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San Gregorio della Divina Pietà

San Gregorio della Divina Pietà è una chiesa piccolissima all’imbocco di ponte Fabricio, sul limite settentrionale di piazza di Monte Savello, nel rione Sant’Angelo, con la facciata rivolta verso il ponte e verso l’Isola Tiberina. Chi passa di là la supera senza accorgersene: è stretta fra il traffico del lungotevere e la spalla del ponte, non ha un sagrato, non ha una cupola, non ha un’opera che compaia nelle guide dei musei. Il motivo per cui questo edificio conta non è architettonico. Sopra la porta c’è una lapide di marmo con la stessa frase scritta due volte, in latino e in ebraico: sono i versetti 2 e 3 del capitolo 65 del libro di Isaia, e furono messi lì perché li leggessero gli ebrei del Ghetto, che dal 1555 viveva chiuso a poche decine di metri da qui e che per quasi tre secoli fu obbligato ad assistere a prediche di conversione. La chiesa fu una delle sedi di quell’obbligo. Le righe che seguono spiegano che cosa si legge su quella lapide, che cosa erano le prediche coatte come istituzione dello Stato pontificio, chi vi era tenuto e con quale frequenza, che cosa risulta dai documenti e che cosa invece appartiene alla tradizione orale, e come si guarda oggi un edificio del genere senza trasformarlo né in un monumento all’antisemitismo né in una curiosità da fotografare e basta.

San Gregorio della Divina Pietà (Rome)
Foto: Chabe01, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Un avvertimento pratico, perché è la prima cosa che serve sapere: la chiesa non ha orari di apertura regolari. La lapide, però, si legge dalla strada in qualunque momento del giorno e dell’anno, ed è l’unica cosa che serve davvero vedere.

Dove si trova San Gregorio della Divina Pietà e come arrivare

La chiesa si affaccia sul margine nord di piazza di Monte Savello, esattamente dove lungotevere dei Cenci e lungotevere dei Pierleoni si incontrano con l’attacco di ponte Fabricio, nel rione Sant’Angelo. Sull’indirizzo civico le fonti non concordano: il portale turistico di Roma Capitale indica piazza di Monte Savello 9, mentre altre schede riportano un recapito diverso, riferito alla porzione di piazza verso il fiume. Sul posto la questione non si pone, perché l’edificio è uno solo e si riconosce subito: fronte stretta, due paraste, un ovale dipinto sopra la porta e, sotto l’ovale, una lastra di marmo con due blocchi di scrittura, uno in caratteri latini e uno in caratteri ebraici.

A piedi, dal Ghetto e dal centro

Dal Portico d’Ottavia si arriva in tre minuti scarsi: si prende via del Portico d’Ottavia verso il fiume, si costeggia la Sinagoga e si sbuca sul lungotevere davanti al ponte. Da largo di Torre Argentina sono dieci minuti lungo via Arenula e via del Progresso. Dal Teatro di Marcello sono cinque minuti in discesa, passando davanti a San Nicola in Carcere. Chi viene da Trastevere attraversa l’Isola Tiberina, cioè ponte Cestio e poi ponte Fabricio, e trova la chiesa in fondo, di fronte, quando mette piede sulla riva sinistra: è il modo migliore di arrivarci, perché la facciata si vede tutta intera mentre ci si cammina incontro.

Con i mezzi pubblici

Le linee di superficie utili sono gli autobus 23, 63, 280 e H e il tram 8, le stesse che l’ospedale dell’Isola Tiberina indica come riferimento per raggiungere l’isola. Il 23 e il 280 percorrono i lungotevere, il tram 8 ferma a Belli, subito oltre ponte Garibaldi, a sette o otto minuti a piedi. La fermata di metropolitana più vicina è Circo Massimo sulla linea B, che resta però a un quarto d’ora di cammino lungo via del Teatro di Marcello. Chi arriva da Termini fa prima con la metro B fino a Circo Massimo e poi a piedi, oppure con un autobus di superficie che scenda verso il Teatro di Marcello. Per i collegamenti generali in città rimandiamo alla nostra pagina su come muoversi a Roma.

In auto, e perché conviene evitarla

Sconsigliamo l’auto senza mezzi termini. La zona rientra nella fascia a traffico limitato del centro storico, la sosta su strada sul lungotevere è a pagamento nelle fasce diurne dal lunedì al sabato e i posti liberi davanti al ponte, quando ci sono, sono quasi sempre riservati o già occupati. Chi arriva da fuori Roma fa prima a lasciare il veicolo in un parcheggio di scambio sulla linea B e a completare in metropolitana. Le regole di accesso e le fasce orarie cambiano nel tempo: le nostre note aggiornate sono nella pagina dedicata alla ZTL di Roma.

Dove mettersi per leggere la lapide

Il punto da cui si legge meglio l’iscrizione non è davanti alla porta. Chi si mette sotto, a un metro dal muro, vede il marmo di scorcio e con la luce sbagliata. Conviene attraversare e arretrare di una decina di metri, verso lo spartitraffico dell’imbocco del ponte, e guardare la facciata dal basso ma frontalmente: da lì i due blocchi di testo si distinguono per intero, si capisce che la stessa frase è ripetuta due volte e si coglie il rapporto fra la lapide e l’ovale dipinto che le sta sopra. La seconda posizione buona sono i primi metri di ponte Fabricio, che è pedonale: ci si volta indietro e si ha la chiesa in asse, con la spalla del ponte a destra. Attenzione all’attraversamento del lungotevere, che è a scorrimento veloce e in curva.

