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Chiesa di Santa Francesca Romana

La Chiesa di Santa Francesca Romana si affaccia sul Foro Romano dal fianco orientale dell’area archeologica, a pochi metri dalla Basilica di Massenzio e a un tiro di schioppo dal Colosseo, con il suo campanile romanico in mattoni che spunta sopra le rovine ed è, per chi arriva da via dei Fori Imperiali, uno dei profili più riconoscibili dell’intero paesaggio archeologico. Il nome ufficiale è un altro, e più antico: Santa Maria Nova, cioè la nuova Santa Maria, chiamata così per distinguerla da quella vecchia, Santa Maria Antiqua, che sorgeva poche decine di metri più in là ai piedi del Palatino e che fu abbandonata dopo un terremoto del IX secolo. La chiesa che vediamo oggi è quindi nata come sostituzione di un’altra chiesa, ed è cresciuta dentro e sopra il più grande tempio che Roma antica abbia mai costruito, quello dedicato a Venere e a Roma. Dentro ci sono due icone mariane sovrapposte, una delle quali tra le più antiche conservate in città, due lastre di pietra che la tradizione agiografica collega alle ginocchia di San Pietro, la tomba del papa che riportò il papato da Avignone e il corpo della santa che dal 1925 è patrona degli automobilisti. Le righe che seguono raccontano che cosa si vede davvero entrando, che cosa è verificato e che cosa invece appartiene alla leggenda, e come organizzare la visita senza sprecare tempo.

Dove si trova la Chiesa di Santa Francesca Romana e come arrivare

La chiesa si trova in piazza di Santa Francesca Romana, sul margine orientale del Foro Romano, in un punto che appartiene contemporaneamente all’area archeologica e alla città viva: si entra da un piazzale raggiungibile dall’esterno del recinto archeologico, senza biglietto, mentre il fianco e l’abside guardano dall’alto le rovine del Foro. È una posizione anomala, che spiega molti equivoci: la chiesa è dentro il Foro per posizione e per storia, ma non fa parte del percorso di visita a pagamento del parco archeologico, ed è per questo che tanti visitatori la vedono soltanto da lontano, dal basso, senza capire che ci si può entrare.

A piedi dal Colosseo

Il percorso più semplice parte dal Colosseo. Dalla piazza dell’anfiteatro si imbocca la salita che costeggia il fianco dell’area archeologica, il cosiddetto clivo di Venere Felice, e in cinque o sei minuti di cammino in leggera pendenza si arriva al piazzale davanti alla facciata. Chi arriva invece da piazza Venezia percorre via dei Fori Imperiali tenendo la destra, supera i resti della Basilica di Massenzio con le sue tre volte enormi e trova la deviazione che porta al sagrato della chiesa. Sono in entrambi i casi passeggiate brevi, ma va detto che l’ultimo tratto è in salita e su fondo irregolare, cosa di cui tenere conto con passeggini o difficoltà motorie.

Con i mezzi pubblici

La fermata della metropolitana più comoda è Colosseo, sulla linea B, da cui si cammina per pochi minuti risalendo verso il Foro. Da Termini bastano due fermate di metro B in direzione Laurentina. Chi si muove in superficie ha a disposizione le linee di autobus che percorrono via dei Fori Imperiali e via Labicana, con fermate a ridosso del Colosseo. Non esistono parcheggi nelle immediate vicinanze: tutta l’area è pedonale o a traffico fortemente limitato, e via dei Fori Imperiali è chiusa al traffico privato, un dettaglio che, come si vedrà più avanti, ha avuto conseguenze anche sulla più celebre delle tradizioni legate a questa chiesa.

Serve il biglietto del Foro Romano?

Per entrare nella Chiesa di Santa Francesca Romana non serve il biglietto del Foro Romano: la chiesa è un luogo di culto con ingresso indipendente dal piazzale esterno, e la visita è gratuita. Il biglietto integrato Colosseo, Foro Romano e Palatino serve invece per il percorso archeologico che si stende ai piedi della chiesa, e chi vuole vedere entrambe le cose deve mettere in conto due accessi distinti, in momenti diversi o comunque con due uscite e due ingressi. Chi sta già visitando il Foro con il biglietto può ammirare l’abside e il campanile dal basso, lungo la via Sacra, ma per entrare in chiesa deve uscire dall’area archeologica e risalire dall’esterno.

La basilica di Santa Francesca Romana al Foro Romano
La facciata e il campanile romanico di Santa Francesca Romana, all'estremità orientale del Foro Romano. Foto di Diego Delso, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Dal tempio di Venere e Roma alla chiesa: perché è nata qui

La Chiesa di Santa Francesca Romana sorge sul lato settentrionale di quello che fu il tempio di Venere e Roma, il più grande tempio dell’antica Roma, progettato dall’imperatore Adriano in persona, iniziato nel 121 dopo Cristo, inaugurato nel 135 e completato nel 141 sotto Antonino Pio. Capire questo passaggio è la chiave per capire tutto il resto: la chiesa non è stata costruita accanto a un monumento antico, è stata costruita dentro di esso, occupandone progressivamente gli spazi finché il tempio non è diventato, materialmente, la struttura portante e il magazzino di materiali dell’edificio cristiano.

Il tempio più grande di Roma antica

Le misure aiutano a immaginare la scala dell’edificio scomparso. Il podio su cui poggiava il complesso misurava circa 145 metri di lunghezza per 100 di larghezza, e il peristilio, cioè il colonnato che circondava il tempio vero e proprio, misurava all’incirca 110 metri per 53, con dieci colonne sui lati brevi e ventuno sui lati lunghi. Era un tempio decastilo, formula rarissima a Roma, e la sua pianta seguiva modelli greci più che italici, coerentemente con il gusto filoellenico di Adriano. Il punto più singolare è che aveva due celle affiancate e addossate schiena contro schiena: una ospitava la statua di Venere Felix, l’altra quella di Roma Aeterna, orientate in direzioni opposte, una verso il Colosseo e una verso il Foro.

