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Testaccio: cosa vedere nel quartiere del Monte dei Cocci

Testaccio è il ventesimo rione di Roma, il più piccolo e il più giovane fra quelli storici: nacque come rione autonomo nel 1921, staccandosi dal vastissimo rione Ripa, e occupa l’ansa del Tevere compresa fra l’Aventino, il fiume e le mura aureliane. In poco più di un chilometro quadrato di pianta ortogonale si concentrano un porto fluviale romano, una collina artificiale fatta di cocci di anfora, una piramide egizia del I secolo avanti Cristo, un cimitero dove riposano due poeti inglesi e Antonio Gramsci, un mattatoio ottocentesco diventato centro culturale, un mercato coperto del 2012 costruito sopra uno scavo archeologico e una tradizione gastronomica che deriva direttamente dal lavoro dei macellai. Poche zone di Roma raccontano in modo così compatto il passaggio dalla città antica alla città industriale e da questa alla città dei musei e dei locali notturni. Le pagine che seguono attraversano il rione luogo per luogo, con i dati verificati sulle fonti ufficiali dove esistono e con l’indicazione esplicita di quello che va confermato prima di partire, e correggono per strada due convinzioni diffuse che riguardano il MACRO e il Museo storico della Liberazione.

Dove si trova Testaccio e come arrivarci

Il rione XX occupa la zona urbanistica 1D del Municipio Roma I e confina a nord con l’Aventino, a est con le mura aureliane e la Piramide Cestia, a ovest con il Tevere e a sud con il quartiere Ostiense: il perimetro è talmente netto che chiunque lo attraversi a piedi capisce subito quando ne è uscito. La forma del rione deriva dal piano regolatore del 1873, che destinò questa pianura alluvionale allo sviluppo industriale della capitale appena diventata tale, sfruttando la vicinanza del fiume, della stazione ferroviaria e della via Ostiense verso il mare.

Con la metropolitana e con i mezzi di superficie

La fermata di riferimento è Piramide sulla linea B della metropolitana, che si trova esattamente all’angolo sud est del rione, accanto alla Piramide Cestia e alla stazione Roma Porta San Paolo della ferrovia per il Lido di Ostia. Dalla stessa fermata partono i tram 3 e 8 e diverse linee di autobus che percorrono via Marmorata e viale Aventino. Chi arriva da Termini prende la metro B in direzione Laurentina e scende a Piramide dopo poche fermate; chi arriva dal Circo Massimo può fare a piedi il tratto lungo viale Aventino oppure fermarsi una stazione dopo sulla stessa linea. Le linee di superficie che risalgono via Marmorata collegano il rione al Lungotevere e alla zona della Bocca della Verità in pochi minuti.

A piedi dall’Aventino e dal centro

Testaccio si raggiunge comodamente a piedi dal centro storico e la passeggiata vale quanto la meta. Dal Giardino degli Aranci, sull’Aventino, si scende per via di Santa Sabina passando davanti alla basilica di Santa Sabina e si arriva in via Marmorata in un quarto d’ora scarso. Dal Roseto di Roma, sul versante che guarda il Circo Massimo, il percorso è simile. Dalla zona del Foro Romano e dell’Arco di Giano si costeggia il Tevere lungo il lungotevere Aventino, si supera il Ponte Sublicio e si è nel rione: sono circa venticinque minuti di cammino quasi tutto pianeggiante, con l’Isola Tiberina e il Ponte Rotto alle spalle.

Immagine: la griglia ortogonale delle strade di Testaccio vista dall’alto, con via Marmorata in primo piano e il Monte dei Cocci sullo sfondo.

Il Monte dei Cocci: come si forma una collina di anfore

Il Monte Testaccio, conosciuto a Roma come Monte dei Cocci, è una collina interamente artificiale formata dai frammenti delle anfore scaricate nel vicino porto fluviale fra l’età augustea e la metà del III secolo dopo Cristo: secondo la scheda della Sovrintendenza Capitolina è alta 54 metri e misura circa un chilometro di circonferenza. È l’unica discarica dell’antichità classica conservata integra al mondo, ed è anche uno dei rari monumenti romani il cui valore non deriva da quello che è stato costruito ma da quello che è stato buttato via.

Perché le anfore non si riutilizzavano

Il meccanismo che ha prodotto la collina è semplice e istruttivo. Le anfore che arrivavano all’Emporium dalla Betica, l’attuale Andalusia, erano piene di olio d’oliva: una volta svuotate, il residuo oleoso impregnava le pareti di terracotta porosa e irrancidiva rapidamente, rendendo il contenitore inservibile per qualsiasi altro uso. Le anfore da vino o da salsa di pesce si potevano lavare e riutilizzare, quelle da olio no. Gli addetti allo scarico le frantumavano sistematicamente e disponevano i cocci in strati ordinati, stabilizzati con calce per ridurre gli odori: il Monte non è un cumulo casuale ma un deposito organizzato, con terrazzamenti e rampe di accesso che permettevano ai carri di salire.

Le misure: due dati che non coincidono

Sull’altezza le fonti non concordano e conviene dirlo. La scheda della Sovrintendenza Capitolina indica 54 metri, mentre diverse ricostruzioni divulgative parlano di una collina di circa 35 metri: la differenza dipende quasi certamente dal punto di misurazione, perché la quota sul livello del mare e l’elevazione rispetto al piano stradale circostante danno risultati diversi. La circonferenza di circa un chilometro è invece un dato stabile. Quanto al numero di anfore, le stime più citate parlano di venticinque milioni di contenitori frantumati, ma si tratta di una proiezione statistica ricavata dai settori scavati, non di un conteggio: chi la riporta come cifra certa la sta forzando.

