Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Ci sono edifici che a Roma si mimetizzano e edifici che, al contrario, sono stati costruiti apposta per farsi vedere. La Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Sta sul Lungotevere de' Cenci, nel rione Sant'Angelo, dove il fiume fa un'ansa dolce e l'Isola Tiberina appare a poche decine di metri; e la sua cupola quadrata, coperta di alluminio, si stacca dal profilo dei tetti romani con una determinazione che non ha nulla di casuale. Quando accompagno un gruppo lungo il Tevere, la indico sempre prima di arrivarci, perché è uno dei pochi monumenti della città che si riconosce da lontano senza bisogno di spiegazioni: in un panorama fatto di cupole rotonde e campanili romanici, quel padiglione a base quadrata è un'anomalia visiva assoluta, e quell'anomalia è esattamente il messaggio.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Ma la Sinagoga di Roma non è soltanto un pezzo di architettura eclettica di inizio Novecento. È il centro fisico e simbolico della comunità ebraica più antica della diaspora occidentale, presente in questa città in modo ininterrotto da oltre ventidue secoli. Nessun'altra comunità ebraica d'Europa può dire lo stesso. Gli ebrei di Roma erano qui prima del Colosseo, prima del Pantheon di Adriano, prima di San Pietro: erano qui quando Roma era una repubblica e il Mediterraneo un mare da conquistare. Hanno attraversato l'impero, il cristianesimo, il medioevo, il ghetto, l'emancipazione, la Shoah, e sono ancora qui. Camminare su questo lungotevere con quella consapevolezza cambia completamente il modo in cui si guarda l'edificio.
In questa guida vi porto dentro e intorno alla Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) con la calma che merita: l'architettura e le sue ragioni, il Museo Ebraico che ne occupa il seminterrato, la storia lunghissima che l'ha preceduta, gli anni terribili che l'hanno segnata, le tre visite dei papi, e tutte le informazioni pratiche che servono per organizzare una visita che funzioni davvero. Vi avviso subito di una cosa, perché è la fonte di gran parte dei malintesi: non si entra in sinagoga come si entra in una chiesa. Ci si entra attraverso il Museo Ebraico, con biglietto, con controlli di sicurezza, in orari precisi, e non durante le funzioni. Non è una scortesia: è la conseguenza diretta di cose che in questo luogo sono accadute davvero.
Dove si trova la Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) e come ci si arriva
L'indirizzo che conta è il Lungotevere de' Cenci, all'altezza del rione XI Sant'Angelo, il rione più piccolo di Roma. Il complesso occupa uno dei quattro isolati regolari nati dalla demolizione del vecchio ghetto, ed è delimitato su un lato dal lungotevere, sugli altri da via Catalana, da via del Tempio e dallo slargo che oggi si chiama Largo Stefano Gaj Taché. L'ingresso del pubblico, quello del Museo Ebraico da cui passano tutti i visitatori, si apre su via Catalana. Vale la pena impararlo a memoria, perché la facciata monumentale che si vede dal fiume, con la sua grande scalinata, non è la porta da cui si entra in visita: è l'ingresso liturgico, riservato ai fedeli e alle celebrazioni.
A piedi, che è il modo giusto
Dal Campidoglio si scende verso il Teatro di Marcello e in dieci minuti si è in via del Portico d'Ottavia; da Largo di Torre Argentina bastano cinque minuti scarsi per via Arenula e via Santa Maria del Pianto; da Trastevere si attraversa il Ponte Cestio e il Ponte Fabricio passando per l'Isola Tiberina, ed è il percorso più bello di tutti, perché il Ponte Fabricio è il ponte romano più antico della città ancora in uso, costruito nel 62 a.C., e ha un soprannome popolare che dice molto: Ponte Quattro Capi, per le erme quadrifronti di Giano che ne ornano i parapetti. Uscendo dal ponte sulla riva sinistra ci si trova praticamente davanti alla sinagoga. Se avete tempo per un solo avvicinamento, scegliete questo: si arriva dal fiume, la cupola cresce piano piano davanti agli occhi, e il salto di scala tra le case basse dell'ex ghetto e il tempio monumentale si capisce senza che nessuno debba spiegarvelo.
Con i mezzi pubblici
Il tram 8 ferma a Largo Arenula e a Piazza Venezia; gli autobus che percorrono via Arenula e via del Teatro di Marcello lasciano a pochi minuti a piedi. La metropolitana non arriva qui: la fermata utile più vicina è Colosseo sulla linea B, ma da lì conviene comunque camminare venti minuti attraverso i Fori e il Teatro di Marcello, che è una passeggiata splendida e non una penalità. In auto, semplicemente, lasciate perdere: si è dentro la zona a traffico limitato del centro storico, il parcheggio è un'illusione e il lungotevere è una trappola.
Perché l'orientamento conta più del solito
Molti visitatori arrivano davanti alla scalinata monumentale sul lungotevere, la trovano chiusa, e concludono che la sinagoga sia inaccessibile. Non è così: girate l'angolo verso via Catalana e trovate la biglietteria del Museo Ebraico di Roma. È una piccola cosa logistica, ma vi risparmia mezz'ora di perplessità e qualche giro inutile intorno all'isolato. La stessa confusione riguarda gli orari: la sinagoga è un luogo di culto attivo, quindi la visita turistica si incastra negli spazi che il calendario liturgico lascia liberi, non viceversa.
La Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) e la comunità più antica della diaspora
Per capire perché questo edificio è così importante bisogna fare un passo indietro di più di duemila anni. I primi ebrei arrivano a Roma nel II secolo a.C., in epoca repubblicana, in un contesto di rapporti diplomatici e commerciali tra Roma e la Giudea dei Maccabei. Non arrivano da schiavi: arrivano da mercanti, da ambasciatori, da immigrati liberi del Mediterraneo orientale. È un dettaglio che cambia tutto, perché significa che la presenza ebraica a Roma precede di secoli sia la distruzione del Tempio di Gerusalemme sia la nascita del cristianesimo.
Poi, certo, la storia si complica. Le guerre giudaiche del 66-70 d.C. e del 132-135 d.C. portano a Roma migliaia di prigionieri e schiavi; la comunità cresce, si stratifica, si insedia soprattutto in Trastevere e sull'Aventino, aree portuali e popolari, vicine agli approdi del Tevere. Le catacombe ebraiche di Vigna Randanini sull'Appia e di Villa Torlonia sulla Nomentana, con le loro iscrizioni in greco, in latino e in ebraico, raccontano una popolazione numerosa, organizzata in più sinagoghe, che parla la lingua franca dell'impero e seppellisce i suoi morti con la menorah incisa sulla pietra.
Un primato che non è retorica
Quando dico che la comunità ebraica di Roma è la più antica della diaspora occidentale non sto usando una formula da depliant. È un fatto verificabile: nessuna comunità ebraica europea può documentare una presenza continuativa nello stesso luogo per ventidue secoli. Non ci sono state espulsioni definitive come in Inghilterra nel 1290, in Francia nel 1394, in Spagna nel 1492, in Portogallo nel 1497. C'è stata segregazione, umiliazione, povertà imposta, persecuzione: ma non l'espulsione totale. Gli ebrei romani sono rimasti, generazione dopo generazione, negli stessi quattro o cinque ettari di città.
Questo produce un'identità particolarissima, che si sente nella lingua, nella cucina, nella liturgia e persino nell'ironia. Gli ebrei di Roma non sono ashkenaziti né sefarditi: sono italkim, e seguono il rito italiano, il minhag italiano, una tradizione liturgica autonoma che discende direttamente dagli usi della Palestina del primo millennio e che oggi si conserva quasi esclusivamente qui e in poche altre comunità italiane. È il rito che si celebra nell'aula principale della Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore), e per un ebreo che arrivi da New York, da Parigi o da Gerusalemme è un'esperienza spiazzante: melodie diverse, ordine delle preghiere diverso, pronunce diverse. Una lingua liturgica che nessun altro parla più.
Il giudaico-romanesco
Esiste, o è esistita fino a poche generazioni fa, una parlata specifica: il giudaico-romanesco, un romanesco intriso di ebraismi e di parole di origine ebraica e aramaica adattate alla fonetica locale. Parole come "sciamannato", "caiòtico", "azzeccare" hanno storie che intrecciano il vocabolario del ghetto con quello della città. Oggi la si sente ancora, a frammenti, nelle famiglie e nelle botteghe di via del Portico d'Ottavia; ed è uno dei tanti modi in cui questa comunità ha lasciato tracce nella Roma di tutti, spesso senza che i romani se ne accorgano.
Il 1555, la bolla Cum nimis absurdum e la nascita del ghetto
La Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) non si capisce senza il ghetto, e il ghetto non si capisce senza una data: 12 luglio 1555. Quel giorno papa Paolo IV, al secolo Giovanni Pietro Carafa, eletto da appena due mesi, promulga la bolla Cum nimis absurdum. Il titolo è già una condanna: "poiché è del tutto assurdo" che gli ebrei, condannati da Dio alla servitù per la loro colpa, godano di libertà tra i cristiani. Con quell'atto vengono revocati in blocco i diritti che gli ebrei romani avevano accumulato nei secoli precedenti, e viene ordinata la loro reclusione in un'area chiusa del rione Sant'Angelo, tra il Portico d'Ottavia e la riva del Tevere.
Il documento è di una precisione burocratica agghiacciante. Impone la residenza obbligatoria in un'area recintata con porte che si chiudono al tramonto e si riaprono all'alba. Impone un segno distintivo di riconoscimento, un berretto per gli uomini e un contrassegno per le donne, di colore glauco, cioè un giallo verdastro. Proibisce agli ebrei l'esercizio di qualunque commercio, con una sola eccezione: il commercio degli stracci e degli abiti usati. Proibisce loro il possesso di beni immobili. Impone una sola sinagoga per l'intera comunità. Vieta l'esercizio della medicina verso i cristiani. Impone l'uso esclusivo del latino o dell'italiano nei registri contabili.
Le conseguenze non previste di una legge di segregazione
Tre di queste norme hanno prodotto effetti di lunghissimo periodo, e vale la pena capirli perché li si tocca ancora oggi camminando per il quartiere. Il divieto di commercio con l'eccezione degli stracci ha creato una specializzazione forzata degli ebrei romani nell'abbigliamento e nei suoi accessori, un mestiere che è rimasto nelle famiglie per secoli e che ancora oggi si riconosce nelle botteghe della zona e nei banchi dei mercati romani. Il divieto di possedere immobili ha spinto la ricchezza, quando c'era, verso i beni mobili per eccellenza, l'oro e il denaro: e da lì nasce, per paradosso, il ruolo di prestatori che gli stessi papi hanno poi utilizzato. Il divieto di possedere case ha reso irrazionale qualunque investimento nella manutenzione degli edifici, e questo ha prodotto un degrado fisico che tre secoli dopo sarebbe stato usato come argomento tecnico per radere al suolo l'intero quartiere.
Un quartiere fatto di verticalità e di ponti
Il ghetto romano era piccolissimo, poco più di due ettari all'inizio, e la popolazione cresceva. La sola direzione disponibile era l'alto: le case salivano di piano in piano, i vicoli si stringevano, la luce spariva. Tra abitazioni contigue si aprivano porte di comunicazione e tra un isolato e l'altro passavano ponti di collegamento, che servivano anche a fuggire durante le prevaricazioni, per esempio nei giorni di carnevale, quando la caccia agli ebrei era uno degli "intrattenimenti" tollerati dalla città. E siccome il quartiere era addossato al fiume senza argini, le facciate portavano segni orizzontali di colore diverso, lasciati dal fango delle piene: una cronologia delle inondazioni scritta sui muri.
Nel 1572 papa Gregorio XIII aggiunge alla segregazione l'obbligo delle prediche coatte: ogni sabato una parte della comunità doveva assistere a sermoni destinati a convertirla. Si tennero in luoghi diversi, tra cui Sant'Angelo in Pescheria e la chiesa di San Gregorio a Ponte Quattro Capi, oggi San Gregorio della Divina Pietà, che ancora oggi mostra sulla facciata un'iscrizione bilingue in latino e in ebraico dal libro di Isaia, posta lì con intento polemico. Il risultato delle prediche fu, in tre secoli, praticamente nullo. La tradizione popolare racconta che gli ebrei si preparassero tappandosi le orecchie con la cera; la scena è entrata nell'immaginario grazie al cinema, ma l'obbligo è documentato e fu revocato soltanto nel 1848.
Le Cinque Scole: cinque sinagoghe dentro un solo edificio
Qui arriviamo a uno dei nodi che rendono la Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) ciò che è. La bolla del 1555 imponeva una sola sinagoga. Ma la comunità romana non era omogenea: c'erano gli italkim di rito italiano, e c'erano gli ebrei arrivati dalla penisola iberica e dalla Sicilia dopo le espulsioni del 1492 e del 1493, ciascuno con la propria liturgia, la propria pronuncia dell'ebraico, le proprie melodie. Costringere tutti a una sola sinagoga significava chiedere loro di rinunciare alla propria identità liturgica.
La risposta fu una soluzione di intelligenza pratica formidabile: un solo edificio, quindi formalmente una sola sinagoga, che al suo interno ospitava cinque aule di preghiera distinte. Sono le famose Cinque Scole, dal termine giudaico-romanesco "scola" che indica appunto la sinagoga: la Scola del Tempio e la Scola Nova, di rito italiano; la Scola Catalana e la Scola Castigliana, di tradizione iberica; la Scola Siciliana. Cinque comunità liturgiche sotto lo stesso tetto, in piazza delle Cinque Scole, per oltre tre secoli. Una fedeltà alla lettera della legge che ne aggirava lo spirito, e che dice moltissimo sul carattere di questa comunità.
Che cosa erano davvero, dentro
Non erano stanzette di ripiego. Le Cinque Scole accumularono nei secoli arredi liturgici di grande qualità: armadi santi in marmo policromo, seggi rabbinici barocchi, tessuti ricamati, argenti, lampade. Le famiglie del ghetto, anche quelle poverissime, donavano alla propria scola quello che potevano, e le donazioni si stratificavano. Il risultato è che dentro un quartiere segregato e povero si formò un patrimonio artistico che oggi costituisce il cuore del Museo Ebraico di Roma.
