Portico d’Ottavia
Il Portico d’Ottavia è il recinto monumentale che Augusto fece ricostruire nel Campo Marzio meridionale e che dedicò alla sorella Ottavia, sopra un portico più antico eretto da Quinto Cecilio Metello Macedonico dopo il trionfo sulla Macedonia del 146 avanti Cristo. Quello che si vede oggi lungo via del Portico d’Ottavia, all’imbocco di quello che dal 1555 al 1870 fu il recinto ebraico di Roma, è una piccola parte del complesso: il propileo d’ingresso con le colonne corinzie e il frontone, il grande arco in laterizio che ne sostituisce due, e dietro di esso l’area archeologica con i basamenti dei templi di Giunone Regina e di Giove Statore. Dentro questa rovina, nel corso di milleduecento anni, sono state infilate una chiesa, una pescheria, la porta di un quartiere chiuso e, la mattina del 16 ottobre 1943, il punto di raccolta di una deportazione. Poche pietre a Roma hanno assorbito tanta storia in così poco spazio, e quasi nessuno di quelli che passano a fotografare le colonne sa che cosa sta guardando.

Questa pagina spiega che cosa fu il complesso in età romana, come si è trasformato nel Medioevo e nell’età moderna, che cosa resta e come si visita oggi. I dati di accesso all’area archeologica sono gestiti dalla Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali e cambiano con una certa frequenza: qui non troverai orari o tariffe inventate, ma l’indicazione di dove verificarli prima di partire.
Dove si trova il Portico d’Ottavia e come arrivare
Il Portico d’Ottavia si trova in via del Portico d’Ottavia, nel rione Sant’Angelo, fra il Teatro di Marcello e il lungotevere de’ Cenci, a circa duecento metri dal fiume. È l’angolo di Roma compreso fra il Campidoglio alle spalle, il ponte Fabricio davanti e l’Isola Tiberina subito dopo: una zona pianeggiante, stretta, costruita sopra la piana alluvionale del Tevere, dove il livello antico sta parecchi metri sotto quello attuale.
A piedi dal centro
Da largo di Torre Argentina si arriva in otto minuti scarsi scendendo per via Florida, via dei Falegnami e via Sant’Angelo in Pescheria. Da piazza Venezia il percorso è ancora più breve, dieci minuti costeggiando via del Teatro di Marcello, e ha il vantaggio di far passare sotto le arcate del Teatro di Marcello, che del Portico d’Ottavia era il vicino di casa già in età augustea. Chi arriva da Trastevere attraversa ponte Fabricio, taglia l’Isola Tiberina e si trova sulla soglia del rione in meno di cinque minuti dal lungotevere opposto.
Dal Colosseo la distanza è di circa un chilometro e trecento metri, venti minuti di passo normale lungo via dei Fori Imperiali e poi via del Teatro di Marcello. Dal Pantheon si cammina un quarto d’ora scarso attraversando largo di Torre Argentina.
Con i mezzi pubblici
Il nodo di riferimento è largo di Torre Argentina, dove convergono la maggior parte delle linee di superficie che attraversano il centro storico da est a ovest, più il capolinea del tram 8 che collega Trastevere e il Casaletto. Il tram 8 prosegue fino a piazza Venezia, a dieci minuti a piedi dal portico. La stazione della metropolitana più vicina è Colosseo, sulla linea B, da cui servono venti minuti a piedi; in alternativa si scende a Circo Massimo, sempre linea B, e si risale lungo via del Teatro di Marcello.
La numerazione delle linee di superficie a Roma cambia più spesso di quanto si creda, con deviazioni legate ai cantieri del centro: conviene verificare il percorso aggiornato sul sito o sull’applicazione dell’azienda di trasporto il giorno stesso, invece di fidarsi di un elenco stampato l’anno prima. Per un quadro generale sui titoli di viaggio e sulle regole di validazione rimandiamo alla nostra pagina su come muoversi a Roma.
Che cos’è il Portico d’Ottavia: un recinto di templi, non un colonnato di passaggio
Il Portico d’Ottavia era una porticus, cioè un quadriportico: un rettangolo di colonnati doppi che racchiudeva uno spazio scoperto con dentro due templi, due biblioteche e una serie di edifici di servizio. La parola italiana inganna, perché fa pensare a un loggiato lungo una strada. Qui si trattava di un recinto chiuso, grande quanto un isolato intero, con un ingresso monumentale su un lato corto: un luogo di sosta, di esposizione di opere d’arte, di riunione e di culto, non un passaggio coperto.
Le dimensioni e la pianta
Le ricostruzioni degli archeologi assegnano al recinto augusteo un rettangolo di circa centodiciannove metri per centotrentadue, con il lato lungo parallelo al fiume. Le misure variano di qualche metro a seconda della ricostruzione seguita, perché buona parte del perimetro è sotto i palazzi moderni e si conosce solo da frammenti della Forma Urbis, la pianta marmorea severiana di Roma incisa all’inizio del terzo secolo, di cui restano lacerti proprio relativi a questo settore del Campo Marzio. Il colonnato era doppio, cioè a due file di colonne, e correva su tutti e quattro i lati.
