Museo Ebraico di Roma

Il Museo Ebraico di Roma occupa gli ambienti interrati del Tempio Maggiore, sul Lungotevere de' Cenci, e l'ingresso dei visitatori si apre su Via Catalana, il lato del complesso che guarda il rione Sant'Angelo e il Portico d'Ottavia. Il biglietto intero costa 12 euro, il ridotto per convenzioni 10 euro, gli studenti fino a venticinque anni pagano 6 euro. L'ingresso è gratuito per i bambini sotto i dieci anni, per i visitatori con invalidità superiore al 74 per cento e per l'accompagnatore quando la persona non è autosufficiente, per i titolari di tessera ICOM e ICOMOS, per le forze dell'ordine e per i giornalisti professionisti. Chi compra online aggiunge un euro di commissione per transazione e il titolo non è rimborsabile. Il prezzo copre due cose distinte: la visita del museo con audioguida gratuita, che si attiva con un codice QR sul proprio telefono ed è disponibile in sette lingue, e l'ingresso al Tempio Maggiore con visita guidata, perché nella sinagoga non si entra per conto proprio. Le prenotazioni si fanno sul portale prenotazioni.museoebraico.roma.it; il centralino risponde allo 06 68400661.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Gli orari cambiano cinque volte nell'arco dell'anno e conviene averli chiari prima di uscire di casa. Dal 1 aprile al 30 settembre il museo apre da domenica a giovedì dalle 10 alle 18, con ultimo ingresso alle 17.15, e il venerdì dalle 10 alle 16, ultimo ingresso alle 15.15. Dal 1 al 26 ottobre e poi dal 9 febbraio al 31 marzo la chiusura anticipa alle 17 da domenica a giovedì, ultimo ingresso alle 16.15, mentre il venerdì si apre alle 9 e si chiude alle 14, ultimo ingresso alle 13.15. Dal 27 ottobre al 9 novembre e dal 12 gennaio all'8 febbraio l'orario feriale si accorcia alle 16.30, ultimo ingresso alle 15.45. Dal 10 novembre all'11 gennaio si chiude alle 16, ultimo ingresso alle 15.15. Il venerdì invernale resta sempre 9-14. Sono orari che sembrano cervellotici e invece hanno una logica precisa: il venerdì pomeriggio la comunità si prepara allo Shabbat, e il museo si ferma prima.

Il Museo Ebraico di Roma è chiuso ogni sabato, senza eccezioni, e nelle festività ebraiche. Il calendario 2026 pubblicato dal museo indica queste chiusure: Purim il 3 marzo, Pesach l'1, il 2, il 3, l'8 e il 9 aprile, Yom Ha'azmaut il 22 aprile, Shavuot il 21 e 22 maggio, Tishà Be Av il 23 luglio, Rosh Ha Shanà dall'11 al 13 settembre, Yom Kippur il 20 e 21 settembre, Sukkot dal 25 al 27 settembre, Simhat Torà il 4 ottobre. Le festività ebraiche seguono un calendario lunisolare e cominciano la sera precedente, quindi la vigilia l'orario può ridursi: prima di fissare la visita in quei giorni conviene controllare la pagina degli orari sul sito ufficiale del museo. Chi arriva a Roma per pochi giorni e ha il sabato come unico giorno libero deve saperlo in anticipo, perché non esiste deroga.

Ci si arriva senza fatica. Sul Lungotevere de' Cenci, a poche decine di metri dalla sinagoga, fermano gli autobus 23, 63 e 280; su via Arenula passa il tram 8, che collega Trastevere e il Gianicolense a largo Argentina; su largo di Torre Argentina, dieci minuti a piedi, convergono le linee C3, H, 40, 46, 62, 64, 70, 81, 87, 130, 190, 492 e 916. La stazione di metropolitana più vicina è Circo Massimo, sulla linea B, a poco più di un chilometro: si cammina lungo il Teatro di Marcello, ed è una camminata che vale la pena fare a piedi anziché aspettare una coincidenza. In auto non si viene: la zona è dentro l'area a traffico limitato del centro storico e i posti sul Lungotevere sono un miraggio.

Il museo fa parte del circuito dei musei di Roma e si visita insieme al Tempio Maggiore, che sta sopra la testa dei visitatori e fa parte dello stesso biglietto.

Che cosa custodisce davvero il Museo Ebraico di Roma

Sotto il pavimento della sinagoga più grande d'Italia ci sono settecento metri quadrati di sale espositive che raccontano la storia della comunità ebraica più antica della diaspora occidentale. Non è un modo di dire: gli ebrei sono a Roma da oltre ventidue secoli senza soluzione di continuità, e questo museo è l'unico posto al mondo dove quella continuità si vede messa in fila, oggetto dopo oggetto. La collezione conta circa millecinquecento arredi fra argenti romani del Seicento e del Settecento, tessuti pregiati arrivati da tutta Europa, pergamene miniate, marmi, calchi, paramenti e oggetti sacri. Quasi tutto proviene dal palazzo delle Cinque Scole, l'edificio del ghetto che ospitava sotto un solo tetto le cinque sinagoghe della città e che venne smantellato con la demolizione del quartiere.

Il museo espone i suoi tesori dal 1960, quando l'intera raccolta stava in una sala sola. L'allestimento che si visita oggi è quello inaugurato nel 2005, distribuito su un percorso tematico che comincia dalla Galleria dei Marmi Antichi e prosegue in sale numerate. Nel 1967 il patrimonio si è arricchito con l'arrivo degli ebrei di Libia, circa quattromila persone costrette a lasciare Tripoli e Bengasi, che portarono a Roma i loro riti, i loro oggetti e la loro memoria. Il conto dei visitatori si aggira intorno ai centomila l'anno, cifra notevole per un museo di quelle dimensioni e che dice molto su quanto Roma tenga a questa storia.

La mia opinione, dopo averci accompagnato gruppi per anni: questo è uno dei tre o quattro musei romani in cui il rapporto fra tempo speso e cose imparate è più alto. Un'ora e mezza dentro il Museo Ebraico di Roma insegna più storia della città di quanto ne insegnino tre ore in certi musei archeologici molto più celebri, perché qui la storia non è un'astrazione: è la storia di famiglie che abitano ancora le stesse strade, a duecento metri da dove sono esposti gli argenti dei loro antenati.

Sinagoga di Roma Tempio Maggiore Museo Ebraico di Roma
Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore), Museo Ebraico di Roma

Ventidue secoli: la comunità ebraica di Roma prima del Museo Ebraico di Roma

Dal II secolo prima dell'era volgare

La presenza ebraica a Roma comincia nel II secolo prima dell'era volgare, quando la città è ancora una repubblica in espansione e il Colosseo non esiste nemmeno nei progetti. Il museo colloca lì l'inizio del racconto, e non è una data simbolica scelta a tavolino: è il momento in cui le fonti cominciano a registrare rapporti diplomatici e commerciali stabili fra Roma e la Giudea. Da allora la comunità non si è mai interrotta, non è mai stata espulsa in blocco, non è mai scomparsa. È questo che rende la comunità ebraica di Roma la più antica della diaspora fuori dalla Terra d'Israele, più antica di quelle di Salonicco, di Praga, di Amsterdam, tutte nate secoli dopo.

Il rito romano, che gli ebrei chiamano minhag benè Romi, è l'unico rito ebraico che non appartiene né alla tradizione ashkenazita né a quella sefardita: è nato qui, si è formato qui e qui è rimasto. Un ebreo romano che oggi prega al Tempio Maggiore usa formule liturgiche che hanno una storia parallela a quella della città. Quando vi diranno che a Roma tutto si stratifica, tenete presente che questa è la stratificazione più lunga e meno visibile di tutte.

Le catacombe ebraiche e la sinagoga di Ostia

La Sala 2 del museo, quella intitolata Da Judaei a Giudei: Roma e i suoi ebrei, mette in mostra i calchi delle lapidi provenienti dalle catacombe ebraiche di Roma e dalla sinagoga di Ostia Antica. Sono documenti straordinari, perché le iscrizioni funerarie sono la prova materiale più antica di quella presenza: nomi, mestieri, formule di saluto, il candelabro a sette bracci inciso nel tufo. Roma ha catacombe ebraiche come ha catacombe cristiane, e sono in parte più antiche. Il museo espone anche una ricostruzione virtuale della sinagoga di Ostia Antica, l'edificio sinagogale più antico dell'Occidente, che si trova nel porto della città e che la maggior parte dei turisti attraversa senza sapere cosa sia.