La cella di Roma Aeterna è ancora lì

La cella occidentale, quella della dea Roma, non è andata perduta: è stata inglobata nel monastero annesso alla chiesa e oggi ospita l’Antiquarium Forense, il museo dei reperti provenienti dagli scavi del Foro. Grandi colonne di porfido ne scandiscono ancora le pareti e affiancano l’abside, si vede un tratto di pavimento originale e parte del basamento in laterizio su cui stava la statua di culto. La cella orientale, meglio visibile dall’esterno verso il Colosseo, è peggio conservata ma conserva parte degli stucchi del catino absidale. Chi visita il Foro Romano con il biglietto e arriva fin qui sta camminando, senza quasi accorgersene, dentro il perimetro di un tempio adrianeo.

La spoliazione e il crollo

La fine del tempio arriva per gradi. Nel 625 papa Onorio I ne fece rimuovere le tegole di bronzo per rifare il tetto dell’antica basilica di San Pietro in Vaticano: un episodio che dice bene come, già nel VII secolo, i grandi edifici pagani fossero considerati soprattutto cave di materiale pregiato. Nel IX secolo un terremoto completò l’opera, riducendo il tempio a un rudere. È esattamente in questo momento e in questo spazio che la chiesa cristiana comincia a prendere forma definitiva.

Da Santa Maria Antiqua a Santa Maria Nova: la sostituzione

La Chiesa di Santa Francesca Romana nasce come sostituzione di Santa Maria Antiqua, la chiesa paleocristiana ai piedi del Palatino che fu resa inagibile dal terremoto della metà del IX secolo. La vicenda è uno dei casi più chiari, in tutta Roma, di trasferimento di un titolo ecclesiastico da un edificio danneggiato a uno nuovo, con le sue reliquie, i suoi diritti e persino le sue immagini di culto.

Che cosa era Santa Maria Antiqua

Santa Maria Antiqua è una chiesa ricavata nel VI secolo dentro ambienti di età domizianea ai piedi del Palatino, e funzionò come cappella palatina in epoca bizantina, dopo la riconquista di Roma da parte delle truppe di Giustiniano. Conserva un ciclo di affreschi di eccezionale importanza: dei circa mille metri quadrati originari ne sopravvivono all’incirca duecentocinquanta, databili fra la metà del VI e il IX secolo, tra cui la prima raffigurazione conosciuta della Madonna in trono e la celebre parete palinsesto con quattro fasi pittoriche sovrapposte. È la testimonianza più importante che abbiamo di arte bizantina sopravvissuta alla stagione iconoclasta aperta nel 726.

Il terremoto dell’847 e il trasferimento del titolo

Il terremoto che colpì Roma nell’847 fece crollare parte delle strutture sovrastanti su Santa Maria Antiqua, che fu abbandonata. Papa Leone IV trasferì allora il titolo a una chiesa costruita ex novo poco lontano, ricavata nel portico del tempio di Venere e Roma sopra un oratorio più antico. Le fonti collocano l’oratorio originario sotto il pontificato di papa Paolo I, quindi fra il 757 e il 767, con una dedica ai santi Pietro e Paolo legata proprio alla tradizione che poneva qui l’episodio di Simon Mago. Nel X secolo l’edificio fu ampliato e ricevette la dedica alla Madonna con il nome di Santa Maria Nova.

Perché “nova” da mille anni

Il nome Santa Maria Nova è uno dei più duraturi paradossi toponomastici di Roma: indica un edificio che è nuovo solo rispetto a un altro, più antico, ed è rimasto in uso per oltre un millennio. La dedica a Santa Francesca Romana si sovrappone soltanto nel Seicento, con la canonizzazione della santa nel 1608 e la traslazione delle sue reliquie nella cripta, ma il nome antico non è mai stato cancellato: la diocesi di Roma continua a usare la denominazione Santa Maria Nova accanto a quella corrente, e chi cerca la chiesa nei documenti ufficiali o negli elenchi dei titoli cardinalizi la trova spesso sotto il nome vecchio. In molti repertori la si trova anche come Santa Francesca Romana al Palatino, per distinguerla da un’altra parrocchia romana con la stessa dedica.

Il campanile romanico: cinque piani sopra il Foro

Il campanile di Santa Francesca Romana è un campanile romanico in laterizio con cinque piani sopra la linea del tetto, collocato sul fianco sinistro della chiesa accanto all’altare maggiore, ed è l’elemento che rende la chiesa riconoscibile da tutta l’area archeologica. Sulla datazione le fonti concordano in modo sostanziale ma non identico: la maggior parte degli studi lo colloca attorno alla metà del XII secolo, mentre la voce enciclopedica italiana lo descrive come duecentesco e lo collega alla ristrutturazione promossa da papa Onorio III all’inizio del XIII secolo. La forbice, in pratica, va dalla metà del XII ai primi decenni del XIII secolo.

Come è fatto

La struttura è quella classica dei campanili romanici romani: una torre in mattoni a canna quadrata, alleggerita man mano che sale da aperture sempre più ampie. I piani superiori hanno finestre a doppia bifora, cioè aperture divise da colonnine che si moltiplicano verso l’alto, secondo una progressione che serve sia a ridurre il peso della muratura sia a dare slancio visivo alla torre. Sopra le aperture sonore dei due lati del piano più alto, quelli rivolti verso i due estremi della chiesa, si trovano due piccole edicole formate ciascuna da un arco a timpano su imposte e colonnine di marmo rette da mensole.