L'edificio delle Cinque Scole fu demolito nel quadro dello sventramento del ghetto: la Scola Catalana, per esempio, venne abbattuta nel 1908. Ma gli arredi furono smontati, conservati e in gran parte reimpiegati. Ed è per questo che, entrando oggi nella Sinagoga di Roma, si vedono oggetti molto più antichi dell'edificio che li ospita: nella zona absidale ci sono due seggi marmorei barocchi in marmi policromi, quello di sinistra proveniente dalla Scola Siciliana e datato 1586, riservato al rabbino capo, e quello di destra proveniente dalla Scola Castigliana, del 1660. Furono montati nel Tempio Maggiore tra il 1937 e il 1938, insieme a due arche collocate sotto i matronei laterali, di cui quella di destra risale al 1586.
La continuità come scelta consapevole
Questo trasferimento di arredi non è un dettaglio da inventario. È una dichiarazione. Chi progettò e allestì il nuovo tempio poteva riempirlo di arredi nuovi di zecca, e in parte lo fece; ma volle che dentro l'edificio dell'emancipazione ci fossero pezzi di legno e di marmo che avevano attraversato i secoli del ghetto. Quando accompagno qualcuno nell'aula, gli faccio guardare quei due seggi prima di ogni altra cosa: sono più vecchi della sinagoga di trecentodiciotto anni, e vengono da un edificio che non esiste più.
1870: la breccia, l'emancipazione e la fine del ghetto
Il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrano a Roma dalla breccia di Porta Pia e finisce il potere temporale dei papi. C'è un dettaglio di quella giornata che i romani ebrei si sono raccontati per generazioni: l'ufficiale che comandava la batteria di cannoni che aprì la breccia era un piemontese di famiglia ebraica, il capitano Giacomo Segre. La leggenda locale vi ha ricamato sopra parecchio, ma il fatto in sé è documentato, ed è una di quelle coincidenze che la storia produce ogni tanto per farsi ricordare meglio.
Con l'annessione al Regno d'Italia il ghetto viene abolito e gli ebrei romani diventano cittadini a tutti gli effetti. Attenzione, però: l'emancipazione giuridica arriva in un giorno, quella sociale ed economica richiede decenni. Le persone che escono dal ghetto nel 1870 sono in larghissima parte poverissime, con mestieri limitati da tre secoli di divieti, con un tasso di analfabetismo alto, con una salute compromessa dalle condizioni abitative. La libertà arriva prima delle condizioni per esercitarla.
I muraglioni e lo sventramento
La sorte fisica del quartiere si decide nel 1875, quando il Parlamento delibera e finanzia la costruzione dei muraglioni del Tevere, gli argini alti che dovevano proteggere Roma dalle piene. Il tracciato del nuovo lungotevere avrebbe comportato la demolizione di circa metà del vecchio ghetto. A quel punto si scelse di non fermarsi a metà: si decise una più radicale operazione di "risanamento", e il quartiere fu praticamente raso al suolo.
Nel 1888, con il nuovo piano regolatore della capitale, buona parte delle antiche stradine e degli edifici del ghetto viene abbattuta e sostituita da un impianto ortogonale: nascono via del Portico d'Ottavia, che prende il posto della vecchia via della Pescheria, via Catalana e via del Tempio. Scompaiono interi isolati, scompare piazza Giudea con i suoi edifici degradati, uno degli accessi storici al quartiere. Al posto del labirinto nascono quattro isolati regolari, più ordinati, più salubri, infinitamente meno caratteristici.
Un lutto urbanistico di cui si parla poco
Va detto con onestà: lo sventramento del ghetto è una delle perdite più gravi subite dal tessuto storico di Roma, e per decenni è stata raccontata solo come un'operazione igienica necessaria. Chi vuole farsi un'idea di come apparisse il vecchio quartiere deve guardare la fila di edifici sul lato nord di via del Portico d'Ottavia, accanto a quello che resta del complesso augusteo: quelle case sopravvissute, con le finestre irregolari e i frammenti antichi murati nelle facciate, sono l'ultimo campione di un tessuto scomparso. Ed è proprio da quello scarto di scala e di atmosfera che la Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) trae la sua forza visiva: le case basse e disordinate dell'ex ghetto da un lato, il tempio monumentale dall'altro.
C'è una nota amministrativa che spiega i tempi lunghi della vicenda. Nel 1888 l'Università israelitica di Roma stipulò un contratto con il Comune per ottenere un terreno con strade d'accesso adeguate su cui edificare una sinagoga di dimensioni monumentali, il che avrebbe consentito la demolizione dell'edificio delle Cinque Scole. Quell'accordo venne però rescisso nel 1896. Solo nel 1897 la Comunità acquistò dal Comune l'area compresa tra il Lungotevere de' Cenci e via del Portico d'Ottavia, uno dei quattro lotti ricavati dalle demolizioni. Ci vollero quasi trent'anni dalla fine del potere temporale per arrivare alla prima pietra.
Il concorso del 1889 e la scelta del progetto della Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Nel 1889 viene bandito il primo concorso per la nuova sinagoga. Il bando è un documento straordinario, perché non chiede semplicemente un luogo di culto: chiede un edificio che debba «innalzarsi fieramente fra le costruzioni della nuova città» e che abbia «carattere monumentale e severo». Le parole contano. "Fieramente" e "monumentale" non sono aggettivi da capitolato tecnico: sono un programma politico. La comunità ebraica romana, uscita da tre secoli di reclusione e da una bolla che le imponeva una sola sinagoga e nemmeno troppo visibile, voleva costruire qualcosa che si vedesse da mezza città.
Al concorso partecipano ventisei gruppi di architetti e ingegneri. Vengono premiati a pari merito due progetti: quello di Attilio Muggia, ingegnere bolognese, e quello degli allievi di Guglielmo Calderini, Vincenzo Costa e Osvaldo Armanni. Dopo l'acquisto del terreno nel 1897 viene indetto un secondo concorso a inviti, riservato ai due vincitori, ai quali si chiede di rielaborare i progetti presentati. Muggia rinuncia, e nel 1899 l'incarico viene affidato definitivamente ad Armanni e Costa.
Che cosa significava progettare una sinagoga nel 1899
Bisogna capire il problema che avevano davanti. Non esisteva, e non esiste, uno "stile sinagogale" canonico paragonabile a quello che il cristianesimo aveva sviluppato in millecinquecento anni di basiliche, romanico, gotico e barocco. Nell'Ottocento europeo le comunità ebraiche emancipate che costruivano grandi sinagoghe si trovavano tutte davanti alla stessa domanda: che forma deve avere un edificio che rappresenti pubblicamente l'ebraismo in una città cristiana? Le risposte furono diverse e tutte discusse: il neomoresco di Budapest e di Berlino, il neobizantino, il neoromanico, il neoclassico.
Armanni e Costa scelsero una strada personale. Il loro obiettivo dichiarato non era riprodurre un modello di tempio ebraico, antico o recente, ma «generare l'impressione di un edificio di culto orientale». Cercarono di richiamare l'architettura dell'antico Regno d'Israele attraverso una fusione di elementi assiri, egizi e soprattutto greci, riproposti non nella loro purezza originaria ma adattati al contesto romano e al gusto dell'epoca. Le loro parole, nella relazione pubblicata nel 1904, sono chiarissime: volevano che «il nuovo tempio assumesse forme severe, semplici, non prive tuttavia di una moderata ricchezza e armonizzanti perfettamente, a nostro avviso, con quelle degli altri monumenti della città».
Il risultato: un unicum, non un compromesso
Se quell'armonizzazione con gli altri monumenti della città sia riuscita è materia di dibattito da centoventi anni. La critica architettonica ha spesso osservato che l'unione delle due fonti principali, quella greca senza le mediazioni rinascimentali e quella assira, rende la Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) un unicum nel panorama della capitale, difficile da integrare nonostante le intenzioni dei progettisti. Io la vedo diversamente, e ve lo dico apertamente: quell'estraneità non è un difetto del progetto, è la sua riuscita. Un edificio che si fosse mimetizzato tra le chiese romane avrebbe tradito il senso stesso della commissione. Doveva essere riconoscibile, e lo è.
Va aggiunto che, sotto l'apparato decorativo orientalizzante, la composizione è rigorosamente classica: la distribuzione delle masse, la ripartizione degli spazi e la collocazione degli elementi principali sono concepite secondo dettami rinascimentali. È un edificio con un vestito assiro-babilonese e uno scheletro italiano. Cosa che, se ci pensate, è la definizione perfetta della comunità che lo ha costruito.
Osvaldo Armanni e Vincenzo Costa: chi ha costruito la Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
I due nomi che ogni visitatore dovrebbe portarsi via da qui sono Osvaldo Armanni, architetto, e Vincenzo Costa, ingegnere. Erano entrambi allievi di Guglielmo Calderini, il progettista del Palazzo di Giustizia di piazza Cavour, quello che i romani chiamano irriverentemente "il Palazzaccio": il che vi dà l'idea del clima architettonico in cui lavoravano, un'epoca in cui la Roma capitale cercava un linguaggio monumentale per i suoi edifici pubblici e lo cercava con abbondanza di mezzi e qualche eccesso.
Nel 1904, ad opera compiuta, i due pubblicarono presso l'editore Balbi un volume intitolato Il nuovo Tempio israelitico di Roma, che è la fonte primaria per capire le loro intenzioni. È un testo che vale la pena conoscere perché smonta l'idea, diffusa e comoda, che l'eclettismo di fine Ottocento fosse una scelta pigra fatta di citazioni casuali. Armanni e Costa argomentano ogni decisione: perché l'assiro, perché il greco, perché non il moresco, perché non il gotico, perché quel tipo di cupola.
Il rifiuto del neomoresco
Questo è forse il punto più interessante, e lo racconto sempre. Nell'Ottocento europeo il neomoresco era diventato quasi lo stile "di default" per le grandi sinagoghe: archi a ferro di cavallo, decorazioni geometriche, cupole a bulbo. Era una scelta che alludeva alla Spagna medievale e all'età d'oro dell'ebraismo sefardita. Ma per la comunità romana quel linguaggio non diceva nulla: gli ebrei di Roma non venivano dalla Spagna, non erano sefarditi, e non avevano nessuna ragione di prendere in prestito un'identità che non era la loro.
Cercarono quindi indietro, molto più indietro, verso il mondo del Vicino Oriente antico: l'Assiria, la Babilonia, l'Egitto, la Grecia arcaica. Cioè il contesto storico e geografico in cui l'antico Israele era davvero vissuto. È una scelta che ha una logica ferrea, anche se il risultato formale, con le palmette, i capitelli a volute, i fasci di colonne tozze, ha un sapore che oggi ci appare inevitabilmente ottocentesco. Ogni epoca immagina l'antichità con gli occhi che ha.
Un cantiere di tre anni
I lavori iniziano nel 1901 con la posa della prima pietra il 20 luglio. Durano tre anni, il che per un edificio di quelle dimensioni, in un'epoca senza gru a torre e senza cemento armato diffuso, è un tempo rapidissimo. La struttura è in muratura di laterizio, con impiego di ghisa e ferro per le parti portanti degli ordini superiori e delle coperture. Il 2 luglio 1904 il re Vittorio Emanuele III visita ufficialmente l'edificio ormai completato: un atto di enorme peso simbolico, il capo dello Stato italiano che entra nella nuova sinagoga della capitale trentaquattro anni dopo la fine del potere temporale dei papi.
La cupola quadrata in alluminio: l'unica di Roma
Se dovessi scegliere un solo elemento della Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) da raccontare a qualcuno che ha trenta secondi di attenzione, sceglierei la cupola. È una cupola a padiglione a base quadrata, rivestita in alluminio, ed è l'unica cupola quadrata di Roma. In una città che ha inventato la cupola emisferica con il Pantheon e l'ha portata al suo estremo con San Pietro, costruire una cupola a base quadrata è una dichiarazione che nessun romano può fraintendere.
Non era nemmeno la prima idea. Il progetto iniziale di Costa e Armanni prevedeva una copertura a gradoni, di sapore ancora più mesopotamico, quasi una ziqqurat. La cupola a padiglione quadrata la sostituì in corso d'opera, e a posteriori fu una fortuna: la soluzione a gradoni sarebbe stata più didascalica e meno efficace nel profilo urbano, mentre il padiglione quadrato ha una nitidezza geometrica che funziona da qualunque distanza.
Perché quadrata, davvero
Le spiegazioni che si sentono in giro sono spesso fantasiose. La ragione più solida è duplice, ed è insieme simbolica e pratica. Dal punto di vista pratico, la sala del Tempio ha pianta a croce greca con un ambiente centrale quadrato: una cupola a padiglione impostata direttamente su quel quadrato, senza pennacchi e senza tamburo circolare, è la soluzione strutturalmente più diretta e quella che meglio restituisce all'esterno la geometria dell'interno. Dal punto di vista simbolico, la cupola rotonda era il segno visivo del cristianesimo romano per eccellenza; scegliere il quadrato significava affermare una presenza diversa senza polemica esplicita, semplicemente con la forma.
Poi c'è l'alluminio, che nel 1904 era un materiale ancora quasi sperimentale in edilizia. Il processo elettrolitico Hall-Héroult, che ne aveva reso possibile la produzione industriale, era stato messo a punto nel 1886, e appena vent'anni prima l'alluminio costava più dell'argento. Usarlo per rivestire la copertura di una sinagoga a Roma nel primo Novecento era una scelta modernissima, quasi da esposizione universale, e produce un effetto ottico particolare: a seconda della luce e dell'umidità la cupola cambia tono, dal grigio piombo all'argento chiaro, e nelle giornate limpide di tramonto prende una sfumatura calda che nessun rame e nessuna tegola potrebbero dare.
Da dove si vede meglio
La cupola quadrata è visibile da moltissimi punti alti della città, e imparare a riconoscerla trasforma i panorami romani in una specie di caccia al tesoro. Si vede benissimo dal Giardino degli Aranci sull'Aventino, dalla terrazza del Vittoriano, dal Gianicolo, dalla passeggiata del Pincio e dal terrazzo dei Musei Capitolini. Da lassù il gioco è sempre lo stesso: prima si trova il Pantheon, poi San Pietro, poi si scende con lo sguardo verso il fiume e si cerca l'unica copertura che, in un mare di curve, ha quattro spigoli netti.