I bolli, i tituli picti e l’archivio economico dell’impero

Il valore scientifico del Monte sta nelle iscrizioni. Sulle anfore betiche, prima della spedizione, si dipingevano a pennello i cosiddetti tituli picti, che registravano il peso del contenitore vuoto, il peso dell’olio, il nome del mercante, il nome del controllore fiscale e spesso la data consolare. Sommati ai bolli impressi sull’argilla, questi dati compongono il più grande archivio quantitativo che possediamo sul commercio alimentare del mondo romano: permettono di ricostruire le rotte, i volumi annuali, i nomi delle famiglie di produttori spagnoli e perfino le crisi di approvvigionamento. È il motivo per cui raccogliere un coccio come souvenir, oltre a essere vietato, distrugge un documento.

Come si visita il Monte dei Cocci

L’accesso al Monte Testaccio non è libero: la Sovrintendenza Capitolina indica la visita per gruppi di massimo trenta persone con prenotazione obbligatoria al numero 060608, attivo tutti i giorni dalle 9 alle 19, e aperture per i singoli visitatori in date di calendario che vengono comunicate di volta in volta sullo stesso canale. Il biglietto indicato è di 4 euro intero e 3 euro ridotto, con ingresso gratuito per i residenti di Roma muniti di documento e per i titolari della MIC Card. Il sito non è accessibile alle persone in sedia a rotelle, non dispone di servizi igienici e richiede scarpe basse e chiuse, perché il percorso sale su un terreno di frammenti instabili. L’ingresso è su via Nicola Zabaglia. Prima di presentarsi conviene sempre riverificare data e disponibilità, perché il calendario cambia con le stagioni e con i cantieri.

L’Emporium: il porto fluviale che ha creato il rione

Testaccio esiste perché qui, a valle dell’Aventino, i romani costruirono l’Emporium, il porto fluviale dove arrivavano le merci che risalivano il Tevere da Ostia: il Monte dei Cocci, il nome del rione e persino la toponomastica delle strade discendono tutti da quella funzione portuale. L’area attrezzata venne realizzata a partire dal 193 avanti Cristo, quando gli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo fecero costruire anche il grande magazzino porticato che prese il loro nome.

La Porticus Aemilia, il magazzino più grande di Roma

La Porticus Aemilia, costruita nel 193 avanti Cristo e ricostruita nel 174 dai censori Quinto Fulvio Flacco e Aulo Postumio Albino, misurava 487 metri di lunghezza per 60 di larghezza e copriva circa 25.000 metri quadrati con 294 pilastri disposti su sette file a formare cinquanta navate. Era, in pratica, un capannone industriale in opera cementizia duemiladuecento anni prima dei capannoni industriali. La funzione esatta resta discussa: l’ipotesi prevalente è quella del magazzino per le merci sbarcate, ma gli scavi condotti dal 2010 in poi non hanno ancora confermato in via definitiva se i resti appartengano alla Porticus Aemilia o piuttosto ai Navalia, gli arsenali repubblicani. Chi racconta la questione come risolta semplifica.

Dove si vedono oggi i resti

I muri superstiti in opera incerta e tufo affiorano dentro il tessuto edilizio moderno lungo via Branca, via Rubattino e via Florio, nel quadrilatero compreso fra via Beniamino Franklin e via Marmorata: sono inglobati nei cortili e negli scantinati dei palazzi, e chi cammina distratto passa accanto a un muro repubblicano credendolo un muro di cinta qualsiasi. Del fronte portuale vero e proprio, con le rampe e gli anelli di ormeggio scavati nel travertino, rimangono tratti sotto il livello del lungotevere Testaccio: non sono liberamente accessibili e la visita va concordata con la Sovrintendenza. Il Museo della via Ostiense, ospitato dentro la Porta San Paolo a pochi passi dalla Piramide, spiega come funzionava il sistema porto, strada e città prima di cercarne le tracce sul terreno.

La Piramide Cestia, la tomba egizia di un magistrato romano

La Piramide Cestia è la tomba monumentale di Gaio Cestio Epulone, costruita fra il 18 e il 12 avanti Cristo e inglobata tre secoli dopo nelle mura aureliane, che la trasformarono da sepolcro isolato in bastione difensivo. Si trova all’angolo fra viale del Campo Boario e piazzale Ostiense, in via Raffaele Persichetti, e la si vede dal finestrino della metropolitana B un attimo prima di fermarsi alla stazione che da lei prende il nome.

Chi era Caio Cestio e perché una piramide

Gaio Cestio Epulone apparteneva al collegio sacerdotale dei septemviri epulones, incaricati dei banchetti sacri, e la sua carica è incisa sull’iscrizione della facciata. La scelta della forma piramidale non è un capriccio isolato: nei decenni successivi alla conquista dell’Egitto, avvenuta nel 30 avanti Cristo, l’egittomania attraversò l’élite romana e almeno un’altra piramide funeraria, oggi scomparsa, sorgeva in zona Vaticano. L’iscrizione dichiara anche che l’opera fu eseguita in trecentotrenta giorni, una precisazione che nel linguaggio epigrafico serviva a certificare il rispetto della clausola testamentaria. La camera sepolcrale interna, affrescata in terzo stile pompeiano, fu trovata già svuotata dai ladri quando venne riaperta nel Seicento.