I due templi dentro il recinto
Dentro il quadriportico stavano affiancati, con i fronti rivolti verso sud, il tempio di Giunone Regina e il tempio di Giove Statore. Il primo, più a ovest, risaliva alla dedica del 179 avanti Cristo da parte di Marco Emilio Lepido. Il secondo, a est, fu costruito dall’architetto greco Ermodoro di Salamina e viene ricordato dalle fonti antiche come il primo tempio interamente in marmo eretto a Roma. Dei due edifici restano oggi i basamenti in opera cementizia, leggibili nell’area archeologica dietro il propileo, con tratti del podio e qualche elemento architettonico ricomposto a terra.
Le biblioteche e la curia
Al complesso appartenevano due biblioteche, una greca e una latina, e una sala per riunioni che le fonti chiamano Curia Octaviae. Le biblioteche sono ricordate dagli autori antichi come parte della dotazione culturale del recinto, nel solco dell’operazione augustea che dotò Roma di spazi pubblici di lettura sul modello ellenistico. Della loro collocazione esatta dentro il perimetro si discute ancora: i resti murari conservati sotto gli edifici moderni non bastano a fissarla con certezza, e le proposte degli studiosi differiscono.
Dal portico di Metello a quello di Ottavia: come nasce il complesso
Il primo edificio su quest’area fu la Porticus Metelli, costruita nel 146 avanti Cristo da Quinto Cecilio Metello Macedonico con il bottino della guerra che aveva chiuso la resistenza macedone. Fu, per quanto se ne sa, il primo quadriportico monumentale di Roma, e nasceva come contenitore di due templi che già esistevano e come vetrina per le opere d’arte portate dalla Grecia. Un secolo e mezzo dopo, Augusto lo fece ricostruire da capo e lo intitolò alla sorella.
Chi era Ottavia
Ottavia Minore, sorella maggiore di Ottaviano Augusto, fu una figura politica oltre che familiare: sposata in prime nozze a Gaio Claudio Marcello e poi, nel 40 avanti Cristo, a Marco Antonio come sigillo dell’accordo di Brindisi fra i triumviri, si trovò al centro della rottura fra il fratello e il marito. Alla sua morte, collocata dalle fonti fra l’11 e il 9 avanti Cristo, ricevette onori pubblici. La dedica del portico a suo nome va letta dentro il programma augusteo di celebrazione della famiglia: allo stesso modo il teatro accanto portò il nome del figlio di lei, Marcello, morto giovanissimo nel 23 avanti Cristo.
Quando fu ricostruito
La ricostruzione augustea viene collocata dagli studiosi fra il 33 e il 23 avanti Cristo, in un intervallo che dipende da come si incrociano le notizie delle fonti letterarie. Le somme vennero dal bottino della campagna in Dalmazia: è la notizia che gli autori antichi ripetono, anche se la formula precisa varia. Il nome del committente rimase quello di Ottavia, ma il progetto e il denaro erano del fratello, secondo una pratica di intestazione femminile degli edifici pubblici che in età augustea non era rara.
Le opere d’arte che conteneva
Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, elenca fra le opere visibili nel complesso un gruppo bronzeo di Lisippo che raffigurava i compagni di Alessandro caduti al Granico, portato a Roma da Metello dalla Macedonia, insieme a sculture attribuite a Prassitele e ad altri maestri greci. La lista esatta è materia di discussione filologica, perché i passi pliniani sono sintetici e i nomi degli edifici del Campo Marzio si sovrappongono. Quello che si può dire con sicurezza è che il recinto funzionava come galleria pubblica di scultura greca: un modo, per l’aristocrazia repubblicana prima e per il principe poi, di mostrare ai romani il bottino delle conquiste orientali.
Gli incendi e il restauro di Settimio Severo e Caracalla
Il Portico d’Ottavia bruciò almeno due volte. Il primo incendio è quello dell’80 dopo Cristo, sotto Tito, che devastò un settore largo del Campo Marzio; seguì un intervento di restauro di età flavia. Il secondo, più grave per questo edificio, è l’incendio del 191 sotto Commodo. La ricostruzione che ne seguì è quella che ancora oggi si vede in piedi, ed è datata con precisione perché porta la firma sull’architrave.
L’iscrizione del 203
Sull’architrave del propileo corre un’iscrizione monumentale in cui Settimio Severo e Caracalla dichiarano di aver restaurato l’edificio danneggiato dall’incendio: la formula latina è incendio corruptam restituerunt. La titolatura imperiale incisa nel testo, con l’elenco dei titoli assunti dai due Augusti, consente di fissare l’intervento al 203 dopo Cristo. È uno dei casi in cui un monumento romano si data da sé, senza bisogno di deduzioni stilistiche: il testo è leggibile ancora adesso, dalla strada, alzando gli occhi sopra le colonne.
Che aspetto aveva il propileo
Il propileo severiano era un ingresso a due fronti, con quattro colonne corinzie in facciata su ciascun lato e due pilastri angolari, sormontato da un frontone triangolare. Si attraversava passando fra le colonne e si sbucava dentro il recinto. Oggi il fronte verso la strada conserva tre colonne in piedi sul lato sinistro e i resti del frontone, mentre sul lato destro le colonne mancanti sono sostituite dal grande arco in mattoni.
L’arco in laterizio e la sua data
Qui serve una precisazione che molte didascalie saltano. L’arco in laterizio che oggi chiude il fianco destro del propileo non fa parte del cantiere severiano: è un rifacimento successivo, costruito per tamponare il crollo di due colonne. La tradizione erudita lo collega al terremoto che colpì Roma nel 1349, lo stesso che fece cadere un tratto dell’anello esterno dell’anfiteatro Flavio, ma nessuna iscrizione lo conferma e gli studiosi discutono se l’intervento sia di poco anteriore o posteriore. Nel testo trovi spesso la formula “arco medievale”: è la definizione più prudente, e conviene tenersela.
