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Santa Maria in Monserrato

Santa Maria in Monserrato è la chiesa nazionale spagnola a Roma e si trova in via di Monserrato 115, nel rione Regola, a metà strada fra Campo de’ Fiori e il lungotevere, con un secondo accesso dal civico 151 di via Giulia. Dentro ci sono due cose che non si trovano da nessun’altra parte: le tombe dei due papi Borgia, Callisto III e Alessandro VI, portate qui dalla basilica di San Pietro in Vaticano e oggi raccolte in un monumento ottocentesco, e una scultura di Gian Lorenzo Bernini giovane, il busto del prelato spagnolo Pedro de Foix Montoya, eseguito quando lo scultore aveva poco più di vent’anni. Il punto delicato è un altro, e conviene dirlo subito: questa è una delle chiese romane che si trovano chiuse con più facilità. Non ha biglietteria, non ha un orario da museo e non compare nei circuiti a pagamento. Chi ci passa davanti a caso, in una giornata qualunque, ha buone probabilità di trovare il portone accostato e di andarsene senza aver visto niente. Le righe che seguono servono a capire che cosa c’è dentro, come funziona l’accesso e come organizzarsi per non fare il viaggio a vuoto.

Santa Maria in Monserrato degli Spagnoli - First chapel at left
Foto: Daderot, Public domain, via Wikimedia Commons

Dove si trova Santa Maria in Monserrato e come arrivarci

L’indirizzo è via di Monserrato 115, rione Regola, nel quadrante del centro storico compreso fra corso Vittorio Emanuele II, il Tevere e via Arenula. La chiesa occupa un isolato che si apre su due strade parallele: la facciata guarda via di Monserrato, mentre il complesso del collegio spagnolo che le sta accanto ha un ingresso su via Giulia, al 151. È una collocazione che spiazza chi arriva per la prima volta, perché la facciata non si vede da lontano: via di Monserrato è stretta, i palazzi sono alti e il prospetto si legge solo quando ci si trova quasi davanti.

A piedi dal centro

Da Campo de’ Fiori si arriva in cinque minuti scarsi: si imbocca via dei Cappellari oppure si passa davanti a palazzo Farnese e si prende via dei Baullari verso il fiume, poi si gira in via di Monserrato. Da piazza Navona il percorso è di dieci minuti: si attraversa corso Vittorio Emanuele II all’altezza di palazzo della Cancelleria e si scende verso Campo de’ Fiori. Da ponte Sisto, e quindi da Trastevere, bastano sette o otto minuti risalendo via Giulia. Da Castel Sant’Angelo il tragitto è di poco più di un quarto d’ora: si passa ponte Sant’Angelo, si prende via Giulia all’altezza della basilica di San Giovanni dei Fiorentini e la si percorre tutta.

Con i mezzi pubblici

Non esiste una fermata della metropolitana vicina, e questo è il dato che conta davvero per chi arriva da fuori Roma. Le linee A e B non toccano questo settore del centro storico: la soluzione è l’autobus di superficie. Le fermate utili sono quelle lungo corso Vittorio Emanuele II, servite dalle linee che collegano Termini al Vaticano (fra cui la 40 e la 64), dalle quali si scende all’altezza di Campo de’ Fiori o della Cancelleria e si completa il percorso a piedi in tre o quattro minuti. Chi arriva da Trastevere può usare il tram 8, che percorre via Arenula, scendere a largo Argentina o a ponte Garibaldi e camminare per una decina di minuti verso ovest.

Orientarsi fra via Giulia e via di Monserrato

Le due strade corrono parallele e a pochi metri di distanza, collegate da vicoli brevissimi come via della Barchetta e vicolo del Polverone. Chi cerca la chiesa camminando su via Giulia non la vede: deve tagliare su uno dei vicoli e sbucare su via di Monserrato. È un errore che capita di continuo ai visitatori indipendenti, che restano convinti di trovarla sulla strada più famosa delle due. Via Giulia ospita altre cose che vale la pena vedere nello stesso giro, dall’Oratorio del Gonfalone alla chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte, fino alla piccola chiesa di Sant’Eligio degli Orefici, attribuita a Raffaello.

Orari, ingresso e la cosa da sapere prima di andarci

L’ingresso a Santa Maria in Monserrato è libero e non esiste alcun biglietto: nessun ente vende l’accesso a questa chiesa, e qualunque offerta di ingresso a pagamento va guardata con sospetto. Quello che non è libero è il tempo: la chiesa apre in fasce orarie ristrette, legate alla vita liturgica della comunità spagnola e al funzionamento dell’istituzione che la gestisce, e non garantisce la presenza continuativa di personale.

Perché la si trova chiusa così spesso

Questa non è una chiesa turistica e non si comporta come tale. Non ha un servizio di accoglienza fisso, non ha un desk informativo, non è inserita nei percorsi delle grandi biglietterie. Apre per le messe e per alcune ore nella parte centrale della giornata, e in agosto riduce l’attività quasi a zero. Chi arriva alle quindici di un martedì di luglio può benissimo trovare tutto serrato senza che nessuna informazione appesa al portone spieghi il perché. Diciamolo chiaramente, perché è il dato operativo più utile di tutta la pagina: se ci si va a caso, la probabilità di restare fuori è alta. Va messa in conto.

