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Tempio di Portuno

Il Tempio di Portuno è il tempietto rettangolare su alto podio che si vede in piazza della Bocca della Verità, all’angolo con via di Ponte Rotto, a una cinquantina di metri dal tempio rotondo di Ercole Vincitore e a due passi dalla Bocca della Verità. È uno dei due templi repubblicani meglio conservati di Roma e uno dei pochissimi edifici sacri del mondo antico arrivati fino a noi con il tetto, le colonne e la cella al loro posto. Quasi tutte le guide più vecchie lo chiamano ancora tempio della Fortuna Virile: il nome è sbagliato, circola da cinque secoli e vale la pena capire da dove nasce, perché è un caso di scuola di come un’ipotesi rinascimentale diventi verità ripetuta. L’edificio che si vede oggi è di età tardo-repubblicana e poggia su fasi precedenti; si è salvato perché nel IX secolo lo hanno trasformato in chiesa, ed è rimasto chiesa per oltre mille anni. L’interno non è normalmente visitabile: si apre solo in occasioni straordinarie e a numero chiuso, mentre l’esterno si guarda liberamente dalla piazza, gratis, a qualsiasi ora. Le righe che seguono spiegano com’è fatto, quando è stato costruito, perché porta un nome che non gli appartiene, che cosa è tornato alla luce con il restauro concluso nel 2014 e come si organizza una visita che non finisca in dieci minuti.

Sul sito esiste già una pagina dedicata al Foro Boario, che racconta l’area nel suo insieme, il mercato del bestiame, il porto fluviale e l’intero sistema di monumenti che la occupano: questa pagina invece tratta soltanto il singolo edificio, la sua architettura, la sua storia come chiesa e le condizioni reali di accesso.

Dove si trova il Tempio di Portuno e come arrivare

Il Tempio di Portuno si trova in piazza della Bocca della Verità, nel rione Ripa, sul lato del lungotevere Aventino, dentro l’aiuola recintata che ospita anche il tempio rotondo di Ercole Vincitore. La fermata di metropolitana più vicina è Circo Massimo, linea B, da cui si cammina per otto o dieci minuti lungo via dei Cerchi o costeggiando la valle del Circo Massimo. Chi arriva in autobus scende lungo via Petroselli o sul lungotevere: sono le stesse fermate che servono Santa Maria in Cosmedin e la fila della Bocca della Verità, quindi l’orientamento è immediato anche per chi non conosce la zona.

A piedi, dai punti di partenza più comuni

Dal Campidoglio la discesa è breve: si scende verso via del Teatro di Marcello, si supera il Teatro di Marcello e in un quarto d’ora scarso si è davanti al tempio. Dal Colosseo servono venti minuti buoni passando per via di San Teodoro e via del Velabro, con la possibilità di infilare nel percorso l’Arco di Giano. Dall’Isola Tiberina si arriva in dieci minuti lungo il fiume, e dalla sponda opposta, cioè da Trastevere, bastano ponte Palatino e cinque minuti di lungotevere.

Chi scende dall’Aventino ha il percorso più bello e il più faticoso all’incontrario: dal Giardino degli Aranci si scende per clivo dei Publicii e si sbuca sulla piazza in pochi minuti, ma la risalita a piedi in agosto alle due del pomeriggio è una scelta che consigliamo di evitare.

Auto, sosta e ZTL

Parcheggiare qui è complicato. L’area è dentro o al margine delle zone a traffico limitato del centro storico, la sosta su strada dove consentita è a pagamento nelle fasce diurne dal lunedì al sabato e il lungotevere in quel tratto è una carreggiata di scorrimento, non un parcheggio. Chi arriva da fuori Roma fa prima lasciando l’auto a un parcheggio di scambio sulla metro B e scendendo a Circo Massimo. Il consiglio non è formale: fra cercare posto, pagare la sosta e rischiare il varco elettronico, il tempo perso supera regolarmente i venti minuti di metropolitana.

Temple of Portunus, Rome
il Tempio di Portuno visto di tre quarti dall’angolo fra via di Ponte Rotto e il lungotevere, con il podio in travertino in primo piano e il campanile di Santa Maria in Cosmedin sullo sfondo. Foto: NateBergin, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Perché lo chiamano tempio della Fortuna Virile, e perché è un errore

Il nome tempio della Fortuna Virile compare nella letteratura antiquaria a partire dal Rinascimento e si è trascinato fino ai cartelli stradali del Novecento, ma non poggia su nessuna iscrizione trovata sull’edificio. È un’attribuzione ricostruita a tavolino da eruditi che avevano davanti due elementi: un tempio repubblicano intatto nel Foro Boario e alcune fonti letterarie antiche che collocavano in quest’area un culto della Fortuna. Mettere insieme le due cose sembrava ragionevole. Non lo era.

Da dove nasce l’equivoco

Ovidio, nei Fasti, descrive la festa del primo aprile in cui le donne romane onoravano Venere e, in un passaggio celebre, Fortuna Virilis, con riti legati all’acqua e ai bagni. Il culto era ambientato in prossimità del Tevere. Gli antiquari rinascimentali, che cercavano di dare un nome a ogni rudere della città, collegarono quel passo al tempio più intero rimasto in riva al fiume, e la targa mentale si incollò all’edificio. Da lì passò nelle guide, nelle incisioni, nei rilievi degli architetti e, per inerzia, nella toponomastica.

