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Via Giulia

Via Giulia corre parallela al Tevere per circa un chilometro, da piazza dell’Oro, davanti alla basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini, fino a piazza San Vincenzo Pallotti, a ridosso di ponte Sisto. È la prima strada rettilinea aperta a Roma dopo l’antichità, voluta da Giulio II e tracciata da Bramante dal 1508. Chi ci passa oggi vede palazzi cinquecenteschi e seicenteschi in fila continua, un arco coperto di edera, una fontana con un mascherone antico, chiese quasi sempre chiuse, e a metà percorso un vuoto largo un isolato.

Questa pagina mette in fila che cosa c’è davvero lungo la strada, che cosa si può visitare e a quali condizioni, che cosa è rimasto allo stato di progetto e che cosa è stato demolito e mai ricostruito. Le date e le attribuzioni sono confrontate con le fonti istituzionali, e dove le fonti divergono lo diciamo.

Dove comincia e dove finisce via Giulia

I due capi della strada appartengono a rioni diversi. Il capo settentrionale è in rione Ponte, davanti alla chiesa nazionale dei fiorentini, a pochi passi da ponte Sant’Angelo e dalla mole di Castel Sant’Angelo. Il capo meridionale è in rione Regola, dove la strada muore su piazza San Vincenzo Pallotti e sbocca verso ponte Sisto e Trastevere. Il confine fra i due rioni cade più o meno a metà, all’altezza delle vecchie carceri.

Via Giulia a Roma
Via Giulia, la strada rettilinea voluta da Giulio II tra il Tevere e il centro. Foto di Robot8A, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Come arrivare

Nessuna stazione della metropolitana serve via Giulia. Il modo più rapido è arrivare a Largo di Torre Argentina o a corso Vittorio Emanuele II con le linee di superficie, poi scendere a piedi verso il fiume passando per campo de’ Fiori e via Monserrato. Chi arriva da Trastevere attraversa ponte Sisto. Chi viene dal Vaticano scende da ponte Sant’Angelo e imbocca la strada dal lato dei Fiorentini. Le linee cambiano spesso: conviene controllare il giorno stesso, come spieghiamo nella pagina su come muoversi a Roma.

Il progetto di Giulio II: che cosa doveva essere via Giulia

Prima del 1508 il tracciato esisteva già, ma in altra forma. Le fonti locali ricordano una via Magistralis medievale, tortuosa e fangosa, e una sistemazione voluta da Sisto IV attorno al 1478 con il nome di via Mercatoria, che metteva in comunicazione la zona dei banchi con i mercati. La novità introdotta da Giulio II non fu aprire un passaggio dove non ce n’era: fu raddrizzarlo, allargarlo e imporgli una geometria che a Roma non si vedeva da secoli.

Bramante ricevette l’incarico e avviò espropri e demolizioni in uno dei settori più densamente costruiti della città. Il risultato doveva essere l’asse amministrativo e giudiziario della Roma papale: una strada dritta, larga, fiancheggiata da edifici pubblici e da palazzi di famiglie legate alla corte, che collegasse il ponte verso il Vaticano con il ponte verso Trastevere. Sull’asse doveva sorgere una sede unica dei tribunali, e attorno a quella sede la strada avrebbe preso un senso.

Perché il disegno non si chiuse mai

Giulio II morì nel 1513 e Bramante l’anno dopo. Il cantiere principale era già fermo da un paio d’anni. Senza il palazzo dei tribunali la strada rimase quello che è ancora oggi: una linea retta perfettamente riuscita come infrastruttura e rimasta priva del monumento che avrebbe dovuto giustificarla. La sequenza dei palazzi nobiliari arrivò dopo, nel corso del Cinquecento e del Seicento, e riempì il vuoto lasciato dal progetto originario in modo casuale, lotto per lotto.

La geometria comunque funzionò. Chi guarda la strada da un capo all’altro in una giornata limpida vede la prospettiva chiudersi su un punto solo, effetto che a Roma prima del Cinquecento non esisteva e che dopo sarebbe stato ripetuto altrove. Il disegno di Bramante lasciò dunque un risultato urbanistico anche senza gli edifici che doveva contenere. Su come questa lezione geometrica arrivi al Seicento abbiamo una pagina di itinerario su Roma barocca.

Il Palazzo dei Tribunali e i sofà di via Giulia

L’incarico per il Palazzo dei Tribunali arrivò a Bramante attorno al 1506, prima ancora che la strada fosse aperta. Il programma era riunire in un solo edificio i tribunali civili, criminali ed ecclesiastici di Roma, fino ad allora sparsi in sedi diverse. Il progetto prevedeva una facciata monumentale su via Giulia, un cortile centrale con portici su due livelli e una cappella sull’asse di simmetria. Al piano terreno erano previste botteghe con banconi verso strada.

I lavori partirono attorno al 1508 e si fermarono nel 1511, quando era stato costruito soltanto il primo livello, cioè il basamento in bugnato. Dopo la morte del papa e dell’architetto il cantiere non riprese mai. Nei decenni successivi l’area fu occupata da edifici privati che si appoggiarono in parte alle fondazioni già gettate, riutilizzandole come possono essere riutilizzati i muri di qualcun altro: senza riguardo per il disegno originario.

I sofà, che cosa sono davvero

Quello che resta si vede lungo il tratto compreso fra via del Gonfalone e vicolo del Cefalo. Sono blocchi di travertino a bugnato rustico che emergono dal piano stradale come panche squadrate, addossate ai muri delle case che vennero dopo. I romani li chiamano da secoli i sofà di via Giulia, perché ci si siede sopra e perché la forma richiama uno schienale basso. Non sono panchine costruite per sedersi: sono il basamento di un palazzo che non è mai salito oltre il primo corso di pietra.

Il dettaglio da guardare è la lavorazione. Il bugnato è tagliato con una precisione che non si spiega con un muro di servizio, e in alcuni punti si legge ancora l’imposta di aperture previste e mai realizzate. Chi cammina veloce li scambia per un rifacimento ottocentesco. Chi si ferma capisce che sono il pezzo più antico e più importante della strada, e anche il meno segnalato: sul posto non c’è un pannello che spieghi che cosa sono.