Croci di porfido e dischi di ceramica colorata

Il dettaglio che più merita un binocolo, o almeno lo zoom del telefono, è la decorazione della muratura: i piani sono ornati da croci in porfido e da dischi di ceramica invetriata di vari colori, incastonati nel laterizio. È una tecnica decorativa tipica dei campanili romani del pieno Medioevo, che si ritrova per esempio in quello di Santa Maria in Cosmedin, e che sfruttava materiali di reimpiego e ceramiche importate per ottenere effetti cromatici a costo contenuto. Da vicino i dischi sembrano bottoni colorati cuciti sul mattone; da lontano, nella luce bassa del pomeriggio, la torre acquista una vibrazione che il mattone nudo non avrebbe.

La facciata di Carlo Lambardi: il travertino del 1615

La facciata della Chiesa di Santa Francesca Romana è opera di Carlo Lambardi, fu realizzata in travertino e le fonti la datano al 1615, nel quadro di una campagna di lavori avviata dai monaci olivetani sotto il pontificato di Paolo V e legata alla canonizzazione della santa, avvenuta nel 1608. Il nome dell’architetto compare nelle fonti in due grafie, Lambardi e Lombardi, e vale la pena saperlo per non pensare che si tratti di due persone diverse.

Che cosa si vede dal piazzale

Il fronte è interamente rivestito di travertino, con due coppie di paraste che scandiscono la superficie e un timpano coronato da statue. Sopra il portico d’ingresso corre un balcone, elemento tutt’altro che decorativo: serviva per le ostensioni e le benedizioni verso la piazza, una funzione liturgica e insieme scenica molto diffusa nelle facciate romane fra tardo Cinquecento e primo Seicento. L’ingresso vero e proprio è organizzato come un corpo basso a un solo ordine, con la grande apertura ad arco al centro inquadrata da paraste di ordine composito e due passaggi laterali leggermente arretrati.

Un dettaglio sulla struttura interna

La chiesa era in origine a tre navate ed è stata trasformata in una sola navata sulla quale si aprono otto cappelle laterali, ottenute chiudendo con muri le antiche navatelle. È una trasformazione tipica della Controriforma, che privilegiava spazi unitari e ben controllabili rispetto all’articolazione basilicale medievale, e spiega perché l’interno appaia oggi più raccolto e più barocco di quanto la storia dell’edificio lascerebbe prevedere.

L’icona della Madonna Glicofilusa: due dipinti sovrapposti

La Chiesa di Santa Francesca Romana conserva un’icona mariana fra le più antiche di Roma, arrivata qui da Santa Maria Antiqua e rimasta nascosta per secoli sotto un’altra icona che la ricopriva: la scoperta avvenne nel corso di un restauro condotto attorno al 1949 e 1950, quando si capì che il pannello venerato sull’altare maggiore era in realtà un doppio dipinto. È la vicenda più affascinante dell’intera chiesa, e anche quella su cui gli studiosi discutono di più.

Che cosa è successo nel restauro

L’icona sull’altare maggiore stava per essere liberata da una ridipintura ottocentesca, riferita al 1805, quando l’esame della tavola rivelò che l’immagine medievale era stata a sua volta stesa sopra una versione molto più antica. Le due pitture furono separate, e quella più antica è oggi conservata in sacrestia, mentre sull’altare è rimasta l’immagine medievale. In pratica, la stessa tavola custodiva due icone di epoche lontanissime, una sopra l’altra, e la seconda era rimasta invisibile per circa settecento anni.

Le datazioni: dove le fonti non concordano

Sulle date le fonti divergono e vale la pena riportarle entrambe. La voce enciclopedica italiana data l’icona antica al V secolo e colloca il restauro nel 1949, descrivendo quella dell’altare come opera di scuola toscana del XII secolo. Il repertorio specialistico sulle chiese di Roma data invece l’icona dell’altare al XII secolo e ritiene che quella sottostante sia probabilmente del VI secolo, collocando il restauro nel 1950. La scheda in lingua inglese parla di un’icona di inizio V secolo proveniente da Santa Maria Antiqua. Il dato solido, condiviso da tutte le versioni, è questo: la tavola inferiore è tardoantica o altomedievale, quindi fra il V e il VI secolo, e la tavola superiore è del pieno Medioevo. Chiunque affermi una data unica con sicurezza sta semplificando.

Glicofilusa o Odigitria: una questione di gesto

Il nome con cui l’immagine è più nota, Madonna Glicofilusa, significa in greco della tenerezza e indica il tipo iconografico in cui la Vergine accosta la guancia a quella del Bambino in un gesto affettuoso. Va però segnalato che il repertorio specialistico ritiene questa definizione inesatta e classifica l’immagine come una versione arcaica del tipo Odigitria, quello in cui la Madonna indica il Bambino con la mano, presentandolo come la via. La differenza non è un cavillo da specialisti: dice se l’immagine appartiene al filone affettivo o a quello dottrinale della pittura mariana bizantina. Qui la scheda riporta entrambe le letture, perché entrambe sono sostenute da fonti serie.

Una curiosità sulla Chiesa di Santa Francesca Romana

La curiosità più solida riguarda il nome: la Chiesa di Santa Francesca Romana si chiama ufficialmente Santa Maria Nova, cioè la nuova, ed è nuova da circa mille e cento anni. Il nome fu scelto nel X secolo per distinguerla da Santa Maria Antiqua, che era antica già allora, e non è mai stato dismesso nemmeno dopo la seconda intitolazione seicentesca.

Il pittore sepolto senza tomba

C’è una seconda curiosità, meno nota. In questa chiesa fu sepolto nel 1427 Gentile da Fabriano, uno dei più grandi pittori del gotico internazionale, autore dell’Adorazione dei Magi oggi agli Uffizi. Della sua tomba non è rimasta traccia. Negli anni Cinquanta del Novecento è stata collocata sul pavimento della navata una lapide che ricorda la sepoltura del pittore all’interno della basilica: non è la tomba originale, è un segno posto in ricordo. Passarci sopra senza accorgersene è la sorte che tocca a quasi tutti i visitatori.