Il mercato del pesce e la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria
Fra l’alto Medioevo e l’Ottocento il Portico d’Ottavia fu la pescheria di Roma: il mercato all’ingrosso e al minuto del pesce si teneva dentro e intorno alle rovine del recinto, sui banchi ricavati da lastre di marmo antico. È da questa funzione che deriva il nome della chiesa che vi si trova dentro, Sant’Angelo in Pescheria, e che derivava il nome medievale dell’intero quartiere.
Una chiesa dentro un portico romano
La chiesa fu fondata nell’ottavo secolo ricavandola direttamente negli ambienti del portico, addossata al propileo. La data corrente è il 755, sotto papa Stefano II, ma parte della letteratura la sposta di un quindicennio, al 770 e a Stefano III: le due versioni convivono nei repertori e non c’è modo di sceglierne una senza forzare le fonti. La dedica è all’arcangelo Michele, titolo che nell’alto Medioevo romano compare spesso in edifici di reimpiego.
La chiesa ha conservato per secoli l’impianto a tre navate su colonne di reimpiego. All’interno restano frammenti di affreschi di età medievale e quattrocentesca, con attribuzioni discusse: alcune guide riferiscono una Madonna a Benozzo Gozzoli, ma l’attribuzione non è condivisa da tutti gli studiosi e conviene riportarla come proposta. Gli orari di apertura sono irregolari e legati alle funzioni: capita spesso di trovarla chiusa nel pomeriggio, e non esiste un calendario pubblicato stabile.
La lapide con la misura dei pesci
Sul fianco esterno della chiesa, verso il propileo, è murata una lastra di marmo con un’iscrizione latina che stabiliva una regola del mercato: le teste dei pesci più lunghi della lastra stessa, fino alle prime pinne comprese, dovevano essere consegnate ai Conservatori, cioè ai magistrati capitolini che sedevano al Palazzo dei Conservatori. La testa del pesce grosso, che è la parte con cui si fa il brodo, era in pratica una tassa in natura sul pescato di pregio.
Che cosa restava del portico nel Medioevo
Il recinto antico non venne mai demolito del tutto: fu abitato. Le colonne finirono inglobate nei muri delle case, gli intercolumni vennero tamponati, i piani superiori delle botteghe si appoggiarono all’architrave romano. È lo stesso destino del Teatro di Marcello, trasformato in fortezza dai Pierleoni e poi in palazzo dei Savelli, e della chiesa di San Nicola in Carcere, costruita sopra tre templi repubblicani del Foro Olitorio, le cui colonne affiorano ancora dai fianchi dell’edificio. In questo tratto di città il riuso è la regola, e la conservazione è un effetto collaterale del riuso.
Il serraglio degli ebrei: 1555, la bolla di Paolo IV e le prediche coatte
Il 14 luglio 1555 papa Paolo IV promulgò la bolla Cum nimis absurdum, che istituiva a Roma un recinto chiuso obbligatorio per gli ebrei della città. L’area scelta fu proprio questa: la fascia di isolati fra il Portico d’Ottavia, il Tevere e piazza Giudia, già abitata da una parte della comunità. Il quartiere venne murato, dotato di pochi portoni che si chiudevano al tramonto e si riaprivano all’alba, e prese il nome ufficiale di serraglio degli ebrei. Durò, con interruzioni brevissime, fino al 1870.
Che cosa prevedeva la bolla
Il testo del 1555 imponeva la residenza obbligatoria nel recinto, il segno distintivo sugli abiti, il divieto di possedere immobili fuori dal quartiere, la limitazione dei mestieri consentiti a poche attività, fra cui il commercio di stracci e abiti usati, e il divieto di avere più di una sinagoga. Le conseguenze sanitarie e urbanistiche furono pesanti: l’area è la più bassa del centro storico, veniva allagata dalle piene del Tevere con regolarità, e la densità abitativa vi crebbe in modo abnorme per tre secoli, con case sopraelevate di piani su piani su una pianta invariata.
Le prediche coatte
Fra gli obblighi imposti alla comunità c’era quello di assistere a prediche cristiane di conversione. A Roma si tenevano in più sedi, e la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, cioè quella dentro il portico, fu una delle principali: un numero fissato di uomini e donne doveva presentarsi in giorni stabiliti, di norma il sabato, e ascoltare. Le cronache riportano il ricorso a controlli e a sanzioni per chi non si presentava o non prestava attenzione. L’obbligo fu abolito da Pio IX nel 1847, nella breve stagione di riforme che precedette il 1848.
Dal 1870 alla demolizione del quartiere
Con la breccia di Porta Pia e la fine del potere temporale, il recinto venne aperto e le restrizioni caddero. Pochi anni dopo, fra il 1888 e i primi del Novecento, il vecchio quartiere fu demolito quasi per intero nell’ambito del risanamento igienico dell’area e della costruzione dei muraglioni del Tevere. Al posto del dedalo di vicoli nacquero gli isolati regolari che si vedono adesso, e fra il 1901 e il 1904 venne costruita la Sinagoga di Roma, il Tempio Maggiore, con la sua cupola quadrangolare che è oggi il segnale visivo del rione dal fiume. La storia della comunità e del quartiere è raccontata per esteso nella nostra pagina sul Ghetto ebraico di Roma, che si concentra sull’area urbana nel suo insieme, mentre questa pagina resta sul monumento.