L’arco dei Farnese e il passaggio mai costruito

A metà della strada, dove via Giulia incrocia via del Mascherone, un arco coperto di edera scavalca la carreggiata. Collega il fianco posteriore di Palazzo Farnese con il giardino che la famiglia possedeva verso il fiume. La data di costruzione riportata dalle fonti è il 1603, e il progetto viene tradizionalmente ricondotto a Michelangelo, che lavorò a Palazzo Farnese per Paolo III; l’esecuzione, molti decenni dopo la sua morte, passò per le mani di altri architetti legati al cantiere farnesiano.

L’arco era il primo pezzo di un’opera molto più ambiziosa. I Farnese volevano un passaggio coperto e privato che dal palazzo, attraversando via Giulia, scavalcasse il Tevere e arrivasse alla Villa Farnesina, cioè alla proprietà che avevano acquistato sull’altra sponda. Il ponte sul fiume non fu mai costruito, per il costo dell’impresa e perché il progetto attraversò troppe generazioni della famiglia. Rimase solo la campata che scavalca la strada.

Il dettaglio che pochi notano

L’arco serviva anche da tribuna. Dal passaggio sopraelevato la famiglia e i suoi ospiti assistevano ai cortei e ai giochi che si svolgevano sulla strada, soprattutto durante il carnevale. Via Giulia rettilinea era una pista naturale per le corse, e le cronache ricordano tornei, corse di cavalli e feste organizzate dai Farnese, fra cui una celebrazione sontuosa nel 1638 per la nascita del delfino di Francia, il futuro Luigi XIV.

La Fontana del Mascherone

Pochi metri dopo l’arco, addossata al muro che separa via Giulia dal lungotevere, c’è la Fontana del Mascherone. La scheda della Sovrintendenza Capitolina la data al secondo quarto del Seicento, la riferisce alla committenza Farnese e ne attribuisce il disegno a Girolamo Rainaldi. Diverse guide divulgative citano invece il figlio, Carlo Rainaldi, e talvolta la data secca del 1626: sul nome le fonti non concordano, e la formulazione istituzionale resta prudente parlando di attribuzione.

La composizione mette insieme pezzi antichi e materiali diversi: al centro un grande mascherone marmoreo di età romana getta l’acqua in una vasca termale in granito grigio, antica e riusata anch’essa. Il fondale è in marmi policromi, la cornice in travertino, e in cima svetta un giglio metallico, che è l’emblema della casa Farnese. L’acqua arrivava dall’acquedotto Paolo, completato nel 1612: una fontana per la strada era prevista già dal 1570, ma si dovette aspettare che l’acqua ci fosse.

Perché oggi sembra schiacciata contro un muro

In origine la fontana stava isolata in uno slargo, con spazio attorno. Nel 1660 in quell’area fu allestito un teatro all’aperto, il che dà la misura di quanto fosse largo il vuoto. Il muro che oggi la chiude alle spalle è di fine Ottocento, costruito quando furono realizzati i lungotevere: la fontana perse il suo spazio e si ritrovò incastrata contro una quinta cieca. Chi la guarda oggi vede un monumento privato del contesto per cui era stato pensato.

Le chiese lungo la strada, una per una

Su via Giulia e nei vicoli immediatamente laterali si contano più chiese che su qualsiasi altro tratto rettilineo del centro. Quasi tutte sono chiese nazionali o di confraternita, cioè edifici costruiti da comunità di forestieri o da sodalizi laicali, non parrocchie di quartiere. È la ragione per cui oggi la maggior parte resta chiusa: senza una comunità che le usa, l’apertura dipende da custodi, orari ridotti e calendari propri.

San Giovanni Battista dei Fiorentini

Al capo nord si apre la basilica dei fiorentini, cantiere durato oltre due secoli in cui si succedettero Jacopo Sansovino, Antonio da Sangallo il Giovane, Giacomo della Porta, Carlo Maderno e Francesco Borromini, con la facciata completata nel Settecento. Maderno e Borromini sono sepolti nello stesso sepolcro sotto la cupola. È il punto di partenza logico della passeggiata e la sola grande chiesa della strada regolarmente aperta.. Il dettaglio è nella pagina sulla basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini.

San Biagio degli Armeni, detto della Pagnotta

Poco più avanti, sul lato verso il fiume, c’è una chiesa piccola con un campanile romanico. Un’iscrizione ricorda la ricostruzione operata dall’abate Domenico nel 1072, sotto il pontificato di Alessandro II, e il titolo compare nei cataloghi ecclesiastici medievali. La facciata attuale e il riassetto settecentesco sono opera di Giovanni Antonio Perfetti, mentre l’interno fu rimaneggiato all’inizio dell’Ottocento da Filippo Navone. Il soprannome della Pagnotta viene dai pani benedetti distribuiti ai poveri il 3 febbraio, festa di san Biagio, protettore della gola.

La chiesa è oggi il luogo di culto principale della comunità cattolica armena di Roma. Sull’anno del passaggio agli armeni le fonti divergono: la voce enciclopedica dedicata alla chiesa indica il 1836 sotto Gregorio XVI, altre pagine riportano il 1826, data che cadrebbe però fuori da quel pontificato. La versione coerente con la cronologia papale è la prima.

Santo Spirito dei Napoletani

La chiesa nazionale del Regno di Napoli sorge su un edificio più antico dedicato a sant’Aurea. Nel 1572 la chiesa, in cattivo stato, fu affidata alla confraternita dello Spirito Santo dei Napoletani, che la ricostruì a partire dal 1574. Sul nome dell’architetto della ricostruzione tardocinquecentesca le fonti oscillano fra Domenico Fontana e Ottaviano Mascherino. Carlo Fontana intervenne all’inizio del Settecento, e la facciata neorinascimentale che si vede oggi è di Antonio Cipolla, 1853, con un affresco di Pietro Gagliardi.

Qui riposarono per mezzo secolo gli ultimi Borbone di Napoli. Le salme di Francesco II, della regina Maria Sofia e della figlia Maria Cristina Pia furono trasferite in questa chiesa nel 1934 e vi rimasero fino al 1984, quando furono traslate a Santa Chiara a Napoli. La chiesa rimase chiusa per circa trent’anni a causa di infiltrazioni e dissesti, e fu riaperta al culto nel Natale del 1986 dopo un restauro. Le aperture restano irregolari.