La confessione pagata da una sorella di papa

Terza curiosità: la confessione della santa, il tempietto sotto il presbiterio, fu disegnata da Gian Lorenzo Bernini su commissione di Agata Pamphilj, sorella del papa allora regnante, Innocenzo X. Non è un dettaglio di costume: dice quanto peso avesse il culto di Francesca Romana nella Roma barocca, al punto da attirare risorse e nomi del calibro di Bernini su una chiesa che oggi molti visitatori non sanno nemmeno di poter visitare.

Le pietre con le impronte dei ginocchi di San Pietro

Sulla parete destra del presbiterio della Chiesa di Santa Francesca Romana sono murate due lastre di pietra scura che la tradizione agiografica identifica come le impronte lasciate dalle ginocchia di San Pietro mentre pregava. Sono uno degli oggetti più curiosi e meno pubblicizzati dell’intero Foro Romano, e vanno presentati per quello che sono: una reliquia di tradizione, non un reperto archeologico datato.

La leggenda di Simon Mago

Il racconto, che appartiene alla tradizione agiografica e non alla storia documentata, vuole che il mago Simon Mago avesse sfidato gli apostoli per dimostrare che i suoi poteri erano superiori ai loro, e che avesse tentato di levitare davanti alla folla. San Pietro si sarebbe inginocchiato in mezzo alla gente chiedendo a Dio di umiliare il mago, e Simone sarebbe precipitato al suolo trovando la morte. La tradizione colloca proprio in questo punto della via Sacra l’episodio, e su questo fondamento papa Paolo I avrebbe dedicato qui, nel VIII secolo, un oratorio ai santi Pietro e Paolo.

Che cosa dice la ricerca storica

Va detto con chiarezza: non esiste alcuna prova storica dell’episodio, che non compare nei Vangeli e appartiene alla letteratura apocrifa degli Atti di Pietro, testi tardi e agiografici. Le due lastre non sono state datate come impronte antiche e non c’è alcuna ragione scientifica per attribuirle a una persona specifica. Il loro interesse è un altro, ed è enorme: documentano come una tradizione orale si sia fissata su un luogo preciso del Foro, abbia generato un edificio di culto e sia sopravvissuta per oltre mille e duecento anni fino a materializzarsi in due pietre esposte in una chiesa.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Chiesa di Santa Francesca Romana

La cosa che quasi nessuno dice è che l’ex monastero annesso alla Chiesa di Santa Francesca Romana ospita l’Antiquarium Forense, il museo dei reperti del Foro Romano, ricavato all’inizio del Novecento dall’archeologo Giacomo Boni negli spazi confiscati ai monaci dopo il 1870. Chiesa e museo archeologico convivono quindi nello stesso complesso edilizio, con due storie amministrative separate e due porte diverse.

Come è successo

Quando Roma divenne capitale del Regno d’Italia, lo Stato unitario espropriò numerose proprietà ecclesiastiche, e il monastero olivetano annesso alla chiesa fu tra queste: le fonti collocano la sequestrazione nel 1873. Ai monaci rimase in uso solo una piccola parte dell’antico edificio, situazione che dura tuttora. Negli spazi liberati, all’inizio del Novecento, Giacomo Boni, il grande scavatore del Foro, allestì l’Antiquarium per esporre i materiali che stavano uscendo dagli scavi. Il risultato è che sotto lo stesso tetto si trovano una comunità monastica ancora attiva e una collezione archeologica statale.

Perché è importante saperlo prima di andare

Il primo effetto pratico è che gli orari sono diversi e indipendenti: la chiesa segue i suoi, il museo segue quelli del parco archeologico, e l’accesso all’Antiquarium è compreso nel percorso del Foro Romano e del Palatino, non nella visita alla chiesa. Il secondo è che molte guide, parlando della chiesa, descrivono come parte di essa ambienti che appartengono al percorso museale, e viceversa. Il terzo è che chi vuole vedere la cella del tempio di Roma con le colonne di porfido deve entrare dall’area archeologica, non dalla porta della chiesa. Chi è interessato in modo specifico ai reperti del Palatino può guardare anche al Museo Palatino, che ha una collezione diversa e una sede separata sulla collina.

L’interno: mosaico absidale, cappelle e pavimenti cosmateschi

L’interno della Chiesa di Santa Francesca Romana è a navata unica con otto cappelle laterali, con una doppia scalinata che sale al presbiterio e, nel catino absidale, un mosaico medievale raffigurante la Madonna col Bambino affiancata da santi. La sensazione entrando è quella di uno spazio seicentesco che custodisce, come in una teca, pezzi molto più antichi.

Il mosaico dell’abside

Anche qui le fonti non coincidono, e conviene dirlo. La voce enciclopedica italiana data il mosaico absidale e quello dell’arco trionfale al X secolo; il repertorio specialistico sulle chiese di Roma li assegna invece al XII secolo e propone la data del 1161, descrivendo la Madonna col Bambino tra gli apostoli Giacomo, Giovanni, Pietro e Andrea, con un fondo architettonico ad arcate di ascendenza bizantina; altre schede lo collegano ai lavori duecenteschi di Onorio III. La forbice quindi è ampia, dal X al XIII secolo, con il XII secolo come ipotesi oggi più ricorrente negli studi.

Il pavimento cosmatesco

Parte del pavimento è cosmatesco, cioè realizzato con la tecnica a intarsio di marmi colorati che a Roma porta il nome della famiglia dei Cosmati, e nel presbiterio se ne conserva una porzione consistente, restaurata. Nella navata resta un lacerto riferito al 1216, mentre gran parte della superficie fu rifatta in marmi grigi e rossi durante il restauro del 1953. Riconoscere quali parti sono originali e quali sono novecentesche è un esercizio che ripaga: il disegno antico è irregolare, con tessere di dimensioni diseguali e un andamento che segue la mano, mentre il rifacimento è regolare e freddo.