Che cosa si vede dalla strada: facciata, ovale e lapide

La facciata di San Gregorio della Divina Pietà è larga poco più della porta e si legge tutta in un colpo d’occhio: il portale, un ovale dipinto sopra l’architrave, la lapide bilingue sotto l’ovale, due cassette per l’elemosina murate ai lati. Non c’è altro, e questa povertà di mezzi è il primo dato da registrare, perché spiega la natura dell’edificio: una chiesa di congregazione caritativa, non una fabbrica di rappresentanza.

L’ovale della Crocifissione

Sopra la porta c’è un dipinto ovale con una Crocifissione, attribuito dalle schede del portale turistico comunale al pittore francese Étienne Parrocel, attivo a Roma nel Settecento. La collocazione non è decorativa. L’immagine e il testo sotto di essa formano un discorso unico, rivolto a chi passava sul ponte e a chi usciva dal recinto del Ghetto: sopra la scena della Crocifissione, sotto il rimprovero biblico. Questa è l’unica lettura che le fonti ottocentesche e le schede moderne danno concordemente dell’insieme.

La lapide bilingue

La lastra è in marmo, rettangolare, divisa in due campi affiancati: a sinistra guardando, il testo ebraico, a destra il latino, oppure l’inverso a seconda di come si legge la simmetria dei due blocchi. I caratteri sono incisi e riempiti, e lo stato di conservazione è discreto ma non ottimo: alcune lettere sono consumate e con la luce piatta si distinguono a fatica. Chi vuole leggerla davvero faccia conto di dedicarle qualche minuto, non dieci secondi.

Il testo dell’iscrizione: Isaia 65, 2-3

Il testo inciso sulla lapide di San Gregorio della Divina Pietà sono i versetti 2 e 3 del capitolo 65 del libro di Isaia, riportati in latino secondo la Vulgata e in ebraico secondo il testo masoretico. È il passo in cui il profeta mette in bocca a Dio un lamento sul popolo che non ascolta. Questa è l’informazione centrale di tutta la pagina, ed è anche quella che in rete circola più spesso storpiata o citata a metà.

Il testo latino

Nella Vulgata clementina i due versetti suonano così: Expandi manus meas tota die ad populum incredulum, qui graditur in via non bona post cogitationes suas. Populus qui ad iracundiam provocat me ante faciem meam semper. In italiano corrente: ho teso le mie mani tutto il giorno a un popolo che non crede, che cammina per una via non buona dietro ai propri pensieri; un popolo che mi provoca all’ira, continuamente, davanti alla mia faccia. La versione incisa sul marmo riproduce il testo latino della Vulgata; la resa italiana che diamo qui è nostra e serve solo a rendere il senso, perché le traduzioni correnti delle Bibbie italiane differiscono fra loro nella scelta dei termini.

Il testo ebraico

Il campo in caratteri ebraici riproduce gli stessi versetti nel testo masoretico. Il versetto 2 comincia con פֵּרַשְׂתִּי יָדַי כָּל־הַיּוֹם, che si traslittera perasti yadai kol ha-yom e significa “ho steso le mie mani tutto il giorno”. La scelta di incidere anche l’ebraico è l’elemento decisivo: una lapide latina sarebbe stata un’iscrizione devozionale come mille altre a Roma, e sarebbe stata letta dai preti e dai forestieri colti. L’ebraico indica il destinatario con precisione. Era un testo rivolto a chi quel testo lo riconosceva a memoria.

Che cosa dice il passo nel suo contesto

Nel libro di Isaia il capitolo 65 appartiene alla sezione finale, quella che gli studiosi chiamano Terzo Isaia e collocano in età postesilica. Il lamento è interno alla tradizione ebraica: è un profeta ebreo che rimprovera il proprio popolo, in un genere letterario, quello della requisitoria profetica, che attraversa tutta la Bibbia ebraica. La polemica cristiana medievale e moderna usó questi passi in chiave diversa, leggendoli come prova della colpa collettiva di Israele e della sua sostituzione. La lapide di San Gregorio appartiene a questo secondo uso. Chi la legge oggi dovrebbe tenere presenti entrambi i piani, perché la differenza fra il testo e il suo impiego è esattamente il punto.

Una curiosità su San Gregorio della Divina Pietà

La curiosità più concreta legata a San Gregorio della Divina Pietà non riguarda la lapide ma i quattro volti di marmo che danno il nome popolare al ponte di fronte: secondo una parte della letteratura le erme quadrifronti oggi sul parapetto di ponte Fabricio provengono proprio da questa chiesa e vi furono portate nel Trecento. La notizia è riportata fra le altre dalla voce in lingua inglese più diffusa sul ponte, mentre altre ricostruzioni le considerano un arredo antico pertinente al ponte stesso. Le fonti divergono e non esiste un documento che chiuda la questione: la riportiamo come ipotesi, non come dato.