Il problema è che il Foro Boario un culto della Fortuna ce l’aveva davvero, e non era qui. Poche decine di metri più in là, ai piedi del Campidoglio, l’area sacra di Sant’Omobono ha restituito i resti di due templi gemelli arcaici che le fonti riferiscono a Fortuna e a Mater Matuta e la cui fondazione la tradizione attribuisce a Servio Tullio. È quello il santuario della Fortuna del Foro Boario di cui parlano i testi. Assegnare lo stesso culto anche al tempietto sul fiume significava raddoppiare un santuario che le fonti non raddoppiano.

Perché oggi si dice Portuno

L’identificazione con Portunus, la divinità che presiedeva ai porti e agli accessi fluviali, si fonda su un ragionamento topografico solido. Varrone, nel De lingua Latina, ricorda i Portunalia, la festa di Portuno che cadeva il 17 agosto, e collega il culto al settore del fiume presso il ponte Emilio, cioè esattamente questo tratto di Tevere, quello del porto fluviale di Roma repubblicana e dei resti oggi noti come Ponte Rotto. Un tempio dedicato al dio dei porti, piantato sul molo del porto, davanti al mercato che da quel porto si riforniva, ha una coerenza che l’ipotesi della Fortuna non ha mai avuto. L’attribuzione a Portuno si è imposta negli studi a partire dagli anni Venti del Novecento ed è quella accolta oggi dalla Sovrintendenza Capitolina e dalla manualistica.

Resta un’attribuzione, non una certezza

Va detto con chiarezza, perché le pagine che lo omettono ingannano il lettore: sull’edificio non è stata trovata nessuna epigrafe di dedica. Nessuna architrave con il nome del dio, nessuna base con il nome di un magistrato che abbia finanziato il tempio. L’identificazione con Portuno è la più probabile sulla base della topografia, delle fonti letterarie e della cronologia, ed è quella che usiamo anche noi in tutta la pagina, ma resta un’ipotesi ricostruttiva. Chi scrive che il tempio è dedicato a Portuno con la stessa sicurezza con cui scrive che il Pantheon porta il nome di Agrippa sulla facciata sta appiattendo due livelli di certezza molto diversi.

Com’è fatto il Tempio di Portuno: pseudoperiptero, tufo, travertino e stucco

Il Tempio di Portuno è un tempio ionico tetrastilo e pseudoperiptero: quattro colonne libere in facciata, un pronao profondo, e tutte le altre colonne trasformate in semicolonne addossate al muro esterno della cella. È la formula che l’architettura romana tardo-repubblicana adotta quando vuole l’aspetto di un tempio circondato da colonne senza pagarne lo spazio e il costo. Guardato di tre quarti, l’edificio sembra avere un colonnato che gira tutto intorno; guardato di fianco, si capisce che le colonne laterali sono mezze colonne inglobate nella parete.

Che cosa vuol dire pseudoperiptero

Un tempio periptero ha un colonnato libero su tutti e quattro i lati e un corridoio percorribile fra le colonne e il muro della cella. Uno pseudoperiptero elimina quel corridoio: la cella si allarga fino a occupare tutta la larghezza del podio e le colonne dei fianchi e del retro diventano semicolonne aderenti al muro, decorative e non portanti. Il vantaggio è pratico. La cella, cioè la stanza che custodiva la statua di culto, diventa molto più ampia a parità di ingombro, e il tempio può stare su un lotto stretto in un’area già costruita come era il Foro Boario in età repubblicana. Il Tempio di Portuno è l’esempio più citato di questa soluzione in tutta l’architettura romana, e per questo compare in ogni manuale.

Le colonne: quattro davanti, le altre nel muro

In facciata le colonne libere sono quattro, di ordine ionico, con capitelli a volute e scanalature verticali sul fusto. Dietro di esse il pronao si sviluppa in profondità con altre colonne libere, così che l’ingresso sia un vero portico ombreggiato e non una semplice soglia. Sui due lati lunghi della cella corrono cinque semicolonne per parte, e sul fondo altre quattro, per un totale che con quelle libere del pronao supera la dozzina di elementi. È un conto che vale la pena fare sul posto: chi si ferma davanti al fianco lungo e prova a contarle capisce in trenta secondi la differenza fra un colonnato vero e uno simulato, e non se la dimentica più.

Tufo, travertino e l’inganno dello stucco

I materiali raccontano una storia di economia edilizia. Le colonne del pronao e gli angoli della cella sono in travertino, la pietra dura e chiara delle cave di Tivoli, mentre le altre colonne e gran parte delle murature sono in tufo dell’Aniene, una pietra vulcanica locale molto più povera e molto più porosa. Il travertino sta dove il carico è maggiore e dove l’occhio arriva per primo; il tufo sta dove serviva solo volume. In antico la differenza non si vedeva, perché tutto l’edificio era rivestito di stucco bianco: un intonaco sottile, lavorato e lisciato, che restituiva l’effetto del marmo su una struttura che di marmo non aveva nulla.

È il dettaglio che cambia completamente l’immagine mentale del monumento. Il tempietto grigio e bruno che si vede oggi, con le venature del tufo a vista e le zone di travertino più chiare, in età repubblicana era un volume bianco e liscio, uniforme, probabilmente con elementi dipinti nella trabeazione e nel frontone. Roma repubblicana imitava il marmo greco con i materiali che aveva sotto casa, e lo faceva bene. Il marmo vero, in quantità, arriva più tardi, con Augusto, ed è la ragione per cui un edificio come l’Ara Pacis appartiene a un mondo costruttivo diverso da questo pur essendo distante meno di un secolo.