Santa Maria dell’Orazione e Morte

La chiesa dei teschi è quella che ferma i passanti. La confraternita nacque nel 1538 con lo scopo di raccogliere e seppellire i cadaveri abbandonati, trovati nelle campagne, nei fossi, nel fiume, e di dare loro sepoltura cristiana. Giulio III la approvò nel 1552 aggiungendo al titolo della Morte quello dell’Orazione, e nel 1560 fu elevata ad arciconfraternita. I confratelli trasportavano le salme a spalla anche per chilometri, di giorno e di notte, in qualsiasi stagione.

La chiesa fu costruita nel 1575 e ricostruita da Ferdinando Fuga nel Settecento: le fonti oscillano fra il 1737 e il 1738 per la data del rifacimento, e alcune indicano una demolizione preliminare nel 1733. Fuga chiese come compenso il diritto di sepoltura per sé e per la sua famiglia. Sulla facciata corrono teschi alati, festoni e una clessidra alata, e sulle cassette per le elemosine compare uno scheletro con il motto HODIE MIHI CRAS TIBI, oggi a me domani a te.

Sotto la chiesa c’è il cimitero dell’arciconfraternita, un tempo molto esteso e oggi ridotto a un solo ambiente con ossa esposte. Il taglio lo produssero i muraglioni del Tevere, che alla fine dell’Ottocento sventrarono la parte dell’ipogeo affacciata sul fiume. L’accesso all’ambiente superstite non è libero e dipende dall’arciconfraternita. Tutti i dettagli nella scheda dedicata a Santa Maria dell’Orazione e Morte.

Santa Maria del Suffragio

La confraternita del Suffragio nacque nel 1592 proprio a San Biagio della Pagnotta, fu approvata da Clemente VIII nel 1594 e innalzata ad arciconfraternita da Paolo V nel 1620. Il progetto della chiesa fu affidato nel 1662 a Carlo Rainaldi, l’edificio fu terminato nel 1669 e la decorazione interna proseguì fino agli anni Ottanta del Seicento. Le fonti indicano il 1680 per il completamento della facciata e il 1685 per gli apparati interni.

San Filippo Neri

Al civico 134 c’è una chiesa sconsacrata e chiusa. Nacque per iniziativa di Rutilio Brandi, guantaio toscano e penitente di Filippo Neri, ed era in origine dedicata a san Trofimo, con annesso un piccolo ospizio per malati poveri. Le fonti divergono sulla data di fondazione, fra il 1603 e il 1623. Nel 1728 Filippo Raguzzini intervenne per conto di Benedetto XIII, e la facciata attuale fu eretta fra maggio e ottobre di quell’anno.

La storia successiva è una discesa. L’alluvione del 1853 danneggiò gravemente l’edificio, le demolizioni degli anni Trenta lo lasciarono isolato in un’area in disfacimento, e per decenni servì da deposito di legname. Un restauro attorno al 2000 ha recuperato le strutture, ma la chiesa resta in uso profano e non si visita: chi passa vede solo la facciata di Raguzzini.

Le chiese che non ci sono più

Sant’Anna dei Bresciani fu demolita nel 1888 per la costruzione dei lungotevere, e di quella comunità bresciana sulla strada non resta traccia visibile. Altri oratori e cappelle minori sono spariti fra i lavori ottocenteschi sul fiume e le demolizioni novecentesche. Chi legge le vecchie guide di Roma trova elencati lungo via Giulia edifici che oggi non esistono: la strada ha perso più di quanto mostri.

Nei vicoli laterali: Sant’Eligio e il Gonfalone

Due dei pezzi migliori della zona non si aprono su via Giulia ma nei vicoli che ci si innestano, e per questo sfuggono a chi cammina dritto. Vanno cercati apposta, perché nessuna insegna li segnala dalla strada principale e le porte, quando sono chiuse, non dicono nulla.

Sant’Eligio degli Orefici

Su via di Sant’Eligio, a pochi metri da via Giulia, sorge la chiesa dell’Università degli Orefici e Argentieri. Il progetto iniziale è attribuito a Raffaello e la costruzione si protrasse dal 1509 fino agli anni Settanta del Cinquecento, con il contributo di Baldassarre Peruzzi, a cui si riferisce la cupola emisferica su tamburo, e di Aristotele da Sangallo. La facciata originale crollò nel 1601 e fu rifatta nel 1620 da Giovanni Maria Bonazzini su disegni di Flaminio Ponzio.

L’interno è a croce greca, piccolo e chiarissimo, uno dei rari ambienti romani in cui si legge senza mediazioni la lezione geometrica del primo Cinquecento. Le esondazioni del Tevere hanno costretto a rifacimenti ripetuti nei secoli. L’apertura è saltuaria e legata alle iniziative della corporazione degli orefici: chi vuole entrare deve informarsi in anticipo, perché la porta chiusa è la condizione normale. Chi segue le tracce dell’urbinate in città trova il quadro d’insieme nella pagina su Raffaello a Roma.

L’Oratorio del Gonfalone

In via del Gonfalone, la traversa che scende verso il fiume all’altezza dei sofà, c’è l’oratorio della confraternita del Gonfalone, riconosciuta da Clemente IV nel 1267. L’edificio attuale è cinquecentesco e fu completato nella decorazione entro il 1580. Il ciclo di affreschi con dodici episodi della Passione fu eseguito fra il 1569 e il 1576 da una squadra che comprende Jacopo Bertoja, Livio Agresti, Raffaellino da Reggio, Federico Zuccari, Cesare Nebbia e Marco Pino.

Dal 1960 l’oratorio è affidato a un coro polifonico e funziona come sala da concerto: per molti anni il modo più semplice di vedere gli affreschi è stato comprare un biglietto per un concerto. Gli affreschi sono stati restaurati fra il 1999 e il 2000. La confraternita aveva il privilegio di liberare ogni anno un prigioniero, concesso da Giulio III nel 1550 e poi ampliato, e si occupava del riscatto dei cristiani ridotti in schiavitù. La scheda dedicata all’Oratorio del Gonfalone spiega come si entra.

