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Santa Maria in Publicolis

In breve. Santa Maria in Publicolis è una chiesa piccola, barocca e quasi sempre chiusa, incastrata fra via in Publicolis, via dei Falegnami e piazza Costaguti, nel rione Sant’Angelo.

Santa Maria in Publicolis è una chiesa piccola, barocca e quasi sempre chiusa, incastrata fra via in Publicolis, via dei Falegnami e piazza Costaguti, nel rione Sant’Angelo. Si trova a pochi passi dal Ghetto ebraico di Roma e dalla Fontana delle Tartarughe, in uno degli isolati più fotografati e meno letti della città. Quasi tutti le passano davanti senza alzare gli occhi: la facciata è stretta, il colore è spento, e sopra il frontone ci sono due uccelli di pietra che nessuno guarda. Sono pellicani, e spiegano di chi era questa chiesa. Questa pagina mette in fila quello che le fonti documentano davvero sul titolo, sulla famiglia che se ne appropriò, sul cantiere del 1642, sui dipinti che contiene e sul regime di accesso. Spiega anche due cose che circolano e non reggono: la collocazione dentro il ghetto e il presunto ruolo nelle prediche imposte agli ebrei romani.

Dove si trova Santa Maria in Publicolis e come arrivarci

L’indirizzo di Santa Maria in Publicolis non è uno solo, e questa è la prima difficoltà pratica. Le schede istituzionali del Comune e gli elenchi diocesani la registrano a via dei Falegnami 23, altre fonti danno via in Publicolis 46, e la facciata guarda piazza Costaguti. Non c’è contraddizione: l’edificio occupa un angolo e ha accessi e numerazioni su fronti diversi. Chi imposta il navigatore su uno solo dei tre rischia di girare intorno all’isolato.

Interno di Santa Maria in Publicolis a Roma
L'interno di Santa Maria in Publicolis, la piccola chiesa dietro il ghetto. Foto di Pufui PcPifpef, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Il riferimento visivo che funziona

Il modo più rapido per arrivarci è puntare la Fontana delle Tartarughe in piazza Mattei, che tutti sanno trovare, e poi prendere via dei Falegnami verso ovest per una cinquantina di metri. La chiesa compare sulla sinistra, con la facciata girata su uno slargo minuscolo. Chi arriva invece da via del Portico d’Ottavia deve risalire verso nord attraversando piazza Costaguti.

Con i mezzi pubblici

La fermata utile è Largo di Torre Argentina, nodo di superficie servito da molte linee di autobus e dal tram 8 che arriva da Trastevere. Da lì si cammina cinque o sei minuti verso sud, superando la mole scura di San Carlo ai Catinari. I percorsi delle linee romane cambiano spesso per cantieri: la verifica va fatta il giorno stesso sull’applicazione dell’azienda di trasporto. Il quadro generale dei mezzi è nella nostra pagina su come muoversi a Roma.

La metropolitana non serve

Nessuna stazione della metropolitana è davvero comoda per questo angolo di città, e conviene saperlo prima di scendere a Colosseo con l’idea di fare due passi. Dalla linea B servono venti minuti abbondanti a piedi passando per piazza Venezia o per il Teatro di Marcello. La rete metropolitana romana evita il centro storico per ragioni archeologiche, e il Ghetto resta una delle zone meglio raggiungibili a piedi e peggio raggiungibili sottoterra.

In auto e in bicicletta

Arrivare in macchina è una pessima idea: l’area è dentro la zona a traffico limitato del centro storico, le strade sono strettissime e la sosta è praticamente inesistente. In bicicletta il quadrante funziona meglio, perché le distanze sono brevi e il traffico è lento, ma il fondo in sampietrini mette alla prova ruote e polsi. Chi vuole capire quali percorsi ciclabili romani reggono davvero trova una valutazione nella nostra pagina su Roma in bici.

Che cosa si vede, e quando non si vede niente

La verità operativa va detta subito: Santa Maria in Publicolis è chiusa per la maggior parte della giornata. Non è una chiesa turistica, non ha un custode, non ha una biglietteria e non compare nei circuiti di visita. Chi passa alle undici di mattina di un giorno feriale trova un portone sbarrato, e la sua visita finisce lì, sul marciapiede, guardando la facciata.

Il regime di apertura

Le informazioni disponibili indicano un’apertura concentrata nel tardo pomeriggio nei giorni feriali e nella tarda mattinata la domenica, legata agli orari delle celebrazioni. La messa domenicale risulta fissata alle undici. Alcuni dati in circolazione risalgono a oltre quindici anni fa e vanno presi per quello che sono, cioè indicazioni di massima. Il recapito telefonico pubblicato nelle schede comunali è il modo più affidabile per sapere se un certo giorno la chiesa apre.

Lo status amministrativo

Santa Maria in Publicolis non è una parrocchia e non è nemmeno una rettoria. Gli elenchi della diocesi di Roma la classificano come chiesa annessa, collegata alla parrocchia di Santa Maria in Campitelli, cioè Santa Maria in Portico in Campitelli. Questo spiega perché non abbia un calendario liturgico proprio articolato e perché la sua vita interna dipenda dalla comunità religiosa che la officia, non da un’organizzazione territoriale autonoma.

La facciata, che si vede sempre

La facciata resta comunque leggibile dall’esterno a qualunque ora, e vale i cinque minuti che chiede. È divisa in due ordini da un cornicione robusto ed è ripartita verticalmente in tre fasce. In basso, al centro, il portale con un affresco della Madonna in trono fra angeli, inquadrato da due semicolonne ioniche, e ai lati due nicchie semicircolari rimaste vuote. Sopra, lesene tuscaniche e un finestrone.