Il podio e la scalinata frontale

Il tempio poggia su un alto podio in opera quadrata di tufo rivestito di lastre di travertino, con la gradinata concentrata sul fronte. È lo schema italico classico, diverso da quello greco: il tempio greco si sale da tutti i lati su un basamento a gradini continui, quello romano ha un solo accesso frontale e sta su un podio alto che lo stacca dal piano di calpestio. La scelta non è estetica ma liturgica: il rito si svolgeva all’aperto, davanti al tempio, su un altare posto ai piedi della scalinata, e il podio serviva a dare al celebrante una posizione sopraelevata rispetto alla folla. Chi ha in mente il podio del Tempio di Antonino e Faustina nel Foro Romano ritrova qui lo stesso principio in scala ridotta.

Quando fu costruito il Tempio di Portuno

L’edificio visibile oggi è di età tardo-repubblicana, e le proposte di datazione più accreditate si collocano fra la fine del II e la prima metà del I secolo avanti Cristo. Sotto di esso, però, ci sono tracce di fasi più antiche, e questo è il punto che quasi tutte le pagine divulgative saltano.

Due letture, entrambe in circolazione

Una lettura, basata sull’analisi dei materiali impiegati nelle fondazioni, colloca la costruzione dell’edificio attuale attorno all’80-70 avanti Cristo. Un’altra, molto diffusa nella manualistica, propone la seconda metà del II secolo avanti Cristo per l’impianto, con un intervento di restauro o rifacimento nel I secolo. Le due proposte non sono lontanissime fra loro e convergono su un punto: il tempio che vediamo appartiene al secolo che precede Augusto. Preferiamo riportarle entrambe, perché scegliere un anno singolo e presentarlo come dato certo sarebbe scorretto: nessuna iscrizione datante è mai emersa dall’edificio.

Le fasi precedenti

Gli scavi hanno individuato tracce di costruzioni anteriori riferibili a un arco cronologico che va dalla fine del IV agli inizi del III secolo avanti Cristo. Significa che su questo punto esatto del Foro Boario sorgeva già un tempio, probabilmente dedicato alla stessa divinità, quando Roma era ancora impegnata nelle guerre sannitiche. È una continuità di culto lunga secoli, non un edificio isolato piombato lì in età tardo-repubblicana, e spiega perché la posizione sia così vicina all’approdo fluviale: il culto è nato con il porto.

Da tempio a chiesa: la ragione per cui è ancora in piedi

Il Tempio di Portuno è arrivato intero al Novecento per un motivo semplice: per oltre mille anni è stato una chiesa cattolica, e una chiesa in uso non si smonta per ricavarne calce e materiale da costruzione. È la stessa ragione che ha salvato Santa Maria in Cosmedin, cresciuta sopra strutture antiche, e San Nicola in Carcere, che ha inglobato nelle proprie murature tre templi del Foro Olitorio. A Roma il riuso cristiano ha conservato più architettura antica di qualunque tutela.

L’872 e il problema della fonte

La data che tutte le pagine ripetono è l’872, sotto il pontificato di Giovanni VIII, con il tempio consacrato come chiesa dedicata alla Vergine. Alcune fonti indicano l’873. Il dato merita però una precisazione che quasi nessuno riporta: la notizia della consacrazione non viene da un documento del IX secolo, ma da un’epigrafe del 1571 murata nell’edificio, cioè da una testimonianza redatta settecento anni dopo i fatti che racconta. È una fonte tarda, di quelle che gli storici accettano con cautela. La sostanza, cioè la conversione in chiesa in età altomedievale, non è in discussione; l’anno preciso poggia su una base più fragile di quanto sembri, e lo diciamo perché una pagina che presenta l’872 come dato scolpito nella pietra del IX secolo dice una cosa non vera.

I nomi della chiesa, in ordine

Le intitolazioni si sono succedute e la confusione è comprensibile. All’origine la chiesa risulta come Santa Maria in Secundicerio, dal nome del personaggio legato alla sua fondazione o dotazione. Nel Medioevo compare anche come Santa Maria de Gradellis, e l’ipotesi più accolta è che il nome derivi dalle gradinate che scendevano verso il Tevere in quel punto della riva. Il titolo di Santa Maria Egiziaca, quello con cui l’edificio è più noto nella letteratura moderna, compare per la prima volta in un catalogo di chiese del 1492 e diventa corrente nel Cinquecento. Tre nomi, lo stesso edificio, secoli diversi: chi cerca documenti d’archivio deve provarli tutti.

Gli armeni di Roma, dal 1571 al 1921

Il capitolo meno conosciuto della storia dell’edificio è quello armeno. Nel 1571 papa Pio V concesse la chiesa alla comunità armena di Roma, che aveva perso il proprio luogo di culto per via dei lavori legati alla costruzione del ghetto nella zona fra il Teatro di Marcello e il Tevere. Da quel momento l’antico tempio di Portuno divenne la chiesa nazionale degli armeni a Roma e lo rimase fino al 1921, con un ospizio annesso per i pellegrini. Papa Clemente XI, nei primi decenni del Settecento, fece restaurare e decorare sia la chiesa sia l’ospizio. Per trecentocinquanta anni, quindi, un tempio repubblicano romano è stato il centro religioso di una comunità cristiana orientale: è il genere di stratificazione che rende Roma difficile da riassumere in una didascalia.