Una chiesa dedicata al papa che difese gli ebrei

C’è un’ironia storica che nessuna guida sottolinea e che merita di essere detta con precisione. La chiesa è intitolata a Gregorio Magno, papa fra il 590 e il 604, e la tradizione lega il sito alle case della gens Anicia, la famiglia da cui la stessa tradizione lo fa discendere. Gregorio Magno è il pontefice a cui si deve la formula sicut Judaeis non, il principio per cui agli ebrei non si dovevano togliere i diritti che le leggi riconoscevano loro, ripreso poi da una lunga serie di bolle medievali di protezione. Sulla facciata della chiesa a lui intitolata, milleduecento anni dopo, è stata messa una lapide di rimprovero. I due fatti stanno insieme nella stessa storia e nessuno dei due annulla l’altro.

Le prediche coatte: che cosa erano, chi vi era obbligato, per quanto tempo

Le prediche coatte erano sermoni di conversione che lo Stato pontificio imponeva per legge agli ebrei romani, con obbligo di presenza e sanzioni per gli assenti, e restarono in vigore dall’età di Gregorio XIII fino alla metà dell’Ottocento. Non erano un episodio né un abuso locale: erano un’istituzione, regolata da atti normativi, con una sede, un calendario, un incaricato stipendiato e un sistema di controllo delle presenze.

Il quadro: la bolla del 1555

Il presupposto è la bolla Cum nimis absurdum di Paolo IV, del luglio 1555: le fonti indicano il 12 oppure il 14 luglio, e la differenza non è sostanziale. L’atto revocò i diritti riconosciuti fino ad allora agli ebrei romani e ordinò di rinchiuderli in un recinto murato nel rione Sant’Angelo, con porte chiuse dal tramonto all’alba, insieme a una serie di restrizioni sulle professioni, sulla proprietà e sull’abbigliamento. La storia del recinto, delle sue porte e dei suoi allargamenti successivi è raccontata nella nostra scheda sul Ghetto ebraico di Roma, che è il posto giusto dove leggerla per intero: qui interessa solo come premessa.

L’obbligo della predica

L’obbligo di assistere a prediche di conversione fu imposto agli ebrei romani da Gregorio XIII: le fonti lo collocano nel 1572, primo anno del suo pontificato, e la disciplina fu poi fissata nella costituzione apostolica Sancta Mater Ecclesia, del 1 settembre 1584. La costituzione stabiliva che le prediche si tenessero ovunque esistesse una sinagoga e che vi partecipasse a turno un terzo degli abitanti del quartiere ebraico. Il criterio del turno è il dettaglio che spiega tutto il meccanismo: non si trattava di riempire una chiesa una volta, ma di far passare sistematicamente l’intera popolazione sotto il pulpito, con un ciclo che si ripeteva.

Con quale frequenza

Le fonti normative parlano di cadenza settimanale, e il giorno indicato è il sabato, cioè il giorno di riposo ebraico: la scelta era deliberata. Le fonti folkloriche ottocentesche restituiscono però un quadro più irregolare, con un numero di prediche all’anno molto inferiore. Il folklorista romano Giggi Zanazzo, che scrive alla fine dell’Ottocento raccogliendo memorie orali, parla di cinque o sei volte l’anno, nel pomeriggio del sabato. Le due informazioni non si escludono: la norma fissa un massimo teorico, la pratica di tre secoli conosce fasi di rigore e fasi di rilassamento. Chi scrive che le prediche si tennero ogni sabato per trecento anni sta estendendo la norma alla realtà senza prove.

Dove si tenevano

A Roma le prediche coatte non ebbero una sede unica. Si svolsero in chiese e oratori addossati al recinto, fra cui Sant’Angelo in Pescheria, questa chiesa di San Gregorio a Ponte Quattro Capi, il Tempietto del Carmelo, la chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini e Santa Maria del Pianto. La rotazione delle sedi segue gli spostamenti dei confini del Ghetto e la disponibilità degli spazi. San Gregorio fu una delle sedi, la più ricordata perché è l’unica che conservi in facciata un segno esplicito di quella funzione.

Chi predicava

I predicatori erano religiosi incaricati, spesso appartenenti agli ordini mendicanti, e in alcuni periodi ebrei convertiti, che avevano il vantaggio di conoscere l’ebraico e la letteratura rabbinica e di poterne discutere. L’incarico era formalizzato: nell’annuario pontificio del 1860 compare ancora la carica di incaricato della predica agli ebrei, segno che l’apparato amministrativo sopravvisse alla cessazione pratica dell’obbligo.

Come finì

L’obbligo fu revocato da Pio IX nella fase iniziale del suo pontificato: le fonti indicano il 1847 oppure il 1848, e non abbiamo trovato un atto unico e inequivocabile a cui ancorare la data. Lo stesso papa, nel 1847, interruppe la cerimonia annuale di omaggio che il rabbino capo era tenuto a rendere in Campidoglio, e nel 1848 ordinò l’abbattimento del muro del recinto. Il ritorno del potere pontificio dopo la Repubblica Romana del 1849 riportò buona parte delle restrizioni, sia pure senza il muro; la segregazione cessó del tutto solo nel 1870, con la fine dello Stato pontificio, e la demolizione dell’isolato avvenne negli anni successivi.

Una cosa che non ti dice nessuno su San Gregorio della Divina Pietà

San Gregorio della Divina Pietà viene presentata quasi sempre come “la chiesa delle prediche coatte”, al singolare, e non è esatto: le sedi furono diverse e si alternarono nel tempo, e alcune di esse ospitarono la predica molto più a lungo di questa. La ragione per cui il nome di San Gregorio ha coperto gli altri è materiale, non storica: qui c’è una lapide, e una lapide si fotografa.