Le cappelle e le pale d’altare

Fra le cappelle, quella dedicata alla Natività conserva una pala di Carlo Maratta, affiancata da due tele di Domenico Maria Canuti con episodi della vita di san Bernardo Tolomei, il fondatore degli olivetani. Nella cappella dedicata a san Gregorio Magno si trova un dipinto di Angelo Caroselli con il papa. Nella cappella del Crocifisso, la prima a destra, la pala con la Crocifissione e il dipinto di san Bernardo Tolomei sulla parete destra sono di Giuseppe Maria Crespi, mentre la Sacra Famiglia sulla sinistra è ancora di Canuti. Nella volta della prima cappella a destra è visibile un affresco molto rovinato con i Dottori della Chiesa, attribuito a Melozzo da Forlì.

Che cosa si conserva in sacrestia

La sacrestia custodisce alcuni dei pezzi più preziosi: l’icona antica staccata nel restauro di metà Novecento, il Miracolo di san Benedetto di Pierre Subleyras, dipinto settecentesco, la Trinità con il beato Bernardo Tolomei e angeli di Giacinto Brandi, eseguita fra il 1665 e il 1670, e un dipinto con papa Paolo III e il cardinale inglese Reginald Pole, attribuito da alcune fonti a Iacopino del Conte e da altre a Perino del Vaga. L’accesso alla sacrestia non è garantito e dipende dalla disponibilità della comunità: conviene chiedere senza aspettarsi un sì automatico.

La confessione del Bernini e la cripta di Santa Francesca

Sotto il presbiterio della Chiesa di Santa Francesca Romana si apre la confessione progettata da Gian Lorenzo Bernini e terminata nel 1649, dove è custodito il corpo della santa, visibile nella cripta attraverso un vetro. È il cuore devozionale della chiesa e la ragione per cui, nel Seicento, l’antica Santa Maria Nova cambiò nome.

La statua perduta e quella che vediamo

La statua originale era in bronzo dorato ed era opera dello stesso Bernini. Fu asportata e distrutta nel 1798, durante l’occupazione francese di Roma, quando il metallo prezioso delle chiese fu requisito su larga scala. Quella che si vede oggi è una copia in marmo eseguita da Giosuè Meli nel 1866, collocata nel quadro di un restauro ottocentesco. Chi entra pensando di vedere un Bernini, insomma, vede un Meli: è un’informazione che quasi nessun cartello in chiesa fornisce con chiarezza.

Il corpo della santa

Nella cripta il corpo di Santa Francesca Romana è esposto rivestito e protetto da un vetro. Le fonti specialistiche sottolineano un dettaglio di metodo: gli olivetani non hanno mai ricomposto le sue reliquie con cera per farle sembrare un corpo vivo, come è avvenuto altrove, e ciò che si vede è lo scheletro rivestito con l’abito delle Oblate. Fra le mani è collocato un breviario aperto su un salmo preciso, in riferimento all’episodio, di tradizione devozionale, secondo cui la santa non riusciva a completarne la lettura perché continuamente interrotta dai doveri domestici.

La tomba di papa Gregorio XI, il papa che riportò il papato a Roma

Nel transetto destro della Chiesa di Santa Francesca Romana si trova la tomba di papa Gregorio XI, il pontefice che nel 1377 riportò la sede papale da Avignone a Roma, eseguita da Pietro Paolo Olivieri e collocata qui negli anni Ottanta del Cinquecento a spese del Senato romano. È il monumento di maggior peso storico dell’intera chiesa.

Chi era Gregorio XI

Gregorio XI fu l’ultimo papa francese e l’ultimo del cosiddetto periodo avignonese: il suo rientro a Roma, che le fonti collocano al 17 gennaio 1377, chiuse quasi settant’anni di residenza pontificia in Provenza. Morì poco più di un anno dopo, e alla sua morte si aprì lo Scisma d’Occidente, che avrebbe diviso la cristianità latina per decenni. Il monumento romano celebra quindi un evento, non una lunga stagione di governo: il ritorno.

Il monumento e la sua data

Anche qui le fonti differiscono di un anno: la voce enciclopedica italiana data l’opera al 1584, mentre il repertorio specialistico riferisce che il monumento fu firmato e datato 1584 ma collocato in chiesa nel 1585. Non è una contraddizione reale, è la distanza fra la data di esecuzione e quella dell’installazione. Il monumento in marmo è costituito da un pannello centrale a rilievo affiancato da colonne e da due statue allegoriche identificate come Fede e Speranza. Le quattro colonne ioniche in giallo di Siena non sono le originali: sostituirono nel 1900 quelle in giallo antico.

Perché proprio in questa chiesa

La scelta della sede non è casuale. La Chiesa di Santa Francesca Romana si affaccia sul Foro, il cuore simbolico della Roma antica e municipale, ed era la chiesa dove riposava la santa più identificata con la città. Collocare qui il monumento al papa del ritorno significava saldare tre elementi: la romanità antica, la santità cittadina e la legittimità della sede romana del papato. Chi vuole seguire lo stesso filo può proseguire verso il Campidoglio e la Basilica di Santa Maria in Aracoeli, che è la chiesa del Senato e del popolo romano per eccellenza.

Il consiglio che ti do per visitare la Chiesa di Santa Francesca Romana

Il consiglio pratico più utile per la Chiesa di Santa Francesca Romana è di non trattarla come una tappa indipendente ma come la pausa gratuita e al coperto dentro una giornata dedicata al Foro Romano e al Colosseo, verificando però gli orari di apertura sul posto o con la comunità monastica, perché variano e non sono garantiti.