Il restauro e il colore del marmo

Il rivestimento è in lastre di marmo di Carrara su un nucleo di calcestruzzo, e fino al restauro completato negli anni Dieci del Duemila la superficie appariva grigia e annerita dalle croste di smog. L’intervento, finanziato da un mecenate privato giapponese, ha riportato il marmo a un bianco che sorprende chi ricorda il monumento com’era: è uno dei pochi casi romani in cui il prima e il dopo si possono confrontare guardando vecchie fotografie della stessa inquadratura. Il monumento resta un punto di innesto delle mura aureliane, e per capire il sistema difensivo nel suo insieme conviene una tappa al Museo delle Mura di Porta San Sebastiano.

Si può entrare nella Piramide?

L’interno della Piramide Cestia non è visitabile con orari ordinari. La scheda della Soprintendenza Speciale di Roma indica che il monumento è accessibile soltanto in occasione di aperture straordinarie e durante eventi, con prenotazione online sul sito della stessa Soprintendenza, e riporta l’ingresso come gratuito. Sono inoltre in corso interventi di restauro e valorizzazione finanziati dal PNRR, che riguardano anche la nuova illuminazione. Chi conta di entrare deve quindi verificare il calendario delle aperture prima di organizzare la giornata: l’esterno, invece, si vede sempre e gratuitamente da piazzale Ostiense e dal Cimitero Acattolico, che offre la prospettiva migliore.

Il Cimitero Acattolico, il luogo più silenzioso del rione

Il Cimitero Acattolico di Roma, in via Caio Cestio, è il cimitero dove dal Settecento vengono sepolti gli stranieri non cattolici morti a Roma, e il suo muro di cinta si appoggia direttamente alla Piramide Cestia e alle mura aureliane. È noto all’estero come Protestant Cemetery o English Cemetery, ma la denominazione ufficiale italiana è acattolico perché vi riposano anche ortodossi, ebrei, musulmani, buddhisti e non credenti. Il cimitero è tuttora attivo e non è un museo: le regole di comportamento sono quelle di un luogo di sepoltura in uso.

Keats, Shelley e la parte più antica

Nella zona più antica, quella prativa contro le mura, si trova la tomba di John Keats, morto a Roma nel 1821 a venticinque anni, con l’epitaffio che egli stesso dettò e che non riporta il suo nome ma la frase sull’uomo il cui nome fu scritto sull’acqua. Poco distante è sepolto il cuore di Percy Bysshe Shelley, annegato nel 1822 al largo di Viareggio. La casa dove Keats morì, accanto alla scalinata di Trinità dei Monti, è oggi un museo indipendente dal cimitero: sono due visite distinte e chi vuole fare entrambe deve mettere in conto lo spostamento fino al centro.

Gramsci, Gadda e il Novecento italiano

Nella parte nuova, quella a terrazze, riposa Antonio Gramsci, morto a Roma nel 1937 dopo gli anni di carcere fascista: la sua lapide è una delle mete più visitate del cimitero e davanti a essa si trovano quasi sempre fiori freschi lasciati da visitatori italiani e stranieri. Nello stesso settore sono sepolti altri protagonisti della cultura del Novecento, fra cui Carlo Emilio Gadda, e figure della storia politica e artistica europea. La stratificazione delle epigrafi, che passano dall’inglese settecentesco al russo, al tedesco, al greco e all’italiano, rende la passeggiata una lettura di storia europea a cielo aperto.

Orari e contributo di ingresso

Il Cimitero Acattolico chiede ai visitatori un contributo volontario di ingresso e osserva orari diversi nei giorni feriali e festivi, con chiusura anticipata rispetto ad altri siti del rione. Non è stato possibile raggiungere il sito ufficiale del cimitero durante la preparazione di queste pagine, quindi importo esatto e fascia oraria vanno verificati direttamente sul sito della Fondazione o telefonando prima di presentarsi: è un dato che cambia nel tempo e che non ha senso riportare a memoria. Il cimitero applica un regolamento di silenzio e decoro, non consente picnic né gruppi rumorosi, e l’accesso con animali è limitato. Fotografare è in genere consentito per uso personale, mentre per servizi professionali, treppiedi e riprese video occorre l’autorizzazione della direzione. La scultura più fotografata è l’Angelo del dolore, realizzata nel 1894 dallo scultore americano William Wetmore Story per la tomba della moglie Emelyn e replicata poi in cimiteri di tutto il mondo; il cimitero ospita inoltre una storica colonia felina curata da volontari.

Immagine: la Piramide Cestia vista dall’interno del Cimitero Acattolico, con i cipressi e le lapidi in primo piano.

L’ex Mattatoio: dal macello al centro culturale

L’ex Mattatoio di Testaccio, costruito fra il 1888 e il 1891 su progetto dell’architetto comunale Gioacchino Ersoch, è uno dei complessi di archeologia industriale più importanti d’Europa e occupa l’intero fronte fra il Monte dei Cocci e il lungotevere. Oggi è gestito dall’Azienda Speciale Palaexpo e ospita mostre, festival, spazi universitari e attività culturali sotto il nome di Mattatoio: l’ingresso principale è su piazza Orazio Giustiniani, dal lato del Monte dei Cocci.

Gioacchino Ersoch e un’idea moderna di città

Il mattatoio di Ersoch non fu soltanto un macello: fu un impianto industriale integrato, con padiglioni specializzati per ciascuna fase della lavorazione, binari interni, stalle, mercato del bestiame, ghiacciaia e alloggi per il personale, disposti secondo un percorso razionale che riduceva al minimo i tragitti degli animali e delle carcasse. Le strutture in ghisa e ferro, i tetti a shed e le grandi campate libere fanno del complesso un manuale costruito di ingegneria ottocentesca. Il mattatoio occupava, con il campo Boario annesso, una superficie paragonabile a quella di un intero quartiere.