Il Museo Ebraico di Roma, ospitato nei sotterranei del Tempio Maggiore, conserva gli argenti, i tessuti e i documenti delle cinque scole del recinto: è il complemento necessario a una visita al portico, perché spiega con gli oggetti quello che qui si legge solo nelle pietre.
Il 16 ottobre 1943
La mattina di sabato 16 ottobre 1943 le forze di polizia tedesche circondarono l’area dell’ex recinto ebraico e rastrellarono le case a partire dalle cinque e mezza. Le persone fermate vennero radunate e portate al Collegio Militare di palazzo Salviati, in via della Lungara; due giorni dopo, il 18 ottobre, un convoglio partì dalla stazione Tiburtina per Auschwitz. Le cifre accertate dalla ricerca storica parlano di 1.259 persone fermate quel giorno, di cui 1.023 deportate dopo una selezione, e di sedici sopravvissute al ritorno. I repertori oscillano di una o due unità su ciascuno di questi numeri, a seconda dei criteri di conteggio, e non esiste un dato unico condiviso fino all’ultima cifra.
Che cosa era successo nelle settimane prima
Il 26 settembre 1943 il comando delle SS a Roma convocò i dirigenti della comunità ebraica e impose la consegna di cinquanta chili di oro entro trentasei ore, presentandola come garanzia contro le deportazioni. L’oro fu raccolto nel quartiere, casa per casa, con il contributo anche di cittadini non ebrei, e consegnato il 28 settembre. Venti giorni dopo la deportazione avvenne comunque. Questo è il punto che distingue i fatti dalla vulgata: l’estorsione non fu una trattativa fallita, fu una copertura.
I fatti e la vulgata
Intorno al 16 ottobre circolano da decenni racconti non verificati: il numero esatto delle persone sfuggite, il ruolo di singoli avvertimenti arrivati la sera prima, le responsabilità delle autorità italiane nella compilazione degli elenchi. Su alcuni di questi punti la ricerca ha raggiunto conclusioni solide, su altri il dibattito storiografico è aperto e si basa su documentazione parziale. Chi scrive di questo luogo ha il dovere di tenere separate le due cose: i numeri della deportazione sono documentati, le ricostruzioni di dettaglio sulle ore precedenti vanno attribuite alla fonte che le sostiene.
Il rastrellamento non riguardò solo il rione Sant’Angelo: colpì anche Trastevere, Testaccio, il Portico e altri quartieri della città dove risiedevano famiglie ebraiche. Ridurlo al perimetro del vecchio recinto è un’approssimazione diffusa e sbagliata.
Come si visita questo strato della storia
Sulle strade del rione sono infisse le pietre d’inciampo, targhe di ottone da dieci centimetri per lato poste davanti all’ultima abitazione nota di ciascuna persona deportata, con nome, data di nascita, data di arresto e destino. Se ne incontrano decine fra via del Portico d’Ottavia e le strade laterali. Si guardano stando in piedi, si leggono e si prosegue: non è previsto nulla di più, e non serve nulla di più.
Per approfondire consigliamo due tappe legate a questa vicenda, entrambe fuori dal rione: il Museo Storico della Liberazione in via Tasso, allestito negli ambienti del carcere delle SS, e il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, dove il 24 marzo 1944 furono uccise 335 persone, fra cui numerosi ebrei romani arrestati nelle settimane precedenti. Una mappa più ampia dei siti romani legati alla memoria del Novecento si trova nella nostra pagina sui luoghi della memoria a Roma, e documenti e archivi si consultano alla Casa della Memoria e della Storia a Trastevere.
Gli scavi novecenteschi e l’area archeologica di oggi
L’aspetto attuale del monumento nasce fra il 1926 e il 1932, quando le demolizioni per l’isolamento del Teatro di Marcello e l’apertura di via del Mare spazzarono via le case addossate al portico. L’operazione liberò le colonne e distrusse il tessuto urbano che le aveva conservate: è la contraddizione classica dell’archeologia urbana romana degli anni Venti e Trenta, ben visibile anche ai Mercati di Traiano e intorno al Mausoleo di Augusto.
Il livello antico sotto la strada
Entrando nell’area archeologica si scende di alcuni metri rispetto al piano stradale. È la misura dell’interro accumulato in venti secoli di alluvioni del Tevere e di ricostruzioni sopra le macerie: il pavimento romano su cui camminavano i frequentatori del recinto sta ben sotto il livello dei portoni delle case moderne. Lo stesso dislivello si osserva al Crypta Balbi, poco lontano, dove la stratigrafia dall’età romana al Novecento è musealizzata piano per piano ed è la lezione migliore che si possa fare su come funziona il sottosuolo di questa parte di città.
Accesso, orari e tariffe: dove verificare
L’area archeologica del Teatro di Marcello e del Portico d’Ottavia è gestita dalla Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Gli orari di apertura sono stagionali e sono stati modificati più volte negli ultimi anni, e l’accesso al percorso interno non coincide con la visibilità del propileo, che si vede in qualunque momento dalla strada senza pagare nulla. Non pubblichiamo qui orari né tariffe proprio per questo: vanno verificati sul sito della Sovraintendenza o al numero informativo del Comune prima di muoversi. Chi organizza un giro a budget contenuto può incrociare questa tappa con la nostra pagina sui musei gratis a Roma.