Lo stile della Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore): assiro, egizio, greco
"Eclettico" è la parola tecnica, e come tutte le parole tecniche rischia di non dire niente. Proviamo a essere concreti e a smontare l'edificio nei suoi ingredienti, perché guardarlo sapendo cosa cercare è tutta un'altra esperienza.
La componente assiro-babilonese
La si riconosce nelle proporzioni tozze e potenti degli elementi portanti, nella preferenza per superfici murarie compatte, nei capitelli con volute laterali che ricordano quelli persepolitani, nelle palmette stilizzate, nei motivi a rosetta e nei fregi a bande orizzontali. È la componente che dà all'edificio quell'aria di solidità arcaica, quasi di fortezza sacra, che colpisce chi ci passa davanti per la prima volta. Non è un citazionismo archeologico puntuale, come sarebbe stato in un edificio neoclassico rispetto al Partenone: è un'evocazione di atmosfera.
La componente egizia
Meno vistosa, ma presente: si legge nella tendenza alle superfici lisce che si rastremano leggermente, in certe cornici a gola, nei motivi vegetali stilizzati che ricordano i papiri e i loti dei capitelli egizi. Roma, del resto, ha con l'Egitto un rapporto antichissimo: la città ha più obelischi egizi autentici di qualunque altra città al mondo, Il Cairo compreso. Un'eco egizia in un edificio romano di inizio Novecento non è un'importazione esotica ma quasi una consuetudine locale.
La componente greca e quella rinascimentale
La componente greca è quella dichiarata come principale dagli stessi progettisti, ed è più strutturale che decorativa: si trova nell'uso dell'ordine, nel ritmo delle colonne, nel senso di misura complessivo. Ma il vero telaio dell'edificio è rinascimentale italiano: la simmetria assoluta, la gerarchia degli spazi, l'impianto centrale coperto a cupola, la subordinazione della decorazione alla struttura. È il motivo per cui, nonostante il vestito orientale, la Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) non appare mai come un padiglione di fiera: ha una gravità compositiva che viene da un'altra tradizione.
E l'Art Nouveau
Molte descrizioni aggiungono all'elenco anche il Liberty, o Art Nouveau, ed è corretto soprattutto per gli interni e per gli apparati decorativi: le vetrate policrome, certi motivi vegetali dipinti, la grafica di alcune iscrizioni appartengono pienamente al gusto del 1900. È l'aspetto dell'edificio che invecchia meglio, secondo me, perché è quello meno "programmatico" e più libero.
La facciata e gli esterni della Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
La facciata principale guarda verso il fiume ed è preceduta da un'ampia gradinata. È organizzata su un corpo centrale aggettante con un grande portale, sormontato da un'ampia apertura e coronato da un timpano che ospita simboli della fede ebraica. Lungo tutto il perimetro, e questo è il dettaglio che chiedo sempre di cercare, l'apparato decorativo ripete in continuazione i due simboli-chiave: la menorah, il candelabro a sette bracci, e le Tavole della Legge, spesso con le prime parole dei dieci comandamenti in ebraico.
La ragione di questa insistenza è dichiarata dagli stessi architetti: poiché lo stile non poteva da solo comunicare la destinazione dell'edificio, la funzione doveva essere «costantemente richiamata dall'ampio impiego di simboli della fede ebraica». In altre parole, l'iconografia fa il lavoro che la forma architettonica, essendo inventata, non poteva fare da sola. È una soluzione onesta e, nel risultato, molto efficace.
I portali lignei
Le porte in legno intagliato meritano due minuti di attenzione a sé. Sono lavorate con motivi geometrici e vegetali che riprendono lo stesso repertorio orientalizzante della pietra, e hanno una qualità artigianale che nelle fotografie si perde completamente. Passandoci davanti quasi tutti guardano in alto verso la cupola e non guardano mai il legno a mezzo metro dai loro occhi.
Le lapidi commemorative
Sui muri esterni del complesso sono state affisse nel tempo lapidi che ricordano gli ebrei romani vittime della persecuzione nazista e della deportazione, e la vittima dell'attentato del 1982. Sono targhe sobrie, senza enfasi, che si leggono in pochi secondi e che è giusto leggere prima di entrare, non dopo. Cambiano il tono della visita, e devono cambiarlo.
Il fianco sul lungotevere
Il lato che guarda il Tevere è quello che restituisce meglio la massa dell'edificio, con la scansione regolare delle aperture, i corpi laterali e la cupola che emerge. Attraversando il ponte verso Trastevere e voltandosi a metà percorso si ha la vista d'insieme migliore: il tempio, l'ex ghetto alle sue spalle, e l'Isola Tiberina a fare da quinta. È un punto di vista che nel 1904 non esisteva ancora nella forma attuale, perché i muraglioni e gli alberi del lungotevere hanno preso il loro assetto definitivo poco dopo.
Dentro l'aula: la Sala del Tempio
Si entra e la prima reazione, praticamente universale, è alzare la testa. L'aula della Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) è molto più decorata di quanto l'esterno lasci prevedere: colori caldi, dorature, dipinti murali fitti, vetrate policrome, un'esplosione di ornato che contraddice la severità dei prospetti. È uno scarto voluto, e ha una logica precisa: l'esterno parla alla città, l'interno parla alla comunità.
La sala si trova a un livello leggermente superiore rispetto al piano stradale, ed è raccordata alla strada da un'ampia gradinata davanti alla facciata e da scalinate minori in corrispondenza degli ingressi laterali. La pianta è a croce greca, con un ambiente centrale quadrato affiancato su tre lati da matronei sorretti da colonne massicce; sotto i matronei, lungo le pareti laterali, gli ambulacri formano quasi delle navatelle, che vengono talvolta utilizzate per celebrazioni minori. Il braccio opposto all'ingresso principale ha forma di abside poligonale, ed è lì che si concentra tutto il fuoco liturgico.
La disposizione liturgica: una scelta ottocentesca
Qui c'è un dettaglio che i visitatori ebrei notano immediatamente e che agli altri va spiegato. Nella sinagoga tradizionale lo spazio è bifocale: da un lato l'Aron ha-Qodesh, l'armadio santo che custodisce i rotoli della Torah, addossato alla parete rivolta verso Gerusalemme; dall'altro, al centro dell'aula, la bimah o tevà, il podio rialzato da cui si legge la Torah e si guida la preghiera. Il fedele sta letteralmente in mezzo, e l'aula ha due poli.
Nel Tempio Maggiore questa bifocalità non c'è. Aron e tevà sono accostati in un'unica soluzione nell'area absidale, secondo l'uso tipico delle sinagoghe costruite tra Ottocento e Novecento in Europa occidentale. È una scelta che riflette il gusto dell'epoca e, se vogliamo essere schietti, una certa influenza del modello spaziale delle chiese, con l'assemblea rivolta tutta nella stessa direzione verso un fuoco unico. È un tratto di modernità e insieme di assimilazione formale che dice molto sul momento storico in cui l'edificio è nato: la generazione dell'emancipazione voleva un tempio che affermasse l'identità ebraica e la piena appartenenza alla società italiana.
L'effetto della luce
La luce entra dall'alto e dalle vetrate laterali, filtrata dai colori, e nelle ore centrali della giornata l'aula ha una luminosità dorata che riscalda gli affreschi. Nelle giornate grigie, invece, i colori si spengono e l'architettura riprende il sopravvento: si notano di più le colonne, il ritmo dei matronei, il peso della cupola. Se avete la possibilità di scegliere, andate al mattino tardi.
L'Aron ha-Qodesh, la Tevà e il Ner Tamid
L'Aron ha-Qodesh, letteralmente "arca santa", è il cuore assoluto di qualunque sinagoga: è l'armadio in cui si custodiscono i sifrei Torah, i rotoli manoscritti della Legge. Nel Tempio Maggiore l'Aron è collocato in posizione isolata rispetto alla parete dell'abside, e il suo prospetto è inquadrato tra colonne composite ornate di dorature. La sua isolatezza non è casuale: permette di girargli intorno e ne fa un oggetto architettonico a sé, quasi un piccolo tempio dentro il tempio.
Davanti all'Aron pende il Ner Tamid, la "luce perpetua", che nella tradizione ebraica non si spegne mai e ricorda il candelabro sempre acceso del Tempio di Gerusalemme. Quello della Sinagoga di Roma è in argento cesellato, opera di Pio Cellini e datato 1904, quindi contemporaneo all'edificio.
I due candelabri della Scola Catalana
Ai lati dell'Aron ci sono due grandi candelabri bronzei a olio provenienti dall'antica Scola Catalana, quella demolita nel 1908. E qui c'è un particolare che trovo tra i più belli di tutta la visita: quei due candelabri si accendono soltanto nel giorno di Yom Kippur, il giorno dell'espiazione, il più solenne dell'anno ebraico. Trecentosessantaquattro giorni all'anno restano spenti. Un oggetto che ha attraversato la demolizione del suo edificio d'origine e che si accende una volta l'anno: è una definizione di memoria migliore di tante frasi celebrative.
I seggi marmorei e le arche
Lungo le pareti laterali dell'abside, contrapposti, si trovano i due seggi marmorei barocchi in marmi policromi di cui ho già parlato: a sinistra quello del 1586 dalla Scola Siciliana, riservato al rabbino capo; a destra quello del 1660 dalla Scola Castigliana. Furono montati qui nel 1937-1938, insieme a due arche collocate sotto i matronei laterali: quella di destra, del 1586, apparteneva alla Scola Siciliana, mentre quella di sinistra è il risultato della ricomposizione di elementi architettonici diversi provenienti dalle Cinque Scole.
Fermatevi un momento su quella data, 1937-1938. Sono gli anni immediatamente precedenti e coincidenti con le leggi razziali fasciste. Mentre lo Stato italiano si preparava a espellere gli ebrei dalla vita civile del Paese, la comunità romana stava ricomponendo dentro il suo tempio i marmi delle sinagoghe del ghetto. Non è un'ironia: è una coincidenza cronologica che vale la pena tenere a mente, perché rende molto concreto il contrasto tra ciò che una comunità stava costruendo e ciò che le stava per essere fatto.
I matronei, le vetrate di Picchiarini e i dipinti di Bruschi e Brugnoli
I matronei sono le gallerie sopraelevate che corrono su tre lati dell'aula, sostenute da colonne massicce. Nella tradizione ebraica ortodossa uomini e donne pregano in spazi separati, e il matroneo è lo spazio riservato alle donne. È un aspetto che genera domande, e credo sia meglio affrontarlo con chiarezza invece di aggirarlo: la separazione, chiamata mechitzah, risponde a una concezione della preghiera in cui la concentrazione richiede l'assenza di distrazioni, e ha nel corso dei secoli assunto forme molto diverse. Nel Tempio Maggiore la soluzione è quella di una galleria alta e aperta, che dà alle donne una vista sull'intera aula e sull'abside, e non una separazione visiva.
Le vetrate di Cesare Picchiarini
Le vetrate policrome sono opera di Cesare Picchiarini, che è un nome da conoscere perché è il grande maestro vetraio della Roma del primo Novecento. Picchiarini è lo stesso artigiano che realizzò i cartoni di Duilio Cambellotti per la Casina delle Civette a Villa Torlonia, e questa parentela tecnica e stilistica racconta molto sull'ambiente culturale in cui la sinagoga fu decorata: non un cantiere isolato, ma il cuore della produzione Liberty romana.
Le vetrate del Tempio Maggiore non raccontano storie figurate, com'è ovvio per un luogo di culto ebraico dove la rappresentazione della figura umana in ambito liturgico è tradizionalmente evitata. Sono composizioni geometriche e vegetali, ritmate da simboli, che lavorano soprattutto sul colore e sulla modulazione della luce. E funzionano: la qualità cromatica dell'aula nelle ore di sole dipende quasi interamente da loro.
Domenico Bruschi e Annibale Brugnoli
I dipinti delle pareti e dei soffitti, con elementi decorativi di gusto eclettico, sono opera di Domenico Bruschi e Annibale Brugnoli, due pittori decoratori tra i più richiesti della Roma umbertina. Bruschi, perugino, aveva lavorato in mezza Italia centrale tra restauri e nuove decorazioni; Brugnoli, anche lui perugino, firmò decorazioni in teatri, palazzi e chiese romane. Averli entrambi in cantiere significava avere il meglio disponibile sulla piazza in quel momento.
Il loro lavoro qui è un tessuto ornamentale continuo, fatto di girali, palmette, stelle, cornici geometriche, iscrizioni ebraiche integrate nella decorazione. A prima vista sembra un tappeto; osservandolo con calma si scopre che ha una struttura gerarchica precisa, con densità crescente verso la cupola e verso l'abside. Un consiglio pratico: prendetevi due minuti in silenzio con lo sguardo fisso sulla volta centrale, e lasciate che gli occhi si adattino. Il livello di dettaglio che emerge dopo trenta secondi è un'altra cosa rispetto a quello che si coglie al primo colpo d'occhio.
L'organo Rieger del 1904 nella Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Ecco una cosa che quasi nessuno sa e che nell'aula non si vede: dietro l'Aron ha-Qodesh, su un soppalco non visibile dalla sala, c'è un organo a canne. È un Rieger opus 1073, costruito nel 1904, cioè coevo all'edificio, restaurato da Alessandro Giacobazzi nel 2011.
Lo strumento ha intonazione sinfonico-romantica ed è integro nelle sue caratteristiche originarie, il che per un organo di quell'epoca è tutt'altro che scontato. È interamente racchiuso in una cassa lignea sobriamente decorata, priva di canne di facciata: cioè non c'è nessun prospetto d'organo da ammirare, nessuna canna in vista. La consolle, fissa e indipendente, è collocata a pavimento sotto il corpo fonico e dispone di due tastiere e pedaliera, con registri e accoppiamenti azionati da placchette disposte in fila unica sopra il secondo manuale. La trasmissione è pneumatico-tubolare, e i registri sono in tutto diciassette.