I due pellicani

Il dettaglio da cercare si trova in cima, ai lati del frontone arcuato che chiude la facciata. Sono due sculture che raffigurano un pellicano nell’atto di ferirsi il petto, immagine antica del sacrificio di Cristo che nutre i suoi con il proprio sangue. La stessa figura ricorre nell’araldica della famiglia che tenne la chiesa per secoli, e questo la rende una firma doppia, devozionale e dinastica insieme.

Il nome: da Santa Maria de Publico a in Publicolis

La storia del nome di questa chiesa è più interessante della chiesa stessa, perché documenta un’operazione di riscrittura genealogica riuscita e mai smontata. In origine l’edificio si chiamava Santa Maria de Publico, senza nessun riferimento a famiglie nobili. Il passaggio a in Publicolis avviene nel Cinquecento ed è opera di una casata romana che voleva agganciarsi alla Roma repubblicana.

La prima attestazione

La chiesa compare in una bolla di papa Urbano III del 1186, dove è elencata fra le filiali di San Lorenzo in Damaso con il nome di Santa Maria de Publico. Alla fine dello stesso secolo il catalogo di Cencio Camerario, il grande censimento delle chiese romane compilato dal camerlengo che sarebbe diventato Onorio III, la registra al numero 208 come sancte Marie in Publico. Sono due documenti indipendenti che collocano l’edificio nel pieno medioevo.

Che cosa significava de Publico

L’ipotesi corrente sull’origine del toponimo lega il nome alla Porticus Minucia frumentaria, il grande complesso di età imperiale dove avvenivano le distribuzioni del frumentum publicum, il grano pubblico distribuito ai cittadini che ne avevano diritto. La zona fra l’attuale via delle Botteghe Oscure e il Crypta Balbi conserva proprio le tracce di quell’apparato annonario. L’ipotesi è solida ma resta un’ipotesi, e le fonti la presentano come tale.

L’invenzione del Cinquecento

Nel Cinquecento la famiglia Santacroce, che aveva ottenuto il giuspatronato sulla chiesa, sostenne di discendere dai Valerii Publicola, la gente che la tradizione collega a Publio Valerio Publicola, console della primissima repubblica romana e protagonista della guerra contro Porsenna. Da quella pretesa nacque il cambio di nome: de Publico diventò in Publicolis, e il toponimo annonario si trasformò in un cognome aristocratico. Nessuna fonte moderna dà credito alla discendenza.

Perché la falsificazione ha funzionato

Il nome ha retto quattro secoli e mezzo, ed è arrivato fino alla toponomastica comunale: via in Publicolis si chiama così per la chiesa, non il contrario. Le famiglie baronali romane del Rinascimento costruivano abitualmente genealogie antiche per legittimarsi rispetto alle casate più vecchie, e questa è una delle operazioni meglio riuscite, perché si è cristallizzata in una targa stradale che nessuno ha più motivo di cambiare.

I Santacroce: una famiglia turbolenta e il suo sepolcreto

Capire i Santacroce serve a capire la chiesa, perché Santa Maria in Publicolis è essenzialmente il loro mausoleo. La famiglia era presente a Roma da molto tempo e abitava il rione Sant’Angelo almeno dal Duecento, con un palazzo e una torre a pochi metri dalla chiesa. Le fonti la descrivono litigiosa e coinvolta nelle faide baronali che insanguinavano la città tardomedievale.

Cacciati e riammessi

Lo scontro più duro fu con i Margani, e finì male: papa Sisto IV li espulse da Roma e fece abbattere le loro case. Il rientro avvenne sotto Innocenzo VIII, e da quel momento la famiglia ricostruì la propria posizione con metodo, piazzando senatori, conservatori e quattro cardinali. Il palazzo di via in Publicolis, con la torre d’angolo a bugnato a punta di diamante, porta l’iscrizione che attribuisce la costruzione ad Antonio Santacroce intorno al 1501.

Prospero e il tabacco

Il membro più curioso della casata è Prospero Santacroce, nato a Roma nel 1514 e morto nel 1589, giurista e diplomatico, nunzio in Francia, in Portogallo e in Spagna, creato cardinale da Pio IV nel 1565. Al suo rientro a Roma gli venne attribuito il merito di aver contribuito per primo a introdurre il tabacco in città, portandolo dal Portogallo. La pianta fu soprannominata erba Santa o erba Santacroce, e il repertorio biografico registra l’attribuzione con prudenza.

Antonio, il cardinale che non vide il cantiere

Antonio Santacroce nacque a Roma nel 1599 e morì di tisi nel novembre del 1641. Fu protonotario apostolico, governatore, nunzio in Polonia, arcivescovo di Chieti e poi di Urbino, legato pontificio a Bologna, e ricevette la porpora a trent’anni nel 1629. Morì pochi mesi prima che la vecchia chiesa fosse demolita, e la sua sepoltura è fra quelle che il nuovo edificio accolse.

La fine della casata

Il ramo Publicola dei Santacroce si estinse nell’Ottocento, senza eredi maschi. Questa è una delle informazioni che abbiamo trovato in una sola linea di fonti, di ambito specialistico ma non accademico, e la riportiamo segnalando il limite. Quello che è certo è che la chiesa, a metà Ottocento, passa a una congregazione religiosa, il che presuppone che il giuspatronato familiare avesse ormai perso forza.

Il cantiere del 1642 e Giovanni Antonio De Rossi

L’edificio che si vede oggi ha una data precisa e una firma. La chiesa medievale fu restaurata dai Santacroce nel 1465, poi andò in rovina nel corso del Cinquecento e del primo Seicento. Nel 1642 venne demolita e ricostruita da capo su progetto di Giovanni Antonio De Rossi, per volontà di Marcello Santacroce. I lavori si chiusero l’anno dopo.