Le Carceri Nuove e la detenzione a Roma

Al civico 52, in rione Regola, c’è un edificio severo con un portale incorniciato e un’iscrizione latina in facciata. Innocenzo X ne ordinò la costruzione fra il 1652 e il 1655, su progetto di Antonio Del Grande e secondo un programma elaborato da Virgilio Spada. Era il primo carcere romano costruito da zero come carcere, invece di adattare torri, cantine e sotterranei di edifici nati per altro.

L’iscrizione dice esplicitamente qual era l’intenzione: IVSTITIAE ET CLEMENTIAE, SECVRIORI AC MITIORI REORVM CVSTODIAE, cioè alla giustizia e alla clemenza, per una custodia dei rei più sicura e più mite. È una dichiarazione che nel Seicento rappresenta una svolta, perché la detenzione fino ad allora era considerata attesa del giudizio e non pena, e i luoghi di custodia erano ambienti malsani e indifferenziati. La struttura prevedeva celle distinte e, ai piani alti, diciassette segrete.

Come finì

L’edificio funzionò come carcere per oltre due secoli, finché l’apertura del nuovo penitenziario di Regina Coeli, in via della Lungara sull’altra sponda, lo rese superato. Sulla data esatta del passaggio le fonti oscillano fra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, anche perché la dismissione fu graduale. Dopo la chiusura le Carceri Nuove ospitarono un istituto per minori, poi dal 1931 il Centro di studi penitenziari e il museo criminologico, poi un istituto di ricerca delle Nazioni Unite.

Oggi l’edificio è sede della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, quindi non è visitabile e non lo sarà. Dalla strada si vede la facciata, il portale e l’iscrizione, e la sola cosa da fare è leggerla. Il muro cieco e le finestre piccole raccontano la funzione meglio di qualsiasi pannello, e la distanza fra questa facciata e quella dei palazzi nobiliari a cinquanta metri di distanza è il dato più eloquente della strada.

Il Museo Criminologico

Le collezioni nate dentro le Carceri Nuove si sono spostate nel 1968 e hanno riaperto nel 1975 in via del Gonfalone, dentro il palazzo costruito nel 1827 sotto Leone XII. Il museo, gestito dal ministero della Giustizia, raccoglie strumenti di tortura e di esecuzione, materiali sulle tecniche investigative e una sezione sugli espedienti inventati dai detenuti per nascondere armi o evadere. Gli orari sono spezzati, con giornate a mezza apertura e chiusura la domenica e il lunedì.

Gli orari vanno verificati il giorno stesso sul sito del museo, perché negli anni ci sono stati periodi di chiusura per lavori e le informazioni in rete non sempre sono aggiornate. Per un quadro più ampio dei luoghi romani legati alla detenzione, esistono le schede sul Carcere Mamertino e sulla chiesa di San Nicola in Carcere, che di carcere ha soltanto il nome.

Il buco di via Giulia: uno sventramento mai ricucito

A metà strada, sul lato verso il fiume, la fila continua di facciate si interrompe e si apre uno spiazzo recintato, largo quanto un isolato. Non è un giardino né una piazza: è il residuo di una demolizione mai compensata. Il piano regolatore del 1931, ispirato in larga parte da Marcello Piacentini, prevedeva una grande strada di collegamento fra piazza della Chiesa Nuova e le pendici del Gianicolo, e per aprirla bisognava radere al suolo un pezzo di tessuto storico.

Le demolizioni furono eseguite fra il 1936 e il 1939 nell’area compresa fra il Tevere, via del Pellegrino, via di Monserrato e via Giulia, comprendendo vicolo della Moretta e vicolo del Malpasso. Sparirono case, botteghe e vicoli interi. Santo Spirito dei Napoletani e San Filippo Neri furono risparmiate, ma rimasero isolate in mezzo alle macerie. Nel 1941 la guerra fermò ogni iniziativa e la strada progettata non fu mai realizzata.

Ottant’anni di provvisorio

Da allora l’area è rimasta un vuoto. Per decenni ha funzionato come parcheggio di superficie e area di sosta abusiva. Una parte è stata occupata dal nuovo edificio del liceo classico Virgilio, che chiude un lato dello spiazzo, ma il resto è rimasto scoperto. Chi arriva in via Giulia aspettandosi una strada rinascimentale intatta trova nel mezzo questa interruzione e fa fatica a capire che cosa sia successo, perché sul posto non è spiegato.

Dal 2008 in poi la vicenda si è complicata con il progetto di un parcheggio interrato su più livelli. Gli scavi hanno riportato alla luce strutture romane di rilievo, la Soprintendenza è intervenuta e nel febbraio 2014 il progetto originario è stato bloccato; in luglio dello stesso anno l’amministrazione ha approvato la sola parte interrata. Negli anni successivi sono stati presentati progetti per trasformare la superficie in un giardino pubblico. La partita non è chiusa e le associazioni di quartiere continuano a seguirla.

Che cosa si vede oggi

Chi passa oggi trova una recinzione, un terreno irregolare e un’area di cantiere in stato variabile. Le strutture antiche rinvenute negli scavi sono state ricoperte per tutelarle e non sono visibili. Dal 2008 la vicenda di un parcheggio interrato si trascina fra ricorsi e pareri, e negli ultimi anni sono state presentate proposte per un giardino pubblico in superficie. La partita non è chiusa.

Il fiume, i muraglioni e il rione Regola

Via Giulia è stata pensata come strada di riva. Fino alla fine dell’Ottocento i palazzi del lato ovest avevano giardini, logge e approdi che scendevano verso l’acqua, e il Tevere faceva parte della vita quotidiana della strada: si caricava, si scaricava, si pescava, e ogni tanto il fiume entrava nelle case. Il nome stesso del rione Regola viene da renula, la sabbia fine che il Tevere depositava durante le piene.

L’alluvione del 28 dicembre 1870 chiuse quella storia. L’acqua arrivò a diciassette metri sullo zero idrometrico e allagò mezza città. Nel 1871 fu istituita una commissione, nel 1875 fu approvato e finanziato il progetto dell’ingegnere Raffaele Canevari, e i lavori partirono nel 1876 per concludersi nel 1926. L’alveo fu portato a una larghezza costante di cento metri e furono eretti otto chilometri di muraglioni.

