Basilica di San Bartolomeo all’Isola
La Basilica di San Bartolomeo all’Isola si trova sull’Isola Tiberina, nel rione Ripa, ed è l’unica chiesa monumentale di Roma costruita nel pieno di un fiume: fu fondata alla fine del X secolo per volontà dell’imperatore Ottone III sopra le rovine del santuario di Esculapio, il dio greco della medicina il cui culto era arrivato a Roma negli anni Novanta del III secolo avanti Cristo. L’ingresso è libero e non serve prenotare per entrare in chiesa. La visita dura poco, mezz’ora scarsa se ci si limita alla navata, un’ora abbondante se si guarda con calma la vera da pozzo scolpita sui gradini dell’altare e il Memoriale dei Nuovi Martiri del XX e XXI secolo, che dal 2000 fa di questa chiesa un luogo di memoria contemporanea e non soltanto un monumento medievale.
Chi arriva dal Ghetto o da Trastevere vede prima il campanile romanico in laterizio che spunta sopra i tetti bassi dell’isola, poi la facciata barocca color crema affacciata su una piazzetta minuscola, infine si accorge che accanto alla chiesa c’è l’ingresso di un ospedale ancora in piena attività. È una coincidenza che vale il viaggio: qui si curano i malati da venticinque secoli, prima nel nome di un dio pagano e poi in quello di un apostolo. Le righe che seguono raccontano come è nata la basilica, che cosa contiene davvero, che cosa dicono e che cosa non dicono le fonti sul suo pezzo più famoso, e come si visita oggi. La pagina dedicata all’Isola Tiberina racconta invece l’isola nel suo insieme, con i ponti, la prua di travertino, il serpente di Esculapio e le sere d’estate: qui si entra soltanto dentro la chiesa.
Dove si trova la Basilica di San Bartolomeo all’Isola e come arrivarci
La Basilica di San Bartolomeo all’Isola si affaccia sulla piazzetta centrale dell’Isola Tiberina, nel punto in cui l’isola si allarga fra i due ponti antichi, e l’indirizzo che compare sui documenti ufficiali è Piazza San Bartolomeo all’Isola, con il numero civico 22 riferito all’isola stessa. Non esiste un modo comodo di arrivarci in automobile, e non esiste nemmeno la necessità di cercarne uno: l’isola si raggiunge a piedi da entrambe le rive del Tevere attraverso due ponti pedonali, il Ponte Fabricio dal lato del Ghetto e il Ponte Cestio dal lato di Trastevere.

A piedi dal centro storico
Dal Ghetto il percorso è di cinque minuti scarsi: si passa sotto il Portico d’Ottavia, si sbuca sul Lungotevere de’ Cenci e si attraversa il Ponte Fabricio, che è il ponte romano più antico della città ancora in uso con la sua struttura originaria. Da Santa Maria in Trastevere ci vogliono una decina di minuti scendendo verso il fiume e imboccando il Ponte Cestio. Da Santa Maria in Cosmedin e dalla Bocca della Verità si risale il Lungotevere dei Pierleoni per cinque minuti abbondanti tenendo il fiume alla propria sinistra, e la facciata della basilica compare all’improvviso appena superato il Ponte Fabricio. Chi scende dal Campidoglio passa davanti al Teatro di Marcello e a San Nicola in Carcere e arriva all’isola in un quarto d’ora senza mai perdere di vista il fiume.
Con i mezzi pubblici
Non c’è una fermata della metropolitana sull’isola né nelle immediate vicinanze, e questo è il primo dato pratico da tenere presente. Le linee di autobus che percorrono il Lungotevere e la zona di Piazza Sonnino fermano a pochi minuti a piedi dai due ponti, mentre sul versante di Trastevere il tram 8, che parte da Piazza Venezia, lascia a breve distanza dal Ponte Cestio. I numeri delle linee e i percorsi cambiano con le revisioni periodiche del servizio e con i cantieri del centro storico, quindi il consiglio pratico è controllare il tragitto sull’applicazione ufficiale del trasporto pubblico romano il giorno stesso della visita, invece di fidarsi di elenchi di linee copiati da guide vecchie di anni.
Orari, ingresso e regole della visita alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola
L’ingresso alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola è gratuito e non è prevista la prenotazione per la visita della chiesa. Gli orari indicati dal sito ufficiale del santuario prevedono l’apertura dal lunedì al sabato nella fascia del mattino e in quella del tardo pomeriggio, con una pausa a metà giornata, e un orario ridotto la domenica; il Memoriale dei Nuovi Martiri, allestito nella cripta, ha invece una regola diversa dal resto della chiesa, con apertura al pubblico nella giornata di sabato e accesso su prenotazione negli altri giorni feriali.
Che cosa dicono le fonti sugli orari
Gli orari pubblicati dal santuario e quelli riportati dalle guide indicano in genere la stessa struttura, mattina dalle nove e mezza all’una e mezza e pomeriggio dalle tre e mezza alle cinque e mezza, con la domenica mattina che chiude prima. Sono orari che cambiano con le stagioni, con il calendario liturgico e con gli eventi ecumenici che la basilica ospita. La regola sensata è una sola: telefonare o scrivere alla basilica il giorno prima, oppure controllare la pagina degli orari sul sito ufficiale del santuario. Vale doppio per il Memoriale nella cripta, che non segue l’orario della chiesa.
La chiesa di Ottone III: perché un imperatore tedesco costruì una basilica sul Tevere
La Basilica di San Bartolomeo all’Isola fu costruita nell’anno 998 per volontà di Ottone III di Sassonia, imperatore del Sacro Romano Impero, sopra le rovine del tempio di Esculapio che occupava la punta di valle dell’Isola Tiberina. È la data che compare nella gran parte delle fonti moderne; alcuni studiosi ottocenteschi, Ferdinand Gregorovius fra tutti, indicavano il 997, e chi scrive di questa chiesa trova quindi entrambe le cifre a seconda del testo che consulta. In ogni caso siamo alla fine del X secolo, nel momento in cui un imperatore ventenne cresciuto fra la Germania e Bisanzio aveva deciso di fare di Roma il centro reale e non simbolico del proprio impero.