La data sulla facciata

La conferma non è in un archivio ma sulla pietra: fra i due ordini della facciata corre l’iscrizione DEIPARAE VIRGINI IN PUBLICOLIS MDCXLIII, alla Vergine Madre di Dio in Publicolis, 1643. È un documento autoreferenziale ma inequivocabile, ed è il tipo di prova che vale più di dieci guide ottocentesche ricopiate l’una dall’altra. Chi vuole verificare la data della chiesa deve solo alzare lo sguardo.

Il problema del titolo cardinalizio

Qui c’è un nodo che quasi nessuno segnala. Le fonti chiamano concordemente il committente cardinale Marcello Santacroce, ma i repertori episcopali collocano la sua creazione cardinalizia al febbraio del 1652, nove anni dopo la fine dei lavori. Marcello era nato nel giugno del 1619 e nel 1642 aveva ventitré anni. La formula corrente è quindi un’anticipazione di comodo: chi commissionò la chiesa era un giovane patrizio destinato alla porpora, non ancora un cardinale.

Chi era De Rossi

Giovanni Antonio De Rossi è uno degli architetti romani del pieno Seicento, attivo su chiese, palazzi e cappelle gentilizie in una città dove il lavoro se lo spartivano nomi ben più ingombranti. Chi vuole misurare la distanza fra la sua misura e la grande scena barocca può confrontare questa facciata con gli itinerari dedicati a Bernini a Roma e a Borromini a Roma. Publicolis è un esercizio di controllo, non di invenzione.

Che cosa è andato perduto

Della chiesa medievale non resta praticamente nulla in elevato. Il cantiere del 1642 fu una demolizione integrale, non un ammodernamento, e le uniche testimonianze anteriori sopravvissute sono le pietre tombali reimpiegate nel pavimento. Questo è il costo abituale dei rifacimenti seicenteschi romani: un edificio più coerente e più moderno, pagato con la cancellazione di sette secoli di stratificazione. La stessa cosa è accaduta in decine di chiese del centro.

Dentro la chiesa: navata unica, due cappelle, molti morti

L’interno è semplice e si legge in pochi minuti. Una navata unica coperta con volta a botte, due cappelle laterali, in fondo un’abside rettangolare coperta da una cupola e interamente occupata dal presbiterio. Non c’è transetto, non ci sono cappelle radiali, non c’è la scenografia di luce che ci si aspetta dal barocco romano. È una chiesa di famiglia, dimensionata su una famiglia.

L’altare maggiore

L’altare maggiore è in marmi policromi e ospita una Natività della Vergine di Raffaello Vanni. Il pittore, senese, fu battezzato nel settembre del 1595 e morì nel 1673, si formò a Roma presso Guido Reni e Antonio Carracci e passò alcuni anni a Venezia copiando Tiziano e Veronese. Nel 1658 divenne principe dell’Accademia di San Luca e alla fine degli anni Cinquanta preparò cartoni per i mosaici di San Pietro.

La cappella di destra

Nella cappella laterale di destra si trova un dipinto dello stesso Vanni con sant’Elena davanti alla Croce. L’abbinamento non è casuale: la ritrovatrice della vera Croce è il santo di riferimento obbligato per una famiglia che si chiama Santacroce, e la commissione di queste tele è documentata al 1644, cioè subito dopo la conclusione del cantiere. Esisteva anche un terzo quadro, un sant’Andrea Corsini, oggi perduto.

La cappella di sinistra e un’attribuzione instabile

Nella cappella di sinistra c’è un San Francesco d’Assisi, e qui le fonti litigano. Alcune lo assegnano a un Alessandro Grimaldi, pittore attivo fra il 1630 e il 1663, altre a Giovanni Francesco Grimaldi e lo descrivono come copia da un originale di Annibale Carracci. Le due letture non sono conciliabili e nessuna delle due è sostenuta da documentazione che abbiamo potuto controllare: la riportiamo come divergenza aperta.

L’organo

Sulla cantoria in controfacciata si trova un organo a canne della ditta Mascioni, opus 307, costruito nel 1912. È uno strumento del Novecento in una chiesa del Seicento, e questa stratificazione è la norma nelle chiese romane, dove gli organi antichi sono stati quasi ovunque sostituiti fra Otto e Novecento. La numerazione per opus delle ditte organarie italiane permette di datare gli strumenti con precisione notarile.

Il pavimento

Il pavimento è la parte più interessante e la meno guardata. Vi sono inserite pietre tombali del Quattrocento e del Cinquecento, reimpiegate dalla chiesa precedente, e fra queste la lastra di un canonico di San Pietro morto nel 1435 e quella di un Alfonso Santacroce morto nel 1472, con l’effigie a bassissimo rilievo ormai consumata dai passi. C’è anche una tarsia marmorea policroma per una Clemenzia Santacroce, morta ventiquattrenne nel 1571.

I monumenti funebri

Alle pareti stanno i monumenti della piena età barocca e del Settecento. Il più citato è quello di Antonio Publicola Santacroce e di sua moglie Girolama, con busti attribuiti a Lorenzo Ottoni: le fonti però divergono sulla data, fra il primo decennio e il terzo decennio del Settecento, e su chi ne firmò il disegno. Un secondo monumento, per uno Scipione Publicola Santacroce morto nel 1747, viene riferito a Giovanni Battista Maini e a Tommaso Righi.

Una curiosità su Santa Maria in Publicolis

La curiosità migliore è che questa chiesa è il monumento superstite di una bugia genealogica. Una famiglia romana di media potenza decise nel Cinquecento di discendere da un console della prima repubblica, cambiò il nome della propria chiesa di conseguenza, e quel nome è oggi la ragione per cui una strada del rione Sant’Angelo si chiama via in Publicolis. La falsificazione è sopravvissuta alla famiglia che l’aveva inventata.

