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Moda in Luce 1955-1975 alla Centrale Montemartini — Roma fra glamour e industria

Alla Centrale Montemartini di via Ostiense 106 si tiene "Moda in luce 1955-1975", la mostra che racconta i vent'anni in cui Roma vestiva il cinema e, attraverso il cinema, mezzo mondo: dal 26 giugno al 15 novembre 2026, circa centocinquanta fotografie dell'Archivio Storico Luce, cinque postazioni video e ventisette abiti originali dentro una ex centrale termoelettrica dove le statue romane convivono con turbine e motori diesel. La mostra risulta in corso: al 12 settembre 2026 mancano circa due mesi alla chiusura.

Centrale Montemartini, Roma
Centrale Montemartini, Roma: la Sala Macchine con i motori diesel e le sculture antiche dei Musei Capitolini, il contrasto che ha reso famoso questo museo e che fa da cornice alla mostra sulla moda. Foto: Rita batacchi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Ci sono mostre che funzionano perché il contenuto è forte, e mostre che funzionano perché il contenitore aggiunge qualcosa che in una sala bianca andrebbe perduto. Questa appartiene alla seconda categoria, e lo si capisce dopo dieci passi dentro la Sala Macchine. Un abito da sera degli anni Sessanta, illuminato da una luce radente, davanti a un motore diesel alto come una casa di due piani: il confronto non è un vezzo di allestimento, perché il tema stesso della mostra è l'incontro fra sartoria e industria, fra il lavoro delle mani e il lavoro delle macchine, fra il glamour di via Veneto e i telai della provincia italiana che quel glamour lo rendevano materialmente possibile.

Il titolo scelto dagli organizzatori parla di luce. E la luce, qui, ha due significati sovrapposti. Il primo è quello dell'Archivio Storico Luce, la fototeca da cui arriva la maggior parte delle immagini esposte: fotografie di scena, servizi di cronaca mondana, reportage dalle sfilate e dai set. Il secondo è quello letterale della centrale elettrica, il luogo che per mezzo secolo ha prodotto la corrente con cui Roma si è illuminata. Una mostra sulla moda fotografata, dentro l'edificio che faceva luce: la coincidenza regge, e regge anche visivamente.

Che cos'è Moda in luce e dove si tiene

"Moda in luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale" è una mostra temporanea allestita alla Centrale Montemartini, la sede distaccata dei Musei Capitolini che si trova in via Ostiense 106, nel quartiere Ostiense, a poche centinaia di metri dalla stazione Piramide e dal quadrante di Testaccio. Il periodo di apertura dichiarato dal museo va dal 26 giugno al 15 novembre 2026.

La cura è affidata a Fabiana Giacomotti. L'organizzazione è di Archivio Luce Cinecittà insieme al Ministero della Cultura. La promozione è di Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, e della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali; i servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura. Sono informazioni che compaiono sulla scheda ufficiale del museo e che vale la pena tenere a mente, perché spiegano anche la natura del materiale esposto: un archivio fotografico pubblico di enorme profondità, messo a disposizione di un percorso che non è una retrospettiva di uno stilista, ma il ritratto di un sistema.

La distinzione conta. Le mostre monografiche di moda raccontano una firma: una carriera, un'estetica, una parabola personale. Questa racconta invece un ecosistema che per vent'anni ha funzionato mettendo in relazione cose lontanissime fra loro: le sartorie romane, gli studi di Cinecittà, le filature e le tessiture del Nord, i rotocalchi, le attrici americane in trasferta, i fotografi che le inseguivano lungo via Veneto, le boutique che copiavano il giorno dopo quello che avevano visto la sera prima. Il risultato, negli anni fra la metà dei Cinquanta e la metà dei Settanta, è stato un'industria culturale che ha proiettato l'immagine dell'Italia molto oltre i suoi confini.

Perché la Centrale Montemartini e non un museo della moda

Roma non ha un grande museo permanente dedicato alla moda, e questa assenza pesa su una città che alla moda ha dato moltissimo. Le mostre, quindi, trovano ospitalità dove c'è spazio e dove c'è un'idea. La Centrale Montemartini offre entrambe le cose: sale ampie, alte, con una scansione monumentale data dalle macchine, e un'identità che spinge naturalmente verso il tema industriale. Una mostra che parla di seta, di lane pettinate, di telai e di filature trova qui un fondale coerente, non un ripiego.

Va detto con onestà che l'accostamento ha anche un rischio: le macchine sono ingombranti, visivamente prepotenti, e possono rubare la scena a un abito appeso. Chi ha allestito ha lavorato molto sulle luci e sulle distanze, e nella maggior parte dei casi il bilanciamento funziona. In qualche passaggio, però, conviene avvicinarsi parecchio alle vetrine per isolare il dettaglio, altrimenti l'occhio continua a scappare verso i cilindri dei motori. È il prezzo del luogo, e la maggior parte dei visitatori lo paga volentieri.

Quanto tempo serve

Per la sola mostra bastano quaranta minuti se si guarda senza leggere, un'ora e un quarto se si leggono le didascalie e ci si ferma alle postazioni video. Ma alla Centrale Montemartini nessuno viene solo per la mostra temporanea: la collezione archeologica permanente merita da sola un'ora abbondante, e la sala del treno di Pio IX un quarto d'ora. Un giro completo e comodo occupa due ore e mezza. Con i bambini, meglio calcolare due ore e mettere in conto una sosta.

L'ultimo ingresso è fissato un'ora prima della chiusura. Presentarsi alle 18 con l'idea di vedere tutto significa correre, e correre qui è uno spreco, perché la metà del piacere consiste nel guardare le cose da lontano, poi da vicino, poi di nuovo da lontano.

La moda romana fra gli anni Cinquanta e i Settanta

Il ventennio scelto dalla mostra non è casuale. Il 1955 cade nel pieno della stagione in cui l'alta moda italiana, dopo le prime sfilate collettive organizzate a Firenze all'inizio del decennio, si è ormai imposta come alternativa credibile a Parigi. Il 1975 arriva quando il modello sta esaurendosi: la sartoria su misura cede terreno al prêt-à-porter industriale, il baricentro si sposta verso Milano, e la stagione romana si chiude senza un atto formale, semplicemente perché il mondo intorno è cambiato.

In mezzo ci sono vent'anni in cui Roma è stata, per un pezzo di pubblico internazionale, la capitale dell'eleganza italiana. Non per una decisione presa a tavolino, ma per una combinazione di circostanze che si sono rinforzate a vicenda.