La Pelanda e gli spazi espositivi

Il padiglione chiamato la Pelanda, dove si effettuava la depilazione dei suini con acqua bollente, è oggi uno degli spazi espositivi e performativi più grandi del centro di Roma e ospita rassegne di arti sceniche e mostre di arte contemporanea. Alla data di consultazione il calendario del Mattatoio comprendeva, per l’autunno 2026, le mostre dedicate a Giuseppe Modica e a Saverio Ungheri e le date romane del Romaeuropa Festival: la programmazione cambia di continuo e va verificata sul sito ufficiale prima della visita. Anche l’Aula Studio della Pelanda, riaperta al pubblico dal 22 settembre 2026, segue un calendario proprio.

La Città dell’Altra Economia

Una porzione del complesso ospita la Città dell’Altra Economia, spazio dedicato al commercio equo, al biologico e alle attività associative, che d’estate diventa una delle sedi principali della programmazione serale del rione: Testaccio Estate è la rassegna che ne occupa gli spazi con concerti, dj set e culture urbane. Nello stesso perimetro hanno trovato posto anche sedi universitarie e laboratori, in una convivenza fra funzioni che è il vero tratto distintivo dell’ex Mattatoio rispetto ad altre riconversioni industriali romane.

La memoria del rione e il museo diffuso

Per capire come si viveva qui quando il mattatoio era in funzione esiste il Museo diffuso del rione Testaccio, un progetto di memoria di comunità che raccoglie testimonianze, fotografie e documenti degli abitanti e che si articola per tappe dentro il quartiere invece che dentro un edificio. Non essendo un museo con biglietteria e orari continuativi, l’accesso alle sue attività dipende dal calendario delle iniziative: conviene consultarlo prima di contare su una visita in una data precisa.

Il MACRO: dov’è davvero e perché molti lo cercano a Testaccio

Il MACRO, Museo di arte contemporanea di Roma, si trova in via Nizza 138, nel quartiere Salario Nomentano, e non a Testaccio: è una precisazione necessaria perché per anni il museo ha avuto una seconda sede proprio dentro l’ex Mattatoio, chiamata MACRO Testaccio, e la memoria di quel nome sopravvive nelle guide e nei motori di ricerca molto più a lungo della cosa che designava.

Da dove nasce l’equivoco

Dal 2003 al 2017 gli spazi dei padiglioni di piazza Orazio Giustiniani hanno ospitato la sezione testaccina del museo comunale di arte contemporanea, con una programmazione autonoma e molto seguita. Con il riassetto successivo la gestione degli spazi del Mattatoio è passata all’Azienda Speciale Palaexpo e la denominazione MACRO Testaccio è stata dismessa: oggi quegli stessi padiglioni si chiamano semplicemente Mattatoio e ospitano mostre e festival prodotti da soggetti diversi. Chi cerca il MACRO e arriva a Testaccio trova quindi un luogo che espone arte contemporanea, ma non il museo che stava cercando.

Gli orari della sede di via Nizza

Il sito ufficiale del MACRO indica la chiusura il lunedì, l’apertura dal martedì al venerdì dalle 12 alle 19 e il sabato e la domenica dalle 10 alle 19, con ultimo ingresso trenta minuti prima della chiusura. I biglietti si acquistano tramite la piattaforma di ticketing indicata dal museo e il sito non dichiara un ingresso gratuito generalizzato: conviene verificare tariffa e disponibilità al momento della prenotazione. La sede occupa l’ex birrificio Peroni, un altro edificio industriale riconvertito, il che spiega perché anche l’architettura contribuisca alla confusione con il Mattatoio. Per un quadro d’insieme dell’arte contemporanea in città restano utili le schede del MAXXI e l’elenco completo dei musei di Roma.

La Centrale Montemartini: statue antiche fra le turbine

La Centrale Montemartini, in via Ostiense 106, è la seconda sede espositiva dei Musei Capitolini e occupa la prima centrale termoelettrica pubblica di Roma: è aperta dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura, e chiude il lunedì, il primo maggio e il 25 dicembre. Il biglietto solo museo costa 11 euro intero e 6,50 euro ridotto, ed è gratuito per i residenti di Roma e della Città metropolitana con documento valido.

Una centrale elettrica diventata museo per caso

L’impianto, entrato in funzione all’inizio del Novecento, è il primo stabilimento pubblico per la produzione di energia elettrica della città e fu dismesso quando le grandi centrali idroelettriche resero antieconomica la produzione termica urbana. Nel 1997 gli spazi vennero utilizzati come sede provvisoria per le collezioni capitoline durante i lavori in Campidoglio, con una mostra intitolata alle macchine e agli dei: l’accostamento fra i marmi classici e i motori diesel, nato come soluzione d’emergenza, ebbe un successo tale che la sistemazione è diventata definitiva. È uno dei pochi casi in cui un allestimento temporaneo ha cambiato in modo permanente il modo di esporre l’antico.

Che cosa si vede nelle sale

Le sale principali sono la Sala Caldaie, la Sala Macchine e la Sala Colonne, e ciascuna conserva gli apparati industriali originali: la caldaia, i motori diesel, il generatore. Fra questi sono esposte sculture, mosaici e materiali provenienti dagli scavi romani di fine Ottocento, molti dei quali non trovavano spazio nelle sale capitoline. Il confronto visivo fra la geometria delle macchine e i corpi dei marmi è il motivo per cui questo museo viene citato all’estero come modello di allestimento: chi visita Roma con i bambini trova qui un museo archeologico che si lascia guardare anche da chi dell’antico non sa nulla.

