Museo Storico della Liberazione di Roma
Il Museo Storico della Liberazione di Roma occupa la palazzina di via Tasso 145, all'Esquilino, a cinque minuti a piedi da piazza San Giovanni in Laterano. La fermata più comoda è Manzoni sulla metro A, che dal 2007 porta nel nome anche il museo e si chiama Manzoni - Museo della Liberazione; poco più in là c'è San Giovanni, dove si scambia con la metro C. In superficie servono la zona il tram 3 e gli autobus 16, 51, 85, 87, 360, 590 e 714. L'ingresso è gratuito per tutti i visitatori. Il telefono è 06 7003866, la posta elettronica info@museoliberazione.it, il sito ufficiale museoliberazione.it: l'orario di apertura viene pubblicato lì ed è saggio controllarlo prima di mettersi in strada, perché il museo osserva chiusure in alcune festività e negli anniversari cambia le fasce di ingresso. Le scuole e i gruppi organizzati prenotano la visita guidata con almeno venti giorni di anticipo, compilando il modulo sul sito. Per una visita fatta bene, senza correre e leggendo davvero i muri, calcolate un'ora abbondante; se vi fermate in biblioteca, molto di più.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Questa guida fa parte della raccolta dedicata ai musei di Roma, e conviene dirlo subito: qui la parola museo va usata con cautela.
Che cosa è davvero il Museo Storico della Liberazione di Roma
Non è un museo nel senso corrente del termine. Non c'è un allestimento che interpreta, non c'è una scenografia, non ci sono ricostruzioni. C'è un appartamento di città, anzi quattro appartamenti sovrapposti in una palazzina residenziale degli anni Trenta, che fra il settembre 1943 e il giugno 1944 furono trasformati in carcere dal comando della polizia di sicurezza tedesca a Roma, e che dopo la guerra sono stati lasciati esattamente come i tedeschi in fuga li avevano abbandonati. Le porte in legno verniciate di grigio sono quelle. Le grate, gli spioncini, i chiavistelli sono quelli. Le finestre murate dall'interno, con il tamponamento in mattoni tirato su in fretta contro l'infisso originale, sono quelle. Persino gli interruttori della luce, in bachelite, sono quelli dei primi anni Quaranta.
Il risultato è che l'edificio funziona come un documento che ne contiene altri. I documenti esposti nelle vetrine sono importanti, e li vedremo uno per uno; ma la cosa che il visitatore porta via non è una vetrina, è la misura di una stanza. Il passaggio dalla scala condominiale al pianerottolo, e dal pianerottolo alla porta dell'appartamento, è identico a quello di mille altre case romane. Poi la porta si apre e dentro c'è un carcere. Questa continuità fra il normale e l'atroce, senza soluzione, senza un cancello di ferro che avverta, è la ragione per cui via Tasso si visita in silenzio.
Ed è anche la ragione per cui, secondo me, l'errore più comune di chi ci arriva è il paragone sbagliato. Chi si aspetta un museo storico strutturato, con la linea del tempo a parete e i totem interattivi, resta spiazzato e a volte deluso. Chi ci entra sapendo che sta per attraversare un luogo materiale, dove il valore è l'autenticità e non la mediazione, esce con una delle esperienze più forti che Roma sappia offrire. Vale la pena arrivarci preparati: la mezz'ora di lettura che segue serve a questo.

L'edificio di via Tasso prima del 1943
La palazzina Ruspoli e il quartiere nuovo dell'Esquilino
Il fabbricato di via Tasso 145-155 sorge in un tratto di città costruito nell'ultimo ventennio dell'Ottocento sui terreni dell'antica villa Giustiniani, quando l'Esquilino fu lottizzato e riempito di case d'abitazione, collegi e istituti religiosi. La palazzina specifica in cui oggi si entra è molto più recente: fu edificata sul finire degli anni Trenta per iniziativa di Francesco Ruspoli, primo duca di Morignano. Quattro piani più attico, due portoni distinti ai civici 145 e 155, un giardino interno. L'anno di completamento indicato nelle schede di censimento architettonico è il 1939.
Sotto e intorno all'edificio ci sono resti romani, fra i quali una struttura a esedra il cui profilo curvo si legge ancora nell'andamento del fabbricato verso est. È un dettaglio che quasi nessun visitatore nota, e che però dice una cosa vera su Roma: qui la stratificazione non risparmia niente, e la cava di pozzolana, la caserma imperiale, il collegio ottocentesco e il carcere del Novecento si sovrappongono nello stesso raggio di poche centinaia di metri. A due passi da qui, sotto la basilica lateranense, si trovano le fondazioni della caserma degli equites singulares di Settimio Severo. Il quartiere è quello.
Dall'ufficio culturale tedesco al comando della polizia di sicurezza
Appena finito, l'immobile fu affittato all'ambasciata tedesca a Roma, che vi installò il proprio ufficio culturale insieme agli addetti militari e di polizia. Nel 1939, quando in Italia c'era ancora la pace e l'alleanza con la Germania era una faccenda di trattati e di visite ufficiali, via Tasso era un indirizzo diplomatico come un altro. Il funzionario di polizia distaccato presso l'ambasciata si chiamava Herbert Kappler, aveva il grado di capitano delle SS e la copertura di addetto, e dal 1939 disponeva di libero accesso presso il Ministero dell'interno italiano.
La svolta arriva con l'armistizio dell'8 settembre 1943 e con l'occupazione tedesca della città. Il museo data l'occupazione dal 10 settembre 1943 al 4 giugno 1944: nove mesi esatti. Da quel momento l'intero edificio divenne sede della Sicherheitspolizei e del Sicherheitsdienst, la polizia di sicurezza e il servizio di sicurezza del Reich, alla cui guida a Roma restò sempre Kappler, nel frattempo promosso tenente colonnello. L'ala sinistra, al civico 155, ospitò caserma e uffici; l'ala destra, al civico 145, fu adibita a Hausgefaengnis, letteralmente carcere di casa. Le due ali erano collegate da corridoi passanti al primo e al terzo piano, così che un detenuto potesse essere trasferito dalla cella alla stanza dell'interrogatorio senza mai uscire dallo stabile.
Il carcere di via Tasso: come funzionava
Appartamenti trasformati in celle, in modo pratico e sbrigativo
La trasformazione fu rapida e priva di qualunque progetto edilizio. Non si costruì un carcere: si prese un appartamento e lo si chiuse. Le finestre furono murate dall'interno, lasciando in opera gli infissi in legno, così che dalla strada la facciata continuasse a sembrare quella di una casa qualunque. Alle poche aperture rimaste furono applicate grate. Alle porte interne, che restarono le porte d'appartamento, furono aggiunti spioncini e catenacci. Le stanze di servizio, ripostigli e sgabuzzini, divennero celle di isolamento; la cucina divenne cella; il salone divenne camerone.
Chi visita oggi il secondo piano cammina nella pianta di un appartamento borghese di media grandezza: ingresso, corridoio, stanze che si affacciano sul corridoio, bagno e cucina in fondo. Ogni porta è una cella. La distanza fra la porta d'ingresso e l'ultima stanza è di pochi metri, e in quei pochi metri è passata una quantità di sofferenza che nessuna didascalia riesce a contenere. Al museo hanno avuto la mano leggera, e hanno fatto bene: nelle celle più dure il commento è ridotto al minimo.
