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Il Ghetto ebraico di Roma: cosa vedere e cosa sapere

Il Portico d'Ottavia nel rione Sant'Angelo
Foto: Falk2 — licenza CC BY-SA 4.0 — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:L06_697_Portikus_der_Octavia.jpg)

Il Ghetto ebraico di Roma occupa il rione Sant’Angelo, il più piccolo dei rioni storici della città, in un quadrilatero compreso fra il Tevere, il Teatro di Marcello, via Arenula e il lungotevere de’ Cenci. Qui vive e lavora la comunità ebraica più antica della diaspora occidentale: una presenza documentata a Roma almeno dal II secolo avanti Cristo, senza interruzioni, dall’età repubblicana a oggi. Il nome con cui tutti chiamano il quartiere indica però una cosa precisa, cioè il recinto chiuso istituito da papa Paolo IV nel 1555 con la bolla Cum nimis absurdum e rimasto in funzione fino al 1870. Il Ghetto non è un quartiere pittoresco: è insieme un luogo di residenza e di culto vivo, un sito archeologico e il luogo della razzia del 16 ottobre 1943, la più grande deportazione di ebrei mai compiuta in Italia. Le righe che seguono mettono in fila che cosa si vede, che cosa è successo qui con quali numeri documentati, e che cosa occorre sapere prima di arrivare: perché la Sinagoga e il Museo Ebraico di Roma sono chiusi il sabato, perché l’ingresso prevede controlli di sicurezza, e perché il calendario delle festività ebraiche può chiudere tutto anche in giorni feriali.

Dove si trova il Ghetto ebraico di Roma e come arrivare

Il Ghetto si estende nel rione Sant’Angelo, che deve il nome alla chiesa di Sant’Angelo in Pescheria ed è il rione meno esteso di Roma. L’asse principale è via del Portico d’Ottavia, che collega il lungotevere de’ Cenci alle rovine del portico antico. Il perimetro riconoscibile oggi non coincide con quello del recinto papale: il quartiere che si attraversa è in larga parte frutto delle demolizioni di fine Ottocento, e l’unico tratto che conserva la densità edilizia dell’antico serraglio è via della Reginella.

I confini del quartiere

Per orientarsi bastano quattro riferimenti visibili a occhio: a sud il Teatro di Marcello; a ovest il fiume, con il ponte Fabricio che porta all’Isola Tiberina e alla basilica di San Bartolomeo all’Isola; a nord largo di Torre Argentina con l’area sacra; a est via Arenula, che separa Sant’Angelo dal rione Regola. Chi arriva da Trastevere attraversa l’Isola Tiberina in due minuti e si trova sul lungotevere de’ Cenci, a ridosso della Sinagoga.

Con i mezzi pubblici

Non esiste una fermata della metropolitana dentro il Ghetto. La stazione utile più vicina è Colosseo sulla linea B, da cui si cammina per circa venti minuti lungo via dei Fori Imperiali e via del Teatro di Marcello. La soluzione più comoda è il trasporto di superficie: le linee che percorrono via Arenula e largo di Torre Argentina fermano a pochi minuti da via del Portico d’Ottavia, e lo stesso vale per la rete tranviaria di viale Trastevere, da cui si attraversa il fiume a piedi. Chi scende a largo di Torre Argentina ha davanti cinque minuti scarsi, con la possibilità di una sosta al santuario dei gatti e al museo della Crypta Balbi, che racconta la stratificazione urbana di questo settore del Campo Marzio.

In auto, in taxi, a piedi

Il Ghetto ricade in zona a traffico limitato e non offre parcheggi dedicati: chi arriva in auto da fuori città fa bene a lasciarla in un parcheggio di scambio sulla metropolitana. I taxi si fermano sul lungotevere e in via Arenula, non sempre dentro il quartiere. Il modo più ragionevole di arrivare resta a piedi: dal Campidoglio si scende in meno di dieci minuti costeggiando il Teatro di Marcello, da Campo de’ Fiori ne bastano sette per via dei Giubbonari e via Arenula, dal Pantheon circa un quarto d’ora.

Duemila anni prima del Ghetto: gli ebrei a Roma dal II secolo avanti Cristo

La comunità ebraica di Roma documenta la propria presenza in città a partire dal 161 avanti Cristo, quando secondo la storia ufficiale della Comunità Ebraica di Roma gli ambasciatori Eupolemo e Giasone furono inviati al Senato romano per stringere un’alleanza con Giuda Maccabeo. È la ragione per cui la comunità romana viene definita la più antica della diaspora occidentale: non una formula celebrativa, ma una continuità insediativa che precede di secoli la nascita del cristianesimo e non conosce interruzioni fino a oggi. La testimonianza archeologica più consistente di questa prima fase non è nel Ghetto ma nelle catacombe ebraiche di Vigna Randanini sull’Appia e di Villa Torlonia sulla Nomentana, distinte dalle catacombe cristiane per cronologia e iconografia e non aperte al pubblico con la stessa continuità.

Dall’impero al Medioevo

La presenza si consolida con le campagne di Pompeo in Oriente e cresce dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo: per l’età imperiale sono documentate a Roma almeno dodici sinagoghe, e l’insediamento principale è sulla riva destra del Tevere, non nel rione Sant’Angelo. Intorno al 1165 il viaggiatore Beniamino da Tudela descrive a Roma una comunità di circa duecento nuclei ebraici, trattati con rispetto e non soggetti a tributo. È nel Medioevo che l’insediamento si sposta da Trastevere alla riva sinistra, intorno al Portico d’Ottavia e alla Pescheria. Quando nel 1555 il papa deciderà di rinchiudere gli ebrei sceglierà proprio l’area dove già abitava una parte consistente della comunità: una zona bassa, esposta alle piene del Tevere e fra le meno salubri della città.