Sant’Adalberto di Praga, l’amico ucciso
La dedica originaria non era a san Bartolomeo. La basilica nacque intitolata a sant’Adalberto di Praga, vescovo boemo missionario e amico personale dell’imperatore, ucciso nel 997 durante la sua missione fra le popolazioni baltiche. Costruire una chiesa a Roma per un amico appena martirizzato era, per un imperatore di vent’anni, insieme un gesto affettivo e un’operazione politica: significava iscrivere il cristianesimo dell’Europa centrale, ancora giovanissimo, dentro la topografia sacra della capitale della cristianità. Alcune fonti ricordano che la dedica comprendeva anche san Paolino da Nola, e il nome di Adalberto resta scolpito, secondo la lettura più diffusa, su una delle quattro figure della vera da pozzo che si trova sui gradini dell’altare.
Le reliquie di san Bartolomeo e il dubbio che le accompagna
Le reliquie che danno il nome alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola sono conservate sotto l’altare maggiore dentro una vasca di porfido rosso imperiale, una tinozza antica decorata con mascheroni leonini e maniglie ad anello scolpite in rilievo, sormontata da una targa bronzea con la scritta Corpus Sancti Bartholomaei Apostoli. È uno degli oggetti più singolari di tutte le chiese romane, perché la vasca è materialmente un manufatto romano riutilizzato come sarcofago sacro, in una pietra che proveniva da un’unica cava al mondo, nel deserto orientale egiziano.
Il viaggio delle reliquie: Lipari, Benevento, Roma
La tradizione racconta che il corpo dell’apostolo Bartolomeo, martirizzato secondo le fonti agiografiche per scorticamento, sia arrivato in Occidente passando per l’isola di Lipari e poi, nell’838, per Benevento. Da Benevento sarebbe stato trasferito a Roma alla fine del X secolo: alcune fonti attribuiscono l’operazione a Ottone II e la datano al 983, altre la attribuiscono a Ottone III e la collegano all’assedio di Benevento contro Pandolfo II. La comunità scientifica non ha mai raggiunto un accordo su quale dei due imperatori ottenne le reliquie, né su quale porzione del corpo sia effettivamente arrivata sul Tevere. Le fonti medievali aggiungono che in una di quelle trattative ai romani fu consegnato con l’inganno, al posto del corpo dell’apostolo, quello di san Paolino vescovo di Nola, che rimase qui per secoli e fu restituito a Nola soltanto all’inizio del Novecento: che cosa contenga esattamente la vasca di porfido resta quindi una questione aperta.
Una curiosità sulla Basilica di San Bartolomeo all’Isola
Sui gradini che salgono all’altare maggiore della Basilica di San Bartolomeo all’Isola, esattamente in asse con la navata centrale, si trova una vera da pozzo in marmo ricavata dal rocchio di una colonna antica e scolpita con quattro figure in altrettante piccole edicole: è l’oggetto più straordinario della chiesa e, secondo la tradizione, copre l’antica sorgente del santuario di Esculapio. Nessuna altra basilica romana ha un pozzo collocato in una posizione così solenne, al centro del presbiterio, nel punto che di norma è riservato all’altare e alla liturgia.
Le quattro figure scolpite e che cosa raccontano
Le quattro figure scolpite sulla vera si leggono ancora bene, anche se i secoli e le mani dei fedeli le hanno consumate. Le letture concordi delle fonti indicano: Cristo con il libro aperto; un vescovo, identificato da alcuni con sant’Adalberto di Praga e da altri con san Paolino da Nola; l’imperatore Ottone III, riconoscibile per i baffi alla germanica, che regge un modellino della chiesa primitiva; e san Bartolomeo con il coltello del proprio martirio. Sul bordo corre un’iscrizione latina, riportata nelle trascrizioni come OS PUTEI SANCTI CIRCUMDANT ORBE ROTANTI, cioè i santi circondano la bocca del pozzo in un giro rotante. È un programma iconografico compattissimo: in un metro scarso di marmo ci sono il fondatore, il titolare, il dedicatario originario e Cristo, disposti in cerchio attorno a un buco nel terreno.
La datazione: le fonti non vanno d’accordo
Qui va detta una cosa con onestà, perché le guide la saltano quasi sempre. Sulla datazione della vera da pozzo le fonti divergono in modo sostanziale. Una parte degli studi la colloca all’XI secolo e la mette in rapporto con la prima fase della basilica ottoniana, avanzando in via ipotetica il nome del marmoraro Niccolò di Angelo. Altre fonti, fra cui repertori di ambito ecclesiastico, la datano al XIII secolo e la attribuiscono per via stilistica alla cerchia di Nicola d’Angelo o di Pietro Vassalletto, le due grandi botteghe di marmorari romani del tempo. Altre ancora la fanno risalire addirittura alla fondazione della chiesa, cioè alla fine del X secolo, proprio per la presenza del ritratto di Ottone III. Chi vi si avvicina, quindi, non guarda un oggetto con una data certa: guarda un manufatto che gli studiosi collocano in una forbice di due o tre secoli, e la cosa onesta è dirlo invece di scegliere la cifra che suona meglio.
Il pozzo sotto la vera e la sorgente di Esculapio
Sotto la vera scolpita c’è il pozzo vero e proprio, e qui il discorso si fa più interessante della scultura. Le descrizioni tecniche del sito parlano di una struttura in opera quadrata, cioè in blocchi squadrati di età repubblicana, profonda intorno ai dieci metri: una costruzione che precede la chiesa di oltre mille anni. La tradizione, e con essa gran parte della letteratura divulgativa, identifica questo pozzo con la sorgente che alimentava le pratiche terapeutiche del santuario di Esculapio, dove l’acqua aveva un ruolo centrale nei riti di purificazione e nelle cure. Il santuario fu abbandonato nel corso del V secolo, ma il pozzo continuò a essere frequentato, e quando la chiesa cristiana fu costruita sopra il complesso pagano il pozzo non venne chiuso: venne incorporato, decorato e messo al centro.