Un dettaglio didattico che vale la pena cercare: in una delle celle del secondo piano, quella ricavata dalla vecchia cucina, il muro che tamponava la finestra è stato sezionato verticalmente a metà. Si vede lo spessore del tamponamento, si vede l'infisso originale in legno rimasto intrappolato dietro i mattoni, si capisce con gli occhi che cosa vuol dire murare una finestra dall'interno. Della cucina restano il lavatoio in pietra, le piastrelle alle pareti e perfino la cappa, lasciate in opera dai tedeschi.
Chi decideva: Herbert Kappler e la catena di comando
Fu Kappler a decidere che l'ala destra dell'edificio diventasse una prigione. Era un funzionario di polizia, non un militare di truppa, e la macchina che diresse da via Tasso univa la raccolta di informazioni, l'interrogatorio, la detenzione e la selezione dei prigionieri da consegnare al plotone d'esecuzione. Sulle torture praticate in questo edificio esiste documentazione processuale, a partire dalla perizia del medico Rodosindo Cardente, che fu poi fra gli autori, insieme ad Attilio Ascarelli e ad Arrigo Paladini, di un volume sulle Fosse Ardeatine pubblicato dall'associazione dei familiari delle vittime.
Kappler fu processato a Roma nel 1947 e condannato all'ergastolo; nel 1977 lasciò il carcere militare di Gaeta in circostanze che fecero scandalo. Erich Priebke, suo sottoposto, fu individuato in Argentina nel 1995, processato nel 1996 e condannato all'ergastolo dalla Corte d'appello nel 1998. Il questore fascista di Roma Pietro Caruso, che collaborò alla formazione delle liste, fu condannato a morte nel 1944. Questi nomi tornano nelle sale del museo, ma non sono l'argomento del museo: l'argomento sono i prigionieri.
Quante persone passarono da qui
Le stime disponibili parlano di circa duemila persone imprigionate in questo edificio nei nove mesi dell'occupazione. È una cifra che va maneggiata con prudenza, perché un carcere di polizia politica non tiene registri completi e molti transiti furono di poche ore; il museo documenta comunque una popolazione carceraria eterogenea, con una sezione dedicata alle donne detenute e una ai militari internati. Di quelli che uscirono da via Tasso, molti furono fucilati a Forte Bravetta, molti furono uccisi alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, alcuni furono deportati, quattordici furono massacrati alla Storta il giorno stesso della liberazione della città.
Come nacque il Museo Storico della Liberazione di Roma
La donazione della principessa Ruspoli, 15 giugno 1950
La storia del museo comincia con un atto notarile. Il 15 giugno 1950 la principessa Josepha Ruspoli in Savorgnan di Brazzà, proprietaria dell'immobile, donò allo Stato italiano quattro degli appartamenti che erano stati impiegati come carcere, ponendo una condizione precisa: che fossero destinati in via esclusiva e permanente a ospitare un museo storico della lotta di Liberazione in Roma. Non era una formula di circostanza. Vincolare la destinazione d'uso significava impedire che quelle stanze tornassero a essere abitazioni, e quindi che i graffiti sui muri finissero sotto due mani di pittura.
Vale la pena fermarsi un momento su questo punto, perché spiega perché via Tasso esiste e altri luoghi analoghi in Italia no. La conservazione non fu decisa da una soprintendenza né da un ministero: fu una proprietaria privata a rinunciare a quattro appartamenti in un quartiere centrale, e furono i familiari delle vittime e i sopravvissuti a battersi perché il vincolo diventasse un'istituzione. Il museo nasce dal basso, e questo si sente ancora nel modo in cui è tenuto.
Il 1955, il 1957 e la legge istitutiva
Il 4 giugno 1955, undicesimo anniversario della liberazione di Roma, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi inaugurò il primo nucleo del museo, allestito negli appartamenti del piano terra e del secondo piano. La sezione del terzo piano fu inaugurata il 4 agosto 1957. Nel frattempo, il 14 aprile 1957, il museo era stato riconosciuto come ente pubblico sotto la tutela del Ministero della pubblica istruzione con la legge n. 277.
A presiedere il comitato promotore fu chiamato Alberto Maria Ghisalberti, allora presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano. La realizzazione materiale dell'allestimento fu affidata dal Ministero della pubblica istruzione a Guido Stendardo, direttore della Biblioteca di Archeologia e Storia dell'arte. La scelta di due studiosi di istituzioni storiche, e non di allestitori, spiega l'impianto documentario del museo: qui la vetrina serve a proteggere una carta, non a metterla in scena.
Arrigo Paladini, Elvira Sabbatini Paladini e la direzione
Nel 1980 la presidenza fu assunta da Paolo Emilio Taviani, che la mantenne fino alla morte nel 2001. La direzione fu affidata ad Arrigo Paladini, che di questo edificio era stato prigioniero: arrestato il 4 maggio 1944, tenuto un mese intero nella cella di segregazione del secondo piano, sfuggì alla morte perché i tedeschi in fuga lo lasciarono chiuso dentro e fu la popolazione a liberarlo il 4 giugno 1944. Paladini scrisse anche un libro su questo carcere, pubblicato dall'Istituto poligrafico e Zecca dello Stato nel 1994. Dopo di lui il museo fu diretto a lungo dalla moglie, Elvira Sabbatini Paladini. La direzione è oggi affidata allo storico Roberto Balzani.
Che il museo sia stato diretto per decenni da un ex detenuto e poi da sua moglie non è un aneddoto sentimentale: è il motivo per cui il criterio di conservazione è stato la fedeltà assoluta allo stato dei luoghi. Chi ha dovuto scegliere se restaurare o lasciare, ha lasciato.
La visita piano per piano al Museo Storico della Liberazione di Roma
Il percorso si sviluppa su più livelli della stessa scala, e la sequenza non è casuale: si comincia dal contesto, si sale nel carcere, si finisce nella persecuzione. Il sito ufficiale del museo articola l'esposizione per nuclei tematici: il contesto storico, la trasformazione del palazzo in carcere nazista, la vita nel carcere, la liberazione e la fine del carcere, la vita nella città occupata, e poi le sale monografiche dedicate alle Fosse Ardeatine, a Forte Bravetta, a Montezemolo, alle celle di segregazione, alla sezione femminile, ai manifesti, alla stampa clandestina, agli internati, e il corridoio con la sala dedicata ai prigionieri ebrei. Vediamoli nell'ordine in cui si incontrano.
Il piano terra: accoglienza, sala conferenze, archivio e biblioteca
Il piano terra è l'unico ambiente che non conserva l'aspetto originario. Qui c'erano gli uffici amministrativi impiantati dai tedeschi, e qui si è intervenuti per ricavare una sala conferenze, alle cui pareti sono esposti documenti e cimeli relativi alla Resistenza romana. Ci sono l'ufficio di accoglienza, l'archivio, la biblioteca, i servizi e una piccola aula didattica per le scolaresche.