Gli orari: come li abbiamo trattati

Alcune fonti specializzate sulle chiese di Roma riportano, per gli anni fra il 2018 e il 2019, un’apertura nei giorni feriali dalle 8.30 alle 13 e dalle 15 alle 17, e nei giorni festivi dalle 10 alle 12.30 e dalle 17.30 alle 19.30, con messa feriale alle 8 e messa domenicale alle 12.30, e chiusura nel mese di agosto salvo la messa della domenica. Questi orari non sono confermati da una fonte ufficiale aggiornata e hanno diversi anni: li riportiamo come ordine di grandezza, non come dato valido oggi. Prima di andare vanno verificati contattando l’ente che gestisce la chiesa. Inventare un orario, qui, significherebbe far perdere una mattina a chi legge.

A chi chiedere davvero

La chiesa dipende dalla Obra Pia degli Stabilimenti Spagnoli in Italia, l’ente storico che amministra i beni spagnoli a Roma e che risponde anche per il collegio adiacente. Il portale turistico ufficiale del Comune di Roma indica per informazioni su messe e visite i recapiti telefonici 06 6889651 e 06 6792231 e il sito obrapia.org. Per i gruppi serve preavviso: non è una chiesa che si può affrontare presentandosi in venti senza aver avvisato nessuno, e questo vale a maggior ragione se si vuole vedere anche la parte del complesso che non è chiesa.

Che cosa vuol dire chiesa nazionale spagnola

Santa Maria in Monserrato è la chiesa nazionale del Regno di Spagna a Roma, cioè il luogo di culto che una comunità straniera stabilita in città ha costruito e mantenuto per sé, con il proprio clero, la propria lingua e le proprie istituzioni assistenziali. Roma è piena di chiese di questo tipo, ed è un fenomeno che si capisce solo guardando la città come capitale della cristianità occidentale: ogni nazione cattolica, fra Quattrocento e Seicento, ha voluto una testa di ponte fisica vicino al papa.

Una rete di chiese straniere nel centro storico

Nel raggio di un chilometro da via di Monserrato si contano le chiese nazionali di mezza Europa. La Francia ha San Luigi dei Francesi, che ospita i tre teleri della cappella Contarelli di Caravaggio. Il Portogallo ha Sant’Antonio dei Portoghesi, a due passi dal lungotevere. I fiorentini, che a Roma funzionavano come una nazione a sé, hanno la basilica di San Giovanni dei Fiorentini all’imbocco di via Giulia. Sono edifici che condividono una logica: la chiesa, un ospizio per i pellegrini connazionali, spesso un collegio, quasi sempre una confraternita che amministra il patrimonio.

Che cosa significa oggi

La funzione non è finita nell’Ottocento. Santa Maria in Monserrato è tuttora la chiesa di riferimento per la comunità di lingua spagnola a Roma: la liturgia si celebra in spagnolo, le feste nazionali e religiose spagnole si celebrano qui, e il complesso ospita il collegio sacerdotale spagnolo, dove risiedono preti iberici in formazione o in servizio presso le istituzioni vaticane. Per chi visita, questo ha una conseguenza pratica: il calendario della chiesa segue la vita di una comunità reale, non quella di un museo, e le variazioni di orario dipendono da cose come una celebrazione, un funerale, una visita istituzionale. La festa della Madonna di Montserrat cade il 27 aprile e viene celebrata solennemente.

Dalle ospedalità catalane alla chiesa del 1518

La prima pietra della chiesa attuale fu posata il 13 giugno 1518, ma la storia dell’istituzione comincia oltre centocinquant’anni prima, con due iniziative assistenziali di donne catalane e maiorchine stabilite a Roma. Qui le fonti vanno maneggiate con cura, perché le date e i nomi cambiano di poco da una ricostruzione all’altra e la materia si presta alle semplificazioni.

Il Trecento: ospizi per i pellegrini della Corona d’Aragona

Nel 1354 una catalana di Barcellona, il cui nome compare nelle fonti come Jacoba Ferrándiz o Jacoba Ferrandes, acquistò una proprietà in questa zona per fondare un ospizio destinato ai connazionali, intitolato secondo alcune ricostruzioni a san Nicola e secondo altre a san Giacomo. Pochi anni dopo, nel 1363, Margarida Pau di Maiorca (che alcune fonti italiane chiamano Margherita Paluzzi) fondò un secondo ospizio, intitolato a santa Margherita. Le due istituzioni servivano la stessa popolazione, i sudditi della Corona d’Aragona, e finirono per convergere. La variazione dei nomi nelle fonti non è un dettaglio pedante: è il segno che si tratta di documentazione trecentesca ricostruita a posteriori, e che la precisione assoluta su questi passaggi non è disponibile.

Il 1495 e la confraternita aragonese

Nel 1495 papa Alessandro VI, valenzano e quindi suddito della Corona d’Aragona prima di essere papa, istituì una confraternita della corona aragonese sotto il patrocinio di Santa Maria di Monserrato, il santuario mariano catalano per eccellenza, sulla montagna dentellata a nordovest di Barcellona. Il passaggio è decisivo: da quel momento esiste un soggetto giuridico unico, con un patrimonio, capace di progettare una chiesa grande. Il 1506 compare in diverse fonti come anno di riferimento per la costruzione di un ospizio per i pellegrini spagnoli legato alla confraternita, ed è la data che alcune schede istituzionali indicano come fondazione.