Il cinema come motore

La prima circostanza è Cinecittà. Negli anni Cinquanta le produzioni americane trovavano in Italia costi bassi, maestranze eccellenti e una burocrazia gestibile. Arrivavano troupe intere, e con loro arrivavano attrici che a Roma passavano mesi. Un'attrice che vive a Roma per una stagione intera si veste a Roma: per il set, ma soprattutto fuori dal set, per le prime, le cene, le feste, i ricevimenti in ambasciata. Le sartorie romane si sono trovate una clientela che nessuna campagna pubblicitaria avrebbe potuto procurare.

Il secondo effetto è più sottile. Il cinema insegna a guardare gli abiti in movimento e sotto luce artificiale. Un vestito pensato per la fotografia e per la macchina da presa ha esigenze diverse da un vestito pensato per un salone: deve reggere il controluce, deve muoversi bene, deve leggersi in bianco e nero. Le sartorie che lavoravano con gli studi hanno assorbito questa grammatica, e l'hanno riportata nelle collezioni. Molti degli abiti che oggi consideriamo iconici di quegli anni nascono da quella scuola.

Via Veneto e la cronaca mondana

La seconda circostanza si chiama via Veneto. Fra la metà dei Cinquanta e i primi Sessanta la strada che sale da piazza Barberini verso Porta Pinciana è stata il palcoscenico di una vita notturna che i giornali di tutto il mondo raccontavano ogni settimana. I fotografi che stazionavano davanti ai caffè hanno inventato un modo di lavorare aggressivo e immediato che ha cambiato il fotogiornalismo, e che al cinema è stato consegnato un nome destinato a restare nella lingua.

Per la moda questo ha significato una cosa precisa: ogni abito indossato in pubblico da una persona nota diventava, nel giro di poche ore, un'immagine riproducibile. Non esisteva ancora la sfilata televisiva di massa, e la passerella raggiungeva poche centinaia di persone. Il rotocalco ne raggiungeva milioni. La moda romana ha imparato prestissimo a progettare per la fotografia di cronaca, non solo per la cliente.

Le sartorie e il sistema dell'alta moda

La terza circostanza è la struttura produttiva. Roma aveva, in quegli anni, un tessuto di sartorie capaci di lavorare su misura a un livello altissimo, con maestranze formate nel lavoro teatrale e cinematografico oltre che nell'abbigliamento civile. Le sfilate romane di alta moda, ospitate nei palazzi storici e nelle sale degli alberghi, erano appuntamenti che i compratori stranieri mettevano in calendario.

La mostra, secondo la scheda ufficiale, porta in sala abiti originali di Valentino Garavani, di Karl Lagerfeld per Fendi, delle Sorelle Fontana e di Roberto Capucci. Sono quattro nomi che da soli descrivono quattro strade diverse: l'eleganza costruita e internazionale, l'innovazione portata da una direzione creativa esterna dentro un'azienda di famiglia, la sartoria che veste il cinema e le teste coronate, la ricerca sulla forma che porta l'abito vicino alla scultura. Altri nomi compaiono nel percorso, ma è giusto citare solo quelli confermati dalla fonte ufficiale.

L'industria che stava dietro

La parola "industriale" nel titolo della mostra non è decorativa. Un abito di alta moda esiste perché esiste un tessuto, e il tessuto esiste perché esiste un'azienda che lo produce con una qualità e una costanza sufficienti. La scheda ufficiale cita, fra i protagonisti di questa parte del racconto, Mantero Seta, Taroni ed Ermenegildo Zegna: la seta stampata e operata, i tessuti per la sartoria, la lana pettinata. Tre realtà del Nord che hanno alimentato ateliers del Centro, in un rapporto che è stato la vera colonna vertebrale del sistema italiano.

È una parte del racconto che in genere rimane fuori dalle mostre di moda, perché è meno spettacolare di un abito da sera. Qui invece ha spazio, e alla Centrale Montemartini acquista un senso in più: parlare di macchine tessili dentro una sala piena di macchine elettriche crea un rimando che non ha bisogno di essere spiegato.

Il lavoro per lo spettacolo

Accanto alla moda civile c'è il costume. La fonte ufficiale cita la sartoria Farani, una delle case storiche del costume teatrale e cinematografico romano, e materiali provenienti dalla collezione di Massimo Cantini Parrini. È un innesto che sposta il discorso: il costume non deve piacere a una cliente, deve raccontare un personaggio, e per farlo può permettersi una libertà che la moda commerciale non ha. Vedere le due cose nella stessa mostra aiuta a capire quanto, in quegli anni romani, i confini fossero porosi: le stesse mani lavoravano per il set la mattina e per l'atelier il pomeriggio.

Che cosa si vede in mostra

Il nucleo del percorso, come dichiarato dal museo, è composto da circa centocinquanta fotografie, in larga parte provenienti dall'Archivio Storico Luce, cinque postazioni video con filmati spesso inediti e ventisette abiti originali, molti dei quali mai esposti prima. A questi si aggiungono tessuti, documenti d'archivio e una sala allestita come biblioteca, con campionari tessili e riviste rare.

Le fotografie

Centocinquanta immagini sono tante, e la scelta di fondarci sopra la mostra dice qualcosa sull'impostazione: qui l'abito è un reperto, la fotografia è il documento. L'Archivio Luce ha una caratteristica che lo distingue dalle fototeche di moda: non nasce come archivio di moda. Nasce come archivio di cinegiornali, di documentari, di cronaca. Quindi le immagini di abiti che contiene sono quasi sempre immagini di situazioni: un arrivo, un'uscita, una prova, un backstage, una folla dietro le transenne. È un punto di vista che restituisce il contesto sociale della moda, non solo il prodotto.

Fra i volti che la scheda ufficiale indica come presenti nelle fotografie ci sono Sophia Loren, Audrey Hepburn, Anita Ekberg, Lucia Bosè, Claudia Cardinale ed Elsa Martinelli. Sono nomi che nel ventennio considerato hanno attraversato Roma in modi diversi, e che le immagini restituiscono con la naturalezza che solo la fotografia di cronaca sa dare.

Gli abiti

Ventisette abiti originali sono un numero contenuto, e dichiaratamente selettivo. Non si tratta di un guardaroba enciclopedico, ma di una scelta di pezzi in grado di reggere il confronto ravvicinato. Un abito esposto in vetrina si giudica sui dettagli: la tenuta di una cucitura, il modo in cui una gonna cade quando è sostenuta da un manichino, il peso del tessuto, il finissaggio di un bordo. Chi ha un po' di pratica di cucito trova qui materiale per mezz'ora buona davanti a un singolo capo.

Il museo sottolinea che molti degli abiti sono in gran parte inediti, cioè mai mostrati al pubblico prima. Per gli appassionati è probabilmente la ragione principale della visita, perché significa che nemmeno i cataloghi consultati in passato li contengono.

