L’Aperossa 2026 — cinema, memoria e diritti tra Garbatella e Ostiense

L’evento. Dal 13 al 17 e dal 20 al 24 luglio 2026 la Fondazione AAMOD, cioè l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, ha portato per dieci giornate L’Aperossa tra la Garbatella e l’Ostiense: proiezioni, incontri, presentazioni di libri, podcast registrati davanti al pubblico, laboratori per bambine e bambini, passeggiate urbane e visite guidate. Ingresso libero a tutto, fino a esaurimento posti. L’edizione si è chiusa il 24 luglio e la prossima, se il progetto tiene il passo degli ultimi anni, tornerà nella stessa finestra di metà luglio.

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Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

Capri e Costiera Amalfitana

Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Di cosa si tratta. Un progetto di cultura partecipata che prende il cinema d’archivio, i temi della memoria e quelli dei diritti e li porta fuori dalle sale, negli spazi pubblici del quadrante sud della città. Non è una rassegna di film sotto le stelle con il cartellone dei titoli dell’anno: è un archivio che apre la porta e mette in circolo quello che conserva, affiancandolo a libri appena usciti, a inchieste giornalistiche, a podcast e a laboratori con la pellicola vera.

Le sedi. Tre, tutte dentro un raggio di venti minuti a piedi: La Villetta Social Lab alla Garbatella, la sede della Fondazione AAMOD in via Ostiense 106 e il Museo della Centrale Montemartini, che dell’AAMOD è vicino di casa nel senso letterale del termine, perché condividono lo stesso complesso di edifici. Il cuore popolare e industriale di Roma sud, con la metro B a fare da spina dorsale.

Di rassegne estive romane a ingresso gratuito ce ne sono molte, e chi segue l’estate della città le conosce quasi tutte. L’Aperossa appartiene a una categoria diversa, e conviene dirlo subito senza giri di parole: è la festa pubblica di un archivio che ha un’identità politica dichiarata fin dal nome dell’ente che lo custodisce. Movimento operaio e democratico: non è una formula decorativa, è il perimetro di quello che quell’archivio ha raccolto per quasi mezzo secolo. Chi ci va sapendo cosa va a vedere trova un patrimonio documentario di primo livello e una programmazione costruita con cura; chi ci capita per caso, attirato dal cartello dell’ingresso gratuito, si trova davanti a una proposta culturale esplicita, che non finge neutralità e non ha alcun motivo di fingerla. Le due cose convivono benissimo, e il pubblico della Garbatella lo ha capito da tempo.

Che cosa è stata davvero l’edizione 2026

Dieci giornate, divise in due blocchi da cinque: dal lunedì 13 al venerdì 17 luglio, poi dal lunedì 20 al venerdì 24. La scelta di spezzare il calendario in due settimane lavorative, saltando i fine settimana, ha una logica precisa in una città che a luglio si svuota nei weekend: chi resta in città resta durante la settimana, e le serate infrasettimanali di metà luglio sono esattamente il momento in cui un quartiere ha bisogno di un posto dove andare.

Il progetto è stato promosso dalla Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS e sostenuto da Roma Capitale attraverso l’Assessorato alla Cultura: L’Aperossa 2026 è risultata vincitrice dell’Avviso Pubblico Roma Creativa 365. Cultura tutto l’anno, realizzato in collaborazione con Zètema Progetto Cultura. È un dettaglio amministrativo che dice qualcosa di concreto: la rassegna non vive di bigliettazione e non vive nemmeno di sponsor commerciali, vive di un bando pubblico, ed è per questo che l’ingresso resta libero per ogni singolo appuntamento.

La struttura delle giornate è stata la stessa per tutte e dieci le sere, e capirla aiuta a orientarsi anche in vista delle prossime edizioni. Nel pomeriggio le attività che richiedevano prenotazione: i laboratori per l’infanzia, le visite guidate al museo, le passeggiate urbane. In prima serata gli incontri, le presentazioni di libri, i podcast dal vivo, tutti raccolti sotto il nome di Apetalk. A chiudere, la proiezione, con titoli scelti in dialogo con il tema discusso poche ore prima. In mezzo, prima di ogni appuntamento serale, i Tre minuti di Vita, il breve intervento di riflessione affidato a Vincenzo Vita, presidente della Fondazione, che negli anni è diventato una specie di rituale d’apertura riconoscibile.

Il nome della rassegna, per chi se lo chiedesse, gioca su due registri contemporaneamente: l’aperitivo che precede la serata e il colore che il quadrante sud di Roma si porta addosso da un secolo. Non è un titolo timido, ed è coerente con tutto il resto.

Gli Apetalk, cioè la parte parlata

Gli Apetalk sono stati il contenitore degli incontri e delle presentazioni editoriali, e l’elenco dei temi affrontati nell’edizione 2026 dà bene la misura dell’ampiezza: le donne e la scrittura, la memoria degli anni Novanta, la guerra civile spagnola, i percorsi di emancipazione attraverso il lavoro, i diritti umani, i conflitti internazionali, le lotte operaie, le migrazioni, i rapporti tra Italia e Cuba, le grandi questioni della solidarietà contemporanea. Non è un cartellone che cerca di piacere a tutti, ed è proprio per questo che funziona: chi sale i gradini di una di quelle tre sedi sa già che tipo di conversazione troverà.

Il formato è quello che la Fondazione pratica da anni nella Sala Zavattini: un tavolo, due o tre voci, un moderatore, e la possibilità concreta di intervenire dal pubblico. Nelle serate alla Villetta la cosa diventa più informale, con le sedie disposte all’aperto e il chiacchiericcio del cortile che entra e esce dal discorso. Chi è abituato ai festival dove si applaude e si esce, qui si ritrova in una discussione che spesso prosegue al tavolo di fianco ben dopo la fine ufficiale.

Le proiezioni serali

Il finale di ogni giornata è stato affidato al cinema, con una scelta dichiarata verso film italiani e internazionali poco distribuiti, opere inedite o difficili da intercettare nel circuito ordinario, sempre in dialogo con i temi discussi negli incontri. Tra i titoli passati sugli schermi dell’edizione 2026 ci sono stati Una vita all’assalto di Paolo Fazzini, Terra di Spagna di Joris Ivens, Thank You For Banking With Us! di Laila Abbas, Il figlio più bello di Giovanni Piperno, Diaz di Daniele Vicari, Nata da un sogno di Tommaso D’Elia, NN - Non Noto di Tezeta Abraham e Neurotica Anonima di Jorge Perugorría.