Una curiosità sul Portico d’Ottavia
La curiosità più solida riguarda il nome della strada, che in romanesco antico non era via del Portico d’Ottavia ma, per tutto il periodo del recinto chiuso, un insieme di vicoli con nomi legati ai mestieri e alle famiglie. L’odonimo attuale è recente e nasce dalla riscoperta archeologica: si è dato alla strada il nome del monumento romano che vi affaccia, cancellando dalla toponomastica ufficiale tre secoli di storia del quartiere. È una scelta che si commenta da sé.
Il pesce, la testa e i Conservatori
Sulla lastra murata al fianco della chiesa c’è la regola già citata: teste di pesce più lunghe della lastra da consegnare ai magistrati capitolini. Quello che di solito non si racconta è la ragione gastronomica. Nella cucina romana la testa del pesce grosso, con le guance e la parte del collo, è il pezzo con cui si fa il brodo e la minestra: consegnarla ai Conservatori significava cedere la parte che nutriva, non lo scarto. La norma era una tassa travestita da regolamento igienico.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Portico d’Ottavia
Quasi nessuna guida spiega che il monumento che si fotografa dalla strada è soltanto la porta di un recinto enorme, e che il resto del quadriportico esiste ancora: è dentro le cantine, i muri di spina e i cortili dei palazzi intorno. Gli isolati fra via del Portico d’Ottavia, via di Sant’Angelo in Pescheria e il lungotevere poggiano in parte sulle fondazioni romane, e tratti di colonnato sono inglobati nelle murature private. Non sono visitabili e non sono segnalati.
Il consiglio che ti do per visitare il Portico d’Ottavia
Il consiglio operativo è uno: non venire a vedere il Portico d’Ottavia da solo, e non venire a mezzogiorno. Il monumento occupa venti minuti scarsi; il rione intorno ne merita due ore e mezza, e la luce migliore sul propileo arriva nel tardo pomeriggio, quando il sole radente taglia l’architrave da ovest e l’iscrizione severiana diventa leggibile anche a occhio nudo dalla strada.
Il giro che consigliamo, nell’ordine
Si comincia dal Teatro di Marcello e dalle sue arcate, si scende al portico, si entra nel rione lungo via del Portico d’Ottavia fino alla Sinagoga, si scende al lungotevere e si attraversa ponte Fabricio, che è il ponte romano più antico di Roma ancora in uso, fino all’Isola Tiberina. Da lì si può chiudere a Trastevere passando per ponte Cestio, oppure tornare indietro e risalire verso piazza Mattei e la Fontana delle Tartarughe, che è a tre minuti e che quasi tutti saltano.
Quando venire
Il rione è affollato nel fine settimana, soprattutto nella fascia fra le tredici e le quindici, quando i tavoli all’aperto di via del Portico d’Ottavia occupano il marciapiede e la strada diventa difficile da attraversare con una carrozzina. Il sabato il quartiere ha un ritmo diverso per ragioni religiose: parte delle attività della comunità è chiusa. Il momento più tranquillo per il monumento è la mattina presto nei giorni feriali, quando la luce però è meno favorevole alla fotografia dell’architrave.
Il giudizio, senza giri di parole
Il Portico d’Ottavia è uno dei monumenti più sottovalutati del centro di Roma e uno dei più maltrattati dalla sua stessa fama recente. La strada che porta il suo nome è diventata una vetrina gastronomica per turisti, e il monumento rischia di funzionare da sfondo per le fotografie del pranzo. Chi ci viene con mezz’ora e una buona ricostruzione in testa porta a casa più di chi ci passa tre ore seduto a un tavolo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il tempio di Giove Statore racchiuso in questo recinto viene ricordato dalle fonti antiche come il primo tempio di Roma costruito interamente in marmo, opera dell’architetto greco Ermodoro di Salamina nella seconda metà del secondo secolo avanti Cristo. È un dato che compare in tutti i manuali e che quasi nessuna didascalia in loco riporta, eppure cambia il senso della visita: qui si trova il punto in cui l’architettura romana passa dal tufo e dal travertino al marmo, cioè il momento in cui Roma comincia a somigliare all’idea che ne abbiamo.
La foto giusta da fare al Portico d’Ottavia
La fotografia che funziona qui non è quella frontale al propileo, che tutti scattano da mezzo metro dalla recinzione e che schiaccia le colonne contro il cielo bianco. La ripresa che restituisce il monumento è quella dal lato opposto della strada, leggermente spostata verso il Teatro di Marcello, con l’obiettivo alzato di poco: entra tutto il frontone, entra l’arco in laterizio, ed entra il campanile della chiesa che spunta dietro.
Ora e luce
Il propileo è orientato in modo da ricevere la luce diretta nel tardo pomeriggio. Nei mesi estivi la fascia utile è fra le diciotto e il tramonto, in inverno fra le quindici e le sedici e trenta. La luce radente fa risaltare le lettere dell’iscrizione severiana sull’architrave, che a mezzogiorno restano piatte e illeggibili. Chi vuole l’iscrizione a fuoco deve usare un teleobiettivo modesto, intorno ai centoventi millimetri equivalenti, perché l’architrave è alto e distante.