Perché un organo in una sinagoga
La domanda è legittima e la risposta è storicamente interessante. L'introduzione dell'organo nelle sinagoghe europee dell'Ottocento fu una delle questioni più dibattute dell'ebraismo moderno, legata al movimento riformato tedesco e contestata da larga parte del mondo ortodosso, sia per il divieto di suonare strumenti musicali durante lo Shabbat sia per il timore di un'imitazione delle forme cultuali cristiane. Che il Tempio Maggiore sia stato dotato di un organo nel 1904 racconta il clima di quella generazione: una comunità appena emancipata, orgogliosa, che voleva un tempio all'altezza dei grandi edifici pubblici della capitale, con tutto ciò che quel modello comportava. Lo strumento oggi è soprattutto un documento storico e uno strumento da concerto, e il fatto che sia sopravvissuto integro lo rende un pezzo raro nel panorama organario romano.
Il rito italiano: che cosa si prega nella Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
L'aula principale del Tempio Maggiore segue il rito italiano, il minhag benè Romi, ed è una delle poche sinagoghe al mondo dove questo si possa ancora ascoltare in una celebrazione ordinaria. Non è una curiosità folkloristica: è, con ogni probabilità, la più antica tradizione liturgica ebraica sopravvissuta in Europa, distinta sia dal rito ashkenazita dell'Europa centrale e orientale sia dal rito sefardita del mondo iberico e mediterraneo.
Le differenze non sono estetiche. Riguardano l'ordine e la selezione delle preghiere, la presenza di componimenti poetici liturgici, i piyyutim, che altrove sono scomparsi, le melodie tradizionali, la pronuncia dell'ebraico, alcune consuetudini nella lettura della Torah. Chi ha orecchio se ne accorge nei primi trenta secondi. Studiosi di liturgia arrivano a Roma apposta per ascoltare come si cantano qui certe formule, perché rappresentano una linea di trasmissione che si è interrotta ovunque tranne in Italia.
Non solo rito italiano
La comunità romana non è però liturgicamente monolitica. Nel complesso e in città convivono altri riti, e non è un caso: il complesso ospita anche il Tempio Spagnolo, di rito sefardita, e a Roma si prega anche secondo la tradizione libica, portata dalla comunità arrivata da Tripoli e Bengasi nel 1967 in seguito alla fine della presenza ebraica in Libia. Quella immigrazione ha cambiato profondamente la fisionomia dell'ebraismo romano contemporaneo, arricchendola di melodie, di consuetudini, di cucina e di famiglie; e il Museo Ebraico le dedica una sala intera.
Il Museo Ebraico di Roma: le sette sale sotto la Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Il Museo Ebraico di Roma occupa gli ambienti sottostanti il Tempio Maggiore e i locali di servizio annessi, su una superficie di circa settecento metri quadrati articolata in sette sale tematiche. Le raccolte della comunità furono aperte al pubblico già nel 1960; l'allestimento nella forma attuale risale al 2005. Ed è da qui, ripeto, che si entra: la visita al Tempio Maggiore è di fatto la parte conclusiva del percorso museale, non un ingresso separato.
Il museo non è un contenitore di oggetti belli. È il racconto documentato di ventidue secoli di presenza ebraica in questa città, costruito quasi interamente su materiali provenienti dal palazzo delle Cinque Scole e dal periodo del ghetto, cioè dagli anni 1555-1870. Arredi liturgici, manoscritti, incunaboli, documenti, registri, opere marmoree: oggetti che hanno attraversato la segregazione, la demolizione del quartiere, la guerra e le persecuzioni.
Sala 1 — Il guardaroba dei tessuti
Si apre con quello che è, senza esagerazione, uno dei patrimoni tessili ebraici più importanti al mondo: velluti rinascimentali, ricami e merletti barocchi, lampassi e broccati del Sei e Settecento. Il museo conserva circa novecento tessuti, in parte esposti a rotazione nelle vetrine, in parte ancora effettivamente usati nelle sinagoghe della città. Molti sono me'ilim, i mantelli che rivestono i rotoli della Torah, e parochot, le tende che coprono l'Aron. Molti recano ricami con nomi di donatori e date, e sono quindi documenti anagrafici oltre che opere d'arte. Un particolare che colpisce sempre: parecchi di questi tessuti nascono da abiti di famiglia donati alla scola e riadattati all'uso liturgico. Le stoffe più preziose di un matrimonio diventavano il vestito di un rotolo della Torah.
Sala 2 — Da Judaei a Giudei: Roma e i suoi ebrei
È la sala storica per eccellenza, e quella che consiglio di non attraversare di corsa. Vi si trovano calchi di lapidi provenienti dalle catacombe ebraiche romane e dalla sinagoga di Ostia antica, manoscritti medievali, piante topografiche della città. Il messaggio è ricostruito visivamente: la presenza ininterrotta degli ebrei a Roma per oltre duemila anni. La sinagoga di Ostia, scoperta negli anni Sessanta durante i lavori per la strada dell'aeroporto di Fiumicino, è uno degli edifici sinagogali più antichi d'Europa, e la sua esistenza fa capire quanto fosse strutturata la presenza ebraica nel porto di Roma.
Sala 3 — Feste dell'anno, feste della vita
Qui si spiega il tempo ebraico: la preghiera quotidiana, lo Shabbat, il ciclo delle festività, e i passaggi della vita, dalla nascita al matrimonio. È la sala che rende comprensibili tutti gli oggetti che si vedono nelle altre: capito a cosa serve un oggetto, l'oggetto smette di essere decorativo. Chi arriva senza familiarità con l'ebraismo dovrebbe partire mentalmente da qui.
Sala 4 — I tesori delle Cinque Scole
Argenti, tessuti preziosi, marmi policromi provenienti dalle cinque sinagoghe del ghetto: la Scola del Tempio, la Scola Nova, la Scola Siciliana, la Scola Castigliana e la Scola Catalana. È il cuore del museo e insieme un tributo agli ebrei del ghetto che donavano alle loro sinagoghe quel poco o quel molto che avevano. Tra i pezzi si contano corone e finali per i rotoli della Torah, rimonim in argento sbalzato, puntatori, lampade. La qualità è alta e le firme degli argentieri romani ricorrono con frequenza: erano botteghe cristiane che lavoravano su commissione ebraica, il che racconta una città in cui la segregazione giuridica conviveva con scambi economici quotidiani.
Sala 5 — Vita e sinagoghe nel ghetto
La lingua, la cucina, lo spazio urbano, l'architettura, l'istruzione, gli organismi di assistenza mutua. È la sala antropologica, quella che restituisce la quotidianità: come si viveva davvero dentro due o tre ettari di città chiusi da porte. Le confraternite di assistenza, le scuole, i prestiti d'onore, le doti per le ragazze povere: un'organizzazione sociale sofisticata nata dalla necessità.
Sala 6 — Dall'emancipazione a oggi
Opere d'arte e documenti raccontano il cammino della comunità dopo il 1870: l'emancipazione, la partecipazione alla vita nazionale, le leggi razziali del 1938, la persecuzione, la ricostruzione del dopoguerra, la vita contemporanea. È la sala più difficile e la più necessaria, e va affrontata con la calma che merita.
Sala 7 — L'ebraismo libico
Documenti, oggetti e fotografie sulla storia della comunità ebraica di Libia e sul suo contributo all'ebraismo romano dopo l'arrivo dei profughi da Tripoli e Bengasi nel 1967. È una storia poco conosciuta in Italia: una presenza ebraica antichissima in Nordafrica, cancellata in pochi anni, e una comunità che si è ricostruita a Roma portando con sé la propria liturgia e la propria cucina. Molte famiglie della Roma ebraica di oggi vengono da lì.
La Galleria dei Marmi Antichi
È lo spazio che raccoglie i marmi compresi tra il XVI e il XIX secolo, provenienti in gran parte dalla decorazione delle Cinque Scole. Alcuni ricordano lasciti di determinate famiglie, altri documentano l'acquisizione di terreni per il cimitero. Non sono oggetti "belli" nel senso convenzionale: sono documenti scolpiti, e leggerli in fila è come sfogliare l'archivio notarile di una comunità intera. Tra i pezzi più importanti conservati al museo c'è l'Aron marmoreo della Scola Catalana, datato 1523: è il più antico armadio santo della città di Roma, in stile rinascimentale, ed è anteriore di trentadue anni all'istituzione stessa del ghetto.
Un'esperienza in realtà aumentata
Il museo propone anche un percorso in realtà aumentata e virtuale dedicato alla ricostruzione del ghetto del 1555, della durata di circa trenta minuti a cui si aggiungono altrettanti minuti di spiegazioni guidate. È utile soprattutto per una ragione: il ghetto fisico non esiste più, è stato demolito, e senza un supporto visivo è quasi impossibile immaginare com'era la trama di vicoli che oggi è stata sostituita da isolati regolari. Se viaggiate con ragazzi, è il modo migliore per far entrare loro in testa la differenza tra il quartiere di allora e quello di oggi.
Il Tempio Spagnolo e le altre sinagoghe del complesso
Nei sotterranei del complesso, dal 1932, si trova la sinagoga di rito spagnolo, nota come Tempio Spagnolo. Prima di trovare qui la sua sede, la comunità sefardita romana disponeva di un edificio indipendente in lungotevere Sanzio, sul lato di Trastevere, costruito tra il 1908 e il 1910. Il trasferimento nei sotterranei del Tempio Maggiore ha concentrato in un unico complesso monumentale le due principali tradizioni liturgiche della comunità.
Il Tempio Spagnolo è una sala molto più raccolta e intima dell'aula principale, ed è il luogo dove, se dovessi scegliere, preferirei passare più tempo. Dal 1948 accoglie alcuni arredi provenienti dalle Cinque Scole: l'Aron della Scola Nova, un seggio del 1623 e la bimah del 1851 della Scola Castigliana. Sono pezzi di grande qualità, e la loro collocazione in uno spazio contenuto permette di vederli da vicino, cosa che nell'aula grande è impossibile.
Perché la sala piccola vale quanto quella grande
Il Tempio Maggiore è imponente, e l'imponenza a volte allontana. Il Tempio Spagnolo, invece, restituisce la scala della sinagoga come luogo di comunità: uno spazio in cui ci si conosce tutti, in cui la voce di chi legge arriva senza amplificazione, in cui gli oggetti hanno una dimensione domestica. Se il vostro percorso di visita lo include, non trattatelo come un'appendice del piano nobile.
Un complesso, non un singolo edificio
La cosa da capire, e che spesso non è chiara nemmeno a chi ci è già stato, è che sotto il nome di Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) c'è un complesso articolato: l'aula monumentale, la sinagoga sefardita, gli spazi museali, gli uffici del rabbinato e gli organismi religiosi e amministrativi che regolano la vita della comunità ebraica di Roma. Non è un monumento a se stante come possono esserlo il Pantheon o le Terme di Caracalla: è la sede operativa di una comunità viva, con una scuola, un ospedale, una casa di riposo, botteghe e ristoranti kasher a poche decine di metri, e migliaia di persone che ci passano davanti per ragioni che non hanno niente a che fare con il turismo.
1904: l'inaugurazione della Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
L'anno da segnare è il 1904, e i due giorni da ricordare sono il 2 luglio e il 27 luglio. Il 2 luglio il re Vittorio Emanuele III visita ufficialmente l'edificio completato. Il 27 luglio si celebra la consacrazione, per mano del rabbino maggiore di Roma Vittorio Castiglioni, insediatosi il 17 dicembre 1903, quindi da poco più di sette mesi. L'inaugurazione al culto è stata datata anche al 29 luglio in alcune ricostruzioni, a seconda della cerimonia che si prende come riferimento; il senso complessivo non cambia.
La stampa cittadina dell'epoca seguì l'evento con grande attenzione, e la cosa di per sé è significativa. Trentaquattro anni prima gli ebrei romani vivevano ancora, di fatto, in un quartiere segregato con l'obbligo delle prediche settimanali. Ora la capitale del Regno d'Italia celebrava l'inaugurazione della loro sinagoga monumentale con il re in visita. La velocità di quel cambiamento, misurata sulla scala di una comunità che aveva ventidue secoli di storia alle spalle, fu vertiginosa.
Il francobollo del centenario
Il 20 maggio 2004, per celebrare il centenario dell'inaugurazione, le Poste Italiane hanno emesso un francobollo da 0,60 euro che raffigura la facciata del Tempio Maggiore. È un dettaglio minore, ma dice qualcosa: un edificio nato per essere visibile è finito su un oggetto che circola per definizione.
Il concerto dei cantori del 2005
Un episodio poco noto e piuttosto bello: il 17 gennaio 2005, per la prima volta nella storia della sinagoga, tredici chazzanim, cioè cantori liturgici, si esibirono qui in un concerto cantoriale, in collaborazione con l'associazione dei cantori ebraici americani. Per un luogo dove la voce è lo strumento principale del culto, un concerto di cantori è la festa più naturale possibile.
I rabbini capi della Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
La successione dei rabbini capi che hanno servito in questo edificio è, di per sé, un riassunto del Novecento italiano. Vale la pena leggerla con le date accanto, perché le date parlano da sole.
Vittorio Castiglioni guida la comunità dal 1904 al 1911, e a lui tocca l'inaugurazione. Segue Angelo Sacerdoti, dal 1911 al 1935, ventiquattro anni che comprendono la Grande Guerra e l'avvento del fascismo. Poi David Prato, dal 1936 al 1938: un mandato brevissimo, interrotto dalle leggi razziali. Isacco Amar regge la carica in via provvisoria tra il 1939 e il 1940, negli anni della persecuzione legale. Eugenio Zolli è rabbino capo dal 1940 al 1944, negli anni più drammatici. David Prato torna dal 1945 al 1951, dopo la guerra, per ricostruire.
Poi arriva il mandato più lungo e più noto: Elio Toaff, rabbino capo di Roma dal 1951 al 2001, cinquant'anni esatti. Dal 2001 la carica è ricoperta da Riccardo Di Segni, medico e rabbino, che ha accolto in questo edificio due papi.