Il cantiere: Sangallo, Valperga, Francesco da Volterra

Il progetto della chiesa fu affidato ad Antonio da Sangallo il Giovane, l’architetto che in quegli stessi anni lavorava alla fabbrica di San Pietro e a palazzo Farnese, poco più avanti nella stessa zona. Alla sua morte, nel 1546, il cantiere passò ad altri: le fonti citano Bernardino Valperga e Francesco Capriani da Volterra. Il lavoro procedette con la lentezza tipica delle fabbriche finanziate da una confraternita: l’altare maggiore fu consacrato nel 1594, la volta della navata fu portata a termine nel 1598, e poi il cantiere si fermò per decenni. L’abside e un nuovo altare maggiore arrivarono solo nel 1675, per mano di Giovan Battista Contini.

Ottocento: la chiusura francese e il restauro

L’occupazione francese di fine Settecento disperse parte del patrimonio e interruppe la vita dell’istituzione. Dopo il 1815 le autorità spagnole decisero di concentrare qui tutte le risorse, abbandonando l’altra sede romana. Ne seguì un restauro generale fra il 1818 e il 1821, con riconsacrazione dell’altare maggiore nel 1822, sotto la direzione dell’architetto Pietro Camporese il Giovane. È il momento in cui la chiesa assume la fisionomia che ha oggi, e in cui arriva da fuori buona parte di quello che si vede dentro.

La fusione con San Giacomo degli Spagnoli

La comunità spagnola a Roma aveva per secoli due chiese distinte, e capire come sono diventate una sola spiega metà del contenuto artistico di Santa Maria in Monserrato. La seconda era San Giacomo degli Spagnoli, affacciata su piazza Navona, legata alla componente castigliana, mentre Monserrato era la chiesa dei catalani e degli aragonesi.

Il 1803, il 1807 e quello che seguì

Le due istituzioni si fusero nel 1803, e papa Pio VII approvò l’unione canonica nel 1807. Nel 1817 fu deciso di chiudere la chiesa di San Giacomo, e nel 1878 l’edificio fu venduto: oggi quella chiesa su piazza Navona esiste ancora, molto trasformata, come Nostra Signora del Sacro Cuore. Fra il 1818 e il 1882 arrivarono a Monserrato, in tempi diversi, arredi, altari, sepolcri e sculture che appartenevano alla vecchia sede. Chi visita oggi Santa Maria in Monserrato vede quindi una stratificazione doppia: quello che è nato qui e quello che è stato traslocato da piazza Navona nel giro di alcuni decenni.

La facciata, il portale e la montagna segata

La facciata di Santa Maria in Monserrato è a due ordini, e i due ordini distano fra loro quasi tre secoli e mezzo. Il primo, cinquecentesco, è opera di Francesco da Volterra, che ne costruì la metà destra fra il 1582 e il 1584 e la metà sinistra nel 1593: una cadenza che dice molto su come si finanziavano questi cantieri, un pezzo alla volta, a seconda di quello che entrava in cassa.

Il portale del Settecento

Il portale principale fu disegnato da Tommaso de Marchis nel 1726, e il gruppo scultoreo che lo sormonta è di Carlo Monaldi, collocabile fra il 1731 e, secondo altre ricostruzioni, gli anni fra il 1673 e il 1675 per la parte più antica dell’apparato. Su questa datazione le fonti divergono, e lo segnaliamo invece di scegliere arbitrariamente. Quello che non cambia è il soggetto, ed è la cosa più bella della facciata: il Bambino con una sega in mano, fra rocce dentellate. È un gioco di parole scolpito, e lo spieghiamo nel capitolo dedicato.

Com’è fatto l’interno

L’interno di Santa Maria in Monserrato ha una navata unica di circa tre campate e mezzo, tre cappelle per lato aperte su archi ampi, un presbiterio e un’abside con catino. Paraste composite di ordine gigante, in rilievo molto basso, reggono una trabeazione che corre per tutto il perimetro. È uno spazio più alto che largo, scandito con regolarità, senza le sorprese spaziali che il Seicento romano ha lasciato poco lontano da qui.

Le altre cappelle

La cappella dell’Annunciazione conserva un ciclo di Francesco Nappi del 1624, con la pala dell’Annunciazione e, sulle pareti laterali, la Natività e l’Assunzione della Vergine. La cappella della Madonna di Montserrat ha una decorazione a stucchi dorati riferita a Carlo Francesco Bizzaccheri e affreschi di Giovanni Battista Ricci da Novara con episodi legati a san Raimondo di Peñafort e alla montagna santa catalana. La statua lignea della Madonna che si vede qui non è l’originale catalano ma una copia realizzata da Manuel Martí Cabrer nel 1950, dono del monastero di Montserrat. La cappella di san Giacomo Maggiore custodisce la statua dell’apostolo di Jacopo Sansovino, arrivata da San Giacomo degli Spagnoli e collocata qui nel 1882.

Altare maggiore e abside

Sull’altare maggiore si trova una Crocifissione di Girolamo Siciolante da Sermoneta, databile al 1564 o 1565. L’abside, come detto, fu rifatta nel 1675 da Giovan Battista Contini, che risolse un problema pratico segnalato dalla confraternita: il presbiterio precedente era considerato insufficiente per le funzioni solenni di una chiesa nazionale. Nel presbiterio si trova anche il cenotafio di Alfonso XIII.

Le tombe dei papi Borgia: Callisto III e Alessandro VI

Nella prima cappella a destra di Santa Maria in Monserrato si trovano i resti di due papi, Callisto III (pontefice dal 1455 al 1458) e Alessandro VI (dal 1492 al 1503), zio e nipote, entrambi della famiglia Borja di Xàtiva, nel Regno di Valenza. Sono gli unici due papi sepolti in una chiesa nazionale straniera di Roma, e ci sono arrivati per una strada lunga, che ricostruiamo con precisione perché è proprio qui che le versioni divergono.