I video

Le cinque postazioni video con filmati spesso inediti sono, per chi ha tempo, la parte più sottovalutata. Una fotografia di un abito mostra una forma; un filmato mostra come quella forma si comportava quando la persona camminava, si sedeva, si girava verso un fotografo. Il movimento è metà del progetto di un vestito, e quasi sempre è la metà che nelle mostre scompare. Qui c'è, e conviene sedersi.

La sala biblioteca

La sala allestita come biblioteca, con campionari tessili e riviste rare, è il luogo dove la mostra scende al livello materiale. I campionari sono oggetti tecnici, fatti per essere toccati e confrontati; le riviste dell'epoca mostrano come la moda veniva spiegata al pubblico, con quale linguaggio, con quali illustrazioni, con quale idea di cliente. Chi si interessa di storia del costume trova qui il materiale più denso del percorso.

Il catalogo

Esiste un catalogo pubblicato da Silvana Editoriale, a cura di Fabiana Giacomotti, di 288 pagine nel formato 22x29 centimetri. Per una mostra basata su un archivio fotografico il catalogo non è un ricordo, è lo strumento: le immagini che in sala si guardano in fila, sul libro si possono confrontare. Il prezzo di copertina non risulta indicato sulla scheda del museo e conviene verificarlo al bookshop.

La Centrale Montemartini come sede

Anche chi arriva per la moda esce parlando dell'edificio. La Centrale Montemartini è uno dei musei più particolari d'Europa, e la sua storia merita di essere raccontata per intero, perché spiega perché una mostra di abiti finisca in mezzo a dei motori.

La prima centrale elettrica pubblica di Roma

L'impianto venne inaugurato nel 1912 lungo la via Ostiense, fra i Mercati Generali e la sponda sinistra del Tevere. Era la prima centrale termoelettrica pubblica della città: fino a quel momento l'elettricità romana dipendeva da concessioni private, e l'amministrazione comunale decise di dotarsi di una produzione propria. La collocazione non fu casuale: il fiume serviva per l'acqua, la ferrovia e il porto fluviale per il carbone, la via Ostiense per i collegamenti. L'intera zona, in quegli anni, veniva progettata come il quadrante industriale della capitale.

Nel 1913 l'impianto fu intitolato a Giovanni Montemartini, assessore comunale morto durante una seduta del consiglio. Il nome è rimasto all'edificio e poi al museo.

Come funzionava

La centrale lavorava con turbine a vapore alimentate da caldaie e con motori diesel. La combinazione serviva a gestire il variare della domanda: le turbine garantivano il servizio continuo, i motori diesel entravano in funzione nelle ore di punta, quando la città chiedeva più corrente di quanta ne potesse fornire la linea di base. È un dettaglio tecnico che in sala si legge a occhio nudo, perché le macchine sono ancora al loro posto e la loro funzione si intuisce dalla scala.

L'impianto ha smesso di funzionare a metà degli anni Sessanta, superato da centrali più grandi e più efficienti. Per un paio di decenni è rimasto in una condizione intermedia, né demolito né riusato. Alla fine degli anni Ottanta ACEA, l'azienda elettrica municipale, avviò una ristrutturazione complessiva: la Sala Macchine e la nuova Sala Caldaie furono trasformate in spazio per mostre e attività multimediali, mentre il resto diventò uffici, laboratori e depositi.

Le macchine e gli dei

La svolta arriva nel 1997. I Musei Capitolini erano in ristrutturazione e serviva un luogo dove trasferire temporaneamente una parte delle sculture e dei materiali archeologici. La scelta cadde sulla centrale dismessa, e la mostra che ne nacque si chiamava "Le macchine e gli dei": aperta nell'ottobre 1997, metteva statue antiche accanto ai macchinari industriali rimasti sul posto. Doveva essere una soluzione provvisoria, ed è diventata l'idea museografica più riuscita della Roma contemporanea.

Il successo di pubblico e di critica fu tale che nel 2001 la sistemazione temporanea divenne museo permanente. Da allora la Centrale Montemartini ha continuato ad ampliarsi, recuperando spazi espositivi e portando in luce materiali rimasti a lungo nei depositi e mai studiati. Nel novembre 2016 ha aperto una nuova sala con le carrozze del treno di Pio IX.

Perché l'accostamento funziona

Il motivo per cui l'idea regge, e non è soltanto un colpo di teatro, ha a che vedere con la natura delle due cose messe insieme. Le sculture romane esposte qui sono in buona parte opere di alto artigianato prodotte in serie ragionata: repliche di originali greci, ritratti realizzati su modelli ricorrenti, decorazioni per ville e horti. Erano il prodotto di una filiera organizzata, con cave, officine, maestranze specializzate e trasporti. I macchinari della centrale appartengono a un'altra filiera, distante di venti secoli, ma con la stessa logica: progetto, produzione, manutenzione, dismissione.

Messe una accanto all'altra, le due famiglie di oggetti si spiegano a vicenda. Il marmo perde l'aura di cosa sacra e riprende la sua natura di manufatto; il motore perde la freddezza del pezzo tecnico e acquista la dignità di oggetto progettato. In mezzo, adesso, ci sono gli abiti, che appartengono anch'essi a una filiera fatta di materia prima, lavorazione, immagine e consumo. Il terzo elemento non rompe l'equilibrio: lo completa.

Le sale

Il percorso permanente si articola su più livelli. La Sala Macchine è quella dei grandi motori diesel, lo spazio più fotografato del museo. La Sala Caldaie ospita la sezione archeologica più articolata, con i frontoni e i grandi complessi decorativi. La Sala Colonne, al piano terra, accoglie i materiali più antichi. Le mostre temporanee trovano posto negli spazi che di volta in volta si prestano al tema, e la loro collocazione viene indicata all'ingresso.

Una raccomandazione pratica: prima di entrare nelle sale, conviene guardare la pianta esposta in biglietteria e capire dove si trova la mostra temporanea rispetto al percorso permanente. Molti visitatori fanno tutto il museo, arrivano stanchi alla mostra e la liquidano in un quarto d'ora. Chi ha interesse specifico per la moda dovrebbe fare il contrario: mostra prima, collezione dopo.

Biglietti e accesso

Le informazioni che seguono provengono dalle pagine ufficiali del museo. I musei civici romani rivedono periodicamente tariffe e condizioni, quindi una verifica prima di partire resta la scelta più prudente, soprattutto per chi viaggia con una famiglia numerosa o con un gruppo.