La bolla Cum nimis absurdum e l’istituzione del serraglio nel 1555

Il Ghetto di Roma nasce con la bolla Cum nimis absurdum di papa Paolo IV, Gian Pietro Carafa, emanata nel luglio 1555. La data più diffusa nelle fonti, compresa la storia ufficiale della Comunità Ebraica di Roma, è il 14 luglio 1555; alcune voci enciclopediche italiane indicano invece il 12 luglio. Il provvedimento revocò in blocco i diritti riconosciuti agli ebrei romani e impose la residenza obbligatoria in un’area recintata e chiusa da porte, che le fonti dell’epoca chiamano serraglio degli Ebrei o claustro degli Ebrei: il termine ghetto, di origine veneziana, si afferma a Roma soltanto verso la fine del Cinquecento.

Che cosa stabiliva la bolla

Le disposizioni riguardavano ogni aspetto della vita. Residenza obbligatoria nel recinto, con le porte chiuse dal tramonto all’alba. Segno distintivo obbligatorio: un berretto per gli uomini e un segnale analogo per le donne, di colore giallo nelle versioni più diffuse del testo, indicato come glauco, cioè celeste tendente al verde, in altre trascrizioni. Divieto di possedere beni immobili e obbligo di vendere quelli già posseduti. Mestieri limitati al commercio degli stracci e degli abiti usati, al prestito su pegno e alla vendita del pesce. Divieto di esercitare la medicina sui cristiani, di impiegare personale domestico cristiano e di commerciare generi di prima necessità. Una sola sinagoga per territorio, disposizione che a Roma ebbe una conseguenza architettonica precisa e spiega l’esistenza delle Cinque Scole.

Le dimensioni del recinto

L’area recintata nel 1555 misurava circa tre ettari e aveva pianta trapezoidale, con i lati maggiori di circa 270 metri verso il Tevere e 180 metri sul lato opposto. Le porte erano inizialmente due, poi tre nel Cinquecento, cinque dopo l’ampliamento voluto da Sisto V nel 1586 e infine otto nell’Ottocento. Gli abitanti alla fondazione erano circa duemila, saliti a circa tremilacinquecento alla fine degli anni Ottanta del Cinquecento e a circa quattromila alla metà del Seicento. Nell’Ottocento le stime parlano di una popolazione che in alcune fasi si avvicina alle diecimila persone in tre ettari: una densità che spiega da sola le condizioni igieniche del quartiere.

Perché proprio qui

La scelta del sito non fu né casuale né neutra. Il settore compreso fra il Portico d’Ottavia e il fiume era il punto più basso di quel tratto di città, allagato dalle piene del Tevere fino alla costruzione dei muraglioni deliberata dal Parlamento nel 1875, e per questo associato a malaria, colera e febbri ricorrenti. Rinchiudere qui una popolazione crescente, vietandole di acquistare immobili e quindi di costruire in orizzontale, produsse l’unica soluzione praticabile, cioè la crescita in altezza con sopraelevazioni continue su edifici non progettati per reggerle. Le fotografie e le incisioni del secondo Ottocento mostrano case altissime e vicoli larghi meno di due metri.

Tre secoli dentro il recinto: prediche coatte, mestieri, alluvioni

Il Ghetto di Roma restò in funzione per 315 anni, dal 1555 al 1870, con due sole interruzioni: la Repubblica Romana del 1798, che proclamò la parità dei diritti, e quella del 1849. In entrambi i casi il ritorno del potere pontificio comportò la reintroduzione delle restrizioni, piena nel 1814 con Pio VII.

Le prediche coatte

Fra gli obblighi imposti agli ebrei romani il più noto è quello della predica forzata. La costituzione apostolica Sancta Mater Ecclesia, emanata da Gregorio XIII il 1 settembre 1584, stabilì che le prediche di conversione si tenessero ovunque esistesse una sinagoga e che vi partecipasse a turno un terzo degli abitanti del ghetto. A Roma le prediche si svolsero in chiese adiacenti al quartiere, fra cui la Santissima Trinità dei Pellegrini, Santa Maria del Pianto e Sant’Angelo in Pescheria. L’obbligo fu abolito da Pio IX: le fonti indicano il 1847 oppure il 1848, e la carica di incaricato della predica agli ebrei compare ancora nell’annuario pontificio del 1860.

Le Cinque Scole

La disposizione che vietava più di una sinagoga per città produsse a Roma una soluzione singolare: cinque congregazioni distinte riunite dentro un solo edificio, sulla piazza che ancora oggi si chiama piazza delle Cinque Scole. Erano la Scola Tempio e la Scola Nova, delle famiglie ebraiche già romane; la Scola Catalana e la Scola Castigliana, degli esuli dalla Spagna dopo il 1492; e la Scola Siciliana. Ogni congregazione conservava rito, arredi e tradizioni proprie. L’edificio non esiste più: fu dismesso e demolito nelle ristrutturazioni urbanistiche a cavallo fra Otto e Novecento, e le fonti riportano date diverse per l’incendio che lo danneggiò e per l’abbattimento, quindi qui non ne indichiamo una. Gli arredi, i tessuti e i marmi superstiti sono oggi conservati nel Museo Ebraico e nel Tempio Spagnolo.

Il 1870, l’emancipazione e la demolizione del quartiere

Il Ghetto di Roma fu abolito di fatto con la presa di Roma del 20 settembre 1870 e l’annessione della città al Regno d’Italia, che estese agli ebrei romani la parità di diritti già riconosciuta nel resto del paese. Le mura erano già state abbattute una prima volta il 17 aprile 1848 per ordine di Pio IX, ma la segregazione era stata poi ripristinata di fatto: solo il 1870 chiude definitivamente la vicenda giuridica.