Chi erano

Alfons de Borja, eletto papa nel 1455 col nome di Callisto III, fu il primo pontefice di origine valenzana. Suo nipote Roderic de Borja divenne Alessandro VI nel 1492 ed è, per ragioni che hanno più a che fare con la propaganda dei suoi avversari che con l’analisi storica, uno dei papi più discussi della storia della Chiesa. Non ci occupiamo qui del giudizio morale su di lui, che è terreno di storici e non di guide: ci interessa il fatto materiale, cioè che due papi sepolti in San Pietro abbiano finito per stare in una chiesa di via di Monserrato.

La partenza da San Pietro

Alessandro VI morì nell’agosto del 1503 e fu sepolto in San Pietro in condizioni difficili, senza esequie solenni, per via dei disordini che seguirono la sua morte. La basilica in quegli anni era un cantiere: la vecchia basilica costantiniana veniva demolita per fare posto a quella attuale, e centinaia di sepolture medievali e rinascimentali dovettero essere spostate. In quel contesto i resti dei due papi Borgia furono rimossi, trasferiti negli ambienti vaticani e infine ceduti alla chiesa nazionale spagnola.

La data della traslazione: 1610, e perché si legge anche altro

La data che le fonti indicano con maggiore frequenza per la sistemazione dei resti a Santa Maria in Monserrato è il 1610, e la traslazione avvenne grazie al permesso concesso da papa Paolo V, il cui pontificato va dal 1605 al 1621. Si trova però scritto in giro, anche su materiale divulgativo, che le tombe sarebbero state portate qui nell’Ottocento. L’equivoco nasce dal fatto che per quasi tre secoli i resti restarono nella chiesa senza un monumento: erano conservati in una cassa, senza una sistemazione monumentale visibile, e solo nel 1889 ricevettero il sepolcro che si vede oggi. Chi racconta la vicenda a partire dal monumento la data all’Ottocento, chi la racconta a partire dalle ossa la data al Seicento. Entrambe le informazioni sono vere e riguardano due momenti diversi: il trasferimento fisico dei resti è del 1610, la loro esposizione monumentale è del 1889.

Il monumento di Felipe Moratilla, 1889

Il sepolcro attuale è opera dello scultore spagnolo Felipe Moratilla e fu completato nel 1889. È un monumento neobarocco, con i ritratti dei due pontefici e le iscrizioni che li identificano, collocato sulla parete destra. Non ha la magniloquenza dei grandi sepolcri papali vaticani, e proprio per questo colpisce: due papi del Rinascimento raccolti in una lapide ottocentesca di dimensioni contenute, dentro una chiesa che quasi nessuno apre.

Il busto di Pedro de Foix Montoya e il giovane Bernini

Il ritratto marmoreo di monsignor Pedro de Foix Montoya, eseguito da Gian Lorenzo Bernini nel 1621 e 1622, è legato a Santa Maria in Monserrato e conta fra le prove giovanili dello scultore: Bernini era nato nel 1598, quindi lavorava a questo marmo a poco più di vent’anni, negli stessi mesi in cui metteva mano ai grandi gruppi per il cardinale Scipione Borghese. L’attribuzione a Bernini è accolta dalla letteratura specialistica e non è una di quelle attribuzioni aperte che si trovano in tante chiese romane: qui la critica è concorde.

Chi era Montoya

Pedro de Foix Montoya nacque a Siviglia nel 1559, arrivò a Roma entro il 1595 e vi morì nel 1630. Era un giurista pontificio, membro dell’Accademia di Salamanca, referendario delle due Segnature, cioè dei tribunali amministrativi della curia, e apparteneva all’arciconfraternita della Resurrezione di Cristo che aveva sede a San Giacomo degli Spagnoli. Era, in sostanza, un alto funzionario spagnolo della macchina papale, con i mezzi per commissionare un sepolcro allo scultore più promettente della città.

L’aneddoto riportato da Baldinucci

Filippo Baldinucci, biografo di Bernini, racconta che alcuni cardinali andarono a vedere il ritratto appena finito e rimasero colpiti dalla somiglianza. Uno di loro esclamò che quello era Montoya impietrito. Proprio in quel momento entrò Montoya in persona, e il cardinale Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII, toccò prima l’uomo e poi il marmo attribuendo all’uno e all’altro le rispettive identità. L’episodio va preso per quello che è, cioè un aneddoto di bottega tramandato da un biografo amico di famiglia, ma è anche la testimonianza più antica che abbiamo del modo in cui il ritratto fu percepito dai contemporanei. Lo stesso Maffeo Barberini, secondo le fonti, avrebbe suggerito il nome di Bernini per la commissione.

Il monumento, e il suo trasloco

Il busto fa parte di un monumento funebre più ampio: l’impaginazione architettonica è riferita a Orazio Torriani e l’esecuzione lapidea a Santi Ghetti. Il sepolcro si trovava in origine a San Giacomo degli Spagnoli, la chiesa castigliana di piazza Navona, e fu portato a Santa Maria in Monserrato nel 1820, nel grande trasferimento che seguì la fusione delle due istituzioni. È lo stesso viaggio fatto dalla statua di Sansovino e da altri arredi.