Quando fu sconsacrata: qui le fonti divergono

Sulla fine della funzione religiosa le fonti non concordano, e la differenza non è di dettaglio. Alcune indicano il 1916 come anno della sconsacrazione, disposta per riportare l’edificio all’aspetto antico. Altre collocano l’operazione negli anni Venti del Novecento, segnalando che gli arredi furono trasferiti a partire dal 1924 e che l’ospizio annesso venne demolito nel 1930, mentre la cessazione della funzione di chiesa nazionale armena è datata al 1921. Le due ricostruzioni sono conciliabili se si distingue fra l’atto formale e il processo materiale, che durò anni, ma restano due date diverse. Segnaliamo anche che la ricostruzione secondo cui la sconsacrazione sarebbe avvenuta nell’Ottocento circola in alcune fonti divulgative e non trova conferma in quelle che abbiamo consultato: l’Ottocento è il secolo in cui l’area comincia a essere riorganizzata, il Novecento quello in cui il tempio smette di essere chiesa.

Lo sventramento degli anni Trenta e l’aiuola di oggi

L’aspetto attuale della piazza, con i due templi isolati dentro un’aiuola recintata e il traffico che scorre intorno, è il risultato degli interventi urbanistici fra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento: la costruzione dei muraglioni del Tevere, che ha cancellato il rapporto diretto fra la riva e gli edifici, e poi l’apertura di via del Mare con le demolizioni che hanno liberato i monumenti dalle case addossate. È lo stesso programma che ha ridisegnato mezzo centro storico, dal Mausoleo di Augusto alle pendici del Campidoglio. Il risultato, per il Tempio di Portuno, è ambiguo: l’edificio si vede da ogni lato, cosa impossibile per secoli, ma vive in mezzo a un’isola di traffico invece che dentro un tessuto urbano.

Il restauro e quello che è tornato alla luce dentro

Il restauro più importante degli ultimi decenni è stato promosso dal World Monuments Fund con il sostegno di American Express, in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina, ed è stato presentato come concluso nel luglio del 2014. Non è stata una ripulitura di facciata: l’intervento ha riguardato le superfici esterne, le murature in tufo e travertino e soprattutto l’interno della cella, dove si conservavano tracce di intonaco e pitture medievali in condizioni precarie.

Gli affreschi altomedievali

Dentro la cella sopravvivono pitture di epoca altomedievale, quelle che appartengono ai primi secoli di vita della chiesa: schiere di santi allineati e scene legate alla Vergine, secondo uno schema figurativo che trova confronti in altre chiese romane della stessa stagione, prima fra tutte Santa Maria Antiqua al Foro Romano. Altri affreschi, più recenti, raccontano episodi della vita di Maria Egiziaca. È un patrimonio pittorico che la letteratura conosce da tempo ma che il pubblico non ha quasi mai visto, per la semplice ragione che l’interno resta chiuso.

Le tracce di stucco all’esterno

Il restauro ha consolidato anche i lacerti di stucco antico superstiti sulle superfici esterne, i frammenti che documentano il rivestimento bianco originario di cui parlavamo sopra. Sono porzioni minime, e chi guarda l’edificio dalla piazza senza saperlo non le nota. Chi invece si avvicina alla recinzione e osserva i fusti delle semicolonne sul fianco riesce a distinguere le zone in cui la superficie è ancora rivestita da quelle in cui il tufo è a vista. È l’osservazione più interessante che si possa fare dall’esterno, e costa zero.

Una curiosità sul Tempio di Portuno

La curiosità più solida riguarda il mestiere degli architetti: per quattro secoli il Tempio di Portuno è stato uno degli edifici antichi più misurati d’Europa, e le sue proporzioni sono finite dentro progetti costruiti a migliaia di chilometri da Roma. Il motivo è banale e decisivo: era intero. Chi voleva capire come fosse fatto davvero un tempio romano non poteva ricavarlo dai ruderi del Foro Romano, dove restavano tre colonne qua e un podio là. Qui invece c’era tutto: podio, scalinata, pronao, colonne, trabeazione, frontone, cella.

Il tempio più copiato dell’architettura moderna

Andrea Palladio lo rilevò e lo studiò nel Cinquecento, inserendolo nel proprio repertorio di modelli antichi. Antoine Desgodetz, nel Seicento, lo misurò con precisione e ne pubblicò i disegni nella raccolta che per generazioni fu il manuale di riferimento degli architetti europei sugli edifici antichi di Roma. Giovanni Battista Piranesi lo incise. Dal Settecento in poi, ogni giovane architetto in viaggio di formazione a Roma passava di qui con il taccuino. Il risultato è che il profilo di questo tempietto del Foro Boario, con il suo ordine ionico e il suo pronao tetrastilo, ricompare nelle facciate neoclassiche di mezzo mondo, spesso senza che nessuno sappia da dove arriva.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Tempio di Portuno

La cosa che quasi nessuna pagina dice in chiaro è che l’interno del Tempio di Portuno non si visita. Non è una questione di orari sfortunati o di giorni di chiusura: l’edificio non ha una biglietteria, non ha un custode fisso, non ha un calendario di apertura ordinaria. Le visite all’interno avvengono in occasioni straordinarie, quasi sempre a numero chiuso e su prenotazione, organizzate o autorizzate dalla Sovrintendenza Capitolina. Chi arriva in piazza convinto di entrare, resta fuori.