Vale la pena fermarsi un attimo su questo elenco, perché è più eloquente di qualunque dichiarazione d’intenti. Terra di Spagna è il documentario che Joris Ivens girò durante la guerra civile spagnola, uno dei testi fondativi del cinema militante del Novecento, e la sua presenza in un cartellone estivo romano non è un riempitivo: è la dimostrazione che l’archivio mette in programma quello che conserva e che considera vivo. Diaz è un film di finzione del 2012 che ricostruisce i fatti della scuola di Genova nel luglio del 2001, e l’AAMOD custodisce una delle raccolte documentarie più consistenti proprio su quelle giornate: la proiezione, in un archivio che ha i materiali originali negli scaffali al piano di sotto, ha un peso diverso da quello che avrebbe in una sala qualunque. Il figlio più bello di Giovanni Piperno tocca il rapporto tra generazioni e territorio; gli altri titoli spaziano dalla Palestina raccontata da Laila Abbas al cinema cubano di Jorge Perugorría, attore e regista tra i più noti dell’isola.

Il criterio, insomma, non è la novità e non è il richiamo: è la coerenza tematica. Un film che parli di lavoro segue una serata sul lavoro, un film che parli di diritti umani segue una serata sui diritti umani. Chi si presentava solo per la proiezione perdeva metà del senso dell’operazione, e questo è forse il consiglio più utile che si possa dare a chi ci andrà l’anno prossimo.

I CineLab Kids, la pellicola tra le mani

La parte dedicata all’infanzia è stata affidata ai CineLab Kids, curati da Simona Debernardis e rivolti a bambine e bambini dagli otto ai dodici anni. Qui succede una cosa che nei laboratori di cinema per ragazzi capita raramente: non si lavora su un tablet, si lavora sulla materia. I partecipanti hanno manipolato pellicole vere, realizzato opere visive originali intervenendo direttamente sul supporto e visto il risultato proiettato in moviola, che è l’apparecchio da tavolo con cui i montatori hanno lavorato per tutto il Novecento e che alla Fondazione è ancora operativo.

Per un bambino del 2026 la pellicola è un oggetto alieno quanto un disco di vinile lo era per un bambino degli anni Novanta, con la differenza che il vinile è tornato di moda e la pellicola no. Vedere la propria immagine graffiata su un fotogramma diventare movimento sullo schermo produce una reazione che ho visto raramente in altri contesti: è il momento in cui il cinema smette di essere uno schermo acceso e diventa un meccanismo che si può capire. I laboratori si sono svolti nella sede della Fondazione in via Ostiense 106 ed erano su prenotazione, scrivendo a eventi@aamod.it.

Un giorno al museo, le visite alla Centrale Montemartini

Uno dei capitoli più riusciti del programma, e anche il più facile da consigliare a chiunque: visite guidate gratuite al Museo della Centrale Montemartini, realizzate in collaborazione con l’Associazione Vita Romana, con appuntamento direttamente all’ingresso del museo e prenotazione via posta elettronica allo stesso indirizzo dei laboratori. Il museo è quello dove le sculture antiche convivono con le turbine e i motori diesel della vecchia centrale elettrica, e sulla natura di questo luogo torno tra poco, perché merita un discorso a parte.

Qui basti dire che una visita guidata gratuita alla Centrale Montemartini è un regalo che in luglio a Roma non capita tutti i giorni, e che averla inserita dentro una rassegna di cinema d’archivio non è una trovata di marketing: l’archivio e il museo condividono lo stesso indirizzo, e mostrare al pubblico della rassegna il palazzo in cui l’archivio vive è il modo più diretto per spiegare che cosa quell’archivio sia.

ESPLORA, il quartiere che si ascolta

La novità più interessante dell’edizione 2026 porta il titolo di ESPLORA, con sottotitolo Ostiense da ascoltare. Racconti da un quartiere in trasformazione, ed è nata dalla collaborazione con l’associazione Marmorata 169. Si tratta di un podcast in dieci episodi, fruibile online e anche attraverso codici QR disseminati lungo un percorso urbano: si cammina, si inquadra, si ascolta il pezzo di racconto che corrisponde al punto in cui ci si trova. Il viaggio attraversa storia, cinema, letteratura e memoria, e invita chi passa a guardare con occhi nuovi uno dei quadranti più stratificati della città.

È una formula che in altre città ha prodotto risultati altalenanti, spesso perché il percorso viene disegnato a tavolino e il pubblico non lo trova. Qui l’aggancio è più solido: il quartiere ha una densità narrativa fuori scala, tra archeologia industriale, edilizia popolare degli anni Venti, sedi universitarie ricavate in vecchie vetrerie e un fiume che per decenni è stato una via commerciale. Le partenze del percorso erano fissate dalla sede AAMOD in via Ostiense 106, con prenotazione a marmorata169@gmail.com. Chi ha scaricato gli episodi se li è portati via, ed è il tipo di lascito che sopravvive alla chiusura della rassegna.

Podcast dal vivo, letture, e il rito dei Tre minuti

Due podcast sono stati registrati o eseguiti davanti al pubblico, entrambi realizzati in collaborazione con Fandango podcast. Il primo è C’è Figa di Alessandra Flamini, portato in scena con Frad, Valentina Medda, la stessa Alessandra Flamini, Ilaria Giambini e Paola Giglio. Il secondo è CRUSH. Tentativi sparsi per ri-far l’amore, di e con Gioia Salvatori nel progetto Cuoro, ispirato a Il Cuore scoperto e sonorizzato dal vivo da Alexandra Genzini. A completare la parte performativa, le letture di Fabbrica di e con Ascanio Celestini, che del racconto orale del lavoro italiano è probabilmente la voce più riconoscibile della sua generazione.

Ogni appuntamento serale è stato preceduto dai Tre minuti di Vita, il consueto momento di riflessione curato da Vincenzo Vita, presidente della Fondazione AAMOD. Tre minuti sono pochissimi e il formato è volutamente stretto: serve a dare il tono alla serata senza trasformarsi in un secondo incontro. Chi arriva puntuale li prende, chi arriva alle nove e un quarto li perde, e nell’economia della serata è una differenza che si nota.