Che cosa fu demolito e quando

La fine della segregazione non salvò il quartiere. A partire dal 1888, nel quadro del piano regolatore della nuova capitale e della costruzione degli argini del Tevere, la quasi totalità del tessuto edilizio storico venne abbattuta: scomparvero via della Scuola Catalana, vicolo Capocciuto, via della Rua e decine di altri vicoli, insieme alle case sopraelevate e alle corti. Al loro posto sorsero gli isolati ottocenteschi e novecenteschi che si vedono oggi, con strade larghe e facciate regolari. Il quartiere che si attraversa non è quindi il ghetto papale: è la città che lo ha sostituito. L’unica strada che conserva la dimensione del recinto è via della Reginella, il vicolo stretto fra piazza Mattei e via del Portico d’Ottavia, inglobato nel ghetto durante l’ampliamento ottocentesco sotto Leone XII: percorrerla è il modo più diretto per capire che cosa significassero tre ettari per diverse migliaia di persone.

Il Tempio Maggiore, la Sinagoga di Roma

Il Tempio Maggiore di Roma fu costruito fra il 1901 e il 1904 sul lungotevere de’ Cenci, su progetto degli architetti Osvaldo Armanni e Vincenzo Costa, vincitori del concorso. La prima pietra fu posata il 20 luglio 1901; l’inaugurazione avvenne nel luglio 1904, con la visita del re Vittorio Emanuele III il 2 luglio e la consacrazione officiata dal rabbino capo Vittorio Castiglioni, per la quale le fonti indicano il 27 o il 29 luglio. La costruzione della Sinagoga fu un atto deliberatamente visibile: dopo tre secoli di culto nascosto dentro un edificio anonimo, la comunità volle un tempio monumentale affacciato sul fiume e riconoscibile dall’intera città.

L’architettura e la cupola quadrata

Lo stile è eclettico e cita elementi assiri, egizi e greci, nel tentativo ottocentesco di evocare l’antico Israele evitando sia il neogotico sia il neoclassico romano. L’elemento più riconoscibile è la cupola a pianta quadrata: in una città di cupole circolari, la Sinagoga si individua dal Gianicolo e dai ponti proprio per quella pianta. All’interno il Tempio Maggiore segue il rito italiano, il più antico dei riti ebraici europei.

Il Tempio Spagnolo e largo Stefano Gaj Taché

Nel seminterrato dello stesso complesso si trova una seconda sinagoga, il Tempio Spagnolo o Scoletta, attivo dal 1932 e officiato secondo il rito spagnolo: conserva arredi provenienti dalle Cinque Scole demolite ed è il punto in cui la continuità materiale con il ghetto è più diretta. Lo slargo davanti alla Sinagoga porta dal 2012 il nome di Stefano Gaj Taché, il bambino di due anni ucciso nell’attentato del 9 ottobre 1982: è l’indirizzo ufficiale che la Comunità Ebraica di Roma indica per la Sinagoga, mentre alcune mappe riportano via Catalana, che è l’accesso del museo.

Il Museo Ebraico di Roma: orari, biglietti, cosa si vede

Il Museo Ebraico di Roma si trova all’interno del complesso monumentale del Tempio Maggiore, con ingresso da via Catalana, ed è chiuso il sabato e nelle festività ebraiche. È attivo dal 1960; l’allestimento attuale è stato inaugurato nel 2005 e si sviluppa in sette sale tematiche. Sulla superficie le fonti divergono di poco: il sito del museo indica circa 700 metri quadrati, la scheda del Ministero della cultura circa 600.

Le collezioni

Il museo conserva argenti, tessuti, marmi, manoscritti, incunaboli e documenti d’archivio, in gran parte riferibili al periodo del ghetto e all’edificio delle Cinque Scole: la scheda ministeriale indica circa 400 pezzi di argenteria, 900 tessuti e 100 opere in marmo. Le collezioni tessili sono il nucleo più importante, con parochot, mantelli per i rotoli della Torah e paramenti ricamati. Il percorso comprende anche una galleria di marmi antichi e il giardino.

Orari e biglietti

Gli orari pubblicati dal museo prevedono, nel periodo invernale indicativamente da ottobre a marzo, apertura da domenica a giovedì dalle 10 alle 17 (ultimo ingresso 16.15) e il venerdì dalle 9 alle 14 (ultimo ingresso 13.15); nel periodo estivo, da aprile a settembre, da domenica a giovedì dalle 10 alle 18 (ultimo ingresso 17.15) e il venerdì dalle 10 alle 16 (ultimo ingresso 15.15). Il biglietto risulta di 12 euro intero, 10 ridotto, 6 per studenti under 25, gratuito sotto i dieci anni, e comprende il museo con audioguida scaricabile e l’ingresso al Tempio Maggiore con visita guidata. La prenotazione online prevede 1 euro di prevendita e alcuni giorni di anticipo. Questi dati cambiano con frequenza e vanno riconfermati sul sito ufficiale prima di partire. Il punto operativo più importante resta un altro: museo e Sinagoga sono chiusi ogni sabato e in tutte le festività ebraiche, che seguono il calendario lunisolare e cadono in date diverse ogni anno, anche infrasettimanali, con chiusure che possono durare più giorni consecutivi. Il museo pubblica ogni anno il calendario aggiornato.

Il 16 ottobre 1943: la razzia del Ghetto

Il 16 ottobre 1943, all’alba, le SS circondarono il quartiere del Portico d’Ottavia e arrestarono gli ebrei romani casa per casa: è la più grande operazione di cattura di ebrei mai compiuta in Italia, e passa alla memoria della città come il sabato nero. L’operazione, diretta dal comando di polizia di sicurezza retto dal tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, non si limitò al Ghetto ma toccò diversi quartieri della città.