Perché questo dettaglio conta più di quanto sembri
La ragione per cui vale la pena fermarsi due minuti davanti a questo oggetto è che racconta in un metro di marmo una cosa che i manuali di storia delle religioni spiegano in cinquanta pagine. Un santuario pagano dove si andava per guarire viene sostituito da una chiesa cristiana; il nuovo edificio potrebbe cancellare ogni traccia del precedente, e invece conserva l’elemento fisico attorno al quale ruotava il culto antico, cioè l’acqua, e lo firma con i volti dei propri fondatori. Non è sincretismo: è continuità di funzione. La tradizione locale aggiunge che nelle acque del pozzo furono rinvenute le ossa dei martiri Esuperanzio e Marcello, ed è un racconto devozionale, non un dato archeologico. Il fatto verificabile è più asciutto e più forte: a pochi metri da questa vera da pozzo, ancora oggi, c’è un ospedale che ricovera pazienti.
Come guardarla senza disturbare
La vera si trova in un punto delicato, sui gradini del presbiterio, e non è un oggetto da toccare né da scavalcare. Si osserva bene dal fondo della navata centrale con la luce del mattino, quando il sole entra dalle finestre e batte sul marmo di taglio, mettendo in rilievo le figure scolpite che con luce piatta si perdono. Se in chiesa è in corso una celebrazione, il presbiterio non si avvicina: si guarda da lontano e si torna dopo. Chi vuole capire bene le quattro figure può chiedere al personale della basilica, che conosce l’oggetto molto meglio di qualsiasi cartello.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Basilica di San Bartolomeo all’Isola
La Basilica di San Bartolomeo all’Isola non è soltanto una chiesa medievale: dal 2000 è il santuario dei Nuovi Martiri, cioè il luogo dove la Chiesa cattolica ha scelto di raccogliere la memoria dei cristiani uccisi nel Novecento e nel nostro secolo, con oggetti realmente appartenuti a loro conservati nelle sei cappelle laterali e, dal 2023, in un percorso allestito nella cripta medievale. Quasi nessun visitatore che entra qui per il campanile romanico sa di trovarsi dentro un archivio materiale della violenza degli ultimi cento anni.
Come è nato: la commissione del 1999 e il Giubileo
Il punto di partenza è il Grande Giubileo del 2000. In preparazione dell’Anno Santo, nel 1999 Giovanni Paolo II istituì una commissione incaricata di raccogliere le testimonianze sui cristiani uccisi per la fede nel corso del XX secolo. La commissione lavorò per circa due anni proprio nei locali di questa basilica, e la documentazione raccolta arrivò a un ordine di grandezza intorno ai dodicimila o tredicimila dossier, cifra che le fonti riportano con oscillazioni perché il conteggio è cresciuto nel tempo. Il 7 maggio del 2000 una commemorazione ecumenica presieduta dal papa al Colosseo fece da atto pubblico di quella ricognizione, e da lì nacque l’idea di dare alla memoria un luogo stabile.
L’icona del 2002 e le sei cappelle
Nell’ottobre del 2002 fu collocata sull’altare maggiore una grande icona dedicata ai testimoni della fede del XX secolo, in una celebrazione ecumenica che riunì i cardinali Camillo Ruini, Walter Kasper e Francis George e il patriarca ortodosso romeno Teoctist. La presenza di rappresentanti di confessioni cristiane diverse non era un dettaglio di protocollo: gran parte delle persone ricordate qui non era cattolica, e la scelta di riunirle nello stesso spazio è il fatto che dà a questa basilica il proprio carattere. Da allora le sei cappelle laterali della chiesa, tre per lato, sono state dedicate ciascuna a un contesto storico o geografico diverso: l’Africa e il Madagascar, la Spagna e il Messico, le vittime del nazismo, l’Asia e l’Oceania con il Vicino Oriente, l’America Latina, le vittime dei regimi comunisti.
Gli oggetti: che cosa si vede davvero
Quello che rende questo memoriale diverso da un monumento è che non contiene simboli ma cose. Fra gli oggetti che le fonti documentano come conservati qui ci sono il messale e la casula di Óscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador ucciso mentre celebrava nel 1980; il libro di preghiere e una ciocca della barba di Massimiliano Kolbe, morto ad Auschwitz; la stola e la croce di don Pino Puglisi, ucciso a Palermo nel 1993; il calice e la patena di don Andrea Santoro, prete romano ucciso a Trebisonda nel 2006; la Bibbia di Shahbaz Bhatti, ministro pakistano assassinato nel 2011; la Bibbia di Floribert Bwana Chui, giovane congolese ucciso nel 2007; la croce di suor Leonella Sgorbati, uccisa a Mogadiscio; una lettera di padre Christian de Chergé, priore dei monaci di Tibhirine; lettere di Paul Schneider, pastore evangelico morto a Buchenwald, e di Franz Jägerstätter, contadino austriaco decapitato per obiezione di coscienza; il pastorale del cardinale Juan Jesús Posadas Ocampo, ucciso all’aeroporto di Guadalajara; e, fra gli oggetti più citati, la pietra usata nel 1984 per uccidere il sacerdote polacco Jerzy Popiełuszko.