Accanto ai calchi ci sono manoscritti medievali e piante topografiche della città. Le piante servono a una funzione precisa: mostrare come gli insediamenti ebraici si siano spostati nel tempo, dalla riva sinistra a Trastevere e poi di nuovo verso il Tevere, prima che il ghetto ne fissasse per forza la posizione. La comunità medievale romana viveva in gran parte oltre il fiume, e il nome stesso di certe strade trasteverine conserva quella memoria.

Il ghetto del 1555: la storia che il Museo Ebraico di Roma custodisce

La bolla Cum nimis absurdum

Il 14 luglio 1555 papa Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa, emanò la bolla Cum nimis absurdum. Il titolo latino significa Poiché è oltremodo assurdo, e l'assurdità a cui si riferisce è la convivenza fra ebrei e cristiani nella stessa città senza separazione. La bolla ordinava agli ebrei di Roma di risiedere in un'area chiusa del rione Sant'Angelo, la più bassa e la più insalubre della città, schiacciata fra il Tevere e il Portico d'Ottavia; imponeva un segno distintivo sugli abiti; limitava i mestieri consentiti al commercio degli stracci e degli abiti usati; vietava il possesso di beni immobili; prescriveva una sola sinagoga.

Quel provvedimento durerà tre secoli e un quarto. È il dato che consiglio sempre di tenere a mente entrando nel museo: non si tratta di un episodio, si tratta di quindici generazioni nate e morte dentro un recinto. La collezione che oggi si ammira per la sua bellezza fu prodotta in quelle condizioni, e questa contraddizione è il vero soggetto del Museo Ebraico di Roma.

Le porte, il coprifuoco, le piene

All'inizio il ghetto aveva due porte, chiuse al tramonto e riaperte all'alba. Con gli ampliamenti successivi diventarono tre, poi cinque, infine otto. Nel 1586 l'area raggiunse l'estensione di circa tre ettari per una popolazione che agli inizi dell'Ottocento sfiorava le diecimila persone: significa una densità che non ha paragoni nella Roma dell'epoca, con case cresciute in altezza perché non potevano crescere in larghezza. Il divieto di possedere immobili faceva il resto: nessuno investiva nella manutenzione di case che non gli appartenevano.

Poi c'era il fiume. Prima dei muraglioni, finanziati nel 1875, il Tevere entrava nel ghetto a ogni piena e si ritirava lasciando il fango sulle facciate. Le vecchie fotografie mostrano bande di colore diverso sui muri, una per ogni alluvione, come gli anelli di un tronco. È un dettaglio che nel museo torna nei documenti e nelle piante, e che spiega perché nella ricostruzione ottocentesca il quartiere sia stato rialzato sopra il livello del fiume.

Le prediche coatte e i mestieri consentiti

Nel 1572 papa Gregorio XIII impose agli ebrei romani l'obbligo di assistere a prediche di conversione. Si tenevano in alcune chiese vicine al ghetto, fra cui Sant'Angelo in Pescheria, addossata al Portico d'Ottavia, e San Gregorio al Ponte Quattro Capi, quella che guarda l'Isola Tiberina. L'obbligo resse fino al 1848, quando Pio IX lo revocò. Passare oggi davanti a quelle facciate sapendo a cosa servivano cambia il modo di guardarle, e questa è una delle ragioni per cui consiglio sempre di visitare il museo prima e il quartiere dopo, mai il contrario.

Il vincolo dei mestieri produsse un effetto storico duraturo. Gli ebrei romani potevano commerciare stracci e abiti usati: da quella costrizione nacque una competenza secolare nel settore dell'abbigliamento che la comunità portò con sé anche dopo l'emancipazione, e che si legge ancora nella toponomastica e nella memoria dei mestieri del quartiere. La cucina giudaico romana, che oggi si celebra come una delle grandi cucine della città, nasce dalla stessa aritmetica: ingredienti poveri, tagli di scarto, verdure di stagione, e una tecnica raffinatissima per farli diventare buoni.

1870 e 1888: la fine del recinto e la fine del quartiere

Il 20 settembre 1870, con l'annessione di Roma al Regno d'Italia, il ghetto fu abolito. Non era la prima volta che si provava: nel 1848 Pio IX aveva già ordinato l'abbattimento delle mura, ma la restaurazione pontificia aveva rimesso le cose come prima. Nel 1870 la chiusura finì davvero, e agli ebrei romani furono riconosciuti i diritti civili di tutti gli altri cittadini.

Diciotto anni dopo, nel 1888, il nuovo piano regolatore mandò giù quasi tutto. Il quartiere fu demolito, spianato, rialzato e ricostruito con isolati regolari e strade nuove, fra cui via del Portico d'Ottavia nella forma attuale. Di quel mondo restano quattro isolati, qualche brandello di tessuto antico in via della Reginella, piazza delle Cinque Scole con il suo nome che ricorda un edificio che non c'è più, e gli oggetti che oggi si vedono nelle vetrine del museo. Il Museo Ebraico di Roma esiste, in un certo senso, perché quel quartiere non esiste più: è il magazzino della memoria di un luogo cancellato.

Sinagoga di Roma Tempio Maggiore
Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)

Le Cinque Scole e i loro arredi al Museo Ebraico di Roma

Cinque comunità sotto un solo tetto

La bolla del 1555 permetteva una sola sinagoga. Gli ebrei di Roma, che non erano un gruppo omogeneo ma la somma di tradizioni diverse arrivate in epoche diverse, risolsero il problema con un'invenzione giuridica e architettonica insieme: costruirono un unico edificio e ci misero dentro cinque sale di preghiera, formalmente una sola sinagoga, di fatto cinque. Erano la Scola Tempio e la Scola Nova, di rito romano, cioè degli ebrei presenti in città da sempre; la Scola Catalana e la Scola Castigliana, dei profughi espulsi dalla Spagna nel 1492; la Scola Siciliana, degli ebrei arrivati dall'isola dopo l'espulsione decretata dalla corona aragonese.

Il palazzo si trovava nell'antica piazza delle Scole. La sua facciata neoclassica, con l'orologio e le colonne di marmo, è del 1835. La Scola Catalana fu ricostruita nel 1628 su disegno di Girolamo Rainaldi, un nome che a Roma si incontra a Sant'Agnese in Agone e in mezzo mondo barocco: che un architetto di quel rango lavorasse per la comunità del ghetto dice quanto quel mondo fosse meno impermeabile di come lo si immagina.

Che fine hanno fatto gli arredi

Quando il palazzo delle Cinque Scole scomparve con la demolizione del quartiere, gli arredi non andarono persi. Argenti, tessuti, marmi policromi e iscrizioni furono conservati dalla comunità e sono confluiti in massima parte nel Museo Ebraico di Roma: è per questo che la Sala 4 si chiama I tesori delle Cinque Scole. Nel 1948 una parte degli arredi marmorei venne reimpiegata per allestire il Tempio Spagnolo nei sotterranei del Tempio Maggiore, ricreando l'atmosfera delle antiche sinagoghe del ghetto in uno spazio nuovo.

Il pezzo più antico è l'Aron della Scola Catalana, datato 1523: l'armadio sacro in cui si custodiscono i rotoli della Torah, il più antico conservato a Roma. Ha trentadue anni più del ghetto. Chi lo guarda sta guardando un oggetto costruito quando gli ebrei romani erano ancora liberi di abitare dove volevano, e che ha attraversato tutta la reclusione senza rompersi.

La visita sala per sala del Museo Ebraico di Roma

La Galleria dei Marmi Antichi

Il percorso comincia dalla Galleria dei Marmi Antichi, che raccoglie lastre e iscrizioni fra il XVI e il XIX secolo. Sono marmi che facevano parte integrante della decorazione delle Cinque Scole e che oggi si leggono come un archivio pubblico inciso nella pietra. Alcuni ricordano i lasciti di determinate famiglie alla comunità; altri documentano l'acquisizione dei terreni destinati al cimitero; altri ancora riguardano le attività delle confraternite, che nel ghetto svolgevano insieme funzioni religiose e di assistenza sociale.

Consiglio di non attraversarla in fretta per arrivare alle vetrine. Le iscrizioni sono in ebraico e spesso in italiano, e leggerle è il modo più diretto per capire come funzionava una comunità che doveva provvedere da sola alla propria sanità, alla propria istruzione, ai propri poveri e ai propri morti, perché nessun altro lo faceva. La galleria è la parte del museo che i visitatori distratti saltano e che gli studiosi frequentano di più.