Elio Toaff, cinquant'anni
Toaff merita più di una riga. Nato a Livorno il 30 aprile 1915, figlio del rabbino Alfredo Sabato Toaff, si laureò in giurisprudenza a Pisa nel 1938: riuscì a farlo perché le leggi razziali, pur escludendo gli ebrei dall'università, consentivano di completare gli studi a chi ne fosse ormai al termine. L'anno successivo conseguì il titolo rabbinico a Livorno. Fu rabbino capo di Ancona dal 1941 al 1943, e dopo l'8 settembre 1943 fuggì in Versilia con la moglie Lia Luperini e il figlio Ariel, sfuggendo più volte alla cattura grazie all'aiuto di sacerdoti e famiglie cattoliche, e finendo per entrare nella Resistenza. Dopo la guerra fu rabbino a Venezia dal 1946 al 1951, insegnando anche a Ca' Foscari, e nel 1951 arrivò a Roma.
Il suo cinquantennio ha coinciso con la ricostruzione materiale e morale della comunità, con la stagione del dialogo ebraico-cristiano, con il Concilio Vaticano II e la dichiarazione Nostra aetate, con l'attentato del 1982 e con la visita di Giovanni Paolo II. Nel 1987 pubblicò l'autobiografia Perfidi giudei, fratelli maggiori, il cui titolo è già una sintesi di quel percorso: la prima espressione veniva dalla liturgia cattolica del Venerdì Santo, la seconda dalle parole pronunciate dal papa in questa sinagoga. Annunciò le dimissioni l'8 ottobre 2001, a ottantasei anni, «per lasciare spazio ai più giovani», dandone notizia lui stesso al termine delle preghiere di Hoshanà Rabbà. Morì a Roma il 19 aprile 2015, pochi giorni prima di compiere cento anni; i funerali si celebrarono qui, al Tempio Maggiore, ed è sepolto accanto ai genitori nel cimitero ebraico dei Lupi a Livorno.
1938: le leggi razziali e la Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Nel 1938 il Regno d'Italia promulga la legislazione antiebraica. Non fu un'importazione tedesca: fu una legislazione italiana, votata e applicata da istituzioni italiane, che espulse gli ebrei dalle scuole pubbliche, dalle università, dagli impieghi statali, dall'esercito, dalle professioni, e ne limitò i diritti civili ed economici. Docenti allontanati dalle cattedre, studenti espulsi dalle aule, funzionari licenziati, matrimoni proibiti. Una comunità che sessantotto anni prima aveva ottenuto la piena cittadinanza se la vide revocare per legge.
Il Tempio Maggiore rimase attivo anche dopo il 1938, e questa è una circostanza che va compresa nel suo significato preciso: il regime colpiva l'inserimento civile degli ebrei nella società italiana, non l'esistenza del culto in quanto tale. Ma la funzione dell'edificio cambiò. La comunità dovette organizzare in proprio scuole per i bambini espulsi dalle scuole pubbliche, assistenza per le famiglie che perdevano il reddito, sostegno per chi cercava di emigrare. La sinagoga divenne, oltre che luogo di preghiera, il centro logistico della sopravvivenza di una comunità messa ai margini.
Un dato da non dimenticare
Nel settembre del 1943 la comunità ebraica romana contava tra le ottomila e le dodicimila persone. E, dettaglio decisivo per ciò che sarebbe accaduto, esistevano elenchi nominativi completi, con nomi e indirizzi, prodotti dal censimento degli ebrei condotto anni prima dal governo italiano. Quei registri, nati come strumento amministrativo di discriminazione, diventarono nell'ottobre 1943 uno strumento di caccia.
Settembre 1943: la raccolta dell'oro nella Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Roma è occupata dalle truppe tedesche dal 10 settembre 1943. Il 26 settembre, nel pomeriggio di una domenica, il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, comandante dell'SD e della Gestapo a Roma, convoca nel proprio ufficio a Villa Wolkonsky il presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ugo Foà, e il presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, Dante Almansi. Intima loro la consegna, entro trentasei ore, di almeno cinquanta chilogrammi d'oro, minacciando in caso contrario la deportazione di duecento ebrei romani, e poi dell'intera comunità. In cambio dell'oro promette l'incolumità.
La mattina successiva comincia la raccolta dell'oro dentro il Tempio Maggiore. È una delle immagini più dure della storia di questo edificio: file di persone che portano fedi nuziali, catenine, orecchini, monete, oggetti di famiglia, e li depositano su una bilancia collocata nella loro sinagoga. Arrivarono anche donazioni da romani non ebrei. La Santa Sede, informata del ricatto, comunicò in via ufficiosa che avrebbe autorizzato un prestito in lingotti fino al raggiungimento della cifra: non ne fu necessario.
Alle ore 18 di martedì 28 settembre, dopo una proroga di quattro ore concessa dallo stesso Kappler, i dirigenti della comunità si presentano a Villa Wolkonsky. Vengono accompagnati sotto scorta nell'edificio di via Tasso 155, dove l'oro è pesato due volte: risulta 50,3 chilogrammi. Kappler lo spedisce immediatamente a Berlino.
L'oro non servì a nulla
Va detto con la massima chiarezza, perché è il punto: il pagamento non salvò nessuno. La promessa di incolumità era falsa fin dall'origine. Nella lettera di accompagnamento inviata a Berlino, Kappler esprimeva perplessità sulla fattibilità di una deportazione e suggeriva di impiegare gli ebrei romani come manodopera obbligatoria; la risposta del generale Ernst Kaltenbrunner fu che l'interesse prioritario era «l'estirpazione immediata e completa degli ebrei in Italia». A guerra finita, quell'oro fu ritrovato intatto, nella cassa in cui era stato depositato, in un angolo dell'ufficio di Kaltenbrunner. Non era mai stato speso. Non era mai servito a nulla, se non a guadagnare qualche giorno di illusione.
Il 14 ottobre, due giorni prima della retata, Kappler ordina il saccheggio delle due biblioteche della Comunità ebraica e del Collegio rabbinico: due vagoni ferroviari di manoscritti, incunaboli e volumi di valore inestimabile partono per la Germania. Nella stessa operazione vengono asportati gli elenchi completi con nomi e indirizzi degli ebrei romani. Una parte di quel patrimonio librario non è mai stata ritrovata.
16 ottobre 1943: la razzia del ghetto
Di questa giornata bisogna parlare con precisione, senza aggettivi in eccesso, perché i fatti bastano.
All'alba di sabato 16 ottobre 1943 — sabato, giorno di riposo, scelto deliberatamente per sorprendere il maggior numero di persone in casa — inizia il rastrellamento. L'operazione si svolge tra le 5.30 e le 14.00, condotta da truppe tedesche delle SS e della polizia d'ordine, la Ordnungspolizei, coordinate dall'Einsatzkommando di Theodor Dannecker, collaboratore di Eichmann arrivato a Roma nei primi giorni di ottobre. Oltre trecento uomini della polizia d'ordine, più i quattordici ufficiali e sottufficiali del comando, agiscono in modo mirato grazie agli elenchi. Un centinaio di uomini opera dentro l'ex ghetto, gli altri nelle diverse zone della città.
Il metodo è quello di bloccare prima gli accessi stradali e poi evacuare un isolato per volta, radunando le persone in strada. Gli arresti si concentrano soprattutto in via del Portico d'Ottavia e nelle strade adiacenti; dal palazzo rinascimentale al numero 13, che gli abitanti chiamavano "il portonaccio", vengono prelevate molte delle persone poi deportate. Vengono arrestate 1.259 persone: 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambine e bambini.
I rastrellati sono caricati su camion coperti da teloni e portati al Collegio Militare di Palazzo Salviati, in via della Lungara 82-83, dove restano circa trenta ore in condizioni durissime. In quelle ore, il 17 ottobre, nasce un bambino: lo partorisce Marcella Perugia, ventiquattro anni. La verifica dello status porta al rilascio di 237 persone, identificate come cittadini stranieri, appartenenti a famiglie miste o risultate non ebree.
I restanti 1.023 sono trasferiti alla stazione Tiburtina e caricati su un convoglio di diciotto carri bestiame. A loro si aggiunge volontariamente Costanza Calò, sfuggita alla retata, che non volle abbandonare il marito e i cinque figli catturati. Il treno parte alle 14.05 di lunedì 18 ottobre e arriva ad Auschwitz alle 23.00 del 22 ottobre; i deportati restano chiusi nei vagoni fino all'alba. All'apertura dei carri, la selezione: 820 persone giudicate inabili al lavoro vengono uccise nelle camere a gas quello stesso giorno; 154 uomini e 47 donne vengono avviati al lavoro.
Tornarono in Italia sedici persone: quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino, sopravvissuta anche a Bergen-Belsen, morta nel 2000. Nessun bambino tornò.
Chi provò a salvare qualcuno
Nella stessa giornata ci furono romani che agirono. Alcune decine, forse centinaia, di persone si salvarono grazie all'aiuto di chi abitava a ridosso del quartiere: a palazzo Costaguti alcuni fuggitivi poterono entrare da una porta di servizio e uscire dall'ingresso principale in una zona non sorvegliata, e sedici famiglie rimasero nascoste dentro l'edificio. Altri furono nascosti in conventi, in case private, in ospedali. Alcuni di questi nomi sono stati riconosciuti come Giusti tra le nazioni; molti altri non hanno lasciato traccia. È importante ricordarlo non per bilanciare l'orrore, che non si bilancia, ma perché la scelta individuale esisteva, e alcuni la fecero.
La caccia non finì il 16 ottobre
Un'ultima precisazione necessaria: la persecuzione degli ebrei romani continuò anche dopo la grande razzia, con arresti individuali, delazioni e deportazioni che proseguirono fino alla liberazione della città. Tra le 335 vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944, 75 erano ebrei romani. Complessivamente furono oltre duemila gli ebrei deportati da Roma tra l'ottobre 1943 e il giugno 1944.
Il sequestro del Tempio e la riapertura del 1944-1945
C'è un capitolo che si racconta raramente e che invece riguarda direttamente le mura di questo edificio. Dall'ottobre 1943 il Tempio Maggiore venne posto sotto sequestro e chiuso, al culto e a qualsiasi altra attività. Il vincolo fu formalmente rimosso solo il 5 luglio 1945. Per quasi due anni la sinagoga della comunità ebraica più antica d'Europa rimase serrata.
Roma fu liberata il 4 giugno 1944. Pochi giorni dopo, il 9 giugno 1944, il Tempio Maggiore tornò ad accogliere una funzione: una riapertura carica di un significato che non ha bisogno di commenti, celebrata da una comunità decimata, in un edificio rimasto vuoto per mesi, mentre della maggior parte dei deportati non si sapeva ancora nulla. A quella giornata gli storici della comunità hanno dedicato un volume dal titolo che dice tutto, Finalmente liberi.
Che cosa significò ricominciare
La comunità che riaprì le porte del Tempio nel giugno del 1944 non era quella del 1938. Mancavano famiglie intere. Mancavano i bambini. Mancavano competenze, mestieri, memorie. Le biblioteche saccheggiate non c'erano più. Eppure la vita ricominciò: le funzioni, la scuola, l'assistenza, i matrimoni, le nascite. Chi visita oggi il Tempio Maggiore e trova un luogo pieno di vita, con l'ufficio del rabbinato al piano di sopra e i ragazzi che escono da scuola nel quartiere, sta guardando il risultato di quella ostinazione.
Le pietre d'inciampo intorno alla Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Se camminate con lo sguardo basso nelle strade intorno al tempio, tra via del Portico d'Ottavia, via della Reginella, piazza Costaguti e i vicoli vicini, troverete piccole targhe d'ottone incastonate nella pavimentazione, delle dimensioni di un sampietrino, circa dieci centimetri per dieci. Sono le pietre d'inciampo, in tedesco Stolpersteine.
Sono un'opera diffusa dell'artista tedesco Gunter Demnig, iniziata a Colonia nel 1992, che consiste nel posare davanti all'ultima casa liberamente abitata da una vittima del nazismo una targa con il suo nome, la data di nascita, il luogo di deportazione e, quando è nota, la data di morte. In Italia le prime pietre sono state posate a Roma nel gennaio 2010. Nel mondo ne sono state installate oltre centomila.
Perché si chiamano così
L'"inciampo" non è fisico: le pietre sono a filo del selciato e nessuno rischia di cadere. È un inciampo visivo e mentale. Cammini distratto, l'occhio coglie un riflesso d'ottone, ti fermi, leggi un nome, un'età, una data. L'espressione deriva dall'Epistola ai Romani di Paolo di Tarso: «Ecco, io metto in Sion un sasso d'inciampo e una pietra di scandalo». L'idea di fondo è restituire l'individualità a chi era stato ridotto a un numero su un elenco.
E funziona. Nelle strade intorno alla Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) le pietre sono a decine, spesso in gruppi di quattro, cinque, sei davanti allo stesso portone: perché in quella casa abitava una famiglia intera, e la famiglia intera fu presa. Leggere in fila i nomi di un padre, una madre e quattro figli con la stessa data di deportazione e la stessa data di morte è la cosa più efficace che possa capitare a chi arriva in questo quartiere.
Come comportarsi
Le pietre si possono fotografare, si possono leggere ad alta voce, ci si può fermare quanto si vuole. Non si calpestano deliberatamente, per una questione di rispetto elementare, ma nessuno vi guarderà male se ci passate sopra senza accorgervene: la pavimentazione è quella. In alcune città esiste la consuetudine di lucidarle; a Roma capita di vederle brillare più del solito intorno al 16 ottobre e al 27 gennaio, e non è un caso.
Va anche detto, perché è parte della storia recente di questo quartiere, che alcune pietre sono state divelte o rubate: a Roma è accaduto nel gennaio 2012 in via Santa Maria di Monticelli e nel dicembre 2018 in via Madonna dei Monti, dove ne furono asportate venti. Sono state ricollocate. È un altro modo, molto concreto, per capire che questa non è storia archiviata.
9 ottobre 1982: l'attentato alla Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
È la pagina più dura e va raccontata con esattezza.