Gli orari: quello che si può dire davvero

Le fonti specialistiche indicano un’apertura indicativa nelle fasce del mattino e del primo pomeriggio, con una chiusura centrale, e segnalano esplicitamente che gli orari sono variabili e cambiano con le stagioni. La messa domenicale è indicata alle 11. Poiché non esiste un orario ufficiale stabile e pubblicato in modo continuativo, la scheda non ne riporta uno preciso: chi ha poco tempo e non vuole rischiare un viaggio a vuoto faccia una telefonata o una verifica il giorno stesso. Inventare un orario, qui, sarebbe il modo più rapido per far perdere tempo a chi legge.

Quando conviene andare

Il momento migliore è la prima mattina, per due ragioni indipendenti. La prima è la luce: la facciata guarda in modo tale che nelle prime ore il travertino e il mattone del campanile ricevono una luce radente che li valorizza. La seconda è la folla: tutta l’area attorno al Colosseo si satura a metà mattina, e la salita verso la chiesa, che è già poco frequentata di suo, diventa molto più gradevole quando il flusso principale non si è ancora formato. Il tardo pomeriggio è la seconda scelta migliore, con il rischio però di trovare la chiesa già chiusa.

Come incastrarla nell’itinerario

L’incastro più efficiente è questo: visita del Colosseo con biglietto a orario, poi ingresso al Foro Romano dal varco vicino all’Arco di Costantino, percorso interno fino alla Basilica di Massenzio e a Santa Maria Antiqua, uscita e risalita alla chiesa dal piazzale esterno. In questo modo si vedono nell’ordine giusto la chiesa vecchia e la chiesa nuova, e la storia del trasferimento del titolo diventa evidente invece che astratta.

Accessibilità

L’accesso avviene da un piazzale in quota raggiungibile con una salita, e all’interno la chiesa ha dislivelli, in particolare la doppia scalinata che porta al presbiterio e la discesa alla cripta. Chi ha problemi di mobilità dovrebbe mettere in conto che la navata è pianeggiante e visitabile, mentre presbiterio e cripta comportano gradini. Una verifica preventiva con la comunità è il modo più sicuro per non avere sorprese, dato che non risultano informazioni ufficiali dettagliate sull’accessibilità pubblicate in modo stabile.

Chi era Santa Francesca Romana

Francesca Bussa de’ Leoni, poi coniugata Ponziani, nacque a Roma nel 1384 e morì il 9 marzo 1440: è la fondatrice della comunità delle Oblate di Tor de’ Specchi e fu canonizzata il 29 maggio 1608 da papa Paolo V con la bolla Caelestis aquae flumen. È patrona di Roma insieme ai santi Pietro e Paolo.

Le Oblate e Tor de’ Specchi

Il 15 agosto 1425, con nove compagne, si offrì come oblata della Vergine proprio nella basilica di Santa Maria Nova al Foro, cioè in questa chiesa. Per otto anni le Oblate continuarono a vivere nelle rispettive famiglie; solo nel marzo del 1433, acquistata una casa nel rione Campitelli ai piedi del Campidoglio, cominciarono la vita comune. Francesca le raggiunse tre anni più tardi, alla morte del marito, e ne assunse la guida. Il monastero di Tor de’ Specchi, in via del Teatro di Marcello, esiste ancora e non è mai stato soppresso.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Santa Francesca Romana è patrona degli automobilisti dal 1925 per volontà di papa Pio XI, e la benedizione delle automobili del 9 marzo si svolge tradizionalmente in piazza del Colosseo, non sul piazzale della chiesa: la prima celebrazione ufficiale risale al 1928. È il dato che quasi tutti conoscono a metà e che vale la pena precisare.

Perché proprio gli automobilisti

Il patronato nasce dalla tradizione secondo cui la santa vedeva il proprio angelo custode, che la proteggeva dai pericoli e le rischiarava la strada mentre attraversava di notte le vie di Roma. È un’immagine agiografica, non un fatto storico, e va etichettata come tale; ma il salto logico che nel 1925 portò dall’angelo con la lanterna al guidatore notturno fu immediato e, va detto, efficacissimo.

Che forma ha la benedizione oggi

La cerimonia si è trasformata in un rito simbolico e di rappresentanza. Le fonti descrivono una benedizione che avviene alla presenza delle autorità cittadine e che riguarda un numero contenuto di veicoli scelti come rappresentanti delle diverse categorie: mezzi delle forze dell’ordine, mezzi di emergenza, vetture del parco ATAC, taxi e un numero limitato di automobili private, indicato in quindici per l’edizione del 2018. Non è più, quindi, la fila di automobilisti privati che parcheggiavano il più vicino possibile alla chiesa per farsi benedire la macchina.

Perché è cambiata

Un repertorio specialistico sulle chiese di Roma osserva che l’usanza di portare l’auto sotto la chiesa si è progressivamente ridotta e che la chiusura di via dei Fori Imperiali al traffico privato ha con ogni probabilità reso impraticabile la versione di massa del rito. La spiegazione è convincente: senza accesso carrabile all’area non si può portare fisicamente il veicolo davanti alla facciata. La forma sopravvissuta, in piazza del Colosseo e con veicoli rappresentativi, è la risposta pratica a un vincolo di viabilità.

Che cosa non è stato possibile verificare

Non è stato possibile verificare da fonte ufficiale il programma delle edizioni più recenti, né confermare orario e modalità dell’edizione in corso d’anno: chi volesse partecipare il 9 marzo faccia riferimento alle comunicazioni della comunità monastica e del Comune nei giorni precedenti. Lo stesso 9 marzo, sempre secondo le fonti, il monastero di Tor de’ Specchi apre al pubblico e le Oblate celebrano l’antico rito della benedizione dell’unguento e delle fettucce per le partorienti, distribuendole ai fedeli.