Il Memoriale nella cripta, dal 2023
Il 23 marzo 2023 è stato inaugurato nella cripta medievale della basilica, restaurata per l’occasione, un percorso espositivo vero e proprio, curato dalla Comunità di Sant’Egidio con il contributo dell’arcidiocesi di Chicago, il cui arcivescovo è cardinale titolare di questa basilica. Lo spazio è organizzato in sale per area geografica: la prima è dedicata ai martiri del Medio Oriente e conserva le stole di don Andrea Santoro e di Ragheed Ganni, la mitra del vescovo Luigi Padovese e la tonaca dell’arcivescovo Faraj Rahho; altre sale raccolgono oggetti di testimoni europei, americani e africani, fra cui la cazzuola di Charles de Foucauld, e una sezione è dedicata alle vittime delle persecuzioni nazista e comunista. Il Memoriale ha orari propri, più ristretti di quelli della chiesa, e negli altri giorni si visita su prenotazione.
Come si sta dentro questo posto
Conviene dire che cosa aspettarsi, perché è una visita che chiede una disposizione particolare. Non c’è nulla di spettacolare e nulla di truculento: sono oggetti quotidiani, un breviario, una stola, una lettera, in teche sobrie con didascalie brevi, e l’effetto proprio per questo è forte. Le persone ricordate qui appartengono a confessioni diverse e sono state uccise in contesti lontanissimi fra loro, dal nazismo ai regimi comunisti dell’Est europeo, dalle dittature latinoamericane alle guerre africane, dal terrorismo al crimine organizzato. Il memoriale non entra nel merito politico di quei contesti e non ne fa un discorso unico: espone il fatto materiale che quelle persone sono state uccise e conserva un oggetto appartenuto a ciascuna. Chi visita la basilica con bambini può limitarsi alla navata: il percorso della cripta funziona meglio con ragazzi già grandi, e non è una tappa da fare di corsa.
Il consiglio che ti do per visitare la Basilica di San Bartolomeo all’Isola
Il consiglio pratico che vale più di ogni altro è questo: la Basilica di San Bartolomeo all’Isola va visitata la mattina presto, appena dopo l’apertura, perché è l’unico momento in cui la luce entra dalle finestre alte e attraversa la navata di taglio, illuminando la vera da pozzo sui gradini del presbiterio e i marmi colorati delle quattordici colonne antiche. Nel pomeriggio la chiesa è ancora bella ma diventa scura, e proprio i dettagli per i quali vale la pena venire qui si appiattiscono.
Il momento della giornata e della settimana
Il sabato mattina è il giorno migliore in assoluto, perché è la giornata in cui il Memoriale della cripta è aperto al pubblico senza prenotazione, secondo quanto indica il santuario. La domenica la chiesa ha orari ridotti ed è occupata dalle celebrazioni. Nei giorni feriali la basilica è tranquillissima, spesso vuota, ed è una delle poche chiese del centro storico dove si può restare venti minuti senza incrociare un gruppo organizzato. In estate, con l’Isola del Cinema in funzione la sera, l’isola cambia atmosfera dopo il tramonto: conviene separare quella passeggiata dalla visita alla chiesa.
Abbinarla al resto dell’isola e del quartiere
La visita rende molto di più se inserita in un giro breve e coerente invece che come tappa isolata. Mezza giornata ben costruita comincia dal Ghetto, scende al Portico d’Ottavia, attraversa il Ponte Fabricio, dedica un’ora alla basilica e al giro dell’isola con la prua di travertino e la vista sul Ponte Rotto, esce dal Ponte Cestio verso Trastevere e finisce a Santa Cecilia in Trastevere, che è a dieci minuti. In alternativa, chi viene dal Foro Boario può legare la chiesa all’Arco di Giano e a Santa Maria in Cosmedin in un percorso che resta sempre lungo il fiume.
Le quattordici colonne di spoglio: il pezzo di antichità dentro la chiesa
La navata della Basilica di San Bartolomeo all’Isola è divisa in tre parti da due file di sette colonne antiche, quattordici in tutto, di materiali e provenienze diverse e databili genericamente al I e al II secolo dopo Cristo. Sono colonne di spoglio, cioè recuperate da edifici romani preesistenti e rimontate qui: la tradizione locale le collega al portico del santuario di Esculapio che occupava l’area, ma le fonti più caute parlano di materiale proveniente dal complesso sacro dell’isola in senso lato, senza poter indicare l’edificio esatto.
Come riconoscere le differenze
Basta camminare lentamente lungo la navata per accorgersi che non sono uguali. La maggior parte è in granito rosso, la pietra delle cave di Assuan in Egitto, con tonalità che variano da fusto a fusto; due colonne, secondo le descrizioni dettagliate del monumento, sono in marmo verde, e una in alabastro. Le altezze e le basi non coincidono, e i costruttori medievali hanno colmato le differenze con la malta, come si faceva ovunque quando si riutilizzava materiale antico. I capitelli compositi che si vedono oggi sono un rifacimento delle campagne di restauro moderne, in stucco, e non appartengono ai fusti originali: è un dettaglio che spiega perché l’insieme sembri più omogeneo di quanto sia in realtà.
Che cosa significa una colonna di spoglio
Il reimpiego non era soltanto povertà. Nel Medioevo romano rimontare colonne antiche dentro una chiesa nuova era un gesto di continuità deliberato, e in una basilica fondata da un imperatore che voleva rifondare l’impero romano ha un peso in più. Chi vuole vedere la stessa logica su scala monumentale la trova a San Nicola in Carcere, dove una chiesa medievale ha inglobato tre templi repubblicani, e a Santa Sabina all’Aventino, dove ventiquattro colonne corinzie di spoglio reggono una delle navate più armoniose di Roma.
Il campanile romanico, la sagoma dell’isola contro il cielo
Il campanile della Basilica di San Bartolomeo all’Isola è uno dei più belli fra i romanici di Roma e risale, secondo la datazione più diffusa, al 1113, nell’ambito dei lavori promossi da papa Pasquale II; alcune descrizioni tecniche indicano il 1118, e la differenza di pochi anni dipende da quale fase del cantiere si considera conclusa. È in laterizio, a pianta quadrangolare, e si sviluppa in ordini sovrapposti alleggeriti da bifore nella parte bassa e da trifore in quella alta.