Per tutta la durata della manifestazione è rimasto attivo anche un corner partecipativo dedicato alla raccolta di fotografie e materiali audiovisivi legati al quadrante Garbatella-Ostiense, con l’obiettivo dichiarato di alimentare una memoria collettiva del territorio. In pratica: chi aveva in casa il rullino del nonno, la videocassetta della festa di lotto, il negativo del corteo o la fotografia del cortile prima della ristrutturazione poteva portarlo e farlo acquisire. È il modo in cui gli archivi crescono davvero, molto più che con i grandi versamenti istituzionali, e nel caso specifico è anche il modo in cui l’AAMOD è nato.

Una curiosità su L’Aperossa 2026 — cinema, memoria e diritti tra Garbatella e Ostiense

La curiosità riguarda il luogo, non il programma, e una volta che la si sa non si riesce più a guardare quelle serate allo stesso modo. La Fondazione AAMOD occupa alcuni locali della vecchia centrale termoelettrica Montemartini: edifici dell’Acea, ristrutturati nel 2005, in cui l’archivio si è trasferito nel 2006. Entrando nel complesso della Centrale, l’Archivio audiovisivo occupa lo stabile alla sinistra dell’ingresso del Museo. Significa che le proiezioni di cinema militante del Novecento sono avvenute dentro il perimetro del primo impianto pubblico di produzione elettrica costruito dal Comune di Roma, inaugurato dalla giunta di Ernesto Nathan il 30 giugno 1912.

Quella centrale fu intitolata a Giovanni Montemartini, nato a Montù Beccaria nel 1867 e morto a Roma nel 1913, economista, assessore ai servizi tecnologici della giunta Nathan e soprattutto il principale teorico italiano della municipalizzazione dei servizi pubblici: l’idea, allora nuova e molto combattuta, che l’acqua, il gas e l’elettricità dovessero essere prodotti e distribuiti da un ente del Comune e non da concessionari privati. Montemartini morì in aula consiliare, durante un dibattito, nel 1913, pochi mesi dopo l’inaugurazione dell’impianto che porta il suo nome.

Quindi: un archivio dedicato alla storia del movimento operaio, ospitato dentro il monumento all’idea che i servizi essenziali debbano essere pubblici, che apre le sue sale d’estate per parlare di lavoro e di diritti. Non credo sia stata una coincidenza cercata quando la sede fu scelta, ma è una di quelle sovrapposizioni che a Roma capitano con una frequenza sospetta. La Sala Zavattini, che è il cuore delle iniziative pubbliche della Fondazione e prende il nome dal primo presidente dell’ente, occupa locali che un secolo fa servivano a tenere accese le lampade della città.

Aggiungo il dettaglio che di solito chiude la questione con chi mi guarda scettico: la centrale fu costruita fuori dalla cinta daziale di Roma, e quella scelta non aveva niente di urbanistico. Fuori dalla cinta non si pagava l’imposta di consumo sul combustibile, e per un impianto che bruciava carbone giorno e notte la differenza sulla bolletta municipale era enorme. Il quartiere industriale dell’Ostiense nasce anche da questo calcolo fiscale, e conoscerlo cambia il modo in cui si legge la geografia di tutta la zona.

Una cosa che non ti dice nessuno su L’Aperossa 2026 — cinema, memoria e diritti tra Garbatella e Ostiense

Nei comunicati e nelle locandine la Fondazione AAMOD compare come una delle tre sedi, alla pari con La Villetta e con il museo. Quello che non viene quasi mai detto è che cosa contenga esattamente quell’archivio, e la risposta ridimensiona parecchio l’idea che si tratti di una piccola realtà di quartiere.

La filmoteca conserva soprattutto documentari e film di non fiction, finiti e non finiti, di argomento storico, politico e sociale, che coprono l’intero secolo ventesimo dagli inizi del cinema fino a oggi e riguardano tutti i paesi del mondo, con una prevalenza italiana. Ci sono i materiali del Partito Comunista Italiano e del PdUP, quelli delle Acli e dell’Arci, quelli della CGIL, della Fiom, della FLM, dello Spi; ci sono i depositi di autori e privati, tra cui Fernando Birri, Libero Bizzarri, Luciana Castellina, Giuseppe Ferrara, Paolo Pietrangeli; ci sono fondi provenienti da Africa, America Latina, Asia ed Europa dell’Est. Ci sono anche fonti della prima metà del Novecento, compresa una serie sui classici sovietici di fiction e non fiction.

E poi ci sono le due raccolte che fanno alzare le sopracciglia agli addetti ai lavori. La prima è quella sulla guerra e sulla storia del Vietnam, che secondo la stessa Fondazione è forse la più consistente d’Europa. La seconda è la documentazione sul G8 di Genova del 2001, raccolta e ordinata in modo sistematico. Aggiungete un archivio fotografico di circa cinquecentomila immagini, con il nucleo originario dell’ASAMO e il fondo Antonello Branca, gestito su una piattaforma condivisa con l’Archivio Luce, e una biblioteca specializzata con i tavoli per la consultazione dentro la stessa sala dove d’estate si proiettano i film.

Questo è il punto che non viene detto: quando si entra alla sede AAMOD per una serata dell’Aperossa, si entra in uno dei depositi documentari più rilevanti d’Europa per la storia dei movimenti sociali del Novecento, e ci si entra gratis, di sera, con le sedie disposte per una presentazione di libri. Non c’è biglietteria, non c’è metal detector, non c’è la coda. La distanza tra il pubblico e il materiale è di pochi metri e di nessuna formalità, ed è una condizione che nel panorama degli archivi europei non è affatto normale.

Una seconda cosa poco detta riguarda l’origine dell’ente. La Fondazione nasce alla fine degli anni Settanta e il suo primo presidente è stato Cesare Zavattini, lo sceneggiatore di Ladri di biciclette e Umberto D., che quel ruolo lo ha tenuto per anni e non come carica onoraria. Fondatrice e per lungo tempo segretario generale è stata Paola Scarnati, ancora oggi responsabile di numerose iniziative culturali dell’archivio. Nel 1980 Zavattini scrisse una frase che la Fondazione usa ancora come dichiarazione programmatica: l’archivio del movimento operaio è un archivio più del presente che del passato, e i materiali raccolti non se ne stanno nelle scaffalature in attesa indeterminata, diventando cioè sempre più archivio secondo il vecchio vocabolario, ma sono percorsi da una viva impazienza di entrare nella dialettica odierna. L’Aperossa, letta con quella frase in testa, smette di sembrare un cartellone estivo e diventa l’applicazione puntuale di un principio scritto quarantasei anni fa.