Le tre inquadrature che consigliamo
La prima è il taglio verticale sul fronte del propileo, con le colonne che escono dal bordo superiore e la recinzione esclusa abbassandosi di un metro. La seconda è l’arco in laterizio ripreso di tre quarti, che rende leggibile la differenza di materiale fra il mattone medievale e il marmo romano. La terza, la più interessante, è la sovrapposizione: dal marciapiede davanti alla chiesa si inquadrano nello stesso fotogramma il colonnato antico, l’abside medievale e un balcone abitato del Novecento. Tre epoche in un solo scatto, senza montaggi.
Che cosa evitare
Evita il grandangolo spinto da sotto in su, che fa cadere le colonne all’indietro e trasforma il frontone in un triangolo deformato. Evita il fine settimana a pranzo, quando i tavoli e i dehors occupano il campo. E una regola di rispetto: le pietre d’inciampo si possono fotografare, i residenti del rione no, e nemmeno le funzioni religiose in corso dentro le chiese o alla Sinagoga.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il Portico d’Ottavia è stato il teatro di almeno sei episodi documentati che hanno lasciato traccia nella storia di Roma, distribuiti su ventidue secoli. Li riportiamo in ordine cronologico, con l’indicazione di quali siano certi e quali riferiti dalle sole fonti tarde.
146 avanti Cristo: il trionfo di Metello
Dopo la vittoria sulla Macedonia, Quinto Cecilio Metello celebrò il trionfo e investì parte del bottino nella costruzione del primo quadriportico monumentale della città, con il gruppo bronzeo di Lisippo portato da Dion. È il momento in cui la scultura greca entra a Roma come arredo urbano pubblico.
203 dopo Cristo: il restauro imperiale
Settimio Severo e Caracalla ricostruirono il propileo dopo l’incendio, lasciando l’iscrizione che ancora si legge. Lo stesso anno viene dedicato nel Foro Romano l’Arco di Settimio Severo, intitolato alla stessa coppia imperiale: il 203 è un anno di cantieri severiani in tutta la città bassa.
Ottavo secolo: la fondazione della chiesa
La costruzione di Sant’Angelo in Pescheria dentro gli ambienti del portico segna il passaggio del monumento dalla funzione civile a quella religiosa, e la sua sopravvivenza. Le chiese costruite dentro i ruderi sono la ragione per cui buona parte dell’architettura antica di Roma è arrivata fino a noi.
19 maggio 1347: Cola di Rienzo
Secondo la cronaca dell’Anonimo Romano, nella notte fra il 19 e il 20 maggio 1347, vigilia di Pentecoste, Cola di Rienzo ascoltò la messa dello Spirito Santo a Sant’Angelo in Pescheria e da lì mosse verso il Campidoglio con i suoi seguaci per proclamare il governo popolare. La marcia partì da questa chiesa, dentro questo portico. È l’episodio che lega il monumento alla storia politica del Comune romano.
14 luglio 1555: la bolla di Paolo IV
Con Cum nimis absurdum nasce il recinto obbligatorio, e il portico ne diventa la soglia. Per tre secoli e mezzo questo monumento romano funziona come limite fisico e simbolico di un quartiere chiuso.
16 ottobre 1943: il rastrellamento
Il rastrellamento del rione e la deportazione ad Auschwitz sono l’episodio più grave della storia recente di questo angolo di città, e la ragione per cui le pietre d’inciampo fra via del Portico d’Ottavia e le strade laterali sono decine.
Chi è passato dal Portico d’Ottavia
Per il Portico d’Ottavia sono passati, lasciando documenti verificabili, generali repubblicani, imperatori, eruditi latini, cronisti medievali, incisori settecenteschi e acquerellisti dell’Ottocento. Non serve inventare aneddoti: la lista dei passaggi documentati basta da sola.
Augusto, Ottavia e i Severi
Il committente e la dedicataria del recinto augusteo, e poi la coppia imperiale che lo ricostruì nel 203, sono i nomi incisi nella pietra o tramandati dalle fonti. Augusto legò questo isolato alla memoria della sorella e del nipote Marcello, in un programma che comprende anche il Teatro di Marcello e, più a nord, il Mausoleo di Augusto.
Plinio il Vecchio
La Naturalis Historia descrive le sculture greche conservate nel complesso ed è la fonte principale per sapere che cosa ci fosse dentro il recinto. Plinio scriveva da compilatore, non da critico: il suo elenco vale come inventario, con le ambiguità inevitabili fra edifici vicini e omonimi.
Cola di Rienzo e l’Anonimo Romano
Il notaio che nel 1347 prese il potere a Roma partì da questa chiesa, e il cronista che ne scrisse in volgare romanesco, l’Anonimo Romano, è la fonte che ce lo racconta. La sua cronaca è uno dei testi fondativi della prosa in volgare a Roma.
Piranesi, Vasi e Roesler Franz
Giovanni Battista Piranesi incise il propileo nelle sue vedute settecentesche, quando era ancora soffocato dalle botteghe; Giuseppe Vasi lo inserì nelle sue tavole topografiche; Ettore Roesler Franz, nella serie di acquerelli dedicata alla Roma che stava scomparendo sotto i muraglioni e le demolizioni, documentò il rione e le sue strade poco prima che venissero abbattute. Parte di quella serie è conservata nelle collezioni comunali ed è visibile al Museo di Roma in Trastevere.