Come si smonta, in pratica

Basta guardare la sequenza documentaria. Nel 1186 la chiesa è Santa Maria de Publico, alla fine del Duecento è sancte Marie in Publico: il nome rimanda al pubblico, cioè alle distribuzioni annonarie di età imperiale che avvenivano in questo settore del Campo Marzio. Publicolis compare solo nel Cinquecento, quando i Santacroce hanno il giuspatronato. La cronologia da sola basta a mostrare che il cognome è stato appiccicato dopo.

Perché è una storia romana

Roma è piena di operazioni di questo tipo, perché per secoli l’antichità è stata la valuta con cui si comprava autorevolezza. Le famiglie baronali arrivate tardi avevano bisogno di antenati e se li procuravano, con l’aiuto di eruditi compiacenti. Chi cammina fra Palazzo della Cancelleria e Campo de’ Fiori attraversa il quartiere dove questa industria della genealogia lavorava a pieno regime.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santa Maria in Publicolis

La cosa che non viene quasi mai detta è che questa chiesa non è nel ghetto. La confusione è comprensibile, perché il ghetto nel linguaggio corrente indica oggi tutto il quadrante attorno a via del Portico d’Ottavia, ma il recinto chiuso istituito nel 1555 aveva confini precisi e Santa Maria in Publicolis restava fuori, dal lato libero della città cristiana.

Dove passava davvero il muro

La bolla Cum nimis absurdum di papa Paolo IV, del 1555, chiuse gli ebrei romani in un’area strettissima compresa grosso modo fra l’attuale via del Portico d’Ottavia, piazza delle Cinque Scole e il Tevere. Le porte inizialmente erano due, chiuse al tramonto e riaperte all’alba, e furono poi portate a tre, a cinque e infine a otto. Il recinto fu ampliato da Sisto V nel 1586 e ancora sotto Leone XII nel 1825.

Una distanza di pochi metri che significava tutto

Fra la facciata di Santa Maria in Publicolis e il perimetro del recinto ci sono poche decine di metri, ed è esattamente questo il punto. Per tre secoli quei pochi metri separavano chi poteva uscire di casa dopo il tramonto da chi non poteva. Camminare oggi da questa chiesa alla Sinagoga di Roma richiede cinque minuti e non incontra nessun ostacolo: è una libertà recente.

Come leggere il quartiere adesso

L’isolato ottocentesco attorno alla sinagoga nacque dopo la demolizione del ghetto, decisa nel 1888, e non conserva quasi nulla dell’impianto originario. Chi vuole capire la stratificazione ha due strumenti seri sul posto: il Museo Ebraico di Roma, sotto il Tempio Maggiore, e la lettura ravvicinata delle case superstiti di via della Reginella. Il quadro d’insieme lo abbiamo messo nella pagina sul Ghetto ebraico di Roma.

Le prediche imposte agli ebrei: quello che le fonti dicono e quello che non dicono

Su questa chiesa circola l’idea che sia stata una delle sedi delle prediche obbligatorie imposte agli ebrei del ghetto. Abbiamo controllato, e non regge. Nessuna delle fonti che abbiamo consultato, dalle schede istituzionali ai repertori sulle chiese romane alla letteratura divulgativa sul ghetto, associa Santa Maria in Publicolis a quella pratica. Va detto con chiarezza, perché è una materia dove l’approssimazione fa danno.

Che cosa erano le prediche coatte

Gli ebrei romani furono obbligati per secoli ad assistere a sermoni di conversione, di norma il sabato, tenuti quasi sempre da predicatori domenicani. L’obbligo si accompagnava a un apparato di controllo e di conteggio delle presenze. Chi non si presentava rischiava una sanzione pecuniaria. La memoria popolare romana ha conservato il gesto di chi si tappava le orecchie con la cera o con il cotone, ed è una forma di resistenza minima e documentata.

Dove si tenevano davvero

Le fonti indicano concordemente tre luoghi, tutti diversi da questo: la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, sotto il portico antico; la chiesetta di San Gregorio della Divina Pietà, quella davanti al ponte Quattro Capi con l’iscrizione bilingue ancora in facciata; e il piccolo oratorio del Carmelo. Chi vuole vedere i luoghi materiali di quella storia deve andare lì, non qui.

Le date, dove divergono

Sulla cronologia le fonti non concordano. Alcune collocano l’introduzione dell’obbligo al 1572, altre lo legano alla bolla Sancta Mater Ecclesia di Gregorio XIII e la datano al 1584. La differenza non è secondaria e non siamo in grado di risolverla con le fonti disponibili, quindi la segnaliamo. Concordano invece sulla fine: l’obbligo venne revocato da Pio IX nel 1848, lo stesso anno in cui fu ordinato l’abbattimento del muro.

Perché la precisione qui conta più che altrove

Attribuire a un edificio un ruolo in una storia di coercizione religiosa senza avere documenti è un errore che non si corregge da solo, perché viene ripetuto e finisce nelle guide. La storia degli ebrei di Roma è già abbastanza dura nei fatti accertati e non ha bisogno di aggiunte approssimative. Chi cerca i luoghi della persecuzione trova un percorso serio nella pagina sui luoghi della memoria a Roma.

Il consiglio che ti do per visitare Santa Maria in Publicolis

Il consiglio è uno solo e va contro l’abitudine di chi visita Roma: non venire qui di mattina. Le chiese romane rette da comunità religiose e prive di rilievo turistico aprono nel tardo pomeriggio, attorno all’ora della messa feriale, e restano chiuse nelle ore in cui la città cammina. Presentarsi alle dieci significa fotografare un portone.