Il consiglio che ti do per visitare L’Aperossa 2026 — cinema, memoria e diritti tra Garbatella e Ostiense

Il consiglio vale per la prossima edizione ed è uno solo, formulato male apposta perché non si dimentichi: non andate per il film. Andate per la giornata intera, o almeno per il blocco pomeriggio più sera, e scegliete la data in base al tema dell’incontro, non in base al titolo della proiezione.

La ragione è strutturale. Il cartellone è costruito in modo che la proiezione chiuda un ragionamento cominciato tre ore prima: se si arriva alle ventidue e trenta per il film, si vede un documentario magari bellissimo ma decontestualizzato, e si perde esattamente la cosa che rende questa rassegna diversa da un’arena estiva qualsiasi. Se invece si arriva alle diciotto, si assiste alla passeggiata o alla visita, si resta per l’Apetalk, si prende i Tre minuti di Vita e poi si vede il film, la serata ha una forma compiuta e il film cambia di segno.

Come organizzare la serata in pratica

Prima cosa, le prenotazioni. Le attività a numero chiuso dell’edizione 2026 erano tre: i CineLab Kids per i bambini dagli otto ai dodici anni, con appuntamento alla sede AAMOD di via Ostiense 106 e prenotazione a eventi@aamod.it; le visite guidate Un giorno al museo, con ritrovo direttamente all’ingresso della Centrale Montemartini e stesso indirizzo di posta per prenotare; le partenze di Esplora, dalla sede AAMOD, con prenotazione a marmorata169@gmail.com. Gli incontri e le proiezioni erano invece a ingresso libero senza prenotazione, fino a esaurimento posti, e questa formula in luglio alla Garbatella significa che nelle serate con ospiti noti conviene presentarsi con una mezz’ora buona di anticipo.

Seconda cosa, il cibo. Le tre sedi non sono ristoranti e la rassegna non è una sagra: chi conta di cenare sul posto rischia di cavarsela con poco. La Villetta Social Lab ha una gestione di quartiere con una sua proposta, ma l’ordine di grandezza è quello di un centro sociale ben tenuto, non di un locale. La soluzione ragionevole è cenare prima, e il quadrante offre molto: la zona di via Libetta e dintorni, le trattorie storiche dei lotti attorno a piazza Damiano Sauli e a piazza Benedetto Brin, oppure una deviazione a Testaccio, che è a una fermata di metro e dove il Nuovo Mercato Testaccio e le sue rosticcerie fanno il resto.

Terza cosa, il caldo. Metà luglio a Roma nel quadrante sud significa afa che molla verso le venti e trenta, e cortili di edilizia popolare che restituiscono di notte il calore accumulato di giorno. Le serate all’aperto della Villetta si affrontano bene con una bottiglia d’acqua e con qualcosa per le zanzare, che in quei cortili verdi non mancano mai. Le proiezioni nella Sala Zavattini, al contrario, sono al chiuso e con l’aria condizionata: una felpa leggera nello zaino, per chi soffre gli sbalzi, non è una precauzione eccessiva.

Quarta cosa, e forse la più utile: portatevi qualcosa da far vedere. Il corner partecipativo per la raccolta di fotografie e materiali audiovisivi sul quartiere è stato attivo per tutti e dieci i giorni, e se in casa avete immagini della Garbatella o dell’Ostiense di trenta, quaranta, cinquant’anni fa, quello è il posto giusto dove farle diventare patrimonio consultabile invece che carta che ingiallisce in un cassetto.

Come si arriva alle tre sedi

La rete di trasporto pubblico del quadrante è tra le migliori di Roma, e questo è uno dei motivi per cui la rassegna funziona: si arriva senza automobile e si torna a casa senza cercare parcheggio, il che a luglio non è poco.

Per La Villetta Social Lab il riferimento è la metropolitana linea B, fermata Garbatella, da cui servono all’incirca dieci minuti a piedi; in alternativa le linee di autobus ATAC 23, 715, 716, 769 e 792, oppure il treno con arrivo alla stazione Ostiense.

Per la Fondazione AAMOD, in via Ostiense 106, si può scendere alla metro B di Piramide, a una decina di minuti a piedi, o alla stessa Garbatella, a una dozzina; il treno alla stazione Roma Ostiense lascia a circa otto minuti di cammino; gli autobus utili sono le linee 23, 30, 715, 716, 719, 769 e 792. Il Museo della Centrale Montemartini condivide l’indirizzo, quindi le indicazioni sono le stesse: sono lo stesso complesso di edifici.

Un’avvertenza pratica che riguarda chi arriva da fuori Roma: la metro B nelle sere d’estate chiude prima di quanto molti si aspettino nei giorni feriali, e le proiezioni finiscono tardi. Chi deve tornare verso il centro o verso nord conviene che controlli l’ultima corsa prima di sedersi, oppure che metta in conto l’autobus notturno lungo la via Ostiense, che c’è ed è frequentato.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che la Garbatella sia nata nel 1920 lo sanno in molti, e lo si legge su qualunque pannello turistico. Quello che si cita poco è il motivo per cui è nata lì, e soprattutto il fatto che il motivo non esiste più.

La prima pietra fu posata il 18 febbraio 1920 in piazza Benedetto Brin dal re Vittorio Emanuele III, con Adolfo Apolloni sindaco di Roma, e l’iscrizione murata nell’edificio centrale della piazza è ancora leggibile: ricorda l’Ente autonomo per lo sviluppo marittimo e industriale, l’Istituto delle Case popolari di Roma e la collaborazione delle Cooperative di lavoro, e parla di offrire quieta e sana stanza agli artefici del rinascimento economico della Capitale. Il quartiere doveva ospitare i lavoratori di un porto fluviale: il piano degli urbanisti guidati da Paolo Orlando prevedeva un canale navigabile parallelo al Tevere che collegasse Roma al lido di Ostia, con uno scalo commerciale a meno di duecento metri dalle Mura aureliane, dalle parti dell’odierna via del Porto Fluviale.