L’oro del settembre 1943

La razzia fu preceduta da un ricatto. Alla fine di settembre 1943 Kappler convocò i dirigenti della comunità e chiese la consegna di 50 chilogrammi di oro entro 36 ore, poi prorogate di alcune ore, minacciando in caso contrario la deportazione di duecento persone. La comunità raccolse l’oro fra i propri membri e fra cittadini non ebrei e lo consegnò il 28 settembre 1943, in quantità leggermente superiore a quella richiesta: le ricostruzioni indicano 50,3 chilogrammi. La consegna non evitò nulla. Poche settimane dopo gli elenchi della comunità, sequestrati insieme all’archivio e alla biblioteca, servirono a organizzare gli arresti.

I numeri della razzia

Le cifre più ricorrenti nella storiografia, riprese dalla voce enciclopedica italiana sulla base degli studi di Robert Katz, indicano 1.259 persone arrestate il 16 ottobre, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 bambini. I fermati furono radunati nel Collegio Militare di palazzo Salviati, in via della Lungara. Nelle ore successive furono rilasciate le persone riconosciute come cittadini stranieri, appartenenti a unioni miste o non ebree: le ricostruzioni indicano 236 o 237 rilasci. Il 18 ottobre il convoglio partì dalla stazione Tiburtina. Sul numero dei deportati le fonti divergono di poche unità e la differenza va detta: 1.023 secondo la ricostruzione di Katz ripresa dalla voce enciclopedica, 1.022 secondo la storia ufficiale pubblicata dalla Comunità Ebraica di Roma, 1.007 secondo il rapporto redatto da Kappler dopo i rilasci. Nessuna di queste cifre va arrotondata.

Auschwitz e i sedici

Il convoglio arrivò ad Auschwitz il 22 ottobre 1943, in tarda serata. Alla selezione furono giudicate abili al lavoro 201 persone, 154 uomini e 47 donne; tutte le altre furono uccise nelle camere a gas subito dopo l’arrivo. Dei deportati del 16 ottobre tornarono sedici persone: quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino, nata a Roma il 15 aprile 1921 e morta il 3 luglio 2000, che sopravvisse anche a Bergen-Belsen e che dedicò gli ultimi decenni della propria vita alla testimonianza. Sedici sopravvissuti su oltre mille deportati: è la cifra che riassume la giornata.

Che cosa successe dopo

La razzia del 16 ottobre non chiuse la persecuzione a Roma. Gli arresti di ebrei proseguirono fino alla liberazione della città il 4 giugno 1944, condotti anche da reparti italiani e con il ricorso a delatori pagati. Molti ebrei romani furono nascosti in conventi, istituti religiosi, ospedali e case private: la storiografia ha documentato sia casi di soccorso sia casi di denuncia, e su questo terreno la ricerca continua a lavorare su fonti d’archivio. Sul piano nazionale, le statistiche elaborate dal CDEC sulla base del Libro della Memoria di Liliana Picciotto contano 6.806 ebrei arrestati e deportati dall’Italia, 5.969 morti in deportazione, 837 sopravvissuti e 322 persone arrestate e uccise in Italia, per un totale identificato di 7.579 vittime, cifra che lo stesso CDEC stima per difetto e che porta a un totale di almeno 8.529 considerando gli arresti non documentati.

Le Fosse Ardeatine e il dopoguerra

Il 24 marzo 1944 le SS uccisero 335 persone nelle cave di pozzolana lungo la via Ardeatina, in rappresaglia per l’attacco partigiano di via Rasella del giorno precedente, nel quale morirono 33 militari tedeschi del reggimento Bozen (32 sul colpo e uno il giorno dopo), applicando il criterio di dieci italiani uccisi per ogni militare tedesco. Almeno 75 delle 335 vittime erano ebrei arrestati per motivi razziali: è la più grande uccisione di ebrei compiuta sul suolo italiano durante la Shoah.

Il Mausoleo

Il luogo dell’eccidio è oggi il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, sacrario nazionale con ingresso gratuito, dove le 335 tombe sono allineate sotto una grande lastra di cemento. Non è nel Ghetto e richiede uno spostamento verso la via Appia, ma completa in modo necessario il percorso della memoria romana. Insieme al mausoleo, gli altri due luoghi civici del dopoguerra sono il Museo storico della Liberazione di via Tasso, allestito negli ambienti che furono il carcere del comando di polizia tedesco, e la Casa della memoria e della storia a Trastevere, che raccoglie gli archivi delle associazioni della Resistenza e della deportazione.

La comunità dopo il 1945

La comunità ebraica di Roma si ricostruì nello stesso quartiere, che non fu mai abbandonato: il Tempio Maggiore riprese la propria funzione, le istituzioni comunitarie furono ricostituite, la scuola ebraica tornò a funzionare. La Comunità è oggi la più numerosa d’Italia ed è retta da un consiglio di 27 membri eletto ogni quattro anni, con un presidente e una giunta di nove componenti; il rabbino capo è rav Riccardo Shemuel Di Segni dal novembre 2001. Sul numero esatto degli iscritti la Comunità non pubblica un dato ufficiale aggiornato, e le cifre che circolano vanno prese come stime. Nel Tempio Maggiore sono entrati tre papi: Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986, prima visita documentata di un pontefice a una sinagoga, Benedetto XVI il 17 gennaio 2010 e Francesco il 17 gennaio 2016.