La lapide è ottocentesca, il fatto è cinquecentesco

Il secondo equivoco riguarda le date. La lastra di marmo che si vede oggi risale al restauro del 1858, quando la chiesa fu sistemata di nuovo; alcune schede locali sostengono che un’iscrizione con lo stesso testo fosse già stata apposta nel 1729, in forma dipinta, e che nel 1858 sia stata tradotta in marmo. La testimonianza di Ferdinand Gregorovius, che nel saggio Il Ghetto e gli Ebrei in Roma del 1853 descrive la facciata con la pittura e le parole di Isaia in ebraico e in latino, conferma che nel 1853 qualcosa c’era già. Il dato certo è dunque questo: il testo era in facciata prima del 1853, e la lastra che leggiamo oggi è nella forma che assunse intorno al 1858. Le prediche coatte, invece, erano cominciate quasi tre secoli prima. La lapide arriva alla fine della vicenda, non al suo inizio: è un monumento all’istituzione posto quando l’istituzione stava per essere abolita.

Chi la fece mettere

Gregorovius, nella stessa pagina, attribuisce la pittura e l’iscrizione allo zelo di un ebreo convertito. È una notizia riportata da un autore che scriveva a Roma in quegli anni e che aveva accesso a informazioni locali, ma non è un documento d’archivio, e la riportiamo per quello che è: una testimonianza ottocentesca, non una prova. Altre schede attribuiscono la trasformazione in lapide alla volontà di Pio IX. Le due versioni non sono necessariamente in contrasto, perché riguardano fasi diverse, ma nessuna delle due è corredata da un riferimento archivistico verificabile nelle fonti che abbiamo consultato.

Che cosa è documentato e che cosa è racconto tramandato

Sulle prediche coatte circolano tre o quattro racconti ricorrenti, e non hanno tutti lo stesso statuto: alcuni si appoggiano a norme scritte, altri a memorie orali raccolte nell’Ottocento, altri ancora a un film del 1969. Distinguere fra i piani non è pedanteria, è il minimo che si deve a una storia di questo tipo. Risultano documentati l’obbligo e la sua base normativa, la rotazione di un terzo della popolazione, la cadenza settimanale prevista, la multa per gli assenti e l’esistenza di un incaricato ufficiale della predica: su questi punti le fonti concordano.

Quello che appartiene alla memoria orale

Il controllo delle presenze porta a porta, lo sbirro o la guardia svizzera che sorvegliava la sala e svegliava con una scudisciata chi si addormentava, il conteggio nominativo dei presenti: sono elementi che compaiono nelle raccolte folkloriche romane di fine Ottocento, Zanazzo in testa, e in una pubblicistica successiva che da quelle raccolte deriva. Sono plausibili, perché un obbligo con sanzione pecuniaria richiede per forza una forma di verifica, ma la forma precisa che assumeva quella verifica non è ricostruibile con i materiali divulgativi disponibili. Li presentiamo come tradizione tramandata.

La cera nelle orecchie

Il racconto più noto, quello degli ebrei che si tappavano le orecchie con la cera per non sentire, è tradizione popolare. Compare come tale anche nelle voci enciclopediche, che lo introducono con formule del tipo “secondo quanto afferma un’antica tradizione”. Le versioni raccolte da Zanazzo parlano di batuffoli di cotone anziché di cera. L’immagine si è fissata nell’immaginario collettivo soprattutto attraverso il cinema: la scena è rievocata in Nell’anno del Signore di Luigi Magni, del 1969. Non ci risulta un documento coevo che attesti la pratica.

La storia dell’edificio, dal 1403 a oggi

La prima notizia sicura della chiesa di San Gregorio al Ponte Quattro Capi risale al 1403, anche se il sito è con ogni probabilità più antico e la tradizione lo lega a un oratorio preesistente. L’edificio che si vede oggi è il risultato di un rifacimento settecentesco e di un restauro ottocentesco, e conserva pochissimo di visibile delle fasi precedenti.

Le origini e la tradizione degli Anicii

La dedicazione a Gregorio Magno discende dalla tradizione che collocava in questa zona le case della gens Anicia, poi passate ai Frangipane, e che faceva nascere il papa nelle vicinanze. È una tradizione, non un dato archeologico: della domus degli Anicii non si conserva nulla di identificabile sotto la chiesa, e la ricostruzione topografica delle proprietà aristocratiche del rione in età tardoantica resta congetturale. Chi cerca una Roma stratificata verificabile a pochi metri da qui la trova sotto la Crypta Balbi, dove lo scavo è visitabile e documentato, oppure nei sotterranei descritti nella nostra pagina su Roma sotterranea.

Il rifacimento del 1729

Nel 1729 la chiesa fu ricostruita su progetto di Filippo Barigioni per incarico di Benedetto XIII Orsini. Barigioni è un architetto romano del pieno Settecento, autore fra l’altro di interventi sulla sistemazione di piazze e fontane della città, e qui lavorò su una pianta minima, ricavando una sala rettangolare e una fronte semplice. L’impianto attuale è il suo. Chi conosce il Settecento romano non troverà qui nulla di paragonabile alle grandi fabbriche del periodo: era una chiesa di servizio, con un budget di servizio.