La foto giusta da fare alla Chiesa di Santa Francesca Romana

La fotografia migliore della Chiesa di Santa Francesca Romana non è quella della facciata, ma quella che prende il campanile romanico dal basso, dall’interno del Foro Romano, con le volte della Basilica di Massenzio a sinistra: è l’inquadratura che spiega in un solo fotogramma il rapporto fra la chiesa medievale e le rovine imperiali su cui poggia.

L’inquadratura dal Foro

Il punto di ripresa si trova lungo la via Sacra, nel tratto compreso fra la Basilica di Massenzio e l’uscita verso l’Arco di Tito. Da lì il campanile emerge sopra il podio antico, e inquadrando in verticale si riesce a tenere in campo il laterizio romano in basso, la muratura medievale al centro e il cielo sopra la cella campanaria. La luce migliore è quella del pomeriggio inoltrato, quando il sole arriva radente da ovest e stacca i dischi di ceramica colorata dal fondo di mattone.

All’interno

Dentro, i soggetti che reggono meglio sono il soffitto a cassettoni dipinto in blu, rosso e oro, fotografato dal centro della navata puntando in alto, e la scenografia della doppia scalinata con la confessione al centro. Per entrambi serve una mano ferma o un appoggio, perché la luce è scarsa e il flash, oltre a essere quasi sempre vietato, appiattirebbe tutto. Prima di scattare, però, va verificato che la fotografia sia consentita: è un luogo di culto attivo e la regola la stabilisce il rettore.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia della Chiesa di Santa Francesca Romana si può leggere come una sequenza di sostituzioni: un tempio che lascia il posto a un oratorio, un oratorio che eredita il titolo di una chiesa crollata, una chiesa mariana che prende il nome di una santa cittadina, un monastero che cede i suoi spazi a un museo archeologico.

Dal 121 al 141: il tempio di Adriano

La costruzione del tempio di Venere e Roma comincia nel 121 dopo Cristo su progetto dello stesso imperatore Adriano, viene inaugurata nel 135 e completata nel 141 sotto Antonino Pio. Per fare posto al cantiere fu necessario spostare il colosso bronzeo di Nerone, alto circa trentacinque metri oltre la base, operazione che le fonti antiche descrivono come eseguita con l’aiuto di ventiquattro elefanti. Chi vuole seguire il filo del colosso e del suo contesto trova il seguito alla Domus Aurea, il palazzo neroniano di cui questo settore era l’atrio.

X secolo e XIII secolo: ampliamenti e campanile

Nel X secolo l’edificio viene ampliato, riceve la dedica mariana con il nome di Santa Maria Nova e vede la realizzazione dell’abside e della sua decorazione. All’inizio del XIII secolo, sotto papa Onorio III, la chiesa è oggetto di una ristrutturazione di ampia portata che comprende, secondo questa ricostruzione, la costruzione del campanile, che altre fonti anticipano alla metà del XII secolo.

1612, 1615, 1638, 1649: la stagione barocca

Il soffitto a cassettoni è datato 1612; la facciata in travertino di Carlo Lambardi è completata nel 1615; nel 1638 il corpo della santa viene collocato nella confessione, che sarà terminata nel 1649 su disegno di Bernini. Nel 1584 era già stato eseguito, e nel 1585 collocato, il monumento a Gregorio XI di Pietro Paolo Olivieri.

1873, primi del Novecento, 1933 e 1953

Nel 1873 lo Stato unitario sequestra il monastero olivetano. All’inizio del Novecento Giacomo Boni ricava negli spazi l’Antiquarium Forense. Fra il 1933 e il 1935 il tempio di Venere e Roma è oggetto del restauro generale diretto da Antonio Muñoz durante i lavori di apertura di via dei Fori Imperiali, con la rialzatura di ventidue colonne del portico esterno. Nel 1949 e 1950 il restauro dell’icona rivela il doppio dipinto; nel 1953 viene rifatta gran parte del pavimento della navata.

Chi è passato dalla Chiesa di Santa Francesca Romana

Per la Chiesa di Santa Francesca Romana sono passati, in ordine cronologico, un imperatore architetto, papi medievali, un pittore del gotico internazionale, una santa romana, Gian Lorenzo Bernini e l’archeologo che scavò il Foro: pochi luoghi di Roma mettono in fila nomi tanto distanti fra loro nello stesso perimetro.

Papa Paolo I, Leone IV, Gregorio V e Onorio III

Paolo I fonda l’oratorio dedicato ai santi Pietro e Paolo fra il 757 e il 767; Leone IV trasferisce qui il titolo di Santa Maria Antiqua dopo il terremoto; sotto Gregorio V, fra il 996 e il 999, si consolida la denominazione di Santa Maria Nova; Onorio III promuove la grande ristrutturazione del primo Duecento.

Gian Lorenzo Bernini e Agata Pamphilj

Bernini disegnò la confessione, completata nel 1649, e ne scolpì la statua bronzea poi distrutta; la committente fu Agata Pamphilj, sorella di papa Innocenzo X. È un intervento minore nel catalogo berniniano, ma collocato in un punto strategico della devozione romana.

Giacomo Boni

L’archeologo Giacomo Boni, che dal 1898 diresse gli scavi del Foro Romano e che riportò alla luce Santa Maria Antiqua, allestì l’Antiquarium Forense negli spazi dell’ex monastero. Il suo lavoro ha di fatto ricongiunto, sul terreno, la chiesa nuova e la chiesa antica da cui essa deriva.

Cosa vedere intorno alla chiesa

La Chiesa di Santa Francesca Romana si trova nel punto di massima densità monumentale di Roma: entro trecento metri ci sono il Colosseo, l’Arco di Costantino, la Basilica di Massenzio e l’ingresso orientale del Foro Romano.