Dove si trova oggi il busto, e perché non è detto che lo si veda

Questo è il punto da chiarire prima di partire, perché produce delusioni. Il ritratto di Montoya non è esposto nella navata della chiesa. Le fonti indicano collocazioni diverse e tutte interne al complesso, non alla chiesa aperta al pubblico: c’è chi lo colloca nel vestibolo del chiostro, chi nel portico del collegio spagnolo, chi nel refettorio del collegio. La differenza fra queste descrizioni dipende in parte dall’epoca della fonte, perché l’opera è stata spostata nel tempo dentro lo stesso complesso. La conseguenza pratica è una sola: chi entra in chiesa nell’orario di apertura ordinaria non ha alcuna garanzia di vedere il busto, e per accedere alle parti del collegio serve un accordo preso in anticipo con l’istituzione. Va chiesto prima, non sul posto.

Anima beata e Anima dannata

C’è un secondo capitolo berniniano legato a Montoya, e non si trova in questa chiesa. Le due celebri teste marmoree note come Anima beata e Anima dannata, che rappresentano l’anima salvata e l’anima perduta secondo la dottrina dei Novissimi, compaiono nel 1619 in un inventario dei beni di Montoya come due mezzi busti di pietra. Questo ha spinto una parte della critica a ritenere che Montoya ne fosse il primo proprietario più che il committente diretto. Dal 1943 i due marmi si trovano a palazzo di Spagna, sede dell’ambasciata spagnola presso la Santa Sede, a piazza di Spagna, e non sono liberamente visitabili. Chi vuole seguire il filo delle opere di Bernini in città può partire dal nostro itinerario berniniano, che tocca luoghi molto più accessibili di questo, a cominciare dalla Fontana dei Quattro Fiumi.

Le opere spagnole e quello che è arrivato da piazza Navona

Buona parte di quello che si vede dentro Santa Maria in Monserrato non è nato qui ma è stato portato dalla chiesa di San Giacomo degli Spagnoli fra il 1818 e il 1882. È una delle poche chiese romane dove il patrimonio si legge come un archivio nazionale: opere spagnole, artisti spagnoli, committenti spagnoli, insieme a maestri italiani che lavoravano per la colonia iberica.

Il San Giacomo di Sansovino

La statua dell’apostolo Giacomo Maggiore è opera di Jacopo Sansovino, scultore e architetto fiorentino attivo a Roma prima del Sacco del 1527 e poi a Venezia, dove diventò il protagonista dell’architettura di Stato. La statua stava a San Giacomo degli Spagnoli, da cui prendeva senso, ed è stata collocata qui nel 1882. È un marmo che merita la sosta più lunga di tutta la navata dopo il monumento Borgia: la resa del panneggio e la torsione del corpo appartengono alla scultura fiorentina di primo Cinquecento, ed è raro vederne un esempio di questa qualità in una chiesa minore.

Annibale Carracci e san Diego

La pala con san Diego di Alcalá nella prima cappella a destra è attribuita ad Annibale Carracci, il bolognese che a Roma ha lasciato la Galleria Farnese, a pochi passi da qui, e che ha cambiato la direzione della pittura italiana insieme a Caravaggio. San Diego era un francescano andaluso canonizzato nel 1588, figura centrale della devozione spagnola dell’epoca: la presenza della sua immagine qui non è un caso, risponde alla domanda religiosa della comunità che finanziava la chiesa.

Alfonso XIII, il re che fu sepolto qui per quarant’anni

Alfonso XIII di Spagna, re dal 1886 al 1931, morì in esilio a Roma nel 1941 e fu sepolto in Santa Maria in Monserrato. I suoi resti rimasero qui fino al 1980, quando furono rimpatriati e trasferiti al Pantheon dei Re nel monastero dell’Escorial. Nella chiesa resta il cenotafio, cioè il monumento senza corpo.

Come ci era finito

Alfonso XIII lasciò la Spagna nell’aprile del 1931, alla proclamazione della Seconda Repubblica, senza abdicare formalmente. Visse gli ultimi anni fra Parigi e Roma, e a Roma morì il 28 febbraio 1941. La chiesa nazionale spagnola era il luogo naturale per la sepoltura di un sovrano in esilio: territorio spagnolo in senso istituzionale, dentro una città che in quel momento era capitale di uno Stato alleato di chi in Spagna aveva appena vinto la guerra civile.

Una curiosità su Santa Maria in Monserrato

Sopra il portale principale di Santa Maria in Monserrato c’è un gioco di parole scolpito nel marmo: il Bambino Gesù impugna una sega in mezzo a rocce dentellate. Non è un capriccio dello scultore. Montserrat, in catalano, vuol dire montagna segata, dal profilo a denti di sega del massiccio che ospita il santuario mariano a nordovest di Barcellona. Il gruppo, riferito a Carlo Monaldi su portale disegnato da Tommaso de Marchis nel 1726, traduce il toponimo in immagine.

Perché quasi nessuno la nota

Il motivo è banale e riguarda la geometria della strada. Via di Monserrato è stretta e il gruppo scultoreo si trova in alto: per vederlo bisogna fermarsi e alzare la testa all’indietro, cosa che nessuno fa passando.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santa Maria in Monserrato

La cosa che quasi nessuna guida dice su Santa Maria in Monserrato è che la scultura di Bernini per cui molti ci vanno non si trova nella chiesa accessibile al pubblico, ma in un ambiente del collegio spagnolo adiacente, e che per vederla serve un permesso concordato prima. Le descrizioni delle fonti oscillano fra vestibolo del chiostro, portico del collegio e refettorio: la collocazione è cambiata nel tempo, ma il punto resta identico, cioè che il busto sta oltre la porta della chiesa.