La Congregazione degli Operai della Divina Pietà

Dal rifacimento settecentesco la chiesa fu affidata alla Congregazione degli Operai della Divina Pietà, da cui deriva il nome attuale. La congregazione, una delle molte confraternite caritative romane, aveva per scopo l’assistenza discreta a famiglie di condizione civile cadute in povertà: le fonti divergono sull’anno dell’approvazione pontificia, che compare indicata sia nel 1679 sia nel 1680 sotto Innocenzo XI. La formula delle “povere onorate famiglie vergognose” incisa sull’elemosiniera è la descrizione esatta di quella attività. La congregazione risulta ancora esistente nelle schede del Vicariato e degli enti regionali, con la medesima finalità assistenziale.

Il restauro del 1858 e la lapide

Nel 1858 la chiesa fu restaurata di nuovo e la facciata assunse l’aspetto attuale, con la lapide bilingue nella forma in cui la leggiamo. Siamo a un decennio dalla revoca dell’obbligo della predica e a dodici anni dalla fine dello Stato pontificio. Il restauro cade in una fase di restaurazione politica: dopo la Repubblica Romana del 1849 il governo pontificio aveva ripristinato buona parte delle restrizioni sugli ebrei, e in quel clima una lapide di rimprovero in facciata era coerente con la linea del momento.

Dopo il 1870

Con la fine dello Stato pontificio l’obbligo della predica scompare del tutto e il recinto del Ghetto viene demolito nei decenni successivi, insieme a gran parte dell’edilizia storica del quartiere; sul lungotevere vengono costruiti i muraglioni e la nuova viabilità, che isolano la chiesa fra due arterie di traffico. La Sinagoga, inaugurata nel 1904, sorge a duecento metri, sull’area liberata dalle demolizioni. La lapide resta al suo posto. Non è stata rimossa, e sul perché torniamo più avanti.

Il consiglio che ti do per visitare San Gregorio della Divina Pietà

Il consiglio operativo è semplice: non venite qui per entrare, venite per leggere la facciata, e mettete in conto dieci minuti, non due. La chiesa non ha orari di apertura regolari, l’interno è minimo e non aggiunge nulla al motivo per cui questo edificio conta. Tutto ciò che serve vedere si vede dalla strada, gratis, in qualunque giorno dell’anno.

Inseritela in un percorso, non in una tappa a sé

Una sosta qui funziona come snodo di un giro sul Ghetto, non come meta autonoma. L’ordine che consigliamo è questo: prima il Ghetto con via del Portico d’Ottavia e il Portico d’Ottavia, poi il Museo Ebraico con la visita al Tempio Maggiore, e alla fine San Gregorio, quando si è già capito che cos’era il recinto e dove stavano le porte. Letta per prima, la lapide è un dettaglio incomprensibile; letta per ultima, è la sintesi di tutto quello che si è visto nell’ora precedente.

Quando andarci

La strada è percorsa da traffico continuo durante il giorno. Le due finestre migliori sono la prima mattina, prima delle nove, quando il lungotevere è ancora scorrevole e si può stare fermi sul marciapiede senza essere spinti, e la sera tardi, dopo le ventuno, quando il quartiere si svuota. Nelle ore centrali dei fine settimana il marciapiede davanti al ponte è occupato da gruppi in attesa di attraversare verso l’isola, e fermarsi a leggere diventa scomodo.

Il giudizio, perché una pagina senza giudizio non serve

Se si hanno tre giorni a Roma, come nel percorso che proponiamo in tre giorni a Roma, questa non è una tappa da programmare: è una sosta di dieci minuti dentro una passeggiata che state già facendo. Chi invece si interessa di storia moderna, di storia ebraica o di storia delle istituzioni ecclesiastiche troverà qui, in cinque metri quadri di facciata, più materiale su cui pensare che in molte sale di museo. È una delle poche cose in centro che non costano nulla e che valgono l’attenzione che si dà a un monumento a pagamento.

Orari, accesso e accessibilità

San Gregorio della Divina Pietà non ha orari di apertura regolari e va considerata, ai fini di una visita programmata, una chiesa chiusa. Il portale turistico di Roma Capitale la indica come non aperta al pubblico, con aperture legate alle funzioni della congregazione che la detiene, e riporta un recapito telefonico per informazioni. Non pubblichiamo orari perché non ne esistono di verificabili: chiunque ve ne indichi uno preciso lo sta ricavando da una fonte che non abbiamo potuto confermare.

Accessibilità

La lettura della facciata dalla strada non presenta barriere: il marciapiede del lungotevere è pianeggiante, ampio a tratti, e il punto di osservazione che consigliamo è su piano. Gli attraversamenti nei dintorni sono semaforizzati ma il traffico è sostenuto. Sull’accesso all’interno non abbiamo informazioni verificate riguardo a gradini o dislivelli in ingresso, e preferiamo non affermare nulla. Per un quadro d’insieme sui percorsi praticabili in città rimandiamo alla nostra pagina su Roma accessibile.