Che cosa perse via Giulia

I muraglioni risolsero il problema delle piene e tagliarono la città fuori dal suo fiume. Per via Giulia significò perdere l’affaccio: i giardini che scendevano all’acqua furono cancellati, alcuni edifici demoliti, e fra la strada e il Tevere si interpose una cortina di muro alta e cieca, con il lungotevere carrabile sopra. La chiesa di Sant’Anna dei Bresciani cadde nel 1888 per questo. Il cimitero ipogeo dell’arciconfraternita della Morte fu amputato.

Oggi chi cammina in via Giulia non vede il fiume in nessun punto, tranne che dai pochi varchi e dalle scalette che salgono al lungotevere. Va tenuto presente per capire l’impianto della strada: il lato ovest è cieco per un motivo storico preciso, non per un difetto di progetto. Il fiume si ritrova poco più a valle, verso l’Isola Tiberina e il Ponte Rotto, dove il rapporto con l’acqua è rimasto leggibile.

Il rione Regola

Regola è il settimo rione di Roma e prese quel numero nel 1586, quando Borgo fu staccato come rione a sé; lo stemma è un cervo rampante in campo azzurro. In età romana l’area faceva parte del Campo Marzio e ospitava il Trigarium, campo di addestramento per aurighi, e restò terreno acquitrinoso fino alla bonifica bassomedievale. Dentro il rione, oltre a via Giulia, ci sono la Galleria Spada con la celebre prospettiva borrominiana, la chiesa di San Paolo alla Regola e la Santissima Trinità dei Pellegrini.

I palazzi: che cosa si visita e che cosa è solo facciata

Via Giulia è una strada di palazzi, e la domanda pratica è quanti se ne possono visitare. La risposta onesta è: quasi nessuno liberamente. Sono sedi diplomatiche, istituti di cultura stranieri, uffici pubblici, studi professionali e abitazioni private. Chi arriva contando di entrare resta a guardare i portali, che sono comunque la parte del discorso architettonico pensata per chi passa a piedi.

Palazzo Farnese

Il palazzo non si affaccia su via Giulia ma le volta le spalle, e l’arco dei Farnese collega le due cose. Il cantiere partì per Alessandro Farnese, poi Paolo III, e vi lavorarono Antonio da Sangallo il Giovane, Michelangelo, che disegnò il cornicione, il Vignola e Giacomo della Porta, con la conclusione nel 1589. È sede dell’Ambasciata di Francia in Italia. Le visite vanno prenotate con largo anticipo sui canali ufficiali dell’ambasciata, i posti sono pochi e il documento è obbligatorio.

Palazzo Falconieri

Orazio Falconieri incaricò Francesco Borromini di ampliare il palazzo attorno al 1646. Borromini progettò la loggia verso il Tevere e le erme che coronano gli angoli della facciata, figure con testa di falcone e busto femminile, gioco araldico sul nome della famiglia. L’edificio ospita l’Accademia d’Ungheria in Roma e si visita in occasione di aperture e iniziative culturali dell’istituto, non a sportello. Il cardinale Joseph Fesch, zio di Napoleone, vi abitò fra il 1814 e il 1818. Per il resto dell’opera romana dell’architetto rimandiamo all’itinerario su Borromini a Roma.

Palazzo Sacchetti

Costruito da Antonio da Sangallo il Giovane su un terreno acquistato nel 1542, il palazzo fu venduto dal figlio dell’architetto nel 1552 al cardinale Giovanni Ricci da Montepulciano, che lo fece ampliare alle dimensioni attuali da Nanni di Baccio Bigio. Passò ai fiorentini Sacchetti nel 1649 e la famiglia lo possiede ancora. All’interno ci sono il Salone dei Mappamondi affrescato da Francesco Salviati e ambienti dipinti da Pietro da Cortona. Si visita solo in occasioni straordinarie e si affitta per riprese cinematografiche.

Palazzo Ricci e la casa detta di Raffaello

Palazzo Ricci mostra sulla facciata verso la piazza omonima i resti fortemente sbiaditi di un graffito attribuito a Polidoro da Caravaggio, che nel Cinquecento era una tecnica decorativa diffusa e che a Roma è quasi interamente perduta. Poco distante, un edificio è indicato dalla tradizione come casa di Raffaello: gli studi lo datano però dopo il 1525, quindi dopo la morte del pittore, e lo riferiscono a una costruzione promossa dal Capitolo Vaticano. L’attribuzione popolare non regge alla cronologia.

Palazzo Medici Clarelli fu costruito da Antonio da Sangallo il Giovane attorno al 1535 come propria abitazione, poi usato come caserma nell’Ottocento. Palazzo Cisterna fu eretto da Guglielmo della Porta come sua residenza e completato nel 1575. Lungo la strada si contano poi decine di portali cinquecenteschi e seicenteschi, molti con stemmi scalpellati durante il periodo napoleonico o cancellati da rifacimenti. Camminare guardando gli architravi è il modo più economico di visitare via Giulia, e l’unico sempre possibile.

Una curiosità su via Giulia

Le panche di travertino su cui i romani si siedono da secoli sono le fondamenta di un tribunale mai costruito. I sofà di via Giulia, fra via del Gonfalone e vicolo del Cefalo, sono il basamento in bugnato del Palazzo dei Tribunali di Bramante, fermato nel 1511 al primo livello. Il nome popolare è puramente descrittivo: sembrano divani di pietra addossati ai muri, e per questo motivo per generazioni sono stati usati come sedili pubblici.

Una cosa che non ti dice nessuno su via Giulia

Le chiese di via Giulia sono quasi tutte chiuse, e non per caso. Sono chiese nazionali e di confraternita, costruite da comunità di forestieri e da sodalizi laicali che oggi o non esistono più o hanno pochi membri. Una parrocchia apre perché deve celebrare tutti i giorni. Una chiesa nazionale apre quando la comunità che la possiede decide di farlo, e questo può significare due volte a settimana, oppure solo per la festa del santo titolare.

Chi programma la passeggiata contando di entrare in sei chiese trova sei portoni sbarrati. La sola grande chiesa con apertura regolare è quella dei Fiorentini, all’estremità nord. Santa Maria dell’Orazione e Morte ha aperture limitate e la cripta dipende dall’arciconfraternita. Santo Spirito dei Napoletani ha orari irregolari. San Filippo Neri è sconsacrata e non si visita affatto. Sant’Eligio degli Orefici apre saltuariamente.