Orari

Il museo apre da martedì a domenica dalle 9 alle 19. L'ultimo ingresso è consentito un'ora prima della chiusura, quindi alle 18. La chiusura settimanale è il lunedì. Il museo resta chiuso anche il 1 maggio e il 25 dicembre. Il 24 e il 31 dicembre l'orario è ridotto, dalle 9 alle 14. Il 1 gennaio 2026 l'apertura era fissata dalle 11 alle 20, un dato che indica come nelle giornate particolari gli orari possano cambiare: per le festività conviene sempre controllare gli avvisi pubblicati dal museo.

Tariffe

Il biglietto della sola Centrale Montemartini costa 11 euro intero e 6,50 euro ridotto. Il biglietto integrato museo più mostra "Moda in luce", valido nel periodo dal 26 giugno al 15 novembre 2026, costa 14,50 euro intero e 10 euro ridotto.

Esiste poi la Capitolini Card, valida sette giorni, che comprende i Musei Capitolini in Campidoglio e la Centrale Montemartini: 15,50 euro intero e 11,50 euro ridotto. Per chi ha in programma entrambe le sedi è la formula più conveniente, anche perché sette giorni permettono di distribuire le due visite senza fretta.

Ingressi gratuiti

Dal febbraio 2026 l'ingresso risulta gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana, dietro esibizione di un documento valido. La gratuità si applica anche al biglietto integrato con la mostra. È una misura che cambia sensibilmente le abitudini di chi vive in città: significa poter passare mezz'ora davanti a una sola sala e tornare un'altra volta.

La MIC Card, che costa 5 euro, consente ai residenti l'ingresso libero per dodici mesi nel sistema dei musei civici, mostre comprese. Chi non rientra nella gratuità per residenza ma frequenta i musei romani con una certa regolarità la ammortizza in una sola visita.

L'ingresso risulta inoltre gratuito per le persone con disabilità e per un accompagnatore.

Prevendita e prenotazioni

La prevendita online prevede un diritto di prenotazione di 1 euro. I biglietti acquistati online o tramite il call center 060608 non sono rimborsabili né modificabili: vale la pena sceglierne bene la data. Per la giornata in corso è sempre possibile acquistare direttamente alla biglietteria del museo.

I gruppi da 5 a 25 persone devono prenotare gratuitamente al numero 060608, con un minimo di cinque biglietti acquistati in anticipo. Le scuole accedono gratuitamente presentando la documentazione dell'istituto.

Come arrivare

L'indirizzo è via Ostiense 106, 00154 Roma. Il riferimento più comodo per chi usa i mezzi pubblici è la stazione Piramide della metropolitana, da cui si prosegue lungo la via Ostiense per poco più di dieci minuti a piedi; la stessa fermata serve la ferrovia per il litorale e la stazione Roma Ostiense. Diverse linee di superficie percorrono la via Ostiense e fermano nei pressi del museo.

Chi arriva in automobile trova il quartiere trafficato in orario di ufficio e i parcheggi scarsi; la soluzione più semplice resta lasciare la macchina in zona Piramide o Ostiense e fare gli ultimi minuti a piedi. In bicicletta la via Ostiense si percorre bene, e il percorso lungo il Tevere permette di arrivare quasi fino all'ingresso evitando il traffico.

Consigli sul momento della visita

Il museo si riempie soprattutto nei fine settimana pomeridiani e nelle domeniche di pioggia. Le mattine infrasettimanali, dopo l'apertura, restano il momento più tranquillo. Nelle ultime settimane di apertura di una mostra l'affluenza cresce sempre: chi vuole guardare con calma dovrebbe evitare di rimandare a novembre.

Accessibilità

La Centrale Montemartini è uno dei musei romani più attrezzati sul fronte dell'accesso, e conviene riportare in dettaglio quello che il museo dichiara.

Disabilità motorie

L'edificio è percorribile in carrozzina sui diversi livelli grazie agli ascensori. Nel cortile interno è disponibile un parcheggio riservato, raggiungibile attraverso un percorso pedonale protetto e privo di barriere. Il museo presta sedie a rotelle su richiesta e mette a disposizione punti di sosta lungo il percorso. Per l'apertura del cancello e per richiedere i servizi il museo indica il numero 06 67105431.

Disabilità visive

Dall'ingresso parte un percorso tattile LOGES che accompagna verso le sale. Gli ascensori hanno l'annuncio vocale del piano e i pulsanti numerati in Braille. Sono disponibili audiodescrizioni attraverso l'applicazione del museo, pannelli tattili con didascalie in Braille e visite guidate tattili e sensoriali dedicate.

Persone sorde

Il museo mette a disposizione presentazioni video in Lingua dei Segni Italiana, accessibili tramite l'applicazione e attraverso i codici QR collocati lungo il percorso.

Famiglie

Contenuti pensati per i bambini sono disponibili sull'applicazione. I servizi igienici accessibili comprendono sanitari a misura di bambino e fasciatoi. I passeggini possono circolare in tutto il museo.

Una nota pratica sulla mostra

Per gli allestimenti temporanei l'altezza delle vetrine e la lunghezza dei testi possono variare rispetto agli standard del percorso permanente. Chi ha esigenze specifiche fa bene a telefonare prima al numero indicato dal museo e chiedere informazioni sulla mostra in corso, in modo da sapere in anticipo che cosa aspettarsi.

Che cosa si trova intorno: Ostiense, Piramide, Testaccio

Uno dei motivi migliori per venire fin qui è che il museo si trova al centro di un quadrante che da solo vale una giornata. La via Ostiense collega tre ambienti diversissimi in poche centinaia di metri: l'archeologia monumentale di Porta San Paolo, l'archeologia industriale dei Mercati Generali e del Gazometro, la vita popolare e gastronomica di Testaccio.

Piramide e dintorni

A pochi minuti a piedi verso il centro si incontra la Piramide Cestia, il sepolcro di un magistrato romano costruito alla fine del I secolo avanti Cristo e poi inglobato nelle Mura Aureliane. È un monumento che in fotografia sembra fuori contesto e dal vivo invece si spiega subito: la moda egizia che attraversò Roma dopo la conquista dell'Egitto produsse anche questo.

Accanto si trova il Cimitero acattolico, uno dei luoghi più silenziosi della città, con i cipressi, i gatti e le tombe di chi morì a Roma senza essere cattolico. Chi ha un'ora libera e un po' di disposizione alla malinconia lo trova a due passi dalla Piramide.

Nella struttura di Porta San Paolo si trova il Museo della via Ostiense, piccolo e spesso ignorato, che racconta la strada antica e il suo percorso fino al porto. Per chi sale sul camminamento delle mura, la vista sul quadrante ripaga la salita.