Consiglio pratico: non liquidate il piano terra come l'anticamera. I pannelli della sala conferenze inquadrano l'occupazione di Roma con una precisione che serve moltissimo a chi sale per la prima volta, e l'aula didattica è il luogo dove, con una classe, si fa il lavoro vero. Salire senza aver letto il piano terra significa trovarsi davanti alle celle senza sapere che cosa fossero i GAP, che cosa fosse il Fronte Militare Clandestino e perché a Roma la Resistenza avesse quella particolarissima composizione, con militari monarchici, comunisti, cattolici, azionisti e socialisti nello stesso corridoio.
Il secondo piano del Museo Storico della Liberazione di Roma: il carcere intatto
Si sale una rampa e si entra da un normale portoncino d'appartamento. Da qui in poi il museo si guarda in silenzio. Il carcere è stato recuperato esattamente com'era quando i tedeschi lo abbandonarono, fin nei dettagli: le stesse porte in legno dipinte di grigio, gli stessi parati alle pareti, le finestre ancora murate, le grate in ferro, gli spioncini, il pavimento, le maniglie, gli interruttori dell'impianto elettrico dei primi anni Quaranta. Sull'ingresso si affacciano le celle.
Il camerone del Museo Storico della Liberazione di Roma e i martiri delle Fosse Ardeatine
La stanza più grande, in origine il salone dell'appartamento, fu usata per detenere un gran numero di prigionieri insieme. Fra loro don Pietro Pappagallo, sacerdote pugliese che a Roma nascondeva ricercati e falsificava documenti, e che sarebbe stato ucciso alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Molti degli uomini passati per questa stanza finirono nella stessa cava.
Le vetrine espongono brevi profili biografici dei caduti e dei decorati al valore, e poi gli effetti personali ritrovati sui loro resti quando le cave furono riaperte e i corpi riesumati, alla fine di luglio del 1944. Sono oggetti minimi: un portafoglio, una fede, un pettine, un frammento di lettera. È la parte del museo davanti alla quale i gruppi si fermano più a lungo, e non serve nessun commento della guida. Il mio, se proprio devo darne uno, è questo: leggete i nomi. Sono trecentotrentacinque, e la loro forza non è nel numero ma nel fatto che ciascuno abbia un mestiere accanto.
La cella di segregazione del Museo Storico della Liberazione di Roma
È il punto più duro del Museo Storico della Liberazione di Roma. Era un ripostiglio strettissimo, senza finestre, di cubatura ridottissima, e fu impiegato per l'isolamento. Sulle pareti ci sono i graffiti tracciati al buio, in parte con le unghie, da chi vi era rinchiuso: conteggi dei giorni passati in isolamento, conteggi delle torture subite, preghiere, frasi di sfida, messaggi lasciati a chi sarebbe subentrato nella stessa cella.
Qui fu tenuto un mese intero Arrigo Paladini, dal 4 maggio al 4 giugno 1944. Il museo che oggi visitate ha avuto come direttore l'uomo che in questo stanzino ha contato i propri giorni. Non c'è apparato didattico, non c'è luce scenografica: c'è un vano di pochi metri cubi e ci sono le scritte. Se andate con dei ragazzi, è il momento in cui conviene tacere e lasciarli leggere da soli.
La cella di Forte Bravetta
Una delle celle del secondo piano ospita una mostra monografica dedicata ai prigionieri antifascisti fucilati a Forte Bravetta, sulla via Aurelia. Nei nove mesi dell'occupazione nazifascista di Roma, Forte Bravetta fu il luogo in cui si consumò il maggior numero di esecuzioni, fatta eccezione per le Fosse Ardeatine. È una parte della storia romana meno raccontata, perché il forte è lontano dal centro e non ha la forza simbolica della cava sull'Ardeatina: la mostra serve anche a questo, a rimettere in fila i luoghi della repressione.
La cella dell'eccidio della Storta
Una cella è dedicata alle ultime vittime di via Tasso: i fucilati nell'eccidio della Storta, compiuto dai tedeschi in ritirata verso nord al chilometro 14 della via Cassia il 4 giugno 1944, mentre gli alleati entravano in città. I quattordici uomini erano stati evacuati poco prima dal carcere di via Tasso. Fra loro c'era Bruno Buozzi, il sindacalista socialista che era stato segretario generale della Federazione Italiana Operai Metallurgici e poi commissario dei sindacati dopo il 25 luglio 1943: era detenuto sotto il falso nome di Mario Alberti.
Questa cella è anche la più crudele da leggere, perché racconta un massacro avvenuto nel giorno stesso della liberazione, a poche ore dalla fine. Chi visita il museo il 4 giugno, quando spesso ci sono cerimonie, ha davanti due date sovrapposte: la liberazione della città e l'ultima strage dei suoi occupanti.

La cella di Montezemolo e la bandiera bianca del 10 settembre 1943
Un secondo piccolo ambiente, anch'esso usato come cella d'isolamento, conserva i cimeli del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, capo del Fronte Militare Clandestino, arrestato, detenuto in questo edificio e fucilato alle Fosse Ardeatine. L'oggetto più importante è una bandiera bianca di fortuna: quella con la quale il colonnello, il 10 settembre 1943, attraversò le linee sulla via Tuscolana durante la battaglia per la difesa di Roma.
Vale la pena soffermarsi su questo pezzo di stoffa, perché contiene in sé tutta l'ambiguità di quei giorni. È un oggetto di resa, usato da un ufficiale che di lì a poco avrebbe organizzato la rete militare clandestina della città occupata e sarebbe morto per questo. Nei musei della Resistenza si tende a esporre armi e stampa clandestina; qui c'è un lenzuolo bianco, ed è il reperto più eloquente della sala.
La cucina, il bagno e le stanze di servizio
Il carcere si rilegge bene proprio dagli ambienti di servizio, quelli che nessuna prigione vera avrebbe. La cucina dell'appartamento divenne cella e conserva il lavatoio in pietra, le piastrelle e la cappa. Il bagno, in altri piani, è stato chiuso e adibito ad archivio. Ogni volta che riconoscete la funzione domestica originaria di una stanza, la distanza fra la casa e il carcere si accorcia di un altro passo. È l'effetto più potente di questo luogo, ed è anche il più difficile da spiegare a chi non c'è entrato.
Il terzo piano del Museo Storico della Liberazione di Roma
L'appartamento del terzo piano ha pianta identica a quello sottostante ed è conservato con lo stesso criterio. Quattro celle sono aperte alla visita; bagno e cucina sono chiusi e utilizzati come archivio. Anche qui le pareti parlano: fra i graffiti ce ne sono di lasciati da prigionieri britannici, e uno reca la firma di un militare dell'esercito britannico. È un particolare che spiazza sempre i visitatori italiani e che dice una cosa importante: via Tasso non fu solo il carcere degli antifascisti romani, ma anche quello dei militari alleati catturati, degli ufficiali del Fronte Militare Clandestino, degli ebrei arrestati, degli internati.
La sala della stampa clandestina e i chiodi a quattro punte
Una delle celle del terzo piano ospita una mostra dedicata alla Resistenza nascente: giornali clandestini, testimonianze, e gli esemplari dei chiodi a quattro punte prodotti clandestinamente a decine di migliaia e sparsi sulle strade per sabotare i trasporti logistici tedeschi. Sono oggetti poverissimi e geniali: quattro punte saldate in modo che, comunque cada l'oggetto, una punta resti sempre rivolta verso l'alto. La guerra partigiana in città è fatta anche di questo, di officine improvvisate e di logistica avversaria da rallentare.