L’attentato alla Sinagoga del 9 ottobre 1982

Il 9 ottobre 1982, verso le 11.55, un commando armato attaccò con bombe a mano e armi automatiche i fedeli che uscivano dal Tempio Maggiore. Era sabato, si celebravano insieme lo Shabbat, Sheminì Atzeret e i bar mitzvah di numerosi ragazzi, e nella Sinagoga erano presenti circa trecento persone, fra cui molti bambini. L’attacco durò pochi minuti. Stefano Gaj Taché, due anni, fu colpito a morte da una scheggia. I feriti furono 37 secondo alcune fonti, 40 secondo altre: la divergenza è consolidata e non esiste una cifra unica.

La matrice e le conseguenze

L’attentato fu attribuito al gruppo palestinese guidato da Abu Nidal; il procedimento giudiziario italiano ha portato a condanne, ma l’identificazione completa degli esecutori ha richiesto decenni e resta oggetto di ricerca. I controlli di sicurezza all’ingresso della Sinagoga, la vigilanza nella piazza e la richiesta di un documento non sono formalità burocratiche: sono la conseguenza diretta di quel 9 ottobre.

Il Portico d’Ottavia e Sant’Angelo in Pescheria

Il Portico d’Ottavia è il monumento antico intorno a cui si è formato il quartiere: un grande recinto porticato costruito in origine da Quinto Cecilio Metello Macedonico nel II secolo avanti Cristo e ricostruito da Ottaviano fra il 27 e il 23 avanti Cristo, che lo dedicò a nome della sorella Ottavia. Racchiudeva due templi, quello di Giunone Regina, dedicato nel 179 avanti Cristo, e quello di Giove Statore, descritto da Vitruvio come il primo edificio sacro interamente in marmo costruito a Roma.

Il propileo e l’iscrizione severiana

Quel che si vede oggi da via del Portico d’Ottavia è il propileo, l’ingresso monumentale, con colonne e frontone ricostruiti dopo l’incendio dell’80 dopo Cristo e poi con l’intervento di Settimio Severo e Caracalla del 203, ricordato dall’iscrizione ancora leggibile. Un terremoto nel 442 provocò ulteriori danni, riparati con l’arco in laterizio che sostituisce due colonne perdute: la sovrapposizione fra marmo antico e mattoni tardoantichi è visibile a occhio nudo ed è uno dei pochi punti di Roma in cui la storia dei restauri si legge senza spiegazioni.

Il mercato del pesce

Per tutto il Medioevo e fino al 1885 il portico ospitò il mercato del pesce di Roma, il forum piscium che dà il nome alla chiesa e al rione. Sul muro accanto alla chiesa è murata una lapide che stabiliva che le teste dei pesci oltre una certa lunghezza spettassero ai conservatori, i magistrati civici: una norma fiscale medievale che il folklore romano ha poi trasformato in aneddoto. La chiesa di Sant’Angelo in Pescheria fu fondata presso il propileo intorno al 770 e ingloba nella propria struttura parte delle murature antiche.

Le prediche forzate a Sant’Angelo

Sant’Angelo in Pescheria è una delle chiese in cui si tennero le prediche coatte imposte agli ebrei del ghetto dopo il 1584, e sorge a pochi metri dall’antico ingresso del recinto: la contiguità non era casuale, perché l’obbligo prevedeva che un terzo degli abitanti vi si recasse a turno. È il luogo del Ghetto in cui la coercizione religiosa dei secoli papali è più concretamente localizzabile.

Gli altri luoghi del quartiere

Il Ghetto concentra in poche centinaia di metri monumenti di epoche distanti: una passeggiata costruita bene tiene insieme il II secolo avanti Cristo e il Novecento senza allontanarsi da via del Portico d’Ottavia.

Il Teatro di Marcello

Il Teatro di Marcello fu iniziato da Giulio Cesare, completato da Augusto probabilmente già nel 17 avanti Cristo e dedicato nel 13 o nell’11 avanti Cristo al nipote Marcello. Aveva un diametro di circa 130 metri e una capienza calcolata intorno ai 15.000 posti, ampliabili a 20.000, e conserva due dei tre ordini originari, con arcate su pilastri e semicolonne doriche e ioniche. Trasformato in fortezza dai Pierleoni e poi dai Savelli, nel Cinquecento ricevette il palazzo che ancora lo sovrasta, opera di Baldassarre Peruzzi, passato in seguito agli Orsini. La parte romana fu acquisita dal Comune negli anni Trenta, scavata e restaurata: l’area archeologica si visita liberamente e gratuitamente, con orario indicativo dalle 9 alle 19 in ora legale e dalle 9 alle 18 in ora solare, mentre il palazzo sopra le arcate è abitazione privata e non si visita.

La Fontana delle Tartarughe

La Fontana delle Tartarughe, in piazza Mattei, fu realizzata fra il 1581 e il 1588 su progetto di Giacomo della Porta, con le sculture di Taddeo Landini, alimentata dall’acqua Vergine. I quattro efebi in bronzo che sorreggono i delfini erano previsti in marmo e furono realizzati in bronzo in corso d’opera. Le tartarughe che danno il nome alla fontana non fanno parte del progetto originario: furono aggiunte nel restauro del 1658-1659 sotto Alessandro VII e la tradizione le attribuisce a Gian Lorenzo Bernini, attribuzione che le schede della Sovrintendenza Capitolina riportano appunto come tradizionale e non come certa. La fontana è stata restaurata nel 2005-2006 e di nuovo nel 2025 nell’ambito del programma Caput Mundi. Altri riferimenti nell’itinerario su Bernini a Roma e in quello dedicato a Roma barocca.