Come si fa, allora, a entrare davvero

La strada è una sola: seguire i canali della Sovrintendenza Capitolina e il contact center del Comune di Roma allo 060608, che risponde tutti i giorni e fornisce informazioni aggiornate su aperture e iniziative. Le occasioni buone si concentrano nei periodi in cui le istituzioni aprono i luoghi solitamente chiusi, e chi vive a Roma o ha in programma un soggiorno lungo può giocare d’anticipo tenendo d’occhio anche il calendario delle giornate a ingresso gratuito nei musei, di cui parliamo nella pagina sui musei gratis. Non promettiamo date e non ne troverete in questa pagina, per la ragione che qualunque data scritta qui sarebbe falsa entro un mese.

Il consiglio che ti do per visitare il Tempio di Portuno

Il consiglio operativo è uno e lo diamo senza giri: il Tempio di Portuno va visto la mattina presto, prima delle nove, oppure nell’ultima ora di luce, e va inserito in un percorso a piedi che comprenda tutto il Foro Boario, mai affrontato come tappa isolata. La piazza è un nodo di traffico, e fra le dieci e le sei la combinazione di autobus, pullman turistici e fila per la Bocca della Verità rende la sosta molto meno piacevole di quanto le fotografie lascino credere.

L’orario giusto e perché

La mattina presto il traffico su via Petroselli è ancora leggero, il sole arriva da est e illumina il fronte del tempio di taglio, mettendo in evidenza le scanalature delle colonne e i capitelli. Nel tardo pomeriggio la luce si sposta e prende il fianco lungo, quello delle semicolonne, che è il lato architettonicamente più istruttivo. Nelle ore centrali, con il sole alto, l’edificio si appiattisce e il tufo diventa una massa grigia senza rilievo. Chi ha una sola occasione scelga la mattina.

Il giro che consigliamo, in novanta minuti

Si parte dal Tempio di Portuno, si gira intorno all’aiuola per vedere anche il tempio di Ercole Vincitore, si attraversa verso Santa Maria in Cosmedin guardando la Bocca della Verità dal portico senza necessariamente mettersi in fila, si prosegue per via del Velabro fino all’Arco di Giano, si torna indietro verso il Teatro di Marcello e si chiude su San Nicola in Carcere, dove tre templi repubblicani sono inglobati nella chiesa. Sono novanta minuti di cammino lento, senza biglietti, con una densità di architettura repubblicana che nel resto della città non esiste.

Il giudizio che ci sentiamo di dare

La fila alla Bocca della Verità è, nella nostra valutazione, il peggiore investimento di tempo del Foro Boario. Si aspetta a lungo, sotto il sole, per una fotografia con la mano dentro un tombino antico, mentre a cento metri due templi repubblicani intatti si guardano senza attesa e senza pagare. Se il tempo è poco, il Tempio di Portuno e il tempio rotondo valgono la sosta, la fila no. Lo diciamo sapendo che è un’opinione impopolare e la argomentiamo con un dato: davanti al mascherone la coda arriva anche a quaranta minuti nei mesi di punta, davanti ai templi non c’è coda mai.

Accessibilità e passeggini

La piazza è pianeggiante e i marciapiedi intorno all’area dei templi sono percorribili, con i limiti tipici del centro storico romano in fatto di pavimentazione e di attraversamenti. L’edificio si osserva dalla recinzione, quindi non ci sono gradini da affrontare per la visita esterna. Chi ha problemi di deambulazione trova qui una situazione decisamente più semplice rispetto ai percorsi archeologici del Palatino, che comportano dislivelli e fondo sconnesso. Per l’interno la questione non si pone, dato che non è aperto in via ordinaria, ma va considerato che si tratta di un edificio su alto podio con gradinata, quindi una eventuale apertura straordinaria comporta scale.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: il Tempio di Portuno guardava un porto, e quel porto non c’è più. La Roma repubblicana aveva il proprio scalo fluviale proprio qui, sulla riva sinistra del Tevere sotto l’Aventino, e il mercato del bestiame che dava il nome al Foro Boario viveva di quel movimento di merci. Il dio Portuno presiedeva agli accessi, ai passaggi e agli approdi. Costruirgli un tempio sulla banchina non era devozione generica, era assicurazione sul lavoro.

Il porto, il ponte e i traffici

A poche decine di metri, i resti del Ponte Rotto segnalano il punto in cui sorgeva il ponte Emilio, il più antico ponte in muratura di Roma, e lo stesso settore del fiume a cui Varrone collega i Portunalia. Più a valle, verso Testaccio, si sviluppava in età imperiale il grande sistema portuale dell’Emporio, di cui il Monte dei Cocci è il rifiuto industriale accumulato: una collina artificiale fatta di anfore olearie rotte, testimonianza diretta di quanto passasse da questo tratto di fiume. Il commercio fluviale romano non era un dettaglio, era l’apparato circolatorio della città.