Biglietti integrati e mostre temporanee

Chi vuole abbinare la visita ai Musei Capitolini può acquistare la Capitolini Card, che costa 15,50 euro intero e 11,50 euro ridotto e vale sette giorni per entrambe le sedi. Alla data di consultazione era inoltre attivo un biglietto combinato museo più mostra a 14,50 euro intero e 10 euro ridotto, valido per la mostra Moda in Luce 1955-1975 programmata dal 26 giugno al 15 novembre 2026. L’acquisto online comporta un diritto di prevendita di 1 euro, mentre al botteghino il giorno stesso non si applicano supplementi. Per orientarsi fra le giornate a ingresso libero della capitale è utile la scheda dedicata ai musei gratis a Roma.

Il Nuovo Mercato di Testaccio, costruito sopra uno scavo

Il Nuovo Mercato Testaccio ha aperto nel 2012 in via Aldo Manuzio, fra via Galvani e via Beniamino Franklin, trasferendosi dalla storica piazza Testaccio dove il mercato si teneva all’aperto da decenni: la struttura coperta si affaccia su un’area archeologica emersa durante i lavori e integrata nel progetto invece che ricoperta.

Prima: la piazza e i banchi all’aperto

Fino al trasloco, il mercato occupava piazza Testaccio con i banchi di ferro e i teloni, in una configurazione che non era cambiata in modo sostanziale dal primo dopoguerra e che per il rione era il centro sociale oltre che commerciale. Lo spostamento fu discusso a lungo, come accade sempre quando si tocca un’abitudine quotidiana collettiva: la piazza liberata è stata poi risistemata con la fontana delle Anfore al centro, tornata nella sua posizione originaria dopo decenni di trasferimenti. Chi vuole capire il rapporto fra i mercati coperti e la vita di quartiere a Roma può confrontare questo caso con il Nuovo Mercato Esquilino, con i banchi di Campo de’ Fiori e con la logica commerciale antica dei Mercati di Traiano.

Immagine: l’interno del Nuovo Mercato Testaccio in una mattina feriale, con i banchi ortofrutticoli e la luce dalle aperture zenitali.

Il Museo storico della Liberazione non è a Testaccio

Il Museo storico della Liberazione si trova in via Tasso 145, nella zona fra l’Esquilino e San Giovanni in Laterano, e non nel rione Testaccio: è una precisazione che vale la pena fare perché il museo compare spesso, per associazione con la memoria antifascista e operaia del quartiere, in elenchi di cose da vedere a Testaccio dove non ha titolo di comparire.

Che cosa si visita in via Tasso

L’edificio, costruito alla fine degli anni Trenta dal duca Francesco Ruspoli di Morignano e affittato all’ambasciata tedesca, divenne dopo il settembre 1943 il carcere e il luogo di interrogatorio della polizia di sicurezza nazista a Roma. Le celle sono conservate nello stato in cui furono trovate, con i graffiti tracciati dai prigionieri sulle pareti. Il museo venne inaugurato il 4 giugno 1955 dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e riconosciuto come istituzione pubblica con legge nel 1957. Orari e modalità di accesso vanno verificati sul sito ufficiale del museo, che non è stato raggiungibile durante la preparazione di queste pagine.

La memoria che invece appartiene a Testaccio

Questo non significa che il rione sia privo di storia resistenziale. Testaccio fu uno dei quartieri operai che parteciparono alla difesa di Roma nel settembre 1943 e alla lotta clandestina, e la memoria di quegli anni è raccolta soprattutto attraverso le testimonianze del Museo diffuso del rione Testaccio e attraverso le lapidi disseminate negli isolati. Per la memoria della Resistenza nei quartieri vicini, la rassegna L’Aperossa lavora sullo stesso tessuto fra Garbatella e Ostiense.

Il quartiere operaio e i lotti dell’Istituto Case Popolari

Testaccio è il primo quartiere operaio pianificato di Roma capitale: il piano regolatore del 1873 destinò questa pianura all’insediamento industriale e alle abitazioni per gli operai, e l’edilizia che ne è derivata, fatta di isolati chiusi a corte su una griglia regolare, è ancora oggi il carattere dominante del rione. È l’esatto contrario della crescita per addizione disordinata che ha segnato gran parte della periferia romana del Novecento.

La griglia e gli isolati a corte

Il disegno urbano prevede isolati rettangolari con edifici di quattro o cinque piani allineati sul filo stradale e cortili interni comuni: una tipologia che garantiva aria e luce e che costituiva, per l’epoca, un netto miglioramento rispetto ai tuguri del centro storico da cui gli abitanti provenivano. Le corti non erano soltanto spazi di servizio ma luoghi di vita collettiva, con i lavatoi, i giochi dei bambini e la sorveglianza reciproca che ha generato l’identità di quartiere di cui i testaccini parlano ancora. La continuità dei fronti stradali, senza arretramenti né interruzioni, produce quell’effetto di corridoio urbano che colpisce chi arriva dall’Aventino.

Gli interventi dell’Istituto per le Case Popolari

Ai primi isolati privati si aggiunsero, dal primo Novecento, gli interventi dell’Istituto per le Case Popolari, che in questo rione sperimentò soluzioni poi applicate su scala molto più ampia in periferia. È lo stesso ambiente professionale e amministrativo che di lì a poco avrebbe progettato la Garbatella, e non è un caso che alcuni dei nomi ricorrenti nella storia dell’edilizia popolare romana del periodo compaiano in entrambe le vicende. Sulla paternità dei singoli lotti testaccini le attribuzioni variano da fonte a fonte e conviene affidarsi alle schede della Sovrintendenza piuttosto che agli elenchi divulgativi.