La finestra giusta

La fascia che funziona è quella fra le cinque e le sette del pomeriggio nei giorni feriali, e la tarda mattinata della domenica. Vale la regola generale delle chiese minori del centro: si entra quando entrano i fedeli, non quando escono i gruppi. Chi vuole stare tranquillo telefona il giorno prima al recapito pubblicato nelle schede comunali e chiede conferma dell’orario, che cambia con le stagioni liturgiche.

Come comportarsi una volta dentro

Santa Maria in Publicolis è la sede della casa generalizia di una congregazione, quindi è un luogo abitato e non un monumento aperto al pubblico. Si entra in silenzio, si evita di fotografare durante le celebrazioni, si sta lontano dal presbiterio se c’è qualcuno che prega. Il pavimento con le lastre tombali si osserva camminando piano, che è anche il modo per non consumarlo oltre.

Quanto tempo serve

Per la chiesa in sé bastano venti minuti, e sono venti minuti onesti: due tele di Vanni, un pavimento sepolcrale, due monumenti funebri, un organo. Non è un luogo da mezza giornata e chi lo tratta come tale resta deluso. Funziona invece benissimo come tappa dentro un giro a piedi del quadrante, che di cose da vedere ne ha molte più di quelle che la fama del Ghetto suggerisce.

Il piano B quando è chiusa

Trovare chiuso è lo scenario più probabile, e conviene arrivare con un’alternativa già pronta. Nel raggio di trecento metri ci sono San Carlo ai Catinari, Santa Maria in Campitelli e la Santissima Trinità dei Pellegrini, tutte con orari più generosi. A poca distanza aprono anche il Crypta Balbi e la Galleria Spada.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

È noto agli addetti ai lavori, e quasi mai scritto nelle guide, che dal 1858 questa chiesa è affidata ai Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, una congregazione nata nel Mezzogiorno e non a Roma. La casa generalizia dell’istituto risulta qui dal 1835, cioè da prima dell’affidamento della chiesa: le due date compaiono nella stessa scheda e convivono in tensione, senza che la fonte spieghi il rapporto.

Chi sono i Missionari dei Sacri Cuori

La congregazione fu fondata nel 1833 a Secondigliano, alla periferia di Napoli, da Gaetano Errico, prete nato nel 1791 e morto nel 1860. Ottenne il decreto di lode nel giugno del 1838 e l’approvazione definitiva della Santa Sede nell’agosto del 1846. La sigla ufficiale è M.SS.CC. Il fondatore è stato canonizzato da Benedetto XVI il 12 ottobre 2008, insieme ad altre tre figure.

Che cosa significa per chi visita

Una casa generalizia è il centro di governo di un ordine o di una congregazione, non una parrocchia: ci vivono e ci lavorano religiosi che si occupano dell’istituto nel mondo. Questo spiega gli orari ristretti, l’assenza di accoglienza turistica e il fatto che la chiesa resti sostanzialmente privata nella percezione quotidiana. Non è ostilità, è una destinazione d’uso diversa da quella che il visitatore immagina.

Una chiesa di famiglia diventata chiesa di congregazione

Il passaggio di mano è la cosa più eloquente della storia recente dell’edificio. Una chiesa costruita nel Seicento come sepolcreto e cappella di giuspatronato di una casata baronale finisce nell’Ottocento nelle mani di un istituto missionario meridionale di fondazione recentissima. Fra i due proprietari non c’è continuità di alcun tipo, e il secondo eredita semplicemente i marmi funebri del primo.

La foto giusta da fare a Santa Maria in Publicolis

La foto giusta non è la facciata frontale, che è stretta, schiacciata dagli edifici vicini e praticamente impossibile da inquadrare senza deformarla. La foto che vale è il dettaglio in alto: uno dei due pellicani di pietra che si feriscono il petto, isolato contro il cielo, con il profilo del frontone che taglia l’inquadratura in diagonale. Serve un teleobiettivo modesto o lo zoom di un telefono recente.

La luce

La facciata riceve luce diretta per poche ore e il vicolo resta in ombra quasi tutto il giorno. Il momento utile per i pellicani è la fascia di metà pomeriggio, quando il sole radente arriva sulla parte alta dell’edificio mentre il basso è già in ombra: il contrasto stacca le sculture dal fondo. Nelle giornate coperte il cielo bianco funziona bene come sfondo neutro.

Il punto di ripresa

Il punto di ripresa migliore si trova sul lato opposto dello slargo, addossati al muro, per guadagnare i pochi metri di distanza che servono. Da lì si tiene dentro anche l’iscrizione con la data, che completa l’immagine senza bisogno di didascalie. Chi vuole la facciata intera deve accettare la convergenza delle verticali oppure raddrizzarla in post produzione, e il risultato resterà comunque mediocre.

La foto alternativa

La seconda immagine da portare a casa è dall’interno, se si riesce a entrare: il pavimento con le lastre tombali consumate, ripreso quasi in verticale, con la luce laterale che rivela il bassissimo rilievo delle effigi. È una fotografia che richiede mano ferma e nessun flash. Chi cerca altri soggetti fotografici del quadrante li trova attorno alla Fontana delle Tartarughe e sull’Isola Tiberina.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia di questo edificio non è fatta di grandi eventi ma di passaggi di proprietà, e proprio per questo si legge bene. Sono cinque o sei date, tutte documentate, che raccontano come un piccolo oratorio di quartiere diventa prima una cappella dinastica e poi la sede di un istituto religioso internazionale.

1186: la prima menzione

La bolla di Urbano III elenca Santa Maria de Publico fra le chiese dipendenti da San Lorenzo in Damaso. È il primo momento in cui l’edificio esiste per iscritto. Gli studiosi ipotizzano una fondazione anteriore, fra il decimo e l’undicesimo secolo, quando Roma si riempì di piccole chiese di quartiere, ma si tratta di una deduzione dal contesto e non di una notizia documentata.