La foto giusta da fare al Tempio di Portuno

La fotografia che rende meglio il Tempio di Portuno non è quella frontale, che tutti fanno e che appiattisce l’edificio, ma quella di tre quarti dall’angolo fra via di Ponte Rotto e il lungotevere, presa nella prima ora dopo l’alba o nell’ultima prima del tramonto. Da quella posizione entrano nello stesso fotogramma il fronte con le quattro colonne ioniche e il fianco lungo con le semicolonne, e l’immagine spiega da sola che cosa sia un tempio pseudoperiptero, che è esattamente quello che una fotografia frontale non riesce a dire.

Le tre inquadrature che funzionano

La prima è quella di tre quarti appena descritta, la più utile dal punto di vista architettonico. La seconda è il dettaglio dei capitelli ionici controluce nel tardo pomeriggio, con un teleobiettivo o con lo zoom del telefono: le volute si stagliano e il grigio del tufo smette di dominare. La terza è la fotografia di contesto, presa indietreggiando verso Santa Maria in Cosmedin, che inquadra i due templi insieme e restituisce la scala reale del settore antico dentro la piazza moderna.

Che cosa rovina la foto

Tre cose, in ordine di frequenza. Gli autobus e i pullman turistici fermi lungo il bordo della piazza, che nelle ore centrali entrano in quasi ogni inquadratura da terra. Il sole di mezzogiorno, che cancella le ombre e con esse la leggibilità delle scanalature. La recinzione, che è bassa ma esiste: si evita abbassandosi leggermente o scegliendo un punto in cui il bordo resti fuori campo. Chi fotografa con il telefono ottiene risultati migliori con la modalità a focale lunga che avvicinandosi troppo, perché il grandangolo deforma il frontone.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia del Tempio di Portuno si misura in passaggi di funzione più che in eventi clamorosi, e sono proprio quei passaggi ad aver deciso la sua sopravvivenza. Ne elenchiamo i principali, con le cautele già dette sulle date incerte.

Fra II e I secolo avanti Cristo: il tempio che vediamo

L’edificio attuale viene costruito in età tardo-repubblicana. La forbice proposta dagli studiosi oscilla fra la seconda metà del II secolo, con restauri successivi, e gli anni 80-70 avanti Cristo sulla base dei materiali di fondazione. È il tempio che, con poche modifiche strutturali, è arrivato fino a oggi.

872 o 873: la conversione in chiesa

Sotto il pontificato di Giovanni VIII il tempio viene consacrato come chiesa cristiana, secondo quanto tramanda un’epigrafe del 1571. È l’atto che salva l’edificio: da quel momento è un luogo di culto in uso e non una cava di materiali. La chiesa assume nel tempo i nomi di Santa Maria in Secundicerio e Santa Maria de Gradellis.

1571: la chiesa passa agli armeni

Papa Pio V concede la chiesa alla comunità armena di Roma, rimasta senza luogo di culto a seguito dei lavori legati alla costruzione del ghetto. Nello stesso anno viene murata l’epigrafe che tramanda la data della consacrazione altomedievale. L’edificio diventa la chiesa nazionale armena e mantiene quel ruolo fino al 1921.

2014: la fine del restauro

Il restauro promosso dal World Monuments Fund con il sostegno di American Express e in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina viene presentato come concluso nel luglio del 2014, con il monumento restituito alla città dopo il cantiere. È l’intervento che ha consolidato le pitture medievali interne e le tracce di stucco esterno.

Chi è passato dal Tempio di Portuno

L’elenco delle persone legate a questo edificio è meno turistico e più tecnico di quello che ci si aspetta: sono soprattutto architetti, eruditi e papi. Li riportiamo solo quando la documentazione lo consente, perché sui passaggi illustri circola molta aneddotica di seconda mano.

Varrone, la fonte antica

Marco Terenzio Varrone, il grande erudito del I secolo avanti Cristo, è il testimone su cui poggia l’identificazione con Portuno: nel De lingua Latina ricorda i Portunalia del 17 agosto e collega il culto a questo settore del fiume. Senza quel passo, l’attribuzione moderna non esisterebbe.

Andrea Palladio

Palladio studiò e rilevò gli edifici antichi di Roma nel corso dei suoi soggiorni cinquecenteschi, e il Tempio di Portuno rientra fra i modelli su cui si è formata la sua idea di tempio romano. La fortuna dell’ordine ionico tetrastilo su alto podio nell’architettura moderna passa anche da qui.

Antoine Desgodetz

L’architetto francese misurò con rigore gli edifici antichi romani nel Seicento e pubblicò i rilievi in una raccolta che per oltre un secolo fu il riferimento europeo per chi voleva proporzioni esatte anziché ricostruzioni fantasiose. Le tavole dedicate a questo tempio, schedato con il nome di Fortuna Virilis, circolarono in tutta Europa.

Giovanni Battista Piranesi

Piranesi incise il tempio nelle sue vedute romane, contribuendo a fissarne l’immagine nell’immaginario europeo del Settecento. Le sue lastre, come quelle dedicate al Colosseo e alle rovine del Foro, hanno formato lo sguardo di generazioni di viaggiatori del Grand Tour prima ancora che arrivassero in città.

Papa Giovanni VIII, Pio V, Clemente XI

Tre pontefici hanno inciso direttamente sulla storia dell’edificio: Giovanni VIII con la consacrazione altomedievale tramandata dall’epigrafe del 1571, Pio V con la concessione agli armeni nel 1571, Clemente XI con i restauri del primo Settecento. È una sequenza che copre otto secoli e che spiega perché un tempio pagano sia sopravvissuto integro in una città che ha smontato quasi tutti gli altri.

