al regime delle acque, e va ricordata perché nello stesso decennio a Roma fu davvero demolito parecchio lungo il fiume. Il ponte si salvò, l’allargamento in ghisa fu il compromesso.

Lo spostamento della fontana

La fontana dell’Acqua Paola che oggi chiude piazza Trilussa non è nata lì. Fu costruita nel 1613 per volontà di Paolo V, su progetto di Giovanni Vasanzio e Giovanni Fontana, sulla riva sinistra all’imbocco di via Giulia, addossata all’ospizio dei Mendicanti detto anche dei Cento Preti, ed era la mostra terminale del ramo dell’acquedotto Paolo che attraversava il fiume proprio su Ponte Sisto. I lavori per gli argini travolsero l’ospizio: la fontana fu smontata nel 1879, i pezzi restarono accantonati per anni e il monumento fu ricostruito nel 1898 sulla sponda opposta, in asse con il ponte, dove si trova adesso.

Perché due monumenti diversi hanno lo stesso nome

Questo è il punto che genera più confusione. A Roma esistono due fontane dell’Acqua Paola: il Fontanone del Gianicolo, del 1612, e quella di piazza Trilussa, del 1613. Portano lo stesso nome perché sono due mostre dello stesso acquedotto, costruite a un anno di distanza dallo stesso pontefice, la prima come terminale monumentale in alto, la seconda come punto di erogazione in basso, al servizio dei rioni oltre il fiume. Sono due edifici distinti, in due luoghi distinti, con due storie diverse: chi cerca il Fontanone delle fotografie, con le cinque arcate e il grande catino, trova la scheda sulla Fontana dell’Acqua Paola del Gianicolo.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Ponte Sisto è pedonale da meno tempo di quanto quasi tutti immaginino: fino alla fine degli anni Novanta ci passavano le automobili. La chiusura definitiva al traffico veicolare arriva con il restauro condotto in vista del giubileo del 2000, che rimosse le strutture metalliche ottocentesche e restituì al ponte la sezione e i parapetti di impianto rinascimentale. Chi ha in mente il ponte come luogo di passeggio sta guardando una condizione recente, non una continuità di cinque secoli.

Che cosa è stato tolto e che cosa aggiunto

L’intervento, seguito sul piano scientifico da Gaetano Miarelli Mariani, smontò i marciapiedi pensili in ghisa del 1877 e i relativi mensoloni, ricostruì parapetti in travertino e laterizio coerenti con l’impianto quattrocentesco, mise in sicurezza la muratura e la pavimentazione. Le lapidi originali furono rimosse per la conservazione e sostituite da copie con i testi trascritti. Il risultato è un restauro di ripristino, cioè un’operazione che sceglie una fase storica (il Quattrocento) e cancella una stratificazione successiva (l’Ottocento): una scelta legittima e discussa, come sempre in questi casi, perché quei marciapiedi in ghisa erano anche loro un documento della città.

La data esatta della pedonalizzazione

Le fonti collocano il completamento dei lavori e la chiusura al traffico intorno al 2000, con il cantiere avviato nella seconda metà degli anni Novanta: alcune schede indicano il 1998 come inizio, altre parlano di un ciclo di interventi più lungo. Il dato solido è che dall’anno santo del 2000 il ponte è riservato al passaggio pedonale e non ha più funzione viaria.

La foto giusta da fare al Ponte Sisto

La fotografia che rende conto del monumento si fa da ponte Mazzini, a circa trecento metri a monte, inquadrando il fianco di Ponte Sisto con le quattro arcate allineate e l’occhialone al centro. È l’unico punto da cui si vede insieme la struttura, il foro del pilone e il livello del fiume, cioè i tre elementi che spiegano il ponte. Con il teleobiettivo la prospettiva si comprime e le arcate si sovrappongono; con un grandangolo moderato, intorno ai 28 o 35 millimetri equivalenti, il ponte entra tutto e resta leggibile.