Sala 1 del Museo Ebraico di Roma: la Guardaroba dei Tessuti

La prima sala è dedicata ai tessuti, e chi si aspetta qualche paramento in vetrina resta spiazzato: il museo ne possiede circa novecento, e quella che si vede è una selezione a rotazione. Ci sono velluti rinascimentali decorati con fili d'oro, ricami e merletti di età barocca, lampassi francesi e broccati del Sei e Settecento. Molti sono meilim, i mantelli che rivestono i rotoli della Torah, e parochot, le tende che coprono l'Aron.

La storia di questi tessuti è quella di una comunità poverissima che spendeva quel poco che aveva per gli oggetti del culto, e di famiglie che donavano alla sinagoga le stoffe preziose ricevute in dote, cucendole e ricamandole a mano. Molti pezzi portano ancora l'iscrizione con il nome della donatrice e la data. Non tutti restano nelle vetrine: alcuni tessuti sono tuttora in uso nelle sinagoghe di Roma, il che rende questa collezione una delle poche al mondo che non ha mai smesso di lavorare. La conservazione impone luci basse e ricambi periodici, quindi la sala che vedrete non sarà identica a quella che ho visto io.

Sala 2 del Museo Ebraico di Roma: da Judaei a Giudei

La Sala 2, intitolata Da Judaei a Giudei: Roma e i suoi ebrei, è la sala della lunga durata. Calchi di lapidi dalle catacombe romane e dalla sinagoga di Ostia Antica, manoscritti del Medioevo, piante topografiche della città: l'insieme ricostruisce visivamente duemila anni di presenza ininterrotta. Il titolo della sala è una lezione di storia in tre parole, perché racconta il passaggio dal termine latino Judaei, che indicava un gruppo etnico e religioso fra gli altri nell'impero, alla parola italiana che si caricò nei secoli del ghetto di tutt'altro peso.

Se avete poco tempo e dovete scegliere una sola sala su cui rallentare, io direi questa. È quella che riordina la testa e che rende comprensibile tutto il resto del percorso: senza la cronologia lunga, le sale successive sembrano una collezione di belle cose, e invece sono i capitoli di una vicenda unica.

Sala 3 del Museo Ebraico di Roma: feste dell'anno, feste della vita

La terza sala è dedicata agli avvenimenti che scandiscono il tempo dell'ebraismo: la preghiera quotidiana, il Sabato, le feste dell'anno liturgico e le feste del ciclo della vita, dalla nascita al matrimonio. Qui si vedono gli oggetti concreti del rito, spesso inseriti nella ricostruzione di vere e proprie scene di vita domestica, che è la scelta espositiva più intelligente dell'intero allestimento: invece di allineare oggetti sotto vetro, il museo li rimette al loro posto dentro una casa, una tavola, una cerimonia.

Per un visitatore non ebreo questa è la sala che fa più lavoro didattico. Spiega perché il museo chiude di sabato, che cosa siano Pesach, Shavuot, Rosh Ha Shanà, Yom Kippur, Sukkot e Simhat Torà senza ridurli a un elenco di nomi esotici, e che rapporto ci sia fra un calendario lunisolare e la vita di una comunità urbana. Uscendo da questa sala il calendario delle chiusure che avete letto prima di partire smette di sembrare un capriccio.

Sala 4 del Museo Ebraico di Roma: i tesori delle Cinque Scole

La Sala 4 è il cuore della collezione: argenti, tessuti preziosi e marmi policromi che gli ebrei del ghetto donarono alle loro sinagoghe. Sono rimonim, i puntali d'argento che si infilano sui bastoni dei rotoli della Torah e che spesso portano campanelle; sono corone, indicatori di lettura, lampade, bacili. L'argenteria romana del Sei e Settecento è una delle grandi specialità artigianali della città, e questi pezzi vennero eseguiti dalle stesse botteghe che lavoravano per le chiese e per le famiglie nobili, con l'iconografia adattata alla committenza ebraica.

La sala ha anche una funzione esplicativa: non si limita a esporre, spiega a che cosa serviva ciascun oggetto dentro la liturgia. È un'informazione che manca quasi sempre nei musei d'arte sacra, e la sua presenza qui vale il biglietto da sola. Il mio consiglio è di guardare i rimonim con calma e di cercare le date incise: si passa dal Cinquecento all'Ottocento in due metri di vetrina, e la storia dello stile romano scorre tutta sotto gli occhi.

Sala 5 del Museo Ebraico di Roma: vita e sinagoghe nel ghetto

La quinta sala è la più antropologica. Racconta la lingua, la cucina, lo spazio urbano, l'architettura, l'istruzione e gli organismi di assistenza: cioè come si viveva davvero dentro quei tre ettari. Il giudaico romanesco, la parlata della comunità con i suoi prestiti dall'ebraico innestati sul dialetto della città, qui trova la sua vetrina; e così le confraternite che gestivano doti, malati e sepolture, e le scuole che tenevano viva l'alfabetizzazione anche quando tutto il resto era proibito.

In questa sala si trova anche il tavolo interattivo che consente di percorrere in tre dimensioni i vicoli dell'antico ghetto come erano prima della demolizione del 1888. È uno strumento che i bambini usano con entusiasmo e gli adulti con incredulità, perché vedere ricostruiti gli isolati scomparsi cambia radicalmente la percezione di quello che si vedrà uscendo in strada. Se avete figli fra gli otto e i quattordici anni, è il punto del museo in cui si fermeranno più a lungo.

Sala 6 del Museo Ebraico di Roma: dall'emancipazione a oggi

La Sala 6 copre il Novecento, ed è la sala più difficile del percorso. Opere d'arte e documenti raccontano il cammino della comunità dopo il 1870: l'ingresso nella vita civile italiana, le professioni finalmente aperte, la costruzione del Tempio Maggiore come atto pubblico di appartenenza alla città. Poi le leggi razziali del 1938, la persecuzione, il 16 ottobre 1943, il dopoguerra. La sala è stata restaurata di recente con un nuovo allestimento reso possibile dal contributo della Ruth Stanton Foundation.

È la sala in cui parlo di meno, quando accompagno un gruppo. Non c'è bisogno di commento: i documenti sono espliciti, i nomi sono nomi di famiglie che abitano ancora nel quartiere, e la distanza fra la vetrina e la strada è di pochi metri. Chi visita con ragazzi molto piccoli può attraversarla senza fermarsi; con adolescenti, invece, è esattamente il contrario, ed è il motivo per cui questo museo dovrebbe stare in ogni gita scolastica romana.

Sala 7 del Museo Ebraico di Roma: l'ebraismo libico

La settima sala, inaugurata nel 2009, è dedicata all'ebraismo libico. Documenti, oggetti e fotografie ricostruiscono la storia di una comunità antica e fiorente, quella di Tripoli e di Bengasi, e il suo arrivo a Roma nel 1967, quando circa quattromila persone lasciarono la Libia in poche settimane. La comunità ebraica di Roma li accolse e ne uscì trasformata: riti, cucina, musica liturgica e cognomi si aggiunsero al patrimonio romano, e oggi la vita ebraica della città è incomprensibile senza quella componente.

È una sala che i visitatori stranieri trovano quasi sempre inattesa, perché l'ebraismo dei paesi arabi è un capitolo poco raccontato in Europa. Vale la pena soffermarsi sui tessuti e sugli abiti, molto diversi da quelli delle sale precedenti, e sulle fotografie della Tripoli anni Cinquanta: raccontano un mondo scomparso in modo altrettanto radicale del ghetto romano, e molto più di recente.

Sala 8 del Museo Ebraico di Roma: la sala degli Argenti

All'itinerario storico si è aggiunta una sala dedicata specificamente ai metalli preziosi, realizzata con il contributo della Regione Lazio. Concentra l'attenzione sull'argenteria liturgica e permette di osservare da vicino tecniche, punzoni e botteghe: è il complemento naturale della Sala 4, e trasforma quella che era una selezione in una lettura sistematica. Chi ha un interesse per le arti applicate qui trova materiale di prima qualità, e chi non ce l'ha esce comunque con la nozione, tutt'altro che scontata, che l'oreficeria romana ha avuto per secoli una committenza ebraica di primo piano.