Cosa comporta per chi organizza la visita

Significa che esistono due visite diverse e che vanno pianificate in modo diverso. La prima è la chiesa: gratuita, senza prenotazione, dipendente solo dagli orari di apertura, e comprende il monumento Borgia, la statua di Sansovino, le cappelle e il cenotafio di Alfonso XIII. La seconda riguarda gli ambienti del collegio e si ottiene solo con un contatto preventivo con la Obra Pia degli Stabilimenti Spagnoli. Chi arriva sperando di fare entrambe in una passeggiata improvvisata fa il viaggio a metà.

Il consiglio che ti do per visitare Santa Maria in Monserrato

Il consiglio operativo per Santa Maria in Monserrato è uno solo e si riassume in due mosse: telefonare prima, e andarci la domenica mattina in coincidenza con la messa della comunità spagnola, che diverse fonti collocano intorno alle 12.30 ma che va confermata. È il momento in cui la chiesa è certamente aperta, perché deve esserlo, e in cui si capisce che cosa sia davvero una chiesa nazionale: un luogo dove si prega in un’altra lingua a duecento metri da Campo de’ Fiori.

Il nostro giudizio, senza giri di parole

Questa chiesa non regge il confronto con le mete principali di Roma per chi ha due giorni e deve scegliere. Se è la prima volta in città, salti Monserrato e vada al Pantheon e a San Pietro. Se invece è la terza o la quarta volta, se ha già visto il grande circuito e cerca la Roma delle istituzioni straniere e delle storie laterali, allora vale il tentativo, con la consapevolezza che il tentativo può fallire per porta chiusa. Chi non accetta questo rischio non ci vada: è un luogo che premia chi organizza e punisce chi improvvisa.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Santa Maria in Monserrato è sede di un titolo cardinalizio istituito nel 2003, e questo la colloca, dal punto di vista del diritto ecclesiastico, nella cerchia ristretta delle chiese romane legate al collegio cardinalizio. È un dato che compare nelle schede tecniche e che nessuno racconta mai ai visitatori, perché richiede di spiegare un meccanismo di mille anni fa.

Che cos’è un titolo cardinalizio

Nei primi secoli i cardinali erano il clero di Roma, e ciascuno aveva una chiesa della città. Quando il collegio cardinalizio è diventato internazionale, il legame è rimasto in forma simbolica: ogni cardinale riceve una chiesa di Roma di cui diventa titolare, anche se vive e lavora dall’altra parte del mondo. Il titolo comporta un rapporto formale e in genere anche un rapporto concreto, fatto di visite, contributi e presenza nelle occasioni solenni.

La foto giusta da fare a Santa Maria in Monserrato

La foto che rende a Santa Maria in Monserrato è il dettaglio del portale con il Bambino e la sega, ripreso dal marciapiede opposto di via di Monserrato con un teleobiettivo o con lo zoom del telefono, verso metà mattina. La strada corre grosso modo da nordovest a sudest e resta in ombra per gran parte della giornata: la luce diretta sulla facciata arriva in una finestra breve, e nel resto delle ore si lavora con una luce riflessa morbida, che sul marmo funziona bene.

Dentro: luce scarsa e nessun flash

L’interno è buio, come quasi tutte le chiese romane a navata unica con finestre alte. Il flash è vietato e comunque appiattisce. Chi vuole il monumento Borgia deve appoggiare il telefono su una balaustra o su uno schienale, tenere l’esposizione lunga e scattare con l’autoscatto per non muovere. Durante le celebrazioni non si fotografa affatto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di Santa Maria in Monserrato si misura su sei date: 1354 e 1363 per gli ospizi catalani, 1495 per la confraternita aragonese, 13 giugno 1518 per la prima pietra, 1610 per l’arrivo dei resti dei papi Borgia, 1889 per il monumento che li accoglie. Intorno a queste ruota tutto il resto.

1518: la posa della prima pietra

Il 13 giugno 1518 è la data che apre il cantiere su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane. In quegli anni via Giulia era la grande operazione urbanistica di Giulio II, pensata come asse rettilineo per collegare il ponte con i tribunali pontifici: la chiesa nasce dentro un quartiere in trasformazione, non in una zona periferica.

1610: arrivano i due papi

Con il permesso di Paolo V, i resti di Callisto III e Alessandro VI lasciano la zona vaticana e arrivano in via di Monserrato. Nessuna cerimonia rilevante è documentata, e i resti restano a lungo privi di un monumento.

1889 e 1926: il monumento e la facciata

Nel 1889 Felipe Moratilla completa il sepolcro dei due papi. Nel 1926 Salvatore Rebecchini realizza finalmente il secondo ordine della facciata, progettato settant’anni prima da Giuseppe Sarti. Nel 1929 entra in funzione l’organo Migliorini.

1941 e 1980: il re e il suo ritorno

Alfonso XIII muore a Roma nel 1941 e viene sepolto qui. Nel 1980, con la Spagna tornata democratica e monarchica, i resti partono per l’Escorial. Resta il cenotafio nel presbiterio.

Chi è passato da Santa Maria in Monserrato

Da Santa Maria in Monserrato sono passati, in qualità di sepolti, committenti o artefici, due papi valenzani, un re di Spagna, uno dei maggiori scultori del Rinascimento e il più importante scultore del Barocco romano. Per una chiesa di questa scala è una concentrazione fuori misura, e si spiega solo con la funzione nazionale dell’edificio.