Le inquadrature che funzionano

Oltre al fianco da ponte Mazzini, valgono tre posizioni. Dalla banchina bassa del Tevere, quando è accessibile, si guarda il ponte dal basso e le arcate diventano enormi. Da piazza Trilussa, mettendo la fontana in primo piano e il ponte sullo sfondo, si ottiene l’immagine classica della piazza, che però funziona solo se la scalinata è sgombra, cioè quasi mai dopo le venti. Dall’impalcato, guardando verso valle, si inquadra il fronte di lungotevere dei Vallati con la cupola di San Giovanni dei Fiorentini a sinistra e, nelle giornate limpide, la sagoma della cupola di San Pietro.

Regole e buon senso

Fotografare a mano libera è libero, come su tutto il suolo pubblico romano. Le riprese professionali con troupe, set, cavalletti ingombranti o illuminazione vanno autorizzate da Roma Capitale con richiesta anticipata. I droni sono soggetti alle regole dell’ente nazionale per l’aviazione civile e alle limitazioni dello spazio aereo del centro di Roma, che in quest’area sono stringenti: il volo non autorizzato è sanzionato. Il cavalletto sul ponte, nelle ore serali di maggiore passaggio, è comunque una pessima idea per motivi pratici prima che normativi.

Piazza Trilussa la sera: che cosa succede e quali regole valgono

Piazza Trilussa, la testata di Trastevere del ponte, è dagli anni Duemila il principale punto di ritrovo serale del rione: la scalinata davanti alla fontana funziona da gradinata e nelle sere calde ospita centinaia di persone sedute. Il fenomeno ha tre conseguenze documentate dagli atti del municipio e dalle cronache locali: rumore notturno nelle case affacciate sulla piazza, rifiuti e vetro abbandonati a terra, consumo di alcol acquistato nei minimarket della zona.

Le ordinanze comunali

Roma Capitale interviene con ordinanze sindacali che limitano la vendita per asporto di bevande alcoliche oltre una certa ora e vietano la circolazione e l’abbandono di contenitori in vetro su suolo pubblico nelle aree della movida, Trastevere compresa. Questi provvedimenti hanno una durata determinata e vengono rinnovati o modificati di stagione in stagione, con orari e perimetri che cambiano. Per questo non riportiamo qui orari precisi: sarebbero sbagliati entro pochi mesi. Chi vuole il dato esatto lo trova nella sezione ordinanze del sito istituzionale del Comune di Roma, aggiornata a ogni rinnovo.

Che cosa comporta in pratica

Per chi passa di lì la traduzione operativa è questa: nelle ore di punta serale attraversare il ponte richiede tre o quattro volte il tempo normale; nelle fasce serali coperte dall’ordinanza i minimarket non vendono alcolici da asporto, i locali con somministrazione continuano a servire ai tavoli secondo la propria licenza, e girare con una bottiglia di vetro in mano può costare una sanzione. Le multe per abbandono di rifiuti e per consumo di alcol in violazione dei divieti sono amministrative e vengono applicate con controlli mirati nei fine settimana.

Il punto di vista di chi ci abita

Le associazioni di residenti del rione chiedono da anni misure più stabili sul rumore notturno e sulla pulizia della piazza; le associazioni dei commercianti contestano il peso economico delle limitazioni. La discussione va avanti in consiglio municipale senza una soluzione definitiva, ed è una tensione che riguarda tutta la Roma centrale, non solo questa piazza. Registriamo i termini del problema perché chi arriva qui a mezzanotte in un sabato di luglio trova una piazza piena e conviene saperlo prima.

Le manifestazioni estive sul fiume

Nei mesi estivi le banchine del Tevere fra Ponte Sisto e ponte Sublicio ospitano una manifestazione di chioschi, spettacoli e mercatini che cambia nome e formula di anno in anno. Chi cerca il programma di quella rassegna, con date e orari della stagione in corso, trova la pagina dedicata a Lungo il Tevere Roma: quella è una scheda evento, aggiornata di stagione, mentre questa pagina resta sul monumento e sulla sua storia.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di Ponte Sisto copre duemila anni e si divide in due blocchi: la vita del ponte romano, fatta di restauri e di crolli, e quella del ponte moderno, fatta di cantieri e di scelte urbanistiche. Le date che seguono sono quelle che le fonti riportano con maggiore concordanza, con l’avvertenza che per l’età antica il quadro resta aperto.