Sinagoga di Roma Tempio Maggiore
Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)

Il 16 ottobre 1943 e la Shoah nel racconto del Museo Ebraico di Roma

I cinquanta chili d'oro

Il 26 settembre 1943, tre settimane dopo l'occupazione tedesca della città, Herbert Kappler, comandante della polizia di sicurezza a Roma, convocò i dirigenti della comunità ebraica e chiese cinquanta chili d'oro entro due giorni, minacciando la deportazione in caso di rifiuto. L'oro fu raccolto, anche grazie al contributo di romani non ebrei che portarono quello che avevano. La consegna avvenne. Le razzie nelle sedi comunitarie e nelle biblioteche proseguirono ugualmente, e la promessa implicita di sicurezza si rivelò per quello che era.

Questo episodio è il presupposto di tutto quello che segue e va raccontato per intero, perché è il punto in cui la comunità credette che si potesse trattare. Le biblioteche della comunità e del Collegio rabbinico, fra i fondi ebraici più importanti d'Europa, furono saccheggiate e spedite in Germania. Una parte non è mai tornata.

La razzia del ghetto

All'alba di sabato 16 ottobre 1943 le SS circondarono il quartiere e cominciarono il rastrellamento casa per casa. Furono fermate 1259 persone: secondo la ricostruzione della Fondazione Fossoli, 689 donne, 363 uomini e 207 bambini. Vennero radunate nel Collegio militare di via della Lungara, a Trastevere, dove restarono due giorni. Duecentotrentasette persone furono rilasciate perché classificate come stranieri o come coniugi e figli di matrimoni misti.

Il 18 ottobre 1943 le rimanenti, 1023 persone, furono caricate su ventotto vagoni bestiame alla stazione Tiburtina e avviate ad Auschwitz-Birkenau. Il viaggio durò più di quattro giorni. All'arrivo, alla selezione, 820 persone furono mandate immediatamente alle camere a gas; 149 uomini e 47 donne furono immatricolati e avviati al lavoro forzato. Fu la prima grande deportazione dall'Italia.

Tornarono in sedici. Quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino, che sopravvisse anche a Bergen-Belsen e che per decenni ha raccontato quel giorno nelle scuole di Roma. Sedici su 1023. Questi numeri non hanno bisogno di aggettivi e nel museo sono presentati per quello che sono: documenti.

Dove si vede tutto questo

Il Novecento della comunità è raccontato nella Sala 6 del Museo Ebraico di Roma, quella dedicata al cammino dall'emancipazione a oggi. Non è una sala progettata come memoriale a sé stante: è la parte finale di un racconto lungo ventidue secoli, e questa scelta espositiva ha un senso preciso, perché impedisce di leggere la Shoah come un capitolo isolato e la restituisce alla continuità di una storia che comincia prima e prosegue dopo.

Fuori, il quartiere è pieno di segni. Le pietre d'inciampo, i sampietrini d'ottone posati davanti ai portoni con il nome, la data di nascita, la data dell'arresto e il luogo della morte di chi abitava lì, sono decine e si incontrano camminando, senza cercarle. Largo 16 Ottobre 1943, davanti al Portico d'Ottavia, porta la data nel nome. Chi vuole approfondire il quadro romano della guerra e dell'occupazione dovrebbe abbinare a questa visita quella del Museo storico della Liberazione di via Tasso, che era il carcere della polizia tedesca, e quella del Mausoleo delle Fosse Ardeatine. Sono tre luoghi che si spiegano a vicenda e che io consiglio di non affrontare tutti nello stesso giorno.

Il 9 ottobre 1982

C'è una seconda data che il quartiere non ha dimenticato. Sabato 9 ottobre 1982, verso le 11.55, un commando di cinque uomini attaccò i fedeli che uscivano dal Tempio Maggiore lanciando bombe a mano e sparando con armi automatiche. Era la festa di Shemini Atzeret, la conclusione del ciclo di Sukkot, e la sinagoga era particolarmente affollata perché era il giorno della benedizione dei bambini. Morì Stefano Gaj Taché, due anni. I feriti furono una quarantina.

L'attentato è attribuito a un gruppo terroristico palestinese legato all'organizzazione di Abu Nidal; i responsabili identificati furono cinque, e nessuno di loro ha scontato una pena in Italia per questi fatti. Resta l'atto antisemita più grave avvenuto in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale. Il largo davanti alla sinagoga, sul Lungotevere, porta oggi il nome di Stefano Gaj Taché: lo attraverserete entrando, e vale la pena sapere di chi è quel nome prima di calpestarlo.

Il presidio di sicurezza che si incontra all'ingresso del museo e della sinagoga viene da qui. Non è un fastidio burocratico e non è un eccesso di zelo: è la conseguenza diretta di quel sabato mattina. Chi si mette in fila con questa consapevolezza aspetta due minuti con un altro spirito.

Sinagoga di Roma Tempio Maggiore
Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)

Il Tempio Maggiore, compreso nel biglietto del Museo Ebraico di Roma

Il concorso, gli architetti, la costruzione

Dopo l'emancipazione, la comunità decise di costruire una sinagoga monumentale sul terreno liberato dalla demolizione del ghetto, in uno dei quattro grandi isolati creati dal piano del 1888. La prima pietra fu posata nel giugno del 1901 e i lavori si chiusero nel 1904. Il progetto vincitore era di Osvaldo Armanni e Vincenzo Costa, subentrati dopo la rinuncia di Attilio Muggia. L'edificio fu consacrato nel luglio del 1904; poche settimane prima, il re Vittorio Emanuele III aveva visitato il cantiere ormai concluso, e quel gesto pubblico valeva quanto un discorso.

La scelta di costruire alto e visibile fu deliberata. Per tre secoli la comunità aveva potuto avere una sola sinagoga, nascosta dentro un palazzo anonimo; nel 1904 mise sul Lungotevere un edificio che si vede dal Gianicolo, dall'Aventino e da mezza città. La sinagoga di Roma è un'affermazione di cittadinanza scritta in muratura, ed è così che va letta.

La cupola quadrata

Il segno che rende il Tempio Maggiore riconoscibile a distanza è la cupola a padiglione su base quadrata, rivestita in alluminio. In una città di cupole emisferiche, una cupola quadrata è un'anomalia immediatamente leggibile: la si riconosce dal ponte Garibaldi, dal Vittoriano, dalla passeggiata del Gianicolo. Era esattamente l'intenzione dei progettisti, che volevano un profilo distinguibile da quello delle chiese e insieme all'altezza del contesto monumentale romano.

Lo stile è eclettico. Armanni e Costa attinsero a repertori assiri, egizi e soprattutto greci, con l'idea di evocare l'antico Regno d'Israele adattandolo al gusto e al contesto architettonico di Roma di inizio Novecento. Qualcuno lo ha definito assiro babilonese, qualcun altro liberty: la verità è che il Tempio Maggiore appartiene a quella stagione internazionale in cui le grandi sinagoghe europee cercavano un linguaggio proprio, distinto sia dal gotico sia dal classicismo cristiano.

L'interno, l'Aron e la Tevà

La sala di preghiera ha pianta a croce greca ed è decorata con una ricchezza che sorprende chi entra aspettandosi austerità. Le vetrate sono di Cesare Picchiarini, il maestro vetraio che a Roma ha lavorato per mezza città; i dipinti murali e i soffitti sono di Domenico Bruschi e Annibale Brugnoli, due nomi di primo piano della decorazione romana fra Otto e Novecento. Palme, motivi geometrici, cieli stellati: l'apparato non figurativo rispetta il precetto ebraico e insieme raggiunge un effetto d'insieme che poche chiese coeve eguagliano.

L'Aron ha Qodesh, l'armadio dei rotoli della Torah, e la Tevà, il pulpito da cui si legge, sono collocati insieme nell'area absidale, secondo un uso otto novecentesco che si discosta dalla disposizione tradizionale del rito romano, dove la Tevà stava al centro della sala. È un dettaglio che le guide del museo spiegano sempre e che vale la pena ascoltare, perché racconta come anche la comunità più antica d'Occidente abbia recepito modelli europei nel momento in cui è entrata nella modernità.

Il Tempio Spagnolo, la Scoletta

Nei sotterranei del complesso, dal 1932, si trova il Tempio Spagnolo, che i romani chiamano la Scoletta. Ospita il rito spagnolo, officiato a Roma almeno dal 1492 con l'arrivo degli ebrei espulsi dalla Spagna. Nel 1948 fu impreziosito con gli arredi marmorei provenienti dalle Cinque Scole, e quindi è oggi lo spazio che più si avvicina all'aspetto delle antiche sinagoghe del ghetto.