La cucina del quinto quarto e da dove viene davvero

La cucina romana del quinto quarto nasce a Testaccio come conseguenza diretta del funzionamento del mattatoio: il termine indica le parti dell’animale che restavano una volta venduti i quattro quarti di carne, cioè frattaglie, interiora, coda, lingua, cervello, trippa, e queste parti costituivano una quota della remunerazione degli addetti del macello. Non è una leggenda folcloristica ma un meccanismo salariale documentato, e spiega perché proprio in questo rione si sia formata una tradizione gastronomica che altrove è marginale.

Perché il quinto quarto valeva poco

Prima della refrigerazione le interiora si deterioravano nel giro di poche ore e non potevano essere trasportate né conservate: erano quindi merce senza mercato, che conveniva cedere sul posto piuttosto che smaltire. I lavoratori del mattatoio, gli scortichini, ricevevano una parte della paga in natura sotto forma di queste frattaglie, e le osterie intorno al macello svilupparono un repertorio di piatti capace di renderle commestibili e gustose attraverso cotture lunghe, aromi forti e spezie. Le trattorie servivano gli operai che uscivano dal turno nel primo pomeriggio, e questo orario ha condizionato per decenni le abitudini del quartiere.

I piatti che ne sono nati

Dal quinto quarto derivano i piatti che oggi identificano la cucina romana popolare: la coda alla vaccinara, cotta a lungo con sedano, pomodoro e talvolta cacao e pinoli; la trippa alla romana con la mentuccia e il pecorino; la pajata, l’intestino tenue del vitello da latte cotto con il suo contenuto lattiginoso; la coratella con i carciofi; il tortino di rigaglie; la lingua in salsa verde. Sono preparazioni che richiedono tempi lunghi e una pulizia scrupolosa della materia prima, e che per questo sono sopravvissute meglio nelle trattorie familiari che nella ristorazione veloce. Vale la pena ricordare che la pajata da vitello ha conosciuto restrizioni normative europee durante l’emergenza BSE e che le regole di preparazione e tracciabilità sono oggi più stringenti di un tempo.

Dove si mangia oggi, e con quale avvertenza

Le trattorie storiche del rione si concentrano fra via Galvani, via Marmorata, piazza Santa Maria Liberatrice e le vie intorno all’ex Mattatoio, e il Nuovo Mercato ospita banchi di gastronomia che propongono le stesse preparazioni in formato rapido. Nomi, gestioni e prezzi cambiano con frequenza e qui non ne vengono indicati: qualunque elenco di locali invecchia male e conviene verificare aperture aggiornate prima di prenotare.

Le grotte del Monte e la vita notturna

Alla base del Monte dei Cocci si aprono le cosiddette grotte, cantine scavate nel corpo della collina di frammenti che per secoli hanno svolto la funzione di depositi per il vino grazie alla temperatura costante e alla ventilazione naturale del materiale ceramico: dagli anni Ottanta del Novecento molte di queste cantine sono state trasformate in locali notturni, e la via Galvani con via di Monte Testaccio è diventata uno dei poli principali della notte romana. Le fonti ottocentesche descrivono le stesse grotte come fraschette e mescite per i vini dei Castelli, meta abituale delle ottobrate romane.

Dagli anni Ottanta al presente

La trasformazione delle cantine in discoteche e club è cominciata quando il mattatoio ha chiuso e il rione ha perso la sua funzione produttiva, lasciando spazi disponibili a costi bassi vicino al centro. Per due decenni via di Monte Testaccio è stata sinonimo di notte romana, con una densità di locali su poche centinaia di metri che non ha eguali in città. La concentrazione è in parte diminuita negli anni recenti, con chiusure, cambi di gestione e la concorrenza di altre zone come Ostiense, Pigneto e San Lorenzo, ma il fronte delle grotte resta attivo soprattutto nel fine settimana e nella stagione estiva. Chi cerca la programmazione estiva del rione trova nella rassegna alla Città dell’Altra Economia e negli appuntamenti lungo il fiume, come Lungo il Tevere Roma, le alternative all’aperto.

Il Ponte Testaccio, il Gazometro e il fronte industriale

Il Ponte Testaccio, iniziato nel 1938 e inaugurato nel 1948 su progetto dell’architetto Bastianelli e dell’ingegnere Cesare Pascoletti, ha una campata unica di 122 metri e collega largo Giovanni Battista Marzi, sul lato del rione, al lungotevere Portuense sulla sponda opposta: alle testate conserva quattro bassorilievi in travertino. Insieme al Gazometro di Ostiense costituisce il paesaggio industriale che chiude il rione verso sud e verso ovest.

Il Gazometro: i numeri verificati

Il Gazometro grande di Ostiense, costruito fra il 1935 e il 1937 dall’Ansaldo di Genova insieme alla tedesca Klonne di Dortmund, raggiungeva all’installazione un’altezza di 89,10 metri e conteneva 200.000 metri cubi di gas; accanto a esso, tre gasometri più piccoli erano stati costruiti fra il 1910 e il 1912 con capacità di 25.000 e 60.000 metri cubi. Dopo la dismissione la campana mobile che conteneva il gas è stata rimossa, mentre la struttura metallica reticolare che la guidava è rimasta in piedi ed è oggi il simbolo visivo della Roma industriale. L’area, di oltre dodici ettari, ospita attività legate all’innovazione e alla ricerca oltre a eventi culturali, e non si visita come un monumento: l’accesso dipende dagli eventi in programma.