Come è fatto e da dove si vede meglio
Sopra la linea del tetto della navata si contano tre ordini visibili: il primo con due aperture ad arco per faccia, il secondo con tre archi, il terzo con un’arcata a tre luci su colonnine di marmo con pulvini a blocco. Corre lungo i cornicioni una decorazione a denti di sega e a mensoline, e le facce sono punteggiate da formelle circolari, in gran parte in marmo verde e in parte in ceramica: sono i cosiddetti bacini, un elemento tipico dei campanili romanici romani, usati per dare colore alla superficie di mattone. Il punto migliore per vederlo intero è il Ponte Cestio, dal lato di Trastevere, verso il tardo pomeriggio, quando il sole basso accende il laterizio; il secondo punto migliore è la banchina del Lungotevere de’ Cenci, da cui il campanile si allinea con la Torre dei Caetani.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che l’Isola Tiberina è circondata dall’acqua, e quasi nessuno collega questo fatto alla condizione materiale della basilica: la Basilica di San Bartolomeo all’Isola è stata allagata, danneggiata e ricostruita più volte dalle piene del Tevere, e la chiesa che si visita oggi è il risultato di quelle ricostruzioni molto più che del progetto ottoniano originario. La piena del 1557 fu quella decisiva: portò via una parte delle strutture, fece crollare la cripta e distrusse le decorazioni, e da lì nasce l’aspetto barocco dell’edificio.
Il calendario delle inondazioni
Le piene documentate che hanno segnato questa chiesa sono diverse. Il 1557 è la più citata: le descrizioni parlano della perdita della parete esterna sul lato destro e della rovina dei mosaici di facciata per l’umidità, oltre al crollo della cripta. Seguì una nuova inondazione grave alla fine del Cinquecento, e altre nel corso dell’Ottocento, fra cui quella celebre del 1870, l’ultima grande piena prima che la costruzione dei muraglioni cambiasse per sempre il rapporto fra Roma e il suo fiume. L’ultima registrata dalle targhe della basilica è quella del 1937. Chi entra sotto il portico trova le lastre marmoree che segnano i livelli raggiunti: è la cronologia della fragilità di questo edificio, scritta sul muro.
Che cosa hanno prodotto le ricostruzioni
Ogni disastro ha lasciato un pezzo della chiesa attuale. Dopo il 1557 si arrivò al grande cantiere del Seicento: nel 1624 la basilica fu rimodernata e dotata della facciata barocca a due ordini con il portico che si vede oggi, un intervento attribuito dalla maggior parte delle fonti a Orazio Torriani, mentre altre chiamano in causa Martino Longhi il Giovane come architetto della campagna di restauro complessiva, e alcune spostano la datazione della sola facciata al 1639. Sull’architrave corre l’iscrizione IN HAC BASILICA REQUIESCIT CORPUS S. BARTHOLOMAEI APOSTOLI. Nel 1852 ci fu un’altra campagna di restauri, e all’Ottocento appartiene anche il soffitto dipinto. La cripta, crollata nel Cinquecento, fu risistemata in età moderna e restaurata di nuovo nel 1975, prima dell’allestimento del Memoriale nel 2023.
La facciata color crema e il rosso di prima
Un dettaglio che spiazza chi torna a Roma dopo molti anni riguarda il colore. La facciata che si vede oggi è intonacata in una tinta chiara, color crema, esito del restauro effettuato intorno all’Anno Santo del 2000; prima era di un rosso ruggine che compare in moltissime fotografie del Novecento. Dietro l’intonaco barocco, comunque, la facciata medievale esiste ancora: il Seicento l’ha inglobata invece di demolirla, come è successo in decine di chiese romane. È il motivo per cui il portico si innesta in modo un poco irregolare sul corpo della chiesa, e per cui l’interno conserva una pianta molto più antica di quello che la facciata lascia intuire.
La foto giusta da fare alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola
La fotografia che racconta meglio la Basilica di San Bartolomeo all’Isola non è quella frontale della facciata, che è schiacciata da una piazzetta troppo stretta per prendere le distanze, ma quella scattata dal Ponte Cestio o dalla banchina di Trastevere, con il campanile romanico che emerge sopra i tetti bassi dell’isola e il fiume in primo piano. È l’unica inquadratura che restituisce il fatto centrale di questo edificio, cioè che si trova in mezzo all’acqua.
Le tre inquadrature che funzionano
La prima è quella appena descritta, dall’esterno, con il campanile e il fiume: si scatta al tramonto, quando la luce radente accende il mattone. La seconda è dall’interno, dal fondo della navata centrale, con le due file di colonne che guidano l’occhio verso l’altare e la vera da pozzo in mezzo alla scalinata: si scatta al mattino, quando la luce entra dalle finestre alte, e conviene appoggiarsi a un pilastro invece di usare il flash. La terza è la più difficile e la più interessante, il dettaglio ravvicinato di una delle quattro figure scolpite sulla vera da pozzo, che con luce di taglio emerge dal marmo consumato e con luce piatta sparisce.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia della Basilica di San Bartolomeo all’Isola si può raccontare per date, e sono date che coprono mille anni esatti, dalla fondazione imperiale del 998 all’inaugurazione del Memoriale nella cripta nel 2023. Fra questi due estremi ci sono una cattedrale provvisoria, un campanile, tre inondazioni gravi, una palla di cannone, un furto d’arte sacra e un giubileo.
998: Ottone III fonda la basilica
La fondazione, datata dalla maggior parte delle fonti al 998 e da alcune al 997, è l’atto che crea l’edificio e insieme il primo grande gesto simbolico della sua storia: un imperatore del Sacro Romano Impero costruisce a Roma, sopra un santuario pagano, una chiesa dedicata a un vescovo boemo martirizzato l’anno prima nel Baltico. La basilica assume la dedica a san Bartolomeo con l’arrivo delle reliquie dell’apostolo.