Il biglietto d'ingresso comprende la visita guidata al Tempio Maggiore; l'accesso al Tempio Spagnolo dipende dalla formula di visita e dagli impegni liturgici della giornata, perché è un luogo di culto in uso e non una sala museale. Se ci tenete, chiedete alla biglietteria in fase di prenotazione: le visite guidate complete al museo e alle sinagoghe, prenotabili come servizio a parte, sono la strada più sicura.

Bene Romi: il ghetto in realtà aumentata

Dal luglio 2025 la Fondazione per il Museo Ebraico di Roma propone Bene Romi, Figli di Roma, un percorso immersivo con visori tridimensionali che ricostruisce il ghetto fra il 1555 e il 1870. L'itinerario si articola in cinque tappe dentro i vicoli scomparsi e permette di vedere edifici che non esistono più, a cominciare dal palazzo delle Cinque Scole. Il progetto è stato realizzato dalla Fondazione con il supporto tecnologico di Sagitek, il Dipartimento delle attività culturali della Comunità ebraica, il Centro romano di studi sull'ebraismo dell'Università di Roma Tor Vergata e la Comunità ebraica di Torino.

Il museo indica l'esperienza in italiano e in inglese, con un supplemento rispetto al biglietto ordinario e accompagnamento di un operatore; per durata esatta, età minima consigliata e disponibilità conviene verificare al momento della prenotazione sul portale del museo, perché i turni sono contingentati. La mia opinione: è una delle poche applicazioni di realtà aumentata in un museo romano che non sia un giocattolo. Qui la tecnologia serve a mostrare qualcosa che è stato materialmente distrutto, il che è l'unico caso in cui una ricostruzione digitale ha davvero ragione di esistere.

Come si visita davvero il Museo Ebraico di Roma

Quanto dura e in che ordine si fa

Il percorso museale richiede un'ora abbondante se si legge con calma, un'ora e mezza se si ascolta l'audioguida per intero. A questa si somma la visita guidata al Tempio Maggiore, che il museo organizza a turni durante la giornata e che dura in genere una trentina di minuti. Considerate quindi due ore piene per fare le cose con dignità, e non incastrate l'appuntamento successivo a distanza di trenta minuti, perché i turni della sinagoga non partono a comando.

L'ordine giusto è museo prima, sinagoga poi. Non perché lo dica il regolamento, ma perché il Tempio Maggiore diventa un edificio molto più leggibile dopo che si è capito da dove viene la comunità che lo ha costruito. Chi entra in sinagoga senza avere visto le Cinque Scole nelle vetrine sotto vede una bella sala decorata; chi ci entra dopo, vede il punto di arrivo di una storia di tre secoli e mezzo di reclusione.

La sicurezza all'ingresso

Il complesso è un obiettivo sensibile e il controllo all'ingresso è serio: metal detector, ispezione di borse e zaini, personale di vigilanza. Portate un documento d'identità e mettete in conto qualche minuto di attesa nelle ore di punta. Non presentatevi con bagagli grandi o trolley, perché non c'è un deposito attrezzato per riceverli e rischiate di non entrare. Se viaggiate con lo zaino da giornata, svuotatelo del superfluo prima.

Nella sinagoga vige un codice di comportamento che vale in qualunque luogo di culto in uso: spalle e ginocchia coperte, agli uomini viene chiesto di coprire il capo e all'ingresso è disponibile una kippah di cortesia. Telefoni silenziosi. Sono richieste minime e ragionevoli, e chi accompagna gruppi sa che spiegarle prima evita imbarazzi dopo.

Fotografie

Le riprese fotografiche e video all'interno del museo e della sinagoga sono soggette a restrizioni: la regola prudente è non scattare fino a quando non vi viene detto esplicitamente che si può, e comunque mai durante le funzioni. Le sale del museo hanno inoltre illuminazione bassa per la conservazione dei tessuti, quindi il flash è fuori discussione anche tecnicamente oltre che per regolamento. Chiedete al personale in biglietteria: la risposta cambia a seconda degli ambienti e dei momenti.

Accessibilità del Museo Ebraico di Roma

L'ingresso è predisposto per il superamento delle barriere architettoniche e l'accesso è consentito con carrozzine e passeggini. La sinagoga risulta interamente accessibile; nel museo il primo livello è completamente fruibile, mentre il secondo lo è solo in parte. Chi si muove in carrozzina e vuole essere certo del percorso praticabile nella giornata scelta fa bene a telefonare al museo prima, perché l'edificio è storico e alcune soluzioni dipendono dalla disponibilità del personale.

Sul fronte tariffario, l'ingresso è gratuito per i visitatori con invalidità certificata superiore al 74 per cento, con l'accompagnatore gratuito nel caso di persone non autosufficienti. Le didascalie del percorso sono redatte in italiano, in inglese e in ebraico, e l'audioguida a codice QR copre sette lingue: chi viaggia con familiari stranieri non deve fare da interprete per due ore.

Il Museo Ebraico di Roma con i bambini

Sotto i dieci anni si entra gratis, il che rende la visita in famiglia economicamente sensata. I punti che funzionano con i bambini sono il tavolo interattivo del ghetto in Sala 5, gli argenti con le campanelle dei rimonim in Sala 4 e la sala delle feste, dove gli oggetti sono inseriti in scene di vita quotidiana e quindi immediatamente comprensibili. Il museo organizza laboratori didattici per gruppi di bambini, prenotabili a parte.

Sulla Sala 6 serve una decisione consapevole dei genitori. Con bambini sotto i dieci anni si può attraversare senza soffermarsi; con ragazzi delle medie e delle superiori è invece la ragione principale per cui portarli qui, a patto di parlarne prima e dopo. Ho visto classi uscire da questa visita in silenzio, e non è il silenzio della noia.

Quando andare e quando evitare

Il momento migliore è la mattina presto, all'apertura delle 10, da domenica a giovedì. Il venerdì l'orario è ridotto e la mattina si concentra tutto: se potete, evitatelo. Il sabato il museo è chiuso, e le festività ebraiche vanno controllate in calendario. Nei mesi caldi il vantaggio della visita mattutina è doppio, perché gli ambienti interrati sono freschi ma il quartiere fuori, senza ombra, non lo è.

La settimana intorno al 16 ottobre è densa di commemorazioni e il quartiere è partecipe: è un momento di grande intensità civile, ma non è il momento più comodo per una visita turistica ordinaria. Chi vuole capire il quartiere in quei giorni ci vada con quello spirito. Nei ponti e nei fine settimana lunghi le prenotazioni si esauriscono, quindi il biglietto online conviene, un euro di commissione o no.

Cosa c'è intorno al Museo Ebraico di Roma

Il quartiere ebraico oggi

Il quartiere si estende su quattro isolati e comprende via Catalana, via del Tempio, via del Portico d'Ottavia, via della Reginella, piazza delle Cinque Scole e largo Stefano Gaj Taché, dal Lungotevere fino alla chiesa di San Gregorio. Via della Reginella è la sola strada che conserva qualcosa dell'impianto stretto e alto del ghetto antico, ed è lì che porto sempre i gruppi per far capire con i piedi quello che nel museo si è visto con gli occhi.

Il Portico d'Ottavia, il grande complesso di età augustea ricostruito da Settimio Severo, è il fondale della strada principale; sotto le sue arcate si teneva per secoli il mercato del pesce, da cui il nome della chiesa di Sant'Angelo in Pescheria che ci si è innestata dentro. A pochi passi si alzano gli archi del Teatro di Marcello, iniziato da Cesare e inaugurato da Augusto, che nel Medioevo divenne fortezza e poi palazzo nobiliare: è la ragione per cui oggi ha appartamenti abitati sopra le arcate romane.

A dieci minuti a piedi

Dal ponte Fabricio, il ponte romano più antico ancora in uso a Roma, si passa all'Isola Tiberina in trenta secondi e a Trastevere in tre minuti. Verso nord, in dieci minuti si arriva a largo di Torre Argentina con la sua area sacra repubblicana e il santuario dei gatti, e da lì a Campo de' Fiori. Verso sud, la cordonata capitolina porta ai Musei Capitolini in un quarto d'ora di cammino e di dislivello.