Quanto costa

Nulla. Non c’è biglietto, non c’è offerta richiesta, non c’è prenotazione. È una delle tappe che inseriamo fra quelle segnalate nella pagina dedicata a Roma gratis, insieme ad altre cose del centro che si vedono senza pagare.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

La lapide di San Gregorio della Divina Pietà non è mai stata rimossa, ed è questo il fatto che quasi nessuno commenta pur avendolo sotto gli occhi. Dal 1870 sono passati più di centocinquant’anni, il quartiere è stato demolito e ricostruito, la Sinagoga è stata edificata a duecento metri, la Comunità ebraica romana è una delle più antiche d’Europa e vive qui: la scritta è rimasta al suo posto.

Perché è rimasta

Non ci risulta un atto formale che abbia deciso di conservarla, né una polemica pubblica che ne abbia chiesto la rimozione. La spiegazione più ragionevole è la tutela: le iscrizioni storiche murate sulle facciate romane sono beni vincolati, e la rimozione di un’epigrafe ottocentesca richiederebbe un provvedimento di soprintendenza difficile da motivare. Ma c’è un secondo ordine di ragioni, che è quello che interessa qui.

Un documento, non un messaggio

Una lapide rimossa cancella una prova. Finché quel marmo è murato lì, chiunque passi può constatare da sé che lo Stato pontificio scriveva un rimprovero in ebraico sulla facciata di una chiesa davanti al quartiere in cui teneva chiusa una popolazione. Non serve credere a un libro. Il testo è lì, alto due metri da terra, e chi vuole verificare verifica. Le iscrizioni di questo tipo, nel lessico degli storici urbani, sono documenti, e si leggono come si legge un atto d’archivio: per quello che attestano, non per quello che predicano.

Un parallelo a pochi passi

Lo stesso ragionamento vale per le pietre d’inciampo che si incontrano nel Ghetto e in molti altri punti della città, che ricordano i deportati del 16 ottobre 1943 e che abbiamo raccolto nella pagina sui luoghi della memoria a Roma. Le due cose hanno segno opposto, perché l’una fu posta per umiliare e le altre per ricordare, e proprio per questo funzionano allo stesso modo: obbligano chi passa a incontrare un fatto in mezzo alla strada, senza mediazioni.

La foto giusta da fare a San Gregorio della Divina Pietà

La foto che vale la pena portarsi via da San Gregorio della Divina Pietà è una sola: la lapide bilingue leggibile, con entrambi i blocchi di testo dentro l’inquadratura e i caratteri riconoscibili. Tutto il resto, la facciata intera, lo scorcio col ponte, il notturno, sono immagini che si possono fare ovunque in centro.

Da dove scattare

Dal marciapiede opposto, arretrando di otto o dieci metri, con un teleobiettivo corto o con lo zoom del telefono a due o tre ingrandimenti. Stando sotto la lapide si ottiene un trapezio deformato dalla prospettiva, con le righe che convergono e il testo illeggibile nella metà alta. Arretrando e salendo di ingrandimento si raddrizza quasi tutto. Chi ha un treppiede lo lasci a casa: sul marciapiede del lungotevere non c’è spazio e si intralcia il passaggio.

La luce

La facciata guarda verso la piazza e l’imbocco del ponte, quindi riceve luce diretta nelle ore centrali e nel pomeriggio, mentre la prima mattina resta in ombra. Per leggere un’incisione consumata la luce migliore non è quella piena: è una luce radente o una giornata coperta, che restituisce il rilievo delle lettere invece di appiattirlo. Il sole pieno di mezzogiorno d’estate è la condizione peggiore. Se si capita a quell’ora e si vuole comunque un risultato leggibile, conviene sottoesporre di uno stop e recuperare dopo.

Le due inquadrature complementari

La prima è verticale e comprende ovale dipinto e lapide nello stesso fotogramma: serve a documentare il rapporto fra immagine e testo, che è il senso dell’insieme. La seconda si scatta dai primi metri di ponte Fabricio, voltandosi indietro: si prende la chiesa in asse con la spalla del ponte a lato e, se ci si abbassa, anche il profilo dei platani del lungotevere. È l’unica immagine che restituisce la posizione dell’edificio rispetto al fiume e al quartiere.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Gli avvenimenti documentati legati a San Gregorio della Divina Pietà sono pochi e datati con precisione: il 1403 della prima menzione, il 1729 della ricostruzione, il 1858 del restauro e della lapide, e la lunga serie ripetitiva delle prediche coatte fra la fine del Cinquecento e la metà dell’Ottocento. È un edificio senza grandi fatti, e la cosa non deve sorprendere: la sua importanza dipende dalla ripetizione, non nell’eccezione.

1584: la costituzione di Gregorio XIII

La Sancta Mater Ecclesia del 1 settembre 1584 fissa la disciplina della predica obbligatoria e apre il periodo in cui questa chiesa, insieme alle altre sedi, la ospita. È l’avvenimento che determina tutto il resto.

1729: la ricostruzione

Benedetto XIII affida a Filippo Barigioni la ricostruzione dell’edificio e la chiesa passa alla Congregazione degli Operai della Divina Pietà. Da qui il nome con cui la conosciamo.

1847 e 1848: la fine dell’obbligo

Pio IX revoca l’obbligo della predica, con la datazione incerta fra i due anni di cui abbiamo detto, interrompe nel 1847 la cerimonia di omaggio in Campidoglio e nel 1848 fa abbattere il muro del Ghetto. La Repubblica Romana del 1849 abolisce la segregazione; la sua caduta la ripristina in parte.