La Casa di Lorenzo Manilio

Ai numeri 1 e 2 di via del Portico d’Ottavia si trova la casa che Lorenzo Manilio si fece costruire nel 1468, uno dei rari esempi di edilizia abitativa rinascimentale conservata in questo settore di Roma. La facciata reca una lunga iscrizione latina che data la costruzione non con l’anno cristiano ma ab urbe condita: l’anno indicato è il 2221, che corrisponde al 1468 sottraendo i 753 anni convenzionali della fondazione di Roma. Il testo precisa anche l’età del committente, cinquant’anni, tre mesi e due giorni, e la data della prima pietra, l’undicesimo giorno prima delle calende di agosto, cioè il 22 luglio 1468. Nella facciata sono murati frammenti di rilievi antichi, secondo la pratica quattrocentesca del collezionismo di spoglio. L’iscrizione definisce il luogo ad forum Iudeorum, presso il foro dei Giudei: un dettaglio che documenta la presenza ebraica nella zona ottantasette anni prima dell’istituzione del ghetto.

L’Isola Tiberina e i ponti

Dal Ghetto il ponte Fabricio, costruito nel 62 avanti Cristo e il più antico ponte di Roma ancora in uso nella struttura originaria, porta all’Isola Tiberina e alla basilica di San Bartolomeo all’Isola, dal 2002 memoriale dei nuovi martiri del Novecento. Il ponte è detto anche dei Quattro Capi per le erme quadrifronti alle testate. Dalla punta dell’isola si vede il Ponte Rotto. Chi prosegue oltre il fiume entra a Trastevere, dove la comunità ebraica aveva il proprio insediamento principale in età imperiale.

Verso il Foro Boario e il Campidoglio

Sul lato opposto, superato il Teatro di Marcello, si raggiunge in pochi minuti il Foro Boario con i templi repubblicani, la basilica di Santa Maria in Cosmedin e la Bocca della Verità, e da lì il Circo Massimo. Risalendo invece verso nord si arriva alla Cordonata, al Campidoglio con i Musei Capitolini e alla basilica di Santa Maria in Aracoeli, oltre che a Palazzo Venezia e all’Altare della Patria. È la ragione per cui il Ghetto funziona bene come cerniera fra due itinerari diversi e non come tappa isolata.

Le pietre d’inciampo e la Casina dei Vallati

Le pietre d’inciampo sono sampietrini rivestiti di ottone, di 10 per 10 centimetri, posati nella pavimentazione davanti all’ultimo domicilio scelto liberamente da una vittima della persecuzione nazifascista, con inciso il nome, la data di nascita, il luogo e la data della deportazione e, quando nota, la sorte. Sono un’opera diffusa dell’artista tedesco Gunter Demnig, presentata a Roma per la prima volta nel 2010 e da allora ampliata ogni anno con nuove posizioni. Nel Ghetto se ne incontrano molte su via del Portico d’Ottavia, in via della Reginella e nelle strade adiacenti. La logica dell’opera è antimonumentale: non un memoriale centrale, ma nomi singoli davanti a portoni ancora abitati, e il gesto che l’autore ha immaginato è fermarsi a leggere il nome. Il totale delle pietre posate a Roma cresce a ogni edizione annuale e il dato aggiornato si trova sul sito di Roma Capitale.

La Casina dei Vallati

La Casina dei Vallati, in via del Portico d’Ottavia 29, è un edificio duecentesco con aggiunte cinquecentesche, emerso dalle demolizioni degli anni Venti del Novecento attorno al Teatro di Marcello e così chiamato dalla famiglia di mercanti che possedeva immobili nel rione fra Duecento e Trecento. Dal 2015 è la sede espositiva della Fondazione Museo della Shoah, con orari indicati da domenica a giovedì dalle 10 alle 18 e il venerdì dalle 10 alle 13, chiusura il sabato e nelle festività ebraiche; molte mostre sono a ingresso gratuito, ma conviene verificare le condizioni della singola esposizione. Fra gli strumenti permanenti c’è una mappa interattiva degli arresti e delle deportazioni del 16 ottobre 1943, costruita su documenti e testimonianze. È in cantiere una sede museale nuova e più ampia accanto a Villa Torlonia: la data di apertura non è a oggi definita, quindi conviene considerare la Casina dei Vallati come sede attiva e non dare per acquisite le date annunciate dalla stampa.

La cucina giudaico romanesca: che cosa è e perché è così

La cucina giudaico romanesca è il repertorio elaborato dalla comunità ebraica di Roma nei secoli del ghetto, e la sua caratteristica strutturale è la povertà degli ingredienti unita alla complessità delle tecniche. Nasce dall’incrocio fra due vincoli: le regole alimentari ebraiche, la kasherut, che separa carne e latte e vieta interi gruppi di alimenti, e le restrizioni economiche della segregazione. La bolla del 1555 limitava i mestieri al commercio degli stracci e degli abiti usati, al prestito su pegno e alla vendita del pesce: da lì viene il ricorso sistematico a verdure di stagione, frattaglie, pesce azzurro e tecniche di conservazione. Il risultato è entrato nel repertorio romano comune al punto che molti romani non ne conoscono più l’origine.

I carciofi alla giudia

Il piatto più noto usa il carciofo romanesco, in particolare il cimarolo, la testa principale della pianta, tondo e senza spine interne. Il carciofo viene mondato delle foglie esterne, aperto a fiore e fritto, con una seconda frittura a temperatura più alta che rende croccanti le foglie lasciando il cuore morbido. È una preparazione stagionale, perché il carciofo romanesco si trova indicativamente fra la fine dell’inverno e la primavera. Nel 2018 il Rabbinato d’Israele mise in discussione la kasherut del carciofo alla giudia, sostenendo che il cuore non fosse ispezionabile a sufficienza per escludere la presenza di insetti; la Comunità Ebraica di Roma respinse pubblicamente quella lettura, rivendicando cinque secoli di tradizione e di supervisione rabbinica locale.