1018, 1113 e 1180: cattedrale, campanile, restauro
Con la bolla Quoties illa di papa Benedetto VIII, nel 1018, la cattedrale e la sede episcopale dei vescovi di Porto vengono trasferite in questa chiesa, situazione che dura fino al 1124 e che fa di un edificio piccolo, in mezzo al fiume, la chiesa madre di una diocesi suburbicaria. Nel 1113, sotto papa Pasquale II, si collocano la costruzione del campanile romanico e una campagna di rinnovamento; nel 1157 si registra la prima ricognizione documentata delle reliquie; intorno al 1180, sotto papa Alessandro III, si conclude il grande restauro medievale, l’assetto che le inondazioni successive avrebbero in gran parte cancellato.
1557: la piena che cambia la chiesa
La grande inondazione del Tevere del 1557 devasta la basilica: crolla la cripta, va perduta parte della struttura sul lato destro, l’umidità distrugge i mosaici della facciata. È l’evento che apre la stagione delle ricostruzioni moderne e che conduce, nel Seicento, alla facciata barocca e al portico che oggi accolgono il visitatore.
1849: la palla di cannone
Durante l’assedio francese che pose fine alla Repubblica Romana, nel 1849, un proiettile di artiglieria colpì la basilica, attraversò il muro esterno di una cappella e si fermò sull’altare senza esplodere. La palla, in ferro, è ancora conservata in chiesa con una lapide che ne racconta l’episodio in chiave devota. Resta un oggetto che porta qui dentro la storia del Risorgimento romano: in quelle settimane l’isola, con i suoi ospedali, curava i feriti dei combattimenti sul Gianicolo, la vicenda che il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina racconta per esteso.
2000, 2002, 2023: il santuario dei Nuovi Martiri
Nel 2000, nel quadro del Grande Giubileo, Giovanni Paolo II dedica la basilica alla memoria dei martiri cristiani del XX e XXI secolo. Nell’ottobre del 2002 viene collocata sull’altare maggiore l’icona dei testimoni della fede, in una celebrazione ecumenica con la partecipazione del patriarca ortodosso romeno Teoctist. Il 22 aprile del 2017 papa Francesco visita la basilica e il memoriale. Il 23 marzo del 2023 viene inaugurato il percorso espositivo nella cripta medievale restaurata.
Chi è passato dalla Basilica di San Bartolomeo all’Isola
Da questa chiesa sono passati, in mille anni, un imperatore del Sacro Romano Impero, una dozzina di papi, i marmorari che hanno dato forma al Medioevo romano, i mugnai che avevano i mulini galleggianti sul Tevere e, nel nostro tempo, i rappresentanti di quasi tutte le confessioni cristiane. È una lista corta ma molto varia, e dice parecchio sul ruolo anomalo che questo edificio ha avuto.
I papi che hanno rimesso mano all’edificio
Benedetto VIII vi trasferì nel 1018 la cattedrale dei vescovi di Porto. Pasquale II promosse intorno al 1113 la campagna a cui si deve il campanile. Alessandro III concluse intorno al 1180 il grande restauro medievale. Leone X, il 6 luglio del 1517, eresse la chiesa a titolo cardinalizio. Giovanni Paolo II ne fece nel 2000 il santuario dei martiri contemporanei, e papa Francesco vi si recò in visita il 22 aprile del 2017.
I marmorari e gli artisti
Sulla vera da pozzo le fonti fanno, in via ipotetica e con datazioni discordi, i nomi di Niccolò di Angelo e di Pietro Vassalletto, i capiscuola delle botteghe di marmorari che nel Medioevo hanno prodotto chiostri, candelabri pasquali e arredi liturgici riconoscibili in mezza Roma. Per l’età moderna il nome più rilevante è quello di Antonio Carracci, che fra il 1608 e il 1621 affrescò diverse cappelle laterali, mentre facciata e portico seicenteschi sono riferiti a Orazio Torriani, con Martino Longhi il Giovane chiamato in causa per la campagna di restauro complessiva. Nella cappella di San Francesco si conserva una tela con le stimmate del santo attribuita ad Alberico Carlini da Vellano, ospite del convento, databile al quarto decennio del Settecento.
I mugnai, i confratelli e i cardinali titolari
Una delle cappelle fu per secoli la cappella dei Molinari, cioè della corporazione dei mugnai che lavoravano sui mulini galleggianti ancorati nel Tevere intorno all’isola, e lo rimase fino al 1846. Alla basilica è legata anche la confraternita dei Sacconi Rossi, che dal Settecento aveva qui i propri ambienti sotterranei e che ogni 2 novembre scende in processione sull’isola per ricordare gli annegati del fiume. Fra i cardinali titolari, il titolo esiste dal 1517 e la serie comprende nomi di rilievo europeo, dal fiammingo Antoine Perrenot de Granvelle al belga Engelbert Sterckx, fino agli arcivescovi di Chicago Francis George e Blase Cupich, quest’ultimo titolare dal 19 novembre 2016.
I testimoni ricordati nel Memoriale
C’è infine una lista di persone che da questa chiesa non sono passate da vive, e che pure sono la ragione per cui molti visitatori ci vengono: Óscar Romero, Massimiliano Kolbe, Jerzy Popiełuszko, Pino Puglisi, Andrea Santoro, Shahbaz Bhatti, Christian de Chergé, Leonella Sgorbati, Floribert Bwana Chui, Franz Jägerstätter, Paul Schneider, Juan Jesús Posadas Ocampo e molti altri, cattolici, ortodossi e protestanti. Le loro storie appartengono a paesi e decenni diversi e questa basilica le tiene insieme senza fonderle in un discorso unico.
Il Fatebenefratelli e l’isola che cura da venticinque secoli
A pochi metri dalla basilica, dall’altro lato della piazzetta, si trova l’ingresso dell’ospedale che i romani chiamano da sempre Fatebenefratelli e che dal 1° settembre 2022 ha assunto la denominazione di Ospedale Isola Tiberina Gemelli Isola, dopo il passaggio dall’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio a una società costituita dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli. È l’elemento che rende questa visita diversa da qualunque altra chiesa romana: qui il passato e il presente della cura occupano lo stesso isolato.