La conseguenza pratica è che via Giulia va affrontata come una strada da leggere all’esterno, con l’interno come eventualità fortunata. Chi ci tiene a entrare deve telefonare o scrivere prima alle singole realtà, oppure cercare le giornate di apertura straordinaria organizzate durante l’anno. Presentarsi e sperare funziona di rado.

Il consiglio che ti do per visitare via Giulia

Percorretela da nord a sud, cioè partendo dai Fiorentini e finendo su ponte Sisto, e fatelo la mattina presto o nell’ultima ora di luce. Il motivo è tecnico: la strada è stretta e orientata in modo che a metà giornata riceva luce piena e contrastata, mentre nelle ore basse i palazzi del lato est prendono il sole radente e il colore degli intonaci si legge davvero. È anche l’ora meno trafficata.

Il ritmo giusto

Calcolate due ore camminando, con le soste. Un’ora basta se si guarda solo l’arco, la fontana e la facciata della chiesa dei teschi. Tre ore servono se si aggiungono i vicoli laterali, la salita al lungotevere per vedere il retro dei palazzi dal parapetto, e una deviazione verso campo de’ Fiori o verso la Galleria Spada.

Che giorno scegliere

La domenica mattina la strada è la più silenziosa del centro storico e si cammina in mezzo alla carreggiata senza problemi, ma tutto quello che apre su richiesta è chiuso. Il sabato e nei giorni feriali c’è traffico di residenti e furgoni, e i marciapiedi stretti costringono a scendere in strada spesso. Chi vuole vedere qualcosa di aperto deve puntare a un giorno infrasettimanale e avere già telefonato.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Via Giulia viene sempre presentata come la prima strada rettilinea della Roma moderna, e la definizione è corretta. Quello che si cita meno è che la rettilineità non era un fatto estetico ma amministrativo. Una strada dritta e larga permetteva il passaggio delle carrozze, il controllo visivo da un capo all’altro, la numerazione ordinata dei lotti e quindi la tassazione. Il disegno urbanistico papale del primo Cinquecento nasce da esigenze di governo prima che di bellezza.

Altrettanto poco citato è il fatto che l’operazione fu brutale. Per aprire il tracciato Bramante demolì in uno dei quartieri più popolati della città, espropriando e abbattendo. L’architetto si guadagnò all’epoca il soprannome di maestro ruinante, che gli veniva rivolto anche per la demolizione della basilica costantiniana di San Pietro. Le grandi strade di Roma, questa come quelle del Novecento, sono state aperte cancellando qualcosa.

La foto giusta da fare a via Giulia

La fotografia che tutti fanno è l’arco dei Farnese con l’edera, inquadrato dal centro della carreggiata guardando verso nord. Funziona, ed è giusto farla, ma bisogna sapere due cose. La prima è che sotto l’arco passano le auto dei residenti e piazzarsi in mezzo alla strada con il telefono in mano è pericoloso. La seconda è che l’edera viene potata: chi arriva nel periodo sbagliato trova la struttura spoglia.

L’inquadratura che rende meglio

La fotografia più efficace è la prospettiva lunga, non il dettaglio. Ci si mette su uno dei due capi della strada, appoggiati a un muro per stare fuori dalla carreggiata, e si inquadra tutta la lunghezza. Con un teleobiettivo modesto, o con lo zoom del telefono attorno a due o tre ingrandimenti, le facciate si comprimono e la retta di Bramante diventa visibile come tale. È la fotografia che spiega perché la strada esiste.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 1478 segna il primo riassetto documentato del tracciato, voluto da Sisto IV, lo stesso papa che fece costruire il ponte che oggi porta il suo nome all’altro capo della strada. Trent’anni dopo, nel 1508, Giulio II e Bramante avviano l’apertura della strada rettilinea. Nel 1511 il cantiere del Palazzo dei Tribunali si ferma, e con la morte del papa nel 1513 e dell’architetto nel 1514 il progetto viene abbandonato.

Il Seicento

Nel 1603 viene completato l’arco dei Farnese. Nel secondo quarto del secolo si realizza la Fontana del Mascherone, alimentata dall’Acqua Paola. Nel 1638 i Farnese organizzano sulla strada una delle feste più sontuose del secolo per la nascita del delfino di Francia. Fra il 1652 e il 1655 Innocenzo X fa costruire le Carceri Nuove. Nel 1662 comincia il cantiere di Santa Maria del Suffragio su progetto di Carlo Rainaldi, chiesa terminata nel 1669.

Il Settecento e l’Ottocento

Nel 1728 Filippo Raguzzini rifà la facciata di San Filippo Neri per Benedetto XIII, e negli anni Trenta Ferdinando Fuga ricostruisce Santa Maria dell’Orazione e Morte. Fra il 1766 e il 1768 Paolo Posi ricostruisce Santa Caterina da Siena. Nel 1853 una piena danneggia San Filippo Neri e Antonio Cipolla rifà la facciata dei Napoletani. Il 28 dicembre 1870 l’alluvione che allaga Roma apre la strada al progetto dei muraglioni, avviato nel 1876.

Il Novecento

Nel 1888 viene demolita Sant’Anna dei Bresciani per i lavori sul fiume. Nel 1903 la Fontana del Mascherone viene addossata al muro nuovo. Il piano regolatore del 1931 prevede lo sfondamento verso il Gianicolo, e fra il 1936 e il 1939 vengono demoliti gli edifici fra via Giulia e il Tevere, compreso vicolo della Moretta. Nel 1941 la guerra blocca il cantiere e il vuoto resta. Nel 1986 riapre al culto la chiesa dei Napoletani dopo trent’anni di chiusura.

Chi è passato da via Giulia

Donato Bramante è il primo nome, perché la strada è sua. A lui seguono Antonio da Sangallo il Giovane, che qui comprò terreni e costruì almeno due palazzi fra cui la propria casa, e Raffaello, a cui si riferisce il progetto iniziale di Sant’Eligio degli Orefici e che nella zona ebbe interessi immobiliari. La casa che la tradizione gli assegna sulla strada è però posteriore alla sua morte. Il percorso completo delle sue opere romane è raccolto nella pagina su Raffaello a Roma.