Dall’età di Augusto al crollo

Prima del 12 avanti Cristo viene costruito il ponte che la tradizione attribuisce ad Agrippa. Intorno al 147 dopo Cristo il ponte risulta rifatto sotto Antonino Pio, da cui il nome di pons Antoninus; in età severiana, secondo altre ricostruzioni, l’intervento va collocato intorno al 215 sotto Caracalla. Fra il 366 e il 367 Valentiniano I e Valente ne ordinano il restauro con l’arco onorario sulla testata sinistra. Fra il 589 e il 590 una piena lo danneggia gravemente. Nel 791, o nel 792 secondo altre fonti, il ponte crolla e resta rudere per settecento anni.

Il Quattrocento

Il 19 dicembre 1450 il disastro di Ponte Sant’Angelo dimostra che la città ha bisogno di un secondo attraversamento. Nel 1471 Francesco della Rovere viene eletto papa con il nome di Sisto IV. Nel 1473 si apre il cantiere del ponte. Nel 1475 il passaggio è aperto per il giubileo, con le due lapidi datate a quell’anno. Nel 1479 i lavori risultano conclusi.

Dal Cinquecento all’Ottocento

Intorno al 1565 e al 1567 vengono eseguiti interventi di rinforzo, che alcune fonti collegano alla direzione del Vignola e all’opera di Matteo di Città di Castello. Il 24 dicembre 1598 la piena del Natale devasta il corso urbano del Tevere, abbatte due arcate di ponte Santa Maria (l’attuale Ponte Rotto) e impone lavori anche a Ponte Sisto; nel 1599 Clemente VIII ne finanzia il restauro con nuova pavimentazione e parapetti. Nel 1613 Paolo V fa costruire all’imbocco di via Giulia la mostra dell’acqua Paola. Nel dicembre 1870 la piena più alta mai misurata a Roma sommerge i rioni bassi e accelera la decisione sugli argini. Nel 1876 iniziano i muraglioni. Nel 1877 il ponte è allargato con i marciapiedi pensili in ghisa di Angelo Vescovali. Nel 1879 la fontana di via Giulia viene smontata; nel 1898 è ricostruita a piazza Trilussa. Nel 1878 e nel 1892 gli scavi restituiscono frammenti riferiti all’arco di Valentiniano.

Il Novecento e il presente

Nel corso del Novecento il ponte resta aperto al traffico veicolare, con volumi crescenti. Alla fine degli anni Novanta parte il restauro che rimuove le strutture metalliche ottocentesche, ricostruisce i parapetti e musealizza le lapidi originali. Dal 2000, anno santo, il ponte è pedonale. Negli anni successivi piazza Trilussa diventa il centro della vita notturna del rione e oggetto di ordinanze comunali a cadenza stagionale.

Un episodio che riguarda tutta la zona

Durante l’assedio francese del 1849 la difesa della Repubblica Romana si giocò sul fronte del Gianicolo e dentro Trastevere, cioè nel quadrante che Ponte Sisto collega al resto della città. Le vicende militari di quelle settimane, con i combattimenti del 3 e del 30 giugno e la resa decisa dall’Assemblea, sono ricostruite al Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, a Porta San Pancrazio. Sul ruolo puntuale del ponte in quei giorni le fonti che abbiamo consultato non offrono un dato univoco, e preferiamo non attribuirgliene uno.

Chi è passato dal Ponte Sisto

Ponte Sisto è stato progettato per far passare i pellegrini, e la prima folla documentata che lo attraversò è quella del giubileo del 1475. Da allora il ponte è stato un passaggio ordinario, il che significa che ci sono passati quasi tutti quelli che hanno abitato o visitato Roma: la lista che segue riguarda chi ci ha lasciato una traccia scritta, costruita o incisa.