Il 9 ottobre 1982 è un sabato. In quel giorno coincidono lo Shabbat, la celebrazione del bar mitzvah di alcune decine di adolescenti della comunità e la festa di Shemini Atzeret, a chiusura di Sukkot. È dunque una mattina di festa, con moltissimi bambini: si stima che nel Tempio ci fossero almeno trecento persone, tra cui una cinquantina di minorenni con le famiglie.
Alle 11.55, mentre i fedeli escono al termine della funzione, cinque uomini attaccano. Tre si posizionano in modo da bloccare le vie di fuga di via Catalana, sulla quale si affaccia l'uscita posteriore; due si collocano davanti all'ingresso principale su via del Tempio. Un addetto alla sicurezza della comunità chiede a due di loro di identificarsi. La risposta è il lancio di almeno tre bombe a mano e il fuoco di armi automatiche sulla folla. L'aggressione dura circa cinque minuti.
Muore Stefano Gaj Taché, due anni, colpito da una scheggia. Restano ferite altre trentasette persone, tra cui i genitori e il fratello Gadiel, di quattro anni, colpito alla testa e all'addome. È l'atto antisemita più grave avvenuto in Italia dal secondo dopoguerra.
Le indagini
L'attentato fu attribuito al Consiglio rivoluzionario di al-Fatah guidato da Abu Nidal, responsabile di numerosi attacchi contro obiettivi ebraici in Europa negli anni Ottanta. Di uno solo dei componenti del commando è nota l'identità: Osama Abdel Al Zomar, arrestato in Grecia il 20 novembre 1982 mentre tentava di passare il confine con la Turchia con un carico di esplosivo. Scontò in Grecia una condanna per traffico d'armi e, nonostante le richieste di estradizione avanzate dall'Italia, fu lasciato libero; riparò in Libia. Nel 1991 fu condannato in contumacia per strage dalla Corte d'appello di Roma. Nel settembre 2025 è stato arrestato in Cisgiordania Hicham Harb, considerato la mente dell'attentato di Roma e di quello parigino del ristorante Goldenberg dell'agosto 1982.
La memoria di Stefano Gaj Taché
Il 7 ottobre 2007 lo slargo all'incrocio tra via del Tempio e via Catalana, il luogo esatto dell'attentato, è stato intitolato a Stefano Gaj Taché. Oggi quello è l'indirizzo ufficiale della Comunità Ebraica di Roma: Largo Stefano Gaj Taché, 00186 Roma. Un albero è stato piantato in sua memoria, con una targa che lo ricorda come vittima del terrorismo a soli due anni.
Il 3 febbraio 2015, nel discorso al Parlamento dopo il giuramento come Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha voluto ricordare un solo nome: «Stefano Taché, rimasto ucciso nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma nell'ottobre del 1982. Aveva solo due anni. Era un nostro bambino, un bambino italiano». Quelle ultime cinque parole hanno un peso specifico enorme, e chiudono, da parte della più alta carica dello Stato, una ferita che riguardava anche il modo in cui quell'attentato era stato percepito nel Paese al momento in cui accadde.
Quando arrivate in questo largo, sappiate dove siete. Non c'è nulla di spettacolare da vedere: uno slargo, un albero, una targa, il fianco della sinagoga. Ma è il posto dove è morto un bambino di due anni all'uscita dalla preghiera del sabato, e la ragione per cui oggi entrare qui richiede un controllo di sicurezza è, molto semplicemente, questa.
13 aprile 1986: Giovanni Paolo II nella Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Il 13 aprile 1986 è una data che appartiene alla storia mondiale delle religioni, e accadde qui, in questo edificio, su queste scale. Quel giorno Giovanni Paolo II varcò la soglia del Tempio Maggiore, accolto dal rabbino capo Elio Toaff e dal presidente della Comunità ebraica di Roma Giacomo Saban. Era la prima visita documentata di un papa a una sinagoga dall'antichità cristiana.
Bisogna misurare la distanza percorsa per capire il peso di quel gesto. Il vescovo di Roma che entra nella sinagoga di Roma: due autorità della stessa città, separate da millenni di rapporto asimmetrico, da tre secoli di ghetto imposto da suoi predecessori, da prediche coatte, da conversioni forzate, da segni distintivi sugli abiti. E la sinagoga in cui entrava sorgeva letteralmente sull'area del ghetto istituito nel 1555 da papa Paolo IV.
Le parole
Nel suo discorso Giovanni Paolo II pronunciò la frase che è poi diventata la formula più citata del dialogo ebraico-cristiano contemporaneo: gli ebrei sono «i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire, i nostri fratelli maggiori». Toaff ha lasciato di quella giornata un racconto che vale la pena leggere per intero, e di cui riporto il passaggio centrale: «Insieme entrammo nel Tempio. Passai in mezzo al pubblico silenzioso, in piedi, come in sogno, il papa al mio fianco, dietro cardinali, prelati e rabbini: un corteo insolito, e certamente unico nella lunga storia della sinagoga. Salimmo sulla Tevà e ci volgemmo verso il pubblico. Ed allora scoppiò l'applauso. Un applauso lunghissimo e liberatorio».
La visita del 1986 non nasceva dal nulla. Aveva alle spalle la dichiarazione conciliare Nostra aetate del 1965, che aveva ridefinito il rapporto della Chiesa cattolica con l'ebraismo, e vent'anni di lavoro paziente di persone che ci avevano creduto quando non era affatto scontato. Un primo incontro tra Toaff e il papa era avvenuto l'8 febbraio 1981 nella canonica della chiesa di San Carlo ai Catinari, a due passi dal ghetto.
Il testamento
C'è un dettaglio che dice quanto quella giornata contò anche per il papa: Elio Toaff è una delle tre sole persone nominate nel testamento spirituale di Giovanni Paolo II, insieme al segretario don Stanisław Dziwisz e al cardinale Joseph Ratzinger. Tre nomi in tutto, in un documento di quel genere, e uno è il rabbino capo di Roma.
Benedetto XVI e Francesco: le altre due visite papali
Il 17 gennaio 2010 Benedetto XVI visitò il Tempio Maggiore e anche il Museo Ebraico, accolto dal rabbino capo Riccardo Di Segni. Fu una visita più complessa e più discussa della precedente, in un momento di tensione nel dialogo tra la Santa Sede e il mondo ebraico su questioni storiche e teologiche. Il papa rese omaggio alle vittime della Shoah e ribadì l'irrevocabilità del cammino avviato dal Concilio.
Il 17 gennaio 2016, esattamente sei anni dopo, giorno per giorno, fu la volta di papa Francesco. Anche lui accolto da Di Segni, condannò ogni violenza commessa nel nome di Dio e riprese più volte l'espressione coniata da Giovanni Paolo II, ampliandola: «Siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede».
Perché il 17 gennaio
La coincidenza delle date non è casuale. Il 17 gennaio è, in Italia, la Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, istituita dalla Conferenza Episcopale Italiana e collocata deliberatamente alla vigilia della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. Che due papi abbiano scelto quella data per venire qui è un modo silenzioso di dire che la visita non era un gesto personale ma un impegno istituzionale.
Tre papi in trent'anni
Fermiamoci un attimo sul dato complessivo: 1986, 2010, 2016. Tre visite pontificie in trent'anni, in un luogo dove nessun papa era mai entrato prima. È diventata quasi una consuetudine, e le consuetudini hanno la caratteristica di far dimenticare quanto fossero straordinarie all'inizio. Quando siete nell'aula, guardate la tevà: è lì che salirono Toaff e Giovanni Paolo II nel 1986.
L'Arco di Tito e la porta sotto la quale gli ebrei romani non passavano
A poco più di un chilometro dalla sinagoga, all'ingresso orientale del Foro Romano, sta l'Arco di Tito. Fu eretto da Domiziano dopo la morte del fratello, per celebrare la vittoria nella prima guerra giudaica e la presa di Gerusalemme nel 70 d.C., con la distruzione del Secondo Tempio. Sul rilievo interno del fornice, sul lato meridionale, è scolpito il corteo trionfale con il bottino portato dal Tempio: la menorah, il candelabro a sette bracci, la tavola per i pani di proposizione con i vasi sacri, le trombe d'argento, e le tabelle ansate che elencavano il saccheggio.
Quel rilievo è una delle immagini più importanti dell'intera storia ebraica: è la più antica raffigurazione dettagliata della menorah del Tempio di Gerusalemme che ci sia arrivata. La forma del candelabro che tutti conosciamo oggi deriva, in buona misura, da quella scultura romana.
Perché non ci si passava sotto
Esiste una consuetudine, tramandata per generazioni tra gli ebrei romani, di non passare sotto l'Arco di Tito. Le ragioni sono chiare: quell'arco celebra la distruzione del Tempio e la deportazione del popolo; attraversarlo significava, simbolicamente, ripercorrere il cammino dei prigionieri di quel trionfo. Non è una prescrizione rabbinica formale ma un uso, una scelta di dignità collettiva mantenuta per secoli con grande coerenza, anche quando l'arco era inglobato nella fortezza dei Frangipane e poi nelle strutture del convento di Santa Francesca Romana, prima delle liberazioni ottocentesche.
Se ci passate sotto oggi, e non c'è nessun motivo per cui non dobbiate farlo, fatelo sapendo che cosa rappresenta quel rilievo e perché per duemila anni una parte dei romani ha girato intorno all'arco invece di attraversarlo. È uno di quei casi in cui l'informazione cambia radicalmente l'esperienza di un monumento che milioni di turisti attraversano ogni anno senza alzare gli occhi.
Il rapporto tra l'arco e il tempio
C'è una linea invisibile che unisce l'Arco di Tito e la Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore), ed è una delle cose che racconto sempre. Da una parte un monumento del 81 d.C. che celebra la distruzione di un tempio; dall'altra, a un chilometro di distanza, un tempio costruito nel 1904 dai discendenti di quel popolo, nella stessa città, con una cupola visibile da mezza Roma. Diciannove secoli tra i due edifici, e la stessa comunità in mezzo, ininterrottamente. Fatelo, questo percorso a piedi, in questa direzione: prima l'arco, poi il fiume, poi la cupola quadrata.
Il quartiere intorno alla Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
La visita non finisce quando si esce dal museo. Anzi, secondo me è proprio lì che comincia la parte migliore, perché il quartiere intorno è piccolo, denso e leggibile in un'ora di passeggiata. Vi indico gli elementi che vale la pena cercare, in un ordine che funziona.
Il Portico d'Ottavia
A cento metri dalla sinagoga stanno i resti del Portico d'Ottavia, il grande quadriportico che Augusto fece ricostruire tra il 27 e il 23 a.C. dedicandolo alla sorella Ottavia Minore, sul sito di un precedente portico di Quinto Cecilio Metello Macedonico del 146 a.C. Il propileo con il frontone e le colonne corinzie che si vedono oggi è il risultato di un restauro di età severiana, dopo l'incendio del 191 d.C., come ricorda l'iscrizione. Nel medioevo il portico fu inglobato nel mercato del pesce, e la chiesa di Sant'Angelo in Pescheria vi si insediò dentro nell'VIII secolo.
Sul lato destro del porticato è murata una lapide con un'iscrizione latina che stabilisce l'obbligo di consegnare ai Conservatori dell'Urbe la testa e il corpo, «fino alla prima pinna inclusa», di ogni pesce più lungo della lapide stessa, che misura 1,13 metri. Cioè: la parte più pregiata dei pesci grandi andava al Comune. È una delle norme fiscali più concrete e più divertenti che Roma abbia lasciato scritte sui muri.
Via del Portico d'Ottavia
È la strada principale dell'ex ghetto, quella che ha sostituito la vecchia via della Pescheria. Sul lato nord sopravvive la fila di edifici antichi che dà l'idea di come apparisse il quartiere prima dello sventramento: facciate irregolari, frammenti architettonici di reimpiego, iscrizioni, finestre di epoche diverse. La casa di Lorenzo Manilio, del 1468, con la sua lunga iscrizione latina in caratteri capitali che data la costruzione secondo l'era di fondazione di Roma, è una delle case rinascimentali più curiose della città e sta proprio qui.
Via della Reginella
È il vicolo che dà meglio di ogni altro l'idea della scala del ghetto: strettissimo, ombroso, alto. Fu incluso nel ghetto nell'ampliamento voluto da Leone XII nel 1825. Percorrerlo, dopo aver visto la monumentalità della sinagoga, è l'esercizio più efficace per capire il salto tra il prima e il dopo.
La Fontana delle Tartarughe
In piazza Mattei, a due passi, c'è la fontana che quasi tutti considerano la più bella di Roma: la Fontana delle Tartarughe, realizzata tra il 1581 e il 1588 su disegno di Giacomo della Porta, con i quattro efebi bronzei di Taddeo Landini. Le tartarughe che i giovani spingono verso la vasca superiore furono aggiunte nel restauro del 1658 e sono tradizionalmente attribuite all'ambito del Bernini. È una fontana piccola, e per questo perfetta.
Il Teatro di Marcello e l'Isola Tiberina
Sull'altro lato, il Teatro di Marcello, iniziato da Cesare, completato da Augusto e inaugurato nel 13 o 11 a.C., dedicato al nipote Marcello morto giovanissimo: poteva contenere oltre quindicimila spettatori, e la sua cavea fu trasformata in fortezza medievale e poi in palazzo dei Savelli e degli Orsini, con appartamenti abitati ancora oggi. E poi l'Isola Tiberina, con il Ponte Fabricio del 62 a.C. e il Ponte Cestio, sede fin dall'antichità di un santuario di Esculapio e ancora oggi, per continuità millenaria, sede di un ospedale.
La cucina giudaico-romanesca intorno alla Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Non si può raccontare questo quartiere senza parlare di cibo, perché la cucina giudaico-romanesca è una delle tradizioni gastronomiche più originali d'Italia ed è nata esattamente qui, dalla combinazione tra le regole alimentari ebraiche e la povertà imposta dal ghetto.
I carciofi alla giudia
Sono il piatto simbolo: carciofi di varietà romanesca, aperti a fiore e fritti in olio abbondante fino a diventare croccanti come una foglia secca all'esterno e morbidi al cuore. La tecnica è tutt'altro che banale, richiede due fritture a temperature diverse, e nei ristoranti della zona la si esegue da generazioni. Vanno mangiati caldissimi, appena usciti dall'olio; freddi non valgono niente.