Come i Fatebenefratelli sono arrivati sull’isola
L’ordine nacque dai seguaci di Giovanni di Dio, il portoghese Giovanni Ciudad, che aveva aperto a Granada nel 1537 un ospedale di quarantasei posti letto e che chiedeva l’elemosina per le strade con la frase da cui deriva il nome popolare dell’ordine. I frati arrivarono a Roma nel 1570 e ottennero il riconoscimento pontificio con la bolla Licet ex debito di Pio V nel 1572; Pietro Soriano fondò nel 1571 il primo ospedale italiano dell’ordine a Piazza di Pietra e nel 1584 acquistò sull’isola il monastero con la chiesa di San Giovanni Calibita, trasferendovi l’ospedale, completato nel 1591. Alcune fonti divulgative datano al 1583 la fondazione dell’ospedale sull’isola, altre al 1584: la differenza dipende da quale atto si considera decisivo. Durante la peste del 1656 l’intera isola fu trasformata in lazzaretto, e nel 1930 il versante occidentale fu occupato dal corpo di fabbrica unico disegnato da Cesare Bazzani, quello che si vede oggi.
Il morbo di K, 1943
L’episodio più noto della storia contemporanea dell’isola riguarda l’autunno del 1943. Dopo il rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, alcune persone in fuga trovarono rifugio all’ospedale dell’isola, dove il primario Giovanni Borromeo fece compilare cartelle cliniche con la diagnosi di una malattia inesistente, definita morbo di K e descritta come estremamente contagiosa, così da scoraggiare i controlli tedeschi sul reparto. Nell’ospedale lavorava sotto falso nome anche il medico ebreo Vittorio Emanuele Sacerdoti, e alla vicenda è legato il nome di Adriano Ossicini. Nel 2004 lo Yad Vashem ha riconosciuto Giovanni Borromeo come Giusto tra le nazioni. Va detto che la storiografia discute i contorni precisi dell’episodio: la testimonianza rilasciata da Sacerdoti nel 1998 alla Shoah Foundation parla di pazienti indicati come pazienti Kesselring, e il racconto nella forma oggi più diffusa si è consolidato soprattutto a partire dal libro pubblicato nel 2007 dal figlio di Borromeo. Il fatto che alcune persone siano state nascoste e salvate in quell’ospedale non è in discussione; i dettagli e i numeri sì. La Sinagoga di Roma, a pochi minuti a piedi dall’altra parte del Ponte Fabricio, conserva nel suo museo la memoria di quella giornata.
Venticinque secoli senza interruzioni
Messa in fila, la sequenza è impressionante: santuario di Esculapio con i malati che dormivano nel portico dal III secolo avanti Cristo; incubazione cristiana fra IV e VI secolo; assistenza attorno alla basilica ottoniana dall’anno Mille; ospedale dei Fatebenefratelli dalla fine del Cinquecento; ospedale in piena attività oggi, con un pronto soccorso e un reparto di maternità dove nascono ogni anno migliaia di romani. La pagina sull’Isola Tiberina racconta per esteso il lato antico di questa storia, dal serpente venuto da Epidauro alla prua di travertino; qui interessa il punto in cui quella storia tocca fisicamente la chiesa, cioè il pozzo sotto l’altare.
Dentro la chiesa: le cappelle, la Madonna della Lampada e gli oggetti da cercare
L’interno della Basilica di San Bartolomeo all’Isola è a tre navate con transetto e presbiterio rialzati, sei cappelle laterali ricavate sfondando i muri perimetrali e un’abside dietro l’altare maggiore. Le misure riportate dalle fonti non coincidono e oscillano fra i quarantacinque e i cinquantuno metri di lunghezza per venti o ventidue di larghezza: in ogni caso è una chiesa di dimensioni contenute, che si percorre in pochi passi. Le sei cappelle laterali, tre per lato, conservano la decorazione barocca con gli affreschi che le fonti attribuiscono ad Antonio Carracci e ad altri pittori del Seicento, e una di esse fu la cappella dei mugnai fino al 1846, quando i mulini galleggianti sul Tevere erano ancora una realtà produttiva della città; oggi ognuna ospita anche le memorie dei Nuovi Martiri di un’area geografica, e questa doppia stratificazione è la cifra dell’edificio. Sopra il portico si conserva un ambiente detto sala del mosaico, già coro conventuale, con un frammento musivo del XII secolo raffigurante Cristo, e nella cripta i capitelli portano scolpita l’aquila imperiale di Ottone III.
La Madonna della Lampada e la palla di cannone
Due oggetti di devozione da cercare. Il primo è l’immagine della Madonna della Lampada, un affresco che le fonti datano al XIII secolo: la tradizione popolare vuole che durante una delle grandi inondazioni del Tevere la lampada accesa davanti all’immagine abbia continuato ad ardere pur sommersa, e da lì viene il nome. È un racconto devozionale, non un fatto documentato, e va preso come tale. Il secondo è la palla di cannone del 1849, in ferro, conservata con la lapide che ne ricorda l’episodio. In chiesa si conserva anche un affresco con la Vergine in trono e il Bambino fra figure di oranti, di arte bizantina con influssi romanici, riemerso sopra un altare laterale e datato al XII secolo.
Cosa vedere intorno alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola
Intorno alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola c’è una concentrazione di monumenti raggiungibili tutti a piedi in meno di un quarto d’ora, e questo rende la chiesa una tappa ideale dentro un percorso più lungo invece che una meta a sé. Sull’isola stessa ci sono la chiesa di San Giovanni Calibita, la Torre dei Caetani e la prua di travertino; dal lato del Ghetto il Portico d’Ottavia e la Sinagoga di Roma; risalendo verso il centro il Teatro di Marcello, San Nicola in Carcere e la Crypta Balbi; scendendo lungo il fiume il Foro Boario con l’Arco di Giano, Santa Maria in Cosmedin e il Circo Massimo; verso Trastevere Santa Cecilia.