Mangiare in via del Portico d’Ottavia: come si sceglie, senza farsi fregare
Via del Portico d’Ottavia è una delle strade più esposte di Roma al turismo gastronomico, e va affrontata con qualche criterio. Non indichiamo insegne: un elenco di locali invecchia in pochi mesi e, in una strada dove le gestioni cambiano, diventa una fonte di errori. Diamo invece i segnali che chiunque può leggere da fuori prima di sedersi.
I cinque segnali di un locale da turisti
Il primo segnale è la signora che tira la sfoglia in vetrina o sul marciapiede: è un richiamo pensato per la fotografia, non l’indizio di una cucina. Il secondo è il menu con le fotografie dei piatti, spesso plastificato e tradotto in sei lingue: serve a chi non sa che cosa sta ordinando, e chi progetta un menu così ha già deciso chi è il suo cliente. Il terzo è la persona all’ingresso che invita a sedersi e recita i piatti: un locale con una clientela abituale non ha bisogno di fermare la gente per strada.
Il quarto segnale è l’apertura continuata dalla mattina alla notte senza pausa di cucina: una cucina romana lavora su due servizi, e chi non chiude mai sta scaldando, non cucinando. Il quinto, il più costoso, è la posizione davanti al monumento: i tavoli piazzati nella visuale delle colonne spesso presentano voci non prezzate sul listino esposto, con il prezzo che si scopre al conto, e capita che il listino interno differisca da quello esterno. Chiedere il prezzo prima di ordinare, a voce, è legittimo e nessuno se ne offende.
Le catene del centro
Nel centro di Roma si è diffuso un modello di ristorazione a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città, la fila gestita col numerino e il servizio calibrato sul ricambio rapido dei tavoli. Il fatto da osservare è semplice: i romani non ci vanno. La ragione riguarda il rapporto fra quello che si paga e quello che si riceve, e si vede già dal listino esposto. Non facciamo nomi e consigliamo di non cercarli.
Il criterio più semplice che esista
Prima di sedersi, guarda chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono solo stranieri con lo zaino e il telefono in mano, hai davanti un locale costruito per loro. Se ci sono famiglie che parlano italiano con accento romano, gente che saluta il personale per nome, e almeno un tavolo di anziani, è un altro tipo di posto. Funziona ovunque in città, anche fuori dal centro, ed è più affidabile di qualsiasi punteggio online.
Per chi vuole una base di partenza già filtrata, segnaliamo la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps: è una raccolta curata, aggiornata a mano e non sponsorizzata, senza accordi commerciali con i locali indicati. Un quadro più generale sulle zone e sulle fasce di prezzo è nella nostra pagina su dove mangiare a Roma, e per i mercati rionali, che restano il modo più economico di mangiare bene in città, rimandiamo alla pagina sui mercati di Roma.
Che cos’è la cucina giudaico romanesca
La tradizione gastronomica del rione nasce da due vincoli incrociati: le regole alimentari ebraiche e la povertà imposta dalle norme del recinto. Dalla separazione fra carne e latticini discende una cucina che frigge in olio invece che nel burro; dalle restrizioni sui mestieri e sui redditi discende l’uso dei tagli poveri, delle verdure di stagione e delle parti di scarto trasformate in piatto. Il risultato è un repertorio riconoscibile: il carciofo intero fritto e aperto a fiore, i filetti di baccalà in pastella, le alici con l’indivia, le zucchine conciate con aceto e menta, e i dolci di pasta secca con frutta candita e mandorle.
Il carciofo romanesco è stagionale: si trova da fine inverno alla primavera inoltrata, e fuori da quella finestra chi lo propone lavora con prodotto conservato o di importazione. È un altro criterio di lettura del menu: se in agosto il piatto simbolo del rione è in carta come se niente fosse, hai un’informazione sul locale.
Che cosa vedere intorno al Portico d’Ottavia
Il rione Sant’Angelo è il più piccolo di Roma e si attraversa in un quarto d’ora, ma concentra in pochi ettari una densità di monumenti che altrove occuperebbe un quartiere intero.
A meno di cinque minuti a piedi
Oltre al Teatro di Marcello e alla Sinagoga, nel raggio di trecento metri si trovano la Fontana delle Tartarughe a piazza Mattei, la chiesa di San Nicola in Carcere sopra i templi del Foro Olitorio, e il fronte del Tevere con ponte Fabricio e la vista su ponte Rotto, l’arcata isolata in mezzo al fiume che resta del ponte Emilio. Risalendo verso nord si arriva in cinque minuti a largo di Torre Argentina, con l’area sacra repubblicana e il suo colonnato di gatti, e in otto a Campo de’ Fiori.
In venti minuti a piedi
Verso il Campidoglio si sale alla basilica di Santa Maria in Aracoeli per la scalinata duecentesca; verso il fiume si passa all’Isola Tiberina e alla chiesa di San Bartolomeo all’Isola; verso sud si entra nel Foro Boario con l’Arco di Giano, la Bocca della Verità e Santa Maria in Cosmedin. Sull’altra sponda comincia Trastevere, con Santa Maria in Trastevere a un quarto d’ora dal ponte.
Chi vuole capire la stratigrafia di questa parte di città prima o dopo la visita trova al Crypta Balbi, a otto minuti, il museo che spiega meglio di ogni altro come un isolato romano diventa un isolato medievale e poi moderno. Sull’altro versante, chi preferisce chiudere con una salita panoramica ha l’Aventino a venti minuti, oltre il Circo Massimo.