Testaccio

Dall'altra parte della via Ostiense comincia il Monte dei Cocci, una collina artificiale alta una cinquantina di metri formata da milioni di anfore olearie rotte e depositate in modo ordinato per secoli. È la discarica più studiata dell'antichità e uno dei documenti economici più importanti che Roma ci abbia lasciato: da quei frammenti si ricostruisce il commercio dell'olio nel Mediterraneo.

Poco più in là il Nuovo Mercato Testaccio è il posto giusto per mangiare senza cerimonie prima o dopo il museo: banchi di frutta e verdura, pesce, formaggi e una serie di chioschi da street food che lavorano soprattutto a pranzo. Il mercato chiude nel primo pomeriggio, quindi conviene organizzarsi.

Il Museo diffuso del rione Testaccio racconta invece il quartiere dal punto di vista di chi ci abita: l'ex Mattatoio, le case popolari, la memoria operaia. È un complemento naturale a una visita alla Centrale Montemartini, perché parla della stessa Roma industriale vista dal lato di chi la lavorava.

Sempre a Testaccio, negli spazi dell'ex Mattatoio, il MACRO porta avanti la sua programmazione di arte contemporanea. Chi vuole costruire una giornata su un unico tema, la riconversione degli edifici industriali romani in spazi per la cultura, ha qui tre esempi diversi nel raggio di un chilometro.

Verso San Paolo

Proseguendo lungo la via Ostiense in direzione opposta al centro si arriva alla Basilica di San Paolo fuori le mura, una delle quattro basiliche papali, ricostruita dopo l'incendio del 1823 e sorprendente per dimensioni. Il chiostro cosmatesco, spesso trascurato dai gruppi di passaggio, è uno dei più belli d'Italia. Con la metropolitana sono due fermate dalla Piramide.

Fra il museo e la basilica si attraversa la parte più fotogenica dell'Ostiense contemporaneo: il Gazometro con la sua struttura reticolare, i murales di grande formato sulle facciate, gli ex Mercati Generali. Il quartiere è cambiato molto negli ultimi vent'anni, con l'università e i locali notturni, e conserva ancora la doppia natura di zona produttiva e di quartiere di passaggio.

Una giornata sensata

Una combinazione che funziona: mattina alla Centrale Montemartini, con la mostra per prima e la collezione permanente dopo; pranzo al Nuovo Mercato Testaccio; pomeriggio fra il Monte dei Cocci, il Cimitero acattolico e la Piramide, con l'ultima ora dedicata a una passeggiata lungo la via Ostiense verso il Gazometro. Sono circa sei ore, quasi tutte a piedi, in un quadrante che i percorsi turistici standard saltano quasi sempre.

Una curiosità su Moda in Luce 1955-1975 alla Centrale Montemartini — Roma fra glamour e industria

La curiosità più bella riguarda la parola che compare nel titolo della mostra e che, in questo edificio, ha un doppio fondo: luce.

L'Istituto Luce nasce negli anni Venti come strumento di produzione di cinegiornali e documentari, e il suo archivio storico è oggi una delle più grandi raccolte fotografiche e filmiche italiane. Il nome era stato scelto come acronimo, ma nella pratica quella parola ha finito per descrivere esattamente il mestiere: catturare la luce e restituirla al pubblico.

La centrale di via Ostiense, nello stesso torno di decenni, faceva la luce in senso letterale. Produceva la corrente che accendeva le strade, i negozi, le case e, non ultimo, gli studi cinematografici della città. Una sala di posa consuma quantità enormi di energia: i grandi riflettori a incandescenza e ad arco degli anni Cinquanta erano macchine affamate. Il cinema romano che ha reso famosa la moda romana funzionava, materialmente, grazie a impianti come questo.

Quindi la mostra mette insieme due significati della stessa parola in un modo che nessuna sala espositiva neutra avrebbe potuto suggerire: le fotografie prodotte dalla Luce, esposte dentro l'edificio che produceva la luce. Non risulta che questo doppio senso sia stato dichiarato come intenzione curatoriale dagli organizzatori, e sarebbe scorretto attribuirglielo; resta però una coincidenza che vale la pena notare mentre si cammina fra le macchine.

C'è un dettaglio ulteriore. Gli abiti di alta moda di quegli anni erano progettati tenendo conto della luce artificiale. Le paillettes, i ricami metallici, i tessuti operati e le sete con l'effetto cangiante non nascono per il sole: nascono per il flash dei fotografi e per i lampadari delle sale da ballo. Un abito da sera del 1960 visto alla luce del giorno è un altro oggetto rispetto allo stesso abito visto sotto una luce puntata. Chi visita la mostra può fare un esperimento semplice: spostarsi lateralmente rispetto alla vetrina e guardare come cambia il tessuto quando la luce lo prende di traverso. È esattamente per quel momento che quegli abiti erano stati pensati.

Una cosa che non ti dice nessuno su Moda in Luce 1955-1975 alla Centrale Montemartini — Roma fra glamour e industria

La cosa che raramente viene detta riguarda il rapporto fra Roma e Milano, e il fatto che la stagione raccontata dalla mostra sia, vista da oggi, la cronaca di una sconfitta.

Fra il 1955 e il 1975 Roma è stata la capitale italiana dell'alta moda. Aveva le sartorie, aveva il cinema, aveva la stampa internazionale a portata di mano, aveva i palazzi dove sfilare. Poi, nel giro di pochi anni, il baricentro si è spostato a Milano e non è più tornato indietro. Le ragioni non hanno nulla a che vedere con il talento: hanno a che vedere con la struttura economica.

L'alta moda su misura è un modello a margini alti e volumi bassissimi. Ogni capo richiede prove, aggiustamenti, ore di lavoro qualificato. Funziona finché esiste una clientela disposta a pagarlo e finché quella clientela si trova fisicamente nella città. Quando il prêt-à-porter industriale prende piede, negli anni Settanta, il vantaggio competitivo si sposta verso chi ha le fabbriche, i capitali, la logistica e la vicinanza ai distretti tessili. Tutto questo, in Italia, si trovava nel Nord. Milano non ha vinto perché aveva stilisti migliori: ha vinto perché aveva il sistema produttivo dietro l'angolo e una borsa merci a un'ora di macchina.

Roma ha reagito tardi e senza una strategia comune. La sartoria romana si è arroccata su una nicchia di eccellenza sempre più stretta, il cinema che le aveva fornito la vetrina è entrato in crisi negli stessi anni, e la città ha smesso di essere il posto dove le cose accadevano per diventare il posto di cui si parlava al passato.

Questo dà alla mostra un tono che va oltre la nostalgia. Guardare centocinquanta fotografie di una stagione irripetibile dentro un impianto industriale dismesso significa vedere due dismissioni sovrapposte: quella della centrale, che smette di produrre corrente a metà degli anni Sessanta, e quella di un sistema produttivo che chiude nello stesso torno di anni. L'edificio e il contenuto raccontano la stessa parabola in due linguaggi diversi.