Se dovete costruire una giornata sola, il mio itinerario è questo: Museo Ebraico di Roma all'apertura, Tempio Maggiore con la guida, pranzo nel quartiere, passeggiata lenta per via della Reginella e piazza delle Cinque Scole, Portico d'Ottavia, Teatro di Marcello, ponte Fabricio, Isola Tiberina e Trastevere per la sera. Sono tre chilometri scarsi e duemila anni.

Dove si mangia, senza consigli a vanvera

La cucina giudaico romana ha un canone preciso: carciofo alla giudia, filetti di baccalà, concia di zucchine, aliciotti con l'indivia, pizza ebraica di Boccione. Il quartiere è pieno di ristoranti, alcuni sotto sorveglianza rabbinica e altri no: se la kasherut vi interessa, la certificazione va verificata sul posto o presso la comunità, perché cambia nel tempo e non si deduce dall'insegna. Diffidate dei menu turistici tradotti in sei lingue con le foto, come in qualunque altra parte del centro di Roma.

Una curiosità su Museo Ebraico di Roma

La curiosità che racconto sempre riguarda l'aritmetica delle Cinque Scole. La bolla di Paolo IV concedeva agli ebrei di Roma una sinagoga sola: una, non cinque. Ma la comunità rinchiusa nel ghetto non era un blocco omogeneo, era la somma di tradizioni diverse. C'erano i romani di rito antichissimo, i profughi spagnoli espulsi nel 1492 divisi fra catalani e castigliani, i siciliani cacciati dall'isola aragonese. Ciascun gruppo aveva la propria liturgia, le proprie melodie, le proprie usanze, e rinunciarvi significava sparire come comunità dentro la comunità.

La soluzione fu di una furbizia amministrativa perfetta: un edificio solo, formalmente una sinagoga sola, dentro il quale furono ricavate cinque sale di preghiera distinte, ciascuna con il proprio Aron, i propri arredi, i propri fedeli. Sulla carta il divieto era rispettato alla lettera. Nella pratica il ghetto aveva le sue cinque sinagoghe, e le mantenne per tre secoli. Il palazzo stava nell'antica piazza delle Scole, ricevette nel 1835 una facciata neoclassica con l'orologio e le colonne di marmo, e la Scola Catalana era stata rifatta nel 1628 su disegno di Girolamo Rainaldi.

Quel palazzo non c'è più: se ne andò con la demolizione del quartiere. Ma i suoi arredi sono qui sotto, e la Sala 4 del museo si chiama I tesori delle Cinque Scole proprio per questo. Quando guardate quegli argenti e quei marmi, state guardando i mobili di cinque chiese dentro una casa sola. È la migliore metafora possibile di tre secoli di vita romana ebraica: obbedire alla lettera della legge e continuare a essere se stessi.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Ebraico di Roma

Nessuna guida turistica ve lo scrive, e invece cambia la pianificazione di un viaggio intero: il Museo Ebraico di Roma non chiude solo il sabato. Chiude anche in una decina di altre giornate sparse nell'anno, che si spostano di anno in anno perché seguono un calendario lunisolare e non il calendario gregoriano. Nel 2026 il museo indica chiusura per Purim il 3 marzo, per Pesach nei giorni 1, 2, 3, 8 e 9 aprile, per Yom Ha'azmaut il 22 aprile, per Shavuot il 21 e 22 maggio, per Tishà Be Av il 23 luglio, per Rosh Ha Shanà dall'11 al 13 settembre, per Yom Kippur il 20 e 21 settembre, per Sukkot dal 25 al 27 settembre e per Simhat Torà il 4 ottobre.

Il caso più insidioso è Pesach, che nel 2026 cade in pieno periodo pasquale cristiano: chi organizza un ponte di Pasqua contando su questa visita rischia di trovare il portone chiuso proprio nei giorni in cui ha preso l'albergo. Lo stesso vale per la prima metà di settembre e per l'ultima decade, quando le feste autunnali si susseguono. Non esistono aperture straordinarie di compensazione.

La seconda cosa che nessuno dice è che questo museo non è un museo statale né comunale: è un museo della Comunità ebraica di Roma, gestito attraverso la sua Fondazione. Non partecipa quindi alle iniziative del circuito pubblico, non applica le domeniche gratuite del ministero, non rientra nelle card cumulative dei musei civici. Chi arriva con un abbonamento in tasca convinto di entrare senza pagare fa un viaggio a vuoto. La contropartita è che la collezione appartiene alla comunità che l'ha prodotta e che la usa ancora: una parte dei tessuti esposti a rotazione è tuttora in servizio nelle sinagoghe della città.

Il consiglio che ti do per visitare Museo Ebraico di Roma

Il consiglio numero uno è banale e nessuno lo segue: prenotate online e prendete il primo turno della mattina, alle 10, di domenica, lunedì, martedì o mercoledì. Il giovedì è già più carico, il venerdì ha l'orario corto e il sabato non esiste. Al primo turno il controllo di sicurezza scorre veloce, le sale sono vuote, e soprattutto le visite guidate al Tempio Maggiore partono con gruppi piccoli, il che fa una differenza enorme quando la guida parla in una sala con l'acustica di una cattedrale.

Il consiglio numero due riguarda l'audioguida. È compresa nel prezzo e si scarica sul proprio telefono con un codice QR, quindi portate auricolari vostri e batteria carica: senza auricolari finirete per tenere il telefono all'orecchio o per ascoltare a volume basso in una sala rumorosa, e vi perderete metà del commento. Chi viaggia in due porti due paia: condividere un auricolare per un'ora e mezza è garanzia di lite coniugale.

Il consiglio numero tre è di programma. Non mettete il Museo Ebraico di Roma nello stesso pomeriggio dei Musei Vaticani o della Galleria Borghese. Non è una questione di stanchezza fisica, è una questione di registro: questo è un museo che chiede attenzione ai documenti, ai numeri e ai nomi, e dopo tre ore di capolavori il cervello non è più in condizione di leggere una lapide. Abbinatelo semmai a una passeggiata lenta nel quartiere, che è la sua naturale seconda parte, oppure a via Tasso se avete la testa per farlo.

L'ultima cosa, e la dico da professionista che accompagna gruppi: qui non si viene con l'atteggiamento del collezionista di attrazioni. Si viene con un minimo di preparazione, si legge, si ascolta, e si esce con qualcosa. Chi cerca la selfie opportunity in mezz'ora ha altre venti opzioni nel raggio di un chilometro e farà meglio a usarle.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che la comunità ebraica di Roma è antichissima. Molti meno mettono a fuoco che cosa comporti, esattamente, la parola ininterrotta. Gli ebrei sono a Roma dal II secolo prima dell'era volgare e non se ne sono mai andati: non ci fu un'espulsione generale come in Inghilterra nel 1290, in Francia nel 1394, in Spagna nel 1492, in Sicilia e nel Regno di Napoli poco dopo. Roma è la sola grande città europea in cui una comunità ebraica vive nello stesso luogo, con lo stesso rito, da oltre ventidue secoli.

La conseguenza è che il rito romano, il minhag benè Romi, è un unicum liturgico: non è ashkenazita, non è sefardita, ed è più antico di entrambi. Le preghiere e i canti che si ascoltano al Tempio Maggiore hanno una linea di trasmissione che parte prima della distruzione del Secondo Tempio e non si è mai spezzata. Il paradosso amaro è che questa continuità fu garantita, per tre secoli, proprio dalla segregazione: il ghetto impedì agli ebrei romani di andarsene e li obbligò a restare, e restando conservarono.

Un secondo fatto poco citato riguarda le catacombe. Roma ha catacombe ebraiche accanto a quelle cristiane, e alcune sono più antiche. I calchi delle loro lapidi si vedono in Sala 2 del Museo Ebraico di Roma, ed è la prova archeologica di quella presenza precoce: nomi greci, latini ed ebraici, mestieri, cariche comunitarie, e il candelabro a sette bracci scavato nel tufo secoli prima che qualcuno pensasse a un ghetto. È la parte del percorso che gli archeologi conoscono e i turisti no.

La foto giusta da fare a Museo Ebraico di Roma

Comincio dalla parte scomoda: la foto giusta, dentro, spesso non si fa. Le riprese nel museo e nella sinagoga sono soggette a restrizioni e non si scatta durante le funzioni; le sale del museo hanno inoltre luci volutamente basse per proteggere i tessuti, quindi il flash è escluso anche tecnicamente. Chiedete in biglietteria, rispettate quello che vi dicono, e non provate a fare gli spiritosi con il telefono in tasca: siamo in un luogo di culto in uso, con una storia che sapete.