Il canale non fu mai scavato e il porto non fu mai costruito. Restò la toponomastica, e questo è il dettaglio che rende la Garbatella una delle passeggiate più strane di Roma: un quartiere collinare, lontano dal mare e distante dal fiume, in cui quasi tutte le strade e le piazze portano nomi di navigatori, ammiragli, cartografi e uomini di mare. Brin era un ingegnere navale e ministro della Marina, Damiano Sauli e Michele da Carbonara appartengono allo stesso repertorio marittimo. Si cammina tra i lotti popolari sui Colli di San Paolo leggendo un atlante nautico affisso ai muri, e la ragione è un progetto abbandonato più di un secolo fa.

Anche il nome del quartiere è stato a lungo incerto. Fino al 1930 circa si discusse se chiamarlo Concordia, come augurio di pace sociale, oppure Remuria, sulla base della tradizione secondo cui Romolo avrebbe fondato la sua città su questo colle e non sul Palatino. Vinse Garbatella, e l’ipotesi più diffusa sull’origine del toponimo riporta a un’ostessa, chiamata Carlotta o Maria secondo le versioni, che teneva locanda sullo sperone sopra la basilica di San Paolo e che per la sua gentilezza verso i pellegrini della via delle Sette Chiese si sarebbe guadagnata l’appellativo di garbata ostella, poi sincopato. È una spiegazione popolare, tramandata e non documentata, e circolano anche letture meno bonarie della sua fama, ma è quella che il quartiere ha adottato.

La Garbatella dei lotti, che è il vero palcoscenico della rassegna

Per capire perché una rassegna come L’Aperossa si tenga proprio qui, e non in un parco qualsiasi, bisogna guardare come è fatto il quartiere. La Garbatella è organizzata in lotti: gruppi di edifici che circondano cortili e giardini, con ingressi dalla strada e uno spazio comune all’interno. In quei cortili c’erano i lavatoi e gli stenditoi, le botteghe, le cantine, le sedie portate fuori la sera, i muretti. Erano il luogo dove si svolgeva la vita sociale del lotto, e molti lo sono ancora.

L’impianto iniziale seguiva il modello inglese delle città giardino: abitazioni basse, villini e palazzine di tre piani al massimo nel nucleo storico, un rapporto tra verde e costruito tra i più alti dell’Italia dell’epoca, e soprattutto l’orto, pensato come fonte concreta di sussistenza per famiglie operaie che arrivavano dall’agro laziale e che a Roma rischiavano di perdere insieme la terra e la rete di solidarietà del paese d’origine. Non era filantropia astratta: era una scelta urbanistica che provava a rendere meno traumatico l’inurbamento. Chi oggi passeggia tra gli orti urbani della Garbatella cammina dentro la coda lunga di quella idea.

Il barocchetto e gli alberghi suburbani

Lo stile dei primi lotti fu battezzato barocchetto dai suoi stessi creatori, Gustavo Giovannoni e Innocenzo Sabbatini, affiancati poi da Costantino Costantini, Mario De Renzi e Felice Nori. Il riferimento al barocco riguarda le modanature di sapore medievale, le figure di animali nei fregi, l’uso esteso di decorazioni floreali e botaniche, ma tutto restava dentro il bilancio dell’edilizia popolare: al posto dei marmi pregiati, stucchi e calce bianca. È architettura povera con ambizione decorativa, una combinazione rara e oggi molto imitata male.

Con il fascismo la pianificazione cambiò passo. Il rapporto tra verde e costruito calò, il progetto del porto fu abbandonato definitivamente, si cominciarono a costruire edifici più grandi e più alti per accogliere un numero crescente di arrivi, come il Lotto VIII di via Luigi Fincati. La trasformazione è leggibile a occhio nudo camminando: si parte dai villini, si attraversa l’architettura di transizione del lotto 27 e si arriva alle sperimentazioni del movimento moderno degli ultimi lotti costruiti, il 39, il 57, il 58, il 59 e il 60.

Il capitolo più impressionante sono i quattro lotti chiamati Alberghi, nei pressi di piazza Eugenio Biffi: il Rosso, il Bianco, il Giallo e il Beige, edificati a partire dal 1927. Erano alberghi suburbani, cioè strutture di accoglienza temporanea, nate pochi anni dopo le villette ma con una funzione completamente diversa e con un apparato decorativo via via ridotto. Ci finirono, tra gli altri, le famiglie sfollate dall’abbattimento della Spina di Borgo per aprire via della Conciliazione e dalle demolizioni per via dei Fori Imperiali: quartieri interi del centro storico svuotati con il piccone, e la popolazione spostata sui colli a sud. È il motivo per cui la Garbatella ha fama di ospitare famiglie di antica romanità: molte di quelle famiglie romane non ci sono arrivate per scelta.

Merita una sosta anche il Lotto 24, tredici villini noti come casette modello, tra via delle Sette Chiese, via De Jacobis e via Borri, edificati in occasione del dodicesimo Congresso Internazionale delle Abitazioni e Piani Regolatori del 1929. Agli ingressi sono stati apposti marmi con i nomi degli architetti che progettarono le singole palazzine, e il concorso fu vinto dall’edificio d’angolo tra via delle Sette Chiese e via Borri, di Mario De Renzi. È uno dei pochi posti a Roma dove l’edilizia popolare viene firmata come si firma un palazzo signorile.

Va detto che non tutto è sopravvissuto: alcuni dei lotti più antichi presso piazza Benedetto Brin furono demoliti negli anni Settanta, nel periodo della speculazione edilizia romana. E va detto che il carattere sperimentale e a misura d’uomo della Garbatella conviveva, a poca distanza, con la baraccopoli di Tor Marancia, che tutti chiamavano Shangai: la stessa Roma, nello stesso decennio, produceva entrambe le cose.

La foto giusta da fare a L’Aperossa 2026 — cinema, memoria e diritti tra Garbatella e Ostiense

La fotografia che conviene portarsi a casa non è quella dello schermo acceso nel cortile, che viene sempre mossa e sempre uguale a tutte le altre. È quella della Sala Macchine della Centrale Montemartini, e va fatta durante la visita guidata del pomeriggio, quando la luce entra dalle finestre alte e non si dipende dai faretti.

La regola è semplice: inquadrare in modo che nella stessa immagine ci siano una statua antica e un pezzo di macchinario. Il museo è costruito esattamente su questo cortocircuito, e la foto riuscita è quella in cui il marmo e il ferro convivono senza gerarchia. La Musa Polimnia appoggiata al suo pilastro, con il fianco di un motore diesel sullo sfondo, è l’inquadratura più citata del museo e resta la più efficace: il panneggio del marmo e le nervature della ghisa hanno un ritmo sorprendentemente simile, e il bianco contro il nero fa il resto.