1465: il restauro dei Santacroce

Nel Quattrocento la famiglia interviene sull’edificio e lo restaura. Le fonti concordano sull’anno ma non sul nome: alcune indicano Alfonso Santacroce, altre un Andrea Santacroce descritto come giurista. L’incertezza sul committente non intacca il dato principale, cioè che a metà Quattrocento la casata ha già stabilito un rapporto stabile con questa chiesa, cinquant’anni prima di costruirci accanto il palazzo.

1501: il palazzo accanto

Antonio Santacroce costruisce il palazzo di famiglia a pochi metri dalla chiesa, dopo aver ottenuto il permesso pontificio di riedificare sulle case che erano state abbattute. L’iscrizione sul portale lo ricorda ancora. Da quel momento chiesa e palazzo funzionano come un’unità: residenza e sepoltura, potere e memoria, nello stesso isolato del rione Sant’Angelo.

1642 e 1643: demolizione e ricostruzione

La vecchia chiesa viene abbattuta e riedificata in poco più di un anno su progetto di De Rossi. È il momento in cui l’edificio assume la forma attuale e in cui il titolo in Publicolis si consolida definitivamente. La rapidità del cantiere, un anno scarso, indica un impianto semplice e risorse disponibili senza intoppi, il che è raro nei cantieri romani del Seicento.

1644: le tele di Vanni

L’anno successivo alla conclusione dei lavori vengono commissionate a Raffaello Vanni le due tele che si vedono ancora, più una terza oggi perduta. È una sequenza logica e ben documentata: prima l’architettura, poi l’apparato pittorico. Il dato è registrato nella biografia del pittore e costituisce uno dei pochi punti fermi documentari sull’arredo della chiesa.

1835 e 1858: l’arrivo dei Missionari

Nell’Ottocento il complesso passa ai Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, che vi stabiliscono la casa generalizia e ricevono l’affidamento della chiesa. È il momento in cui Santa Maria in Publicolis smette di essere un fatto familiare e diventa un fatto istituzionale. Da allora la sua vita quotidiana segue i ritmi di una comunità religiosa e non più quelli di una casata.

1912: l’organo

La ditta Mascioni consegna lo strumento numero 307 della propria produzione. È l’ultimo intervento significativo che le fonti registrano sull’arredo della chiesa, e segna il passaggio definitivo dell’edificio dalla dimensione aristocratica a quella di una normale chiesa officiata. Da più di un secolo, sostanzialmente, qui non cambia niente.

Chi è passato da Santa Maria in Publicolis

Le persone legate a questa chiesa non sono celebrità ma figure di secondo piano della Roma papale, ed è questo che la rende un buon campione. Cardinali di curia, diplomatici pontifici, pittori senesi, scultori di bottega: il personale ordinario con cui la macchina romana funzionava, molto più rappresentativo dei pochi nomi che tutti conoscono.

I cardinali di casa

La chiesa conserva sepolture di più membri della famiglia, fra cui Prospero, il nunzio del tabacco, Antonio, il nunzio in Polonia morto di tisi alla vigilia della demolizione, e Marcello, il committente del cantiere che sarebbe diventato cardinale nel 1652 e vescovo di Tivoli nello stesso anno. Accanto a loro riposano Alfonso, Andrea e Valerio Santacroce, oltre a una Ottavia Corsini.

Raffaello Vanni

Il pittore che firma le due tele superstiti è la presenza artistica più solida del luogo. Formatosi fra Roma e Venezia, Vanni lavorò per i Santacroce anche nel palazzo di famiglia ai Giubbonari prima del 1640, dipingendo figure nella volta della galleria. La sua carriera romana arriva fino ai cartoni per i mosaici della basilica vaticana, che è il vertice a cui un pittore poteva aspirare in quegli anni.

Lorenzo Ottoni e gli scultori

Fra gli scultori citati dalle fonti compaiono Lorenzo Ottoni, autore dei busti del monumento settecentesco, Giovanni Battista Maini e Tommaso Righi. Sono nomi che ricorrono nei cantieri romani del Settecento e che si incontrano anche in chiese ben più visitate come Sant’Andrea della Valle o la Chiesa del Gesù. Qui lavorano su scala ridotta e per una committenza privata.

Gaetano Errico

Il fondatore della congregazione che oggi officia la chiesa è l’unico santo legato a questo indirizzo, sia pure indirettamente e per via istituzionale. Prete napoletano di origini modestissime, Errico costruì la sua opera a Secondigliano e morì nel 1860, senza che risulti una sua presenza personale a Roma legata a questo edificio. La connessione è di istituto, non biografica, e va detto.

Chi non è passato di qui

Conviene dire anche i nomi che non c’entrano, perché nelle guide compaiono per associazione di quartiere. Nessuna fonte collega questa chiesa a Caravaggio, che pure lavorò a poche centinaia di metri, né ai grandi nomi del barocco scenografico. Santa Maria in Publicolis resta un’opera di committenza privata affidata a professionisti competenti e non stellari.

Che cosa vedere intorno, in mezz’ora di cammino

Il vero motivo per venire fin qui è che l’isolato occupa il centro di una delle concentrazioni di monumenti più fitte di Roma, e quasi tutti restano fuori dai percorsi di massa. In trenta minuti a piedi, senza mai prendere un mezzo, si attraversano duemila anni di stratificazione urbana.