Gli architetti

Michelangelo lavorò a Palazzo Farnese e al progetto del passaggio verso il fiume: l’arco è l’unico frammento costruito di quell’idea. Il percorso delle sue opere è raccolto nella scheda su Michelangelo a Roma. Francesco Borromini lavorò a Palazzo Falconieri e ai Fiorentini, dove è sepolto insieme a Carlo Maderno. Girolamo e Carlo Rainaldi, Baldassarre Peruzzi, Guglielmo della Porta, Antonio Del Grande, Ferdinando Fuga e Filippo Raguzzini hanno tutti lasciato qualcosa lungo questo chilometro.

I pittori

Francesco Salviati affrescò il Salone dei Mappamondi a Palazzo Sacchetti, dove intervenne anche Pietro da Cortona. Polidoro da Caravaggio lasciò su Palazzo Ricci un graffito di facciata oggi quasi illeggibile. Nell’Oratorio del Gonfalone lavorarono Jacopo Bertoja, Federico Zuccari, Livio Agresti, Cesare Nebbia, Raffaellino da Reggio e Marco Pino, un elenco che da solo copre buona parte del manierismo romano. Per il quadro generale della pittura romana di quegli anni valgono anche gli itinerari su Caravaggio a Roma e su Bernini a Roma.

I committenti e gli abitanti

Giulio II, Paolo III, Innocenzo X e Benedetto XIII hanno firmato interventi sulla strada. Il cardinale Giovanni Ricci da Montepulciano ampliò Palazzo Sacchetti. Il cardinale Joseph Fesch, zio materno di Napoleone, abitò a Palazzo Falconieri fra il 1814 e il 1818. Gli ultimi Borbone di Napoli riposarono a Santo Spirito dei Napoletani dal 1934 al 1984. E per due secoli, attraverso le Carceri Nuove, da via Giulia è passato chiunque a Roma finisse sotto processo.

Che cosa vedere intorno

Via Giulia funziona bene come spina dorsale di una passeggiata più lunga, perché tocca due ponti e tre rioni. A nord, oltre i Fiorentini, si arriva in pochi minuti a ponte Sant’Angelo e al Borgo. A sud, superato ponte Sisto, si entra a Trastevere. Verso l’interno, salendo per via di Monserrato, si raggiunge campo de’ Fiori in cinque minuti.

Le mezz’ore aggiuntive

La Galleria Spada a piazza Capo di Ferro conserva la prospettiva illusoria di Borromini e una quadreria compatta, ed è una delle visite più rapide e meno affollate del centro. La chiesa di Santa Maria in Monserrato, nazionale degli spagnoli, si trova sulla parallela interna. San Girolamo della Carità ospita la cappella Spada, uno degli ambienti più singolari del barocco romano.

Se si allarga il giro

Attraversando ponte Sisto si arriva in dieci minuti alla Villa Farnesina, cioè alla destinazione che il ponte farnesiano mai costruito avrebbe dovuto raggiungere: farlo a piedi è il modo più diretto di capire la distanza che i Farnese volevano coprire. Salendo ancora si raggiungono il Gianicolo, la Fontana dell’Acqua Paola e il Tempietto del Bramante, che è l’altro capolavoro romano dell’architetto di via Giulia.

Verso il fiume e il Ghetto

Scendendo lungo il Tevere si arriva al Portico d’Ottavia e al Ghetto ebraico, con la Fontana delle Tartarughe a piazza Mattei poco più dentro. Verso nord, oltre corso Vittorio, ci sono il Palazzo della Cancelleria, il Chiostro del Bramante, Pasquino e il Museo di Roma a Palazzo Braschi. Altri itinerari nelle pagine su Roma gratis e Roma sotterranea.

Mangiare in zona: come si sceglie fra Regola e ponte Sisto

Il triangolo fra via Giulia, campo de’ Fiori e ponte Sisto è fra i tratti di Roma dove la ristorazione turistica è più densa. Via Giulia in sé ha pochi locali, perché è una strada di palazzi e di uffici, ma appena si sale verso il mercato o si scende verso il ponte la concentrazione esplode. Dentro quella concentrazione la qualità varia moltissimo, e i segnali per distinguere si leggono dalla strada senza entrare.

I segnali da evitare

Il menu con le fotografie dei piatti è il primo. Nessun locale con clientela abituale ha bisogno di mostrare la foto di un piatto di carbonara: quelle immagini servono a chi non conosce la lingua e non tornerà. Accanto va messo il cartello plastificato con le bandiere delle nazioni, che dichiara apertamente a chi ci si rivolge.

La signora che tira la pasta fresca dietro la vetrina o direttamente sul marciapiede è il secondo. Attorno al mercato questa scena è diventata frequente e funziona come richiamo scenografico, non come indizio di cucina. La pasta fresca si fa nel retro, in orari che non coincidono con il passaggio dei clienti, e non davanti alle vetrine nell’ora di punta. Trattarlo come garanzia di qualità è esattamente quello che chi lo allestisce spera.

La persona all’ingresso che invita a sedersi è il terzo, ed è il più affidabile di tutti. Un locale che ha bisogno di fermare i passanti per riempire i tavoli dichiara di non avere clientela propria. Vale in tutto il centro storico e in modo particolare nelle piazze e sui ponti, dove il passaggio è continuo e ogni tavolo si riempie una volta sola nella serata.

Le insegne davanti ai monumenti

I locali piazzati a ridosso dei luoghi celebri lavorano su un pubblico che non tornerà mai, e questo cambia tutti gli incentivi. Il segnale da cercare è il listino: voci senza prezzo, il prezzo al chilo su pesce e carne senza peso dichiarato, due listini diversi fra dehors e sala, e il conto verrà costruito sul cliente e non sul menu. È buona regola chiedere il prezzo di quello che si ordina prima di ordinarlo, e farsi portare il conto dettagliato.

Un altro indizio è l’orario continuato. Un locale aperto dalla mattina alla notte senza pausa di cucina non ha una brigata su servizi definiti: ha un forno e un microonde che coprono quattordici ore. A Roma la cucina chiude fra le quindici e le diciannove, e chi non chiude mai dice che non prepara.