Gian Lorenzo Bernini

Bernini lavorò per Montoya intorno al 1621 e 1622, in uno dei momenti decisivi della sua carriera, quando la protezione di Maffeo Barberini stava per trasformarsi in commissione papale. Chi vuole misurare la distanza fra questo ritratto e le opere della maturità può confrontarlo con quello che lo stesso scultore ha lasciato a San Pietro e a piazza Navona.

Cosa vedere intorno, fra via Giulia e Campo de’ Fiori

Santa Maria in Monserrato si trova in uno dei settori più densi del centro storico: nel raggio di dieci minuti a piedi ci sono una quindicina di luoghi visitabili, quasi tutti con orari più generosi di quelli della chiesa spagnola. La sosta qui si incastra in una passeggiata su via Giulia fra San Giovanni dei Fiorentini e ponte Sisto.

Su via Giulia e nel rione Regola

Sulla stessa direttrice si incontrano l’Oratorio del Gonfalone con il suo ciclo manierista, Santa Maria dell’Orazione e Morte con i teschi scolpiti sul portale, la minuscola Sant’Eligio degli Orefici, la basilica di San Giovanni dei Fiorentini, la chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini e San Paolo alla Regola. Poco più in là, sotto il Campidoglio, la chiesa di San Giovanni Decollato racconta una Roma di confraternite non meno particolare di questa.

Verso Campo de’ Fiori e corso Vittorio

A est si arriva in pochi minuti a Campo de’ Fiori, alla Galleria Spada con la prospettiva di Borromini, al palazzo della Cancelleria, al Museo Barracco, alla basilica di Sant’Andrea della Valle e alla Fontana della Terrina. Chi segue il filo di Borromini può usare il nostro itinerario borrominiano, che parte proprio da Sant’Ivo alla Sapienza.

Verso piazza Navona e il Pantheon

A nord si entra nel sistema di piazza Navona, con lo Stadio di Domiziano sotto il livello stradale, il Museo di Roma a palazzo Braschi, il Pantheon e Santa Maria sopra Minerva. Restando sul tema delle chiese nazionali straniere, a pochi minuti ci sono San Luigi dei Francesi, con la cappella Contarelli di Caravaggio, e Sant’Antonio dei Portoghesi.

Verso il fiume, il Ghetto e il Vaticano

A sud e a ovest si scende verso ponte Sisto, la Villa Farnesina e Santa Maria in Trastevere. Verso sudest si raggiungono largo Argentina, la Fontana delle Tartarughe, il Ghetto ebraico, il Portico d’Ottavia, il Teatro di Marcello e l’Isola Tiberina. Verso nordovest si passa ponte Sant’Angelo, si costeggia Castel Sant’Angelo e si entra nella Città del Vaticano.

Santa Maria in Monserrato degli Spagnoli - First chapel at left
Foto: Peter1936F, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Mangiare fra via Giulia e Campo de’ Fiori: come si sceglie

La zona intorno a Santa Maria in Monserrato è fra le più esposte di Roma al turismo di passaggio, e il livello medio dei locali fra Campo de’ Fiori e il lungotevere lo dimostra. Non facciamo nomi, per scelta editoriale: un elenco di insegne invecchia in pochi mesi e non insegna niente. Diamo invece i criteri che usiamo noi sul campo.

I cinque segnali che indicano una trappola

Il primo: la signora che tira la pasta fresca in vetrina o direttamente in strada. È un richiamo studiato per chi passa, non il segno di una cucina. Il secondo: il menu con le fotografie dei piatti, che serve a chi non parla italiano e non ha intenzione di capire cosa ordina. Il terzo: la persona che dalla soglia invita a sedersi, a volte con il listino in mano. Un locale che lavora con la clientela del quartiere non ha bisogno di fermare nessuno per strada. Il quarto: la cucina aperta dalla mattina alla notte senza pausa, che in una cucina vera non esiste. Il quinto: la posizione davanti a un monumento famoso, dove il prezzo tende a seguire il turista che si ha davanti, con voci non prezzate sul menu o un listino diverso al tavolo esterno rispetto a quello interno.

I locali a catena del centro

Nel centro storico si è moltiplicata negli ultimi anni una tipologia di locale con la stessa insegna ripetuta in più punti della città, menu identico e coda gestita col numerino. Non li nominiamo e non li consigliamo. L’osservazione utile è un’altra: i romani non ci vanno, e in una città dove si mangia bene a prezzi normali fuori dalle rotte battute, quella coda è fatta quasi solo di visitatori.

Il criterio più semplice che esista

Prima di sedersi, si guarda dentro: chi è seduto ai tavoli e in che lingua ordina. Se alle due di un martedì il locale è pieno di gente che ordina in italiano e discute col cameriere, è un buon segno. Se ai tavoli ci sono solo stranieri con lo zaino e i menu aperti sulle fotografie, si cammina ancora cinque minuti. Cinque minuti, in questa zona, cambiano completamente il quadro: basta salire verso via dei Cappellari o allontanarsi dalle piazze principali.

La lista di Daniele Dezi

Per chi vuole un punto di partenza già filtrato, esiste la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata e non sponsorizzata, costruita nel tempo sul campo. Non è pubblicità: è una selezione ragionata.