Con i bambini, con poco tempo e in carrozzina
Ai bambini piccoli la chiesa interessa poco e il Memoriale non è adatto a loro: quello che funziona è il contorno, il giro dell’isola in dieci minuti, la prua di travertino dalla punta di valle e il Ponte Rotto isolato nella corrente, mentre dentro la chiesa il gancio giusto sono il pozzo sui gradini dell’altare e le colonne tutte diverse da contare una per una. Con venti minuti a disposizione si entra, si percorre la navata, si guarda la vera da pozzo e si esce. Chi si muove in carrozzina trova l’isola pianeggiante ma il basolato irregolare e qualche gradino all’ingresso, e la cripta del Memoriale si raggiunge per scale: conviene contattare la basilica prima della visita.
Domande frequenti sulla Basilica di San Bartolomeo all’Isola
Quanto costa entrare nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola?
L’ingresso alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola è gratuito e non è previsto alcun biglietto per visitare la chiesa. Non serve prenotare per la navata e le cappelle laterali. Fa eccezione il Memoriale dei Nuovi Martiri allestito nella cripta, che ha orari propri, in genere il sabato, e che negli altri giorni feriali si visita su prenotazione contattando il santuario.
Quali sono gli orari della Basilica di San Bartolomeo all’Isola?
La Basilica di San Bartolomeo all’Isola apre in genere la mattina e nel tardo pomeriggio, con una pausa a metà giornata e un orario ridotto la domenica; le indicazioni del santuario riportano la fascia dalle nove e mezza all’una e mezza e quella dalle tre e mezza alle cinque e mezza. Gli orari cambiano con le stagioni e con le celebrazioni, quindi conviene verificarli sul sito ufficiale o telefonando prima di andare.
Come si arriva alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola con i mezzi pubblici?
Alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola si arriva a piedi attraverso il Ponte Fabricio dal lato del Ghetto o il Ponte Cestio dal lato di Trastevere, perché sull’isola non esiste una fermata della metropolitana. Le linee di autobus del Lungotevere e della zona di Piazza Sonnino fermano a pochi minuti, e il tram 8 da Piazza Venezia lascia vicino al Ponte Cestio. Conviene verificare linee e percorsi sull’applicazione del trasporto pubblico il giorno stesso.
Quanto tempo serve per visitare la Basilica di San Bartolomeo all’Isola?
Per visitare la Basilica di San Bartolomeo all’Isola bastano venti minuti se ci si limita alla navata, mentre ne servono almeno quaranta per guardare con calma la vera da pozzo sui gradini dell’altare, la vasca di porfido con le reliquie e le sei cappelle con le memorie dei martiri contemporanei. Chi visita anche il Memoriale nella cripta deve calcolare un’ora abbondante, perché è un percorso con testi da leggere.
Che cos’è il pozzo che si trova davanti all’altare?
Il pozzo della Basilica di San Bartolomeo all’Isola è una vera da pozzo in marmo ricavata da un rocchio di colonna antica, collocata sui gradini del presbiterio e scolpita con quattro figure: Cristo, un vescovo identificato con sant’Adalberto o con san Paolino, l’imperatore Ottone III con il modello della chiesa e san Bartolomeo con il coltello. Secondo la tradizione copre la sorgente del santuario di Esculapio. La datazione è discussa: le fonti oscillano fra la fine del X, l’XI e il XIII secolo.
Che cos’è il Memoriale dei Nuovi Martiri?
Il Memoriale dei Nuovi Martiri della Basilica di San Bartolomeo all’Isola è la raccolta di oggetti appartenuti a cristiani uccisi nel XX e nel XXI secolo, voluta da Giovanni Paolo II nel quadro del Giubileo del 2000 e curata dalla Comunità di Sant’Egidio. Le memorie sono distribuite nelle sei cappelle laterali per area geografica, e dal 23 marzo 2023 un percorso espositivo si trova nella cripta medievale restaurata. Riguarda cristiani di confessioni diverse, cattolici, ortodossi e protestanti.
Si possono fare fotografie nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola?
Nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola le fotografie senza flash sono in genere tollerate nella navata, ma non si fotografa durante le celebrazioni. Nel Memoriale dei Nuovi Martiri conviene chiedere prima al personale, perché si tratta di oggetti personali appartenuti a persone uccise, esposti in un contesto di raccoglimento. Le regole possono cambiare, e l’indicazione del personale della basilica ha sempre la precedenza.
La Basilica di San Bartolomeo all’Isola è accessibile in sedia a rotelle?
L’Isola Tiberina su cui sorge la Basilica di San Bartolomeo all’Isola è pianeggiante e si raggiunge da entrambe le rive senza scale, ma il basolato è irregolare e all’ingresso della chiesa ci sono alcuni gradini; la cripta del Memoriale si raggiunge per scale. Chi ha difficoltà motorie conviene che contatti la basilica prima della visita per verificare l’accesso concreto, perché la situazione di questi edifici storici non si riassume in una regola generale.
Che differenza c’è fra questa pagina e quella sull’Isola Tiberina?
La pagina sull’Isola Tiberina racconta l’isola nel suo insieme: la forma a nave, la prua di travertino con il serpente di Esculapio, i ponti Fabricio e Cestio, gli ospedali, la Torre dei Caetani e l’Isola del Cinema. Questa pagina entra invece soltanto dentro la Basilica di San Bartolomeo all’Isola, con la vera da pozzo, le colonne di spoglio, il campanile e il Memoriale dei Nuovi Martiri. Le due si leggono bene una dopo l’altra.
Chi costruisce un itinerario romano che unisca l’isola, il Ghetto e Trastevere in mezza giornata, incrociando questa tappa con le altre soste lungo il fiume come Largo Argentina e il Foro Boario, trova strumenti utili di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
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