Sisto IV della Rovere

Il committente è anche il primo nome inciso sul monumento. Francesco della Rovere, papa dal 1471 al 1484, è la figura che ha cambiato più profondamente l’aspetto di Roma nel Quattrocento: a lui si devono la cappella Sistina in Vaticano, il riassetto di numerose strade, la fondazione della biblioteca apostolica nella forma che conosciamo e la donazione dei bronzi antichi al popolo romano, all’origine dei musei del Campidoglio. Il ponte è, fra le sue opere, quella che ha avuto l’uso quotidiano più lungo.

I pellegrini dei giubilei

Dal 1475 in poi ogni anno santo ha portato su questo ponte flussi di centinaia di migliaia di persone dirette a San Pietro. Il ponte fa parte, insieme a Ponte Sant’Angelo e a via della Lungara, del sistema di percorsi giubilari della riva destra, e la strada che ne deriva passa davanti a Villa Farnesina e a Palazzo Corsini prima di arrivare al Borgo e a Borgo.

Trilussa

Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa, poeta romanesco morto nel 1950, dà il nome alla piazza su cui il ponte sbocca, e il suo busto si trova accanto alla fontana. Lo studio del poeta, con i suoi oggetti personali, è ricostruito al Museo di Roma in Trastevere, a poche centinaia di metri. Chi passa sul ponte e legge il nome della piazza senza sapere a chi appartiene ha a disposizione, cinque minuti più in là, un museo che glielo spiega.

Cosa vedere intorno a Ponte Sisto

Ponte Sisto si trova al centro di un’area che si percorre tutta a piedi in una mattinata: dalla testata di Trastevere in dieci minuti si è a Santa Maria in Trastevere, dalla testata di Regola in altrettanti si arriva a Campo de’ Fiori e al Ghetto.

Sulla riva di Trastevere

Oltre a piazza Trilussa e alla sua fontana, nel raggio di un quarto d’ora si trovano il Museo di Roma in Trastevere a piazza Sant’Egidio, la basilica di Santa Cecilia, l’Orto Botanico con l’ingresso da largo Cristina di Svezia, la Villa Farnesina con gli affreschi di Raffaello e della sua bottega, e più in alto il Tempietto del Bramante nel cortile di San Pietro in Montorio. La salita al Gianicolo parte da qui e si fa in venti minuti di passo lento.

Sulla riva di Regola e del centro

Dalla testata di via dei Pettinari si raggiungono in pochi minuti Campo de’ Fiori con il suo mercato mattutino, la Galleria Spada con la prospettiva del Borromini, la chiesa di San Paolo alla Regola, e proseguendo il Ghetto con la Fontana delle Tartarughe e il Teatro di Marcello. Verso nord, via Giulia porta in linea retta fino a piazza Navona e al Chiostro del Bramante.

Lungo il fiume

Chi vuole capire il Tevere urbano metta in fila tre tappe: Ponte Sisto, l’Isola Tiberina con i suoi due ponti antichi, e il Ponte Rotto, cioè quel che resta del pons Aemilius. Un chilometro e mezzo in tutto, e ci sono dentro duemiladuecento anni di ingegneria fluviale. Verso valle si continua fino a Testaccio e al Monte dei cocci; verso monte si arriva a Castel Sant’Angelo in poco più di venti minuti lungo la riva destra.

Domande frequenti sul Ponte Sisto

Quanto costa attraversare Ponte Sisto?

Attraversare Ponte Sisto è gratuito: è una strada pubblica pedonale di Roma Capitale, aperta ventiquattro ore su ventiquattro, senza biglietto, senza tornelli e senza orari di accesso. Non esistono visite a pagamento del ponte in quanto tale, e nessun ente rilascia biglietti per salirci. Le uniche spese possibili riguardano le attrazioni vicine, come i musei di Trastevere o la Villa Farnesina, che hanno biglietterie proprie.

Ponte Sisto si può attraversare in auto o in bicicletta?