Accessibilità e periodo migliore

La chiesa si trova su strada, con un gradino di soglia contenuto tipico degli edifici cinquecenteschi romani, e l’interno a navata unica è pianeggiante e privo di barriere interne rilevanti. Le condizioni esatte di accesso per chi usa una sedia a rotelle vanno però confermate con l’ente gestore, perché non risulta pubblicata una scheda di accessibilità ufficiale e via di Monserrato ha marciapiedi stretti o assenti. Con i bambini funzionano due cose: il Bambino con la sega sul portale, che si tratta come un indovinello, e la storia dei due papi portati via da San Pietro dentro una cassa.

Quando andarci

Il periodo peggiore è agosto, quando l’attività si riduce al minimo: i mesi buoni vanno da ottobre a giugno. La festa della Madonna di Montserrat cade il 27 aprile: la chiesa è certamente aperta e in funzione, con celebrazione solenne, ma è anche piena, e non è la giornata giusta per guardare con calma le opere.

Domande frequenti su Santa Maria in Monserrato

Quanto costa entrare a Santa Maria in Monserrato?

L’ingresso a Santa Maria in Monserrato è libero e gratuito: non esiste biglietteria e nessun circuito vende l’accesso a questa chiesa. Restano graditi i contributi lasciati nelle cassette per il mantenimento dell’edificio. Le visite agli ambienti del collegio spagnolo adiacente, dove si trova il busto di Bernini, seguono regole diverse e vanno concordate in anticipo con l’ente che amministra il complesso.

Quali sono gli orari di Santa Maria in Monserrato?

Santa Maria in Monserrato apre in fasce orarie ristrette e non pubblica un orario stabile come un museo. Fonti specializzate riferite agli anni fra il 2018 e il 2019 indicano nei giorni feriali le fasce 8.30 e 13 e poi 15 e 17, nei festivi 10 e 12.30 e poi 17.30 e 19.30, con chiusura ad agosto salvo la messa domenicale. Sono dati non confermati da una fonte ufficiale: vanno verificati con la Obra Pia degli Stabilimenti Spagnoli prima di partire.

Dove si trova Santa Maria in Monserrato e come ci si arriva?

Santa Maria in Monserrato si trova in via di Monserrato 115, nel rione Regola, con un secondo accesso dal civico 151 di via Giulia. Non c’è una fermata della metropolitana vicina: si usano gli autobus che percorrono corso Vittorio Emanuele II, fra cui le linee 40 e 64 da Termini, scendendo all’altezza di Campo de’ Fiori, oppure il tram 8 su via Arenula con dieci minuti a piedi.

Perché a Santa Maria in Monserrato ci sono i papi Borgia?

A Santa Maria in Monserrato riposano Callisto III e Alessandro VI perché la chiesa è la chiesa nazionale spagnola e i due papi erano valenzani, della famiglia Borja. I resti furono tolti dall’area vaticana durante i lavori della nuova basilica di San Pietro e sistemati qui nel 1610, con il permesso di papa Paolo V. Il monumento che li accoglie, opera di Felipe Moratilla, fu completato solo nel 1889.

Quando furono spostate le tombe dei papi Borgia?

Le tombe dei papi Borgia arrivarono a Santa Maria in Monserrato nel 1610, non nell’Ottocento come si legge spesso. L’equivoco nasce dal fatto che per quasi tre secoli i resti restarono nella chiesa senza una sistemazione monumentale: il sepolcro visibile oggi risale al 1889. Chi racconta la vicenda partendo dal monumento la colloca nell’Ottocento, chi parte dalla traslazione dei resti la colloca nel Seicento.

Si può vedere il busto di Bernini a Santa Maria in Monserrato?

Il busto di Pedro de Foix Montoya scolpito da Bernini nel 1621 e 1622 non si trova nella navata della chiesa ma in un ambiente del collegio spagnolo attiguo, indicato dalle fonti ora come vestibolo del chiostro, ora come portico del collegio, ora come refettorio. Per vederlo serve un accordo preso in anticipo con la Obra Pia degli Stabilimenti Spagnoli: chi entra solo in chiesa nell’orario ordinario può non vederlo affatto.

Quanto tempo serve per visitare Santa Maria in Monserrato?

Per visitare Santa Maria in Monserrato bastano venti o trenta minuti a chiesa aperta: navata unica, tre cappelle per lato, il monumento ai due papi Borgia sulla destra, la statua di san Giacomo di Sansovino e il cenotafio di Alfonso XIII nel presbiterio. Chi legge le iscrizioni e ricostruisce la provenienza delle opere arriva a quaranta minuti. Conviene inserirla in un giro più ampio del rione Regola.

Santa Maria in Monserrato è ancora una chiesa attiva?

Santa Maria in Monserrato è tuttora la chiesa di riferimento della comunità di lingua spagnola a Roma, con liturgia in spagnolo e un collegio sacerdotale nello stesso complesso. La festa della Madonna di Montserrat si celebra solennemente il 27 aprile. Questo spiega gli orari irregolari: il calendario segue la vita di una comunità reale e le celebrazioni, comprese quelle istituzionali con la rappresentanza diplomatica spagnola, sospendono le visite.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui sono verificati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali indicate nel testo: prima di partire conviene ricontrollarli, perché cambiano spesso. Se trovi un dato non aggiornato, segnalacelo.

Chi costruisce un itinerario nel rione Regola e vuole incastrare Santa Maria in Monserrato con via Giulia, Campo de’ Fiori e le altre chiese nazionali straniere del centro, tenendo conto di orari stretti e di accessi da concordare, trova strumenti di pianificazione e supporto operativo su Tour Leader Pro.

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