La fotografia che vale la pena costruire è quella esterna, ed è una sola. Attraversate il ponte Garibaldi verso Trastevere, fermatevi a metà e girate lo sguardo verso monte: la cupola quadrata rivestita in alluminio si stacca sopra la linea dei platani del Lungotevere, e nella stessa inquadratura entrano il fiume, i muraglioni ottocenteschi e, se allargate, il profilo del Gianicolo. È la fotografia che spiega tutto: un edificio costruito per essere visto, in una città che per tre secoli aveva costretto quella comunità a non farsi vedere.

La luce migliore è quella del tardo pomeriggio d'inverno, quando il sole basso prende l'alluminio della cupola da ovest e lo accende; d'estate conviene la prima mattina, perché a mezzogiorno il metallo brucia in controluce e il fiume è un lenzuolo bianco. Una seconda inquadratura buona è dal ponte Fabricio, con il Tempio Maggiore a sinistra e le arcate del Teatro di Marcello sullo sfondo: in una sola foto ci sono duemila anni di Roma e centoventi di cittadinanza.

Fuori dal complesso, il quartiere merita fotografie di dettaglio più che panoramiche: le pietre d'inciampo d'ottone davanti ai portoni, la targa di largo 16 Ottobre 1943, i frammenti antichi murati nelle facciate di via del Portico d'Ottavia. Le pietre d'inciampo si fotografano, ma con la testa: sono lapidi, non arredo urbano.

Sinagoga di Roma Tempio Maggiore
Sinagoga di Roma (Tempio Maggiore)

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è il 14 luglio 1555. Paolo IV promulga la bolla Cum nimis absurdum e ordina la chiusura degli ebrei romani in un'area recintata del rione Sant'Angelo, con segno distintivo sugli abiti, divieto di possedere immobili, mestieri ridotti al commercio di stracci e abiti usati, una sola sinagoga consentita. Le porte si chiudono al tramonto e si riaprono all'alba. La segregazione durerà fino al 1870.

Il secondo è il 20 settembre 1870. Con l'annessione di Roma al Regno d'Italia il ghetto è abolito e agli ebrei romani sono riconosciuti i diritti civili. Nel 1888 il piano regolatore demolisce il quartiere e lo ricostruisce sopra il livello del fiume. Nel giugno 1901 viene posata la prima pietra del Tempio Maggiore, consacrato nel luglio del 1904 su progetto di Osvaldo Armanni e Vincenzo Costa. In meno di trentacinque anni la comunità passa dal recinto chiuso a un edificio visibile da mezza città.

Il terzo avvenimento è il 26 settembre 1943. Herbert Kappler convoca i dirigenti della comunità ed esige cinquanta chili d'oro entro due giorni, minacciando la deportazione. L'oro viene raccolto e consegnato, con il contributo anche di cittadini non ebrei. Le razzie nelle sedi della comunità e il saccheggio delle biblioteche del Collegio rabbinico proseguono ugualmente.

Il quarto è il 16 ottobre 1943. All'alba di sabato le SS circondano il quartiere e rastrellano casa per casa. Le persone fermate sono 1259, secondo la ricostruzione della Fondazione Fossoli 689 donne, 363 uomini e 207 bambini, radunate al Collegio militare di via della Lungara. Duecentotrentasette vengono rilasciate. Il 18 ottobre le altre 1023 partono dalla stazione Tiburtina su ventotto vagoni bestiame verso Auschwitz-Birkenau. Dopo più di quattro giorni di viaggio, alla selezione 820 persone sono avviate immediatamente alle camere a gas; 149 uomini e 47 donne sono immatricolati. Tornarono in sedici: quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino.

Il quinto avvenimento è il 9 ottobre 1982. Alle 11.55 di sabato, giorno di Shemini Atzeret e della benedizione dei bambini, un commando di cinque uomini attacca i fedeli all'uscita del Tempio Maggiore con bombe a mano e armi automatiche. Muore Stefano Gaj Taché, di due anni; i feriti sono una quarantina. È il più grave atto antisemita avvenuto in Italia dal dopoguerra. L'attribuzione è a un gruppo terroristico palestinese legato all'organizzazione di Abu Nidal; nessuno dei cinque identificati ha scontato in Italia una pena per questi fatti.

Il sesto è il 13 aprile 1986, la visita di Giovanni Paolo II al Tempio Maggiore: la prima volta di un papa in una sinagoga. Nel discorso di quel giorno il pontefice definisce gli ebrei fratelli prediletti e, in un certo modo, fratelli maggiori dei cristiani. Sono seguite la visita di Benedetto XVI il 17 gennaio 2010 e quella di Francesco il 17 gennaio 2016. Nessuno di questi tre appuntamenti ha cancellato le date precedenti, e la comunità romana non ha mai chiesto che lo facessero.

Chi è passato da Museo Ebraico di Roma

Il complesso ha ricevuto tre pontefici. Giovanni Paolo II vi entrò il 13 aprile 1986, accolto dal rabbino capo Elio Toaff, in quella che resta la prima visita di un papa a un luogo di culto ebraico; Benedetto XVI il 17 gennaio 2010; Francesco il 17 gennaio 2016. Le tre date sono l'ossatura del rapporto fra la Chiesa di Roma e la comunità ebraica della stessa città, un rapporto lungo quanto le due istituzioni e complicato quanto la loro storia.

Prima ancora, nel luglio del 1904, il re Vittorio Emanuele III visitò l'edificio appena terminato, poche settimane prima della consacrazione. Per una comunità uscita dal ghetto da poco più di trent'anni, la visita del sovrano al proprio tempio nuovo aveva un valore politico esplicito: significava che gli ebrei romani erano cittadini italiani come gli altri.

Fra le figure che il museo racconta, la più presente è Settimia Spizzichino, l'unica donna sopravvissuta alla deportazione del 16 ottobre 1943. Passò per Auschwitz-Birkenau e Bergen-Belsen, tornò a Roma e dedicò il resto della vita a raccontare quei giorni nelle scuole della città. Chi ha ascoltato una delle sue testimonianze sa che non c'era nulla di retorico nel suo modo di parlare: c'erano date, indirizzi, nomi di vicini di casa.

Sul versante degli artisti e degli artigiani, dal Museo Ebraico di Roma passano, sotto forma di opera, alcuni nomi importanti della Roma barocca e moderna. Girolamo Rainaldi disegnò la ricostruzione della Scola Catalana nel 1628. Nel Tempio Maggiore che si visita con lo stesso biglietto lavorarono Cesare Picchiarini per le vetrate e Domenico Bruschi e Annibale Brugnoli per i dipinti murali e i soffitti: tre professionisti che nella Roma fra Otto e Novecento decoravano chiese, palazzi e sedi istituzionali, e che qui misero mano a un cantiere di significato del tutto diverso.

Infine passano di qui, ogni anno, circa centomila visitatori, e una parte non piccola sono gli ebrei romani stessi: per loro non è una visita culturale, è l'archivio di famiglia. Capita di vedere qualcuno fermo davanti a una vetrina che indica un oggetto e dice il cognome della bisnonna. È il motivo per cui, in questo museo, il tono di voce dei visitatori si abbassa da solo.

Domande veloci su Museo Ebraico di Roma

Quanto costa il biglietto del Museo Ebraico di Roma?

Intero 12 euro, ridotto per convenzioni 10 euro, studenti fino a venticinque anni 6 euro. La prenotazione online aggiunge un euro di commissione per transazione e il titolo non è rimborsabile.

Il biglietto comprende anche la sinagoga?

Sì. Il prezzo d'ingresso comprende la visita del museo con audioguida e l'ingresso al Tempio Maggiore con visita guidata. Nella sinagoga non si entra da soli: si entra accompagnati, nei turni previsti durante la giornata.

Si visita anche il Tempio Spagnolo?

Il Tempio Spagnolo, la Scoletta, è nei sotterranei del complesso ed è un luogo di culto in uso. L'accesso dipende dalla formula di visita e dagli impegni liturgici del giorno: se vi interessa, chiedete al momento della prenotazione oppure scegliete una visita guidata completa a museo e sinagoghe.

Quando è chiuso il Museo Ebraico di Roma?