Il brodo di pesce e gli scarti del mercato
C'è un piatto che oggi passa per prelibatezza e che nasce dalla miseria più assoluta. Il mercato del pesce di Roma, per tutto il medioevo, si teneva qui, tra il Portico d'Ottavia e il Teatro di Marcello, servito dalle barche che risalivano il Tevere da Ostia. Gli scarti — teste, lische, pesci meno nobili — venivano accatastati nei pressi di Sant'Angelo in Pescheria, e le donne del ghetto andavano a raccoglierli. L'unico modo di utilizzarli era cuocerli in acqua. Da lì nasce il brodo di pesce della tradizione romana e del ghetto, che oggi trovate nei menù dei ristoranti della zona come piatto ricercato.
Dolci e altro
Vanno assolutamente provate la crostata di ricotta e visciole, con la ricotta nascosta tra due strati di pasta perché la regola alimentare separa latticini e carne e il dolce doveva poter chiudere un pasto di carne senza infrangere nulla — una soluzione tecnica diventata un capolavoro; la pizza ebraica, che non è una pizza ma un panetto durissimo e ricchissimo di frutta secca e canditi; e i mostaccioli. Sul salato, oltre ai carciofi, cercate la concia di zucchine, fritte e marinate con aglio, aceto e menta, e il baccalà in filetti fritti.
Un'avvertenza pratica: molti locali della zona sono kasher e seguono quindi il calendario ebraico. Significa che il venerdì sera e il sabato, e nelle festività, possono essere chiusi o avere orari particolari. Se avete puntato una tavola precisa, verificate prima. Ed è la stessa logica che regola gli orari del museo e della sinagoga: qui il calendario che comanda non è quello civile.
Come si visita davvero la Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Ecco la parte pratica, e vi chiedo di leggerla con attenzione perché qui gli errori costano una visita mancata.
Si entra dal Museo Ebraico, non dalla sinagoga
Il biglietto è un biglietto unico del Museo Ebraico di Roma, e la visita alla sinagoga è compresa nel percorso, non è un ingresso separato. L'accesso del pubblico è su via Catalana. La grande scalinata sul lungotevere è l'ingresso liturgico e resta chiusa ai visitatori. La visita all'aula del Tempio Maggiore avviene di norma accompagnati, in gruppi e in orari scaglionati durante la giornata, e in più lingue: non è una sala in cui si entra e si gira liberamente a piacere. Questo è un limite per chi ama i propri tempi, ma è anche un vantaggio, perché senza qualcuno che spieghi l'aula, la disposizione liturgica e la provenienza degli arredi si perde il novanta per cento del significato.
Gli orari seguono il calendario ebraico
Il museo è chiuso il sabato e in tutte le festività ebraiche. Non è una chiusura settimanale come quella dei musei statali il lunedì: è la conseguenza del fatto che questo è un luogo di culto attivo. Le festività seguono il calendario lunisolare ebraico e quindi cadono ogni anno in date diverse del calendario civile: Rosh ha-Shanà e Yom Kippur in settembre-ottobre, Sukkot subito dopo, Pesach in primavera, Shavuot tra maggio e giugno, Purim tra febbraio e marzo. Se il vostro viaggio cade in quei periodi, controllate il calendario prima di programmare.
Gli orari pubblicati distinguono due stagioni. Nel periodo invernale, indicativamente dal 1° ottobre al 31 marzo, l'apertura va da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 17.00, con ultimo ingresso alle 16.15, e il venerdì dalle 9.00 alle 14.00, con ultimo ingresso alle 13.15; nei mesi centrali dell'inverno gli orari possono variare, perché il venerdì la chiusura anticipa in funzione dell'ingresso dello Shabbat, che d'inverno cade molto presto. Nel periodo estivo, indicativamente dal 1° aprile al 30 settembre, si va da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 18.00, ultimo ingresso alle 17.15, e il venerdì dalle 10.00 alle 16.00, ultimo ingresso alle 15.15. Sono orari che possono cambiare: verificateli sul sito ufficiale del museo prima di partire, perché eventuali variazioni vengono comunicate lì.
La prenotazione
La prenotazione è fortemente consigliata, e nei periodi di alta stagione e nei fine settimana è di fatto necessaria: gli ingressi sono contingentati e le visite alla sinagoga hanno orari fissi. Prenotare significa anche scegliere la lingua della visita guidata, cosa che fa una differenza enorme sulla qualità dell'esperienza. Si prenota tramite il sistema ufficiale del museo.
La sicurezza alla Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore): cosa aspettarsi
Questa è la parte che disorienta di più i visitatori, e che invece, dopo aver letto quello che è successo qui, dovrebbe risultare la più comprensibile di tutte.
L'accesso al complesso è protetto da controlli di sicurezza. Concretamente: presenza di personale di vigilanza e di forze dell'ordine all'esterno, controllo delle borse, metal detector, eventuali domande, e la richiesta di un documento d'identità. In alcuni momenti può esserci fila all'esterno anche se avete già il biglietto. È il tipo di procedura che si trova negli aeroporti, applicata all'ingresso di un museo.
Come renderla indolore
Qualche accorgimento pratico che funziona sempre. Arrivate con quindici o venti minuti di anticipo rispetto all'orario del vostro ingresso. Portate un documento, sempre, anche se non ve lo chiedono ogni volta. Viaggiate leggeri: zaini grandi, valigie e trolley sono un problema, e non esiste un deposito bagagli dimensionato per accoglierli. Evitate coltellini multiuso, forbici e simili nel bagaglio a mano: sono gli oggetti che fanno perdere tempo. E rispondete alle domande senza irritazione: il personale fa un lavoro che ha ragioni molto concrete.
Fotografie
All'interno del museo e della sinagoga la fotografia è soggetta a restrizioni e in diverse aree non è consentita; le regole vengono comunicate all'ingresso e possono variare. Chiedete e attenetevi a quello che vi dicono. Non è pignoleria: riguarda sia la tutela delle opere sia la sicurezza del luogo. L'esterno, invece, si fotografa liberamente, e come vedrete più avanti è anche dove si fanno le foto migliori.
Abbigliamento e comportamento
Vale il criterio del luogo di culto: spalle e gambe coperte in modo ragionevole, niente canottiere e niente pantaloncini molto corti. Agli uomini viene richiesto di coprirsi il capo all'interno della sinagoga; se non avete un copricapo, all'ingresso vengono normalmente messe a disposizione delle kippot. Silenzio nell'aula, telefoni in modalità silenziosa, e nessuna visita durante le funzioni: quando la comunità prega, il tempio non è visitabile. Non è negoziabile e non è un capriccio; è la ragione stessa per cui questo edificio esiste.
Quanto tempo serve
Per fare le cose con calma calcolate un'ora e mezza o due ore tra museo, sinagoga e Tempio Spagnolo. Se aggiungete l'esperienza in realtà aumentata sul ghetto del 1555 e una passeggiata nel quartiere, si arriva tranquillamente a mezza giornata. Non è un monumento da "spuntare" in venti minuti tra il Colosseo e Piazza Navona: se avete solo venti minuti, meglio rimandare a un altro viaggio.
Con chi visitare la Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Do qualche indicazione onesta in base a chi siete, perché questo luogo non si racconta allo stesso modo a tutti.
Con i bambini
Funziona sorprendentemente bene, a due condizioni. La prima è preparare il terreno: spiegare prima che cos'è una sinagoga, che cos'è un rotolo della Torah, perché ci sono i controlli. La seconda è dosare. Le sale sui tessuti e sugli argenti catturano poco i bambini piccoli; l'aula del tempio con la cupola, invece, li lascia a bocca aperta, e la ricostruzione in realtà aumentata del ghetto è pensata esattamente per loro. Sui capitoli tragici, regolatevi sull'età: si può raccontare il 16 ottobre 1943 anche a un ragazzino di dieci anni, purché lo si faccia con parole precise e senza immagini gratuite.
Con adolescenti e classi scolastiche
È una delle mete più efficaci di Roma per un viaggio d'istruzione, e lo dico avendo visto funzionare la combinazione decine di volte: museo, sinagoga, pietre d'inciampo nel quartiere, Portico d'Ottavia 13, e chiusura all'Arco di Tito. Cinque tappe, due ore e mezza, e un racconto che tiene insieme duemila anni. La ricaduta didattica è enormemente superiore a quella di qualunque lezione frontale.
Da soli
È forse il modo migliore. Il museo è piccolo, la visita all'aula è accompagnata, e il tempo che avanza si spende meglio in silenzio, seduti su una panchina del lungotevere a guardare la cupola. Roma ha pochi luoghi in cui la storia si concentra così densamente in così pochi metri quadri.
Le date della memoria alla Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Ci sono giorni dell'anno in cui questo quartiere cambia completamente aspetto, e conoscerli aiuta sia a esserci sia a non esserci, a seconda di quello che cercate.
Il 16 ottobre
È l'anniversario della razzia. Ogni anno, in questa data, la comunità e la città ricordano i deportati con cerimonie, letture di nomi, momenti di raccoglimento nelle strade dell'ex ghetto e davanti al Portico d'Ottavia. È una giornata sobria, senza spettacolo, molto partecipata. Se vi capita di essere a Roma il 16 ottobre, vale la pena passare da queste parti nel pomeriggio e semplicemente stare in silenzio da un lato. Non è un evento turistico e non va trattato come tale.
Il 27 gennaio
È il Giorno della Memoria, istituito in Italia con legge nel 2000 e fissato nell'anniversario dell'apertura dei cancelli di Auschwitz nel 1945. Attorno a quella data si concentrano iniziative, incontri e visite in tutta la città, e il Museo Ebraico e le pietre d'inciampo del quartiere diventano punti di riferimento per centinaia di classi scolastiche.
Il 9 ottobre
È l'anniversario dell'attentato del 1982. Il ricordo si concentra in Largo Stefano Gaj Taché, presso l'albero e la targa. È una commemorazione più raccolta e meno nota, ma per la comunità romana ha un peso identico agli altri due anniversari.
Errori comuni da evitare alla Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Faccio l'elenco degli inciampi che vedo più spesso, così non li fate.
Presentarsi di sabato
È il primo in classifica, di gran lunga. Molti visitatori organizzano la giornata "ebraica" di sabato pensando che sia il giorno più coerente. È esattamente il contrario: di sabato il museo è chiuso, molti locali del quartiere sono chiusi, e la comunità è in Shabbat. Se volete vedere l'interno, il sabato è l'unico giorno in cui non potete.
Arrivare all'ultimo momento
L'ultimo ingresso è quarantacinque minuti prima della chiusura, e i controlli richiedono tempo. Presentarsi mezz'ora prima della chiusura significa, nella pratica, non entrare o entrare di corsa.
Aspettarsi una chiesa
Non è un edificio ad accesso libero e continuo. Non ci si entra per raccoglimento personale, non si passa "a dare un'occhiata". È un luogo di culto in funzione, con una comunità che lo usa, e la parte visitabile è gestita da un museo con regole precise.
Trattare la memoria come uno sfondo
Le pietre d'inciampo, le lapidi, il largo intitolato a un bambino di due anni non sono elementi decorativi di un percorso turistico. Fotografateli pure, ma leggeteli prima di fotografarli. È l'unica regola di buon senso che chiedo davvero di rispettare in questo quartiere.
Ridurre tutto alla tragedia
C'è anche l'errore opposto, e va detto. Chi arriva qui pensando solo alla Shoah si perde ventidue secoli di storia, un patrimonio artistico notevole, una tradizione liturgica unica al mondo, una cucina straordinaria e una comunità viva che oggi lavora, studia, cucina, discute e ride. Il ghetto romano non è un memoriale: è un pezzo di città abitato.
Cosa vedere vicino alla Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
La posizione è centralissima e permette di costruire itinerari eccellenti senza mai prendere un mezzo.
Nel raggio di cinque minuti a piedi
Il Portico d'Ottavia e la chiesa di Sant'Angelo in Pescheria; il Teatro di Marcello con i templi di Apollo Sosiano e di Bellona; la Fontana delle Tartarughe in piazza Mattei; l'Isola Tiberina con il Ponte Fabricio del 62 a.C.; via della Reginella; la casa di Lorenzo Manilio del 1468; la chiesa di San Gregorio della Divina Pietà, con l'iscrizione bilingue legata alle prediche coatte.
Nel raggio di quindici minuti
Il Campidoglio con i Musei Capitolini e la terrazza sui Fori; l'area sacra di Largo di Torre Argentina con i quattro templi repubblicani e il luogo in cui fu ucciso Cesare; Campo de' Fiori e Piazza Farnese; Trastevere oltre il ponte; la Bocca della Verità e Santa Maria in Cosmedin.
Un itinerario che consiglio
Mattina: Museo Ebraico e Sinagoga di Roma con visita accompagnata. Poi una passeggiata lenta nell'ex ghetto leggendo le pietre d'inciampo, con sosta al Portico d'Ottavia. Pranzo nel quartiere, carciofi alla giudia obbligatori nella stagione giusta, che va indicativamente da ottobre a primavera. Pomeriggio: Teatro di Marcello, salita al Campidoglio, discesa ai Fori e chiusura all'Arco di Tito nella luce di fine giornata, quando il rilievo con la menorah è meglio leggibile. È un percorso di circa un chilometro e mezzo complessivo che copre ventuno secoli.
Una curiosità su Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
La curiosità che preferisco riguarda l'alluminio. Nel 1904, quando la cupola fu rivestita, l'alluminio era un materiale con una storia recentissima e quasi leggendaria. Fino agli anni Ottanta dell'Ottocento era considerato un metallo prezioso: costava più dell'argento, veniva esibito nelle esposizioni universali come una meraviglia della chimica, e Napoleone III lo riservava, si racconta, per le posate degli ospiti più illustri, mentre agli altri toccava il volgare oro. Solo con il processo elettrolitico messo a punto nel 1886 la produzione industriale divenne possibile e il prezzo crollò.