Le catene a insegna ripetuta

Nel centro di Roma è cresciuta negli ultimi quindici anni una ristorazione a insegna ripetuta, con lo stesso menu e lo stesso arredo in cinque o sei punti della città, quasi sempre nelle posizioni di massimo passaggio. Funziona come attrazione turistica a tutti gli effetti, con la coda fuori che diventa parte del richiamo, e i romani non ci vanno. Non c’è niente di snobistico in questa constatazione: quel modello vende un prodotto standardizzato e prevedibile, ed è fatto per chi cerca esattamente quello.

Il criterio unico

Si guarda chi è seduto e in che lingua ordina. È l’unico criterio che non si può truccare e funziona in tutta la città. Se ai tavoli ci sono persone che parlano italiano, che non guardano il menu perché lo sanno a memoria e che discutono con il cameriere, il posto regge. Se ci sono solo avventori con lo zaino appoggiato allo schienale e la cartina aperta, si passa oltre e si cammina altri cinque minuti.

Chi vuole un riferimento già filtrato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, che è una raccolta curata e non sponsorizzata. Il ragionamento esteso sul metodo lo trovate nella pagina su dove mangiare a Roma, e per i locali con una storia alle spalle nella pagina sui caffè e le botteghe storiche di Roma. Per la sera e le ore tarde è utile anche la scheda su Roma di notte.

Domande frequenti su via Giulia

Quanto è lunga via Giulia e quanto tempo serve per percorrerla?

Via Giulia misura circa un chilometro, con fonti che oscillano fra i 950 metri e la misura tonda a seconda di dove si fissano i due capi. Camminando senza fermarsi si percorre in dodici o quindici minuti. Con le soste all’arco, alla fontana, ai sofà e alle facciate delle chiese servono due ore, e tre se si aggiungono i vicoli laterali e la Galleria Spada.

Quanto costa visitare via Giulia?

Camminare lungo via Giulia non costa nulla e la strada è pubblica a tutte le ore. I costi compaiono solo per le visite interne: la Galleria Spada ha un biglietto, il Museo Criminologico in via del Gonfalone risulta chiuso temporaneamente, Palazzo Falconieri e Palazzo Sacchetti aprono in occasioni organizzate e a condizioni variabili. Le chiese, quando sono aperte, sono gratuite come tutte le chiese romane.

Si può entrare a Palazzo Farnese?

Palazzo Farnese è sede dell’Ambasciata di Francia in Italia e non si visita liberamente. Esistono visite guidate contingentate che vanno prenotate in anticipo attraverso i canali ufficiali dell’ambasciata, con posti limitati e obbligo di documento di identità. La disponibilità si esaurisce in fretta e i turni vengono sospesi nei periodi di attività istituzionale. Il palazzo comunque non si affaccia su via Giulia, che ne vede il retro attraverso l’arco.

Che cosa sono i sofà di via Giulia?

I sofà sono i basamenti in travertino a bugnato del Palazzo dei Tribunali progettato da Bramante per Giulio II, il cui cantiere si fermò nel 1511 al primo livello. Si trovano fra via del Gonfalone e vicolo del Cefalo, addossati alle case costruite successivamente sopra le stesse fondazioni. Il nome popolare descrive la forma, che ricorda una fila di divani di pietra, e non l’uso per cui furono tagliati.

Le chiese di via Giulia sono aperte?

La maggior parte delle chiese di via Giulia resta chiusa gran parte del tempo, perché sono chiese nazionali e di confraternita senza attività parrocchiale quotidiana. L’unica con apertura regolare è San Giovanni Battista dei Fiorentini, al capo nord. Santa Maria dell’Orazione e Morte e Santo Spirito dei Napoletani hanno orari limitati e irregolari, Sant’Eligio degli Orefici apre saltuariamente, San Filippo Neri è sconsacrata e non si visita.

Si può visitare la cripta con le ossa sotto Santa Maria dell’Orazione e Morte?

Il cimitero ipogeo dell’arciconfraternita esiste ancora ma è ridotto a un solo ambiente, perché i lavori dei muraglioni del Tevere a fine Ottocento ne tagliarono via la parte affacciata sul fiume. L’accesso non è libero e dipende dall’arciconfraternita, che apre in occasioni specifiche e su richiesta. Chi si presenta senza accordo preso vede al massimo la chiesa, quando è aperta.

Perché a metà di via Giulia c’è uno spazio vuoto?

Lo spiazzo deriva dalle demolizioni eseguite fra il 1936 e il 1939 per aprire una strada di collegamento fra piazza della Chiesa Nuova e il Gianicolo, prevista dal piano regolatore del 1931. Nel 1941 la guerra fermò i lavori e la strada non fu mai realizzata, lasciando il vuoto. Da allora l’area è stata in gran parte parcheggio, con una lunga vicenda amministrativa su un posteggio interrato e proposte di giardino pubblico ancora in discussione.

Via Giulia è adatta ai bambini?

Via Giulia offre poco ai bambini piccoli: non ci sono aree gioco, verde o percorsi didattici, i marciapiedi sono stretti e il fondo in sampietrini rende faticoso il passeggino. Funziona come tratto di collegamento dentro una giornata che comprenda campo de’ Fiori, il lungotevere e Trastevere. I teschi sul portale della chiesa della Morte in genere colpiscono i ragazzini più grandi, e sono un buon appiglio per raccontare che cosa faceva quella confraternita.

Via Giulia è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

La strada è pianeggiante su tutta la lunghezza, il che aiuta, ma il fondo è in sampietrini e i marciapiedi sono discontinui, spesso larghi meno di un metro e interrotti da paletti, gradini e portoni. In molti tratti conviene procedere sulla carreggiata facendo attenzione alle auto dei residenti. Gli edifici visitabili hanno soglie e scale d’epoca: la condizione di accesso va chiesta caso per caso.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Le date, le attribuzioni e le condizioni di accesso riportate qui sono state confrontate alla data di pubblicazione con le fonti istituzionali disponibili, e dove le fonti divergono lo abbiamo scritto. Gli orari cambiano di continuo: ricontrollateli prima di partire e segnalateci quello che trovate diverso.

Costruire una giornata su una strada come questa significa incastrare chiese che aprono a discrezione, palazzi che si visitano solo su prenotazione, istituti stranieri con calendari propri e un museo statale con orari spezzati, tenendo conto che fra un capo e l’altro ci sono quindici minuti a piedi. Chi organizza per sé o per un gruppo trova strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, che raccoglie materiali pensati per chi accompagna e per chi si muove in autonomia.

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