Verso il fiume

Scendendo verso sud si incontrano il Portico d’Ottavia, il Teatro di Marcello con i suoi archi sovrapposti, e poi il lungotevere. Da lì si passa sull’Isola Tiberina attraversando il Ponte Fabricio, che è il ponte romano più antico ancora in uso, e si esce dall’altra parte sul Ponte Cestio verso Trastevere.

Verso nord

Risalendo verso via delle Botteghe Oscure si arriva al Crypta Balbi, che è il museo più sottovalutato di Roma e l’unico posto dove la stratificazione fra antico e medioevo si vede davvero a occhio nudo. Poco più avanti c’è Largo di Torre Argentina con l’area sacra ora visitabile dal livello antico e il santuario dei gatti.

Le chiese del quadrante

Nel giro di pochi minuti stanno alcune chiese di primo livello che il flusso turistico ignora: Santa Maria in Campitelli con la sua macchina d’altare, San Carlo ai Catinari, Santa Maria sopra Minerva con l’obelisco del Bernini davanti, e il Pantheon. Verso ovest si trovano San Pantaleo e Santa Maria in Monserrato.

Il giro che consigliamo

La camminata che funziona parte da Campo de’ Fiori la mattina presto, scende su Galleria Spada, attraversa il Ghetto con calma, tocca questa chiesa nel tardo pomeriggio quando apre, e finisce a Ponte Sisto o a Ponte Garibaldi per passare a Trastevere. Sono sei o sette ore con le soste, e riempiono una giornata di un weekend a Roma.

Mangiare in zona: il Ghetto, il Portico d’Ottavia e largo Argentina

Questo è il capitolo su cui conviene essere duri, perché pochi quadranti romani sono messi peggio. Il triangolo fra via del Portico d’Ottavia, piazza Costaguti e largo Argentina concentra una pressione turistica enorme su poche centinaia di metri di strada, e il risultato è che la percentuale di locali costruiti sul passaggio anziché sul mestiere è altissima. Non tutto è brutto, ma il rapporto fra insegne e cucina vera è sfavorevole.

L’insidia specifica del Ghetto

Qui c’è una trappola in più rispetto al resto del centro, e riguarda la cucina romano giudaica. È una tradizione reale, documentata, con piatti precisi e una storia di secoli alle spalle, e proprio per questo è diventata un’etichetta da esporre. Molti locali della via la mettono in vetrina come una categoria commerciale, servendo una versione semplificata e costosa a chi passa una volta sola. Il fatto che un cartello dichiari la tradizione non dice niente su chi sta ai fornelli.

I segnali che dovrebbero farti girare i tacchi

Il menu con le fotografie dei piatti è il primo, ed è quasi infallibile: chi cucina bene descrive, chi vende a chi non capisce la lingua fotografa. Il secondo è la persona all’ingresso che intercetta i passanti e li invita a sedersi, spesso in tre lingue. Un posto che deve fermarti per strada ha un problema di clientela, e quel problema lo risolve sul prezzo o sulla materia prima, mai sulla cucina.

La pasta tirata in vetrina

La signora che stende la sfoglia dietro il vetro o su un tavolino sul marciapiede è un richiamo scenico, non un indizio di qualità. È una trovata che funziona perché evoca la cucina di casa e perché si fotografa bene, e infatti si è moltiplicata in tutto il centro storico negli ultimi anni. Nelle cucine che lavorano davvero la pasta si fa al mattino presto, lontano dalla strada, e nessuno la mette in mostra.

L’orario continuato

Il locale che serve senza interruzione dalla mattina a notte fonda ha rinunciato al servizio e fa somministrazione continua. Una cucina che pranza e cena fa una pausa nel pomeriggio, perché deve pulire, preparare e cambiare turno. Chi non chiude mai lavora con semilavorati e rigenerazione, che è un modo elegante per dire che il piatto era già pronto molto prima che tu entrassi. La differenza si sente al primo boccone.

I prezzi davanti ai monumenti

Nei tavoli affacciati sulle rovine antiche e sul portico si applica una regola vecchia come il turismo: il prezzo si adegua al cliente. I segnali sono sempre gli stessi, e sono quasi sempre presenti tutti insieme. Voci di menu senza prezzo, o con la formula al chilo scritta in piccolo per il pesce e per i crostacei. Listini diversi fra la sala interna e i tavoli esterni. Coperto e servizio moltiplicati fra loro. Conti che arrivano senza dettaglio delle voci.

Le catene a insegna ripetuta

Nel centro di Roma esistono gruppi che aprono lo stesso locale, con lo stesso arredo e lo stesso menu, in dieci punti diversi a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. Funzionano come attrazioni turistiche: fanno parte dell’itinerario esattamente come una fontana, si riconoscono da lontano, danno sicurezza a chi non conosce la città. Non c’è niente di infamante e non serve snobismo per dirlo: i romani semplicemente non ci vanno, perché mangiano altrove e spendono meno.

Il criterio che non sbaglia

Il metodo per scegliere è uno e si applica dalla soglia, in dieci secondi, senza leggere niente. Guarda chi è seduto ai tavoli e ascolta in che lingua ordina. Se la sala parla soprattutto italiano, e meglio ancora romano, se ci sono impiegati, artigiani, gente del quartiere che entra e saluta, il posto ha una clientela stabile che torna. Se la sala parla solo lingue straniere e nessuno conosce il cameriere, hai davanti un locale che vive di passaggio.

Dove cercare invece

La regola geografica è semplice: basta allontanarsi di tre o quattro isolati dalla direttrice principale e i prezzi scendono mentre la qualità sale. Verso via dei Giubbonari, verso i vicoli dietro largo Argentina, oltre il fiume verso i mercati rionali. Abbiamo raccolto il metodo completo, con i controlli da fare prima di sedersi, nella pagina su dove mangiare a Roma e nella scheda sui mercati di Roma.