Chi è passato da San Gregorio della Divina Pietà

Da San Gregorio della Divina Pietà è passata, per obbligo di legge e a turno, una parte consistente della popolazione ebraica romana fra la fine del Cinquecento e la metà dell’Ottocento: sono loro il gruppo umano che questo luogo ha visto più di ogni altro. Non ne conosciamo i nomi, perché gli elenchi delle presenze, se furono compilati, non sono materiale divulgato. Vale la pena dirlo così, senza retorica: la storia di questa chiesa è fatta di persone anonime portate qui contro la propria volontà.

Ferdinand Gregorovius

Lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, autore della monumentale storia di Roma nel Medioevo, passò di qui negli anni Cinquanta dell’Ottocento e descrisse la facciata nel saggio Il Ghetto e gli Ebrei in Roma, del 1853. La sua è la testimonianza diretta più citata sull’iscrizione prima del restauro, e resta la fonte da cui dipendono gran parte delle descrizioni successive.

Luigi Magni e il cinema

La memoria visiva delle prediche coatte, per il pubblico italiano, passa da un film: Nell’anno del Signore di Luigi Magni, del 1969, ambientato nella Roma papalina della Restaurazione, mette in scena la predica e le orecchie tappate. È cinema, non documento, ma ha fatto conoscere la vicenda a più persone di qualunque saggio. Roma come set è un capitolo a parte, che trattiamo nella pagina su Roma nei film.

Che cosa c’è intorno: il giro breve

Nel raggio di trecento metri da San Gregorio della Divina Pietà si concentrano il Ghetto, l’Isola Tiberina, il Teatro di Marcello e il Foro Boario: è uno dei tratti di Roma con la maggiore densità di storie diverse per metro quadro. Un giro completo, con soste brevi, occupa due ore e mezza.

Verso il fiume

Ponte Fabricio porta all’Isola Tiberina e alla basilica di San Bartolomeo all’Isola; dall’altra parte dell’isola ponte Cestio scende a Trastevere. A valle si vede l’arcata superstite di ponte Rotto, e sopra di essa passa ponte Palatino. Risalendo il fiume si arriva a ponte Sisto in un quarto d’ora.

Verso il Ghetto e il centro

Alle spalle si entra nel Ghetto, con la Fontana delle Tartarughe a piazza Mattei, il Portico d’Ottavia e i marmi della vecchia Pescheria. Proseguendo verso ovest si arriva a Campo de’ Fiori e ai resti di largo Argentina, che oggi si visitano dal basso.

Verso il Foro Boario e il Campidoglio

Verso sud, lungo il fiume, si incontrano il Foro Boario con il tempio di Portuno, il tempio di Ercole Vincitore, l’Arco di Giano e Santa Maria in Cosmedin con la Bocca della Verità. Verso nord si sale al Campidoglio, ai Musei Capitolini e a Santa Maria in Aracoeli, passando davanti a San Nicola in Carcere.

San Gregorio della Divina Pietà (Rome)
Foto: Fallaner, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Mangiare in zona senza cadere nelle trappole

La zona fra il Ghetto, il lungotevere e l’imbocco di ponte Fabricio è una delle più esposte di Roma al turismo di passaggio, e il livello dei locali è molto diseguale a distanza di pochi metri. Non facciamo nomi, per scelta redazionale: un elenco di insegne invecchia in pochi mesi e non insegna nulla. Diamo invece i criteri, che restano validi.

I cinque segnali di trappola

Sono cinque e si riconoscono dalla strada, prima di sedersi. La signora che tira la pasta fresca in vetrina o sul marciapiede: è un richiamo scenografico, non un indizio di cucina. Il menu con le fotografie dei piatti: serve a chi non legge la lingua, e chi lo espone ha scelto quel pubblico. L’acchiappino sulla porta che invita a sedersi: un locale con clientela non ha bisogno di fermare la gente per strada. L’orario continuato dalla mattina a notte fonda senza pausa di cucina: significa piatti tenuti pronti. E i tavoli piazzati davanti a un monumento famoso, dove il prezzo tende a seguire il turista che si ha davanti: voci non prezzate sul menu, listini diversi dentro e fuori, coperti e servizi che compaiono solo sul conto.

Le catene del centro

Nel centro di Roma si è moltiplicato un modello di locale a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città e la fila col numerino all’ingresso. Non li nominiamo e non li consigliamo. L’osservazione da fare è una sola, e si verifica in cinque minuti guardando le sale: i romani non ci vanno.

Il criterio che funziona sempre

Guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone del posto che parlano italiano con l’accento romano, il locale ha una clientela abituale e non campa sul passaggio. Se si sente solo inglese e la sala si riempie alle diciotto e trenta, siete in un posto tarato sul turista. È un criterio grezzo, ed è il più affidabile che conosciamo.

La lista di Daniele Dezi

Per chi preferisce partire da indicazioni già filtrate, esiste la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata e non sponsorizzata, costruita nel tempo su prove dirette. Per un quadro generale sui quartieri e sulle fasce di prezzo rimandiamo alla nostra pagina su dove mangiare a Roma e a quella sui mercati di Roma, che restano il modo più economico di mangiare in centro a mezzogiorno.