La concia

La concia è una preparazione di zucchine tagliate a fette sottili, fritte e poi marinate a strati con aceto, aglio e menta romana. Nasce come tecnica di conservazione in assenza di refrigerazione ed è un piatto che migliora dopo qualche ora di riposo. Lo stesso metodo si applica ad altre verdure. È uno dei casi più chiari in cui una necessità pratica ha prodotto una preparazione entrata stabilmente nel gusto romano.

Aliciotti con l’indivia

Gli aliciotti con l’indivia sono un piatto di alici fresche e indivia riccia cotte in forno a strati, senza formaggio, perché la kasherut vieta l’accostamento fra pesce e latticini nella stessa preparazione secondo l’uso corrente. Sono un esempio diretto del rapporto fra il ghetto e il mercato del pesce del Portico d’Ottavia, che si trovava a pochi metri dalle porte del recinto e che forniva il pesce meno pregiato, cioè quello accessibile.

I dolci: crostata di ricotta e visciole, pizza ebraica

La crostata di ricotta e visciole è una torta a doppia sfoglia con un ripieno di ricotta coperto da confettura di visciole, cotta in modo che la ricotta resti nascosta sotto la pasta. La tradizione locale collega questa forma chiusa a un periodo in cui la vendita dei latticini agli ebrei era limitata e racconta che la copertura servisse a nasconderne il contenuto: è una spiegazione tramandata oralmente e non un fatto documentato, e come tale la riportiamo. L’altro dolce tipico è la pizza ebraica, nota anche come pizza de beridde, un impasto secco e compatto con uvetta, mandorle, pinoli e frutta candita. Chi vuole approfondire la storia della cucina romana in chiave museale trova un riferimento al museo della cucina Garum.

Kasher e non kasher

Nel Ghetto convivono esercizi certificati kasher, sotto supervisione rabbinica, ed esercizi che non lo sono: la distinzione non è sempre evidente dall’insegna e chi ha necessità di rispettare la kasherut deve verificare la certificazione, che la Comunità Ebraica di Roma aggiorna. Gli esercizi certificati seguono inoltre il calendario ebraico e restano chiusi il sabato e nelle festività. Non indichiamo nomi di ristoranti: la scelta cambia rapidamente e la certificazione è l’unico criterio che conta per chi ne ha bisogno.

Shabbat, festività e regole di visita

Lo Shabbat va dal tramonto del venerdì alla comparsa delle prime stelle del sabato sera, e nel Ghetto ha conseguenze pratiche immediate: la Sinagoga e il Museo Ebraico non si visitano, gli esercizi kasher sono chiusi, l’attività commerciale della comunità si ferma. È il dato operativo che più frequentemente manda a vuoto una visita programmata male, perché il sabato è proprio il giorno in cui molti turisti scelgono di dedicarsi ai quartieri centrali.

Che cosa resta visitabile di sabato

Di sabato il quartiere si attraversa liberamente: il Portico d’Ottavia, piazza Mattei con la Fontana delle Tartarughe, via della Reginella, la facciata della Casa di Lorenzo Manilio, le pietre d’inciampo e l’area archeologica del Teatro di Marcello sono spazi pubblici o a ingresso libero. Restano chiusi la Sinagoga, il Museo Ebraico e la Casina dei Vallati. Un sabato al Ghetto ha quindi senso come passeggiata all’aperto, non come visita ai musei: chi vuole vedere gli interni deve scegliere un giorno fra domenica e venerdì, tenendo conto che il venerdì gli orari sono ridotti perché tutto chiude prima dell’inizio dello Shabbat.

Le regole di accesso alla Sinagoga

L’accesso al Tempio Maggiore avviene attraverso controlli di sicurezza e richiede un documento di identità valido. La Comunità Ebraica di Roma indica un codice di abbigliamento: capo coperto e pantaloni lunghi per gli uomini, spalle coperte per le donne, evitando scollature e gonne corte; kippot, foulard e pantaloni lunghi sono messi a disposizione di chi ne è sprovvisto. Chi desidera partecipare alle preghiere, e non soltanto visitare il monumento, deve registrarsi in anticipo, e per le funzioni dello Shabbat la registrazione va fatta entro le 14 del venerdì. Sull’uso della macchina fotografica all’interno la Comunità non pubblica un regolamento dettagliato: consigliamo di considerare per prudenza che le riprese non siano consentite e di chiedere conferma al momento della prenotazione, come si farebbe in qualunque luogo di culto in uso.

Il registro giusto

Il Ghetto è un quartiere abitato, non un’area museale: nelle strade vivono famiglie, funzionano una scuola, istituzioni assistenziali e luoghi di culto, e davanti a molti portoni ci sono le pietre d’inciampo con i nomi di chi in quei portoni abitava. Fotografare persone senza consenso, alzare la voce davanti alla Sinagoga o trattare la memoria del 16 ottobre come attrazione sono comportamenti che qui pesano più che altrove. In questo quartiere il primo requisito è il tono.

Come organizzare la visita: tempi, percorso, stagioni

Il Ghetto ebraico di Roma si percorre a piedi in un’ora scarsa se ci si limita agli esterni, e richiede fra le due e le tre ore includendo il Museo Ebraico con la visita guidata al Tempio Maggiore: un’estensione contenuta, che rende il quartiere adatto a essere inserito in una giornata più ampia.