Nella stessa sezione è esposta una pagnotta con inciso l'ultimo messaggio di un giovane condannato a morte: due parole, coraggio mamma. È l'oggetto che, in vent'anni di visite con gruppi diversi, ho visto produrre il silenzio più lungo. Non è spettacolare, non è terribile alla vista: è semplicemente vero.
La sala dei manifesti e il primo tricolore sul Campidoglio
La cella successiva continua la mostra precedente e si concentra sulla produzione di manifesti, volantini e proclami rivolti dalla Resistenza alla cittadinanza. Sull'altro fronte, il museo conserva ordini, proclami, ammonizioni, disposizioni sulle limitazioni alimentari e della libertà personale, appelli alla delazione: il linguaggio dell'occupante letto accanto al linguaggio di chi gli si opponeva. È un confronto istruttivo, e per chi insegna è materiale di prima qualità.
In questa stessa sala è esposto il primo tricolore che sventolò sul Campidoglio alla liberazione di Roma, il 4 giugno 1944. Andate a vederlo dopo aver visto la cella della Storta: la coincidenza di data fra la bandiera e il massacro sulla Cassia è il modo migliore per capire che cosa significhi liberazione in una città vera, dove le cose finiscono e cominciano nello stesso pomeriggio.
Il quarto piano e la sezione sulla persecuzione degli ebrei
L'appartamento del quarto piano, il numero 9, non è stato riportato all'aspetto originale come i due sottostanti e presenta anche qualche differenza di pianta. È occupato in larga parte da uffici e archivi del museo, ma ospita una mostra che documenta l'antisemitismo a Roma e in Italia dal 1938 in avanti, con particolare riferimento alla persecuzione, alla deportazione e allo sterminio degli ebrei romani. Il percorso comprende anche un corridoio e una sala dedicati ai prigionieri ebrei transitati per questo carcere.

La sezione del 16 ottobre 1943 al Museo Storico della Liberazione di Roma
La persecuzione degli ebrei romani non è un capitolo laterale della storia di via Tasso: passa da questo edificio. Il 26 settembre 1943 Kappler convocò i rappresentanti della comunità ebraica di Roma e pretese cinquanta chili d'oro entro due giorni, minacciando la deportazione. L'oro fu consegnato, raccolto anche grazie alla solidarietà di cittadini non ebrei. Non servì a niente: nei giorni successivi il saccheggio continuò, con il sequestro delle biblioteche della comunità e degli elenchi anagrafici.
Il 16 ottobre 1943, il sabato che a Roma si chiama ancora il sabato nero, il rastrellamento cominciò prima dell'alba e non riguardò soltanto l'ex ghetto: le squadre operarono in tutta la città. Alle quattordici l'operazione era conclusa e 1259 persone erano ammassate nel Collegio Militare della Lungara, a pochi passi dal carcere di Regina Coeli. Nelle ore successive furono rilasciati i non ebrei, gli stranieri protetti e i coniugi di matrimonio misto. La mattina del 18 ottobre i rimanenti, oltre mille persone fra cui un bambino nato il giorno prima, furono condotti alla stazione Tiburtina, caricati su ventotto carri bestiame e deportati ad Auschwitz-Birkenau. Il viaggio durò più di quattro giorni. Tornarono in sedici: quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino.
Il museo espone questa vicenda al quarto piano, dentro un edificio che dei sequestri e degli arresti fu il centro operativo. È una scelta espositiva sobria e giustissima: la persecuzione razziale non è trattata come una mostra ospite, ma come parte della stessa macchina. Se volete completare il percorso, la visita al Museo Ebraico di Roma, sotto il Tempio Maggiore, racconta la comunità prima e dopo, e i due luoghi si leggono benissimo in giornate diverse dello stesso viaggio.
Le Fosse Ardeatine e il Museo Storico della Liberazione di Roma
Il legame fra via Tasso e le Fosse Ardeatine è diretto e documentato. Il 23 marzo 1944 i GAP attaccarono in via Rasella una colonna del terzo battaglione del reggimento di polizia delle SS Bozen. L'esplosione uccise sul colpo ventisette militari; altri morirono per le ferite, e il conto tedesco arrivò a trentatré. La rappresaglia fu decisa nella notte con il criterio di dieci italiani per ogni tedesco ucciso.
Le liste furono composte in fretta attingendo ai detenuti disponibili: quelli di via Tasso, quelli forniti dal questore Caruso da Regina Coeli, e alcuni ebrei arrestati quella stessa mattina. Il 24 marzo 1944, nel pomeriggio, trecentotrentacinque uomini furono condotti nelle cave di pozzolana sulla via Ardeatina e uccisi con un colpo alla nuca, a gruppi, fino a sera. L'ingresso delle cave fu poi fatto saltare con l'esplosivo per occultare i corpi. Le cave furono riaperte dopo la liberazione e le salme riesumate a partire dalla fine di luglio 1944: gli oggetti personali che vedete nelle vetrine del secondo piano vengono da lì.
Chi visita via Tasso dovrebbe, nello stesso viaggio o nei giorni vicini, andare al Mausoleo delle Fosse Ardeatine, sulla via Ardeatina. I due luoghi si completano e non si sostituiscono: qui c'è la prigione, là c'è la cava e ci sono le tombe. L'ordine che consiglio è questo, prima il carcere e poi il mausoleo, perché i nomi che avrete letto nelle vetrine del secondo piano li ritroverete incisi sulle lastre.
La biblioteca e l'archivio del Museo Storico della Liberazione di Roma
Al museo è annessa una biblioteca che raccoglie volumi, collezioni di giornali, opuscoli e materiali relativi soprattutto alla guerra, alla lotta di Liberazione e ai movimenti politici che l'animarono. Non è un corredo decorativo: è uno strumento di ricerca vero, usato da studenti, tesisti e familiari che cercano notizie di un congiunto. Gli archivi occupano parte del terzo e del quarto piano, oltre agli spazi del piano terra.
La bibliografia su questo carcere, del resto, è fatta in buona parte da chi ci è passato dentro. Guglielmo Petroni, arrestato e detenuto, ne scrisse in un libro pubblicato nel 1948 e ristampato più volte, che resta una delle testimonianze letterarie più asciutte e più forti sull'argomento. Arrigo Paladini pubblicò nel 1994 un volume interamente dedicato a via Tasso. Angelo Ioppi aveva pubblicato la sua testimonianza già nel 1945. Fabio Simonetti ha dedicato all'edificio, come quartier generale e carcere tedesco durante l'occupazione, uno studio uscito nel 2016. Se una visita vi lascia con la voglia di approfondire, è da questi titoli che si parte.
Le banche dati e i progetti digitali sulla Resistenza
Accanto al lavoro sulle sale, la memoria della Resistenza romana ha oggi strumenti di consultazione a distanza che vale la pena conoscere prima di venire. La banca dati Partigiani d'Italia, curata dall'amministrazione archivistica, rende consultabile lo schedario delle commissioni per il riconoscimento delle qualifiche partigiane: sono le domande presentate da uomini e donne che chiedevano il riconoscimento del proprio ruolo nella Resistenza, con le relative riproduzioni digitali. Per chi cerca un nonno, uno zio, un nome di famiglia, è spesso il primo posto dove guardare.