Che cosa c’è intorno: il Foro Boario in mezz’ora di cammino

Il Tempio di Portuno si trova dentro una delle concentrazioni di monumenti più fitte di Roma, e quasi tutto quello che vale la sosta è raggiungibile a piedi in meno di dieci minuti. Per l’area nel suo complesso rimandiamo alla pagina sul Foro Boario, che tratta il quadro generale; qui elenchiamo solo le tappe che si legano direttamente al tempio.

I monumenti a meno di cinque minuti

Il tempio rotondo di Ercole Vincitore condivide l’aiuola. Santa Maria in Cosmedin con il suo campanile romanico chiude la piazza sul lato opposto, e nel portico c’è la Bocca della Verità. Verso il Velabro si arriva all’Arco di Giano, e risalendo via del Teatro di Marcello si incontrano il Teatro di Marcello e San Nicola in Carcere. Sul fiume, i resti del Ponte Rotto sono visibili dal parapetto del lungotevere.

Salendo verso il Campidoglio

Dieci minuti di salita portano alla Cordonata Capitolina, alla piazza del Campidoglio e ai Musei Capitolini, con il Palazzo dei Conservatori e la scalinata di Santa Maria in Aracoeli. È la combinazione che consigliamo a chi ha mezza giornata e vuole chiudere il cerchio fra la Roma repubblicana del fiume e quella capitolina.

Salendo verso l’Aventino

Dalla parte opposta si sale al Giardino degli Aranci, alla basilica di Santa Sabina, al buco della serratura di Villa del Priorato di Malta e, in stagione, al Roseto di Roma affacciato sul Circo Massimo. Chi prosegue oltre l’Aventino arriva alla Piramide Cestia, al Cimitero acattolico e al quartiere di Testaccio, dove il Nuovo Mercato e l’ex Mattatoio raccontano la Roma del lavoro.

Oltre il fiume e più lontano

Attraversando ponte Palatino si entra a Trastevere, con la basilica di Santa Maria in Trastevere; risalendo il fiume si raggiungono l’Isola Tiberina, la Fontana delle Tartarughe e il santuario dei gatti di Largo Argentina. Chi vuole capire fino in fondo il rapporto fra Roma, il fiume e i porti dovrebbe dedicare una giornata a Ostia Antica, dove il sistema commerciale che alimentava questo scalo si vede in scala urbana. E chi cerca il contesto museale in cui sono finiti molti materiali di quest’area lo trova alla Crypta Balbi, al Museo Palatino e, per la Roma tardoantica e papale, a Castel Sant’Angelo.

Temple of Portunus, Rome
Foto: Falk2, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Mangiare intorno al Foro Boario, senza finire in trappola

Siamo a due passi dalla Bocca della Verità, cioè in una delle zone di Roma più esposte ai locali costruiti sul passaggio turistico. Non facciamo nomi e non ne faremo: un elenco di insegne invecchia in pochi mesi e non insegna niente. Diamo invece i criteri che usiamo sul campo, perché funzionano anche a Firenze, a Venezia e ovunque ci sia un monumento famoso con una fila davanti.

I cinque segnali che riconosciamo da fuori

Il primo è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o direttamente sul marciapiede: è un richiamo pensato per i passanti, non un indizio di cucina. Il secondo è il menu con le fotografie dei piatti, spesso plastificato e tradotto in sei lingue: serve a chi non tornerà mai più. Il terzo è l’acchiappino sulla porta che invita a sedersi, perché un locale che deve fermare la gente per strada ha un problema di clientela. Il quarto è l’orario continuato dalla mattina alla notte senza pausa di cucina, che con una cucina vera è incompatibile. Il quinto riguarda la posizione: i locali piazzati davanti ai monumenti più fotografati tendono ad adeguare il prezzo al turista che hanno davanti, con voci non prezzate sul menu o con listini diversi fra la sala interna e i tavoli fuori.

Il criterio più semplice di tutti

Si guarda chi è seduto e in che lingua ordina. Se alle due del pomeriggio in un giorno feriale ai tavoli ci sono impiegati, artigiani e gente del quartiere che parla romano, il posto regge. Se ci sono soltanto valigie e cartine, si cammina ancora cinque minuti. Cinque minuti, in questa zona, significano uscire dal raggio della fila e cambiare completamente fascia di prezzo: basta allontanarsi verso Testaccio o verso i vicoli interni del rione.

Le catene del centro

Nel centro di Roma si sono moltiplicati i locali a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città e la fila col numerino sulla porta. Non li nominiamo e non li consigliamo. Il dato che ci interessa è un altro, ed è osservabile da chiunque: i romani non ci vanno. Quelle file sono composte quasi interamente da turisti che hanno visto il posto su un social, e il conto medio è più alto di quello di una cucina di quartiere che lavora sulla clientela abituale.

La lista di Daniele Dezi

Per chi vuole comunque un riferimento concreto e non una regola astratta, c’è la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps: è una raccolta curata, aggiornata nel tempo e non sponsorizzata, costruita su posti provati di persona. Non è una classifica e non è pubblicità: è il punto di partenza che diamo a chi ce lo chiede. Sul tema in generale abbiamo una pagina dedicata, che ragiona sui quartieri e sulle fasce orarie invece che sulle insegne.

Domande frequenti sul Tempio di Portuno

Che cos’è il Tempio di Portuno?