Ponte Sisto è chiuso al traffico veicolare dal 2000 e si attraversa solo a piedi. Le biciclette vanno condotte a mano nelle ore di maggiore passaggio, come su ogni area pedonale affollata del centro, e nelle sere estive il transito in sella è di fatto impossibile per il numero di persone. Chi si muove in auto deve considerare che entrambe le testate ricadono in zone a traffico limitato, con varchi elettronici e orari che vanno verificati prima.

Che cos’è l’occhialone di Ponte Sisto?

L’occhialone di Ponte Sisto è il grande foro circolare aperto nel pilone centrale del ponte, che serve a far defluire l’acqua durante le piene riducendo la spinta sulla struttura e, allo stesso tempo, a segnalare a vista il livello del fiume. Quando l’acqua arriva a lambirlo il Tevere è in piena; quando lo sommerge, le banchine sono già allagate. Si vede solo dal basso o dai ponti vicini, non dall’impalcato.

Chi ha costruito Ponte Sisto e quando?

Ponte Sisto fu fatto costruire da papa Sisto IV della Rovere fra il 1473 e il 1479, con apertura al passaggio per il giubileo del 1475, sulle fondazioni di un ponte romano crollato nell’alto Medioevo. Il nome dell’architetto resta ignoto: l’attribuzione tradizionale a Baccio Pontelli deriva da Vasari ed è stata respinta dagli studi moderni, perché Pontelli risulta attivo a Roma solo dopo la costruzione del ponte.

Come si chiamava il ponte romano che c’era prima di Ponte Sisto?

Il ponte romano preesistente a Ponte Sisto è noto con più nomi e le fonti divergono: pons Agrippae, dalla costruzione attribuita ad Agrippa prima del 12 avanti Cristo; pons Aurelius, dalla vicina porta Aurelia; pons Antoninus, dal rifacimento collegato ad Antonino Pio; e pons Valentiniani, dal restauro del 366-367. Si tratta con ogni probabilità dello stesso attraversamento, chiamato in modi diversi in epoche diverse.

Quanto tempo serve per visitare Ponte Sisto?

Per visitare Ponte Sisto bastano venti o venticinque minuti, comprendendo la traversata, la lettura delle lapidi e degli stemmi e la sosta su ponte Mazzini da cui si vede l’occhialone. Il solo attraversamento richiede tre minuti. Aggiungendo la discesa sulla banchina del Tevere, quando è praticabile, si arriva a quaranta minuti. Il ponte funziona bene come tappa di un percorso fra il centro storico e Trastevere, meno come meta a sé.

Ponte Sisto è accessibile a chi si muove in carrozzina?

Ponte Sisto è pianeggiante e privo di gradini, quindi percorribile in carrozzina o con un passeggino, ma la pavimentazione in sampietrini è irregolare e i raccordi con le testate possono essere scomodi. Il lato di piazza Trilussa si raggiunge in piano dal marciapiede di lungotevere della Farnesina. La banchina bassa del fiume, sotto il ponte, si raggiunge invece solo tramite rampe e scalinate e non è sempre aperta.

Si può fotografare Ponte Sisto liberamente?

Fotografare Ponte Sisto a mano libera è libero, trattandosi di suolo pubblico all’aperto. Le riprese professionali con troupe, set o attrezzature ingombranti richiedono un’autorizzazione di Roma Capitale, da chiedere con anticipo, e l’uso dei droni è soggetto alle regole dell’ente nazionale per l’aviazione civile e alle limitazioni dello spazio aereo del centro di Roma. Il cavalletto nelle ore serali di forte passaggio è sconsigliato per ragioni pratiche.

Qual è la differenza fra la fontana di piazza Trilussa e il Fontanone del Gianicolo?

La fontana di piazza Trilussa, alla testata di Ponte Sisto, e il Fontanone del Gianicolo sono due monumenti distinti che portano lo stesso nome di fontana dell’Acqua Paola perché sono due mostre dello stesso acquedotto, volute da Paolo V rispettivamente nel 1613 e nel 1612. Quella di piazza Trilussa stava in origine sulla riva sinistra, all’imbocco di via Giulia: fu smontata nel 1879 per i lavori sugli argini e ricostruita nel 1898 dove si trova ora.

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