C'è poi il museo virtuale della Resistenza e della lotta di Liberazione, un progetto nato per divulgare la conoscenza dei fatti e dei luoghi legati alla Resistenza e alla guerra di Liberazione, anche fuori dai confini nazionali. Questi strumenti non sostituiscono la visita, e chi lo pensa non ha capito che cosa sia via Tasso; servono però a preparare la visita e, soprattutto, a proseguirla. Il museo stesso conserva dossier intestati alle singole vittime, con i dati biografici e storici raccolti nel tempo.
Come si visita il Museo Storico della Liberazione di Roma
Quanto dura la visita al Museo Storico della Liberazione di Roma
Una visita attenta al Museo Storico della Liberazione di Roma richiede fra i sessanta e i novanta minuti. In quaranta si esce, ma si esce avendo guardato e non letto. Le celle sono piccole e i visitatori si distribuiscono male: se davanti a voi c'è un gruppo, conviene invertire l'ordine e salire prima al piano superiore, poi ridiscendere. Il museo non è grande, e proprio per questo la gestione del flusso fa la differenza fra una visita raccolta e una visita in fila indiana.
Il Museo Storico della Liberazione di Roma con le scolaresche
Da oltre vent'anni il museo lavora con le scuole secondarie italiane ed europee, con percorsi che affiancano alla visita l'uso dell'archivio, della biblioteca e delle raccolte video, e un'aula didattica al piano terra. Le prenotazioni per gruppi scolastici e organizzati si fanno con almeno venti giorni di anticipo, compilando il modulo pubblicato sul sito del museo. Non è un adempimento formale: gli spazi sono minuscoli e una classe intera dentro una cella semplicemente non ci entra, quindi le visite si organizzano a piccoli gruppi che ruotano.
Un consiglio a chi accompagna una classe, e lo do da professionista che porta gruppi da vent'anni: fate la parte storica prima, in aula o al piano terra, e lasciate che la salita alle celle sia silenziosa. Spiegare dentro la cella di segregazione è un errore. I ragazzi di quindici anni, messi davanti a quei graffiti senza voce sovrapposta, reagiscono meglio di quanto ci si aspetti. Le domande arrivano dopo, e sono buone.
Il museo con i bambini e con i ragazzi
La mia opinione, che qualcuno non condividerà: sotto gli undici o dodici anni questo non è un luogo adatto. Non per la crudezza delle immagini, che il museo dosa con grande sobrietà, ma perché il significato del posto è tutto nella comprensione del contesto, e senza contesto restano solo stanze buie e una sensazione sgradevole. Dai tredici anni in su, viceversa, è uno dei luoghi più formativi che Roma possieda, e vale più di dieci lezioni.
Accessibilità e servizi
Il museo è segnalato come accessibile ai disabili nelle schede istituzionali di riferimento, ma trattandosi di una palazzina residenziale con celle strette e passaggi originali conviene telefonare al 06 7003866 e concordare la visita in anticipo, indicando le esigenze specifiche. Le brochure del museo sono disponibili in italiano e in inglese e si possono scaricare dal sito ufficiale: se accompagnate stranieri, scaricatele prima, perché l'apparato didascalico in sala è essenzialmente in italiano.
Quando andare al Museo Storico della Liberazione di Roma
Le date attorno alle quali il museo è più vivo, e anche più affollato, sono il 16 ottobre, il 24 marzo, il 25 aprile e il 4 giugno. Se cercate la cerimonia, la partecipazione, il clima civile della città, andate in quei giorni. Se cercate le celle vuote e il tempo per leggere le pareti, andate in una mattina qualunque di novembre o di febbraio. Io preferisco la seconda opzione, e la consiglio a chi ci va per la prima volta: gli anniversari sono importanti, ma il primo incontro con questo edificio va fatto da soli.
Un'ultima raccomandazione di metodo: non abbinate via Tasso a una giornata piena di altre visite. Ho visto gruppi uscire da qui e infilarsi trenta minuti dopo in una basilica barocca, e il risultato è che non hanno visto né l'una né l'altra. Mettete questa visita all'inizio della mattina e lasciatevi un'ora di camminata dopo.
Che cosa c'è intorno al Museo Storico della Liberazione di Roma
San Giovanni in Laterano, il Laterano e la Scala Santa
A cinque minuti a piedi, in fondo a via Tasso, si apre piazza San Giovanni in Laterano. La Basilica di San Giovanni in Laterano è la cattedrale di Roma, la chiesa del vescovo della città, e la sua storia comincia con la donazione costantiniana di terreni che erano stati proprietà dei Laterani e poi caserma degli equites singulares. Dall'altro lato della piazza, il complesso della Scala Santa conserva la scala che la tradizione vuole proveniente dal pretorio di Pilato e, in cima, il Sancta Sanctorum con l'immagine acheropita del Salvatore.
Il contrasto fra i due luoghi è brutale e istruttivo: nella stessa manciata di isolati, la cattedrale della cristianità latina e un carcere di polizia politica del Novecento. Vale la pena farli nello stesso giro, in quest'ordine: prima il museo, poi la basilica. Non il contrario.
Porta Maggiore, Santa Croce e la basilica sotterranea
Dall'altra parte, verso est, in un quarto d'ora si arriva a Porta Maggiore, il nodo dove le Mura Aureliane inglobarono i grandi acquedotti e dove si trova il sepolcro del fornaio Eurisace. A poca distanza, sotto il piano di campagna, la Basilica Sotterranea di Porta Maggiore conserva stucchi neopitagorici di età giulio-claudia che quasi nessun romano ha visto. Poco più a nord, la basilica di Santa Croce in Gerusalemme chiude il tridente lateranense, e dentro lo stesso complesso si trova il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, poco frequentato e sorprendente.
Gli altri luoghi della memoria a Roma
Chi arriva a via Tasso per ragioni di studio o di memoria familiare dovrebbe mettere in conto almeno altri tre indirizzi. Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, sulla via Ardeatina, è il completamento naturale di questa visita, e si raggiunge risalendo verso il Parco dell'Appia Antica. La Casa della Memoria e della Storia, in via San Francesco di Sales a Trastevere, riunisce gli istituti e le associazioni che lavorano sulla Resistenza e sulla deportazione, e ospita incontri e presentazioni durante tutto l'anno. Il Museo Ebraico di Roma, al Tempio Maggiore, è l'altro capo del filo che comincia al quarto piano di via Tasso.
Chi vuole risalire più indietro, alle radici risorgimentali dell'idea di Roma repubblicana, troverà materia al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina, al Gianicolo. E se avete in programma il Colosseo nello stesso viaggio, sappiate che dista poco più di un chilometro da qui: si arriva a piedi in venti minuti passando sotto l'arco di Costantino, ma vi consiglio di non farlo nello stesso pomeriggio.

Una curiosità su Museo Storico della Liberazione di Roma
La curiosità non è dentro il museo: è sotto terra, a duecento metri. La fermata della metropolitana che serve via Tasso non si chiama più soltanto Manzoni. Dal 2007, alla riapertura dopo un lungo intervento di ammodernamento della linea A, la stazione porta ufficialmente il nome di Manzoni - Museo della Liberazione. È un caso raro nella toponomastica dei trasporti romani: le stazioni prendono di norma il nome della strada o della piazza in cui si aprono, e l'aggiunta di un riferimento museale è una decisione deliberata, che serve a indirizzare chi scende e insieme a dire una cosa alla città.