Ogni sabato e nelle festività ebraiche. Per il 2026 il museo indica chiusure il 3 marzo, l'1, 2, 3, 8 e 9 aprile, il 22 aprile, il 21 e 22 maggio, il 23 luglio, dall'11 al 13 settembre, il 20 e 21 settembre, dal 25 al 27 settembre e il 4 ottobre. Il calendario va comunque controllato sul sito ufficiale prima di partire.

Quali sono gli orari del Museo Ebraico di Roma?

Dal 1 aprile al 30 settembre, da domenica a giovedì 10-18 e venerdì 10-16. Dal 1 al 26 ottobre e dal 9 febbraio al 31 marzo, da domenica a giovedì 10-17 e venerdì 9-14. Dal 27 ottobre al 9 novembre e dal 12 gennaio all'8 febbraio, da domenica a giovedì 10-16.30 e venerdì 9-14. Dal 10 novembre all'11 gennaio, da domenica a giovedì 10-16 e venerdì 9-14. L'ultimo ingresso è sempre fissato fra i quarantacinque minuti e l'ora prima della chiusura.

Quanto dura la visita al Museo Ebraico di Roma?

Un'ora e mezza per il percorso museale con audioguida, più una trentina di minuti per la visita guidata al Tempio Maggiore. Mettete in conto due ore piene.

Serve prenotare?

Non è obbligatorio in ogni momento, ma è fortemente consigliato nei fine settimana, nei ponti e in alta stagione. Le prenotazioni si fanno sul portale prenotazioni.museoebraico.roma.it.

I bambini pagano?

Sotto i dieci anni l'ingresso è gratuito. Gli studenti fino a venticinque anni pagano 6 euro.

Il Museo Ebraico di Roma è adatto ai bambini?

Sì, con qualche accortezza. Il tavolo interattivo del ghetto e gli argenti liturgici funzionano benissimo con i più piccoli; la sala dedicata al Novecento richiede invece una scelta consapevole dei genitori. Il museo organizza laboratori didattici per gruppi di bambini, prenotabili a parte.

Si possono fare fotografie dentro?

Le riprese sono soggette a restrizioni e non si scatta mai durante le funzioni. La regola prudente è chiedere in biglietteria e attenersi a quanto vi viene indicato. Le sale hanno illuminazione bassa per la conservazione dei tessuti e il flash è comunque escluso.

Il Museo Ebraico di Roma è accessibile in sedia a rotelle?

L'ingresso è predisposto per il superamento delle barriere architettoniche e l'accesso è consentito con carrozzine e passeggini. La sinagoga è interamente accessibile, il primo livello del museo è completamente fruibile, il secondo lo è solo in parte. Per il percorso praticabile nella giornata scelta conviene telefonare prima al museo.

C'è l'ingresso gratuito la prima domenica del mese?

No. Il museo appartiene alla Comunità ebraica di Roma, non al circuito statale né a quello comunale, e non applica le domeniche gratuite del ministero né le card cumulative dei musei civici.

Che controlli ci sono all'ingresso?

Il complesso è un obiettivo sensibile: si passa un metal detector, borse e zaini vengono ispezionati e c'è personale di vigilanza. Portate un documento d'identità e non presentatevi con trolley o bagagli grandi.

Come ci si veste per entrare in sinagoga?

Spalle e ginocchia coperte. Agli uomini viene chiesto di coprire il capo e all'ingresso è disponibile una kippah di cortesia. Telefoni silenziosi.

In che lingue si visita il Museo Ebraico di Roma?

L'audioguida a codice QR compresa nel biglietto è disponibile in sette lingue. Le didascalie del percorso sono in italiano, inglese ed ebraico.

Come si arriva al Museo Ebraico di Roma?

Autobus 23, 63 e 280 sul Lungotevere, a poche decine di metri; tram 8 su via Arenula; su largo di Torre Argentina le linee C3, H, 40, 46, 62, 64, 70, 81, 87, 130, 190, 492 e 916. La metropolitana più vicina è Circo Massimo, linea B, a poco più di un chilometro.

Qual è l'indirizzo esatto?

L'ingresso dei visitatori è su Via Catalana, sul lato del complesso della sinagoga che affaccia verso il quartiere; il complesso si sviluppa sul Lungotevere de' Cenci, nel rione Sant'Angelo.

Quante sale ha il Museo Ebraico di Roma?

Il percorso copre circa settecento metri quadrati e si snoda nella Galleria dei Marmi Antichi più le sale tematiche numerate, dedicate ai tessuti, alla presenza ebraica a Roma, alle feste, ai tesori delle Cinque Scole, alla vita nel ghetto, dall'emancipazione a oggi, all'ebraismo libico e agli argenti.

Che cos'erano le Cinque Scole?

Le cinque sinagoghe del ghetto, riunite in un solo edificio perché la bolla del 1555 ne consentiva una sola: Scola Tempio e Scola Nova di rito romano, Catalana e Castigliana dei profughi spagnoli, Siciliana degli ebrei cacciati dall'isola. I loro arredi sono oggi al museo.

Qual è l'oggetto più antico esposto?

L'Aron della Scola Catalana, datato 1523: l'armadio sacro per i rotoli della Torah più antico conservato a Roma. Precede di trentadue anni l'istituzione del ghetto.

Che differenza c'è fra il Museo Ebraico di Roma e il quartiere ebraico?

Il museo è dentro il complesso della sinagoga e conserva gli oggetti; il quartiere è il tessuto urbano fuori, ricostruito dopo il 1888 su quattro isolati fra via del Portico d'Ottavia, via della Reginella, piazza delle Cinque Scole e il Lungotevere. Il museo organizza anche visite guidate al quartiere, prenotabili a parte.

Esiste una visita in realtà aumentata del ghetto?

Sì. Dal luglio 2025 la Fondazione per il Museo ebraico propone Bene Romi, Figli di Roma, un percorso immersivo con visori che ricostruisce il ghetto fra 1555 e 1870 in cinque tappe, in italiano e in inglese, con supplemento rispetto al biglietto ordinario. I turni sono contingentati e vanno prenotati.

Si possono fare visite guidate di gruppo?

Sì. Il museo propone visite guidate a museo e sinagoghe per famiglie e gruppi di adulti fino a venticinque persone al costo di 100 euro oltre ai biglietti, e per gruppi scolastici e universitari a 50 euro oltre ai biglietti studenti. Per il quartiere ebraico esistono tariffe distinte a seconda del numero di partecipanti.

Quanti visitatori ha il Museo Ebraico di Roma?

Intorno ai centomila l'anno, cifra ragguardevole per un museo di settecento metri quadrati e ottima misura di quanto la città tenga a questa storia.

Vale la pena visitarlo se ho poco tempo a Roma?

Se avete tre giorni e non siete mai stati a Roma, i Musei Vaticani e il Colosseo verranno prima. Se avete cinque giorni, o se ci siete già stati, questo museo vi insegna sulla città cose che non troverete altrove, e in due ore.

Che cosa si vede nei dintorni?

Portico d'Ottavia e chiesa di Sant'Angelo in Pescheria, Teatro di Marcello, ponte Fabricio e Isola Tiberina, Trastevere oltre il fiume, largo di Torre Argentina verso nord e il Campidoglio con i Musei Capitolini verso sud. Tutto entro un quarto d'ora a piedi.

Perché torno sempre al Museo Ebraico di Roma

Vi lascio con la cosa che ripeto sempre alla fine delle mie visite, e che vale più di qualunque consiglio pratico: uscite dal museo, girate a sinistra e camminate lentamente fino a via della Reginella, poi tornate indietro fino a largo 16 Ottobre 1943 e restate fermi un minuto. Il Museo Ebraico di Roma non finisce alla porta. Finisce trecento metri più in là, quando riconoscete nei portoni, nelle pietre d'ottone incastrate fra i sampietrini e nelle voci che escono dalle finestre la stessa comunità di cui avete appena visto gli argenti. Pochi musei al mondo hanno la propria continuazione a portata di piedi, e nessuno ha la fortuna e la responsabilità di averla da ventidue secoli.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo Ebraico di Roma - Ingresso Museo Ebraico, Ingresso Sinagoga - Lungotevere de' Cenci, Via Catalana, 00186 Roma RM, Italia
TagsMuseoMuseo del patrimonio culturalemuseo ebraicosinagoga di RomaTempio Maggiore

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IndirizzoIngresso Museo Ebraico, Ingresso Sinagoga - Lungotevere de' Cenci, Via Catalana, 00186 Roma RM, Italia 186
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