Un percorso che funziona

Un itinerario ordinato parte dal lungotevere de’ Cenci con la Sinagoga e il Museo Ebraico, prosegue su via del Portico d’Ottavia fino alla Casa di Lorenzo Manilio, alla Casina dei Vallati, al Portico d’Ottavia e a Sant’Angelo in Pescheria, devia in via della Reginella verso piazza Mattei e la Fontana delle Tartarughe, torna al Teatro di Marcello e chiude sul ponte Fabricio con l’Isola Tiberina. Chi ha più tempo prosegue verso il Foro Boario o risale al Campidoglio. Chi vuole completare il percorso della memoria aggiunge in un secondo momento il Mausoleo delle Fosse Ardeatine e il Museo storico della Liberazione, che non sono in zona e richiedono spostamenti autonomi.

Luce, stagioni, affollamento

Il Portico d’Ottavia riceve la luce migliore nella prima mattina e nel tardo pomeriggio; a metà giornata il sole a picco appiattisce il frontone e i mattoni tardoantichi. Via del Portico d’Ottavia è molto frequentata nelle ore dei pasti e nei fine settimana, mentre il mattino presto dei giorni feriali è la fascia migliore. In estate l’area è poco ombreggiata e la passeggiata va programmata presto o dopo le 18. Il quartiere è pianeggiante e adatto a passeggini e a persone con difficoltà motorie, con le consuete cautele sui sampietrini, e il Museo Ebraico risulta accessibile a persone con disabilità secondo la scheda ministeriale; per i gruppi il museo offre visite guidate su prenotazione, con alcuni giorni di anticipo. Il 16 ottobre il quartiere ospita le commemorazioni della razzia: è una giornata in cui la presenza turistica è fuori luogo se non accompagnata da consapevolezza di che cosa si sta attraversando.

Dove inserirlo in un itinerario romano

Per chi ha poco tempo, il Ghetto si combina bene con il Campidoglio e con Campo de’ Fiori in una mezza giornata. Chi organizza un soggiorno più lungo trova indicazioni negli itinerari su Roma in un giorno, un weekend a Roma, tre giorni a Roma e una settimana a Roma. Chi preferisce ragionare per quartieri può affiancare al Ghetto le schede su rione Monti, Trastevere e Testaccio. Fra le tappe gratuite, molte di quelle citate qui compaiono anche nella guida su Roma gratis.

Domande frequenti sul Ghetto ebraico di Roma

Che cos’è il Ghetto ebraico di Roma?

Il Ghetto ebraico di Roma è il quartiere del rione Sant’Angelo dove papa Paolo IV nel 1555 impose agli ebrei romani la residenza obbligatoria in un recinto chiuso, rimasto in funzione fino al 1870. Oggi è un quartiere abitato che ospita la Sinagoga, il Museo Ebraico e le istituzioni della comunità ebraica più antica della diaspora occidentale, documentata a Roma dal II secolo avanti Cristo.

Quanto costa visitare la Sinagoga e il Museo Ebraico di Roma?

Il biglietto del Museo Ebraico di Roma comprende anche la visita guidata al Tempio Maggiore e risulta di 12 euro intero, 10 euro ridotto e 6 euro per studenti under 25, gratuito sotto i dieci anni, con un diritto di prevendita di 1 euro sugli acquisti online. Le tariffe cambiano con una certa frequenza: conviene confermarle sul sito ufficiale del museo prima di partire.

Il Ghetto ebraico di Roma è aperto il sabato?

Le strade del Ghetto ebraico di Roma si percorrono liberamente ogni giorno, ma il sabato la Sinagoga, il Museo Ebraico e la Casina dei Vallati restano chiusi per lo Shabbat, insieme agli esercizi certificati kasher. La chiusura vale anche per tutte le festività ebraiche, che seguono il calendario lunisolare e cadono in date diverse ogni anno, compresi giorni infrasettimanali.

Che cosa è successo il 16 ottobre 1943 nel Ghetto di Roma?

Il 16 ottobre 1943 le SS rastrellarono il quartiere del Portico d’Ottavia e altre zone di Roma arrestando 1.259 persone secondo la ricostruzione storiografica più diffusa. Dopo il rilascio di oltre duecento fermati, i deportati partiti per Auschwitz il 18 ottobre furono 1.023 secondo Robert Katz, 1.022 secondo la Comunità Ebraica di Roma. Tornarono in sedici, quindici uomini e una donna.

Quanto tempo serve per visitare il Ghetto ebraico di Roma?

Per visitare il Ghetto ebraico di Roma bastano circa sessanta minuti se ci si limita agli esterni, cioè Portico d’Ottavia, via della Reginella, piazza Mattei, Casa di Lorenzo Manilio e Teatro di Marcello. Servono fra le due e le tre ore includendo il Museo Ebraico con la visita guidata alla Sinagoga. Il quartiere è contenuto e si combina bene con Campidoglio o Isola Tiberina nella stessa mezza giornata.

Come si arriva al Ghetto ebraico di Roma con i mezzi pubblici?

Il Ghetto ebraico di Roma non ha una fermata della metropolitana: la stazione utile più vicina è Colosseo sulla linea B, a circa venti minuti a piedi. In pratica si arriva con gli autobus che percorrono via Arenula e largo di Torre Argentina, a cinque minuti a piedi da via del Portico d’Ottavia, oppure con il tram per viale Trastevere attraversando poi l’Isola Tiberina.

Si possono fare fotografie nella Sinagoga di Roma?

All’interno del Tempio Maggiore di Roma conviene considerare che le fotografie non siano consentite, come in molti luoghi di culto in uso, e chiedere conferma al momento della prenotazione: la Comunità Ebraica di Roma non pubblica online un regolamento fotografico dettagliato. L’ingresso prevede controlli di sicurezza, documento di identità valido, capo coperto e pantaloni lunghi per gli uomini, spalle coperte per le donne.

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