Per il caffè e per la colazione

Per il caffè valgono gli stessi criteri, con una variante: guarda se al banco c’è gente in piedi che beve in trenta secondi e se ne va. Un bar romano che funziona ha rotazione veloce al bancone e un prezzo al banco molto più basso di quello al tavolo, esposto come prevede la legge. La ricognizione sui locali storici della città, con i giudizi su quali reggano ancora, è nella pagina sui caffè e botteghe storiche di Roma.

La lista di Daniele

I posti che frequentiamo davvero, con i loro limiti dichiarati, li teniamo aggiornati in una lista pubblica su Google Maps: la lista dei locali di Daniele. Non è una classifica e non è sponsorizzata: è l’elenco di dove andiamo quando paghiamo di tasca nostra. Va usata come punto di partenza e verificata sul posto, perché le gestioni cambiano e un locale buono può peggiorare in sei mesi.

Domande frequenti su Santa Maria in Publicolis

Santa Maria in Publicolis si può visitare?

Santa Maria in Publicolis si può visitare, ma solo nelle fasce di apertura legate alle celebrazioni, di norma nel tardo pomeriggio nei giorni feriali e nella tarda mattinata la domenica. Non esiste biglietteria, non esiste personale di accoglienza e non è inserita nei circuiti turistici. Conviene telefonare prima al recapito indicato nelle schede del Comune di Roma.

Santa Maria in Publicolis si trova dentro il ghetto ebraico?

Santa Maria in Publicolis non si trova dentro il perimetro del ghetto istituito nel 1555, che era compreso grosso modo fra l’attuale via del Portico d’Ottavia, piazza delle Cinque Scole e il Tevere. La chiesa sorge poche decine di metri fuori da quel recinto, nel rione Sant’Angelo. Oggi la distinzione è invisibile sul terreno, ma per tre secoli è stata la differenza fra due condizioni giuridiche.

In questa chiesa si tenevano le prediche obbligatorie per gli ebrei?

Le prediche imposte agli ebrei romani non si tenevano a Santa Maria in Publicolis. Le fonti consultate indicano concordemente tre luoghi diversi, tutti dentro o addossati al recinto del ghetto: Sant’Angelo in Pescheria, San Gregorio della Divina Pietà davanti al ponte Quattro Capi e il piccolo oratorio del Carmelo. Nessun documento che abbiamo trovato collega questa chiesa a quella pratica.

Chi ha costruito Santa Maria in Publicolis?

Santa Maria in Publicolis nella forma attuale è stata progettata da Giovanni Antonio De Rossi, che la ricostruì fra il 1642 e il 1643 dopo la demolizione dell’edificio medievale. Il committente fu Marcello Santacroce, indicato dalle fonti come cardinale, titolo che però ottenne solo nel 1652. L’iscrizione con la data 1643 è ancora leggibile sulla facciata fra i due ordini.

Perché la chiesa si chiama in Publicolis?

Il nome in Publicolis deriva dalla pretesa della famiglia Santacroce di discendere dai Valerii Publicola dell’antica Roma, pretesa affermata nel Cinquecento quando la famiglia deteneva il giuspatronato sulla chiesa. In origine l’edificio si chiamava Santa Maria de Publico, nome che le fonti collegano alle distribuzioni del grano pubblico che avvenivano nella zona in età imperiale.

Che cosa si vede dentro Santa Maria in Publicolis?

All’interno di Santa Maria in Publicolis si vedono una navata unica con volta a botte, due cappelle laterali e un’abside rettangolare con cupola. Le opere principali sono due tele di Raffaello Vanni, la Natività della Vergine sull’altare maggiore e sant’Elena con la Croce nella cappella destra. Il pavimento conserva lastre tombali del Quattrocento e del Cinquecento.

Quanto tempo serve per visitare Santa Maria in Publicolis?

Per visitare Santa Maria in Publicolis bastano venti minuti, che è il tempo onesto richiesto da una chiesa a navata unica con due cappelle. Inserendola in un giro a piedi del Ghetto, del Portico d’Ottavia e dell’Isola Tiberina si occupa mezza giornata. Chi arriva con aspettative da grande monumento barocco resta deluso, e conviene saperlo prima.

Santa Maria in Publicolis è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

L’accessibilità di Santa Maria in Publicolis non risulta dichiarata da nessuna fonte ufficiale che abbiamo consultato. L’ingresso presenta un dislivello rispetto al marciapiede e le strade attorno sono in sampietrini stretti e sconnessi. Chi si muove in carrozzina deve chiedere in fase di contatto telefonico quali siano le condizioni reali di ingresso. Il quadro generale è nella pagina su Roma accessibile.

L’ingresso a Santa Maria in Publicolis è gratuito?

L’ingresso a Santa Maria in Publicolis è gratuito, come in tutte le chiese officiate di Roma che non abbiano percorsi museali separati. Non ci sono biglietti, offerte obbligatorie o prenotazioni. L’unico limite è l’orario, che è ristretto. Altre visite a costo zero nel centro storico sono raccolte nella pagina su Roma gratis.

Chi ha scritto questa pagina

La redazione che cura questa pagina è quella di Tour Leader Pro, struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, recapiti e condizioni di accesso riportati qui sono controllati sulle fonti citate alla data di pubblicazione, ma cambiano spesso e senza preavviso: una verifica prima di partire resta necessaria. Le segnalazioni di dati superati sono benvenute.

Chi deve costruire un programma romano tenendo insieme chiese con aperture di poche ore al giorno, comunità religiose che non rispondono a logiche turistiche, quadranti dove le distanze a piedi sono brevi ma i tempi reali si dilatano, e gruppi con esigenze diverse, trova materiali e strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, pensati sia per chi accompagna sia per chi organizza da solo.

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