L’altra sponda è il Portuense, non la Garbatella

Un chiarimento geografico utile a chi consulta una mappa in fretta: attraversando il Tevere da Testaccio non si arriva alla Garbatella ma al quartiere Portuense e, risalendo verso nord, a Trastevere, dove si trovano il Museo di Roma in Trastevere, la basilica di Santa Cecilia, l’Orto Botanico e la salita al Gianicolo. La Garbatella si trova invece sulla stessa sponda di Testaccio, a sud, oltre la ferrovia e il quartiere Ostiense: non si attraversa nessun ponte per raggiungerla.

La Garbatella, il rovescio pianificato di Testaccio

La Garbatella fu fondata il 18 febbraio 1920, quando il re Vittorio Emanuele III posò la prima pietra in piazza Benedetto Brin, e costituisce la zona urbanistica 11C del Municipio Roma VIII, all’interno del quartiere Ostiense: si raggiunge da Testaccio in due fermate di metropolitana sulla linea B, direzione Laurentina, senza attraversare il fiume.

Città giardino contro isolato a corte

Se Testaccio è la città densa a isolati chiusi, la Garbatella è il suo opposto pianificato: villini e edifici bassi di non più di tre piani ispirati al modello inglese della città giardino, organizzati in lotti numerati che raccolgono i fabbricati attorno a corti e giardini comuni. Il linguaggio architettonico fu definito da Gustavo Giovannoni e Innocenzo Sabbatini, ai quali si aggiunsero fra gli altri Costantino Costantini, Mario De Renzi e Felice Nori. Nella fase successiva, in epoca fascista, gli alberghi suburbani e i blocchi più alti introdussero una densità maggiore, ma l’impianto originario dei primi lotti è rimasto riconoscibile ed è oggi tutelato.

Che cosa si vede in una passeggiata

Il nucleo storico intorno a piazza Benedetto Brin, i lotti con le scalinate e i cortili aperti, gli alberghi suburbani di Sabbatini e la trama di scale e passaggi fra un lotto e l’altro compongono un percorso di circa un’ora e mezza che si fa interamente a piedi e senza biglietti. La dimensione agricola originaria sopravvive negli Orti Urbani Garbatella, mentre la vita culturale del quartiere si concentra in estate su rassegne come L’Aperossa. Proseguendo verso sud sulla stessa linea metropolitana si arriva alla basilica di San Paolo fuori le Mura e, più avanti, all’EUR con il Colosseo Quadrato e il Museo delle Civiltà.

Un itinerario di una giornata a Testaccio

Testaccio si visita comodamente in una giornata piena senza usare mezzi pubblici all’interno del rione, perché tutti i luoghi principali distano fra loro meno di un quarto d’ora a piedi: l’unico vincolo serio da rispettare nella programmazione è la prenotazione obbligatoria per il Monte dei Cocci, che condiziona l’ordine delle tappe.

Mattina

Arrivo a Piramide con la metro B, sguardo alla Piramide Cestia da piazzale Ostiense, poi ingresso al Cimitero Acattolico quando apre, che è il momento con la luce migliore e meno visitatori. Da lì si entra nel rione per via Caio Cestio e si raggiunge il Nuovo Mercato Testaccio, dove conviene fare la sosta del pranzo o almeno l’assaggio ai banchi di gastronomia, tenendo conto che la maggior parte delle attività chiude nel pomeriggio.

Pomeriggio

Nel primo pomeriggio si fa il giro urbano del rione: piazza Santa Maria Liberatrice, gli isolati a corte fra via Mastro Giorgio e via Galvani, i resti della Porticus Aemilia inglobati nei palazzi di via Branca e via Rubattino, e infine l’ex Mattatoio, dove la visita alle mostre in corso richiede da una a due ore a seconda del programma. Chi ha prenotato il Monte dei Cocci inserisce qui la salita, che dura circa un’ora. Chi preferisce un museo con orario continuato si sposta invece in dieci minuti a piedi lungo via Ostiense fino alla Centrale Montemartini, che chiude alle 19 con ultimo ingresso alle 18.

Sera

La sera resta la cena in una delle trattorie del rione, con il repertorio del quinto quarto per chi vuole provarlo, e l’eventuale passaggio fra le grotte di via di Monte Testaccio, tenendo presente che i locali aprono tardi e che il fine settimana è tutt’altra cosa rispetto ai giorni feriali. In estate l’alternativa all’aperto è la programmazione alla Città dell’Altra Economia e le manifestazioni sul lungotevere. Chi ha ancora energia può chiudere risalendo all’Aventino per il Giardino degli Aranci, dove il panorama notturno su Roma vale la salita.

Combinare Testaccio con il resto della città

Il rione si abbina bene alle mete che lo circondano senza bisogno di lunghi spostamenti: a nord l’Aventino con Santa Sabina e la basilica di San Saba, a est le Terme di Caracalla e il Circo Massimo, a nord ovest il Foro Boario con la Bocca della Verità e il Teatro di Marcello, a sud la via Ostiense con le catacombe di Commodilla. Chi ha una sola giornata a Roma e deve scegliere fra Testaccio e il percorso classico del Colosseo farà bene a non mescolare le due cose: sono due visite di natura diversa e sovrapporle significa fare male entrambe.

Immagine: via di Monte Testaccio al tramonto, con gli ingressi delle grotte lungo il fianco della collina e le insegne spente.

Domande frequenti su Testaccio

Quanto costa visitare il Monte dei Cocci a Testaccio?