Nell’area archeologica

Con il biglietto integrato si visitano il Foro Romano, il Palatino con il Museo Palatino e il Colosseo. Dentro il percorso si incontrano la Basilica di Massenzio e Santa Maria Antiqua, che è la tappa da abbinare per capire davvero questa chiesa.

Le chiese vicine

A poche decine di metri, sul margine opposto del Foro, si trova la Basilica dei Santi Cosma e Damiano, anch’essa ricavata dentro edifici romani e con un mosaico absidale di eccezionale qualità. Poco più su, verso il Colle Oppio, ci sono San Pietro in Vincoli con il Mosè di Michelangelo e, verso il Celio, la Basilica di San Clemente con i suoi tre livelli sovrapposti. Verso il Campidoglio si incontrano il Carcere Mamertino e la sede museale dei Fori Imperiali ai Mercati di Traiano.

Domande frequenti sulla Chiesa di Santa Francesca Romana

Quanto costa entrare nella Chiesa di Santa Francesca Romana?

L’ingresso alla Chiesa di Santa Francesca Romana è gratuito, perché si tratta di un luogo di culto e non di un sito museale a pagamento. Il biglietto integrato del Colosseo, Foro Romano e Palatino riguarda l’area archeologica che si stende ai piedi della chiesa e non è necessario per entrare in chiesa, alla quale si accede dal piazzale esterno all’area archeologica.

Quali sono gli orari della Chiesa di Santa Francesca Romana?

Gli orari della Chiesa di Santa Francesca Romana non sono fissi e variano con le stagioni e con la vita della comunità monastica olivetana che la officia. Le fonti specialistiche indicano un’apertura indicativa nel mattino e nel primo pomeriggio con una chiusura centrale, e una messa domenicale alle 11, segnalando però che gli orari cambiano spesso: conviene verificare il giorno stesso prima di andare.

Come si arriva alla Chiesa di Santa Francesca Romana con i mezzi?

Alla Chiesa di Santa Francesca Romana si arriva con la metropolitana linea B, fermata Colosseo, da cui servono pochi minuti a piedi risalendo il clivo che costeggia l’area archeologica. In superficie sono utili le linee di autobus che percorrono via dei Fori Imperiali e via Labicana. Non ci sono parcheggi nelle vicinanze, perché tutta l’area è pedonale o a traffico fortemente limitato.

Perché la Chiesa di Santa Francesca Romana si chiama anche Santa Maria Nova?

La Chiesa di Santa Francesca Romana si chiama anche Santa Maria Nova perché nel X secolo ricevette la dedica mariana con questo nome, scelto per distinguerla da Santa Maria Antiqua, la chiesa più antica ai piedi del Palatino resa inagibile dal terremoto dell’847. La dedica alla santa si è aggiunta nel 1608, anno della canonizzazione, senza cancellare il nome precedente.

Quanto tempo serve per visitare la Chiesa di Santa Francesca Romana?

Per visitare la Chiesa di Santa Francesca Romana bastano venti o venticinque minuti, e una mezz’ora complessiva se si aggiunge la vista del campanile e del Foro dal piazzale. L’edificio ha una sola navata con otto cappelle laterali, e il tempo si concentra sul presbiterio, sulle pietre di San Pietro, sulla confessione con la cripta e sulla tomba di Gregorio XI.

Si può vedere il corpo di Santa Francesca Romana?

Il corpo di Santa Francesca Romana è visibile nella cripta della chiesa, sotto il presbiterio, rivestito e protetto da un vetro. Gli olivetani non hanno mai ricomposto le reliquie con cera per dare l’impressione di un corpo vivo, e ciò che si vede è lo scheletro con l’abito delle Oblate. La discesa alla cripta comporta gradini.

La benedizione delle auto il 9 marzo si fa ancora?

La benedizione delle auto legata a Santa Francesca Romana, patrona degli automobilisti dal 1925 per volontà di Pio XI, si celebra tradizionalmente il 9 marzo in piazza del Colosseo e non sul piazzale della chiesa, in forma simbolica e alla presenza delle autorità cittadine, con veicoli rappresentativi delle forze dell’ordine, dell’emergenza, di ATAC, dei taxi e un numero limitato di auto private. Il programma delle edizioni più recenti va verificato di anno in anno.

La Chiesa di Santa Francesca Romana è adatta ai bambini?

La Chiesa di Santa Francesca Romana è adatta ai bambini, perché la visita è breve, gratuita e al coperto, e funziona bene come pausa dentro una giornata al Foro Romano. Gli elementi che catturano l’attenzione sono le pietre con le presunte impronte dei ginocchi di San Pietro, il soffitto dipinto e la cripta. Vanno tenuti presenti i gradini del presbiterio e la salita per arrivare al piazzale.

Si possono fare fotografie dentro la chiesa?

Nella Chiesa di Santa Francesca Romana la possibilità di fotografare dipende dalle regole stabilite dal rettore e indicate all’ingresso, come in tutte le chiese romane officiate. In genere si evitano flash, treppiedi e riprese durante le celebrazioni. In assenza di cartelli la cosa più semplice è chiedere a chi custodisce la chiesa prima di scattare, soprattutto vicino all’altare maggiore e alla cripta.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

La Chiesa di Santa Francesca Romana rende al massimo quando la si visita subito dopo il Foro Romano e non prima: tutto quello che si vede dentro, dall’icona arrivata da Santa Maria Antiqua alle pietre raccolte lungo la via Sacra, acquista senso soltanto se si è appena camminato fra le rovine da cui quegli oggetti provengono. È una tappa breve e gratuita, e per questo è una delle poche che si possono aggiungere a un programma già pieno senza doverne togliere un’altra.

Chi mette in fila più tappe del centro archeologico e vuole organizzarle in un percorso coerente fra Colosseo, Foro e Campidoglio può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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