Qualche accorgimento tecnico, perché quella sala punisce chi improvvisa. La luce è mista, calda dai faretti e fredda dalle vetrate, e il bilanciamento automatico dei telefoni tende a virare tutto verso l’arancione: se il telefono lo consente, conviene fissare la temperatura colore manualmente o scattare in formato grezzo e sistemare dopo. I neri dei macchinari mangiano dettaglio: meglio sovraesporre leggermente e recuperare le ombre, invece di ritrovarsi masse nere indistinte. E soprattutto, abbassatevi. Quelle sculture sono esposte a un’altezza pensata per la lettura ravvicinata, e scattare dal basso, da poco sopra il piano del basamento, restituisce la monumentalità che a occhio si percepisce e che la foto in piedi perde sempre.

Le altre due inquadrature che vale la pena cercare

La seconda è nella ex sala caldaie numero due, dove dal novembre 2016 sono esposte le carrozze del treno di papa Pio IX. È un oggetto che spiazza chiunque: un treno papale ottocentesco dentro una centrale elettrica dentro un museo archeologico. Fotografato di tre quarti, con le lamiere della sala che incorniciano il vagone, è una di quelle immagini che a chi la guarda da lontano sembra un fotomontaggio.

La terza è fuori dal museo, tra i lotti della Garbatella, e va cercata nel tardo pomeriggio quando il sole radente prende i muri. Le loggette, le scale esterne, i cortili con i panni stesi e le targhe marmoree con i nomi delle strade dei navigatori: qui la fotografia da fare non è il monumento ma la sequenza. Cinque scatti degli stessi elementi ripetuti in cinque lotti diversi raccontano il quartiere molto meglio di una veduta d’insieme, che peraltro da qui non esiste, perché la Garbatella non ha un punto panoramico che la contenga tutta. Sullo sfondo, verso l’Ostiense, la sagoma del gazometro chiude quasi sempre la prospettiva: è la struttura reticolare in ferro che si vede da mezza Roma sud e che nelle fotografie di questo quadrante funziona come una firma.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Questo quadrante ha una densità di date che pochi pezzi di Roma reggono, e quasi tutte hanno a che fare con il lavoro, con l’energia e con la casa. Le metto in fila, perché camminando tra le tre sedi della rassegna si attraversano tutte.

30 giugno 1912. Il sindaco Ernesto Nathan inaugura la centrale termoelettrica Montemartini, progettata dall’ingegner Corrado Puccioni. La produzione parte il giorno successivo. È il primo impianto della neonata Azienda Elettrica Municipale, antenata dell’Acea, nata a sua volta nel 1909. La zona era già a vocazione industriale, con i Mercati Generali e il Gazometro poco distanti, vicina al Tevere per l’approvvigionamento d’acqua e servita da strade e ferrovia.

1913. Muore Giovanni Montemartini, durante un dibattito in consiglio comunale. L’impianto viene intitolato a lui.

18 febbraio 1920. Vittorio Emanuele III posa la prima pietra della Garbatella in piazza Benedetto Brin. Nasce un quartiere pensato per i lavoratori di un porto che non sarà mai costruito.

1927. Cominciano a sorgere gli alberghi suburbani presso piazza Eugenio Biffi, destinati ad accogliere chi arriva e chi viene sfollato dal centro. Due anni dopo, nel 1929, il Lotto 24 viene edificato in occasione del dodicesimo Congresso Internazionale delle Abitazioni e Piani Regolatori.

21 aprile 1933. Alla Montemartini vengono inaugurati due motori diesel Franco Tosi da settemilacinquecento cavalli ciascuno, che sostituiscono i precedenti di potenza minore. Sono tra le macchine che oggi si vedono nelle sale del museo, e non sono repliche: sono quelle.

Fine anni Trenta. I preparativi per l’Esposizione Universale del 1942 fanno impennare la domanda di elettricità della città. Alla centrale viene aggiunta una terza turbina a vapore da ventimila chilowatt, con due caldaie a quarantacinque atmosfere, e viene costruita una nuova sala caldaie per ospitarle. Quella sala, ottant’anni dopo, sarà uno spazio espositivo.

1943. Durante l’occupazione tedesca di Roma, l’ingegner Puccioni, allora direttore generale dell’Acea, viene costretto alle dimissioni per essersi opposto al trasferimento dei macchinari in Germania. La Montemartini resta l’unica centrale elettrica su cui la città può contare. Nello stesso periodo la Garbatella, insieme all’Ostiense, al Portuense e a Testaccio, è uno dei quartieri dove la Resistenza trova appoggio senza condizioni: è la ragione storica per cui questo quadrante viene chiamato rosso, e non una etichetta affibbiata dall’esterno.

Dopoguerra. Alla Garbatella nasce Le Sgarbatelle, una società di mutuo soccorso formata spontaneamente dalle donne del quartiere: con le quote versate da ciascuna iscritta si aiutavano le famiglie in difficoltà. È una storia minore nei manuali e maggiore nel quartiere, e il tipo esatto di vicenda che un archivio come l’AAMOD esiste per non far sparire.

1968. Dopo mezzo secolo di attività la centrale Montemartini viene dismessa: obsoleta e non più conveniente. Seguono anni di abbandono, di uso come magazzino, e perfino l’ipotesi di demolire tutto.

Anni Settanta. Nel periodo della grande speculazione edilizia romana vengono demoliti alcuni dei lotti più antichi della Garbatella, nei pressi di piazza Benedetto Brin. Quello che resta, resta per resistenza di quartiere più che per tutela.

Fine anni Settanta. Nasce l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, con Cesare Zavattini primo presidente e Paola Scarnati fondatrice e segretario generale.

Fine anni Ottanta. L’Acea sceglie il restauro invece della demolizione: la sala macchine e la sala caldaie diventano spazi espositivi, gli altri ambienti uffici, laboratori e magazzini.

1995. La Sovrintendenza capitolina organizza una grande mostra ai Musei Capitolini che impone la ristrutturazione della galleria lapidaria e di altri ambienti del Palazzo dei Conservatori. Per non sottrarre le opere al pubblico durante i lavori, si cercano spazi ampi: la scelta cade sulla centrale dismessa.

1997. Quella che doveva essere una sistemazione provvisoria diventa definitiva. Gli spazi museali vengono inaugurati con la mostra Macchine e Dei, titolo che dichiara senza pudore l’accostamento tra archeologia classica e archeologia industriale. Nasce il secondo polo dei Musei Capitolini.