Come si legge un luogo come questo

San Gregorio della Divina Pietà è un documento urbano, e la lettura corretta è quella che si applica a un documento: si guarda che cosa attesta, chi lo ha prodotto, quando e per quale scopo. Le due letture sbagliate sono simmetriche e frequenti. La prima trasforma la chiesa in un monumento all’antisemitismo, cioè le attribuisce un’intenzione commemorativa che non ha mai avuto. La seconda la riduce a curiosità da elenco di stranezze romane, accanto alle statue parlanti e alle leggende di quartiere.

Che cosa attesta il marmo

Attesta che un potere sovrano scriveva un rimprovero religioso nella lingua dei propri sudditi ebrei, sulla facciata di una chiesa collocata davanti al quartiere in cui li teneva rinchiusi, e che lo faceva ancora nella seconda metà dell’Ottocento. Non serve aggiungere aggettivi. Il fatto, detto per intero e con le date, è più forte di qualunque commento.

Il resto della città che dice la stessa cosa

Segni analoghi, più o meno espliciti, sono sparsi per Roma: l’Arco di Tito, con il rilievo del bottino del Tempio di Gerusalemme, davanti al quale la Comunità ebraica romana ha evitato per secoli di passare sotto; le epigrafi delle chiese di penitenza; le iscrizioni delle confraternite come quella di Santa Maria dell’Orazione e Morte. Letti insieme raccontano una città che scriveva sui muri le proprie gerarchie, e che li ha conservati.

Domande frequenti su San Gregorio della Divina Pietà

Che cosa c’è scritto sulla facciata di San Gregorio della Divina Pietà?

Sulla facciata di San Gregorio della Divina Pietà, sopra il portale, c’è una lapide di marmo con i versetti 2 e 3 del capitolo 65 del libro di Isaia, incisi due volte: in latino secondo la Vulgata e in ebraico secondo il testo masoretico. Il latino comincia con Expandi manus meas tota die ad populum incredulum, cioè ho teso le mie mani tutto il giorno a un popolo che non crede. La lastra attuale risale al restauro del 1858.

Si può visitare la chiesa di San Gregorio della Divina Pietà?

La chiesa di San Gregorio della Divina Pietà non ha orari di apertura regolari e va considerata chiusa al pubblico: il portale turistico di Roma Capitale segnala aperture legate soltanto alle funzioni della congregazione che la detiene. L’iscrizione bilingue, che è la ragione per cui vale la visita, si legge dalla strada in qualunque momento, senza biglietto e senza prenotazione.

Che cosa erano le prediche coatte imposte agli ebrei di Roma?

Le prediche coatte erano sermoni di conversione che lo Stato pontificio imponeva per legge agli ebrei romani, con obbligo di presenza e multa per gli assenti. Furono introdotte da Gregorio XIII nel 1572 e disciplinate dalla costituzione Sancta Mater Ecclesia del 1 settembre 1584, che prevedeva la partecipazione a turno di un terzo degli abitanti del Ghetto, di norma il sabato. L’obbligo fu revocato da Pio IX: le fonti indicano il 1847 oppure il 1848.

San Gregorio della Divina Pietà era l’unica chiesa delle prediche coatte?

San Gregorio della Divina Pietà fu una delle sedi delle prediche coatte, non l’unica. Le fonti ne elencano diverse, fra cui Sant’Angelo in Pescheria, il Tempietto del Carmelo, la Santissima Trinità dei Pellegrini e Santa Maria del Pianto. San Gregorio è la più ricordata perché è l’unica che conservi in facciata un segno visibile di quella funzione, cioè la lapide bilingue.

È vero che gli ebrei si tappavano le orecchie con la cera?

Il racconto degli ebrei che si tappavano le orecchie per non sentire la predica è tradizione popolare, e come tale lo riportiamo. Compare nelle raccolte folkloriche romane di fine Ottocento, che parlano però di batuffoli di cotone, e si è fissato nell’immaginario attraverso il film Nell’anno del Signore di Luigi Magni, del 1969. Non ci risulta un documento coevo che attesti la pratica.

Come si arriva a San Gregorio della Divina Pietà coi mezzi pubblici?

San Gregorio della Divina Pietà si raggiunge con gli autobus 23, 63, 280 e H e con il tram 8, che ferma a Belli, a sette o otto minuti a piedi; sono le stesse linee indicate come riferimento per l’Isola Tiberina. La fermata di metropolitana più vicina è Circo Massimo sulla linea B, a circa un quarto d’ora di cammino lungo via del Teatro di Marcello.

Quanto tempo serve per la visita e è adatta ai bambini?

Per San Gregorio della Divina Pietà bastano dieci minuti, il tempo di leggere la lapide e di collegarla al Ghetto che si ha alle spalle. Con i bambini il luogo funziona solo se qualcuno spiega, perché non c’è nulla da vedere in senso visivo; dai dieci anni in su, inserito in un percorso sul Ghetto, diventa una delle soste che si ricordano più a lungo.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui sono verificati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali indicate nel testo: prima di partire conviene ricontrollarli, perché cambiano spesso. Se trovi un dato non aggiornato, segnalacelo.

Chi costruisce un itinerario sul Ghetto e sull’ansa del Tevere, mettendo in fila questa sosta con il Portico d’Ottavia, l’Isola Tiberina e il Foro Boario, trova strumenti di progettazione e di coordinamento su Tour Leader Pro, che lavora su gruppi, scuole e visite tematiche di questo tipo.

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