C'è però un rovescio positivo, e riguarda l'industria tessile. Le aziende citate dalla scheda ufficiale della mostra, Mantero Seta, Taroni, Ermenegildo Zegna, esistono ancora e lavorano ancora. La parte industriale del sistema italiano, quella meno visibile e meno raccontata, ha attraversato i decenni con più continuità delle sartorie che le facevano da vetrina. Chi legge la mostra solo come un album di attrici perde questo passaggio, che è forse il più importante.

Il consiglio che ti do per visitare Moda in Luce 1955-1975 alla Centrale Montemartini — Roma fra glamour e industria

Il consiglio principale è di rovesciare l'ordine naturale della visita: entrare e andare subito alla mostra, lasciando la collezione archeologica per dopo.

La ragione è puramente pratica. La Centrale Montemartini ha una collezione permanente che assorbe attenzione come poche altre a Roma, e chi comincia da lì arriva alla mostra temporanea con gli occhi già pieni. Una fotografia in bianco e nero di formato medio ha bisogno di un'attenzione fresca; ventisette abiti in vetrina hanno bisogno di uno sguardo che sappia ancora distinguere i dettagli. Dopo un'ora e mezza di sculture, quella lucidità non c'è più.

Secondo consiglio: fermarsi alle postazioni video. Sono cinque, e la tentazione di superarle con un'occhiata è forte, perché in piedi davanti a uno schermo non ci si mette comodi. Eppure il filmato è l'unico supporto che restituisce il movimento, e per gli abiti di quel periodo il movimento è decisivo. Vale la pena mettere in conto dieci minuti complessivi.

Terzo consiglio: guardare gli abiti da tre distanze. Da lontano, per la silhouette, che è la cosa che l'occhio registra per prima e che definisce il decennio. Da media distanza, per la costruzione, cioè per come le parti sono assemblate. Da vicinissimo, per la mano del tessuto e per le finiture. Molti visitatori usano una sola distanza, quasi sempre quella media, e tornano a casa con un ricordo generico.

Quarto consiglio, per chi ha un interesse serio: la sala allestita come biblioteca, con campionari e riviste rare, richiede il doppio del tempo che le viene normalmente dedicato. I campionari tessili sono il punto in cui la moda smette di essere immagine e diventa merce, con un peso, un prezzo e un metodo di produzione. Se il tempo è poco, meglio sacrificare qualche fotografia e restare lì.

Quinto: portare qualcosa da bere. Le sale della centrale sono grandi e in certe giornate di fine estate la temperatura interna resta alta. Il museo ha i suoi servizi, ma le distanze fra una sala e l'altra non sono banali.

Sesto, e forse il più utile: prima di uscire dal museo, fare una seconda volta il percorso della mostra in senso inverso, di corsa, senza leggere nulla. Dieci minuti. Con le informazioni già acquisite, il percorso al contrario mostra collegamenti che alla prima lettura restano invisibili, e fissa il ricordo molto meglio di qualsiasi fotografia scattata con il telefono.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che Roma sia stata la città del cinema. Quello che si cita meno è quanto il costume cinematografico abbia formato il gusto della moda civile, e non il contrario.

Nell'immaginario corrente le cose funzionano in una direzione sola: gli stilisti creano, il cinema adotta, il pubblico imita. Nella Roma degli anni Cinquanta e Sessanta il flusso andava spesso nel verso opposto. Le sartorie teatrali e cinematografiche lavoravano su volumi enormi, con scadenze strettissime e con la necessità di risolvere problemi che la moda civile non affronta: un abito deve reggere venti riprese, deve funzionare in un piano sequenza, deve essere riproducibile in più esemplari identici per le controfigure e per le scene di rischio. Da questi vincoli sono nate soluzioni tecniche che poi sono passate nella produzione normale.

La scheda ufficiale della mostra cita la sartoria Farani, una delle case storiche del costume romano, e materiali della collezione di Massimo Cantini Parrini, costumista. La loro presenza in una mostra dedicata alla moda non è un riempitivo: è il riconoscimento di un rapporto di scambio continuo.

C'è poi un secondo aspetto, più sociale. Le maestranze erano le stesse. Una sarta romana degli anni Sessanta poteva lavorare a cottimo per un atelier di alta moda, per una sartoria teatrale e per una piccola confezione di quartiere nello stesso mese, secondo le commesse disponibili. Questa circolazione di mani e di competenze ha creato un livello medio di qualità molto alto e trasversale, che non si spiega guardando solo i nomi delle case di moda.

E un terzo aspetto, che riguarda il pubblico. Negli anni in cui la televisione entrava nelle case e il cinema riempiva ancora le sale, il modo principale in cui una donna italiana vedeva abiti nuovi non era la sfilata e nemmeno la rivista: era il grande schermo. Un film di successo diffondeva una linea, un colore o un dettaglio di taglio con una velocità che nessun canale commerciale eguagliava. Le sartorie di quartiere copiavano dal film, non dalla passerella. Questo passaggio, del tutto noto agli storici del costume, resta quasi sempre fuori dal racconto divulgativo della moda italiana.

La foto giusta da fare a Moda in Luce 1955-1975 alla Centrale Montemartini — Roma fra glamour e industria

La fotografia che tutti scattano alla Centrale Montemartini è la stessa: la statua in primo piano e il motore diesel sullo sfondo, ripresa da un metro e settanta di altezza, in orizzontale. Funziona, e infatti se ne trovano migliaia. La fotografia che quasi nessuno scatta è più interessante.

Il consiglio è di abbassarsi. Le grandi macchine della Sala Macchine sono progettate per essere guardate da chi ci lavorava, cioè da vicino e spesso dal basso. Accovacciarsi e riprendere dal livello del pavimento, con la macchina che sale fuori campo e la vetrina o la scultura che entra di lato, restituisce la scala reale dell'impianto e toglie quell'aria da cartolina che la ripresa frontale porta sempre con sé.

Seconda idea: il riflesso. Le vetrine della mostra sono superfici lucide dentro una sala piena di metallo verniciato. Invece di combattere il riflesso, che è la battaglia persa di ogni fotografia in museo, conviene usarlo: inquadrare in modo che nel vetro si legga il profilo di un motore sovrapposto all'abito. Con un po' di pazienza sulla posizione si ottiene in una sola immagine esattamente il tema della mostra, senza bisogno di didascalie.