La visita al Monte Testaccio costa 4 euro di biglietto intero e 3 euro di ridotto secondo la scheda della Sovrintendenza Capitolina, con ingresso gratuito per i residenti di Roma muniti di documento e per i possessori della MIC Card. L’accesso avviene solo con prenotazione obbligatoria al numero 060608, attivo tutti i giorni dalle 9 alle 19, per gruppi fino a trenta persone o in date di calendario riservate ai visitatori singoli.

Quanto è alto il Monte Testaccio e di che cosa è fatto?

Il Monte Testaccio è una collina artificiale formata dai frammenti delle anfore scaricate nel porto fluviale di Roma fra l’età augustea e la metà del III secolo dopo Cristo, e la scheda della Sovrintendenza Capitolina ne indica un’altezza di 54 metri e una circonferenza di circa un chilometro. Altre fonti divulgative riportano un’altezza intorno ai 35 metri, differenza che dipende dal punto di misurazione rispetto al piano stradale o al livello del mare.

Il MACRO si trova a Testaccio?

No, il MACRO si trova in via Nizza 138, nel quartiere Salario Nomentano, e non nel rione Testaccio. L’equivoco nasce dal fatto che dal 2003 al 2017 il museo ebbe una seconda sede dentro l’ex Mattatoio, chiamata MACRO Testaccio: quegli spazi sono oggi gestiti dall’Azienda Speciale Palaexpo con il nome di Mattatoio. La sede di via Nizza apre dal martedì al venerdì dalle 12 alle 19 e il sabato e la domenica dalle 10 alle 19, chiusa il lunedì.

Il Museo storico della Liberazione è a Testaccio?

No, il Museo storico della Liberazione si trova in via Tasso 145, fra l’Esquilino e San Giovanni in Laterano, e non a Testaccio. Occupa l’edificio che dopo il settembre 1943 fu il carcere della polizia di sicurezza nazista a Roma e conserva le celle con i graffiti dei prigionieri. Fu inaugurato il 4 giugno 1955 dal presidente Giovanni Gronchi e riconosciuto come istituzione pubblica con legge nel 1957.

Quanto costa il biglietto della Centrale Montemartini?

Il biglietto della Centrale Montemartini costa 11 euro intero e 6,50 euro ridotto, ed è gratuito per i residenti di Roma e della Città metropolitana con documento valido. Esiste la Capitolini Card a 15,50 euro intero e 11,50 ridotto, valida sette giorni per il museo e per i Musei Capitolini. Il museo, in via Ostiense 106, apre dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso un’ora prima.

Si può entrare nella Piramide Cestia?

La Piramide Cestia è accessibile all’interno soltanto in occasione di aperture straordinarie e durante eventi, con prenotazione online sul sito della Soprintendenza Speciale di Roma, che indica l’ingresso come gratuito. Sono in corso interventi di restauro e valorizzazione finanziati dal PNRR, compresa la nuova illuminazione. L’esterno è visibile liberamente in qualsiasi momento da piazzale Ostiense, dalla fermata Piramide della metro B e dal Cimitero Acattolico.

Come si arriva a Testaccio con i mezzi pubblici?

Testaccio si raggiunge con la fermata Piramide della linea B della metropolitana, situata all’angolo sud est del rione accanto alla Piramide Cestia e alla stazione Roma Porta San Paolo della ferrovia per il Lido di Ostia. Dalla stessa fermata partono i tram 3 e 8 e diverse linee di autobus che percorrono via Marmorata. Da Termini il tragitto richiede poche fermate di metro in direzione Laurentina.

Che cos’è la cucina del quinto quarto di Testaccio?

Il quinto quarto di Testaccio indica le parti dell’animale che restavano dopo la vendita dei quattro quarti di carne, cioè frattaglie e interiora, che costituivano una parte della remunerazione in natura degli addetti del mattatoio del rione. Da questa pratica derivano la coda alla vaccinara, la trippa alla romana, la pajata e la coratella con i carciofi, piatti nati nelle osterie intorno al macello per gli operai che uscivano dal turno.

Testaccio è adatto a una visita con i bambini?

Testaccio è adatto a una visita con i bambini perché è pianeggiante, compatto e percorribile interamente a piedi, e perché la Centrale Montemartini con le sue statue fra le turbine risulta comprensibile anche ai più piccoli. Il Monte dei Cocci, invece, non è accessibile alle carrozzine né alle sedie a rotelle, non ha servizi igienici e richiede scarpe chiuse: va valutato caso per caso in base all’età.

Un ultimo consiglio per organizzare la visita

Testaccio ripaga chi lo visita in giorni feriali e nelle ore in cui il quartiere lavora, non in quelle in cui si diverte: il mercato al mattino, le trattorie a mezzogiorno, le corti degli isolati nel pomeriggio restituiscono un rione vivo che nel fine settimana notturno resta nascosto sotto un’altra identità, altrettanto autentica ma molto più simile a quella di tante altre zone della movida europea. Le due prenotazioni da fare in anticipo, quella del Monte dei Cocci e quella dell’eventuale apertura straordinaria della Piramide, sono le sole variabili che possono far saltare il programma.

Chi costruisce un itinerario romano più ampio, mettendo in fila il rione Testaccio con l’Aventino, l’Ostiense e la Garbatella in giornate diverse, trova strumenti di pianificazione e organizzazione dei percorsi su Tour Leader Pro, utili soprattutto quando le tappe prevedono prenotazioni a orario fisso come quelle descritte qui.

Per il quadro più generale sugli spostamenti nel Lazio, sui collegamenti ferroviari verso Ostia e il litorale e sulle mete raggiungibili in giornata da Roma, una risorsa di riferimento è Italy Planner.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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