Il Tempio di Portuno è un tempio ionico tetrastilo e pseudoperiptero di età tardo-repubblicana, costruito in tufo dell’Aniene e travertino rivestiti di stucco, che si trova in piazza della Bocca della Verità nel Foro Boario a Roma. È uno dei due templi repubblicani meglio conservati della città insieme al vicino tempio rotondo di Ercole Vincitore, ed è arrivato integro fino a noi perché nel IX secolo fu trasformato in chiesa cristiana.

Quanto costa visitare il Tempio di Portuno?

Vedere il Tempio di Portuno dall’esterno è gratuito e non richiede prenotazione: l’edificio si osserva liberamente dalla piazza della Bocca della Verità a qualsiasi ora del giorno. Non esiste una biglietteria, perché l’interno non è aperto al pubblico in via ordinaria. Le eventuali aperture straordinarie della cella sono organizzate dalla Sovrintendenza Capitolina con modalità e costi che vanno verificati caso per caso al contact center 060608.

Si può entrare dentro il Tempio di Portuno?

L’interno del Tempio di Portuno non è normalmente visitabile e si apre soltanto in occasioni straordinarie, quasi sempre a numero chiuso e con prenotazione obbligatoria. La cella è piccola e conserva pitture altomedievali fragili, e questo spiega la scelta di limitare gli accessi. Chi vuole provare a entrare deve seguire i canali della Sovrintendenza Capitolina e il contact center del Comune di Roma allo 060608, senza fidarsi di calendari trovati su siti non ufficiali.

Perché il Tempio di Portuno si chiama anche tempio della Fortuna Virile?

Il Tempio di Portuno è stato chiamato per secoli tempio della Fortuna Virile per un errore di attribuzione nato fra gli eruditi rinascimentali, che collegarono l’edificio a un passo dei Fasti di Ovidio sulla festa di Fortuna Virilis celebrata presso il Tevere. L’identificazione con Portunus, divinità dei porti fluviali, si basa invece su Varrone e sulla posizione del tempio davanti all’approdo, e si è imposta negli studi dagli anni Venti del Novecento.

Come si arriva al Tempio di Portuno con i mezzi pubblici?

Il Tempio di Portuno si raggiunge con la metropolitana linea B, fermata Circo Massimo, da cui si cammina per otto o dieci minuti in direzione del Tevere. In alternativa servono la zona le linee di autobus che percorrono via Petroselli e il lungotevere, con fermata a piazza della Bocca della Verità. Chi arriva da Termini impiega circa venticinque minuti fra metropolitana e tratto a piedi.

Quanto tempo serve per visitare il Tempio di Portuno?

Per il Tempio di Portuno bastano dieci o quindici minuti se ci si limita a girare intorno alla recinzione osservando il podio, le colonne ioniche e le semicolonne del fianco. Inserito in un percorso che comprenda il tempio di Ercole Vincitore, Santa Maria in Cosmedin, l’Arco di Giano e San Nicola in Carcere, il giro completo del Foro Boario occupa circa novanta minuti di cammino lento.

Il Tempio di Portuno è adatto ai bambini?

Il Tempio di Portuno si guarda dall’esterno in pochi minuti e non ha percorsi interni, quindi funziona con i bambini solo come tappa breve dentro un giro più ampio. La piazza è pianeggiante e accessibile con il passeggino, ma è circondata dal traffico e non ha aree di sosta all’ombra: conviene abbinarlo alla salita all’Aventino, dove il Giardino degli Aranci offre spazio e ombra.

Si può fotografare il Tempio di Portuno?

Fotografare il Tempio di Portuno dalla piazza è libero e non richiede autorizzazioni per uso personale. Le riprese con drone sono soggette alle restrizioni che valgono sul centro storico di Roma e non si fanno senza autorizzazione, mentre per le fotografie destinate a uso commerciale dei beni in consegna all’amministrazione capitolina occorre verificare le condizioni con la Sovrintendenza Capitolina prima di pubblicare.

Che differenza c’è fra il Tempio di Portuno e il tempio rotondo accanto?

Il Tempio di Portuno è l’edificio rettangolare con quattro colonne ioniche in facciata, mentre il tempio rotondo che gli sorge accanto nella stessa aiuola è dedicato a Ercole Vincitore ed è a pianta circolare con colonne corinzie. Il secondo è costruito in marmo greco ed è considerato il più antico edificio marmoreo di Roma; il primo è in tufo e travertino rivestiti di stucco. Entrambi sono repubblicani ed entrambi si vedono solo dall’esterno.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui sono verificati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali indicate nel testo: prima di partire conviene ricontrollarli, perché cambiano spesso. Se trovi un dato non aggiornato, segnalacelo.

Chi costruisce un itinerario romano che tenga insieme il Foro Boario, l’Aventino e il fiume, e ha bisogno di tempi realistici, di permessi e di una guida che conosca le condizioni di accesso ai luoghi chiusi al pubblico ordinario, trova gli strumenti di progettazione e i contatti operativi su Tour Leader Pro, che lavora su Roma e sul Lazio con lo stesso metodo con cui è scritta questa pagina.

Per il quadro più ampio, cioè per chi arriva in Italia da fuori e deve incastrare Roma dentro un viaggio più lungo, con treni, distanze, stagioni e mete regionali, una risorsa utile è Italy Planner, che tratta la pianificazione a scala nazionale mentre qui restiamo sul dettaglio romano.

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