Terza idea, per chi ha una macchina fotografica e non solo il telefono: il dettaglio ravvicinato del tessuto con la luce di taglio. Un ricamo metallico, una piega, un bordo. Sono immagini che non dicono nulla a chi non è stato in sala e dicono moltissimo a chi ci è stato, e in genere sono le uniche che si riguardano a distanza di mesi.

Fuori dal museo, la fotografia migliore del quadrante si fa nel tardo pomeriggio, quando il sole scende dietro la sponda opposta del Tevere e la facciata della centrale prende una luce calda che ne stacca i volumi. Il Gazometro, poco più avanti lungo la via Ostiense, funziona bene nella stessa fascia oraria e con il cielo ancora chiaro dietro la struttura.

Una raccomandazione che vale sempre: il flash resta vietato in sala e, per gli abiti storici, il divieto non è una formalità. I coloranti tessili di quegli anni sono sensibili alla luce, e i livelli di illuminazione bassi che si trovano in certi punti del percorso sono una scelta conservativa, non una dimenticanza. Per le riprese professionali o con treppiede serve l'autorizzazione del museo.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di questo edificio si legge come un piccolo trattato sulla Roma contemporanea.

1912: l'inaugurazione

La centrale termoelettrica entra in funzione lungo la via Ostiense, fra i Mercati Generali e il Tevere. È il primo impianto pubblico di produzione elettrica della città, e fa parte di un disegno urbanistico che destinava l'intero quadrante meridionale alle attività produttive. La città che si illuminava a gas passa alla corrente elettrica municipale.

1913: il nome

L'impianto viene intitolato a Giovanni Montemartini, assessore comunale morto durante una seduta del consiglio. È un nome che la maggior parte dei visitatori pronuncia oggi senza sapere a chi appartenga, e che invece racconta la stagione delle municipalizzazioni, quando le amministrazioni cittadine italiane decisero di gestire in proprio i servizi essenziali.

Metà anni Sessanta: la dismissione

L'impianto cessa l'attività, superato da centrali più grandi. Le macchine restano al loro posto. È il periodo in cui, per coincidenza, anche la stagione della moda raccontata dalla mostra comincia a cambiare natura.

Fine anni Ottanta: il recupero ACEA

L'azienda elettrica municipale avvia una ristrutturazione complessiva. La Sala Macchine e la nuova Sala Caldaie vengono convertite in spazio espositivo e multimediale, il resto diventa uffici, laboratori e depositi. L'edificio evita la demolizione e comincia una seconda vita.

Ottobre 1997: Le macchine e gli dei

I Musei Capitolini, in ristrutturazione, trasferiscono qui una parte delle sculture e dei materiali archeologici. Nasce la mostra "Le macchine e gli dei", pensata come soluzione temporanea. L'accostamento fra statue antiche e macchinari industriali colpisce il pubblico e la critica in modo imprevisto.

2001: il museo permanente

La sistemazione provvisoria diventa definitiva. La Centrale Montemartini entra stabilmente nel sistema dei Musei Capitolini come seconda sede espositiva. Da qui in avanti il museo cresce, recuperando spazi e portando fuori dai depositi materiali mai studiati prima.

Novembre 2016: il treno di Pio IX

Apre una nuova sala dedicata alle carrozze del treno di Pio IX, un pezzo di storia ottocentesca che trova posto accanto all'archeologia e all'archeologia industriale. Il museo aggiunge così un terzo registro al suo racconto.

2026: la moda entra in centrale

Dal 26 giugno al 15 novembre 2026 le sale ospitano "Moda in luce 1955-1975", che porta dentro l'edificio un quarto livello di lettura: la produzione di immagini e di manufatti che ha fatto conoscere l'Italia nel mondo negli stessi decenni in cui la centrale chiudeva i battenti.

Chi è passato da Moda in Luce 1955-1975 alla Centrale Montemartini — Roma fra glamour e industria

La domanda ha due risposte, perché due sono i livelli del luogo.

Sul piano delle immagini esposte, la scheda ufficiale della mostra indica fra i volti presenti nelle fotografie Sophia Loren, Audrey Hepburn, Anita Ekberg, Lucia Bosè, Claudia Cardinale ed Elsa Martinelli. Sono attrici che nel ventennio considerato hanno attraversato Roma in modi diversi: chi ci viveva, chi ci lavorava per stagioni intere, chi ci passava per un film e vi restava legata per sempre nell'immaginario collettivo. Le fotografie dell'Archivio Luce non sono ritratti di posa costruiti in studio: sono immagini di arrivi, di serate, di set, di prove. Il loro valore documentario deriva proprio da questo.

Sul piano delle firme, il museo cita abiti originali di Valentino Garavani, di Karl Lagerfeld per Fendi, delle Sorelle Fontana e di Roberto Capucci, oltre a materiali tessili di Mantero Seta, Taroni ed Ermenegildo Zegna, alla sartoria Farani e alla collezione di Massimo Cantini Parrini. La cura della mostra è di Fabiana Giacomotti. Altri nomi compaiono nel percorso; è corretto citare qui soltanto quelli confermati dalla fonte ufficiale, perché un elenco gonfiato non renderebbe un servizio a nessuno.

Poi c'è il piano dell'edificio, e qui il passaggio di persone è di un altro tipo. Per mezzo secolo da queste sale sono passati i turnisti, i fuochisti, i manutentori, gli ingegneri che tenevano in funzione le macchine. Erano decine di persone per turno, e la loro presenza si legge ancora nei dettagli: le passerelle, le scale di servizio, le targhe, gli spazi ricavati per il controllo degli strumenti. Un museo che conserva le macchine conserva anche la traccia del lavoro che le faceva girare.

E infine c'è il piano più lungo di tutti. Le sculture che occupano le sale provengono dai grandi scavi romani condotti fra la fine dell'Ottocento e il Novecento: ville, horti, santuari, necropoli. Ritratti di persone realmente esistite, divinità, animali, decorazioni architettoniche. Da questo edificio, in un senso o nell'altro, è passata una quantità di storia romana che nessuna targa riesce a riassumere. La moda degli anni Sessanta, qui dentro, risulta l'ospite più recente di una lunga fila.

Domande veloci

La mostra è ancora aperta?

Sì. Il periodo dichiarato dal museo va dal 26 giugno al 15 novembre 2026, quindi la mostra risulta in corso. Restano circa due mesi.

Dove si trova esattamente?

Centrale Montemartini, via Ostiense 106, 00154 Roma. Il riferimento più comodo per i mezzi pubblici è la stazione Piramide.

Quali sono gli orari?

Da martedì a domenica, dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso alle 18. Chiuso il lunedì, il 1 maggio e il 25 dicembre. Il 24 e il 31 dicembre orario ridotto, dalle 9 alle 14.

Quanto costa il biglietto?