Domande frequenti sul Portico d’Ottavia
Che cos’è il Portico d’Ottavia?
Il Portico d’Ottavia è un quadriportico monumentale di Roma, ricostruito da Augusto fra il 33 e il 23 avanti Cristo e dedicato alla sorella Ottavia, che racchiudeva i templi di Giunone Regina e di Giove Statore, due biblioteche e una sala per riunioni. Sorgeva sul sito di un portico più antico eretto da Quinto Cecilio Metello nel 146 avanti Cristo. Oggi se ne conserva soprattutto il propileo d’ingresso, in via del Portico d’Ottavia.
Dove si trova il Portico d’Ottavia e come ci si arriva?
Il Portico d’Ottavia si trova in via del Portico d’Ottavia, nel rione Sant’Angelo, fra il Teatro di Marcello e il lungotevere de’ Cenci. Il nodo di trasporto più comodo è largo di Torre Argentina, a otto minuti a piedi, servito dalle linee di superficie del centro e dal tram 8; la stazione della metropolitana più vicina è Colosseo, linea B, a venti minuti a piedi. Tutta l’area è in zona a traffico limitato.
Quanto costa visitare il Portico d’Ottavia e quali sono gli orari?
Il propileo del Portico d’Ottavia si vede gratuitamente dalla strada in qualunque momento, mentre l’accesso all’area archeologica interna dipende dal calendario della Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali, che lo ha modificato più volte negli ultimi anni. Non pubblichiamo orari né tariffe perché cambiano di stagione in stagione: vanno verificati sul sito della Sovraintendenza prima di muoversi, insieme alle eventuali chiusure per lavori.
Quanto tempo serve per visitare il Portico d’Ottavia?
Per il Portico d’Ottavia bastano dieci minuti se ci si limita al propileo visto dalla strada, e circa quaranta se il percorso archeologico interno è accessibile. Un giro che comprenda anche la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, le pietre d’inciampo del rione, la Sinagoga vista da fuori e il Museo Ebraico richiede tre ore abbondanti. Consigliamo di trattarlo come tappa di un percorso, non come meta isolata.
Perché il Portico d’Ottavia si chiama così se lo ha costruito Augusto?
Il Portico d’Ottavia porta il nome di Ottavia Minore, sorella di Augusto, perché il principe gli intitolò la ricostruzione in onore della sorella, secondo una pratica augustea di dedica degli edifici pubblici alle donne della famiglia imperiale. Il progetto e il finanziamento furono di Augusto, che usò il bottino della campagna dalmata. Ottavia non fu la committente materiale dell’opera.
Che rapporto c’è fra il Portico d’Ottavia e il Ghetto ebraico di Roma?
Il Portico d’Ottavia segnava l’ingresso del recinto ebraico istituito a Roma nel 1555 dalla bolla Cum nimis absurdum di Paolo IV e rimasto in vigore fino al 1870. Il monumento romano funzionò per oltre tre secoli come soglia e limite del quartiere chiuso, e la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, ricavata dentro il portico, fu una delle sedi delle prediche di conversione imposte alla comunità, abolite nel 1847.
Si può entrare nella chiesa di Sant’Angelo in Pescheria?
La chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, costruita nell’ottavo secolo dentro gli ambienti del Portico d’Ottavia, ha aperture irregolari e legate alle funzioni, senza un calendario stabile pubblicato. Capita spesso di trovarla chiusa nel pomeriggio. Chi tiene alla visita interna conviene che verifichi in loco o si informi presso la parrocchia, e che metta in conto di doverci tornare in un altro momento della giornata.
Il Portico d’Ottavia è accessibile a chi ha problemi di mobilità?
Il Portico d’Ottavia si osserva senza difficoltà dal marciapiede di via del Portico d’Ottavia, che è pianeggiante, mentre il percorso archeologico interno scende di alcuni metri rispetto al piano stradale su tracciati irregolari e fondi antichi. Le condizioni di accessibilità del percorso vanno chieste direttamente alla Sovraintendenza Capitolina, perché dipendono dall’allestimento in corso e possono variare.
Che cosa si vede vicino al Portico d’Ottavia?
Vicino al Portico d’Ottavia si trovano il Teatro di Marcello, la Sinagoga di Roma con il Museo Ebraico, la Fontana delle Tartarughe a piazza Mattei, San Nicola in Carcere, ponte Fabricio e l’Isola Tiberina, tutti entro dieci minuti a piedi. Poco oltre ci sono largo di Torre Argentina, il Crypta Balbi e, verso sud, il Foro Boario con l’Arco di Giano e la Bocca della Verità.
Chi ha scritto questa pagina
Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui sono verificati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali indicate nel testo: prima di partire conviene ricontrollarli, perché cambiano spesso. Se trovi un dato non aggiornato, segnalacelo.
Chi costruisce un itinerario che tenga insieme il monumento romano, la storia del rione e le tappe della memoria del Novecento può appoggiarsi agli strumenti di progettazione e alle visite coordinate da Tour Leader Pro, che lavora a Roma e nel Lazio su percorsi tematici e su gruppi con esigenze specifiche, compresa l’accessibilità.
Per inquadrare la tappa dentro un viaggio più ampio, con i tempi di spostamento fra Roma e il resto del Lazio, i collegamenti ferroviari e le mete raggiungibili in giornata, è una buona risorsa Italy Planner, che tratta la pianificazione su scala regionale e nazionale.
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