2005 e 2006. I locali dell’Acea dentro il complesso vengono ristrutturati e dal 2006 ospitano la sede della Fondazione AAMOD, con la Sala Zavattini, la biblioteca specializzata, le sale di lavoro per montaggi, migrazioni di supporti, edizioni di film, digitalizzazione e restauro, la sala intitolata ad Ansano Giannarelli e la stanza con moviola e passafilm per consultare la pellicola.

Novembre 2016. Apre la ex sala caldaie numero due con le carrozze del treno di papa Pio IX. Nel dicembre 2017 apre la stanza dei sarcofagi di età imperiale, intitolata Dal mito al miracolo.

Luglio 2026. L’Aperossa attraversa per dieci sere tutti questi strati contemporaneamente, e lo fa gratis. Messa in fila così, la rassegna somiglia meno a un evento estivo e più alla manutenzione di una memoria che in questo quadrante è ancora di prima mano.

Chi è passato da L’Aperossa 2026 — cinema, memoria e diritti tra Garbatella e Ostiense

L’edizione 2026 ha portato sul palco, ai tavoli e davanti ai microfoni un elenco lungo di autori, studiosi, giornalisti, attivisti e operatori culturali. Riporto i nomi indicati dalla Fondazione tra i protagonisti di questa edizione, senza abbinarli a singole serate perché il calendario puntuale variava di giorno in giorno: Sabrina Sciabica, Gabrielle Bosco, Manuela Mocellin, Maya Issa, Francesca Nardo, Chiara Becchimanzi, Valerio Mattioli, Maurizio Braucci, Paolo Fazzini, Francesca Cadin, Damiano Garofalo, Luca Peretti, Dario Salvetti, Lluis Paradell, Giulia Bucalossi, Tommaso Arrotta, Valentina Vicovaro, Benedetta Contu, Flavia Rossi, Stefano Rulli, Carolina Di Domenico, Pier Lorenzo Pisano, Alice Sagrati, Francesca Zanni, Riccardo Noury, Nello Trocchia, Luca Casarini, Pietro Perotti, Tommaso D’Elia, Sarita Fratini, Roberto Livi e Marco Papacci.

Anche senza conoscerli tutti, l’elenco si legge bene. Stefano Rulli è uno degli sceneggiatori italiani più importanti degli ultimi quarant’anni. Maurizio Braucci viene dalla scrittura napoletana e dal cinema. Riccardo Noury è il volto pubblico di Amnesty International in Italia. Nello Trocchia fa giornalismo d’inchiesta. Luca Casarini arriva dal soccorso in mare. Carolina Di Domenico viene dalla radio e dalla televisione. Damiano Garofalo e Luca Peretti sono studiosi di cinema e di storia dell’audiovisivo. Valerio Mattioli scrive di cultura e di controculture. Pietro Perotti è una figura storica delle lotte operaie torinesi. Messi insieme, disegnano con precisione il perimetro tematico della rassegna: memoria, lavoro, diritti, conflitti, e il cinema come strumento per tenerli insieme.

Alla parte performativa hanno dato voce Ascanio Celestini con le letture di Fabbrica, Gioia Salvatori con il progetto Cuoro e la sonorizzazione dal vivo di Alexandra Genzini, e il gruppo del podcast di Alessandra Flamini con Frad, Valentina Medda, Ilaria Giambini e Paola Giglio. I laboratori per l’infanzia sono stati curati da Simona Debernardis, le visite guidate al museo dall’Associazione Vita Romana, il progetto Esplora dall’associazione Marmorata 169. E ogni sera, prima di tutto il resto, Vincenzo Vita con i suoi tre minuti.

E chi è passato da queste strade prima della rassegna

Il capitolo si allarga volentieri, perché in questo quadrante l’elenco è lungo. Cesare Zavattini, che qui ha presieduto un archivio e non ha soltanto prestato il nome a una sala. Ansano Giannarelli, documentarista e per anni figura centrale della Fondazione, ricordato nell’intitolazione di uno dei locali della sede. Joris Ivens, con il suo film sulla Spagna, ci è tornato nel 2026 da schermo.

Poi c’è il cinema che alla Garbatella ci ha girato. Nanni Moretti ha dedicato al quartiere la parte forse più ricordata di Caro diario, la passeggiata in Vespa, e lo ha definito il quartiere che gli piace più di tutti: da allora un pezzo consistente della fama nazionale della zona passa da quel giro in motorino. Sempre Moretti aveva usato come sfondo, in Bianca, la monumentale scuola Cesare Battisti che si affaccia su piazza Damiano Sauli, uno degli edifici scolastici più fotografati di Roma. La zona ospita anche una succursale dell’Istituto Professionale di Stato per la Cinematografia e la Televisione Roberto Rossellini, il che significa che qui il cinema non è soltanto un set: è anche un mestiere che si insegna.

Infine il Teatro Palladium, che prima di essere il teatro dell’Università Roma Tre era il Cinema Teatro Garbatella, cinema rionale del quartiere. Roma Tre ha una delle sue sedi nelle vecchie vetrerie ai piedi della collina, e questo spiega la presenza costante di studenti che ha cambiato il volto serale dell’Ostiense negli ultimi venticinque anni.

L’archivio dietro la rassegna, e perché conta

La Fondazione non fa soltanto conservazione. Produce e coproduce film, organizza rassegne e convegni, cura pubblicazioni specializzate, gestisce attività di formazione e svolge didattica per le scuole di ogni ordine e grado sulla cultura cinematografica e sull’uso dei documenti audiovisivi come fonti per la storia. Bandisce il Premio Cesare Zavattini e la residenza artistica Suoni e Visioni, e organizza un festival dedicato al riuso creativo delle immagini d’archivio. Nel 2026 la Fondazione è stata anche coinvolta nel recupero di un fondo documentaristico di rilievo internazionale insieme ad altre cineteche italiane, e ha partecipato alla Notte degli Archivi di Archivissima con un intervento dedicato al patrimonio latente, cioè a tutto quello che un archivio possiede e che nessuno ha ancora guardato.