Il biglietto integrato museo più mostra costa 14,50 euro intero e 10 euro ridotto. Il solo museo costa 11 euro intero e 6,50 euro ridotto. La Capitolini Card, valida sette giorni e comprensiva dei Musei Capitolini in Campidoglio, costa 15,50 euro intero e 11,50 euro ridotto.

Chi entra gratis?

I residenti a Roma e nella Città Metropolitana con documento valido, i possessori di MIC Card, le persone con disabilità e un accompagnatore, le scolaresche con la documentazione dell'istituto.

Serve prenotare?

Per la visita individuale no, si può acquistare in biglietteria il giorno stesso. La prevendita online comporta un diritto di prenotazione di 1 euro e i biglietti acquistati online o al call center non sono rimborsabili né modificabili. I gruppi da 5 a 25 persone devono prenotare al numero 060608.

Quanto tempo serve?

Quaranta minuti per la sola mostra vista rapidamente, un'ora e un quarto leggendo le didascalie e guardando i video. Con la collezione permanente, due ore e mezza.

È adatta ai bambini?

Il museo nel suo insieme piace molto ai bambini per via delle macchine. La mostra di moda interessa soprattutto dai dieci anni in su. L'applicazione del museo propone contenuti pensati per i più piccoli e i passeggini circolano ovunque.

È accessibile in carrozzina?

Sì. Gli ascensori servono i diversi livelli, esiste un parcheggio riservato nel cortile interno raggiungibile con percorso protetto e privo di barriere, e il museo presta sedie a rotelle su richiesta. Per l'apertura del cancello il museo indica il numero 06 67105431.

Si possono fare fotografie?

La fotografia amatoriale senza flash è la prassi nei musei civici romani. Il flash resta escluso, soprattutto davanti a tessuti storici. Per treppiedi e riprese professionali serve un'autorizzazione.

Esiste un catalogo?

Sì, pubblicato da Silvana Editoriale a cura di Fabiana Giacomotti, 288 pagine, formato 22x29 centimetri. Il prezzo si verifica al bookshop.

Conviene abbinare qualcosa nella stessa giornata?

Sì. Piramide Cestia, Cimitero acattolico, Monte dei Cocci e Nuovo Mercato Testaccio si trovano tutti a distanza pedonale. La Basilica di San Paolo fuori le mura è a due fermate di metropolitana.

Domande frequenti su Moda in Luce 1955-1975 alla Centrale Montemartini, Roma fra glamour e industria

Dove si tiene la mostra Moda in luce 1955-1975?

La mostra "Moda in luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale" si tiene alla Centrale Montemartini, sede distaccata dei Musei Capitolini in via Ostiense 106, a poche centinaia di metri dalla stazione Piramide, dal 26 giugno al 15 novembre 2026.

Che cosa si vede in mostra?

Il nucleo del percorso di Moda in luce, come dichiarato dal museo, è composto da circa centocinquanta fotografie, in larga parte provenienti dall'Archivio Storico Luce, cinque postazioni video con filmati spesso inediti e ventisette abiti originali, molti mai esposti prima, oltre a tessuti e documenti d'archivio.

Quali sono gli orari della Centrale Montemartini?

La Centrale Montemartini, sede della mostra Moda in luce, apre da martedì a domenica dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura, quindi alle 18. Il museo è chiuso il lunedì.

La mostra è ancora aperta a settembre 2026?

Sì, la mostra Moda in luce alla Centrale Montemartini risulta in corso a settembre 2026: il periodo dichiarato dal museo va dal 26 giugno al 15 novembre 2026, quindi restano circa due mesi per visitarla.

Perché la mostra si tiene proprio alla Centrale Montemartini?

La Centrale Montemartini, sede di Moda in luce, è la prima centrale elettrica pubblica di Roma, inaugurata nel 1912 lungo via Ostiense, oggi trasformata in museo dove statue antiche e sculture sono esposte accanto ai grandi motori e macchinari industriali dell'impianto originale.

Quali personaggi compaiono nelle fotografie in mostra?

Nelle fotografie di Moda in luce alla Centrale Montemartini la scheda ufficiale della mostra indica, fra i volti presenti, Sophia Loren, Audrey Hepburn, Anita Ekberg, Lucia Bosè, Claudia Cardinale ed Elsa Martinelli, attrici che negli anni Cinquanta e Sessanta hanno attraversato Roma in modi diversi.

Come si arriva alla Centrale Montemartini?

La Centrale Montemartini, sede di Moda in luce, si trova in via Ostiense 106, 00154 Roma, e il riferimento più comodo per i mezzi pubblici è la stazione della metropolitana Piramide, a poche centinaia di metri dal museo, nel quadrante che comprende anche Testaccio.

Il museo è accessibile a chi ha disabilità motorie?

Sì, la Centrale Montemartini è uno dei musei romani più attrezzati sul fronte dell'accesso: è percorribile in carrozzina sui diversi livelli grazie agli ascensori, dispone di un parcheggio riservato nel cortile interno raggiungibile con percorso pedonale protetto e presta sedie a rotelle.

Prima di uscire di casa

Due controlli rapidi evitano quasi tutti i contrattempi: la pagina degli avvisi del museo, perché nei giorni di festa e in occasione di eventi cittadini gli orari possono cambiare, e il proprio calendario, perché il lunedì il museo è chiuso e via Ostiense in quel giorno è una passeggiata malinconica.

Chi organizza la visita per un gruppo, una scolaresca o una comitiva di lavoro, e preferisce affidarsi a chi lavora tutti i giorni con guide abilitate e itinerari su misura, trova un riferimento in Tour Leader Pro, che si occupa di visite guidate e organizzazione di gruppi in Italia.

Per costruire invece un viaggio intero intorno a una giornata come questa, con gli spostamenti, i quartieri, i tempi reali e le cose che vale la pena vedere nei dintorni, il punto di partenza è ItalyPlanner, dove gli itinerari sono pensati da chi in queste strade ci cammina.

Un'ultima osservazione. Una mostra come questa ha una data di scadenza, il 15 novembre 2026, e dopo quella data gli abiti torneranno nei depositi e nelle collezioni da cui provengono, probabilmente per molti anni. L'edificio invece resta, con le sue macchine e le sue statue, aperto tutti i giorni tranne il lunedì. Se la moda non interessa, la Centrale Montemartini merita comunque il viaggio fino a via Ostiense. Se interessa, questi due mesi sono l'occasione per vederla nella versione più ricca che abbia avuto da tempo.

Prepara la visita

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Data Evento26 Giugno 2026 10:00 — 15 Novembre 2026
IndirizzoVia Ostiense 106, 00154 Roma Roma Città
CategorieEventiMostre

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