Diciotto anni dopo quel crollo, la comunità ebraica di Roma copriva con quel metallo appena diventato accessibile la cupola del suo nuovo tempio. Non era una scelta di risparmio: era una scelta di modernità dichiarata. Un edificio che nel linguaggio decorativo guardava all'Assiria e all'Egitto si copriva con il materiale più contemporaneo che l'industria potesse offrire. Passato remotissimo e presente tecnologico nello stesso oggetto, a dodici metri di distanza verticale l'uno dall'altro.
C'è un secondo strato di curiosità, ed è ottico. L'alluminio non ossida come il rame e non prende quella patina verde che a Roma associamo alle coperture storiche: mantiene un colore metallico freddo che con la luce cambia in continuazione. Nelle giornate di sole pieno la cupola è quasi bianca; con il cielo coperto diventa grigio piombo; al tramonto prende sfumature calde. È l'unica copertura monumentale della città che si comporta come uno specchio invece che come una superficie opaca, e questo, in una città di cotto e travertino, si nota da chilometri.
Una cosa che non ti dice nessuno su Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Nessuno vi dirà che dentro questa sinagoga c'è un organo a canne, e che non lo vedrete mai. È un Rieger opus 1073 del 1904, restaurato nel 2011, collocato su un soppalco dietro l'Aron ha-Qodesh, invisibile dall'aula, chiuso in una cassa lignea senza canne di facciata. Diciassette registri, due tastiere, pedaliera, trasmissione pneumatico-tubolare, intonazione sinfonico-romantica, integro nelle sue caratteristiche originarie. Un pezzo di storia dell'organaria europea nascosto sopra la testa dei visitatori, di cui non esiste traccia visibile.
Ma la cosa davvero interessante non è la meccanica: è la domanda che quell'organo pone. Nell'ebraismo l'uso di strumenti musicali durante lo Shabbat non è ammesso, e nell'Ottocento l'introduzione dell'organo nelle sinagoghe fu una delle controversie più aspre dell'ebraismo europeo, legata al movimento riformato tedesco e contestata da larga parte del mondo ortodosso, anche per il timore di assomigliare troppo alle chiese. Che il Tempio Maggiore ne sia stato dotato nell'anno stesso della sua inaugurazione racconta l'ambizione e le tensioni di una generazione appena emancipata, che voleva un edificio all'altezza dei grandi monumenti pubblici della capitale.
La seconda cosa che nessuno vi dice riguarda i due candelabri bronzei ai lati dell'Aron. Vengono dalla Scola Catalana, demolita nel 1908, e si accendono una sola volta all'anno, il giorno di Yom Kippur. Trecentosessantaquattro giorni spenti, uno acceso. Sono lì, sotto gli occhi di tutti, e nessuno immagina che stia guardando due oggetti che passano quasi tutta la loro esistenza in attesa di un solo giorno.
Il consiglio che ti do per visitare Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Il consiglio è uno solo e lo do sempre: fate il quartiere prima di entrare, non dopo. Arrivate con quarantacinque minuti di anticipo rispetto al vostro orario, e usateli così. Entrate in via del Portico d'Ottavia dal lato del Teatro di Marcello, camminate lentamente guardando in basso, e leggete le pietre d'inciampo: fermatevi davanti a quelle che si presentano in gruppo, perché quelle sono famiglie intere. Fermatevi al numero 13, quello che gli abitanti chiamavano il portonaccio, ed è da lì che il 16 ottobre 1943 furono portate via molte delle persone poi deportate. Infilatevi in via della Reginella per capire la larghezza dei vicoli del ghetto. Poi tornate sul lungotevere, guardate la cupola quadrata da fuori, e solo a quel punto mettetevi in fila per i controlli.
Il motivo è semplice: se entrate prima nel museo, uscirete con la testa piena di argenti, tessuti e date, e camminerete nel quartiere in modo distratto. Se invece leggete i nomi sull'ottone e poi entrate, ogni oggetto del museo cambia di peso. I tessuti delle Cinque Scole non sono più begli oggetti antichi: sono le cose che quelle famiglie hanno donato alla loro sinagoga. È lo stesso museo, ma è una visita diversa.
Il secondo consiglio, minore ma utilissimo: prenotate la visita accompagnata all'aula in una lingua che padroneggiate davvero, e scegliete una fascia di metà mattina. La luce che entra dalle vetrate di Picchiarini a quell'ora è nettamente la migliore, i gruppi sono meno numerosi che nel primo pomeriggio, e vi resta tempo per il Tempio Spagnolo, che quasi tutti liquidano in tre minuti e che invece merita quindici.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: la comunità ebraica di Roma è la più antica della diaspora, presente in questa città in modo ininterrotto dal II secolo a.C. Lo si legge in ogni guida, lo si dice in ogni visita, e proprio per questo si è svuotato di significato. Provate a riempirlo di nuovo.
Significa che quando Giulio Cesare venne ucciso a Largo Argentina, a quattrocento metri da qui, c'erano già ebrei a Roma da oltre un secolo, e le fonti raccontano che parteciparono al lutto pubblico per la sua morte. Significa che quando i cristiani erano una setta minuscola e perseguitata, gli ebrei romani erano una comunità consolidata con più sinagoghe. Significa che questa comunità ha visto nascere e finire l'impero romano d'Occidente, ha attraversato i goti, i bizantini, i longobardi, i papi, i Comuni, il Sacco del 1527, i tre secoli di ghetto, l'unità d'Italia, il fascismo, la guerra, la Repubblica. Nessuna espulsione definitiva, come invece accadde in Inghilterra nel 1290, in Francia nel 1394, in Spagna nel 1492.
Ma c'è un corollario ancora meno citato, ed è quello che davvero cambia la prospettiva: proprio questa continuità ha prodotto una tradizione liturgica autonoma, il rito italiano, che non è né ashkenazita né sefardita e che discende direttamente dagli usi ebraici del primo millennio. La Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) è oggi uno dei pochissimi luoghi al mondo dove quel rito si prega regolarmente. Non è un dettaglio da specialisti: è una lingua liturgica sopravvissuta perché nessuno l'ha mai potuta interrompere. Se in una qualunque mattina di preghiera vi capitasse di sentirla da fuori, state ascoltando una melodia che ha una linea di trasmissione ininterrotta più lunga di quella di quasi qualunque altro canto liturgico d'Europa.
La foto giusta da fare a Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Premessa doverosa: all'interno la fotografia è soggetta a restrizioni e in diverse aree non è consentita. Chiedete all'ingresso e attenetevi a quello che vi dicono. La buona notizia è che le foto migliori, qui, si fanno tutte da fuori.
La foto giusta si scatta dal Ponte Garibaldi oppure dalla riva trasteverina, poco prima del tramonto. Da lì si prende la sinagoga di tre quarti, con il fianco sul Lungotevere de' Cenci, la cupola quadrata contro il cielo e il Tevere in primo piano; e se vi spostate di qualche metro entra in inquadratura anche la sagoma dell'Isola Tiberina. La luce di fine giornata colpisce l'alluminio di taglio e lo accende, mentre il laterizio dell'edificio va sul rosato. È l'unico momento della giornata in cui la cupola smette di essere grigia e diventa il punto più luminoso della scena.
La seconda inquadratura, quella che invece quasi nessuno fa e che secondo me racconta meglio il luogo, è dal basso, da via del Portico d'Ottavia: si tiene in primo piano una delle case sopravvissute del vecchio quartiere, con le finestre irregolari e i frammenti antichi murati nella facciata, e si lascia comparire in fondo, oltre i tetti bassi, lo spigolo della cupola. In un solo fotogramma ci sono il ghetto e il tempio, il prima e il dopo, la povertà imposta e la monumentalità conquistata. È una fotografia che si spiega da sola e che vale dieci didascalie.
La terza, se avete tempo e gambe: la vista dall'alto dal Giardino degli Aranci sull'Aventino o dalla terrazza del Vittoriano. Non è una foto della sinagoga, è una foto di Roma in cui la sinagoga si trova: cercate l'unica copertura con quattro spigoli netti in un panorama di cupole rotonde. Farla trovare a qualcun altro è il gioco migliore che conosco per far capire in tre secondi perché quell'edificio è stato progettato così.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Questo edificio ha poco più di centoventi anni, e in centoventi anni ha visto passare l'intera parabola del Novecento italiano. Provo a metterli in fila, in ordine cronologico, perché la sequenza è più eloquente di qualunque commento.
20 luglio 1901: posa della prima pietra. 2 luglio 1904: visita ufficiale del re Vittorio Emanuele III all'edificio completato. Luglio 1904: consacrazione, celebrata dal rabbino maggiore Vittorio Castiglioni. 1908: demolizione della Scola Catalana, i cui candelabri e il cui armadio santo del 1523 confluiscono nel complesso. 1932: il Tempio Spagnolo trova sede nei sotterranei. 1937-1938: montaggio nell'abside dei seggi marmorei del 1586 e del 1660 e delle arche provenienti dalle Cinque Scole.
26-28 settembre 1943: la raccolta dei cinquanta chili d'oro imposti da Herbert Kappler avviene dentro il Tempio; l'oro viene consegnato il 28 e non salverà nessuno. 14 ottobre 1943: saccheggio delle biblioteche della Comunità e del Collegio rabbinico, due vagoni di manoscritti e incunaboli spediti in Germania. 16 ottobre 1943: la razzia del ghetto, 1.259 persone arrestate, 1.023 deportate ad Auschwitz, sedici sopravvissute. Da ottobre 1943 al 5 luglio 1945: il Tempio è posto sotto sequestro e chiuso al culto. 9 giugno 1944: pochi giorni dopo la liberazione di Roma, la sinagoga torna ad accogliere una funzione.
9 ottobre 1982: l'attentato, in cui muore Stefano Gaj Taché, di due anni, e restano ferite trentasette persone. 13 aprile 1986: Giovanni Paolo II entra nel Tempio Maggiore accolto da Elio Toaff, prima visita di un papa a una sinagoga. 20 maggio 2004: Poste Italiane emette il francobollo per il centenario. 17 gennaio 2005: primo concerto cantoriale nella storia dell'edificio, con tredici chazzanim. 2005: apertura del Museo Ebraico nell'allestimento attuale. 7 ottobre 2007: intitolazione dello slargo a Stefano Gaj Taché. 17 gennaio 2010: visita di Benedetto XVI. Gennaio 2010: posa delle prime pietre d'inciampo italiane, proprio a Roma. 19 aprile 2015: funerali di Elio Toaff al Tempio Maggiore. 17 gennaio 2016: visita di papa Francesco.
Chi è passato da Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)
Cominciamo dai tre nomi che tutti citano, e che meritano di essere citati: Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986, Benedetto XVI il 17 gennaio 2010, Francesco il 17 gennaio 2016. Tre pontefici in trent'anni in un luogo dove, in millenovecento anni, non ne era mai entrato nessuno. Ma la lista non finisce lì, e le presenze meno note sono spesso le più interessanti.
Vittorio Emanuele III visitò l'edificio appena completato il 2 luglio 1904, e fu il primo capo di Stato a varcarne la soglia. Giovanni Spadolini, allora Presidente del Consiglio, arrivò qui poche ore dopo l'attentato del 9 ottobre 1982, e la sua presenza fu accolta con un favore che, in quel clima, dice molto. Bruno Zevi, il grande storico dell'architettura, allora consigliere comunale, pronunciò due giorni dopo l'attentato un discorso in Campidoglio a nome della comunità che è rimasto negli annali del dibattito pubblico italiano. Sergio Mattarella, da Presidente della Repubblica, è tornato più volte al Tempio Maggiore e ha voluto ricordare Stefano Gaj Taché nel primo discorso al Parlamento dopo il giuramento, il 3 febbraio 2015, chiamandolo «un bambino italiano».
Poi ci sono le persone che questo edificio lo hanno abitato, che è un'altra cosa dal visitarlo. Vittorio Castiglioni, che lo consacrò. Angelo Sacerdoti, che lo guidò per ventiquattro anni. David Prato, il cui primo mandato fu spezzato dalle leggi razziali e che tornò dopo la guerra a ricostruire. Eugenio Zolli, rabbino capo negli anni più bui. Elio Toaff, cinquant'anni esatti, dal 1951 al 2001, partigiano, sopravvissuto, costruttore paziente del dialogo, l'uomo che salì sulla tevà accanto a un papa e che è uno dei tre nomi del testamento spirituale di Giovanni Paolo II. Riccardo Di Segni, medico e rabbino, che ha accolto qui due pontefici. E Settimia Spizzichino, l'unica donna tornata da Auschwitz tra i 1.023 deportati del 16 ottobre 1943, che per decenni ha raccontato la sua storia ai ragazzi delle scuole in questo quartiere.
Ma se dovessi indicare chi è davvero passato da qui, indicherei le migliaia di persone di cui nessuno ha scritto il nome su una targa: le famiglie del ghetto che donarono alle Cinque Scole i tessuti e gli argenti che oggi sono nelle vetrine del museo, le donne che nel settembre 1943 portarono qui dentro le proprie fedi nuziali per una promessa che non sarebbe stata mantenuta, i ragazzi che il 9 ottobre 1982 stavano celebrando il loro bar mitzvah, e le persone che ogni sabato mattina, da centoventi anni, salgono quella scalinata per una ragione che non ha nulla a che vedere con il turismo. Sono loro l'edificio.
Chiudo con la cosa che ripeto sempre, alla fine, prima di lasciare andare un gruppo. La Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore) è stata costruita per essere vista: era questo il mandato del concorso del 1889, un edificio che si innalzasse fieramente sopra la nuova città. Centoventi anni dopo, quel mandato è stato eseguito alla lettera, e la cupola quadrata si riconosce da ogni terrazza di Roma. Ma la parte del compito che tocca a noi è un'altra: non basta vederla, bisogna guardarla sapendo che cosa c'era prima in quei quattro isolati, che cosa è successo qui in una mattina di ottobre del 1943 e in una di ottobre del 1982, e chi sono le persone che entrano da quella porta il sabato mattina. Se uscite dal museo e vi fermate dieci minuti sul lungotevere a guardare quel metallo cambiare colore mentre il sole scende, avrete capito questo posto meglio di chiunque l'abbia attraversato di corsa.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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