È quest’ultima espressione che secondo me spiega meglio di ogni altra il senso dell’Aperossa. Un archivio audiovisivo è per definizione un luogo dove la quantità di materiale supera enormemente la capacità di consultazione: migliaia di ore che nessuno ha visto da decenni, bobine catalogate sommariamente, fotografie in attesa di riordino. Una rassegna estiva gratuita è uno dei pochi strumenti concreti per far uscire qualcosa da quella condizione e rimetterlo davanti a delle persone. Non risolve il problema, ma è l’unico modo di affrontarlo che produca anche un effetto pubblico immediato.

C’è poi una questione di collocazione che vale la pena dire chiaramente, senza farne una polemica. L’AAMOD raccoglie e racconta la storia di una parte politica precisa, quella del movimento operaio e della sinistra italiana, e non lo nasconde: è scritto nella ragione sociale. Chi entra sapendo questo può apprezzare il valore documentario di quello che vede anche senza condividerne le premesse, esattamente come si entra in un archivio diocesano o in una fondazione d’impresa. Il patrimonio è reale, la catalogazione è seria, il restauro è competente, e la rassegna è fatta bene. Il punto di vista è dichiarato in anticipo, che è più di quanto facciano molte istituzioni culturali che si presentano come neutrali.

Cosa aspettarsi dalla prossima edizione

L’edizione 2026 si è chiusa il 24 luglio. Alla data in cui scrivo, a settembre, la Fondazione non ha ancora comunicato il calendario dell’edizione successiva, e sarebbe presto: questo tipo di progetto dipende da bandi pubblici che si chiudono in primavera, e la comunicazione del programma arriva di solito a fine giugno o nei primissimi giorni di luglio. Nel 2026 la notizia con tutti i dettagli è stata pubblicata il primo luglio, cioè dodici giorni prima dell’apertura.

Chi vuole arrivarci preparato ha tre mosse sensate. La prima è iscriversi alla newsletter della Fondazione, che è il canale su cui il programma compare per primo. La seconda è tenere d’occhio la fine di giugno, invece di cercare notizie a maggio quando non ce ne sono. La terza, per chi ha figli nella fascia otto-dodici anni o vuole la visita guidata al museo, è scrivere all’indirizzo delle prenotazioni appena esce il calendario: quelle attività hanno numeri chiusi piccoli e si esauriscono in fretta, mentre per incontri e proiezioni basta presentarsi con un po’ di anticipo.

Sulla forma, le probabilità sono che resti quella: due settimane di luglio spezzate, tre sedi, ingresso libero, pomeriggio laboratoriale e sera divisa tra parola e schermo. È un impianto che dopo diverse edizioni ha trovato il suo equilibrio, e i festival che funzionano raramente cambiano struttura quando la struttura regge.

Cosa vedere intorno, se si arriva presto

Chi decide di dedicare alla rassegna il pomeriggio intero ha, nel raggio di una passeggiata, una delle concentrazioni di cose notevoli meno frequentate di Roma. La Centrale Montemartini è la prima e la più ovvia, e anche fuori dai giorni della rassegna vale da sola il viaggio: la collezione arriva in gran parte dagli scavi condotti dopo il 1870, quando Roma diventò capitale, e da quelli degli anni Trenta, e comprende sculture che ai Musei Capitolini sarebbero in sale affollate mentre qui si guardano in pace.

A pochi passi, il Museo della Via Ostiense, ricavato dentro la Porta San Paolo, racconta la strada che collegava Roma a Ostia e il sistema portuale antico: è piccolo, è quasi sempre vuoto ed è il complemento storico perfetto a una giornata passata a ragionare di questo quadrante. Accanto, la Piramide Cestia, che è la cosa più improbabile del panorama romano e che dal lato di via Ostiense si fotografa meglio che dalla piazza.

Salendo verso il quartiere, la Basilica di San Paolo fuori le Mura chiude l’orizzonte a sud: è la basilica dalla quale i colli della Garbatella presero il nome di Colli di San Paolo, ed è il capo della via delle Sette Chiese che attraversa il quartiere. Dentro il Parco di Commodilla, poi, si apre l’ingresso delle Catacombe di Commodilla, con una piccola basilica ipogea della fine del quarto secolo e un cimitero decorato con scene bibliche dipinte: un pezzo di tardo antico dentro un quartiere del Novecento, a cinque minuti dai lotti.

Se invece la giornata comincia dall’altra parte del binario, il Museo Diffuso del Rione Testaccio e il Nuovo Mercato Testaccio raccontano la stessa storia di lavoro e di case popolari con un accento diverso, e sono a una fermata di metropolitana. Per chi vuole incrociare altre rassegne estive nello stesso periodo, sulla riva del fiume c’è Lungo il Tevere Roma, e nel quadrante sud-est l’arena gratuita di Roma Cinema Arena al Parco degli Acquedotti.

In sintesi

L’Aperossa 2026 è stata una rassegna di dieci giornate, dal 13 al 17 e dal 20 al 24 luglio, a ingresso completamente libero, distribuita tra La Villetta Social Lab alla Garbatella, la sede della Fondazione AAMOD in via Ostiense 106 e il Museo della Centrale Montemartini. Ha messo insieme incontri, presentazioni di libri, podcast dal vivo, letture, laboratori di cinema per bambini, passeggiate con podcast geolocalizzato, visite guidate e proiezioni serali di documentari e film poco distribuiti. È finita, e la prossima edizione andrà cercata a fine giugno per il luglio successivo.

Il consiglio, se dovessi riassumerlo in una riga, resta quello: non trattatela come un cinema all’aperto gratuito, perché come cinema all’aperto è buona e come percorso di una serata intera è notevole. E approfittate delle visite alla Centrale Montemartini, che sono il regalo meno pubblicizzato di tutto il cartellone.

Se state costruendo un itinerario romano più lungo attorno a una serata come questa, o se dovete incastrare la Garbatella dentro una settimana che comprende anche il centro e magari una gita fuori porta, due strumenti che uso e consiglio: TourLeaderPro per la parte operativa, cioè guide, gruppi, tempi di spostamento e gestione delle prenotazioni quando i visitatori sono più di due; e ItalyPlanner per la pianificazione del viaggio in senso ampio, itinerari su più città e quella parte di organizzazione che a Roma fa la differenza tra vedere tre cose bene e nove cose male. Per il resto dell’estate romana, il posto dove guardare resta questo.

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Data Evento13 Luglio 2026 — 24 Luglio 2026
IndirizzoLa Villetta Social Lab, Via Passino 26 — Garbatella, 00154 Roma Roma Città
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