La stessa cosa succede nella toponomastica minore del quartiere. L'indirizzo dell'edificio è via Tasso 145, ma nel linguaggio corrente romano, e nella storiografia, il nome del luogo è semplicemente via Tasso, senza numero civico, come se la strada intera coincidesse con il carcere. È un fenomeno che a Roma conosciamo bene: Regina Coeli è un carcere e non un monastero, le Ardeatine sono una strage e non una via. Quando un nome di strada diventa il nome di un fatto, vuol dire che quel fatto ha vinto la geografia.
Aggiungo una curiosità architettonica che pochissimi notano. L'edificio ha due portoni, il 145 e il 155, e le due ali erano collegate internamente da corridoi passanti al primo e al terzo piano. Chi oggi entra dal 145 sta camminando in metà di un sistema: l'altra metà, quella degli uffici e della caserma, è oggi proprietà privata e non si visita. La palazzina che si vede dalla strada, insomma, è più grande del museo, e l'estensione reale del comando tedesco a Roma era il doppio di quello che si percorre.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Storico della Liberazione di Roma
Che questo museo esiste per una clausola contrattuale. Il 15 giugno 1950 la principessa Josepha Ruspoli in Savorgnan di Brazzà donò allo Stato quattro appartamenti, imponendo che fossero destinati in via esclusiva e permanente a museo della lotta di Liberazione in Roma. Senza quella clausola, quelle stanze sarebbero state ripulite, imbiancate e riaffittate entro pochi anni, come è accaduto a decine di luoghi analoghi in Italia, e i graffiti tracciati con le unghie nella cella di segregazione oggi non esisterebbero.
La seconda parte della cosa che nessuno dice riguarda il tipo di conservazione. Le celle non sono state restaurate, sono state lasciate. È una distinzione tecnica che pesa moltissimo: restaurare significa scegliere uno stato da ripristinare, lasciare significa accettare anche l'usura, la polvere storica, il colore sbagliato di un intonaco. La linea fu tenuta da un direttore che in quelle celle era stato prigioniero, Arrigo Paladini, e poi dalla moglie Elvira Sabbatini Paladini. Il museo ha attraversato decenni di mode museografiche senza cedere a nessuna, e quando entrate in una cella oggi vedete quello che vide chi ci fu rinchiuso.
C'è un terzo elemento, ed è amministrativo ma non secondario. Il museo è un ente pubblico riconosciuto per legge dal 14 aprile 1957, non un'associazione né una fondazione privata. Questo lo ha protetto dai cicli dei finanziamenti volontari, ma lo ha anche legato ai bilanci pubblici, con tutte le fragilità del caso. Un'istituzione di questa importanza che sopravvive con una struttura minima, in una palazzina di quattro piani senza ascensore monumentale e senza bookshop, è una cosa che il visitatore straniero fatica a credere. È anche il motivo per cui l'ingresso è gratuito: qui non si vende un'esperienza, si tiene aperta una porta.
Il consiglio che ti do per visitare Museo Storico della Liberazione di Roma
Il primo consiglio riguarda l'orario. Arrivate all'apertura, non a metà giornata. Le celle del secondo e del terzo piano si affacciano su un corridoio stretto, e bastano dieci persone per rendere impossibile la lettura dei graffiti: la luce è quella che è, bisogna avvicinarsi alla parete e restarci qualche minuto. Nella prima mezz'ora di apertura, in una giornata feriale, il museo è praticamente vostro.
Il secondo consiglio riguarda l'ordine. Non saltate il piano terra. Il contesto storico della Roma occupata, con la cronologia dei nove mesi, i GAP, il Fronte Militare Clandestino, la questura fascista, è quello che rende leggibili le celle. Poi salite, e salite senza tornare indietro: il percorso ha un ordine narrativo che funziona, dal carcere alla persecuzione, e spezzarlo indebolisce tutto.
Il terzo consiglio è il più importante, e riguarda il tempo. Datevi una regola: nella cella di segregazione state fermi almeno tre minuti, senza fotografare, senza parlare. È un vano di pochi metri cubi e a occhio si esaurisce in venti secondi. I tre minuti servono a fare la sola cosa che quella stanza chiede, cioè leggere una per una le scritte sui muri: i conteggi dei giorni, le date, i nomi, le frasi lasciate a chi sarebbe subentrato. Sono l'unico documento che quegli uomini abbiano potuto scrivere, e sono ancora lì.
Quarto e ultimo: portatevi un quaderno, non il telefono. Molti visitatori fotografano le pareti e non le leggono, e poi non riguardano mai le fotografie. Se un nome vi colpisce, scrivetelo. Tornati a casa cercatelo nelle banche dati della Resistenza: nella maggior parte dei casi troverete una scheda, una data di nascita, un mestiere, un luogo di morte. Quella è la vera fine della visita, e avviene tre giorni dopo, a tavolino.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che a Roma la Resistenza fu, in misura molto maggiore che altrove, una faccenda di militari. Lo sanno gli storici, si legge in tutti i manuali seri, e tuttavia nell'immaginario corrente la Resistenza romana coincide con via Rasella e con i GAP, cioè con la componente comunista. Il museo di via Tasso corregge questa lettura con la forza dei documenti: la cella dedicata a Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, colonnello di stato maggiore e capo del Fronte Militare Clandestino, e le carte esposte accanto raccontano una rete di ufficiali rimasti in città dopo l'8 settembre, che tenne i collegamenti con il governo del Sud, organizzò informazione militare e assistenza ai prigionieri alleati, e pagò un prezzo altissimo.
La composizione dei trecentotrentacinque uccisi alle Fosse Ardeatine dice la stessa cosa: c'erano comunisti, azionisti, socialisti, cattolici, monarchici, militari di carriera, ebrei arrestati in quanto tali, e uomini che con la Resistenza non avevano nulla a che fare e furono presi per completare il numero. È una delle ragioni per cui questo luogo appartiene a tutti e non a una parte politica, e la sua storia istituzionale lo conferma: il comitato promotore fu presieduto dal presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento, la presidenza fu poi tenuta a lungo da un uomo politico democristiano, Paolo Emilio Taviani, e il museo fu inaugurato nel 1955 dal presidente della Repubblica.
Il fatto risaputo, dunque, è che la Resistenza romana fu plurale. La conseguenza che quasi nessuno trae è che via Tasso non è un museo di parte, e trattarlo come tale, in un senso o nell'altro, è il modo più sicuro per non capirlo. Ci si entra da cittadini, non da tifosi.
La foto giusta da fare a Museo Storico della Liberazione di Roma
Comincio dalla regola, che qui viene prima della composizione: prima di scattare, chiedete all'accoglienza che cosa è consentito. Le condizioni di ripresa nei luoghi di memoria cambiano nel tempo e possono variare da sala a sala, e in questo museo il rispetto della norma interna è parte della visita. Detto questo, la fotografia giusta esiste, ed è una sola.
Non è la cella di segregazione. Quello è il luogo in cui l'obiettivo va tenuto chiuso: fotografare i graffiti tracciati con le unghie da un uomo in isolamento, per portarsi a casa un ricordo, è un gesto che non aggiunge niente e toglie molto. Se dovete documentare quelle scritte per ragioni di studio, il museo è l'interlocutore giusto e le riproduzioni esistono.
La fotografia giusta è la finestra murata. Nella cella ricavata dalla vecchia cucina il tamponamento in mattoni è stato sezionato verticalmente a metà, e si vede in un colpo solo l'infisso in legno originale, lo spessore dei mattoni e la luce che non passa. È una immagine che contiene tutta la storia dell'edificio: una casa normale, una finestra normale, e la decisione di chiuderla dall'interno perché dalla strada niente si notasse. Inquadratela frontale, senza flash, lasciando entrare nell'inquadratura anche una porzione di piastrella della cucina. Chi guarda la fotografia capisce da solo.
La seconda inquadratura possibile, se cercate qualcosa che si racconti da fuori, è la facciata dell'edificio dalla strada. Via Tasso è una via ordinaria, con i portoni, i motorini in doppia fila e le insegne dei negozi. Fotografate il numero civico 145 con il palazzo intero che sale nell'inquadratura e la strada che continua ai lati. Quella normalità è il punto: nessun cartello monumentale, nessun sagrato, nessuna distanza di rispetto. Chi passava di lì nel 1944 vedeva esattamente questo, e non sapeva, o sapeva e taceva.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la trasformazione stessa dell'edificio, nei giorni successivi all'8 settembre 1943. Un immobile affittato all'ambasciata tedesca, sede fino a quel momento di un ufficio culturale e degli addetti militari e di polizia, diventa in poche settimane il centro operativo della polizia di sicurezza e del servizio di sicurezza del Reich per Roma, con un carcere ricavato negli appartamenti dell'ala destra. Il museo data l'occupazione tedesca della città dal 10 settembre 1943 al 4 giugno 1944.
Il 26 settembre 1943 in questo edificio Herbert Kappler convoca i rappresentanti della comunità ebraica romana e pretende cinquanta chili d'oro entro due giorni, minacciando la deportazione. L'oro viene consegnato. Il 16 ottobre 1943 il rastrellamento colpisce comunque: 1259 persone vengono raccolte nel Collegio Militare della Lungara e il 18 ottobre oltre mille vengono deportate ad Auschwitz-Birkenau da Tiburtina, su ventotto carri bestiame. Ne torneranno sedici.
Il 23 marzo 1944 un'azione dei GAP in via Rasella colpisce una colonna del terzo battaglione del reggimento di polizia delle SS Bozen: ventisette militari muoiono sul colpo, altri per le ferite, fino a trentatré. Nella notte fra il 23 e il 24 la rappresaglia viene decisa in ragione di dieci italiani per ogni tedesco ucciso, e le liste vengono compilate attingendo ai detenuti di questo carcere e a quelli di Regina Coeli forniti dal questore Caruso. Il pomeriggio del 24 marzo 1944 trecentotrentacinque uomini vengono uccisi nelle cave di pozzolana sulla via Ardeatina; l'ingresso viene poi fatto saltare con l'esplosivo.
Il 4 giugno 1944 la città viene liberata. Nelle ore precedenti i tedeschi in ritirata evacuano gli ultimi detenuti di via Tasso: quattordici di loro vengono fucilati alla Storta, al chilometro 14 della via Cassia, fra loro il sindacalista Bruno Buozzi, detenuto sotto il falso nome di Mario Alberti. Altri detenuti restano chiusi nelle celle e vengono liberati dalla popolazione del quartiere. Lo stesso giorno il primo tricolore sventola sul Campidoglio: quella bandiera è oggi esposta al terzo piano.
A fine luglio 1944 comincia la riesumazione delle salme dalle cave Ardeatine, e da quella operazione provengono gli effetti personali oggi esposti nelle vetrine del secondo piano. Il 15 giugno 1950 la proprietaria dell'immobile dona allo Stato quattro appartamenti con vincolo di destinazione museale. Il 4 giugno 1955 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi inaugura il primo nucleo del museo; il 14 aprile 1957 il museo è riconosciuto ente pubblico con legge n. 277; il 4 agosto 1957 viene aperta la sezione del terzo piano. Nel 2007 la stazione della metro A che serve la zona assume il nome di Manzoni - Museo della Liberazione.
Chi è passato da Museo Storico della Liberazione di Roma
Di questo edificio si dovrebbe parlare al passivo: non chi ci passò, ma chi ci fu portato. La lista dei detenuti documentati è lunga e il museo la tratta con la sobrietà che merita; qui restano i nomi accertati e verificabili.
Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, colonnello di stato maggiore, capo del Fronte Militare Clandestino di Roma, fu detenuto in questo carcere e ucciso alle Fosse Ardeatine. Al museo si conserva la bandiera bianca di fortuna con cui il 10 settembre 1943 attraversò le linee sulla via Tuscolana durante la battaglia per la difesa della città. Don Pietro Pappagallo, sacerdote, fu tenuto nel camerone del secondo piano e ucciso anche lui alle Ardeatine il 24 marzo 1944. Bruno Buozzi, dirigente sindacale, fu detenuto sotto falso nome e fucilato alla Storta il 4 giugno 1944.
Arrigo Paladini fu arrestato il 4 maggio 1944 e rinchiuso per un mese nella cella di segregazione del secondo piano; sopravvisse perché i tedeschi in fuga lo lasciarono chiuso dentro, e fu liberato dalla popolazione il 4 giugno. Divenne poi direttore del museo e scrisse un libro su questo carcere, pubblicato nel 1994 dall'Istituto poligrafico e Zecca dello Stato. Guglielmo Petroni, scrittore lucchese, passò anche lui per via Tasso e ne ricavò un libro uscito nel 1948, una delle testimonianze letterarie più asciutte sulla prigionia. Angelo Ioppi pubblicò la propria testimonianza già nel 1945. Nicola Ruffolo raccontò la cattura e la fuga dai tedeschi in un volume del 2012.
Ai piani superiori i graffiti registrano anche la presenza di prigionieri britannici: sulle pareti di una cella del terzo piano compare la firma di un militare dell'esercito britannico, memoria di una popolazione carceraria che comprendeva anche militari alleati catturati in città.
Sul versante opposto, il nome che questo edificio porta cucito addosso è quello di Herbert Kappler, comandante della polizia di sicurezza tedesca a Roma, processato nel 1947 e condannato all'ergastolo. Con lui operarono in questa sede il suo sottoposto Erich Priebke, condannato all'ergastolo in appello nel 1998, e altri ufficiali poi giudicati dalla giustizia militare italiana.
Dopo la guerra, per il museo, sono passati di qui il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, che lo inaugurò il 4 giugno 1955, lo storico del Risorgimento Alberto Maria Ghisalberti, che presiedette il comitato promotore, il bibliotecario Guido Stendardo, che curò l'allestimento, il presidente Paolo Emilio Taviani, che tenne la carica dal 1980 al 2001, ed Elvira Sabbatini Paladini, che diresse a lungo l'istituto. La direzione è oggi affidata allo storico Roberto Balzani.
Domande veloci su Museo Storico della Liberazione di Roma
Dove si trova il Museo Storico della Liberazione di Roma
In via Tasso 145, all'Esquilino, a circa cinque minuti a piedi da piazza San Giovanni in Laterano. L'edificio ha due portoni, 145 e 155: l'ingresso del museo è il 145.
Quanto costa il biglietto del Museo Storico della Liberazione di Roma
Niente. L'ingresso è gratuito per tutti i visitatori.
Quali sono gli orari del Museo Storico della Liberazione di Roma
L'orario in vigore è pubblicato sul sito ufficiale museoliberazione.it. Conviene consultarlo prima di partire, perché il museo osserva chiusure in alcune festività e modifica le fasce di ingresso negli anniversari. Per una conferma diretta, il telefono è 06 7003866.
Come si arriva al Museo Storico della Liberazione di Roma con i mezzi
Metro A, fermata Manzoni - Museo della Liberazione, oppure metro C e metro A a San Giovanni. In superficie servono la zona il tram 3 e gli autobus 16, 51, 85, 87, 360, 590 e 714.
Quanto dura la visita al museo di via Tasso
Fra un'ora e un'ora e mezza per una visita attenta. Chi si limita a percorrere le sale ne esce in quaranta minuti, ma perde la parte che conta, cioè la lettura dei graffiti.
Serve prenotare
Per i visitatori singoli, di norma no. Per le scuole e i gruppi organizzati si prenota con almeno venti giorni di anticipo, compilando il modulo sul sito del museo.
Si possono fare fotografie dentro il Museo Storico della Liberazione di Roma
Le condizioni di ripresa vanno chieste all'accoglienza all'ingresso. Indipendentemente dalla norma, nella cella di segregazione la scelta migliore è non fotografare affatto.
Il Museo Storico della Liberazione di Roma è adatto ai bambini
Sotto i dodici anni lo sconsiglio: senza contesto storico il luogo produce solo disagio. Dai tredici anni in su è uno dei musei più formativi della città.
È accessibile alle persone con disabilità
Le schede istituzionali lo indicano come accessibile, ma si tratta di una palazzina residenziale con celle strette e passaggi originali: conviene telefonare al 06 7003866 e concordare la visita in anticipo.
C'è una biblioteca e si può consultare
Sì, al piano terra, con volumi, collezioni di giornali, opuscoli e materiali sulla guerra e sulla lotta di Liberazione. Per la consultazione ci si rivolge al museo.
Che differenza c'è fra il museo di via Tasso e il Mausoleo delle Fosse Ardeatine
Via Tasso è il carcere in cui molte vittime furono detenute e da cui furono prelevate; il Mausoleo delle Fosse Ardeatine è il luogo dell'eccidio e la sepoltura dei trecentotrentacinque uccisi. I due luoghi si visitano in sequenza, prima il carcere.
Perché si chiama via Tasso e non museo della Liberazione, nel linguaggio comune
Perché nella memoria romana e nella storiografia il nome del carcere è l'indirizzo. È lo stesso meccanismo per cui Regina Coeli indica un carcere e le Ardeatine indicano una strage.
Quante persone furono detenute in via Tasso
Le stime disponibili parlano di circa duemila persone nei nove mesi dell'occupazione. Un carcere di polizia politica non tiene registri completi, quindi la cifra va intesa come ordine di grandezza.
Le celle del Museo Storico della Liberazione di Roma sono davvero originali
Sì. Porte, grate, spioncini, finestre murate, pavimenti, maniglie e interruttori sono quelli lasciati dai tedeschi nel giugno 1944. Non ci sono ricostruzioni.
Che cosa sono i graffiti sui muri
Scritte tracciate dai detenuti, in parte al buio e con le unghie: conteggi dei giorni di isolamento e delle torture subite, preghiere, frasi di sfida, messaggi per chi sarebbe subentrato nella cella.
Chi era Herbert Kappler
L'ufficiale delle SS che comandava a Roma la polizia di sicurezza con sede in questo edificio. Fu lui a decidere di adibirne l'ala destra a carcere. Processato nel 1947, fu condannato all'ergastolo.
Il Museo Storico della Liberazione di Roma parla anche della persecuzione degli ebrei
Sì. Il quarto piano ospita una mostra sull'antisemitismo a Roma e in Italia dal 1938 in avanti, con la persecuzione, la deportazione e lo sterminio degli ebrei romani, e il percorso comprende una sala dedicata ai prigionieri ebrei transitati per il carcere.
Che cos'è l'eccidio della Storta
La fucilazione di quattordici detenuti evacuati da via Tasso, compiuta dai tedeschi in ritirata al chilometro 14 della via Cassia il 4 giugno 1944. Fra le vittime il sindacalista Bruno Buozzi.
Che cos'è Forte Bravetta
Il forte sulla via Aurelia dove, nei nove mesi dell'occupazione, avvenne il maggior numero di esecuzioni di antifascisti a Roma, dopo le Fosse Ardeatine. Una cella del museo gli è dedicata.
Quando conviene andare al Museo Storico della Liberazione di Roma
Una mattina feriale d'inverno, all'apertura, se cercate silenzio e tempo per leggere. Il 16 ottobre, il 24 marzo, il 25 aprile e il 4 giugno se cercate le cerimonie e la partecipazione della città.
Ci sono materiali in inglese
Le brochure del museo sono disponibili in italiano e in inglese e si scaricano dal sito ufficiale. L'apparato didascalico in sala è prevalentemente in italiano: se accompagnate stranieri, scaricatele prima.
Che cosa si visita vicino al Museo Storico della Liberazione di Roma
La Basilica di San Giovanni in Laterano e la Scala Santa sono a cinque minuti; Porta Maggiore con la Basilica Sotterranea e Santa Croce in Gerusalemme a un quarto d'ora a piedi.
Si può abbinare la visita ad altri musei nello stesso giorno
Tecnicamente sì, ma lo sconsiglio. Uscire da qui ed entrare mezz'ora dopo in una basilica barocca significa non vedere né l'una né l'altra. Meglio la mattina qui e il pomeriggio libero.
Esiste un modo per cercare notizie su un familiare partigiano
Sì. La banca dati Partigiani d'Italia rende consultabile lo schedario delle commissioni per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, con le riproduzioni digitali delle domande. Il museo conserva inoltre dossier intestati alle singole vittime.
Il Museo Storico della Liberazione di Roma organizza attività per le scuole
Da oltre vent'anni lavora con le scuole secondarie italiane ed europee, con percorsi che usano archivio, biblioteca e raccolte video, e con un'aula didattica al piano terra.
Perché la stazione della metro si chiama Manzoni - Museo della Liberazione
Perché alla riapertura dopo l'ammodernamento della linea A, nel 2007, al nome della strada fu aggiunto quello del museo, per indirizzare i visitatori e per riconoscimento civile.
Vengo qui almeno una volta l'anno, e ogni volta esco convinto di due cose. La prima è che nessuna fotografia, nessun documentario e nessun libro riesce a restituire la misura di quelle stanze: bisogna attraversarle. La seconda è che il modo in cui questo luogo viene raccontato fuori da qui, a scuola come in televisione, è spesso troppo enfatico, e l'enfasi finisce per allontanare invece che avvicinare. Via Tasso funziona al contrario: è sobria, è spoglia, non alza mai la voce. Se ci andate, fatelo con lo stesso passo. E se avete un'ora sola a Roma per capire il Novecento italiano, spendetela qui e non altrove.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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